Georgette Heyer: IL VILLAGGIO DEL SILENZIO (Death in the stocks - 1935)

Il titolo italiano di questo "giallo" non potrebbe essere meno azzeccato: il delitto avviene in un villaggio, ma per puro caso, perché tutta la trama si svolge a Londra e di silenzio non ve n'è traccia, anzi, i personaggi parlano dall'inizio alla fine.
Altra avvertenza: leggere i romanzi in ordine cronologico, perché in "Veleni di famiglia", scritto in data successiva, vi sono espliciti accenni a questa storia, anche se non viene rivelato l'assassino. Ci sono personaggi ricorrenti che appaiono in entrambi: l'avvocato Giles Carrington, che in "Il villaggio del silenzio" è protagonista, mentre in "Veleni di famiglia" è il legale che si occupa del testamento del defunto; il sovrintendente Hannasyde di Scotland Yard ed il sergente Hemingway.
La vittima designata è Arnold Vereker, ricco proprietario di una miniera, abituato a spassarsela allegramente con svariate donzelle che ospita nei weekend nella sua casa di Ashleigh Green, un villaggio nei pressi di Londra. Quella notte il suo cadavere, pugnalato alla schiena, viene ritrovato nel parco, imprigionato nella gogna che rappresenta una specie di attrazione locale, antico retaggio di un passato fosco. Ma non facciamoci trarre in inganno dall'esordio quasi gotico del romanzo, perché, dopo poche pagine, ci troviamo già nel bel mezzo di una commedia stile Katherine Hepburn prima maniera. Infatti la giovane Antonia Vereker, sorellastra di Arnold, aveva deciso proprio quella sera di incontrarlo per dirimere una faccenda che le sta a cuore e la polizia la sorprende nella casa del morto, senza alibi e con la gonna macchiata di sangue. Lei cerca confusamente di nascondere le ragioni per cui si trova in quella circostanza e comunque il sangue è del suo bull terrier (Antonia alleva questa razza canina...) che nella notte si era azzuffato con un suo simile mentre lei lo portava a spasso nel villaggio. Il resto della famiglia non è meno stravagante, a cominciare dal fratello di Antonia, Kenneth e dalla loro governante Murgatroyd. Il secondo fratellastro, Roger, è momentaneamente morto in Sudamerica, ma se ne saprà qualcosa più avanti. La parte residua della truppa è formata dalla fidanzata di Kenneth, Violet, dal promesso sposo di Antonia, Rudolph e da Leslie, vicina di casa che spasima per Kenneth. A nessuno importa alcunché del defunto e, ovviamente, nessuno ha un alibi decente, anzi...
Giles Carrington, che è il cugino dei Vereker, ha il difficile compito di aiutarli ad uscire dai guai ed essendo anche palesemente innamorato di Antonia, si darà un gran da fare per proteggerla.
Trattandosi di una commedia umoristica, più che di un giallo tradizionale, il modo che i protagonisti hanno di ribattere alle domande dell'investigatore è comico e surreale:
«Ricorda effettivamente qualcosa di ciò che ha fatto, signor Vereker, o sta solo propinandomi una recita imparata ad arte?
– Ma certo che mi ricordo – disse Kenneth, spazientito. – Non si può continuare a ripetere una storia senza ricordarsela. Ma lei vuole sapere se me la sono inventata? No, di certo! Me ne sarei studiata una di gran lunga migliore. Qualcosa con un certo stile. A dire il vero, io e mia sorella ne avevamo ideata una che era proprio una bellezza, ma abbiamo deciso di non usarla per via dello sforzo mentale che avrebbe comportato. Se ci si inventa una cosa, si finisce per dimenticare tutte le varie ramificazioni e implicazioni, e così ci si dà la zappa sui piedi.
– Mi fa piacere che se ne renda conto – disse Hannasyde in tono freddo». (Trad. Marilena Caselli)

La lettura è piacevolissima, come sempre accade con questa autrice, ma la soluzione del caso non è delle più riuscite: si giunge alla conclusione in modo affrettato, debole e poco comprensibile. L'avvocato Giles Carrington capisce tutto in una sera, utilizzando un metodo investigativo totalmente improvvisato e lo rivela al costernato sovrintendente Hannasyde.
Ah, ovviamente, l'amore trionfa.

