[dal diario-agenda, febbraio 1997]
CRASH, di J.G.Ballard ("Crash", 1973)
Avendo momentaneamente mancato il film, ho ripiegato sul romanzo, che comunque sembra sia stato trasposto sullo schermo con una certa intelligenza ed in modo sostanzialmente fedele.
E' strano, ma possiede un certo fascino.
Scritto nel '73, risulta però abbastanza acronico, a parte l'uso, da parte dei personaggi, della cipria al posto del fondotinta e del diaframma al posto del preservativo, unito a quel clima vagamente psichedelico risultante dalle visioni all'LSD.
All'inizio avevo considerato la storia soprattutto molto noiosa, per la reiterata presentazione di sesso & morte, sesso & sesso, morte & sesso...poi, pian piano, le cose cambiano.
Si riesce quasi ad entrare nel punto di vista dell'io narrante e a capire, se non ad approvare, il senso del suo disturbato universo.
Per lui come per gli altri personaggi, che sono un bel gruppo assortito di maniaci feticisti e masochisti, se mai ce ne furono.
Infine si arriva ai cap.21 e 22 che sono una delle cose più tristi, desolate e strazianti, nonchè cattive, che siano state scritte sulla precarietà dello stato umano: ed è lì che mi sono definitivamente riconciliata con il libro.
Il quale libro rimane comunque piuttosto difficile da accettare, specialmente se si è sensibili, se ci si scandalizza anche con poco, se si hanno principi estetici piuttosto rigidi...ed anche se si ha appena mangiato.
Non è un romanzo di fantascienza e non è nemmeno un libro scritto davvero bene. E' irritante.
"Sporca poesia", come direbbe Stephen King: bisogna scavare un po' (un bel po'...) ma poi si trova qualcosa di molto simile alla bellezza. Il più è aver voglia di imbracciare la pala.
Nutro qualche vago sospetto sul perchè i giudizi riguardo al film siano risultati tanto divergenti.
Questo non è un caso da mezze misure.
Forse, semplicemente, mi ha colto in un momento favorevole.
LadyJack || 10:58 ||
lunedì, 29 ottobre 2007
commenti ||
commenti (popup)
MATRIMONIO ALLA MODA ("The Convenient Marriage", 1933)
Londra, anni '70 del secolo XVIII: la nobile ma decaduta famiglia Winwood è piena di debiti e di ipoteche a causa del figlio maggiore Lord Pelham Winwood, abituato a giocare molto e a perdere allegramente.
Non resta che una soluzione: una delle sorelle - la bellissima Elizabeth, la cupa Charlotte o la piccola Horatia detta Horry - deve sposare il ricchissimo Lord Marcus Rule.
Dato che Elizabeth è già innamorata del capitano Edward Heron e che la rigida Charlotte si rifiuta di sposare chiunque, Horry prende l'iniziativa e chiede a Rule di sposare lei. Il conte rimane brevemente perplesso, non tanto perchè Horatia è bruna (mentre le sorelle sono bionde), piccolina, dotata di assurde sopracciglia e afflitta da una lievissima balbuzie, ma piuttosto per il fatto che la ragazza ha solo 17 anni, lui 35 e tutti quanti pensavano che la sposa sarebbe stata Elizabeth. Tuttavia rimane anche molto divertito: ed accetta.
Il matrimonio viene celebrato alla grande, tutti sembrano felici e contenti...poi però si mette di mezzo qualche losco personaggio, a cui le nozze hanno causato gravi delusioni: una ex amante di Rule, un cugino che aspirava alla successione e il libertino Lord Lethbridge che ha verso il conte antichi motivi di rancore. Con la vivace - per quanto innocente - complicità di Horry, le cose si complicano moltissimo.
Il problema di fondo, a parte la giovanile ed impulsiva ingenuità di Horry, è che tra lei e Rule esiste un equivoco: il conte ha sposato Horatia perchè la ragazza lo ha colpito fin da subito, e nel corso del tempo se ne è perdutamente innamorato; lei invece crede di aver contratto solo il tipico matrimonio di convenienza, e quando inizia ad innamorarsi altrettanto profondamente del marito, non ritiene opportuno farglielo capire.
