L'ispettore Barnaby - parte II

I LUOGHI. LE ATMOSFERE.
La contea di Midsomer, come il suo capoluogo Causton, si trova non troppo lontana da Londra: in realtà però non esiste ed è solo un luogo letterario, immaginato dalla Graham per ambientare le storie dei suoi romanzi.
Le riprese della serie in genere avvengono nel Berkshire, nel Buckinghamshire, nell'Hertfordshire, nell'Oxfordshire e nel Surrey, ovvero in quegli ambienti prevalentemente rurali che si prestano ottimamente come sfondo delle varie vicende. A volte sono comparsi anche ambienti urbani, o addirittura squallide periferie, ma si tratta di rare eccezioni alla regola che nella maggior parte degli episodi vede predominare i villaggi, le magioni, i giardini, le distese erbose ed i boschi, le acque, l'aria stessa e i cieli immensi della campagna inglese.
Forse gli strapiombi montani del Galles nell'episodio "Death and Dust" erano veramente in Galles; la strada poco fuori Shanghai nell'episodio "King's Crystal" invece è stata probabilmente una "licenza creativa": una strada qualunque in un punto qualunque dell'Inghilterra, al buio, con due o tre persone in bicicletta che a mala pena si distingurevano...ed ecco che per mezzo minuto abbiamo potuto immaginare un frammento di Estremo Oriente.
In realtà, all'interno della serie, ogni più piccola cosa risulta molto "inglese" e non si tratta soltanto di un'impressione che potremmo riportare noi, in virtù delle nostre peculiarità mediterranee: si tratta di una pura e semplice oggettività, che a storie tipicamente "inglesi" fa corrispondere volti, corpi, abbigliamenti, atteggiamenti, paesaggi e situazioni altrettanto "inglesi".
Intendiamoci: la serie è tutt'altro che una saga di luoghi comuni, e se i personaggi bevono il te' delle cinque o una decina di birre al pub, è perchè la storia stessa lo richiede: magari come semplice elemento decorativo, ma lo richiede.
Il fatto è che - almeno a giudicare dagli sceneggiati - i romanzi di Caroline Graham vanno probabilmente collocati sul versante al quale appartiene anche P.D.James, che in uno dei suoi scritti afferma: "Un autore di mystery è un romanziere quando ha la capacità di creare il senso del luogo in cui si svolge l'azione, di renderlo reale per il lettore e poi di popolarlo con personaggi autentici, non stereotipati".
Una sorta di verismo immaginativo, insomma, nel quale ciò che conta sono le premesse: una volta che l'autore abbia scelto un luogo ed un tempo, tutto il resto vi deve aderire di conseguenza, benchè questo non significhi certo rinunciare a manifestare la propria creatività.
L'ispettore Barnaby agisce più o meno nell'Inghilterra sud-orientale dei nostri giorni, ed è dunque quella Inghilterra che ci viene mostrata in TV.
E se poi quella Inghilterra, oltre che di prati, boschi e villini Tudor, è fatta anche di tradizioni, di usi e costumi strani e di un altrettanto strano sense of humour, ciò non va necessariamente interpretato come ricerca di folklore: a me pare piuttosto la perfetta ri-creazione di un mondo alquanto interessante, forse ancor più interessante proprio perchè lo conosco soltanto attraverso il cinema e la letteratura.
In questa prospettiva, dunque, le cose vanno accettate per quello che sono: e se ogni tanto compare qualche tradizione che si muta in ossessione, qualche strana rievocazione storica, o qualche bizzarro rito campestre che in qualunque altra parte del mondo farebbe rinchiudere in manicomio interi villaggi...bene, chiudiamo gli occhi e pensiamo all'Inghilterra!
Inghilterra deve essere, ed Inghilterra sia: anche per ciò che riguarda l'aspetto erotico delle vicende. In questa serie il sesso, quando c'è, ha quasi sempre qualcosa di torbido, qualcosa di eccentrico, come se ancor oggi gli inglesi non avessero del tutto superato la loro eredità vittoriana, sospesa fra per-benismo pubblico e per-versione privata.
Ma si possono notare anche particolari più seri, ad esempio la presenza attiva delle donne all'interno del clero. In questo ambito, il mio personaggio preferito è il reverendo Suze, il vicario del villaggio di Everton che nell'episodio "Country Matters" va regolarmente a correre indossando un maglietta stampata con la scritta "
jogging with Jesus".
Come nei romanzi di P.D.James, comunque, anche qui non mancano il lato macabro e una certa crudezza visiva, per ciò che riguarda i delitti: sinora ci sono stati "normali" morti sparati, accoltellati, bastonati o soffocati...però si sono anche visti morti decapitati, "suicidati" in modo molto creativo, trafitti da oggetti di varia natura, folgorati, fatti saltare in aria, e una volta persino un cadavere schiacciato da un rullo al centro di un campo da cricket.
Per fortuna in un altri episodi il cricket compare sotto forma di partita regolamentare, e ciò è molto bello e consolante.
In verità, in questo tipo di gialli, l'elemento cruento compare perchè è uno dei tanti aspetti della realtà, e non certo per assecondare bieche morbosità: sospetto che P.D.James non conosca nemmeno il significato dell'aggettivo "morboso" ed è probabile che lo stesso valga per Caroline Graham.

