Davide & Charles

[Riflessioni attorno a DAVIDE COPPERFIELD di Charles Dickens (1850)]

Ad Oscar Wilde, Charles Dickens piaceva poco: riscontrava nei suoi romanzi un fastidioso eccesso di patetismo.
Ora, nell'universo conosciuto non c'è uomo vivo o defunto, autore famoso o misconosciuto che io ami più di Oscar: ma in questo caso mi vedo costretta a correggere, o meglio a precisare, il suo giudizio. Non che egli abbia del tutto torto, perchè i romanzi di Dickens presentano effettivamente ampi squarci patetici; il fatto è però che in prospettiva, con il passare del tempo e il mutare delle sensibilità, ciò che in origine poteva essere fastidioso, ora è semplicemente una qualità letteraria specifica.
Detto in altre parole: ai quasi contemporanei poteva anche dispiacere la necessità di dover piangere sulla morte della piccola Dorrit o sulle infinite traversie di Oliver Twist e di altri personaggi, ma il lettore più moderno riesce a vedere le storie dickensiane con maggiore oggettività, considerandole magari come uno dei tanti mezzi per ricostruire un passato non lontanissimo eppure tanto diverso.
Messe così le cose, anche gli accenti patetici rientrano nel quadro.
E poi, siamo veramente sicuri che il patetismo (ovvero la capacità da parte di un autore di commuovere e la disponibilità da parte di un lettore a lasciarglielo fare) sia davvero qualcosa di così negativo, specialmente nell'ambito di una letteratura "alta" o comunque didattica e piacevolissima?
A volte, inoltre, il patetico si ritrova nei luoghi più impensati. C'è ad es. un bel romanzo di Stephen King, "The Stand", in cui ad un certo punto viene rievocato un episodio della giovinezza di uno dei personaggi principali, Mother Abagail, donna nera ormai centenaria: lei che da giovane, negli anni '20 (ben prima delle lotte per i diritti civili), aveva coraggiosamente cantato inni e blues di fronte ad una platea di bianchi, prima ostili poi semplicemente incantati.
Personalmente, di rado sono riuscita a leggere quel capitolo senza avvertire il desiderio di piangere un po', come se l'autore fosse riuscito a riempire le sue pagine di quella stessa musica che aveva commosso e trascinato il difficile pubblico di Abagail.
A dire il vero, credo che nemmeno lo stesso Oscar Wilde sia poi stato del tutto esente da accenti patetici, non tanto nel periodo del carcere in cui i suoi scritti rispecchiarono una situazione tristemente reale, ma in molte delle pagine precedenti: le fiabe ad es., o qualcuna delle cosiddette "poesie in prosa". Certo, a lui interessavano soprattutto altri elementi, ma alla fin fine la "mozione degli affetti" non gli risultò completamente estranea.
In ogni caso, e per nostra fortuna, tanto Oscar che Charles Dickens (e pure Stephen King, se è per questo...) non furono sprovvisti nemmeno di qualche altro buon pregio, degno dei migliori: l'umorismo e l'ironia, innanzitutto.
E ciò ci riporta all'inizio del discorso, ovvero a quel "Davide Copperfield" che - assieme a "Piccole Donne" - è probabilmente uno dei romanzi su cui ho "imparato a leggere" e con i quali ogni nuova rilettura è una gioia.
Davvero, non riesco a calcolare il numero di volte in cui mi sono ritrovata il romanzo tra le mani, e mi riferisco soprattutto all'immortale edizione A.Mondadori del 1939 (e del 1965), quella in due volumi,  con la traduzione di Enrico Piceni che secondo l'uso dell'epoca italianizza tutti i nomi propri dei personaggi, designa la piccola Em'ly come Miliuccia e non lesina una terminologoia lievemente arcaica, probabilmente abbastanza vicina all'originale: dopo aver conosciuto quella, non sono mai più riuscita ad affezionarmi a nessun altra traduzione, nemmeno alla versione di Cesare Pavese che è comunque una delle più celebri.
I volumetti, provenienti da chissà quali meandri famigliari, sono ormai in condizioni pietose, però non posso disfarmene: vi sono troppo affezionata.
Così come - nella mia mente e nella mia memoria - continuo ad essere affezionata allo sceneggiato Rai degli anni '60 che fu tratto dal romanzo: per me Davide Copperfield bambino avrà sempre il volto di Roberto Chevalier e Davide adulto quello di un giovanissimo Giancarlo Giannini.
Il romanzo in sè è una specie di grande autobiografia cammuffata; a differenza di altre storie dickensiane dominate da diverse esigenze, il "Davide Copperfield" basa le sue creazioni fantastiche su di una più concreta realtà di vita: tanto è vero che le iniziali del personaggio e dell'autore sono le stesse, seppur scambiate tra nome e cognome.
Recita l'incipit del romanzo: "Diranno queste pagine se l'"eroe" della mia vita sono stato proprio io, o se invece tale appellativo non convenga meglio a qualcun altro.", ma non c'è dubbio che si tratti di un'affermazione modestamente retorica, perchè anche se il libro trabocca di personaggi di vario tipo, Davide-Charles è in ogni pagina ed è sempre suo lo sguardo attraverso cui gli eventi vengono visti e valutati, persino se si tratta di giudicare se stesso nelle varie fasi dell'esistenza.
LadyJack || 11:18 || sabato, 24 novembre 2007
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Delitti assortiti sulle due sponde dell'Atlantico