ArchieGoodwin || 02:11 || lunedì, 31 dicembre 2007
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Black X'mas

DELITTI DI NATALE ("The Twelve Crimes of Christmas", 1981 - ed. it. Editori Riuniti, 1983)
Durante le attuali vacanze natalizie ho ripreso in mano questa antologia che raccoglie 12 racconti gialli di autori vari, tutti in qualche modo legati al Natale...con la cui atmosfera ovviamente formano un deciso contrasto.
Come scrive Isaac Asimov nell'INTRODUZIONE al volume: "Se per avventura vi sentite un po' nauseati in questo periodo dell'anno e avete bisogno di un contrappeso alla saccarinità della stagione [...] questo libro è per voi".
Ebbene sì: questo libro è per ME!
Gli autori raccolti sono più o meno conosciuti, seppur tutti in qualche modo "classici": non è superfluo ricordare infatti che il volume era originariamente destinato alla diffusione nel mondo anglosassone, che con le Festività Natalizie intrattiene un rapporto un po' diverso dal nostro. Non è un caso ad es. che Alice Scanlan Reach, nel racconto dedicato alle investigazione del suo personaggio, Padre Crumlish, riesca ad inserire addirittura l'intera ricetta dei biscotti che vengono preparati in Canonica appunto durante il periodo natalizio...
Fra gli altri autori e relativi racconti citerei, in ordine sparso:

- Dorothy L.Sayers,
LA COLLANA DI PERLE ("The Necklace of Pearls"): Lord Peter Wimsey ritrova dei gioielli astutamente occultati in mezzo alle decorazioni natalizie durante il ricevimento offerto da un milionario in onore della figlia, il cui compleanno cade a fine dicembre.

- Ellery Queen,
LA BAMBOLA DEL DELFINO ("The Dauphin's Doll"): è un racconto abbastanza famoso in cui si narra, con una certa dose di umorismo e molta abilità, l'impossibile furto di un diamante in presenza della folla che alla Vigilia gremisce un grande magazzino.

- August Derleth,
L'AVVENTURA DEI DUE COLLEZIONISTI ("The Adventure of  the Unique Dickensians"): il personaggio di Solar Pons, quello del suo assistente Parker, l'atmosfera e l'andamento stesso del racconto non sono altro che un gentile omaggio dell'autore a Conan Doyle e alle sue creature, Holmes e Watson. Un raro manoscritto dickensiano, poi, è la ciliegina sulla torta.

- John Dickson Carr,
IL CAPPUCCIO DEL CIECO ("Blind Man's Hood"): il buon vecchio John riesce a coniugare, da par suo, l'atmosfera natalizia e una storia di (veri) fantasmi con il classico delitto impossibile.

