"In omnibus requiem quaesivi et nusquam inveni nisi in angulo cum libro": ovunque ho cercato la pace e mai l'ho trovata se non appartandomi con un libro.
Credo che ben poche affermazioni di ogni tempo possano risultare vere quanto questa.
Suppongo che il suo autore originario (Tommaso da Kempis, a cui è attribuita la "Imitatio Christi") intendesse innanzitutto riferirsi ad un testo in particolare -il Vangelo- il cui valore assoluto è in grado di fornire all'uomo quella pace dello spirito, quella serenità nel raccoglimento, che la caotica rumorosità della vita quotidiana tende costantemente a negare. Ma sia in termini mistici sia in termini laici, l'affermazione rimane comunque vera:chiunque conosca il piacere procurato dalla pagina scritta è in grado di associarlo ai propri momenti più intimi e privati, ritagliati magari durante un viaggio in treno o in autobus, prima di andare a dormire, o comunque all'interno di una giornata costellata di ben altri impegni e di ben altri problemi.
Il libro, sia esso un romanzo o un saggio o una raccolta poetica, mette ogni volta il lettore in contatto con una realtà nuova, da esplorare pagina per pagina, in cui riconoscersi o, al contrario, con cui entrare in conflitto.
Il libro è una chiave ed una porta...e per tornare al Vangelo:" bussate e vi sarà aperto".
Tra tutti i libri possibili personalmente preferisco i romanzi, perchè amo le storie e perchè mi piace viaggiare nei mondi che i vari autori hanno creato per i propri personaggi. Alcuni di essi, una volta conosciuti, non li ho mai più lasciati.
Quasi superfluo aggiungere ,a questo punto, che il mio romanzo preferito in assoluto è quello straordinario libro fatto di libri che è "Il nome della rosa": a mia conoscenza la più perfetta costruzione metaletteraria che sia stata concepita nel XX secolo.
Già Borges credeva che il libro fosse un universo, e che l'universo andasse letto come un libro: ed io, che ammiro Borges e che in più ho avuto la fortuna di ricevere gli insegnamenti del prof. Ezio Raimondi (ugualmente convinto che l'ermeneutica, ovvero "l'arte del dare un senso", vada applicata tanto ai testi quanto alla realtà), forse non potevo far altro che intensificare l'amore per un romanzo come "Il nome della rosa" che di quegli stessi principi appunto discute, pagina dopo pagina.
In ogni caso, da un punto di vista più basilare, il romanzo si fa soprattutto apprezzare per la sua simmetrica ed intensa bellezza.
Dice un personaggio di Stephen King (Ted Brautigan, "Cuori in Atlantide"): "Qualche volta leggi per il gusto della storia. Non fare come quegli snob che si attaccano alla forma. Qualche volta leggi per il piacere della parola, il linguaggio.Non fare come quei timorosi che hanno paura di non capire. Ma quando trovi un libro che ha insieme una bella storia e un bel linguaggio, tienilo a cuore".
Io quel libro l'ho trovato, e mi compiaccio della sua complessità; ogni volta che lo rileggo, ancora ci scopro qualcosa di nuovo.
LadyJack || 10:52 ||
giovedì, 28 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)
SHERLOCK HOLMES e le ombre di GUBBIO
di Enrico Solito
(ed. Hobby&Work, 2006)
Questo romanzo mi incuriosiva molto, non solo perchè Sherlock Holmes mi interessa da sempre, ma anche perchè dopo la recente delusione procuratami da Michael Dibdin volevo verificare se in epoca contemporanea fosse ancora possibile produrre storie holmesiane non eretiche, e magari persino interessanti.
Tutto sommato, devo concludere che si può.
Forse il romanzo in questione non è straordinario, ma possiede una sua dignità e rispetta il cosiddetto "canone" in maniera abbastanza virtuosa; inoltre la storia - in cui si intrecciano arcani misteri, delitti e questioni politiche - ricalca sostanzialmente un modello già adottato da Conan Doyle in parecchi racconti.
Ciò che delude un po' è l'ambientazione italiana: non basta un luogo (Gubbio) carico di storia e a volte persino denso di nebbie per sostituire la Londra vittoriana più tipica, a cui l'appassionato di Holmes è ormai abituato.
Non a caso, la parte migliore e più riuscita del romanzo mi pare quella iniziale, ancora ambientata in Inghilterra, prima della partenza di Holmes e Watson per il Continente.
Tuttavia bisogna anche riconoscere all'autore il merito di aver fatto il possibile perchè la novità ci fosse, ma non offuscasse la tradizione; gli si può piuttosto "rimproverare" di aver ri-creato un Watson troppo acuto e sveglio rispetto all'originale, cosa che non sempre suona accettabilissima.
LA TRAMA: i servigi professionali di Holmes vengono richiesti da Pier Luigi Neri, socialista e studioso eugubino.
Dopo aver verificato che qualcuno vorrebbe invece trattenerlo a Londra (e per cercare di ottenere il proprio scopo non ha esitato ad uccidere), Holmes parte per l'Italia e raggiunge Gubbio, in compagnia di Watson.
Qui si troverà a dover dipanare un fosco intrigo delittuoso, che forse riporta addirittura in campo un mostro simile al Mastino dei Baskerville...
