
Tempo fa qualcuno di cui non farò il nome, ma solo il nick - ArchieGoodwin - mi ha implicitamente invitato (o sfidato?!) ad ampliare i miei orizzonti in direzione della letteratura rosa: dato che a volte non so più cosa leggere, quel campo inesplorato sarebbe stato il più promettente.
Sul momento non ho fatto salti di gioia, poi però ho deciso che sfida o invito che fosse, non potevo non raccogliere. Ho pensato che al massimo l'esperienza mi sarebbe servita per scontare qualche colpa di lieve entità... Si presentava solo un problema: la scelta, perchè il termine "letteratura rosa" copre un mare alquanto vasto, le cui sponde si estendono dalla facile leggerezza della serie "Harmony" alle storie piccanti di Jackie Collins, passando per tanti e tali altri nomi da stancare ancor prima di cominciare.
Per fortuna il problema si è risolto automaticamente, dato che la mia biblioteca di fiducia è un posto serio, i cui scaffali rifuggono dall'ospitare tanto cose frivole quanto porcellose (al massimo può esserci qualche romanzo hard d'autore...); la scelta si è dunque drasticamente ridotta attorno ad una macchia iridata di volumi, spiccante nella sezione di Letteratura Inglese: i benemeriti - ma forse trascurati - romanzi di Georgette Heyer.
Breve biografia, ad uso di chi non l'avesse mai sentita nominare: Georgette Heyer (Wimbledon, 1902 - Londra, 1974) fu prolifica ed apprezzatissima autrice di romanzi sentimentali ambientati nel periodo della Reggenza (ovvero intorno al 1810 / 1820), ed anche di detection stories ambientate sempre in Inghilterra, fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
Io mi sono concentrata sul primo filone; non ho avuto modo di mettere le mani su volumi come BELINDA E IL DUCA o PECORA NERA, i cui titoli mi avrebbero intrigato, tuttavia ho letto una decina di romanzi che sono stati una piccola rivelazione: da tempo non avevo sperimentato nulla di altrettanto ameno, leggero e frizzante.
Nell'affrontare questi volumi bisogna magari vincere una certa diffidenza nei confronti di qualcosa che potrebbe apparire polveroso (se non addirittura muffoso...): poi però la lettura procede agile e svagata sino alla fine.
Pagina dopo pagina, episodio dopo episodio, attraverso la soffice ironia che contraddistingue queste storie, si ha l'impressione che a divertirsi per prima sia stata proprio l'autrice. E forse la cosa è contagiosa, dal momento che spesso anche la traduttrice si abbandona ad inserire amene "N.d.T." a pie' di pagina.
Le storie in sè si sviluppano per tappe obbligate e quindi abbastanza prevedibili, e tuttavia possiedono in sostanza quel tocco rassicurante e semplice di ripetitività che ai nostri giorni caratterizza ancora i più amati serials TV. Benchè in realtà molti di questi romanzi somiglino piuttosto alle commedie brillanti dell'epoca d'oro del cinema.
Sul lieto fine, non si discute...sul "rispetto delle convenzioni" (leggi: assoluta mancanza di sesso) neppure; e non parliamo poi del rispetto di un'etichetta tanto rigida quanto francamente ridicola. Tutti gli eventi sono giocati su di un fitto intreccio di nodi che l'epilogo scioglie più o meno a fondo, ed i temi su cui vertono le trame sono sostanzialmente classificabili come "amore" e "denaro": relazioni romantiche mai troppo lisce, spesso anzi molto complicate, intrecciate ad altrettanto complessi labirinti patrimoniali.
Protagonista del romanzo è quasi sempre una coppia: LEI volitiva, fantasiosa e caparbia, si arrende soltanto all'amore; LUI ricco, apparentemente tutto d'un pezzo e molto orgoglioso (magari persino con un tocco di presunta malvagità), cade come una pera cotta per l'identico motivo. Per più di duecento pagine i due litigano, battibeccano, si odiano a morte e si dicono cose tremende...poi a una decina di paragrafi dal termine si ritrovano una nelle braccia dell'altro.
