
THE DOME ("Under the Dome", 2009), di Stephen King [ Sperling & Kupfer ed., 2009; trad. di Tullio Dobner ]
Romanzo strano e interessante, triste e non del tutto convincente, abbastanza differente dai romanzi kinghiani
che lo hanno preceduto. Sembra scritto da una persona diversa, e forse in parte è così: è stato scritto da uno Stephen King invecchiato e ormai maturo, incline alla solidità piuttosto che alla sperimentazione, un autore reso più cupo e pessimista dalla recente storia americana.
Stephen King dichiara che l'idea iniziale del romanzo risale al 1976 e può darsi allora che il personaggio di Dale Barbara - uno dei protagonisti - fosse in origine un reduce del Vietnam piuttosto che dell'Iraq: ma a parte questo, il racconto è intriso di attualità, e non proprio nel senso più positivo: ambientato in un'America in cui Obama è già Presidente, il romanzo mostra un presente che stenta ancora a distaccarsi dal passato, tanto in senso genericamente politico quanto in senso particolarmente umano.
Ha una storia abbastanza sgradevole piena di personaggi molto sgradevoli, e nemmeno l'Apocalisse finale, non esattamente inattesa nè per i personaggi stessi nè per il lettore, offre un vero senso di giustizia o di sollievo: riporta aria pulita in senso tanto letterale quanto metaforico, questo sì, però tutto rimane lo stesso un po' grigio e incerto.
Nella storia ci sono i buoni ed i cattivi, e ci sono anche figure più difficilmente collocabili in una delle due categorie: ma se il romanzo vuole essere un'allegoria, questa volta la lotta del Bene contro il Male c'entra sino ad un certo punto.
Questa volta basta essere umani (e prima ancora "americani") per mostrare immediatamente più limiti che pregi, e per assumere comunque contorni alquanto sfumati: religiosi che hanno perduto la Fede, drogati infelici che si credono Guerrieri di Dio, commercianti opportunisti che in fondo non sono cattivi, politici che con la scusa del pubblico bene coltivano alla grande il proprio orticello (questa non mi suona nuova... ).
E in mezzo a tutto ciò, una cosa strana e singolare: l'eroe della storia, o almeno il personaggio che più facilmente viene avvertito come tale, che per tutto il tempo non fa quasi nulla, tranne esserci.
Alla fin fine i personaggi più autentici, onesti e tutti d'un pezzo sono solo quelli dei tre cani: Horace (un corgi a cui piacciono i pop corn), Clover (un cane lupo dotato di un grande senso di lealtà) e Audrey (una golden retrievier immersa negli affetti famigliari). Ma anche fra loro, due su tre non ne escono vivi.
LA MASSA - Il romanzo è un tomo ponderoso di oltre mille pagine. La storia stessa finisce per essere così affollata e complessa, da aver richiesto alcuni "supporti". E' preceduta infatti da una piantina topografica dei luoghi dell'azione, nonchè da un elenco dei personaggi principali, che già in sè è lungo tre pagine.
I LUOGHI - La storia è ambientata nel Maine, in uno dei tanti borgi semifittizi inventati da Stephen King. Si tratta di Chester's Mill, una cittadina il cui territorio a forma di calzino (sic!) si estende a Nord-Est di Castle Rock. Confina anche con Motton e Harlow, altri luoghi tutt'altro che ignoti ai Fedeli Lettori.
I TEMPI - La cronologia è insieme precisa e fittizia. La storia si svolge esattamente tra la mattina di sabato 21 ottobre e la mattina di domenica 29 ottobre: un ottobre narrativo che però nella realtà non esiste. Infatti da numerosi accenni, nel libro Obama risulta Presidente USA al suo primo mandato, con tutta l'intenzione di ricandidarsi per il 2012 ("Yes, we can again"): ma nell'arco di tempo compreso tra il 2009 e gli anni immediatamente seguenti, il 21 ottobre non è mai caduto nè mai cadrà di sabato.
TRAMA: L'autunno è già inoltrato, ma il Maine occidentale gode ancora di un clima mite. Ci sono giornate di cielo terso e luminoso che si estende all'infinito sul verde dei campi e il rosseggiare dei boschi. E quel 21 ottobre, quando la storia inizia, è appunto una giornata così: normale e meravigliosa.
All'improvviso però gli abitanti di Chester's Mill, circa duemila anime, si trovano a fare i conti con un evento inquietante, la cui realtà sembra negare la bellezza e la stessa normalità del mondo: sulla cittadina, coincidendo esattamente con i confini del suo territorio, cala ciò che verrà poi chiamato "la Cupola". Una sorta di muro invisibile e invalicabile, appena permeabile all'aria e all'acqua; un campo di forza, forse, la cui origine e la cui natura sono totalmente ignote. La Cupola c'è, e basta.
La sua calata provoca incidenti e qualche vittima immediata, ma il peggio verrà nei giorni seguenti. Gradualmente sotto la Cupola il calore aumenta e il clima inizia a mutare; l'aria interna si inquina mentre la superficie esterna comincia a ricoprirsi di polveri e detriti che filtrano la luce, dando al cielo un colorito giallastro e alle stelle una sfumatura rosata: cielo e stelle viste da dentro, ovviamente, perchè al di fuori tutto è immutato.
Da parte di militari e scienziati vengono compiuti numerosi tentativi di infrangere la Cupola, alcuni dei quali molto energici (lancio di missili Cruise, uso di acidi sperimentali) ma nessuno è coronato dal successo: l'America intera - e forse il mondo - pregano per Chester's Mill, ma il fatto puro e semplice è che Chester's Mill ha cessato di appartenere all'America o al mondo.
Completamente tagliato fuori da ogni possibilità di intervento, anche se le comunicazioni rimangono attive, il piccolo borgo del Maine diventa un'isola alla quale non si può approdare e dalla quale non si può partire.
L'approvvigionamento non costituisce un problema immediato: i viveri promettono di durare per un po', quasi tutte le abitazioni hanno generatori autonomi e i pozzi artesiani sono numerosi. Esistono tuttavia problemi di altro genere: ci sono famiglie smembrate, se quel sabato mattina qualcuno era semplicemente andato a fare la spesa oltre confine; ci sono ignari turisti venuti ad ammirare le foglie e ritrovatisi in gabbia; ci sono persone che gradualmente perdono la speranza di uscire dalla situazione e che scelgono la "liberazione" del suicidio. Ci sono personaggi-chiave della vita comunitaria che vengono a mancare per incidenti e circostanze varie, comunque legate alla presenza della Cupola: Chester's Mill si ritrova così senza il proprio sceriffo, senza l'unico vero medico (entrambi morti nei primi giorni), con un Dipartimento di Polizia a ranghi ridotti e del tutto priva di autopompe: parte dei poliziotti e tutti i vigili del fuoco erano stati impegnati, quel sabato 21 ottobre, in esercitazioni a Castle Rock.
Infine, quello che si rivelerà il problema più grave e pericoloso: la presenza a capo del municipio di "Big" Jim Rennie, titolare di una rivendita di auto usate, diacono della chiesa fondamentalista locale, secondo consigliere dietro l'inetto e succube Andy Sanders, e dunque vero ago della bilancia in una situazione politica che si è fatta improvvisamente spinosa.