LadyJack || 11:40 || mercoledì, 29 agosto 2007
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L'ispettore Barnaby - parte I

LA SERIE TV
"L'ispettore Barnaby" - il cui titolo originale è "Midsomer murders" - è una serie poliziesca di produzione inglese, diventata ormai abbastanza popolare anche in Italia grazie a LA7, che ne sta trasmettendo tutti gli episodi disponibili.
La serie originale è iniziata nel 1997, la trasmissione italiana qualche tempo dopo: ma grazie alla diversa frequenza di programmazione (che ha spesso contemplato anche numerose repliche), e in virtù del fatto che ogni stagione comprende pochi episodi - da quattro ad otto, di circa 90' ciascuno - ormai anche noi siamo in pari: tanto che l'attuale programmazione de LA7 è già arrivata alle soglie dell'Undicesima Stagione, ovvero quella stessa che in Inghilterra è ancora in produzione e che si estenderà sino al 2008.
L'idea della serie è basata sui romanzi gialli di Caroline Graham, autrice inglese poco tradotta in italiano; alcune trame di episodi iniziali erano direttamente basate sulle storie dei romanzi, ma in seguito la serie si è fatta più indipendente, mantenendo luoghi e personaggi, sviluppandosi però attraverso sceneggiature originali.
Inizialmente uno dei più prolifici sceneggiatori fu Anthony Horowitz, creatore della serie assieme ai produttori Betty Willingale e Brian True-May (attualmente produttore unico), ma in seguito altre sceneggiature furono affidate ad autori vari: alcuni di loro, come i registi, hanno lavorato e continuano a lavorare in diversi episodi.
In ogni caso, dato che non ho mai avuto occasione di leggere i romanzi di Caroline Graham, la mia opinione e il mio gradimento riguardo a "L'ispettore Barnaby" si sono formati esclusivamente in base agli sceneggiati televisivi.



GLI EPISODI


 Pilota (1997)
    * Il prezzo del silenzio (The Killings of Badger's Drift)

Prima stagione (1998)
    * Scritto nel sangue (Written in Blood)
    * Morte di un uomo vanitoso (Death of a Hollow Man)
    * Il mulino di Morton Fendle (Faithful Unto Death)
    * Morte alla residenza (Death in Disguise)

Seconda stagione
(1999)
    * L'ombra della morte (Death's Shadow)
    * Il bosco dello strangolatore (Strangler's Wood)
    * Debito di sangue (Dead Man's Eleven)
    * Una partita con la vita (Blood Will Out)

Terza stagione (1999 - 2000)
    * Morte di uno sconosciuto (Death of a Stranger)
    * Morti sospette (Blue Herrings)
    * Il giorno del giudizio (Judgment Day)
    * Oltre la tomba (Beyond the Grave)
LadyJack || 18:07 || martedì, 28 agosto 2007
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UNA SPIA COME SI DEVE

James Bond è un altro dei miei interessi giovanili, nel senso che all'epoca in cui avevo qualche anno in meno e già leggevo veramente di tutto, Ian Fleming fu uno degli autori da me più considerati.
Naturalmente allora il mio metodo di lettura era più superficiale, per cui nelle avventure di 007 mi colpiva soprattutto il lato avventuroso, l'intrigo internazionale, la tresca amorosa di turno; James Bond in sé era soltanto un personaggio a cui il cinema aveva dato anche un volto: una mia amica che andava pazza per  Sean  Connery  mi trascinava poi a vedere i film con Roger Moore. I film della saga non mi hanno mai entusiasmato, ma dei libri ancor oggi ricordo alcuni particolari di punta: Palmira, lo yacht e la piscina con gli squali; i granchi schifosi di quell'altra isola; l'albergo tra le nevi alpine. E naturalmente Tracy, con le sue unghie mangiucchiate e la sua triste fine.
Tutto considerato, non è una sorpresa che adesso io abbia deciso di riprendere alcuni di questi romanzi (disponibili nella recente edizione Guanda, graficamente sobria e con nuove traduzioni). La vera sorpresa è piuttosto che Ian Fleming mostra qualche pregio letterario, che il suo personaggio è interessante, e che se anche i romanzi cominciano a risultare un po' datati, la saga di James Bond merita di essere valutata in sè, e forse definitivamente distinta dal giocattolone in technicolor nel quale è stata convertita dagli anni '60 ad oggi.