Sullo sfondo, la complessa situazione politica del Regno d'Italia nel 1890.
DOMANDA STORICA: il vecchio Crispi - sì, proprio il Presidente del Consiglio del Gabinetto omonimo - era davvero un fetente, come si evince dal romanzo ?
RISPOSTA STORICA: più che altro Crispi era "soltanto" un politico.
Però lo scandalo della Banca Romana si è verificato realmente.
LadyJack || 11:18 ||
lunedì, 25 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)
All'interno dell'ormai vastissimo panorama cine-letterario che riguarda Sherlock Holmes, il romanzo di Jô"O Xangô de Baker Street" ("Un samba per Sherlock Holmes") risulta singolare e mette a dura prova il beneplacito dell'holmesiano più conservatore, perchè uno Sherlock Holmes così lo avrebbero immaginato davvero in pochi. Ma forse ci si ritrova poi così presi dalla storia, e così occupati a sghignazzare, che il tutto scivola via senza dolore.
In fondo si può considerare la storia come una di quelle avventure la cui pubblicazione fu vietata a Watson dallo stesso Holmes: proprio come "The private life". Solo che in quel film il detective somigliava molto di più a se stesso: nel libro di Jô Soares invece è incedibile. Buffo, splendido e incredibile.
Inoltre non lo si vede attraverso gli occhi di Watson, ma in maniera un po' più oggettiva: un giovanotto sveglio e multiforme, conscio di sè e della propria fama, un britannico vittoriano al 100%. Ma anche più umano, vulnerabile e pasticcione, in definitiva, rispetto all'originale: alquanto distratto e persino un poco miope. E - udite udite - innamorato.
La cosa risulta strana, nell'insieme però non stona. Fa parte della dimensione più umoristica, senza contare che è interessante scoprire uno Sherlock Holmes così poco frigido.
Infatti se il romanzo - che è proprio come dovrebbe essere un romanzo vittoriano scritto non da un inglese bensì da un brasiliano - possiede una parte cupa, tragica e macabra per via della serie di delitti al centro della vicenda, possiede anche un umorismo caustico che è senza tempo, nonchè una gaia leggerezza che è invece molto "fin de siécle".
"Belle époque tropicale", come dice il titolo di uno dei tanti libri usati come fonte dall'autore.
In definitiva, le cose più serie del romanzo sono la copertina (ma il titolo italiano lascia a desiderare) e la ricca bibliografia di riferimento. C'è persino una mappa stradale di Rio de Janeiro alla fine del secolo.
Discorso a parte, invece, per gli studi anatomici del serial-killer.
La storia, come già accennato, è ambientata a Rio de Janeiro, dove Sherlock Holmes viene chiamato dall'Imperatore Pedro II ad occuparsi del furto di un preziosissimo Stradivari, sottratto alla di lui amante.
Però una volta giunto in Brasile Sherlock Holmes si trova invischiato anche nelle indagini su di una serie di delitti somiglianti a quelli che saranno poi opera di Jack lo Squartatore a Londra (nel libro è ancora solo il 1886).
L'aria di famiglia balza all'occhio per l'appassionato di gialli e mistery, così come la possibile soluzione, ma non è la trama in sè la cosa più importante del romanzo. Voglio dire che solo parzialmente lo si legge per scoprire l'assassino: ci sono molte più cose da indagare. L'autore si mostra capace di mescolare così tanti elementi diversi, che è un piacere ed una sfida, per il lettore, tentare di sciogliere il groviglio dei riferimenti.
C'è persino un breve omaggio - umoristico, tanto per cambiare - a "Il silenzio degli innocenti": e quando arriva lì, l'appassionato si sente a casa da un pezzo.
All'inizio del libro ci si ritova un po' troppo di fronte a Sarah Bernhardt (in tourneé sudamericana) e un po' poco a Sherlock Holmes: la cosa può infastidire. Poi però le proporzioni si invertono e ad un certo punto ci si riconcilia addirittura con il personaggio della grande attrice, considerandolo come qualcosa che appartiene profondamente al paesaggio di fine secolo.
Ma dicevo di Sherlock Holmes e del suo strano aspetto. Per via dell'accento tutti continuano a prenderlo per un portoghese. Ogni tanto agisce come ci si aspetterebbe da lui, leggendo effettivamente la realtà che sta dietro le apparenze. Ma per lo più se ne va in giro facendo strage tra le porcellane dell'Imperatore e sfornando strabilianti deduzioni che lasciano allibiti i presenti, non tanto per la loro eccezionalità, quanto piuttosto per la loro palese assurdità. Altro non è che una divertente parodia delle sue originali capacità deduttive.
E Watson - un Watson abbastanza fido, abbastanza ingenuo ma più disincantato dell'originale - lo affianca, pronto a chiudere un occhio e a glissare sugli errori, quando non a cambiare del tutto la direzione delle conversazioni.
Casualmente, inoltre, è lui che inventa la caipirinha, per evitare che Holmes beva alcool liscio: in fondo è pur sempre il suo medico!