Jim Rennie infatti è sempre stato un abile opportunista, un intrallazzatore capace di indirizzare i suoi sottoposti - presunti ed effettivi - tanto con le buone quanto con le cattive. Il defunto capo Howard Perkins stava lavorando alla sua incriminazione per corruzione, abuso di potere, distrazione di fondi pubblici nonchè per produzione e spaccio di stupefacenti: con la complicità di uno scelto gruppuscolo di collaboratori, Rennie aveva forse impiantato il più grosso laboratorio per la produzione di metanfetamine del Nord America... eppure la maggior parte degli abitanti del Mill aveva continuato a considerarlo un punto di riferimento, una autorità utile e imprescindibile, un uomo incapace di risparmiarsi, a dispetto del suo cuore malandato.
Per Jim Rennie la Cupola diventa una grande opportunità: non solo gli dà tempo per far sparire le tracce delle illegalità commesse, ma gli offre immediatamente l'occasione di consolidare il proprio potere. In pochi giorni, mentre le forze sane del luogo si rimboccano le maniche per mantenere in funzione i servizi essenziali, Jim Rennie trasforma Chester's Mill in una dittatura di fatto: ricrea un corpo di polizia che equivale ad un esercito personale, si prepara ad eliminare qualunque opposizione, fomenta addirittura sommosse ed incidenti allo scopo di essere considerato indispensabile, e in generale si circonda di persone deboli, stupide e ambiziose, che può manovrare a piacimento.
Lo fiancheggia alla grande il figlio Junior, i cui freni morali sono ormai totalmernte inibiti da un tumore al cervello; ben presto entrambi i Rennie (e poi anche qualcuno dei loro fiancheggiatori) passano all'omicidio come soluzione per i problemi più irritanti. Bastano un paio di giorni per avviare questa discesa infernale, e ad ogni ora che passa la situazione si fa peggiore: ma chi può fermare "Big" Jim? Non certo quelli di fuori, anche se sanno; quelli di dentro ci provano, ma la cosa è ardua.
E' praticamente impossibile ripercorrere qui tutte le fasi della vicenda, tutte le storie individuali che essa tocca e coinvolge, perchè sono veramente tante. Sarà comunque un devastante incendio interno alla Cupola a risolvere finalmente qualcosa, nel bene e nel male: un'Apocalisse di fuoco che offre a Stephen King l'occasione per cimentarsi in descrizioni di grande potenza e per inserire numerosi momenti di straziante ed intensa umanità.
Alla fine la Cupola (che in sostanza si rivela un manufatto alieno) scompare così come era comparsa e i pochissimi superstiti - meno di una ventina - possono tornare a vivere e a respirare liberamente.
Tra loro non c'è Jim Rennie, ad un certo punto rimasto vittima (in senso tanto metafisico quanto letterale) delle proprie vittime. Junior era già morto in precedenza.
- Data la complessità della trama, la storia si fa apprezzare soprattutto per la coerenza con la quale si sviluppa. Stephen King ne governa la costruzione, attraverso i fatti ed i personaggi, con la consueta ammirevole perizia.
Tuttavia ci sono cose che non mi sono piaciute: innanzitutto, come dicevo, la patina opaca di grigiore - e forse di stanchezza - che ricopre tutto e tutti, limitando fortemente il possibile legame empatico tra il lettore e i personaggi, anche quelli più positivi. E pensare che ce ne sarebbero parecchi: valga in generale l'esempio di Dale e Julia, la cui storia è essenzialmente una grande storia di amicizia.
E poi, soprattutto, non mi ha favorevolmente colpito la rivelazione relativa alla natura e alla funzione della Cupola, nonchè l'illustrazione della sua scomparsa: gli alieni in sè non mi turbano eccessivamente perchè con la fantascienza, persino in versione lievemente filosofica, ho ancora un discreto rapporto. Però c'è modo e modo di essere più o meno convincenti, e qui a mio parere Stephen King lo è poco.
Come appassionata di salda fede, ho visto anch'io l'episodio di STAR TREK intitolato "Il Cavaliere di Gothos" (il bambino alieno che gioca con gli "animaletti"... ): ma non è mai stato uno dei miei preferiti.
Far calare la Cupola così come avviene, per creare uno spazio unico e nuovo, separato, necessariamente governato da regole proprie, è cosa ottima e giustificata; poi però avrei trovato più opportuno farla scomparire senza dover ricorrere a fronzoli moraleggianti.
Anche l'etica è cosa ottima e giustificata, tanto per uno scrittore quanto per i suoi personaggi: ma il rischio in agguato è quello della retorica un po' noiosa.
FATHERLAND (id., 1992), di Robert Harris [ Mondadori ed., 1992 ]
Romanzo non nuovo, ma bello e soprattutto significativo: non è mai superfluo rinfrescare la memoria riguardo a cosa può essere - o essere stato - un regime di tipo totalitario, anche se lo si fa attraverso una narrazione di fantapolitica, il cui punto di partenza risponde all'ipotesi "cosa sarebbe accaduto se... ?".
Nel caso specifico il quesito si concretizza nel "cosa sarebbe accaduto se la Germania Nazionalsocialista di Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale". Il romanzo in sè costituisce UNA delle risposte possibili, forse la più semplice, e la più inquietante: la descrizione di un mondo la cui apparente normalità si impone con peso inamovibile.
Persino lo stile narrativo, scorrevolissimo ma rinunciatario nei confronti di qualunque preziosismo, concorre a definire come molto credibile questa realtà alternativa che noi possiamo negare solo attraverso l'esperienza storica diretta.
Privilegio che, ovviamente, i personaggi del romanzo non possiedono affatto.
TRAMA : Berlino, metà novembre del 1953: mancano pochi giorni al settantacinquesimo compleanno di Adolf Hitler, fervono i preparativi per i grandiosi festeggiamenti. L'aria risuona delle note de "La Vedova Allegra", l'operetta preferita dall'anziano Fürher.
La città è dominata dalle monumentali architetture di Albert Speer, ciclopiche creazioni che non hanno pari in Europa e che immancabilmente suscitano il rispettoso stupore dei numerosi turisti.
La Grande Germania si estende geograficamente dal Reno agli Urali; dopo la guerra la Polonia ha cessato di esistere assieme ad alcune delle Republiche ex sovietiche. Il Reich è circondato da Paesi satelliti, come la Francia e l'Italia; solo la Svizzera mantiene inalterate la propria autonomia e la propria neutralità.
L'Inghilterra è un Paese alleato che fornisce ottime cameriere; Winston Churchill si trova in esilio in Canada, e con lui c'è anche Elisabetta di Windsor, che non rinuncia comunque a rivendicare il trono, attualmente occupato dal cugino Edoardo VII e dalla sua regina, Wallis Simpson.
Persino l'America è ormai incline alla distensione; presidente degli Stati Uniti è un Kennedy: non il giovane John Fitzgerald però, bensì l'anziano Joseph P., fortemente conservatore e (così si dice) fieramente antisemita.