Accanto a loro, a volte, coppie più tranquille e serene, che ovviamente finiscono comunque per convolare, dopo qualche ostacolo di media gravità.
Completano il quadro una miriade di personaggi secondari, tra i quali è davvero arduo scegliere il migliore.
Lo sfondo storico è rigoroso ma non soffocante: Georgette Heyer conosceva a fondo il periodo, a volte abbonda nei particolari per ciò che riguarda abbigliamento ed arredamento, a volte invece le basta un semplice tocco per dare il senso preciso del tempo: accanto ai "suoi" personaggi, ad es., cita personaggi realmente vissuti (Lord Brummell, Byron, i membri di Casa Reale, qualche pugile famoso...) oppure eventi storici reali, come le guerre contro Napoleone, e scandisce così le ore e i giorni della "sua" storia all'interno della più ampia Storia d'Inghilterra.
Dunque sono molti i pregi di questi romanzi, e tuttavia quello che in assoluto colpisce di più l'immaginazione è uno ed uno soltanto: i dialoghi formalmente rigorosi e pertanto ineccepibili, ma anche arguti e briosi, intelligenti. Ben tradotti, aggiungerei.
Romanzi da riscoprire: non grandi opere immortali (benchè alcuni volumi ci vadano vicino) ma nemmeno "libri da spiaggia"; forse più semplicemente piccoli e preziosi studi di costume.
ROMANZI
[tutti in edizione Sperling&Kupfer - SERIE ORO]
IL DANDY DELLA REGGENZA ("Regency Buck", 1935)
La signorina Judith Taverner e il fratello minore Sir Peregrine, scoprono che il tutore designato dal padre nel suo testamento non è un debole ed eventualmente manovrabile vecchietto, bensì un dandy spocchioso ed irritante: Lord Worth. Lui e Judith incrociano idealmente le armi...poi alla fine si dichiarano eterno amore.
Il primo romanzo di Georgette Heyer che ho letto mi ha fatto ben sperare riguardo al resto.
LA CARTA VINCENTE ("Faro's Daughter", 1941)
Per compiacere la zia e salvare l'onore della famiglia, il ricco Max Ravenscar si impegna a fondo nel tentativo di impedire il matrimonio del cugino Lord Adrian Mablethorpe con la poco accettabile - socialmente parlando - signorina Deborah Grantham.
Max si impegna così a fondo...che alla fine, sfidando il disastro, Deborah la sposerà lui.
IL GIOCO DEGLI EQUIVOCI ("Arabella", 1949)
In viaggio verso Londra dal natìo Yorkshire per essere imtrodotta nel Beau Monde ad opera della propria madrine, Arabella Tallant incontra il ricco e indisponente Robert Beaumaris. La loro conoscenza si rinnova in città, dove Robert è l'Ineguagliabile arbitro della moda, ma una serie di bugie ed equivoci mettono a repentaglio quella che sarebbe la "missione" di Arabella: contrarre un buon matrimonio per aiutare le numerose sorelle a fare altrettanto, e i non meno numerosi fratelli a fare carriera.
Alla fine le cose si sistemano grazie a Robert, al quale nel frattempo Arabella, pia figlia di un vicario, è riuscita ad affibbiare un povero orfanello, un cagnetto bastardo, e quasi quasi anche una "donna perduta" da redimere.
E' uno dei romanzi più famosi della Heyer ma non mi è piaciuto come altri; la parte social-pseudodickensiana è patetica, ed Arabella è solo sopportabile.
VENETIA-UNA PASSIONE IRRESISTIBILE ("Venetia", 1958)
Pur oppressa da tutta una serie di obblighi famigliari, prima nei confronti del padre vedovo poi dei due fratelli, Venetia è comunque una ragazza solare, arguta, molto paziente e piena di buon senso. Simpatica e - manco a dirlo - bionda e bellissima. Ha molti pretendenti che tiene a bada con tatto ammirevole, amministra con giudizio le proprietà famigliari e si occupa teneramenre del fratello minore Aubrey, storpio e intelligente.