Comunque, sia detto per inciso: tra cene pantagrueliche, prove dal sarto, spettacoli teatrali, inseguimenti in biblioteca, corse alla toilette, ed una grandiosa e improvvisata esibizione al violino, Sherlock Holmes NON arriva alla soluzione del caso. In realtà non solo non poteva, ma nemmeno doveva arrivarci. Il suo personaggio c'è per far parte dell'ambiente, come gli altri, senza contare che per il finale "aperto" del giallo non manca un buon motivo storico-narrativo.
Infine c'è anche la parte erotica cui accennavo: o per meglio dire, la parte pseudo-erotica, che rivela ad ogni modo un Holmes molto più caliente del consueto.
Sarà per via del clima sensuale del luogo (24°C e niente nebbia in inverno possono fare miracoli), sarà per via del fatto che ogni tanto un po' di sesso ci vuole (e i vittoriani erano degli esperti nel fare privatamente il contrario di ciò che propagandavano), sarà perchè Conan Doyle aveva creato un personaggio troppo monastico e troppo escusivo nei suoi interessi ( a parte la straordinaria ma singolare parentesi di Irene Adler in "Uno scandalo in Boemia"): sarà per tutto questo, comunque Holmes si ritrova a sbavare dietro ad una mancata vittima del maniaco, la quale peraltro non può essere definita esattamente insensibile al sottile fascino dell'inglese. E per fortuna, perchè se con i fatti Holmes se la cava benino, in quanto a strategie e tecniche seduttive manca di una certa pratica.
Ma insieme i due non necessitano di grande incoraggiamento...
Solo che la storia d'amore segue quasi in parallelo la vicenda delle indagini: tra alti e bassi, non sempre e non tutto può essere ottenuto nella vita.
Sì, non è che Holmes e Anna ("Mio dolce palindromo!") non ci provino, a consumare la reciproca attrazione (tra l'altro fumando erba quanto un'intera tribù di hippies a Woodstock...), ma c'è sempre e poi sempre qualcosa che va storto.
Il clou arriva quando vengono arrestati nei giardini del Passeio Pùblico per atti osceni in luogo pubblico, appunto...
Insomma: ci è mancato tanto così, ma la tradizionale castità di Holmes ha retto - pur senza alcun merito da parte sua - al più terribile assalto che mai le fosse stato sferrato. Poi Holmes torna a casa in piroscafo con Warson, e il resto è storia...
LadyJack || 11:08 ||
lunedì, 25 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)
Scrivevo nel mio diario, in data 1 settembre 1996: "Ho finito di leggere "O Xangô de Baker Street", il romanzo di Jô Soares sull'avventura di Sherlock Holmes in Brasile, e sono lieta di poter dire che l'esperienza è stata molto divertente e soddisfacente [...]. Il libro è davvero comico: chi avrebbe mai pensato si potesse dire di una storia di Sherlock Holmes ?!
E' strano perchè io Sherlock Holmes lo amo moltissimo; un mio ex-compagno di scuola diceva che lo considero e ne parlo come se fosse una persona realmente esistente, e penso che avesse ragione: per me Sherlock Holmes è esistito davvero. Si potrebbe quindi supporre che me la prendessi a male per storie come "The private life of Sherlock Holmes" o "Without a clue", ed anche per "O Xangô", che smitizzano -e non poco- il mio consulente investigativo preferito. Invece no: semmai accade il contrario, forse perchè guardo a quelle storie come a qualcosa che può arricchire e non demolire la leggenda.
In fondo, a parte qualche racconto del figlio di Conan Doyle, Sherlock Holmes continua a vivere confinato nei 4 romanzi e nei 56 racconti originali. Continua a vivere solo lì appunto finchè qualcuno non fa un film o scrive qualcosa di nuovo su di lui.
Tutto sommato vedo che, in proposito, mi basta trovare la coerenza; poi è ovvio che in dimensione umoristica o comunque rinnovata, il personaggio risulta ben diverso da quello creato da Conan Doyle. Però se mantiene le sue caratteristiche di base, è più che sopportabile[...]".
Di recente mi sono tornate in mente queste parole nel momento in cui richiudevo "L'ultima avventura di Sherlock Holmes" ("The last Sherlock Holmes story"), romanzo di Michael Dibdin che copre il periodo tra il 1888 e il 1890, anni in cui presumibilmente il detective londinese si occupò delle indagini relative a Jack Lo Squartatore.
Il tema non è nuovo, cinema e letteratura se ne sono abbondantememte impadroniti (basti citare qui "Murder by decree", film del '79 con Christopher Plummer nel ruolo del protagonista, e "A study in terror", romanzo "minore " di Ellery Queen). La cosa è del resto naturale, se si considera il clamore suscitato (nella realtà) da quegli efferati delitti e la fama ormai consolidata (nella creazione letteraria) di cui ormai godeva Sherlock Holmes non solo presso il pubblico, ma anche nelle alte sfere della politica e della giustizia: sostanzialmente si tratta dell'incontro tra due cardini storici dell'epoca vittoriana.
Nulla da dire dunque sulla scelta del tema, anche perchè il romanzo è interessante, ben fatto, e riesce a fondere in maniera piuttosto convincente la tradizione ormai consolidata che riguarda il personaggio con alcune novità ed invenzioni.