CASINO' ROYALE ("Casino Royale", 1953), di Ian Fleming
[genere: thriller- spionaggio]
La trama è sostanzialmente semplice: Le Chiffre, bieco personaggio che lavora per l'URSS come "banchiere", ha perduto gran parte dei capitali a lui affidati, causa investimenti personali errati. Per evitare la ritorsione dei suoi padroni Le Chiffre deve colmare subito l'ammanco, e il metodo più rapido è vincere al gioco i soldi necessari.
I Servizi Segreti di mezzo mondo vogliono impedirglielo e James Bond, per il quale il gioco d'azzardo è un hobby non inconsueto, viene mandato con l'incarico di battere Le Chiffre e di lasciarlo quindi nei guai.
Con una drammatica partita a baccarat la missione viene portata a termine; Le Chiffre però non può permettersi di stare a guardare e avvia una controffensiva per riprendersi i soldi vinti dal nemico. Ed i suoi metodi non sono certo nè sottili nè eleganti: la parte del romanzo in cui si discute del Bene e del Male e della loro relatività l'avrò letta, senza però interiorizzarla; ma la parte in cui Bond viene torturato...quella me la ricordavo sin troppo bene!
Sullo sfondo della vicenda, la relazione dell'agente con l'affascinante Vesper Lynd, prima bond-girl della storia e prima sua tragica fregatura.
- James Bond è bello, elegante, amante delle comodità e della buona cucina; ma viene anche descritto come ironico, freddo e crudele, seppur non esente da certe cadute nel sentimentalismo. E' un uomo capace di tutto, ma non privo di dubbi; nella guerra recentemente conclusa ha fatto la sua parte; è diventato un "doppio zero" perchè i Servizi lo hanno già usato più volte come killer, e tuttavia non ama veramente il suo lavoro: ritrova una certa determinazione a combattere i cattivi sotto l'impulso della rabbia e della vergogna, piuttosto che sotto il pretesto del patriottismo, e ciò evidentemente non serve a smussarne la brutalità.
Il personaggio di James Bond, insomma, è ben più complesso di quanto il cinema - edulcorandolo - ce lo ha fatto conoscere sino a tempi recenti.

NOTA DI COLORE: a differenza della celebre frase "Elementare, Watson!" che non compare assolutamente in nessuno dei romanzi o racconti su Sherlock Holmes, in CASINO' ROYALE l'altrettanto celebre "Il mio nome è Bond...James Bond." si può invece trovare davvero (cfr. cap.7).
LadyJack || 17:49 || martedì, 28 agosto 2007
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Guido, di nuovo