La Germania è forte in apparenza ma la sua stabilità inizia ad essere seriamente minata da fenomeni che ovviamente non vengono resi di dominio pubblico. Sul fronte orientale la guerra permanente voluta da Hitler per tenere vivo lo spirito bellico germanico sta andando piuttosto male; i coloni iniziano a rifiutare di trasferirsi ad Est e all'interno della Germania esistono comunque fronde giovanili (in parte eredi dirette della Rosa Bianca del ventennio precedente) che si configurano come potenzialmente ribelli: giovani meno inquadrati dei loro padri, giovani dai capelli troppo lunghi che ascoltano di nascosto la musica proibita (come quella di un gruppo di depravati inglesi che cantano "I wanna hold your hand"... )e si vestono con relativa libertà.
Tuttavia l'importanza e il peso del regime, con le sue rigide norme e le sue gerarchie, sono cose ancora presenti, determinanti.
L'atmosfera della storia è un po' orwelliana, ma in modo moderatamente quotidiano: ed è questo il particolare più agghiacciante, l'assoluta normalità dell'insieme.
Altrettanto normale in apparenza è anche il protagonista della storia, il maggiore Xavier March, quarantaduenne investigatore della Polizia Criminale. Divorziato, con un figlio decenne che lo detesta, Xavier non è iscitto al Partito e risulta inquadrato nell'Esercito solo perchè secondo la legge un poliziotto deve esserlo: indossa la sua divisa nera ma odia la reazione di immancabile terrore e servilismo che essa suscita.
Durante la guerra ha servito in Marina sugli U-Boot, sino a raggiungere il grado di capitano, ma la sua fedeltà e la sua disciplina sono solo una necessaria facciata. Xavier in realtà ha più dubbi e domande che risposte o certezze; fa il suo lavoro perchè ci crede eppure si scontra continuamante con infinite forme di prevaricazione, di opportunismo e di negazione della verità.
Un giorno, subentrando fuori turno ad un collega in ritardo, gli viene affidata l'indagine su di un probabile suicidio: un uomo anziano trovato annegato nelle acque del lussuoso complesso residenziale suburbano nel quale abitava.
Nessuno può ancora saperlo, ma quello è il primo passo che cambierà la Storia: ed è una felice ironia - anche se non per Xavier, che pagherà personalmente un prezzo molto alto - il fatto che un mutamento così grande e travolgente prenda l'avvio da una piccola fortuita coincidenza: la disponibilità, al momento giusto, di qualcuno che indagherà sino in fondo.
Al primo suicidio ne segue ben presto un secondo, poi un uomo scompare e viene braccato dalla Gestapo: Xavier scopre che le morti non sono state volontarie e sono state precedute da altre altre morti. Qualcuno sta eliminando una serie di persone scomode e Martin Luther, l'uomo scomparso, è l'ultimo sopravvissuto.
La strada di Xavier nel frattempo ha incrociato quella di una giornalista americana che sta per essere espulsa dalla Germania; la ragazza, Charlotte Maguire detta Charlie, vorrebbe ripartire con uno scoop e offre (o meglio, impone... ) la propria collaborazione. In seguito si scoprirà che il coinvolgimento di Charlie - figlia di un diplomatico americano e di un'attrice tedesca - non è stato del tutto casuale, rimane comunque il fatto che la sua presenza al fianco di March, per quanto pericolosa per entrambi, riuscirà ad essere di grande utilità.
I due continuano ad indagare ostinatamente, sfruttando i pochi spazi a loro concessi. Raggiungono anche la Svizzera, dove gli uomini morti e quello scomparso avevano un deposito di sicurezza, e là trovano una cosa sorprendente ma di dubbia utilità: un quadro che si pensava perduto nella Polonia occupata e che loro non riescono immediatamente ad identificare (il lettore invece può farlo con la massima facilità).
Parrebbe dunque che a monte di tutto ci sia un traffico illegale di opere d'arte e l'illecito arricchimento di alcuni gerarchi durante la guerra: la cosa risponde al vero, ma non è ancora quello il nodo reale della questione.
Xavier March oltre ad essere un uomo che si sforza di comportarsi nel modo più giusto, è anche un ottimo investigatore: così, quando le sue deduzioni lo portano a mettere le mani su alcuni documenti nascosti dall'ormai defunto Martin Luther, scopre finalmente il vero motivo di tanta agitazione. E sarà una scoperta angosciosa, davvero epocale per il mondo al quale lui appartiene, anche se dal nostro punto di vista è piuttosto qulacosa che serve a rimettere la Storia sui propri binari.
Nel mondo post bellico ricreato da Robert Harris l'unico Olocausto che i personaggi conoscono è quello staliniano; il problema ebraico invece è stato tacitamente accantonato nelle coscienze, malgrado qualche sospetto: ciò che si sa è genericamente che gli ebrei sono stati deportati a Est. Nessuno invece sa con esattezza dove siano finiti e quale sia stata la loro sorte.
I documenti di cui Xavier entra in possesso, stilati da vari gerarchi come "assicurazione sulla vita" in caso di sconfitta della Germania, raccontano la verità e l'orrore: non solo le deportazioni, ma anche i campi di concentramento e il resto. La cancellazione assoluta, inutilmente crudele e indiscriminata di undici milioni di vite.
Se e quando quei documenti verranno resi pubblici, la Germania di Hitler - che non partecipò personalmente alla Conferenza di Wansee e che evitò accuratamente di apporre la propria firma in calce a qualunque tipo di documento sulla "soluzione finale" - diventerà oggetto dell'isolamento internazionale. Anche l'America dovrà recedere dalla propria buona disposizione. La Grande Germania insomma ha in vista la fine.
Ecco spiegato il perchè di tanto timore nelle alte sfere, di tanta ostinazione nell'ostacolare le indagini.
Ormai braccato, tradito persino dal proprio figlio e dal migliore amico, Xavier riesce a compiere soltanto un'ultima disperata impresa: depista gli inseguitori, tirandoseli dietro sino all'ex confine polacco, per permettere a Charlie di scappare e di portare in Patria i documenti.
Arrivato al luogo dove sorgeva Auschwitz, ormai demolito, Xavier trova però tra l'erba alcuni vecchi mattoni che gli fornisconoo un'ultriore conferma: i campi sono esistiti, tutto l'orrore è stato vero.
Mentre Charlie passa il confine con la Svizzera, a centinaia di chilometri di distanza Xavier pensa a lei per l'ultima volta.
L'epilogo del romanzo, pur senza renderlo esplicito, lascia intendere che Xavier si uccide per non essere di nuovo preso e torturato. Quando muore, Xavier March è un uomo libero nel senso più ampio del termine.
Il romanzo regge bene innanzitutto comer thriller: l'impianto poliziesco della storia in sè è molto solido, ricco di colpi di scena, di linee investigative intelligenti e di soluzioni interessanti; però a differenza di altri autori di genere (ad esempio T.R.Smith) Richard Harris non fa mai prevalere il tono avventuroso su quello dei significati.
Il romanzo, io credo, risponde innanzitutto ad un impegno morale da parte dell'autore: la ricostruzione dell'Olocausto è interamente basata su documenti reali e non lascia certo spazio per gli alleggerimenti della fantasia.
Nel libro però ci sono molte altre cose che colpiscono favorevolmente il lettore: lo stile fluido e agevole di Robert Harris, innanzitutto, la cui scrittura sembra addirittura facile, anche se in realtà è l'esatto contrario.