L'UOMO DEI TRE CAPESTRI [Supergiallo - I Grandi Maestri n.°3, novembre 2007. A.Mondadori ed.]
Il volume raccoglie tre romanzi di James Hadley Chase.

FEMMINE AL LACCIO ("Blondes' Requiem", 1946)
L'investigatore Marc Spencer viene inviato da New York a Cranville per indagare sulla scomparsa di alcune ragazze.
Cranville è una vera e propria fogna, materialmente e moralmente parlando, e Spencer si rende conto ben presto che la sorte delle ragazze non importa veramente a nessuno: alcuni loschi personaggi stanno piuttosto cercando di sfruttare la faccenda a fini elettorali, e solo i genitori e qualche amico delle ragazze si chiede con angoscia se siano ancora vive.
Destreggiandosi tra ricchi ambiziosi, gangsters e poliziotti corrotti, con l'aiuto (o sarebbe meglio dire:  malgrado l'aiuto) di un'investigatrice privata del luogo, Spencer riesce a risolvere il caso, anche se purtroppo per le ragazze è già troppo tardi.

A CIASCUNO IL SUO CAPESTRO ("No Business of Mine", 1947)
Il giornalista americano Steve Harmas è stato corrispondente da Londra per due lunghi anni durante la guerra. Tornato a casa, non ha mai dimenticato Netta Scott, la bella rossa che lo ha aiutato a trascorrere piacevolmente il suo soggiorno inglese: così, quando una vincita alle corse gli mette tra le mani cinquecento inaspettati dollari, Harmas decide di tornare a Londra per "festeggiare" con Netta.
Al suo arrivo però scopre che la ragazza si è da poco suicidata, asfissiandosi con il gas nel proprio appartamento.
Harmas stenta a conciliare l'amore per la vita di Netta con il suo suicidio. Di lì a poco inoltre iniziano ad accadere strani fatti che aumentano i suoi sospetti e che lo inducono ad indagare.
Le domande che lo trormentano sono molte: è proprio vero che Netta sia morta? E se non è morta, dov'è? Perchè avrebbe finto? E infine, chi è la ragazza eventualmente morta al suo posto?
Domande difficili che - come si accorgerà Harmas a sue spese- hanno risposte ancora più difficili.

IL BOIA DI NEW YORK ("The Way for a Shroud", 1953)
A Dead End, la villa hollywoodiana della ricca attrice June Arnot, si è verificato un massacro: guardie di sicurezza e domestici uccisi a colpi d'arma da fuoco, June decapitata e scaraventata in piscina.
Per il giovane Paul Conrad, assistente del procuratore distrettuale, non ci sono dubbi: il colpevole è Jack Maurer, gangster e amante tradito dell'attrice. Dimostrarlo però sarà molto difficile, quasi impossibile...senonchè saltano fuori a sorpresa un paio di testimoni che potrebbero risolvere la situazione a favore della Giustizia.
La loro vita ovviamente  è in grave pericolo, e il compito principale di Conrad diventa quello di nasconderli e proteggerli.
Purtroppo per l'ufficio del procuratore - e soprattutto per i testimoni - sulle loro tracce viene messo un terribile ed infallibile killer...