Con questo spunto il romanzo somiglia molto ad un'altra storia di Georgette Heyer, ROSA D'APRILE, e in virtù del duello con il cattivo ha persino qualcosa de LA FALENA NERA: ma la genialità dell'autrice - le cui brillanti risorse nel creare trame sembrano inesauribili - consiste nel fatto che la vicenda principale appare già conclusa verso pagina 74...il bello però sta nei restanti 18 capitoli, pieni di colpi di scena, di alti e bassi, di personaggi fantastici, a volte buoni a volte malvagi, ma spesso ugualmente simpatici. Lord Pelham Winwood e il suo amico sir Roland Pommeroy sono divertentissimi, specialmente da sbronzi.
E come spesso accade in Georgette Heyer, gli uomini saranno anche nobili e coraggiosi, ma più che altro è l'energia femminile a far girare il mondo.
Naturalmente non può mancare il lieto fine quando, tra le altre cose, Horry diventa finalmente una persona abbastanza seria e Rule, abitualmente distaccato, frivolo e sornione, si rivela invece utilmente astuto, e si appresta inoltre a dimostrare di essere una sorta di sex machine piena di passione: con grande soddisfazione - è lecito immaginare - da parte della moglie.
Il romanzo contiene anche una incredibile profusione di acconciature bizzare le quali, assieme ai nei posticci e ai giochi d'azzardo, provoca a pie' di pagina un certo numero di esilaranti "N.d.T.", opera della sempre ottima Anna Luisa Zazo.
LadyJack || 16:17 ||
venerdì, 19 ottobre 2007
commenti (1) ||
commenti (1) (popup)
LADY SERENA - GLI INGANNI DEL CUORE ("Bath Tangle", 1955)
Questo romanzo è leggermente più sconnesso rispetto ad altri, ma è comunque buono.
Protagonista della vicenda è Serena Carlow, una ventiseienne rossa dal carattere pepato che dopo l'improvvisa morte del padre si ritrova con il suo immenso dolore, e con una matrigna dolcissima e arrendevole, molto più giovane di lei: Lady Fanny Spenbourough.
E per fortuna che Fanny non costituisce un problema - a parte il fatto di essere un po' noiosa - perchè ad un certo punto la vita sentimentale di Serena diventa alquanto movimentata: contesa tra due ex fidanzati molto diversi tra loro (il burbero, acidissimo Lord Ivo Rotherham, e il sin troppo ligio al dovere maggiore Kirkby) Serena propende - naturalmente! - per quello sbagliato...almeno sinchè quello giusto non rimette le cose a posto.
I battibecchi fra Serena e Rotherham sono stressantissimi.
ALTRI ROMANZI STORICI
(in edizione Harlequin Mondadori)
Oltre a tutti i volumi ambientati nel periodo della Reggenza, di Georgette Heyer mi è capitato di leggere anche alcuni romanzi storici ambientati nelle epoche precedenti, fra il '500 e il '700.
In genere qui l'azione è geograficamente più ampia e non riguarda solo l'Inghilterra ma anche il Continenete (Francia, Spagna...), inoltre le trame tendono ad essere più intricate ed avventurose, fittamente intessute di forti passioni, di intrighi, di equivoci, di duelli: rispetto ai romanzi "Regency" qui si privilegia l'azione e il movimanto, anche se non mancano del tutto i dialoghi brillanti ed i toni ironico-umoristici.
Compare inoltre una sensualità un po' più profonda ed esplicita, benchè molto trattenuta, che si esprime tanto nei grandi amori e nei grandi odii dei protagonisti, quanto nelle ambigue situazioni in cui essi vengono a trovarsi (tutte quelle fanciulle travestite da uomini...).
Globalmente i romanzi di questo tipo non fanno che confermare il talento di Georgette Heyer...e mi procurano il forte desiderio di riuscire a mettere le mani anche sui suoi gialli!
LA FALENA NERA ("The Black Moth", 1929)
E' il primo romanzo di Georgette Heyer. Narra la leggenda che Georgette lo abbia scritto a diciassette anni per intrattenere il fratellino malato, Boris; sucessivamente pubblicato nel 1921, il volume ottenne un grande successo e gettò le basi della enorme popolarità di cui l'autrice potè godere in seguito.
LA FALENA NERA è forse un po' acerbo rispetto a molti dei romanzi successivi, tuttavia non è male: avventuroso e romantico quanto basta, mette in campo il meglio (e il presunto peggio...) del secolo XVIII.