Eppure se dovessi giudicare il libro per mezzo di un unico aggettivo, quell'aggettivo sarebbe senza alcun dubbio: INTOLLERABILE.
Come ho detto, relativamente a Sherlock Holmes l'appassionato può risolversi ad accettare molte interpretazioni diverse: Holmes sedicenne in "The young Sherlock Holmes" ("Piramide di paura"); Holmes cocainomane ed impegnato -assieme a Sigmund Freud- nel tentativo di evitare la I Guerra Mondiale in "The seven per cent solution" di Nicholas Meyer; Holmes che combatte i tedeschi della II Guerra Mondiale in uno dei film con Basil Rathbone; Holmes pesantemente parodiato nei copioni teatrali di John Dickson Carr.
Alcune di queste interpretazioni sono addirittura apprezzabili.
Ma che Sherlock Holmes venga descritto come paranoico e schizofrenico, che sia LUI lo Squartatore...bè, questo no, francamente non lo si può digerire.
Leggendo il romanzo, questo possibile finale lo si vede incombere pagina dopo pagina, ma sino all'ultimo non ci si può credere. Poi rimane solo l'amarezza per la cattiveria dell'autore che fra le tante soluzioni possibili ha scelto la peggiore: semplicemente non la si può accettare. Eppure sarebbe bastato poco per scegliere qualcosa di diverso...
Il "coup de théatre" negativo non viene riscattato nemmeno dall'innegabile affetto di Holmes nei confronti di Watson, quando nel tragico epilogo il detective sacrifica sè stesso per salvare l'amico di sempre.
Malgrado il suo molesto finale, sono comunque contenta di aver letto il romanzo in questione, se non altro perchè il "nemico" è sempre meglio conoscerlo che ignorarlo.
Però "The last Sherlock Holmes story" viene da me espulso con effetto immediato dal cosiddetto "canone" holmesiano: mal riposte ambizioni da best-seller non giustificano la sgradevole eversione.
LadyJack || 11:01 ||
lunedì, 25 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)
Ho parlato di Diabolik, mito della mia infanzia. Non potevo tacere a proposito di un altro fumetto che mi ha fatto ridere e divertire tantissimo: ASTERIX.

Non ricordo di preciso come l'ho scoperto, forse semplicemente per caso in libreria. Letto il primo libro che fu regalato a me e a mio fratello: "Asterix e Cleopatra", gli altri vennero a ruota e li conserviamo ancora. Chi non conosce le buffe facce dei Galli di questo fumetto? E' praticamente l'unico luogo in cui i francesi risultano simpatici, ma è tutto fatto di carta e colori e non è reale. Però è uno spasso. In questo caso la figura da fessi la fanno i Romani di Cesare, vedasi la famosa nuvoletta che appare sovente sopra la testa di Obelix, mentre si tocca con l'indice e dice "Sono Pazzi Questi Romani" (S.P.Q.R.).
Stupenda anche la versione italiana (tradotta da Marcello Marchesi), in cui è possibile rendere ancora più tonti i legionari, dando loro la parlata in dialetto romanesco. Geniali le trovate di tutti i tipi che si trovano in ogni pagina di queste storie, intelligenti, ironiche e adatte non solo ad un pubblico di bambini, ma anche di adulti.
Bellissimo che siano stati pubblicati anche in latino, cosa che tra l'altro è avvenuta anche per i primi libri della serie di "Harry Potter", ad opera della casa editrice inglese ed è assurdo che, mentre i libri per ragazzi fanno questi sforzi ammirevoli, le scuole italiane accantonino sempre di più la lingua che ci insegna a parlare e a ragionare più di tutte.
Ma torniamo ad ASTERIX. Il protagonista è il guerriero più valoroso del villaggio. Piccolo, ma astuto e molto coraggioso, Asterix, insieme all'inseparabile amico Obelix è sempre pronto a mille avventure per difendere il loro piccolo villaggio o per sbeffeggiare il conquistatore romano. Grazie alla pozione magica del druido Panoramix può acquisire una forza sovrumana per brevi periodi di tempo. Scapolo incallito, nei vari numeri in cui si sviluppa la serie Asterix si ritrova ad affrontare le situazioni più diverse. Sempre contro il conquistatore romano, Asterix ama beffarsi degli accampamenti che circondano il villaggio degli "irriducibili" e si intromette anche nella vita romana al di fuori della Gallia. Viaggia per tutto il mondo arrivando anche in America. Grande amico di Asterix, di cui è l'inseparabile compagno d'avventura, Obelix è dotato di una forza sovrumana, perché da piccolo è caduto nel paiolo in cui il druido Panoramix stava preparando la sua pozione magica. Costruisce e commercia in menhir, e passa il suo tempo libero a chiaccherare e passeggiare con Asterix, a cacciare cinghiali e a fare a botte con i legionari romani. È un bonaccione di buon carattere e dall'insaziabile appetito e non c'è niente che ami di più di un buon banchetto intorno al fuoco con tutti i suoi amici e tanti cinghiali arrosto.
C'è poi il piccolo cane Idefix, buffissimo, che segue i due amici trotterellando e partecipando all'azione.