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Non mi ha convinto. Malgrado James Hadley Chase sia uno dei grandi nomi della letteratura gialla, non mi ha convinto.
In passato avevo già letto qualche suo romanzo che tuttavia non mi aveva lasciato impressioni durature. Rileggendolo ora, attraverso la raccolta di questi tre volumi ho trovato un ottimo artigiano, che però non incontra esattamente i miei gusti. Il genere a cui appartengono i suoi romanzi si avvicina più al noir e all'hard boiled che al giallo o al thriller classico, ma siamo comunque lontani mille miglia da autori come Raymond Chandler o Dashiell Hammett che a mio parere possedevano un senso della storia e dei personaggi, nonchè una padronanza del linguaggio, che ad Hadley Chase risultano assai più estranei: è altro ciò che gli interessa.
Le storie di questi tre romanzi affastellano delitti sanguinosi, continue sorprese e ribaltamenti di fronte, detectives duri e quasi puri, donne fatali e truffaldine, dolci fanciulle bisognose di protezione, e molte altre cose: alla fin fine però l'abbondanza di elementi turba un po' l'attenzione e soprattutto delude per il vuoto che vi si intravvede sotto.
L'unica vera qualità che sono disposta a riconoscere senza riserve all'autore è la capacità di fare a meno del lieto fine a tutti i costi: e questo conferisce alle storie un senso di ineluttabilità che le impreziosisce alquanto.

BIOGRAFIA
James Hadley Chase (Londra 1906 - Ascona 1985) è lo pseudonimo di Renè Brabazou Raymond, che usò anche i nomi di James Docherty, Ambrose Grant e Raymond Marshall per romanzi in genere ignoti in Italia.
Come molti scrittori inglesi (Graham Greene che fu suo amico, Le Carrè ed altri), Hadley Chase lavorò per il Secret Intelligence Service. Nell'ultima parte della sua vita si trasferì in Svizzera.

Per la  nutritissima BIBLIOGRAFIA si rimanda alla Wikipedia, dove tutti i romanzi di J.H.C. sono elencati cronologicamente con titolo originale, traduzione italiana ed indicazioni relative alle corrispondenti uscite nelle varie collane dei Gialli Mondadori.

LadyJack || 15:03 || mercoledì, 21 novembre 2007
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Terra, Mare & Cielo