Un giorno per caso, mentre sta raccogliendo more, Venetia incontra il suo temibile vicino, Lord Jasper Damerel, altrimenti detto il Perfido Barone a causa dei suoi non limpidi e scandalosi trascorsi.
Tra i due è subito baruffa scherzosa, poi profonda amicizia, infine amore irresistibile: e tuttavia Venetia dovrà faticare non poco per convincere il Perfido (preso da scrupoli di coscienza di fronte alla di lei virginale innocenza) a dichiararsi.
Un romanzo brillante e bellissimo, che mi è piaciuto da matti.
Accanto ai protagonisti, un gruppo fantastico di comprimari, per una storia davvero deliziosa. 


LA RAGAZZA CHIAMATA CARITA' ("Charity Girl", 1970)
Il giovane Lord Desford Carrington, visconte di Wroxton, prende sotto la sua protezione la giovanissima ed ingenua Charity (Cherry) Steane, parente povera in una ricca famiglia, vessata dalla zia e dalle cugine come una Cenerentola. La situazione è foriera di scandalosi fraintendimenti, benchè il generoso Desford consideri Cherry solo come una bambina in difficoltà; per ovviare alle chiacchiere comunque egli porta la ragazza in casa della sua ex fidanzata, la signorina Henrietta Silverdale, giovane donna ironica ed energica. Gli eventi si complicano per Cherry a causa di un avaro nonno che ha sposato la sua prodiga governante, nonchè di un padre magniloquente e gaglioffo che ricompare al momento meno opportuno. Per fortuna entra poi in scena il compito (e noioso) signor Nethercott che chiede la mano della dolce (e imbranata) Cherry. Così Desford ed Henrietta possono riscoprire - dopo nove anni! - il loro amore e quasi tutti vanno a vivere felici e contenti.
Il romanzo non è male, purtroppo però risente di una traduzione diversa da quelle consuete dell'ottima Anna Luisa Zazo.
DIZIONARIO DELL'OPERA
di Gustav Kobbé
edizione rivisitata Mondadori editore
Date, personaggi, interpreti, esecuzioni storiche, giudizi critici e durata di 500 opere: una trattazione puntuale di ognuna, corredata da una ricca sinossi della trama. Esempi musicali, estratti dai libretti. Oltre 160 compositori presentati in ordine alfabetico, con un esame cronologico delle loro opere: tante monografie per una facile consultazione. Librettisti, direttori d'orchestra. Indice analitico. Aggiornamenti e integrazioni all'edizione originale appositamente studiati per la versione italiana.
Very interesting, indeed.


Eccoli, l'ispettore Tom Barnaby e il sergente Gavin Troy.
Il telefilm è veramente godibilissimo, per l'abile commistione di modernità e tradizione, tipica caratteristica del popolo inglese. I luoghi contrastano con i crimini che vi si compiono, spesso davvero efferati e quasi diabolici. L'ispettore Barnaby si destreggia tranquillamente e non perde un colpo, anche di fronte ai casi più apparentemente assurdi. "Arsenico e vecchi merletti" aggiornato nel ventunesimo secolo, con tocchi macabri e menti perverse o psicotiche allegramente sparse in ogni puntata.
Il link al sito che contiene tutte le informazioni più aggiornate è: http://www.midsomermurders.net/index.php
IL PASSATO E' UNA TERRA STRANIERA, di Gianrico Carofiglio (2004)
Le storie di Guido mi piacciono di più, mi coinvolgono maggiormente perchè in fondo il protagonista è un personaggio positivo, pur con tutti i suoi limiti e difetti.
In questo romanzo invece è più difficile affezionarsi al protagonista - Giorgio - perchè il personaggio è volutamente negativo, debole per gran parte della storia e certo non esattamente degno di approvazione. Con l'autore mantiene rapporti ancora vagamente autobiografici nelle iniziali "G" del nome e "C" del cognome, e nel fatto di essere studente di giurisprudenza e quindi futuro magistrato: è sperabile però che Carofiglio non abbia dovuto attraversare le sue stesse esperienze, per scoprire che non è solo la forza di gravità che attira verso il basso.