RAGIONEVOLI DUBBI di Gianrico Carofiglio (Sellerio ed., 2006)
Terzo romanzo con protagonista l'avvocato barese Guido Guerrieri: una conferma meravigliosa.
E una certezza: letterariamente parlando sono innamorata, perchè l'autore e il personaggio mi sono entrati nel cuore e non ne usciranno.
Questa volta l'atmosfera del romanzo mi è parsa più cupa, non tanto per il reato al centro della vicenda processuale (traffico di droga), ma per gli umori negativi di Guido, per la rievocazione degli anni '70, e per la consapevolezza ormai acquisita sul fatto che quello di Giustizia è un concetto davvero molto astratto.
Di nuovo, magari con maggiore profondità rispetto ai romanzi precedenti, si intrecciano per Guido aspetto personale ed aspetto professionale, tanto che il titolo - RAGIONEVOLI DUBBI - finisce per adattarsi molto bene ad entrambi.
- Margherita, che dopo il divorzio dalla moglie sembrava per Guido l'amore più giusto, decide di partire per ragioni di lavoro, proprio quando Guido si trova a contemplare anzi, ancor di più: a DESIDERARE la nascita di un figlio. Non si sa se e quando lei tornerà; nel frattempo Guido continua a vivere fra il tribunale, i suoi bar e le sue librerie (Feltrinelli esiste anche a Bari).
Per un attimo teme il ritorno della depressione che lo aveva già quasi distrutto, ma ormai è un poco più forte e fa del suo meglio per riprendersi.
Non lo aiuta però la sua vita professionale: Guido è sempre più insoddisfatto, nauseato ("devo trovarmi un lavoro onesto", dice ad un certo punto l'avvocato...) e per di più si trova a difendere un uomo accusato di aver cercato di contrabbandare quaranta chili di cocaina nascosta nella propria auto in transito vacanziero dal Montenegro all'Italia.
In quell'uomo Guido riconosce, senza essere riconosciuto a sua volta, un bieco personaggio. Fabio detto "Raybàn", un picchiatore fascista, forse coinvolto in fatti di sangue, che una volta aveva aggradito anche lui, quando era ancora un ragazzino con l'eskimo, dotato di abbastanza orgoglio per non cedere automaticamente al più forte.
Guido è tentato di rifiutare l'incarico, ma l'uomo già condannato in primo grado, si dichiara innocente. Inizialmente l'avvocato si ritrova a fare semplicemente il proprio lavoro, cercando di ridurre al minimo i danni per il proprio assistito; poi però Guido conosce meglio Fabio, che sempre meno riesce a far coincidere con la vecchia immagine ("Chi cazzo sei tu? Com'è possibile che fossi fascista e ti piacesse il jazz? Com'è possibile che ti piacciano i libri? Chi sei?" - si chiede nella sua mente) e ad un certo punto arriva a fare ciò che per un avvocato difensore è superfluo: si convince che il suo cliente è innocente. Poi con la caparbia abilità che gli è propria si mette alla ricerca di una spiegazione alternativa per quei quaranta chili di droga. E la trova, con l'aiuto del sempre più amico commissario Tancredi.
Solo che nel frattempo Guido ha conosciuto anche la moglie giapponese di Fabio, Natsu, e la loro bambina dagli incredibili occhi blu...e mentre difende un uomo innocente, o meglio innocente in quel caso, Guido per pochi giorni felici gli "ruba" la famiglia. Sapendo perfettamente di essere un "ladro", eppure non potendone fare a meno.
La storia non potrà durare, ovviamente, però è accaduta.
A parte tutte queste cose, che arricchiscono e completano sempre più il lato umano del personaggio, il pezzo forte del romanzo è l'arringa difensiva finale, che verte sulla differenza fra probabilità e verità, e nella quale Guido riversa molti dei suoi sentimenti del momento: segnali che solo il lettore, ma non tutto il suo pubblico, è in grado di cogliere.

Ad un certo punto della sua crisi, Guido rivela a se stesso e ad un amico che gli piacerebbe smettere di fare l'avvocato per scrivere libri; l'autore, di cui Guido è un po' l'alter ego, non ha smesso di fare  il magistrato, però ha iniziato a scrivere libri.
Raramente - forse mai - uomo ebbe illuminazione migliore.


"Un filosofo ha detto che i fatti, le azioni in sè, non hanno alcun senso[...].
Le storie, a ben vedere, sono tutto quello che abbiamo".
  
(dall'arringa di Guido)    
LadyJack || 11:20 || sabato, 25 agosto 2007
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Pregevoli errori

Nella categoria : rex stout - golden age - Permalink
La letteratura e il cinema sono pieni di errori, a volte stupidi e banali, a volte divertenti e interessanti. Alcuni sono addirittura diventati "storici",  come l'orologio indossato dal legionario in "Scipione l'Africano" o i lapsus riscontrati nella "Recherche" proustiana.
In ogni caso ci sono errori ed errori: alcuni corrispondono  a semplici sviste, altri sono imputabili al processo  di produzione creativa, altri ancora sono causati dall'assoluta noncuranza di scrittori e registi per tutto ciò che non riguardi la storia in sè.
Una della sviste "migliori" che mi è capitato di incontrare si trova nell'incipit di ARS MORIENDI (2003), romanzo giallo-storico di Danila Comastri Montanari, ed è imputabile tanto all'autrice quanto al curatore dell'editing testuale. Recita infatti l'inizio della storia:  "Era il primo pomeriggio di un brumoso mattino di febbraio...", il che francamente suscita qualche dubbio di natura crono-meteorologica!
I miei preferiti, comunque, rimangono gli errori dovuti - diciamo così - ad un eccesso d'impeto creativo, laddove la trama, l'intreccio e la storia globalmente intesa prendono il sopravvento sui particolari minuti.
Un esempio abbastanza illuminante di questo fenomeno è costituito dal film "Il Gladiatore": ho passato l'estate del 2000 vedendolo e rivedendolo decine di volte, e a parte la storia robusta e drammatica, la cosa più divertente era proprio scoprirne tutti gli errori e le inesattezze: non solo la libertà con cui è stato trattato l'argomento (più che storico, il film risulta un film di fantascienza...), ma anche le iscrizioni latine errate, le bufale crono-geografiche, le "licenze" scenografiche...e molto altro.
Sul versante letterario gli esempi potrebbero essere innumerevoli; limitiamoci dunque ad un'unica citazione eccellente: Andrea Camilleri, che nella sua saga del commissario Montalbano mira al sodo e non si lascia certo fuorviare - come i lettori pignoli - da frivole piccolezze.
Così nei suoi romanzi e racconti Montalbano non sa fischiare oppura fischia, e l'agente Catarella (uno dei miei  personaggi preferiti) fuma o non fuma, è figlio unico oppure no.