Fondamentale è il capo del villaggio, Abraracourcix. Orgoglioso e coraggioso, ha paura solo di una cosa: che il cielo gli cada sulla testa. Viene scorrazzato qua e là per il villaggio su uno scudo portato da due guerrieri semi-anarchici che immancabilmente lo fanno cadere per terra, mandando a rotoli la sua dignità di capo. L'unica che riesce ad assoggettarlo è la pettegola e ambiziosa moglie Beniamina. Assurancetourix, il bardo, è convinto di essere un grandissimo artista, ma è l'unico a pensarlo. Tutti gli altri trovano abominevoli le sue composizioni, che tra l'altro fanno sempre e immancabilmente piovere a dirotto, ma lo trovano una persona simpatica, a patto che stia zitto. Normalmente finisce legato e imbavagliato al termine del grande banchetto che tradizionalmente conclude ogni avventura.
Ma sono tanti i personaggi di questo villaggio brulicante di vita e di magia.
(i tratti dei personaggi sono stralciati da Wikipedia online)
Asterix il gallico appare per la prima volta sul n° 1 di Pilote nel 1959, su sceneggiatura di Goscinny e disegni di Uderzo.
Molto ben curato il sito internet italiano: http://www.asterixweb.it/asterixweb.htm
ArchieGoodwin || 18:57 ||
domenica, 24 giugno 2007
commenti (2) ||
commenti (2) (popup)
Sono tanti i libri scritti da Beppe Severgnini e tutti da leggere. Questo, insieme ai due che ho appena citato, forma a mio parere la trilogia perfetta. Sono i miei preferiti.

Ma non tralascerei anche "ITALIANI CON LA VALIGIA", il "MANUALE DELL'IMPERFETTO VIAGGIATORE", il "MANUALE DELL'UOMO DOMESTICO", il "MANUALE DELL'IMPERFETTO SPORTIVO" e la sempre aggiornata serie degli "INTERISMI".
Stralcio da "UN ITALIANO IN AMERICA":
UN ITALIANO IN AMERICA
Cinque anni dopo
Hanno spostato il putto. Ora sta su un piedistallo tra quattro rose che, preoccupate, mantengono le distanze. Il putto ha assunto infatti un'espressione maliziosa. Forse ha visto i ladri della fontanella scomparsa dal giardino; oppure ha seguito le elezioni presidenziali. Ma forse ha la solita faccia da putto, e il resto è frutto della mia immaginazione. I ritorni, dopo i quarant'anni, sono esercizi pericolosi.
In questa casa di Georgetown, al numero 1513 della 34esima strada, ho vissuto tra il 1994 e il 1995. Qui ho costruito la mia America personale, cominciando dal basso, che nella circostanza significava un seminterrato con una cucina stile Happy Days e una sala da pranzo degna di un romanzo di John Grisham: la stanza dove rinchiudono l'eroe, così nessuno riesce a trovarlo. Il primo piano era più accogliente. Pavimenti in legno, due camini e finestre sul giardino. Nel giardino c'era il putto di cemento. Quando l'ho lasciato stava cercando di diventare antico, come l'America. Ha fatto del suo meglio, sono sicuro. Ma, come l'America, deve lavorare ancora.
La casa è stata venduta a una coppia di americani, Patrick e Adam, proprietari di un negozio di oggetti artistici in Wisconsin Avenue. Me lo racconta Patty Webb, l'agente-mamma che si è presa cura di noi quando siamo arrivati con due valigie zeppe di oggetti inutili e la testa piena di idee confuse. È una signora costruita col filo di ferro, come se ne producevano una volta in America. Compra, vende, amministra e affitta case in città. La sua debolezza è che si affeziona agli inquilini, soprattutto quando pagano l'affitto e non sparano dalle finestre. È compiaciuta del successo di Un italiano in America. Ha saputo che numerosi lettori sono comparsi davanti al numero 1513. Parecchi hanno scattato fotografie; qualcuno, pare, ha suonato il campanello. Tutto ciò la diverte molto. Forse ha divertito meno i nuovi proprietari. Ma lo scoprirò presto.
La casa che occupiamo oggi è distante quattrocento metri. Ci è stata prestata da due amici, Kerry e John, mentre sono in vacanza in Europa. Per arrivarci, basta salire la 34esima strada, costeggiare il Volta Park e girare a destra in Reservoir Road. L'edificio di mattoni rossi sta al numero 3337, e si affaccia alto sulla via. Per arrivare alla porta, c'è una piccola scala invasa dall'edera e incorniciata dai fiori, sui quali ogni mattina il ragazzo dei giornali lancia, con ammirevole precisione, una copia della Washington Post. Ogni giorno i fiori si risollevano, indomiti. La domenica, quando il giornale è un macigno, ci mettono un po' di più.
Sul retro sta un minuscolo giardino, con una concentrazione straordinaria di piante dall'aspetto convalescente che Kerry ci ha affidato. Un biglietto sulla porta del frigorifero - le comunicazioni in America passano sempre dal frigorifero; Internet è solo un'estensione del principio - annuncia la visita dei giardinieri del Merrifield Garden Center (motto: Twenty-nine years and still growing, Ventinove anni e ancora stiamo crescendo). Si presentano il mattino dopo il nostro arrivo: tre salvadoregni che fanno domande su piante ignote in una lingua sconosciuta, e chiaramente vorrebbero essere da tutt'altra parte. Fuso dai fusi, li guardo con affetto. Bene: almeno in questo l'America non è cambiata.