Nella trama si fronteggiano Jack Carstares conte di Wyncham, esule volontario dalla società, essendosi addossato la colpa di aver barato alle carte, commessa invece dal fratello, e Hugh Tracy Clare Belmanoir duca di Andover, crudele libertino sempre vestito in nero e argento (è lui la "falena nera", circondata da "variopinte farfalle"). I due si scontrano nel campo dell'onore e dell'amore, sino al duello finale per la bella Diana Beauleigh.
Probabilmente la storia avrebbe voluto contrapporre manicheisticamente il Bene (Jack) al Male (Tracy): il fatto è però che i personaggi sono entrambi abbastanza simpatici, e forse il "perverso" duca di Andover - redento dall'amore - aveva solo bisogno di essere rimesso in carreggiata.
MASQUERADE ("The Masqueraders", 1928)
Trascinati dal loro ineffabile e truffaldino padre in una serie di incredibili avvventure, la ventiseienne Prudence e il fratello minore Robin hanno avuto una vita interessante, benchè un tantino estenuante.
La fallita ribellione giacobita che avrebbe dovuto mettere sul trono d'Inghilterra il principe Carlo Edoardo Stuart al posto dell'"usurpatore" Giorgio III di Hannover, ha fatto dei giovani due ribelli in fuga.
Per sfuggire al pericolo, i ragazzi raggiungono Londra sotto mentite spoglie, e si rifugiano in casa di Lady Lowestoft, un'amica del padre; Robin, bellissimo e piccolino, diventa la bionda e affascinante Kate Merriot, mentre Prudence, alta e bruna, indossa i panni del suo aitante fratello Peter.
Inizia così un turbine di avventure, equivoci, intrighi romantici e duelli d'onore che coinvolgono Robin e Prue in attesa dell'arrivo del padre. Ad un certo punto nella storia entrano anche sir Anthony Fanshawe, gentiluomo sornione ma intelligente, e la signorina Letitia Grayson, giovinetta romantica e tanto carina.
Sullo sfondo, la rivendicazione del titolo di visconte Tremaine di Barham, cui aspirano due personaggi molto diversi tra loro.
Questo romanzo è fantastico: anche senza contare la straordinaria invenzione del personaggio di Robert, l'assurdo ma geniale padre di Robin e Prudence (che modestamente dice frasi del tipo: "sono un grand'uomo...dal mio contegno traspare la mia grandezza"), la storia in sè è molto molto divertente.
Non manca il lieto fine, ovviamente, con le giuste nozze fra Prue ed Anthony, e fra Robin e Letty: ma il meglio consiste proprio nello svolgimento dell'incredibile scalata di tutti i personaggi principali verso l'agognata "rispettabilità". Sir Anthony e Letty che la rispettabilità già la possiedono, anelano invece ad un po' di azione. 


BEAUVALLET ("Beauvallet", 1929)
Il romanzo è ambientato verso la fine del secolo XVI, e vede come protagonista sir Nicholas Beauvallet, uno dei pirati che al pari di sir Francis Drake (suo amico e maestro) andavano per mare, procurando agli Spagnoli grandi seccature e perdite economiche in nome di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra.
Dopo uno dei suoi innumerevoli abbordaggi, sir Nicholas trova a bordo della nave spagnola di turno la bellissima e ricchissima Doña Dominica de Rada y Silva: battibecca con lei, se ne innamora (ricambiato) ma poichè ha impegnato la propria parola, la lascia libera.
Le giura però che entro un anno andrà a riprenderla direttamente in Spagna (impresa difficilina e rischiosissima) per sposarla. Lei si dichiara d'accordo, però ci crede poco: e invece l'ineffabile sir Nicholas riuscirà nell'impresa, divertendosi pure e riportando in Patria succosi segreti diplomatici.
Nel romanzo compaiono anche molti personaggi storici realmente esistiti, tra cui il tetro monarca spagnolo Filippo II e la Regina Elisabetta I in persona, la quale invece "ha modi allegri e ridanciani, quando è dell'umore giusto".