Giorgio ha ventitrè anni, sta per laurearsi brillantemente, gli piacciono i libri, il cinema e la musica, ha una ragazza ed è un bravo figliolo, orgoglio dei genitori e gradito persino alla futura suocera. Famiglia proletaria, politicamente impegnata: non gli è mai mancato nulla. Giorgio però vive nella Bari (ovvero nell'Italia) degli anni '80, ed anche se non se ne è mai reso conto prima, ormai lo aspetta al varco una brutta crisi motivata dall'insoddisfazione di fondo unita ad una certa curiosità per i mondi diversi dal suo.
E la crisi precipita, facendosi poi disastro, quando Giorgio incontra Francesco: bello, disinvolto, elegante, forse persino ricco ma soprattutto così intrigante e diverso. I due diventano amici poi soci, quando pian piano Francesco coinvolge Giorgio in quelle che si rivelano esssere le sue "imprese": partite di poker truccate, all'inizio, e Giorgio rimane affascinato, preso nel vortice dell'entusiasmo per i soldi facili, per lo sfoggio segreto di abilità che il barare richiede, per la stessa alleanza che lo unisce a Francesco.
Gradualmente però il rapporto di dipendenza si fa sempre più forte e profondo, ed allarga i suoi confini sino a sfiorare il plagio: Giorgio è succube di Francesco, delle sue menzogne, delle sue invenzioni, e finisce per seguirlo su di una strada in rapida discesa: dal gioco d'azzardo ai contatti con la malavita, allo spaccio di droga ed oltre.
Intanto Giorgio ha rimosso dalla sua vita tutto ciò che lo infastidiva: il buon rapporto con i genitori, ai quali ormai mente in continuazione e senza ritegno, la sua ragazza e lo studio. In cambio ha un'auto nuova e tanti soldi che non sa nemmeno come riuscire a spendere; entra ed esce da un sacco di letti inutili e vive solo per il momento presente, senza progetti e - anche se non se ne rende conto - senza speranze.
Più che a se stesso, più che ai dubbi che ogni tanto ancora lo assalgono, ha deciso di prestare fede all'amico: crede a Francesco anche quando Francesco scompare per settimane, senza mai spiegare dove sia e cosa stia facendo.
Poi Francesco - che è alla fin fine un sociopatico di ottimo livello - tocca uno dei suoi tanti fondi, e una volta di più cerca di portare con sè anche Giorgio: dopo un festino a base di droga e alcool, esce di casa con la ferma intenzione di andare a stuprare una ragazza. Una qualunque, e forse non sarebbe nemmeno la prima volta.
Ma è a questo punto che finalmente Giorgio si risveglia e pur cercando di salvare capra e cavolo, recupera quel tanto di buon senso che lo riporta faticosamente tra gli esseri umani.
Non è il caso di parlare di "redenzione", perchè agendo come agisce Giorgio risponde all'eccesso di orrore che improvvisamente lo assale, più che ad un meditato richiamo della coscienza: e tuttavia è da lì che incomincia a risalire la china. Quasi inconsciamente recupera un po' di se stesso, riprende a studiare e si apre una prospettiva di vita più equilibrata.
In fondo, non è che gli esseri umani possano mediamente aspirare a qualcosa di molto diverso.
Come dicevo all'inizio, le storie di Guido mi piacciono di più, sono più facili da digerire. In questo romanzo, invece, la parte più bella è anche la più dura, con l'accurata descrizione di tutti gli stati d'animo di Giorgio, i suoi pensieri, le sue confessioni. E Giorgio non risparmia nulla, nè a se stesso nè tantomeno al lettore. Attraverso di lui, l'autore è spietato.
In ogni caso, anzi forse proprio per questo, nessuno potrà mai negare a Gianrico Carofiglio la qualità di ottimo scrittore e costruttore di storie: uno di quegli autori i cui romanzi vanno attesi come una festa per la mente ed il cuore.
In questo post desidero parlare di qualcosa che rappresenta una delle mie passioni più autentiche: la Storia Romana antica, benchè rivisitata attraverso la recensione di un romanzo.