* * *
È cambiata in altre cose, invece. Washington, per esempio, sembra aver ritrovato la salute. C'è un nuovo sindaco, si è ridotta la criminalità, gira meno droga (oppure una droga diversa) e la classe media sta tornando in città. Si intuisce che circola denaro fresco, proveniente dalla Net-Economy. I ragazzi che a metà degli anni Novanta trafficavano sui computer nei garage della Virginia e del Maryland ora pensano a investire, e comprano casa. Questi young monied whites - giovani bianchi coi soldi - stanno rallentando una fuga dalla città che continua da vent'anni. In quella che era conosciuta come "Chocolate City", gli afroamericani sono oggi una maggioranza in declino. Leggo sulla Washington Post che il Distretto di Columbia ha mezzo milione di abitanti, così suddivisi: 318.657 Blacks, 150.854 Anglo Whites e 38.453 Hispanics. Non mi è chiaro in quale gruppo abbiano messo gli italiani. Neri non siamo. Anglo, nemmeno. Probabilmente ispanici per approssimazione. In questo caso, dobbiamo allenarci a pronunciare nachos.
Georgetown è cambiata meno, a prima vista. Il quartiere è sempre verde, profumato e piacevolmente antiquato. Mentre in altre parti della città demoliscono e ricostruiscono tre palazzi, qui cambiano una maniglia (ma non la serratura: gli americani andranno su Marte, e le loro serrature rimarranno faticose). I fiori, affidati alle cure civiche dei residenti, decorano la base degli alberi. I furgoni gialli della Ryder portano le masserizie degli studenti nelle casette intorno all'università. La scalinata dell'Esorcista, poco distante, attira sempre visitatori ansiosi. Le rotaie in disuso, in perenne attesa di un pneumatico da scannare, sembrano più lucide dopo il preservation order che le protegge da ogni istinto modernizzatore. La notizia dell'anno è l'esplosione dei tombini. Funziona così: un coperchio di ghisa, senza preavviso, parte come un proiettile. Non è chiaro perché: ma i residenti lo trovano seccante.
Salendo lungo la 34esima strada scopro che il Volta Park è oggi degno del suo nome. Il recinto è stato completato, il marciapiedi dove avevo faticato strappando erbacce appare rifatto. Cani agili volteggiano sul prato rincorsi da padroni affannati. Riconosco una ex vicina, Karen, col piccolo Potemkin. Racconta che molti, a Georgetown, hanno saputo di Un italiano in America, e mi hanno cercato. Non le chiedo a che scopo, e domando invece quali sono le novità del quartiere. Dice che lei ha traslocato, d'estate fa meno caldo e il senatore del Montana ha comprato una Harley-Davidson. In fondo, conclude, non è cambiato molto.
Non sono sicuro. Perfino in questo angolo profumato d'America tira un'aria diversa. I segni della "dotcomizzazione" (da dot com, punto com) sono evidenti. Internet anche qui ha portato denaro e cambiato abitudini. Ricordo che quando sono arrivato, nella primavera 1994, invitavamo gli amici con la rudimentale posta elettronica di Compuserve; poi, a cena, non parlavamo d'altro. Oggi i computer occhieggiano dietro tutte le finestre (sempre senza tende), la pizza si ordina on-line (benché al telefono sia più semplice) e qualunque pubblicità mostra un indirizzo Internet. La busta di plastica che ogni mattina permette alla Washington Post di volare meglio sui fiori porta un invito a "pagare tutte le bollette con OnMoney.com".
Guardo i tre cani della signora Bettina Conner sollevare il muso aristocratico. Mi aspetto che anche loro, da un momento all'altro, emettano un lungo, accorato www. Invece, niente. Mi guardano, e tornano a zampettare per Volta Park.
ArchieGoodwin || 18:09 ||
domenica, 24 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)

Questo è un altro "must". Una perla di libro sul popolo britannico, visto con occhio amico, ma attento.
E' il primo di Beppe Severgnini e, benché scritto fra il 1988 e il 1989, è ancora godibilissimo e divertente.
Sempre dal sito ufficiale www.beppesevergnini.com, l'introduzione dell'autore alla versione paperback del 2000 e uno stralcio mitico:
"Inglesi non potevo toccarlo. E' il mio primo libro, e gli sono affezionato. Concordato durante l'estate 1987 in Rizzoli (col battagliero Edmondo Aroldi), scritto tra il 1988 e il 1989, uscì all'inizio del 1990. E' stato aggiornato una volta sola, nel 1992, dopo l'edizione Hodder & Stoughton dell'anno precedente. Il libro racconta, in sostanza la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, intenta a scuotersi dal torpore post-imperiale. Dieci anni dopo, mi sento di dire che ne avevo intuito la solidità di fondo - a quei tempi tutti parlavano di "British disease", la malattia inglese - e ne avevo pronosticato il futuro brillante (non dovrei ricordare queste cose, ma quante volte uno scrittore può dire d'aver imbroccato una previsione?).