LadyJack || 16:57 ||
mercoledì, 17 ottobre 2007
commenti ||
commenti (popup)
M -L'ENIGMA CARAVAGGIO ("M", 1998), di Peter Robb
Le biografie di Michelangelo Merisi da Caravaggio ormai si contano a stento: la "riscoperta" e la valorizzazione del pittore operate da Roberto Longhi nel corso del Novecento hanno prodotto un fervore curioso e un desiderio di approfondimento frenati soltanto dalla relativa scarsità di fonti.
Il Caravaggio infatti vive e rivive soprattutto attraverso la propria opera (una settantina di dipinti pressochè certi, più varie attribuzioni), nonchè attraverso un paio di contratti ufficiali... e molte citazioni nei verbali polizieschi dell'epoca: quindi la strada dell'aspirante biografo sin dall'inizio risulta abbastanza segnata.
A meno di non fare come Andrea Camilleri, che con IL COLORE DEL SOLE ha costruito una cronaca credibile ma romanzata ed immaginifica sul soggiorno del pittore in Sicilia, chi voglia parlare del Caravaggio deve procedere tenendo conto di quel poco che c'è: il rischio, naturalmente, è quello di raggiungere un risultato ormai abbastanza ritrito, e sta nell'abilità dello scrittore riuscire a schivarlo o meno.
A mio giudizio Peter Robb non ci riesce del tutto, eppure non si può dire che la sua biografia del Caravaggio non sia interessante.
E' documentatissima, innanzitutto: ciò rende la lettura densa e impegnativa, ma anche molto soddisfacente. Inoltre l'autore cerca costantemente di evidenziare i particolari ed i collegamenti meno noti o meno considerati, e se questo atteggiamento a volte lo porta a proporre ipotesi non sempre convincenti, gli si deve almeno riconoscere lo sforzo fatto per stabilire con il suo argomento un rapporto più personale e meno ordinario.
In gran parte la biografia procede attraverso l'analisi delle opere collocate nei singoli periodi in cui furono prodotte; attorno a questo nucleo di base Peter Robb ricostruisce poi la Roma del Cinque-Seicento, con i suoi papi, i personaggi notevoli, giù giù sino ai piccoli delinquenti e alle cortigiane che per il Caravaggio erano frequentazioni abituali.
Ci sono i modelli e le modelle usati dal pittore (molti identificati con precisione) e c'è il riconoscimento della novità dirompente costituita dall'arte del Caravaggio che - sorprendentemente - riuscì ad esprimere il proprio credo verista e naturalista in piena epoca controrifomistica.
La parabola artistica e umana del Caravaggio viene percorsa minuziosamente dall'inizio alla fine, e molto opportunamente, laddove è possibile, si riferisce persino la collocazione originale delle opere: cosa molto importante, perchè Caravaggio strutturava la luce e la composizione dei suoi dipinti tenendo conto della luce vera e delle vere condizioni in cui sarebbero poi stati sistemati.
In ogni caso tutto ciò, per quanto accuratamente ed intelligentemente esposto, non costituisce nulla di particolarmente originale: Caravaggio fu un uomo difficile ed un grande pittore, per motivi che ormai sono universalmente accettati.
La parte della biografia di Peter Robb che vuole invece essere davvero originale è quella che riguarda il soggiorno maltese del Caravaggio, con la fuga in disgrazia e la successiva morte a Porto Ercole.
Peter Robb ha un'idea abbastanza precisa dei motivi che portarono Caravaggio, recentemente ammesso nell'Ordine dei Cavalieri di Malta, ad essere estromesse e imprigionato: alla base ci sarebbe una storia di odio e gelosia che avrebbe fatto del Gran Maestro in persona un suo nemico.
Date le inclinazioni sessuali dei personaggi coinvolti, la cosa non sarebbe assurda.
In quanto alla fuga, alle febbri e alla morte del pittore avvenuta in seguito, l'autore avanza l'ipotesi che il Caravaggio (del quale mai è esistita una tomba) potrebbe essere morto in luoghi e circostanze diverse da quelle codificate dalla leggenda.
O addirittura potrebbe non essere morto affatto: non allora, almeno.
Su questo punto però c'è solo la sua congettura contro la cronaca.
L'apparato iconografico al centro del volume è ristretto ma significativo.

La morte della Vergine (1604 ca.)