Due parole a parte, infine, per quello che a mio giudizio è il racconto migliore e più divertente dell'intera raccolta:
FESTA DI NATALE ("Christmas Party"), di Rex Stout
Wolfe e Archie sono ai ferri corti: il grand'uomo pretende di essere portato in auto all'incontro con un famoso ibridatore, mentre Goodwin gli fa presente di averlo avvertito per tempo di altri suoi impegni che gli impediranno di fare da autista.
Come al solito nessuno dei due è disposto a cedere, e dato che nella battaglia fra orgoglio e testardaggine non possono esserci vincitori, ad un certo punto Archie sfodera il suo asso nella manica: dalla tasca estrae una licenza di matrimonio dello Stato di New York, a nome di Margot Dickey...e di Archie Goodwin!
Questo naturalmente toglie a Wolfe qualunque possibilità di replica, specialmente quando Archie (vecchia faccia di bronzo!) manifesta l'intenzione di portare la moglie a vivere con lui nella Trentacinquesima Strada.
Wolfe non replica, e forse è meglio così.
In realtà Archie non ha intenzione di sposarsi davvero, e sta solo aiutando la sua amica Margot: la licenza di matrimonio serve per essere sventolata sotto il naso del di lei datore di lavoro, il ricco Kurt Bottweill, in modo che LUI si decida a sposarla, come già avrebbe dovuto fare da tempo.
L'impegno di Archie è infatti è un party natalizio organizzato da Bottweill dove, tra un bicchiere e l'altro, Margot e Archie intendono fare la loro mossa a sorpresa.
E di bicchieri ce ne sono parecchi: un barman mascherato da Babbo Natale serve ai numerosi ospiti tutto ciò che desiderano, dall'acqua minerale a tre diverse marche di champagne. Bottweill invece preferisce il Porto e ciò gli risulta fatale, perchè dopo il brindisi ufficiale il ricco imprenditore stramazza al suolo e muore avvelenato in pochi minuti.
Anche se la polizia, nella persona di Purley Stebbins, è insospettita soprattutto dalla presenza di Archie (e ti pareva...), in realtà sono molti gli ospiti a cui la morte di Bottweill non dispiace affatto.
Tuttavia, il caso sembra poi avviarsi ad una facile risoluzione quando il Babbo Natale mascherato scompare prima di essere interrogato, lasciando dietro di sè solo il suo costume.
Di lì a poco però Archie ha modo di fare un'imbarazzante scoperta: il Babbo Natale altri non era che Wolfe in persona, intrufolatosi al party con la complicità di Bottweill al fine di spiare il suo truffaldino assistente (in fondo una possibile moglie è qualcosa di davvero preoccupante!).
Ciò significa che l'assassino va cercato altrove: e per evitare che i più vergognosi particolari dell'intera storia vengano a conoscenza di Cramer, naturalmente è Wolfe che deve individuarlo al più presto.


LadyJack || 14:54 || venerdì, 28 dicembre 2007
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La Vita è un Treno

IL MISTERO DEL TRENO AZZURRO ("The Mystery of the Blue Train", 1928)
Il treno come scena del delitto ha spesso affascinato i migliori giallisti, forse perchè al pari della nave, dell'aereo o della villa di campagna isolata il vagone ferroviario costituisce un ambiente ristretto e chiuso, perfetto come sfondo per le più classiche fra le trame poliziesche.
Agatha Christie si è mostrata particolarmente affezionata ai treni: basterebbe ricordare "Assassinio sull'Orient-Express" ("Murder on the Orient-Express", 1933). Già nel 1925, però, quasi all'inizio della sua carriera, aveva scritto il breve racconto "L'Espresso per Plymouth" ("The Plymouth Express") che qualche anno dopo, ampliato e largamente modificato, si sarebbe trasformato in un vero e proprio romanzo: "Il Mistero del Treno Azzurro".
Onestamente, non si tratta di una delle sue migliori creazioni: il romanzo risulta ancora piuttosto acerbo, non tanto per ciò che riguarda la trama, ma per ciò che riguarda la costruzione, i dialoghi, i personaggi, e lo stesso Poirot non è ancora quella figura completa e tridimensionale che si ritroverà in molte immortali pagine dei tempi successivi. Tuttavia il pregio maggiore del romanzo è proprio costituito dal suo aspetto frivolo e démodé, in cui l'avventura misteriosa e romantica prende il sopravvento sull'indagine: insomma, Poirot c'è e agisce da par suo, ma intorno a lui ruotano favolosi gioielli dalle equivoche origini, maliarde spendaccione e traditrici, virtuose fanciulle dagli occhi belli, gentiluomini traviati e criminali dal pedigree internazionale, in un'atmosfera da inizio-secolo briosa e ancora esente dal peso degli orrori futuri.
Si tratta di curiosità storico-narrative che suscitano una certa nostalgia.
TRAMA: Il milionario americano Rufus Van Aldin regala alla propria figlia Ruth una parure di gioielli (forse grondanti di storia e di sangue) il cui pezzo forte è il rubino detto "Cuore di Fuoco".
Il dono vuole testimoniare il grande affetto paterno di Van Aldin per l'unica figlia, infelicemente sposata a Derek Kettering che la trascura e la tradisce con la danzatrice Mireille.
Anche se Ruth si consola con un antico spasimante, l'equivoco conte de la Roche, tra padre e figlia si comincia a parlare di un possibile ed opportuno divorzio; ma prima di arrivare ad una vera e propria decisione Ruth, partita per svernare in Riviera,  viene uccisa nel suo scompartimento sul Treno Azzurro in viaggio da Londra a Nizza, mentre i rubini svaniscono nel nulla.
Che lo ammettano o meno, sullo stesso treno si trovavano molte altre persone legate a Ruth e ai suoi interessi (compreso il marito), per cui la rosa dei sospetti è abbastanza ampia, sia per ciò che riguarda il furto sia per ciò che riguarda l'omicidio.
Con l'aiuto e la collaborazione della signorina Katherine Grey, giovane ereditiera a sua volta presente sul treno, Poirot inizia ad indagare, ricostruendo minuziosamente i fatti. E alla fine sarà in grado di indicare all'affranto Van Aldin i responsabili della sorte della povera Ruth.