Ottima poi la costruzione della storia, degli ambienti e dei personaggi, soprattutto quello splendido di Xavier.
Alcune pagine si segnalano particolarmente per la loro bellezza e intensità: la parte in cui Xavier e Charlie scoprono nel caveau svizzero il quadro misterioso (che altro non è se non "La Dama con l'Ermellino" di Leonardo: e nel divario di conoscenze tra i personaggi e il lettore sta tutto il senso di un mondo così alieno) ; i momenti brevi in cui i due scoprono e vivono la reciproca umanissima attrazione; la lettura e la decifrazione dei documenti ritrovati, il cui contenuto fa precipitare il passato come un'enorme cascata di sangue: l'orrore, il disgusto - anche per se stessi - la tristezza.
Su FATHERLAND - romanzo, film (che io non ho visto) e sfondo storico - la Wikipedia inglese contiene una scheda molto bella ed esauriente: en.wikipedia.org/wiki/Fatherland_(novel)
Questa volta Andrea Camilleri accentua il proprio realismo narrativo e dà vita ad un romanzo bello e deprimente, nel quale la cronaca più nera si sposa perfettamente ad un'immaginazione che poi tanto fantastica non è.

Link al mio post su LORD OF SCOUNDRELS di Loretta Chase:
esteticaromance.blogspot.com/2009/11/lord-of-scoundrels-1995-by-loretta.html#links
Letto in versione originale.
Mio giudizio sul romanzo: ![]()
![]()
![]()
![]()
![]()

DARKLY DREAMING DEXTER, di Jeff Lindsay [ Orion Books Ltd., 2005 ]
Si tratta del primo romanzo dedicato alle avventure di Dexter Morgan, il killer dei serial killers. Più o meno copre gli eventi narrati anche nella Prima Stagione dell'omonima serie TV; io però ho cercato di leggerlo con mente sgombra e in ciò sono stata aiutata dal fatto che si trattava della versione originale: le mie conoscenze linguistiche sono così limitate che l'inglese può ancora sembrarmi un'eccitante scoperta.
Jeff Lindsay comunque possiede uno stile accessibile, intrigante e ricco di guizzi apprezzabili persino dalla sottoscritta: che ne dite ad esempio di un'affascinanate espressione come "so tantalizingly", che vorrebbe dire più o meno "in modo così appetitoso"... e - pensato da Dexter - vi lascio immaginare a cosa possa riferirsi!
Nell'originale inoltre si può ripetutamente trovare un giochino che la traduzione italiana perde senza rimedio: la tendenza da parte dell'autore ad usare allitterazioni in "d" alle quali accodare il nome di Dexter, quasi dei piccoli tautogrammi, così come avviene anche in tutti i titoli dei romanzi. Tra le pagine si trovano quindi espressioni come:
- dear dazed Dexter
- dull dim Dexter
- dear decimate Dexter
- dear dark Dexter
- deftly dreaming Dexter
- e la mia preferita: deeply dead Dexter dating debutante doxies (in relazione ai suoi dubbi su di un appuntamento con Rita).
Funny silly moments!
La cosa migliore rimane comunque la voce stessa di Dexter, alla quale viene affidata la narrazione: scanzonata, sarcastica, crudele e sincera, capace tanto di descrittività quanto di introspezione. Magnifici panorami e uccisioni rituali si alternano alle considerazioni del protagonista su se stesso, sulle cose e sugli esseri umani, che spesso suscitano perplessità e stupore con i loro alieni comportamenti e le altrettanto aliene emozioni.
Dexter sarà pure una sorta di guscio vuoto, una perfetta imitazione di essere umano, ma quando si tratta di usare le parole, la simbiosi identificativa tra lui ed il suo autore funziona magnificamente, catturando il lettore con ciò che gli viene fatto scorrere sotto gli occhi e nella mente: tiepide notti di plenilunio, afose giornate di traffico omicida, bizzarre indagini su squartamenti dei quali nessuno si stupisce poi troppo, gare di astuzia e di aggiramento in cui l'istinto animale conta quanto - e forse più - dell'intelletto.
Miami al massimo del proprio splendore, ed un simpatico assassino che fa davvero del suo meglio per comportarsi da bravo ragazzo.
TRAMA: Dopo una serie di appostamenti durati alcune settimane Dexter cattura quella che si scoprirà essere la sua trentasettesima vittima: si tratta di Padre Donovan, un pedofilo già responsabile della scomparsa di numerosi bambini, tutti orfani ospitati in una struttura da lui gestita. Solo a Miami, le vittime del prete sono almeno sette: Dexter pone l'uomo di fronte ai cadaveri recuperati, poi (come dice lui) si mette al lavoro.
Questa uccisione, come tutte le altre, risponde al cosiddetto "codice di Harry", l'insieme di regole che il padre adottivo ha inculcato a Dexter per permettergli di essere un assassino di utilità sociale e per impedirgli di essere preso: Dexter uccide altri assassini, è estremamente cauto e cancella ogni traccia, conservando di ciascuna vittima solo una goccia di sangue su di un vetrino.
Del resto, se c'è qualcuno che sa come gestire le prove, quello è proprio Dexter, cha a ventotto anni è un apprezzato agente della Polizia Scientifica, un analista che si occupa di tracce ematiche.
Dexter insomma conduce una interessante doppia vita, mentendo a tutti tranne che a se stesso.
Un giorno riceve una chiamata da parte della sorella Deborah, a sua volta poliziotta della Buoncostume: nella zona dei motels sulla Tamiami Trail sono stati ritrovati dei resti umani, gambe femminili fatte a pezzi.
Il caso è stato affidato al detective LaGuerta, donna ambiziosa ma non molto capace, e Deb, che lavorava in zona sotto copertura, pensa possa essere arrivata l'occasione per una promozione. Deb odia il lavoro alla Buoncostume, che la costringe ad andare in giro abbigliata come una prostituta; vuole passare alla Squadra Omicidi e chiede l'aiuto di Dexter per risolvere il caso.
La ragazza non conosce la reale identità del fratello, sa però che Dexter possiede un istinto infallibile sui serial killers, qualcosa che lei colloca quasi al confine con il paranormale, ma che in realtà gli deriva dal fatto di essere lui stesso un serial killer: Dexter sa esattamente come funziona la mente di un assassino e quali sono tutte le mosse possibili.
Ovviamente Dexter non rifiuta di aiutare Deb perchè conosce i suoi problemi e, come dice lui, vorrebbe vederla felice. Anche se non è disposto ad ammetterlo, per Deb nutre un certo affetto: pensa a lei come "povera piccola" ("poor child") se è in vena di paternalismo, ma più spesso la definisce "my only sister", la mia unica sorella. Dexter crede di non avere sentimenti, ma nei confronti di Deborah, alla quale è unito anche dal ricordo di Harry, ne ha eccome.
Inoltre l'intrigante caso del nuovo serial killer finisce per assumere una valenza molto personale: sin dall'inizio Dexter rimane affascinato dalla "pulizia" nello stile delle uccisioni, dalla precisione chirurgica delle incisioni, dalla totale mancanza di sangue; nel primo ritrovamento, e in quelli che poi seguiranno, riconosce un tocco artistico che gli provoca qualcosa di molto simile all'invidia. Per breve tempo è tentato di trovare il killer per se stesso, per conoscerlo meglio ed imparare da lui, poi però sente il richiamo del dovere e ricorda ciò che ha promesso a Deb.