MARUZZA MUSUMECI, di Andrea Camilleri (2007, Sellerio ed. Palermo)
Era inevitabile: prima o poi dovevo finire per scriverlo, un post su Camilleri. L'occasione mi è data ora dal suo più recente romanzo, uno di quelli pseudo-storici, costantemente ambientati in Sicilia, con i quali però il commisario Montalbano non c'entra assolutamente.
Camilleri infatti, accanto alla famosa saga del commissario, ha dato vita ad almeno due altri filoni - uno romanzesco ed uno saggistico - che vanno a completare la sua ricchissima produzione editoriale, sempre e comunque legata alla Sicilia: i romanzi sono in genere ambientati a Vigàta (la città immaginaria dietro cui si cela Porto Empedocle) fra '800 e '900, ed hanno spesso trame basate su fatti reali del passato rivisitati attraverso la fantasia dell'autore. In questo ambito, il più bello in assoluto è "Il birraio di Preston", un romanzo indimenticabile, dove comicità e tragedia si amalgamano in maniera mirabile e travolgente.
I saggi invece partono da qualche documento o da qualche ricordo personale, proponendosi di illustrare in altro modo la storia, la società, l'etica, la bellezza strana e le altrettanto strane miserie proprie dell'Isola.
Di Camilleri ormai sono state ampiamente discusse tutte le peculiarità: la stranezza di un uomo che debutta nella scrittura e raggiunge il successo alla soglia degli ottant'anni, l'uso affascinante di quel linguaggio italo-siculo che conferisce ai suoi romanzi una specifica e simpaticissima originalità, l'ironia e l'umorismo che contaddistinguono molte delle sue pagine, l'attenzione affettuosa ai particolari umani che emerge dalle sue storie, assieme ad una fatale mescolanza di coraggio, amarezza e rassegnazione di fronte alle cose del mondo che sembra essere propria tanto dell'autore quanto dei suoi personaggi.
Si potrebbe continuare a lungo con questo elenco di ottime prerogative ma per me, più in breve, Camilleri è semplicemente un uomo ed uno scrittore sensibile e intelligente, in compagnia del quale ho trascorso - e ancora intendo trascorrere - molte felicissime ore.
Pur essendo un romanzo tipicamente camilleriano, "Maruzza Musumeci" si discosta un po' dalle opere precedenti perchè questa volta, all'interno della storia, il carattere fiabesco tende a prendere il sopravvento su quello puramente realistico. Dato però che la capacità poetica non è mai mancata all'autore neanche in precedenza, lo scarto narrativo risulta davvero minimo: curioso, forse, ma non ingiustificato.
La storia è una storia di emigranti di ritorno, di donne che si dicono sirene (e forse lo sono davvero), di terre difficili, di mari ora accoglienti ora ostili, di cieli immensi e di piccole preziose esistenze. Dalla fine dell'Ottocento si estende sino al nuovo secolo, attraversando la Prima Guerra Mondiale e l'epoca fascista, per approdare alla Seconda Guerra Mondiale e alla presenza delle truppe americane sull'Isola, ma tutti questi grandi eventi sono abbastanza marginali rispetto alle vite quotidiane dei personaggi, che si svolgono entro orizzonti non necessariamente ristretti, ma certo più personali ed individuali.
Apparentemente la trama è facile: tornato dopo trent'anni dall'America alla natìa Sicilia, Gnazio Manisco investe i suoi risparmi comprando un pezzetto di terra che fronteggia il mare. A Gnazio il mare non piace, lo spaventa; in compenso però ha un ottimo rapporto con la terra: la cura, la rinvigorisce e ne fa il proprio mezzo di sostentamento. Costruisce anche una casetta perchè desidera farsi presto una famiglia; come sposa, la scelta cade sulla bellissima Maruzza Musumeci, appartenente - così dicono lei e la bisnonna- ad una stirpe di sirene.
Malgrado questa "fissazione", che peraltro Gnazio - innamoratissimo della moglie - asseconda senza patemi, il matrimonio è felice e viene arricchito negli anni dalla nascita di ben quattro figli. In parallelo con l'allargamento della famiglia cresce anche la casa, che alla fine diventa uno splendido ed inconsapevole prototipo di architettura Bauhaus (purtroppo destinato a soccombere sotto i bombardamenti del '45).
Le vite di tutti scorrono normali e passabilmente serene, benchè a volte toccate da quel dolore che non può mai restare del tutto estraneo alle cose umane; ci sono anche le gioie e le soddisfazioni, però.
La terra prospera, la famiglia è unita e il primogenito di Gnazio e Maruzza, Cola, che sin da bambino aveva amato le stelle, da grande diventa astronomo, conciliando così in un certo qual modo la Terra e il Mare a cui sono invece legati i suoi genitori, e sublimandoli al Cielo.
Forse è proprio questo che fa del romanzo qualcosa di speciale e tutt'altro che banale o ritrito: il panteismo sensuoso e sottile, arcaico e mediterraneo che sarebbe stato riconosciuto benissimo, ad esempio, da D'Annunzio, ma che Camilleri usa e governa in maniera del tutto personale.

LadyJack || 11:42 || lunedì, 19 novembre 2007
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John, ti presento Carter

CARTER DICKSON - I CLASSICI DEL GIALLO RACCOLTA
Pubblicazione settimanale n.°16 del 26 ottobre 2007
[A.Mondadori ed.]