In Gran Bretagna, dopo l'uscita del libro, sono tornato spesso.
Continuo a bazzicare Notting Hill e il Reform Club, frequento la televisione e le radio britanniche, e sono in grado di movimentare una cena parlando della moneta unica europea. Nel 1993, mentre ero distaccato presso la redazione di "The Economist" (per il quale dal 1996 sono il corrispondente in Italia), ho ripreso possesso della casetta di Kensington Church Walk (Londra, W8). Insomma: gli inglesi mi affascinano, anche quando fatico a capirli. Non riesco, e non voglio, staccarmene.
Ho anche scritto di loro, in questi dieci anni. Ho pensato perciò di raccogliere una selezione di pezzi, per spiegare le cose che sono cambiate (è arrivato Blair e se n'è andata Diana, le Spice Girls sposano i calciatori, il sistema di classi finalmente scricchiola, a Londra si trova lavoro e si mangia decisamente meglio). Ho diviso questo post-scriptum in due parti. Nella prima parte, ho raccolto alcune opinioni sui "nuovi inglesi", comprese quelle pubblicate/trasmesse dai media britannici, che mi hanno consentito di litigare allegramente con gli amici lassù. Nella seconda parte, ho riunito quattro descrizioni di Londra, che spero possano fornire spunti per una visita o un viaggio.
Per tutto il resto - per l'Inghilterra eterna, quella che scoprirà il bidet intorno al 2220 (forse) - rimando al testo originale. Certi "inglesi", per fortuna, non cambiano mai.
Milano, autunno 2000"
INGLESI
Rizzoli 1990, Hodder & Stoughton 1991, BUR 1992
Rubinetti e psiche
Qualche anima semplice e' convinta che l'argomento piu' affascinante per uno straniero in Gran Bretagna sia costituito dalla famiglia reale, o da Margaret Thatcher, oppure dai castelli della Scozia. Niente di piu' falso. Il soggetto piu' attraente sono alcune abitudini britanniche assolutamente straordinarie, che hanno sconfitto i migliori cervelli d'Europa: nessuno, ad esempio, e' riuscito finora a fornire una spiegazione convincente del fatto che gli inglesi si ostinino a costruire lavandini con due rubinetti distanti tra di loro, uno per l'acqua calda e uno per l'acqua fredda, solitamente incollati al bordo, in modo che l'utente qualche volta si scotta le mani, qualche volta se le congela, e mai le riesce a lavare. L'abitudine e' cosi' radicata che perfino un'imponente campagna pubblicitaria sui giornali, lanciata dal governo e destinata a incoraggiare il risparmio di energia, ha utilizzato la fotografia di un lavandino che in Italia capita ormai di trovare soltanto in qualche stazzo di montagna.
Il mistero del doppio rubinetto si collega strettamente a quello del bidet . Il motivo per cui gli inglesi continuano a ignorarne l'esistenza e' stato dibattuto a lungo. Una spiegazione e' stata collegata al puritanesimo protestante, che aborrisce il bidet in quanto simbolo di lavaggi intimi. Non siamo persuasi, dobbiamo dire che piu' probabilmente il bidet viene trascurato perche' gli inglesi sono convinti che, una volta installato, saranno poi costretti a lavarsi. Una certa ritrosia verso questo tipo di attivita', in effetti, sembra dimostrata, nonostante una serie di statistiche (inglesi) si affannino a dimostrare il contrario: pare che in nessuna nazione europea si consumi tanta acqua come in Gran Bretagna dalle 7 alle 9 del mattino. Ora, a parte che un popolo potrebbe amare semplicemente il rumore dell'acqua corrente, dobbiamo ricordare che meta' delle famiglie britanniche possiede un animale domestico: con l'acqua, al mattino, potrebbero lavare quello.
I rapporti conflittuali tra gli inglesi e i bagni si perdono nei secoli. Non potendo addentrarci nella storia dell'arte idraulica, ci limiteremo a ricordare che nel medioevo la popolazione britannica escogito' vari eufemismi per evitare di accennare apertamente al "gabinetto": tra i nobili e i religiosi erano in voga pudibonde perifrasi come necessarium o, ancora piu' bizzarro, garderobe . Questi "guardaroba", nelle dimore lussuose e nei castelli, venivano ricavati nello spessore delle pareti, o sospesi in aria in una torretta sporgente con lo scarico nel vuoto. Per questi motivi i fossati dei castelli, costruiti con scopi difensivi, finirono con il diventare offensivi almeno per l'olfatto: nel 1313 sir William de Norwico ordino' la costruzione di un muro di pietra che schermasse gli sbocchi dei sunnominati garderobes . Molti "nascondigli" e "cappelle private" che le guide turistiche mostrano oggi ai visitatori di castelli e magioni erano in realta' latrine: ad Abingdon Pigotts vicino a Royston, ad esempio, e' facile notare che la "pietra d'altare" nella "cappella" ha nel mezzo un buco decisamente sospetto.