La dolce, intelligente e generosa Katherine invece, dopo aver suscitato in Poirot un delicato sentimento "paterno", diventerà la donna giusta per quello che inizialmente era sembrato essere l'uomo sbagliato.


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Già poco intrigante in originale, il romanzo non viene affatto migliorato dalla versione televisiva, che tra l'altro presenta le ormai consuete aggiunte e variazioni di nomi, personaggi e circostanze; alcune di esse sono abbastanza superflue se non dannose: ad es. l'introduzione della madre pazza di Ruth, o il fatto che Mireille sia l'amante di Van Aldin e non di Derek.
In generale l'ambientazione è carina, gli interpreti però sono quasi tutti molto insoddisfacenti (e forse condannati a gravi danni polmonari causa la partecipazione a questo episodio, a meno che in scena non si fumassero solo false sigarette al mentolo... ).
Si salvano un po' i parenti di Katherine che abitano in Costa Azzurra - spensierati, opportunisti e bohémiennes come si conviene - assieme a Derek, belloccio e giustamente debosciato.
Pessimi invece i personaggi femminili: Ruth non è nè bella nè bionda nè tantomeno affascinante; Katherine è troppo insipida, e persino Mireille, seppur sufficientemente esotica, manca di quel fuoco e di quella egoistica nonchalance che nel romanzo la rendono insopportabile ma unica.
Dei colpevoli, infine, non posso rivelare molto: tranne il fatto che risultano quasi meno credibili di tutti gli altri.

[ NOTA: il titolo di questo post è mutuato dal capitolo XXXVI del romanzo ]
LadyJack || 11:13 || giovedì, 27 dicembre 2007
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Una strenna natalizia di rinnovata attualità

Nella categoria : humour - Permalink



Torna di attualità, in questo Natale spumeggiante post-derby,  un divertentissimo libro pubblicato nel 2006, dopo la pseudorivoluzione calciopolesca:
Mai stati in B... e voi? Cronache di un altro anno neroazzurro.
Curatori: il sito interisti.org
Edizioni: TEA
Dalle note di copertina:
"È proprio vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno: dopo mesi di intercettazioni, accuse, tribunali, rivelazioni e ricorsi, ecco che a squarciare il cielo plumbeo del calcio italiano giunge come un raggio di sole un'altra dose massiccia di ironia e comicità firmata interisti.org. Finalmente possiamo di nuovo sorridere di Serie A (e anche B) e di Champions League, di ritiri e silenzi stampa, di moviole, giudici sportivi e prove televisive, di interviste e pagelle. E per tirare il fiato e rilassarsi, cosa c'è di meglio di una puntata di Casa Milanello, l'imperdibile soap opera rossonera dei sentimenti, magari accompagnata da una delle gustosissime "Ricette di Chef Carletto"?"