Olio su tela, cm. 369 x 245
Parigi, Musée du Louvre
LadyJack || 11:11 ||
sabato, 13 ottobre 2007
commenti ||
commenti (popup)
Un ricordo carissimo della mia infanzia è costituito dai libri e dalle fiabe sonore dei Fratelli Fabbri Editori. Nella mia famiglia la lettura ha sempre avuto un posto primario e la biblioteca di casa è sempre stata nutritissima, per cui era normale per me passare i pomeriggi immersa fra le pagine di "Pippi Calzelunghe" (complice una serie televisiva famosissima che mi bevevo letteralmente, sognando di imitare le pazzie della protagonista), ascoltando la mia fiaba preferita (non ho ancora deciso se è "Vardiello" o "Abu Kir e Abu Sir") o deliziandomi con le avventure di Jo March di "Piccole donne".
Ma la scoperta delle scoperte fu una serie di libri conservati in perfette condizioni dagli anni in cui mio padre e sua sorella erano bambini. Erano diverse decine di volumi in edizione originale degli anni trenta e quaranta della "BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI" di SALANI EDITORE.
Dando uno sguardo su internet, noto con piacere che oggi sono considerati pezzi da collezionisti e credo di avere un piccolo tesoro che mai cederò.
Le storie hanno il sapore tipico dei film dei "telefoni bianchi", le illustrazioni interne sono piccoli capolavori e ne fui completamente affascinata. Leggevo quei racconti tuffandomi in un periodo lontano, magari beandomi nella pace del mio giardino in primavera e, come sempre mi accadeva da bambina quando ero alle prese con una lettura amena o con un giornalino, mi veniva fame.
E allora, ecco che io associo i libri Salani per ragazzi ai panini con la Nutella, all'aranciata e al profumo delle piante in fiore. (I giornalini di "Topolino", invece, mi ricordano maggiormente il sapore delle spolette all'olio con la mortadella, perché li leggevo a tavola... mmmmmhhh...
).
Cliccando questo link http://www.bibliothequedesuzette.com/BMR/covers1-20.htm si possono vedere le 99 copertine dei libri di questa incantevole collezione. Li possiedo praticamente tutti, meno forse qualcuno degli ultimi pubblicati.
Brevi note storiche sulla collana:
È una collana storica. Nasce negli anni Trenta, e consta di più di cento volumetti, tutti in formato tascabile, che vanno letteralmente a ruba tra i piccoli lettori dell’epoca. I romanzi pubblicati sono ripresi direttamente dalla Semaine de Suzette, nata negli anni Venti in Francia, e integrati da opere di autori italiani.
Negli anni Quaranta, in linea con i dettami dell’epoca, vengono italianizzati tutti i nomi dei personaggi dei libri (L’erede di Ferlac di M. Bourcet, ad esempio, diventa Ferralba), e vengono aggiunti testi “eroici” (Euro ragazzo aviatore, Sim ragazzo abissino di G. Chelazzi).
Nel secondo dopoguerra vengono tolti tutti i titoli dal sapore anche vagamente fascista e vengono aggiunti molti volumi al catalogo, in particolare di autori anglosassoni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, nel tentativo di modernizzare anche formalmente la collana, si modifica la sua veste grafica, così come il suo formato e lo stile, ma in questo modo la raccolta perde la sua identità e inevitabilmente muore.
Negli anni Ottanta Mario Spagnol ripropone in edizione anastatica nella Salani nostalgia una parte della raccolta degli anni Trenta (quella non andata distrutta insieme all’archivio nell’alluvione di Firenze).
ArchieGoodwin || 21:26 ||
giovedì, 04 ottobre 2007
commenti (7) ||
commenti (7) (popup)

A conforto delle belle parole scritte da LadyJack su quest'autrice, riporto commenti lusinghieri scritti su di lei:
Lo humor brillante, il sapiente uso del linguaggio, i personaggi complessi, spesso stravaganti, la straordinaria accuratezza storica e la "britannicità" dei suoi romanzi rendono Georgette Heyer un'autrice di tutto rispetto.
New York Times
Mai la società, il sapore e il linguaggio del periodo della Reggenza inglese sono stati ritratti con la precisione e la raffinatezza di cui Georgette Heyer dà prova nei suoi romanzi.