Mentre il detective LaGuerta si accanisce su piste inconsistenti, Dexter si avvicina molto di più al killer, che ad un certo punto sembra quasi provocarlo, chiamandolo ad una sfida: si fa inseguire, si introduce nel suo appartamento e nella sua auto, gli lascia indizi macabri e misteriosi (la Barbie a pezzi nel frigorifero, che compare anche nella serie TV).
E per Dexter si apre una profonda crisi: inizia a fare sogni strani ed inquietanti che lo fanno sentire sempre più prossimo al killer. C'è una comprensione sin troppo profonda, una sorta di identificazione, tante cose difficili da spiegare: Dexter, che sa di essere "decisamente sociopatico ed occasionalmente omicida", comincia a credere di poter essere anche pazzo; comincia a chiedersi se per caso il killer non è lui stesso che agisce in stato di sonnambulismo e di incoscienza.
Tutto questo avrà poi una spiegazione, perchè in effetti il killer possiede un preciso legame con Dexter e il suo operato non ha fatto altro che riportare alla luce ricordi lontani, un passato sepolto del quele Dexter non era nemmeno consapevole.
Il killer infatti è suo fratello Brian ed il passato sepolto - dal quale entrambi sono usciti con una netta inclinazione omicida - ha a che fare con l'uccisione della loro madre, fatta a pezzi con una sega elettrica all'interno di un container nel porto di Miami. L'unica differenza tra i due fratelli consiste nel fatto che Dexter, adottato da Harry Morgan, è in qualche modo riuscito ad incanalare e a dominare le proprie pulsioni; Brian invece, più grande di due anni e all'epoca della tragedia affidato ai Servizi Sociali, non ha ricevuto nessun tipo di aiuto.
Ora il fratello maggiore vuole riunirsi al minore e ricostituire la famiglia: l'ultima mossa è il rapimento di Deborah, che nelle sue intenzioni dovrebbe diventare la loro prima vittima in comune.
Dexter è fortemente tentato di unirsi al fratello, di abbandonarsi al senso di appartenenza, alla gioia di aver trovato qualcuno che è esattamente come lui, che lo capisce e al quale non sarebbe necessario nascondersi: però si accorge che semplicemente non può uccidere Deb.
In un drammatico epilogo durante il quale Dexter lotta duramente con se stesso e con il ricordo di Harry, si inserisce anche l'arrivo del detective LaGuerta che, insospettita, lo aveva seguito.
Dexter nega definitivamente la possibilità di uccidere la sorella, però lascia fuggire Brian che prima di andarsene avrà comunque la sua vittima: il funerale con il quale si conclude il romanzo è quello del detective LaGuerta, eroicamente caduta nell'adempimento del dovere (anche se in realtà la donna non aveva capito quasi niente e si era soltanto trovata nel posto sbagliato al momento peggiore).
Deb invece, che ora conosce un po' meglio il fratello ma che fingerà di averlo dimenticato, viene finalmente promossa alla Omicidi come aveva desiderato.
Dexter per parte sua, recuperata la tranquillità, si dice che alla fine le cose potranno tornare ad essere come erano sempre state, sotto la luce brillante di quella luna che lui tanto ama.
DIFFERENZE - Accanto al filone principale della trama che illustra gli omicidi del serial killer di turno e la relativa indagine, il romanzo lascia largo spazio anche per la costruzione del personaggio protagonista, tanto per ciò che riguarda il presente di Dexter quanto per ciò che riguarda il suo passato.
Ci sono numerosi flashback nei queli viene recuperato lo straordinario rapporto che Harry Morgan aveva saputo instaurare con il figlio adottivo, c'è la rievocazione del primo omicidio di Dexter ai danni dell'infermiera assassina e c'è - verso l'epilogo - la rivelazione del traumatico episodio riguardante la morte della madre: ricordi prima confusi, poi via via più precisi.
Ma c'è anche il Dexter del presente che - sorpreso e perplesso - si trova a meditare sul come e sul perchè ha finito per fare sesso con Rita.
Tutte queste cose compaiono anche nella serie, con l'unica differenza data dalla necessità di estendere trecento pagine in una ventina di episodi: in TV gli eventi procedono più lentamente e si svolgono in maniera ben più articolata, molti di essi tuttavia rispettano il significato originario.
Nel passaggio dalla pagina scritta allo schermo ci sono però un paio di personaggi che subiscono cambiamenti abbastanza radicali.
Uno è il personaggio del detective Migdia LaGuerta: tra romanzo e serie TV le uniche cose di lei che rimangono invariate sono il nome, la professione e l'origine cubana: per il resto, potrebbe trattarsi di donne appartenenti a due pianeti diversi. Mentre LaGuerta letteraria è una maneggiona ambiziosa e politicamente abile, un detective mediocre, con un gran gusto per l'abbigliamento ma scarsa inclinazione per l'investigazione intelligente, il suo corrispondente televisivo risulta ben più positivo: si tratta sempre di una donna bella, forte ed elegante, ma anche di un buon poliziotto, benchè la sua carriera non sia del tutto priva di ombre.
In TV il detective LaGuerta viene silurata per motivi politici e perde il suo posto a capo del Dipartimento, nel libro il personaggio viene fatto fuori in maniera un po' più letterale.
L'altra grande differenza riguarda poi il personaggio di Brian, che in TV beneficia di un interessante e graduale sviluppo (è un chirurgo ortopedico ed instaura una forte relazione con Deborah) mentre nel romanzo viene allo scoperto solo nella parte finale: è un importatore, è stato in prigione e fisicamente somiglia a Dexter molto più di quanto non accada nella serie.
Benchè il romanzo sia bello e ben costruito, direi che relativamente all'epilogo la soluzione televisiva risulta quasi superiore: lì Brian non fugge, ma viene elegantemente "punito" dal fratello. Al pari di tutti i serial killers nei quali si è già imbattuto, Dexter lo uccide con un'arma da taglio, per una volta simulando un suicidio anzichè smembrare e disperdere il corpo.
Nell'uno e nell'altro caso le azioni di Dexter rispondono comunque alla necessità di mettere al sicuro Deborah, anche se in TV la soluzione è più certa e definitiva. Inoltre, mentre nella serie Deborah dopo esser stata rapita viene drogata e non può quindi vedere o sentire ciò che passa tra i due fratelli, nel libro la ragazza è sì immobilizzata ma perfettamente cosciente: ha dunque modo di assistere a ciò che sta accadendo e di capire che Dexter non ha esattamente le mani pulite.
Sarà un "piccolo" grumo di polvere nascosto sotto il tappeto...
Qui le due versioni della storia finiscono insomma per collocarsi in ambiti nettamente separati; sembra infatti che a partire dalla Seconda Stagione la serie non sia più basata sui romanzi, ma su trame originali appositamente sviluppate.
Sono curiosa di verificare.

- Il romanzo è disponibile anche in versione italiana: "La Mano Sinistra di Dio", Sonzogno ed. (2009), che corrisponde a "Dexter il Vendicatore", Giallo Mondadori n.°2971 (2009).