Com'è noto CARTER DICKSON è uno degli pseudonimi adottati da John Dickson Carr, forse per non inflazionare il mercato editoriale con un unico nominativo, dato che per anni la sua produzione come autore fu alquanto abbondante.
Ma tra l'una e l'altra personalità non ci sono grandi differenze qualitative: i romanzi di entrambi sono gialli bellissimi ed intriganti, spesso crudeli eppure venati di un certo umorismo, con trame avvincenti e perfettamente complicate ma leali, ricche di personaggi vividi e funzionali.
Insomma, il buon vecchio John avrebbe anche potuto farsi chiamare XYZ e sarebbe comunque rimasto un grande e fantastico scrittore.
Il volume in esame raccoglie tre romanzi ed un racconto in cui la mente investigativa è rappresentata da quello che per Carter Dickson divenne un protagonista ricorrente: Sir Henry Merrivale.
Chiamato anche H.M. o il Vecchio - come lui stesso preferisce definirsi - Sir Henry Merrivale colpisce innanzitutto per la sua stramba fisicità, che parzialmente lo accomuna ad un altro personaggio di Dickson Carr, il dottor Fell (sembra però che il modello reale di riferimento sia stato Winston Churchill): ha la forma di un barilotto, con un imponente pancione che "lo precede come la polena di una nave", ed un enorme testone calvo che luccica al sole. Fuma sigari pestilenziali e i suoi occhiali cerchiati di tartaruga scivolano su un grosso naso. Spesso lo ritroviamo in posa con le mani sui fianchi e sul volto un'espressione acida e maligna; dobbiamo inoltre ringraziare la discrezione dell'autore che non riferisce per intero alcune delle esternazioni del Vecchio, limitandosi a definirle "roboanti sequele di imprecazioni, invettive ed oscenità".
H.M. si rivolge a chiunque con un paternalistico "figliolo", indipendentemente dall'età o dalla condizione del soggetto, e la sua più moderata esclamazione è "O tempora. O mores. O diavolo!".
Le sue intense emozioni svariano dall'interesse all'imbarazzo, passando per la collera o la perplessità, ma il suo faccione è più spesso rischiosamente paonazzo che mortalmente pallido.
Insomma, H.M. in apparenza è tutt'altro che dolce o gradevole (e personalmete provo maggiore simpatia per il dottor Fell), ma i suoi modi caustici e spinosi occultano un certo grado di umanità e soprattutto una mente deduttiva di altissimo livello: qualità che gli riescono utili tanto nelle misteriose attività che svolge per il Ministero della Guerra (sono gli anni '40, molto difficili per l'Inghilterra) quanto nelle varie indagini in cui si trova coinvolto.
E sono queste indagini, determinate da ciò che lo stesso H.M. definisce "la maledetta e disgraziata perversità delle cose del mondo", che costituiscono le trame di ventidue romanzi e due racconti scritti da Carter Dickson fra il 1934 e il 1955.
Il volume n.°16 de "I Classici del Giallo" è dunque soltanto un piccolo assaggio.
LadyJack || 16:48 || giovedì, 15 novembre 2007
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Instabili Creature

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BILICO di Paola Barbato (BUR Rizzoli, 2006)
[genere: thriller; ambientato in una città italiana non specificata]

Ho voluto leggere questo romanzo per curiosità, perchè ne avevo sentito parlare positivamente, e soprattutto perchè Paola Barbato (Milano, classe 1971) è da molti anni una bravissima sceneggiatrice dei fumetti di Dylan Dog: ho fatto bene, dato che il romanzo è poi risultato all'altezza delle migliori aspettative.
E' anche piuttosto duro e difficile, con una storia che in astratto (volendo a tutti i costi trovarle un significato) potrebbe simboleggiare l'estremo disordine esistenziale, la debolezza - ma anche la ferocia - con cui molti occupano il loro posto nel mondo. Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è altro: la fluida qualità della scrittura, innanzitutto, e poi la radicale coerenza dei personaggi, nonchè la capacità da parte dell'autrice di infondere grande originalità ad una storia che all'inizio potrebbe invece apparire abbastanza ritrita.
Il nucleo della vicenda sembra infatti semplice: c'è un serial killer che uccide le sue vittime in modo creativamente macabro, e c'è la specialista che gli dà la caccia, cercando di identificare le motivazioni del comportamento omicida e di rintracciare i collegamenti interni del modus operandi: cosa legava le vittime, come e perchè sono state scelte, qual è il messaggio che il killer vuole trasmettere.
Uno spunto molto classico, insomma...non fosse per il fatto che in tutto il resto di classico c'è ben poco.
Persino la protagonosta, la dottoressa Giuditta Licari, patologa e psichiatra che collabora con la polizia, non è un personaggio del tutto ortodosso: quarantenne non bella, pragmatica, vuota e glaciale, ha fatto del Comportamento Umano il suo inesauribile campo di studio. Le piace dominare il tutto e utilizza il suo lavoro per farlo senza riserve; è però a sua volta dominata dallo stranissimo rapporto che la lega ad un ex fidanzato sprofondato nella follia.
Attorno a lei si muovono poi altri personaggi, comprimari del dramma in atto: i colleghi poliziotti, tra cui il suo assistente Michelangelo Giglio detto Miglio; una madre che sembra vivere davanti alla TV e che al telefono non lascia spazio all'interlocutore; un'amica sveglia e molto diversa da lei; l'affascinante e angelico (angelico?!!) sedicenne che abita nel suo stesso condominio.
E il killer, naturalmente: il più imprevisto ed ambiguo dei colpevoli...davvero.
Il serial killer che ad un certo punto vede la necessità di attuare un depistaggio e di tirarsi fuori da ciò che lui stesso ha costruito. Per salvarsi c'è una sola cosa da fare, trovare un capro espiatorio e gettarlo tra le braccia dei cacciatori: ed è appunto questo che sarà fatto, per mezzo di un piano perfetto dal punto di vista fattuale e psicologico, un piano nel quale persino le coincidenze sembrano esser state previste.
Non fosse per l'abilità dell'autrice, il tutto risulterebbe assurdo e poco credibile: la difficile costruzione invece richiama un certo grado di ammirazione per la sua complessità, e più di un brivido di disagio a causa della sua totale mancanza di scrupoli e di umanità.
Più di questo non va rivelato.
Ma come il suo killer, Paola Barbato potrebbe affermare senza falsa modestia: "Ho fatto un lavoro sopraffino".
LadyJack || 16:20 || mercoledì, 07 novembre 2007
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Breve Storia della Scienza Forense