A questa stessa categoria di autori noncuranti e distratti (ma saranno poi veramente distratti?!) appartiene anche il venerabile
Rex Stout.
La saga di Wolfe e Archie comprende molti romanzi e si estende per parecchi anni; con tali premesse è quasi normale che le sviste abbondino, a meno di non ricorrere a drastici espedienti mnemonici: ad es. per la sua saga de "La Torre Nera" - durata la bellezza di quasi trent'anni - Stephen King ha spesso raccontato di essersi servito di un sistema di schede incrociate, in modo da non confondersi a proposito di eventi e personaggi.
Non credo proprio che Rex Stout facesse qualcosa del genere...del resto, però, leggendo i suoi romanzi si ha quasi la simpatica impressione che anche gli errori facciano semplicemente parte dell'atmosfera ironica che gli è propria.
Insomma, nessuno si sognerebbe mai di imputare a Rex Stout come veri e propri elementi negativi queste bazzeccole!
Ma vediamone qualcuna...
Nel corso del tempo la casa sulla Trentacinquesima Strada Ovest, sebbene l'edificio sia rimasto immutato, ha avuto almeno otto numeri civici diversi, nonchè tre differenti recapiti telefonici.
Altrettanto variabile la data di nascita di Archie Goodwin, per non parlare poi del peso di Nero Wolfe: e qui forse noi lettori italiani siamo ulteriormente fuorviati dalla traduzione, che fluttua disinvoltamente dai chili alle libbre, passando per i quintali.
In ogni caso Wolfe è abbondante e tanto basta: il "quanto" lo si può ipotizzare, ad es. considerando che il Nostro può permettersi (nel romanzo NELLE MIGLIORI FAMIGLIE) di perdere ben sessanta chili, rimanendo tuttavia lucido e attivo.
Altro problema è invece costituito dai sigari dell'ispettore Cramer: Archie dice e ridice molto spesso che l'ispettore si limita a manifestare le sue emozioni estreme masticando e stritolando i sigari, senza fumarli. E allora perchè nel romanzo LA LEGA DEGLI UOMINI SPAVENTATI Archie, che ha ricevuto Cramer in assenza di Wolfe, è addirittura costretto ad aprire la finestra dello studio per cambiare l'aria, dopo l'uscita dell'ispettore...che il suo sigaro (come fa anche nel proprio ufficio, a poche pagine di distanza) l'ha fumato ben bene?
Probabilmente il divertente elenco potrebbe essere ancora lunghino. 
Chi fosse interessato ad approfondire l'argomento può consulate il volume:
W.S.Baring-Gould, NERO WOLFE OF WEST THIRTY FIFTH STREET (1969)
anche se non so avanzare ipotesi attendibili sul suo attuale grado di reperibilità.
LadyJack || 11:03 || mercoledì, 22 agosto 2007
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Sul filo della memoria perduta