Innanzitutto però due premesse:
- come appassionata di Storia Romana io sono essenzialmente una "repubblicana", sostenitrice del mos maiorum e delle più profonde radici dell'Urbe.
Guardo con diffidenza persino a Giulio Cesare e ad Ottaviano Augusto, anche se li ammiro, perchè l'Impero fu un'altra cosa. E cosa ancor più diversa fu poi il Tardo Impero.
A scanso di spiacevoli equivoci, dichiaro anche di detestare tutta quella "romanità" che si identifica con sfondi scenografici piuttosto che con un interesse genuinamente critico: dalle algide forme del Neoclassicismo ai mirati recuperi di epoca fascista, tanto per fare qualche palese citazione.
- Valerio Manfredi, autore del romanzo in oggetto, è una mia vecchia "conoscenza": lo leggevo già ai tempi dei suoi primi romanzi di ambiente greco, tra i quali prediligo L'ORACOLO, ovvero l'Odissea infinita innestata sullo sfondo della Grecia nel periodo dei Colonnelli: magnifico.
Molto buono e poetico anche LE PALUDI DI HESPERIA.
Dopo questo romanzo però, credo che l'autore abbia diluito le proprie capacità, producendo volumi che non si segnalano nè per l'altezza della scrittura - a volte davvero troppo semplice - nè per l'interesse rivestito dalle storie, certo romanzesche ma in senso un po' deteriore: a mio parere i peggiori sono LA TORRE DELLA SOLITUDINE e CHIMAIRA.
L'ULTIMA LEGIONE di Valerio Massimo Manfredi (ed. Mondadori, 2002)
Perchè allora recensire un romanzo di Valerio Manfredi, relativamente recente e per di più ambientato al tempo della caduta dell'Impero Romano?
Soltanto perchè tra breve ne uscirà la versione cinematografica (il 14 sett. 2007; e il romanzo fu dichiaratamente scritto in prospettiva di un futuro film), o perchè ho deciso di cedere ad un attacco di masochismo?
L'imminente uscita cinematografica ha sicuramente richiamato la mia attenzione, ma la verità basilare è che con questo romanzo Valerio Manfredi sembra aver ritrovato la sua vena più apprezzabile; inoltre la storia, descrivendo lo sgretolamento di un mondo come quello romano - che era stato solido e apparentemente destinato all'eternità - non fa che sottolinearne, con enorme rimpianto, la perduta grandezza. E in questo sentimento io mi identifico.
LA TRAMA: 476 d.C., anno che sui banchi di scuola si continua a considerare come lo spartiacque tra l'antichità e l'età di mezzo. In realtà fu probabilmente un anno come tanti altri: da tempo gli Imperatori d'Occidente duravano pochi mesi, quando non pochi giorni, e la presenza dei barbari sul suolo italico non era certo una novità. In quell'anno, comunque, il capo degli Eruli Odoacre, forte delle sue vittorie e delle sue alleanze, potè deporre l'ultimo Imperatore Romano, Romolo Augusto, che era ancora un ragazzo: non per prenderne il posto, bensì per consolidare il proprio potere monarchico sul territorio, lasciando spazio ad un solo Impero, quello d'Oriente il cui fulcro era la lontana Costantinopoli.
Su ciò che accadde esattamente prima, durante e dopo tale evento le fonti non abbondano, nè sono particolarmente concordi: ed è qui che si apre dunque uno spazio di possibilità, ampiamente sfruttato da Valerio Manfredi per i suoi intenti romanzeschi.
L'autore mescola fatti e personaggi storici con i ragionevoli frutti della sua fantasia, e costruisce una trama molto avventurosa eppure sufficientemente plausibile: se il film ne rispetterà i caratteri di fondo, potrebbe esssere qualcosa di buono.
Nel romanzo si immagina dunque che il tredicenne Romolo, reso orfano in tragiche circostanze, privato del potere e di tutto quanto era stato suo, venga esiliato nell'isola di Capri assieme al suo anziano precettore.
Per una serie di motivi diversi, troppo lunghi e complessi da riassumere qui, alcuni uomini ed una donna - tutti cives romani - uniscono le forze per andare a liberare il ragazzo, consentendogli poi di trovare rifugio a Costantinopoli.