LA SCIENZA DI SHERLOCK HOLMES
Da Baskerville Hall alla Valle Della Paura, la scienza forense dietro ai più celebri casi del Grande Detective.

("The Science of Sherlock Holmes", 2006), di E.J.Wagner

La prima cosa che non va in questo libro è il prezzo: 20 euro per un agile volumetto di circa 200 pagine sono molti, anche se a monte del saggio l'autrice avrà indubbiamente fatto un gran lavoro di ricerca.
La seconda cosa che non va è che tutto quell'indubitabile gran lavoro di ricerca alla fin fine ha prodotto un risultato abbastanza modesto. In teoria l'argomento è molto interessante, ma la trattazione - di carattere eccessivamente divulgativo - mi è parsa inferiore a ciò che ci si poteva legittimamente aspettare: a tratti superficiale e un po' sconnessa, con riferimenti a Sherlock Holmes e ai suoi racconti che si limitano ad essere poco più di un pretesto da cui partire per sviluppare i vari argomenti, qualcosa di scarsamente amalgamato all'insieme.
Vengono citati molti casi del passato, tra cui alcuni celeberrimi: Jack Lo Squartatore (1888), Lizzie Borden (1892), l'affaire Dreyfus (1894), il rapimento Lindbergh (1934), e persino l'omicidio dell'esperto di bridge Joseph Bowne Elwell, caso irrisolto che ispirò la prima avventura di Philo Vance. Ma questi e tutti gli altri esempi minori, affrontati in maniera più o meno approfondita, danno spesso l'impressione di essere stati scelti un po' a caso.
In sostanza il volume vuole offrire una breve storia della scienza applicata all'investigazione criminale, ma la profondità della trattazione risulta alquanto scarsa, e perciò deludente.
L'unica cosa veramente chiara è che la nascita e lo sviluppo di tale scienza sono stati difficili, opera di singoli individui che innovando si scontravano con il sistema e che spesso continuavano ad essere sconfitti: per nostra fortuna, però, non si sono mai arresi.

Il saggio è diviso in 13 capitoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto della questione: 
 1 - Dialogo con i morti (tutto ciò che il corpo può "dire" sul proprio decesso)
 2 - Storie bestiali e cani neri (persistenza del folklore che ostacola la scienza)
 3 - Un pugno di mosche (l'entomologia come supporto per l'investigazione)
 4 - La prova del veleno (sull'identificazione delle sostanze tossiche)
 5 - Il travestimento e il detective (simulazione e dissimulazione per rei e poliziotti)
 6 - Scena del crimine sotto i lampioni a gas (sull'inadeguatezza dei vecchi metodi d'indagine)
 7 - Il ritratto della colpa (sul "bertillonage" e sulle impronte digitali)
 8 - Spari nel buio (sullo sviluppo della balistica)
 9 - Cattive impressioni (gli indizi sono utili solo se valutati correttamente)
10 - Sporcizia preziosa (sull'importanza di tutti i residui associati al crimine)
11 - Appunti diabolici (sulla falsificazione e la grafologia)
12 - La voce del sangue (sulle tracce ematiche palesi o latenti)
13 - Mito, medicina e omicidio (i falsi miti che hanno a lungo ostacolato la scienza)
LadyJack || 17:03 || martedì, 06 novembre 2007
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UN GIALLO ROSSO SANGUE