Philadelphia Bulletin
Umorismo, fascino, dialoghi brillanti e personaggi irresistibili... i romanzi di Georgette Heyer sono secondi solo a quelli di Jane Austen
Publishers Weekly
Aprire un libro di GH significa lasciarsi trasportare in un mondo di romanticismo, di avventura e di passione che, secondo la miglior tradizione britannica, si intuisce appena sotto una superficie liscia e scintillante
Internet Booklist
Georgette Heyer sa trasportare il lettore in un mondo in cui passione e formalismo si scontrano con esiti divertenti e ricchi di humor.
New York Times

E, solo poco tempo fa, su SherlockMagazine appariva questo articolo:
Georgette Heyer è una delle più amate scrittrici britanniche di commedie romantiche ambientate durante il periodo della Reggenza inglese (prima metà del 1800).
Nata a Wimbledon, Londra, nel 1902, la Heyer ha vissuto per molti anni in Tanganica con il marito, un diplomatico. Autrice di oltre 60 romanzi di successo, tradotti in tutto il mondo, è considerata oggi uno dei pilastri della letteratura romantica inglese. La Heyer è scomparsa nel 1974.
L’autrice americana di best-sellers, Anne Stuart ha detto di lei: “I libri di Georgette Heyersono un tesoro senza prezzo. Il suo modo di scrivere è una delizia incomparabile, che vale tanto oro quanto pesa...”
Difatti i libri della Heyer si distinguono per la accuratissima ricerca storica, l’arguzia e lo spiccato senso dello humour.
Essendo famosa soprattutto per le sue Regency Novels, la Heyer per anni è stata solo considerata dai più un’autrice romantica. Tuttavia benché sia poco noto, Georgette è stata una perfetta Signora del Mystery e del giallo.
Uno dei suoi romanzi migliori, edito in Italia dalla Mondadori nella storica collana dei gialli, è Passi nel buio. E’ la storia di quattro persone: un fratello, due sorelle e il marito di una delle due, che ereditano un’abbazia antica e logicamente... infestata! Siamo nell’apparentemente tranquilla campagna inglese, che già aveva prestato le sue dimore e i suoi paesaggi ad Agatha Christie e a Conan Doyle. Dopo notti all’insegna del terrore, di esperienze all’apparenza inspiegabili e qualche “incontro” con il famigerato fantasma di un misterioso Monaco, i protagonisti scopriranno il cadavere di un eccentrico pittore francese.
Chi l’ha ucciso? Il terribile e temibile Monaco o qualcun altro molto più... reale?
Per risolvere questo e tanti altri enigmi è consigliabile leggere le eccezionali pagine di questo perfetto giallo inglese degli anni ’30, la cosiddetta Golden Age.
Come nella maggioranza dei gialli della Christie, anche in quelli della Heyer non ci sono elementi di violenza metropolitana e non troppo sangue, solo un pizzico di elementi gotici (tanto di moda all’epoca in cui la Heyer scriveva, come nel periodo della Reggenza, quando tutti avevano letto I Misteri di Udolpho!) e molto humour britannico. Buona Lettura!
http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/2095/ di Cinzia Giorgio
ArchieGoodwin || 19:34 ||
giovedì, 04 ottobre 2007
commenti (1) ||
commenti (1) (popup)
Prima o poi dedicherò un post alla mia pluridecennale liaison con Stephen King. E sarà un post traboccante di nostalgia e di amore, dal momento che - per ottime e molteplici ragioni - considero King come uno dei miei "padri spirituali".
Per ora, comunque, dovrò accontentarmi di commentare il suo più recente romanzo.
BLAZE ("Blaze", 2007)
Il volume è uscito quest'anno ma la versione originale della storia risale al 1972 / 1973: avrebbe dovuto essere uno dei romanzi di Richard Bachman (l'alter ego di Stephen King), ma fu accantonato perchè giudicato inadatto alla pubblicazione. D'altra parte, di lì a poco King avrebbe prodotto CARRIE...e il resto è storia.
Di recente però Stephen King ha cercato il vecchio dattiloscritto, lo ha corretto, ha eliminato gli eccessi di sentimentalismo patetico e, trovandolo infine abbastanza buono, lo ha pubblicato.
Le malelingue diranno sicuramente che è andato a recuperare un vecchio romanzo perchè non è più agile come un tempo nello scriverne di nuovi...ma questo errato giudizio non tiene conto di quanto uno scrittore possa amare TUTTE le sue creazioni, e trovi dunque difficile rinunciare ad esse.