Ci sono pochi autori capaci di commuovere sino alle lacrime o di farti piegare in due dalle risate (e alla fine ti ritrovi in lacrime comunque... ); attualmente me ne vengono in mente solo due: Andrea Camilleri e Brendan O'Carroll.
Quest'ultimo è uno scrittore irlandese, classe 1955: sceneggiatore, giornalista, regista, attore teatrale, dalle nostre parti è noto soprattutto come autore della serie di romanzi dedicati ad Agnes Browne, la bella e tostissima irlandese della cui vita e delle cui avventure rigurgitano ben quattro romanzi. Il più recente, da noi uscito da poco, è "Agnes Browne ragazza", che pur essendo il quarto in ordine di pubblicazione, narrativamente costituisce il prequel degli altri tre.
Sono contenta di averlo letto, non solo perchè il romanzo è bello e divertente, ma anche perchè la recensione che lo riguarda mi fornisce l'occasione per parlare dell'intera saga: una delle cose migliori e più umane che io abba mai letto.
AGNES BROWNE RAGAZZA ("The Young Wan", 2003). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli
Dublino, anni Cinquanta. Il romanzo inizia alla vigilia del matrimonio di Agnes (nata Agnes Reddin) con Rosso Browne.
Dietro la porta del povero ma dignitoso appartamento nel centro della città è appeso l'abito bianco con cui già si sono sposate la madre e la nonna: uno splendore, anche se lo strascico - originariamente lungo tre metri - è ora ben più corto. Nel tempo è servito per confezionare gli abitini di Battesimo tanto per Agnes quanto per sua sorella Dolly.
Al fianco di Agnes, la cui madre è ancora viva benchè scivolata in una tranquilla follia dopo la morte del marito, c'è la damigella d'onore, l'amica di sempre: l'ineffabile Marion. Per quanto Agnes è bella, flessuosa e bruna (la nonna paterna era spagnola), Marion è tozza e bruttina: eppure è lei ad essersi sposata per prima, senza perdere un grammo del suo energico buonumore, del suo incrollabile ottimismo e di quella tenace curiosità che già aveva fatto disperare le suore ai tempi della scuola.
Il lettore che abbia familiarità con la saga sa che Marion morirà di cancro di lì a meno di quindici anni: eppure la vitalità del personaggio è tale, che il dispiacere per la sua dipartita riesce ad essere accantonato.
Quasi lo stesso accade con Agnes, altrettanto intensa e vitale: il lettore affezionato conosce tutte le traversie della su vita adulta ma qui, tra queste pagine, rimane soprattutto affascinato dalla versione giovane del personaggio, dall'insieme dei particolari che - visti in retrospettiva - spiegano tante cose future.
Le radici di Agnes, del resto, sono piuttosto solide e la storia della sua famiglia si svolge in gran parte sullo sfondo delle lotte politiche che hanno insanguinato l'Irlanda sino a tempi abbastanza recenti. Agnes nasce alla metà degli anni Quranta, ma prima di lei c'erano state la Rivolta, l'opera e l'uccisione di Michaele Collins, le dure lotte sindacali che avevano causato non meno scontri e non meno morti.
Anche suo padre, Bosco Reddin, era un operaio ed un sindacalista; sua madre Connie invece era la figlia zitella del padrone della fonderia in cui Bosco lavorava. Il matrimonio con un proletario rompiscatole aveva significato per Connie l'ostracismo sociale e la perdita dei rapporti famigliari: il padre l'aveva diseredata, rifiutandosi poi di conoscere le nipotine. Ma il matrimonio dei Reddin era stato molto felice, almeno sino alla morte di Bosco, ucciso durante uno sciopero.
In seguito un'Agnes ancora adolescente aveva dovuto tenere tra le sue mani le redini della famiglia: prendersi cura della madre, sempre più anziana e svanita; prendersi cura della sorella minore, in apparenza destinata ad una precoce carriera criminale e ad un certo punto rinchiusa per furto in un carcere minorile; e intanto continuare ad andare a scuola, a vivere e a sognare.
Sì, perchè la caratteristica migliore di Agnes è proprio questa: la capacità di rimanere ancorata ai propri sogni. Per lei la vita sarà ardua, piena di gioie ma anche di enormi sacrifici, di duro lavoro e spesso di amarissime sconfitte: Agnes saprà affrontare tutto questo senza tirasi indietro, facendo ciò che c'è da fare e prendendo in genere le decisioni più giuste, non importa quanto difficili. Ma nemmeno per un momento, nei suoi cinquant'anni scarsi di vita, abbandonerà i sogni e le speranze per sè e per coloro che ama.
E' sempre piena di energia, a volte di umorismo, è testarda, un po' rozza, ha poca cultura e porta alla disperazione gli interlocutori più disponibili (alcuni dei quali dopo aver avuto a che fare con lei, hanno bisogno di un Valium... ), ma non è certo una donna leggera.
Sarà una gran madre e persino una nonna... questo romanzo però ce la mostra non ancora ventenne, impegnata sì nel lavoro (un banco di frutta e verdura al locale mercato) ma anche nei divertimenti tipici del tempo e dell'età: sono gli anni Cinquanta, nasce il rock'n'roll, e Marion trascina Agnes tra feste e sale da ballo.
Sarà lì che entrambe incontreranno i futuri mariti: il taciturno Tommo Monks per Marion, e il bell'ubriacone Rosso Browne per Agnes.
Rimasta presto incinta Agnes, dopo aver chiesto una bicicletta al posto dell'anello di fidanzamento, mette in cantiere l'inevitabile matrimonio con Rosso, il quale del resto non fa obiezioni.
Il romanzo, dopo aver assunto un largo andamento circolare, torna così al suo inizio.
Da par suo, per Agnes il giorno delle nozze non sarà un giorno privo di eventi collaterali: innanzitutto una licenza concessa alla carecrata Dolly si trasforma in occasione per far evadere la ragazza e farla emigrare in Canada. Il viaggio Oltreoceano sarebbe stato in realtà il sogno di Agnes che però, bloccata dalla sua situazione, vi rinuncia a favore della disastrata sorella: nel futuro, mentre Agnes continuerà a barcamenarsi nella natìa Irlanda, Dolly farà un ottimo matromonio e diventerà una tranquilla borghese, continuando a vivere felice in Canada, ben lontana dalle proprie origini.
E poi per Agnes c'è il problema del vestito: tutti sanno che è già incinta e sposarsi in bianco - come lei ostinatamente vuol fare - risulta contrario alle norme canoniche. Ma un vecchio debito di riconoscenza contratto dal prete con la famiglia Reddin farà sì che il matrimonio possa avvenire ugualmente.
Il prete responsabile di aver disobbedito rimane disoccupato, ma intanto Agnes può comparire nella chiesa di St. Jarlath in tutto lo straordinario splendore del suo storico abito bianco, suscitando l'ammirazione della folla lì convenuta per vedere come si sarebbe risolta la spinosa faccenda.
Comincia così la vita di Agnes come Agnes Browne: ma questo, appunto, è solo l'inizio.