Alle difficoltà dell'impresa si uniscono però complicazioni politiche inattese e sentimenti di odio personale tra barbari e romani, per cui l'Oriente diventa presto meta impraticabile; così, dopo la rocambolesca fuga da Capri, i Nostri si dirigono a Nord verso la Britannia, terra d'origine del vecchio maestro. Ciò è importante perchè sul finale consente alla trama di attuare una saldatura - non priva di fondamento storico - fra la tarda romanità e il leggendario ciclo bretone; in ogni caso la mia parte preferita non è tanto quella "nordica", quanto piuttosto quella italico-svizzero-gallica, ovvero la parte che copre i due terzi iniziali del racconto.
Nello schema del romanzo è possibile riconoscere elementi tradizionali della narrativa mitico-avventurosa, quali la Compagnia eterogenea il cui destino è compiere l'impresa, nonchè l'Eroe investito di una missione pressochè sacra.
I ruoli stessi dei componenti del gruppo risultano abbastanza codificati; a parte Romolo, che oltre ad essere un personaggio storico è contemporaneamente anche il mezzo e il fine dell'impresa, partecipano all'avventura altri sette personaggi (7: numero mistico per eccellenza...):
- Livia Prisca (l'amazzone guerriera)
- Aureliano Ambrosio Ventidio, detto Aurelio (l'eroe tormentato)
- Myrdin Emreis, che i romani chiamano Meridio Ambrosino (il vecchio saggio, un po' scienziato e un po' stregone)
- Cornelio Batiato (il gigante buono) e Rufio Elio Vatreno (il razionale braccio destro), entrambi superstiti della Legio Nova Invicta, annientata dai barbari a Dertona
- Demetrio e Orosio, ex prigionieri di guerra (i comprimari utili e leali, ma sacrificabili).
Ciascuno di loro ha un passato, e possiede delle motivazioni personali per partecipare all'azione: ma l'elemento più forte che li spinge è il senso di appartenenza a quel mondo che si sta sgretolando sotto i loro occhi, e la volontà di difendere e perpetuare quel poco che ne rimane.
Ciò è bello e pericoloso insieme, perchè se da un lato giustifica la storia, dall'altro però la espone al rischio di eventuali eccessi retorici. Per fortuna Valerio Manfredi riesce a governarli abbastanza bene, cosicchè i momenti di commozione estrema sono pochi, brevi e sostanzialmente legittimi. Il più intenso e straziante, quando i Nostri si imbarcano su di una chiatta che discende il fiume Reno e staccandosi dalla riva, al tramonto, intonano il carmen saeculare di Orazio, l'Inno al Sole che tra le altre cose recita: "Alme Sol [ ... ] possis nihil Roma visere maius" - benefico Sole, possa tu non vedere mai nulla più grande di Roma.
Considerato l'accumulo di rovine materiali e spirituali dell'epoca, si tratta di un bell'atto di nostalgica fiducia!
In ogni caso, una delle caratteristiche più affascinanti del romanzo è proprio la capacità di descrivere un mondo in bilico tra passato e presente, non più pagano ma non ancora profondamente cristianizzato, politicamente e geograficamente frammentato, memore della propria grandezza eppure già proiettato verso una diversa tradizione, una diversa storia, e persino una diversa lingua.
Molto ben costruiti anche i personaggi, sul cui carattere e sui cui rapporti aleggia un forte senso di umanità, che evita però di scadere nel sentimentalismo: e alla fine tutti quanti sfumano lievi, immergendo le proprie storie nelle nebbie della Storia.
Quasi - mutatis mutandis - come l'inqieto protagonista de "La Montagna Incantata" di Thomas Mann.
"Se essere pagano significa fedeltà alla tradizione degli antenati
e alle credenze dei padri, se significa vedere Dio in tutte le cose
e tutte le cose in Dio, se significa rimpiangere amaramente una
grandezza che non tornerà mai più, ebbene sì, sono pagano".
- Aurelio (cap.XXXII) -