Sulla decadenza di scrittura di King, inoltre, rimanderei le malelingue a leggere quello straordinario e crepuscolare romanzo che è LA STORIA DI LISEY: se dotate di minimo buonsenso, cambierebbero subito idea.
Ma torniamo a BLAZE.
La storia è apparentemente molto semlice: Clayton Blaisdell jr. detto Blaze, grande grosso e alquanto ritardato, è da tempo dedito a piccoli e medi crimini: furti, rapine, truffe.
Il salto di qualità intende farlo mettendo in atto il rapimento di un neonato, figlio di una ricca famiglia a cui chiedere un astronomico riscatto. In verità, il piano originale del rapimento non è di Blaze (ci mancherebbe!) bensì del suo socio George, del quale Blaze segue rispettosamente ogni indicazione.
L'unico problema...è che George è morto qualche tempo prima, e la voce, le istruzioni ed i commenti che Blaze sente ed ascolta sono solo nella sua testa.
A dispetto di questo non lieve ostacolo, e di altre gravi difficoltà, il rapimento riesce. Ma sulle tracce di Blaze si mette ovviamente l'FBI, e la storia non potrà finire bene.
Il personaggio di Blaze, la cui stupidità è a volte tanto grande da risultare umoristica, da un punto di vista umano riesce ad essere accettabile pur essendo un criminale, perchè così ha voluto l'autore: è la sua solitudine che colpisce, quella solitudine che nel passato gli ha fatto conoscere un solo vero amico, e che nel presente lo induce a cercare la compagnia e soprattutto l'appoggio di un altro amico morto.
Era rischioso costruire l'intero romanzo, che si sviluppa tra presente e passato attraverso numerosi flashback, praticamente su di un solo personaggio: Stephen King però riesce bene ad aggirare l'ostacolo, curando in profondità la caratterizzazione di Blaze e creandogli attorno un'ampia corona di comprimari, caratterizzati in modo più breve ma ugualmente efficace.
Il rapporto di dipendenza affettiva ed intellettuale fra Blaze e George è ovviamente un omaggio a UOMINI E TOPI di John Steinbeck, e c'è forse qualcosa di Faulkner nell'illustrazione di un'America rurale più che urbana e industriale, con la pietà per i poveri, gli emarginati e i disadattati che spesso trovano lì il loro ambiente naturale.
La parte sull'orfanotrofio ricorda un po' Dickens, ma un Dickens più asciutto e crudele.
Non è possibile valutare l'entità delle modifiche apportate di recente all'archetipo del romanzo, tuttavia direi che il resto sembra puro King, benchè mediato da quel Bachman che a me è sempre piaciuto con riserva perche troppo pessimista: il "vero" King può illustrare le peggiori tragedie e lasciare ugualmente da qualche parte un filo di speranza, Bachman invece nega all'umanità la sua fiducia finale.
E bachmaniana più che kinghiana è purtroppo la chiave di lettura del romanzo, che a me pare identificabile nel rapporto / confronto tra Blaze e il piccolo Joe da lui rapito.
Blaze è un essere umano a cui il destino ha sottratto tutto; il suo stesso ritardo mentale è dovuto ai maltrattamenti subiti da bambino: il padre alcolizzato lo ha scaraventato per le scale, trasformando per sempre un ragazzino sveglio e intelligente in qualcosa che "non avrebbe mai più pensato due volte a un granchè".
Il piccolo ignaro Joe, invece - inconsapevole persino del proprio rapimento - è uno scrigno intatto di possibilità meravigliose: e guardandolo, pensando a ciò che potrà essere, lo stesso Blaze ne rimane affascinato, tanto da decidere di tenerlo con sè.
Il progetto ovviamente non ha alcun futuro; e l'estrema beffa della sorte è il fatto che Blaze anche se non lo sa ha avuto in passato un figlio che, dato in adozione, avrà una vita buona, normale e presumibilmete felice.
Ma nel finale la faticosa esistenza di Blaze sfuma e si separa da George, dal piccolo Joe, da qualunque altra cosa. E mentre il piccolo in culla comincia a vivere, sorridendo con i suoi tre dentini, il silenzio rotto solo dal gracchiare dei corvi si estende su di un cimitero sperduto nella campagna del Maine.
LadyJack || 10:50 ||
giovedì, 04 ottobre 2007
commenti ||
commenti (popup)