LA ROSSA MANO DESTRA ("The Red Right Hand", 1945), di Joel Townsley Rogers
[Polillo ed., 2005]

E' uno strano romanzo giallo. Confesso che non mi è piaciuto molto.
O meglio: mi ha lasciata perplessa, tanto che non so veramente decidere se mi sia piaciuto o meno. Credo che in realtà mi abbia soprattutto irritato, in modo tale da rendermi incapace di riconoscerne la probabile grandezza.
Sono innumerevoli gli aggettivi che gli si potrebbero adattare: lento, complesso, reiterativo, tortuoso, sleale...ma gli aggettivi che difficilmente gli applicherei sono "bellissimo" o "entusiasmante".
Per apprezzarlo pienamente forse gioverebbe una seconda lettura, con la quale cogliere i pregi di trama e composizione, un po' trascurati per impazienza durante la prima.
All'inizio del romanzo il delitto che costituisce il fulcro della narrazione è già stato commesso; sono state avviate le indagini e colui che racconta - il giovane dottor Harry Riddle di New York - è direttamente coinvolto negli eventi come testimone, pieno di dubbi e perplessità. Il dottore, infatti, più che fermare la propria (e l'altrui) attenzione su ciò che ha visto, è ostinatamente focalizzato su ciò che non ha visto: in particolare è sicuro di non aver visto passare accanto a sè sull'unica strada percorribile la Cadillac grigio fumo con interni rossi che, guidata dall'assassino, doveva aver trasportato anche il corpo accasciato del presunto cadavere.
Partendo da questa assoluta certezza e malgrado una lunga serie di elementi e di coincidenze che sembrerebbero suggerire lui stesso come colpevole, il dottore ricostruisce gli eventi, e il modo in cui vi è stato coinvolto.
Lo fa a pezzi, spesso anticipando fatti che saranno poi spiegati e illuminati più oltre nella narrazione. Lo fa procedendo in parte per certezze, in parte per ipotesi, andando avanti o ripetendosi.
Lo fa in realtà - come si scopre verso la fine - avendo ben chiaro in mente ciò che può essere accaduto.
Il dottore lascia in pratica un lucido resoconto degli eventi, a dispetto dell'atmosfera di terrore che pervade il tutto e che dovrebbe comunicarsi anche al lettore.
Il romanzo è dunque un puzzle, un enigma oscuro e complicato i cui tasselli ad un certo punto si ricompongono improvvisamente (e forse il nome del dottore - RIDDLE - non è stato scelto a caso...).
Le tracce e gli indizi non scarseggiano, ma sono così ben dissimulati da risultare scarsamente avvertibili: il lettore si ritrova troppo preso dalla voce del dottor Riddle, dalla sua apparentemente nebulosa visione dei fatti per sospettare che la soluzione finale stia già nell'inizio della narrazione.
E questo lo si può considerare un colpo di genio, oppure una bieca slealtà. Probabilmente a  J.T.Rogers  interessava solo scrivere un buon romanzo, e non fare lo sgambetto al lettore; ma giunti alla fine la sensazione è quella di essere stati un po' imbrogliati.

LA TRAMA: Il ricchissimo imprenditote Inis St.Erme stava viaggiando con la fidanzata Elinor da New  York al Vermont per andare a sposarsi; aveva con sè 2500 dollari e guidava l'auto prestatagli da un amico e socio in affari.
Ad un certo punto del percorso i due avevano fatto salire un autostoppista, un ometto strano e taciturno.
Più tardi Elinor, trovata a vagare per i boschi in stato di shock, avrebbe testimoniato che Inis era stato rapito e forse ferito ad opera dell'autostoppista, al quale lei era invece riuscita a sfuggire.
Ed in effetti l'auto con a bordo i due viene avvistata da più di un testimone: da molti, ma non dal dottor Riddle.
Di lì a poco il corpo senza vita di Inis St.Erme , privo della mano destra, viene rinvenuto semisommerso nel fango della palude.
Ma non è quello il tragico epilogo, perchè in breve i cadaveri si moltiplicano: e se l'auto viene ritrovata, l'autostoppista sembra invece svanito nel nulla...
LadyJack || 11:04 || sabato, 03 novembre 2007
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