In epoca vittoriana la scadente situazione dei bagni rischio' addirittura di cambiare la storia della nazione. Accadde infatti che dopo un soggiorno a Londesborough Lodge, nei pressi di Scarborough, il principe di Galles, il futuro Edoardo VII, e vari personaggi del seguito finirono a letto a causa di un attacco di febbri tifoidee: Sua Altezza se la cavo', mentre il conte di Chesterfield e il valletto ne morirono. La nazione, riferiscono le cronache del tempo, fu veramente scossa: l'erede al trono aveva rischiato di pagare lo scotto degli scarichi imperfetti della contea di Londesborough. La leggenda vuole che Edoardo, ristabilitosi, dichiaro' pubblicamente la propria adesione alla crociata per bagni migliori, ed assicuro' i futuri sudditi che se non avesse fatto il principe gli sarebbe piaciuto fare l'idraulico.
In questo caso, avrebbe avuto il suo da fare da fare negli anni a venire. Quando, dopo la prima guerra mondiale, la Gran Bretagna si lancio' nell'acquisto dei nuovi "apparecchi igienici smaltati", non li sistemo' in stanze da bagno degne di questo nome. Le terrace houses costruite nell'Ottocento dalle classi abbienti, infatti, avevano due sole stanze importanti su ciascuno dei tre o quattro piani, e agli inglesi dell'epoca non passava nemmeno per la testa di sprecarle per qualcosa di tanto facoltativo come un bagno. Dopo la fuga della servitu' - le cameriere avevano trovato un lavoro piu' facile e meglio retribuito nelle fabbriche di munizioni, e si guardarono bene dal tornare negli scantinati - la situazione peggioro' ulteriormente: le terrace houses vennero divise in maisonettes, appartamentini e camere singole, i cui occupanti strisciavano nottetempo lungo le scale per bussare alla porta del gabinetto, di solito ricavato sul mezzanino (landing). Questa collocazione ha i suoi vantaggi: la tromba delle scale fa da cassa armonica al rumore di uno scarico, e tutti gli inquilini possono rimanere costantemente aggiornati sulle abitudini intestinali dei vicini.
La situazione, oggi, e' sostanzialmente immutata. Una passeggiata per Bayswater a Londra, con l'attenzione rivolta sul retro delle abitazioni, vi convincera' che i bagni sono ancora collocati in posizioni fantasiose. Una visita all'interno di una delle belle case bianche nei crescent di Notting Hill rivelera' che i bagni sono stati per generazioni l'ultima preoccupazione dei proprietari: quando non stanno sul mezzanino, sono ricavati nel sottottetto, in un sottoscala o nell' angolo di una camera da letto. Queste acrobazie architettoniche fanno si' che nei bagni inglesi le finestre vengano considerate un optional , come gli idromassaggi. Quasi dovunque e' ancora visibile la "delizia dell'idraulico", nome commerciale ufficioso della mensola di vetro che si colloca sotto lo specchio , su due sostegni troppo distanti tra loro, in modo che basta toccarla perche' precipiti nel lavandino, andando allegramente in pezzi. A parte la funzionalita' dei rubinetti, della quale abbiamo gia' parlato , occorre rilevare l'assenza di docce degne di questo nome ed il funzionamento avventuroso dei water close ("Quanti w.c. nella vita quotidiana funzionano al primo strappo di catenella?", si chiedeva accorato Lawrence Wright nella sua opera "Clean and decent" del 1961). La stessa duchessa di York ha affrontato l'argomento in occasione di una visita a Los Angeles nel 1988, con grande delizia degli americani presenti, i quali da un membro della famiglia reale inglese si aspettavano di tutto, salvo una competente dissertazione sul funzionamento degli sciacquoni nel castello di Winsdor.
Se queste dotazioni igieniche fossero mantenute come si conviene, qualcuno potrebbe sostenere che conferirebbero alle case inglesi un certo charme, sempre che si possa chiamare charme la sensazione di entrare per ultimi, la sera, nel bagno senza finestre di un "bed and breakfast". Invece accade che la poca considerazione riservata ai bagni influisca anche su manutenzione e pulizia. Ricordiamo a questo proposito, con un misto di nostalgia ed orrore, un episodio accaduto durante i primi mesi di soggiorno a Londra, trascorsi presso amici nel quartiere di Clapham. Dopo aver notato che l'interno della vasca da bagno di metallo era verde-muschio, e sapendo che il colore piu' diffuso tra gli impianti sanitari d'anteguerra era il bianco, abbiamo chiesto se per caso la vasca non ospitasse alcune presenze vegetali, interessanti sotto il profilo botanico ma preoccupanti dal punto di vista igienico. La risposta, sollecitata piu' volte, fu che la vasca era verde, non bianca, e non occorreva preoccuparsi. Non convinti, approfittando dell'assenza dei padroni di casa, una domenica pomeriggio abbiamo proceduto ad un esperimento basato sull'uso di spugna e detergente. Dopo qualche ora di lavoro, e' risultato evidente che la vasca era effettivamente bianca, ma i padroni di casa sono tuttora convinti che l'attrezzo sia stato sostituito e, in subordine, che gli europei del continente siano psicopatici in quanto ossessionati dalla pulizia.
ArchieGoodwin || 17:42 ||
domenica, 24 giugno 2007
commenti ||
commenti (popup)