GLI ALTRI ROMANZI
AGNES BROWNE MAMMA ("The Mammy", 1994). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Si avvicina la fine degli anni Settanta: a soli trentaquattro anni, e con sette figli di varie età da mantenere, Agnes Browne rimane vedova. Dopo tredici anni di matrimonio Rosso non è un marito molto rimpianto: lavoratore pigro, ubriacone entusista, picchiava la moglie e non serviva a granchè. Finito il funerale (con un corteo "dislocato" degno de "La Coscienza di Zeno" e delle sue implicazioni psicologiche), Agnes si rituffa nella vita e nella necessità di crescere bene i suoi figli.
Ad un certo punto conosce Pierre, il pizzaiolo francese (sic!) che pur senza diventare mai suo marito sarà l'uomo più amato della vita. I ragazzi finiranno per considerarlo come il loro vero padre.
Ad Agnes piace la musica di Cliff Richards e nell'epilogo del romanzo - per una fortunosa serie di circostanze - riesce a realizzare l'assurdo sogno di ballare con lui.
I MARMOCCHI DI AGNES ("The Chisellers", 1995). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Tre anni dopo la morte di Rosso, Agnes è ancora alle prese con la necessità di prendersi cura della sua numerosa prole. Ma i ragazzi iniziano a sottrarsi al controllo, a fidanzarsi, a trovare la propria strada umana e professionale.
Non per tutti si tratta di una strada buona: se il primogenito Mark è per Agnes un valido sostegno morale ed economico, il fratello Frankie diventa invece un punk simpatizzante neonazista, un piccolo delinquente che fugge a Londra e là muore di stenti, dopo un breve intermezzo di furti e droghe.
Intanto i Browne affrontano il doloroso distacco dal Jarro, il quartiere operaio nel centro di Dublino nel quale erano sempre vissuti: la riqualificazione urbana della zona li costringe all'emigrazione forzata nella periferica e "selvaggia" Finglas.
La corte di Pierre si fa più serrata, e alla fine Agnes gli cede (con grande soddisfazione di entrambi... ).
Malgrado la sua rapida degenerazione criminale, prima di morire Frankie riesce a compiere un'ultima azione che sarà molto utile alla sua lontana famiglia: ma nessuno di loro lo saprà mai.
AGNES BROWNE NONNA ("The Grannie", 1996). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli
Nel corso del secondo romanzo Mark, il maggiore dei Browne, si era sposato: all'inizio del terzo romanzo nasce suo figlio Aaron, il primo nipotino per Agnes.
Tra la nostalgia per la mancanza del povero Frankie e il trauma di sentirsi chiamare nonna, Agnes non attraversa momenti particolarmente felici e in ogni caso ci sono sempre da considerare le preoccupazioni causatele dagli altri suoi figli.
In seguito Agnes acquisterà altri nipoti e Pierre, ispirato da alcune riviste, cercherà di fare di lei "un animale sessuale": il pover'uomo si scontrerà con l'energica reazione dell'amata, per la quale il massimo del sexy è un nuovo reggiseno Playtex, e non ci proverà mai più.
Gradualmente i ragazzi sistemano i casini delle rispettive vite, ed è quasi tutto a posto quando Agnes subisce improvvisamente l'ictus che se la porterà via.
Alle tre del pomeriggio del 6 dicembre 1992, a nemmeno cinquant'anni, Agnes Browne muore serenamente nel suo letto d'ospedale, circondata da tutti i suoi cari, per i quali lei era sempre stata la Mamma, così, con la "M" maiuscola.
E circondata dai suoi lettori, che non l'hanno amata di meno.
I FIGLI DI AGNES
Mark, è il primogenito. Dopo la morte di Rosso, a nemmeno quattordici anni, diventa lui il capofamiglia. Per fortuna di tutti quanti è buono, onesto, tenace e lavoratore.
Con l'aiuto di un mobiliere ebreo che lo prende a benvolere farà carriera e, una volta ereditata l'azienda, saprà farla crescere e prosperare con grande intelligenza.
Sposa la dolce sartina Betty, che gli dà il figlio Aaron. Betty, orfana di padre, era stata accompagnata all'altare da un Pierre grondante di orgoglio.
Frances, detto Frankie. Irrequieto e irresponsabile, prende una brutta strada.
Ancora giovanissimo muore a Londra di fame e di freddo, come un vagabondo. Per sua madre rimarrà comunque e per sempre "il piccolo Frankie", anche se prima di scappare le ha svaligaito l'appartamento.
Dermot e Simon, i gemelli. Il primo ha una certa inclinazione al crimine, ma in modo meno pericoloso e più creativo rispetto a Frankie. Tra alti e bassi si ritroverà con una ex ragazza morta per droga e un figlio (Cormac) da recuperare.
Dermot troverà poi la sua strada come autore di libri per bambini.
Simon invece è molto diverso: balbuziente e introverso, diventa uno stimato inserviente ospedaliero. Mette su famiglia con Fiona, che gli dà il figlio Thomas.
Rory, è gay. Da adolescente rischia di essere ucciso dalla banda naziskin di suo fratello Frankie; poi diventa un bravissimo parrucchiere e intreccia una relazione stabile con l'amico e socio Dino.
Malgrado gli atteggiamenti di Rory ed i suoi abiti (con predilezione per il rosso ciliegia... ), Agnes ignorerà per lungo tempo la reale condizione del figlio. Quando se ne renderà più o meno conto, ci passerà semplicemente sopra.
Cathy, l'unica femmina. Cresce dolce e senza paura, ha i suoi guai scolastici con le suore, poi diventa una bellezza bruna al pari della madre.
Con lieve scandalo dei Browne, sposa un poliziotto, che si rivela infine un marito dannoso e manesco. Cathy lo lascia, prendendo con sè la sua bambina, e in seguito diventa più felicemente la compagna di "Bomba" Bradley, storico amico ed ex complice di bravate di suo fratello Dermot.
Trevor, il più piccolo: all'inizio della storia ha solo tre anni.
Silenzioso ed introverso, manifesta uno straordinario talento per il disegno. Diventa infatti illustratore, fondando poi con la moglie Maria una piccola casa editrice che si avvale della preziosa collaborazione di suo fratello Dermot.
Malgrado nei romanzi, tra una cosa e l'altra, ci sia una certa abbondanza di bellissime storie d'amore, quella di cui sono protagonisti Trevor e Maria è una delle più gentili e poetiche.
/---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------/
E' difficile dare un'idea esatta di quanto siano belli e divertenti questi romanzi perchè la saga è veramente densa di eventi e di personaggi; si può dire tuttavia che le storie finiscono per essere una riuscita mescolanza di pathos e di umorismo.
Ci si affeziona ai personaggi così come ci si affeziona ai luoghi: il Jarro, Il pub di Foley's, il mercato, la stessa città di Dublino.
L'autore usa storia, fantasia, e persino un pizzico di autobiografia. Nelle sue pagine molteplici sono gli intrecci, gli alti e bassi, le fortunose coincidenze e le strane circolarità: alla fine però i conti tornano perfettamente, escludendo in modo categorico noia o delusione.
E' vero, quella di Agnes Browne potrebbe sembrare in apparenza la tipica vicenda della povera vedova irlandese, cattolica, carica di figli, destinata a combattere con la vita come San Giorgio contro il Drago.