SIPARIO NERO ("The black curtain", 1941) di Cornell Woolrich
[GIALLO CLASSICO MONDADORI n°1175]
Forse non è il romanzo giallo più bello del mondo, anzi sicuramente non lo è : io però ho con lui una specie di legame affettivo.
Lo lessi nei miei "salad days", quell'età facile agli entusiasmi e propensa alle scoperte che molti di noi attraversano: iniziava allora la fase più acuta della mia passione per la lettura, e che il romanzo mi abbia colpito in qualche modo è provato dal fatto che dopo tanti anni ancora ricordavo a grandi linee la storia, il tragico finale, il nome dei protagonisti (Ruth e Frank), e persino il fatto che Frank, completamente al verde, si riduca ad un certo punto a lavare i piatti nella cucina di un ristorante.
Rileggerlo oggi non mi ha suscitato le stesse sensazioni; semmai ha ribadito alcuni dubbi che già mi erano sorti in passato: tuttavia sono contenta di avere recuperato il libro e - per certi versi - di averlo riscoperto.
LA TRAMA: Travolto dal crollo di un cornicione, Frank Townsend se la cava con pochi danni fisici, tanto che è subito in grado di riprendere la strada di casa. Una volta arrivato trova però il suo appartamento deserto e polveroso; gli viene detto inoltre che la moglie Virginia si è ormai trasferita da tempo.
Frank stenta a capire cosa sia successo; cerca Virginia, e quando la trova scopre con sgomento di essere scomparso improvvisamente tre anni prima.
Ancora Frank non capisce, non ricorda nulla di quel periodo e può solo supporre di essere stato vittima di qualche incidente e di un'amnesia dalla quale probabilmente lo ha "risvegliato" il crollo del cornicione.
Frank e Virginia cercano di riprendere la loro vita normale, ma iniziano ad accadere fatti inquietanti e minacciosi, evidentemente legati al periodo buio di Frank. Per risolvere la questione, e per non mettere in pericolo la moglie, Frank si mette alla ricerca del suo tempo perduto e faticosamente (nonchè con una certa fortuna) riesce a recuparare alcuni fatti fondamentali.
Lo aiuta nell'impresa Ruth, una ragazza che appartiene agli anni dimenticati e che è innamorata di lui.
Ma a questo punto i problemi sono appena iniziati, perchè Frank scopre di essere un ricercato per omicidio di nome Daniel Nearing. Di male in peggio, dunque, ma ormai non si può più eludere la questione...

Il difetto più evidente del romanzo è la scarsa profondità dei personaggi e della storia: rimane un po' nebuloso ad es. quello che deve essere stato il primo incidente di Frank, e nella ricostruzione del suo passato gli vengono incontro davvero molte coincidenze; inoltre la narrazione glissa elegantemente - ma in modo poco chiaro - su come Frank, ancora innamoratissimo della moglie, riesca a destreggiarsi affettivamente e sessualmente con la ritrovata Ruth.
Tuttavia la trama è interessante tanto nella prima parte, piena di dubbi e incertezze, quanto nella seconda, che è quella dove avviene la resa dei conti con il destino.
Il personaggio migliore è forse quello del vecchio Emil Diedrich, paralizzato eppure più vivo di tanti altri.
Anche lui me lo ricordavo bene.
LadyJack || 15:02 || martedì, 21 agosto 2007
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UNA VOLTA C'ERA UNA VECCHIA ("There was an old woman" - 1943)

"C'era una vecchia che viveva in una scarpa,
aveva tanti figli che non sapeva come fare,
gli dava un po' di brodo senza pane,
e li frustava forte e li mandava a letto..."

Questa è la filastrocca di Mamma Oca, che sembra sinistramente combaciare con la storia di una stramba famiglia nella quale si imbatte Ellery Queen. Cornelia Potts è una vecchia settantenne che ha sei figli, di cui i primi tre hanno ereditato la pazzia del primo marito e godono della protezione e dell'amore materno, mentre gli altri tre, proprio perché sani di mente, sono odiati dalla madre. La vecchia ha accumulato ricchezza fabbricando la famosa Scarpa Potts che tutti gli americani calzano per soli $ 1,99 e vive nel culto di questo nome che rappresenta i suoi figli preferiti, tanto che ha voluto imporre di portarlo anche al secondo marito e ai tre figli di questo. La bizzarria e l'assurdo dominano la casa di questa famiglia e sarà la vena di follia che porterà al primo delitto, scaturito addirittura da una surreale sfida a duello fra due fratelli, consumata nel giardino della villa, davanti alla statua bronzea della Scarpa.
La trama è volutamente forzata quando descrive le devianze mentali di ben tre individui della stessa stirpe, ma divertente e godibilissima per lo snodarsi di situazioni grottesche, che portano però ad un finale un po' scontato, dato che i personaggi sono pochi e si va per esclusione.
Rispetto ai romanzi della precedente decade, si cominciano a vedere un po' più di movimento e di costruzione non più solo di enigmi, ma anche di personaggi.
ArchieGoodwin || 22:56 || domenica, 19 agosto 2007
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