Eppure a me pare che in questi libri ci sia qualcosa di più: un'onestò di cuore e un'amabile scioltezza che fanno di Agnes Browne, dei suoi figli e del loro autore un gruppo interessante di gran bella gente.
HARRY POTTER E IL PRINCIPE MEZZOSANGUE ("Harry Potter and The Half Blood Prince"). GB. 2007-2008. Regia di David Yates.
Assieme a "Il Calice di Fuoco", "Il Principe Mezzosangue" è il mio romanzo preferito all'interno dell'intera saga potteriana: ne apprezzo la trama, le sottigliezze nelle quali J.K.Rowling è maestra, e lo trovo insieme drammatico e divertente, la giusta via d'accesso al "gran finale" costituito dal Settimo Volume.
Il relativo film è nettamente inferiore. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma certo non affermerò nemmeno di averlo trovato meraviglioso: troppe le differenze e le omissioni, per poterne restare davvero soddisfatti.
Il romanzo inizia con un tris di episodi il cui tenore spazia dal drammatico all'umoristico, passando per molti particolari che troveranno la loro giusta collocazione nel corso della storia.
C'è innanzitutto il faccia a faccia tra i due Ministri, quello Babbano e quello della Magia, per un aggiornamento sulla difficile situazione: Voldemort è tornato, ormai su questo non è più possibile avere dubbi, e la sua scalata al potere miete vittime e porta distruzione in entrambi i mondi.
Poi c'è Narcissa Malfoy, che assieme alla sempre irosa sorella Bellatrix si reca a casa di Piton per chiedergli di aiutare e proteggere Draco. Il Signore Oscuro intende vendicarsi del fallimento di Lucius (vedi vol. V) affidando a suo figlio un compito apparentemente grondanete di onore, ma in realtà quasi proibitivo per un ragazzino di sedici anni, che rischia dunque di fallire a sua volta, di morire e di rovinare definitivamente l'intera famiglia Malfoy. Anche se Bellatrix stenta a credere ai suoi occhi, Piton promette e si lega a Narcissa con un Voto Infrangibile, la cui rottura implicherebbe la morte.
Infine c'è Silente che va a prendere Harry e lo trascina con sè a casa del professor Lumacorno per convincere quest'ultimo a tornare ad Hogwarts. Il professore è inizialmente riluttante ma la somiglianza di Harry con la madre Lily - che Lumacorno aveva molto amato come sua allieva - risolve la situazione: cosa che del resto Silente aveva perfettamente previsto.
Il film inizia invece con qualche spettacolare distruzione a Londra, dove si trova anche Harry che sta per rimorchiare la cameriera di un bar quando viene distratto dall'arrivo di Silente, in procinto di trascinarlo da Lumacorno.
Poi la storia cinematografica, benchè alquanto sfrondata, segue più o meno quella del romanzo: il sesto anno ad Hogwarts alterna le normali attività scolastiche e sportive a qualche inquietante mistero. Mentre Draco si affanna attorno all'Armadio Svanitore e cerca di eliminare Silente, Harry trova il libro del Principe Mezzosangue e - con grave frustrazione di Hermione - in Pozioni diventa imbattibile.
Tutto intorno c'è un vivace sfarfallio di ormoni, che porta Ron tra le braccia di Lavanda Brown e Ginny tra le braccia di due o tre boyfriends, mentre Hermione ed Harry si sentono molto infelici.
Al termine di un turbine di ricordi recuperati che servono a ricostruire la vita e le imprese di Tom Riddle sino alla sua trasformazione in Lord Voldemort, c'è il drammatico episodio in cima alla Torre: Draco assale il già ferito Silente ma non si risolve ad ucciderlo. Al suo posto lo farà il tetro Piton.
Il film si conclude poi, come il libro, con Harry che decide di non tornare ad Hogwarts per il suo ultimo anno: si dedicherà piuttosto al difficile compito che gli ha affidato Silente, la ricerca degli Horcrux. Hermione e Ron, naturalmente, non lo lasceranno solo.
Pare che questo finale sospeso in generale non abbia incontrato il favore degli spettatori in sala, ma direi che si tratta di un momento ragionevole, dal punto di vista narrativo, non privo di una buona intensità.
A mio giudizio, sono ben altri i particolari discutibili del film, in primis la quasi totale eliminazione di quel tipico sense of humour che a J.K.Rowling serve sempre per ammorbidire - senza annullarli - molti dei momenti più difficili e drammatici.
In parte ciò deriva dalla compressione della storia e dalla riduzione dei personaggi, alcuni dei quali somigliano ben poco a se stessi: nel film solo Ron mantiene intatto il suo lato leggero (e Rupert Grimes potrebbe diventare un buon interprete di commedie), mentre personaggi come Silente, Lumacorno o i Wesley lo perdono quasi interamente.
In un paio d'ore c'è posto solo per i fatti più rilevanti, e questa storia di fatti rilevanti ne contiene parecchi. Così il film, con atmosfere cupe e colori lividi che inducono a chiedersi perchè mai il tutto non sia stato semplicemente girato in b/n, si concentra piuttosto sul lato drammatico: e si concentra così intensamente, che alla fine è difficile credere che narrativamente sia passato tanto tempo. Draco ad esempio, impegnato nell'ardua impresa di riparare l'Armadio e di sembrare un accettabile Mangiamorte, non dimostra certo lo sforzo di lunghi mesi di tentativi: ogni tanto è lì che ci prova, e alla fine ci riesce. Però mancano del tutto il sudore e lo stress provocati dall'incertezza e dalla durezza di un compito da affrontare giorno dopo giorno come obbligo mortale, senza poter fallire.
Senza contare poi che l'Armadio stesso "cade" un po' dal nulla; nei romanzi c'è un precedente che ne spiega le caratteristiche e l'uso che i Mangiamorte decidono di farne (cfr. vol. V), nel film c'è e basta.
Allo stesso modo, altri particolari vengono fortemente ridimensionati nel passaggio dalla la pagina scritta allo schermo: moltissimi dei ricordi sull'infanzia e la famiglia di Voldemort scompaiono, anche se nel romanzo costituiscono la parte forse più bella e significativa; è del tutto assente il peso dell'interazione malvagia che invade il mondo babbano, e non venitemi a dire che basta distruggere il Millennium Bridge per rappresentarlo (tra l'altro quel ponte non esisteva ancora al tempo degli eventi romanzeschi - anno '96); nè Silente nè Harry affrontano tutte le sofferenze e i dubbi del caso, Hermione è troppo marginale, e relativamente a Piton, non viene nemmeno giustificato il fatto che sia lui, il Principe Mezzosangue: la cosa viene affermata ma senza spiegazioni.
Il film insomma, benchè più che sufficiente dal punto di vista spettacolare ed interpretativo, inaridisce la storia originale, e ottiene il medesimo effetto dei precedenti: lo si può vedere - forse addirittura gustare ed apprezzare - se non si ha voglia di leggere il romanzo; una volta letto il romanzo, invece, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.
- Divenuta più adulta, la voce italiana di Harry Potter (Alessio Puccio) mi piace maggiormente, anche se quella originale di Daniel Radcliffe possiede un'intensità soffice che le è superiore.