Il libro è sinceramente molto divertente, specialmente per chi ricorda assai bene le peripezie attraversate dai nerazzuri nelle stagioni immediatamente precedenti a questo biennio scudettato. Vanno lette le autoironiche rivisitazioni delle partite e dintorni, ma soprattutto l'esilarante parodia intitolata "Casa Milanello".


ArchieGoodwin || 01:42 || martedì, 25 dicembre 2007
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Georgette Heyer: VELENI DI FAMIGLIA (Behold, here's poison - 1936)

Classificare questo romanzo di Georgette Heyer come "giallo" puro non mi pare azzeccatissimo, anche se in Italia è stato pubblicato nella collana de "I classici del giallo Mondadori". I dialoghi frizzanti e il delizioso umorismo inglese di cui l'autrice fa largo uso, lo collocano, secondo me, più nel filone della commedia teatrale. Non scomoderei Oscar Wilde, però è questo che mi viene in mente, leggendo gli scambi di battute fra i personaggi.

Gregory Matthews viene trovato morto nel suo letto quando uno dei domestici gli porta il tè della prima colazione. Inizialmente i suoi parenti, per nulla addolorati, sono fermamente convinti che l'anziano padrone di casa abbia avuto un colpo apoplettico. La sorella Harriet, una comica figura di zitella ossessionata dall'economia domestica, continua a ripetere che è stata l'anatra mangiata dal fratello la sera prima e che lei gliel'aveva detto che gli avrebbe fatto male, mentre di sicuro non sarebbe successo se lui avesse preso le costolette d'agnello che lei gli aveva fatto preparare.
Gli altri parenti che vivono nella casa sono: la cognata del defunto, Zoe Matthews, vedova piacente e svenevole, che passa il suo tempo a cercare di non affaticarsi e a snocciolare artificiose frasi di circostanza; poi ci sono i suoi due figli: il giovane Guy, inconcludente e poco propenso al lavoro (anche se ha messo su una ditta di arredamento d'interni insieme ad un eccentrico amico) e la bella Stella, la più concreta e vivace della famiglia. C'è poi l'altra sorella di Gregory Matthews, Gertrude Lupton, che vive con il marito poco distante e c'è Randall Matthews, figlio di un altro fratello, morto anni prima. Il quadro è completato dai figli sposati di Gertrude, dai vicini di casa dei Matthews, Edward e Dolly Rumbold e dal dottor Fielding, medico che Stella avrebbe voluto sposare contro la volontà dello zio Gregory.
Quando Gertrude, apparentemente senza motivo, dubita che il fratello sia realmente morto per cause naturali e chiede che venga fatta l'autopsia, tutti si oppongono, per paura di uno scandalo, ma il dottor Fielding decide di assecondarla e, dopo alcuni giorni, si viene a scoprire che la causa della morte è stata avvelenamento da nicotina. Le indagini sono affidate al sovrintendente di Scotland Yard, Hannasyde, che si trova a dover ricostruire con cospicuo ritardo una scena del delitto dove ormai tutto è stato fatto ripulire da giorni: la zia Harriet non vuole che nulla vada sprecato e, dopo avere esaminato la stanza e gli effetti personali del fratello, ha deciso cosa non poteva più servire e cosa doveva essere riciclato. Difficile risalire al veicolo del veleno fatale...
Ma scoprire l'assassino, per chi legge questo romanzo, non è la preoccupazione principale: il divertimento sta tutto nell'assistere ai battibecchi tra i protagonisti. La lievità e lo spirito sottile dell'autrice accompagnano il lettore dalla prima all'ultima pagina. I personaggi più riusciti sono, a mio parere, la zia Harriet e l'ineffabile Randall Matthews. Quest'ultimo tratta i suoi parenti come meritano, affilando costantemente le sue battute su di loro, tenendoli sulla corda e ritraendoli con esilarante ironia ogni volta che si rivolge a loro. Lui è l'erede di Gregory Matthews e suo esecutore testamentario, ma non è per questo che i parenti lo detestano: il suo atteggiamento li indispone, li mette in difficoltà, si sentono costantemente sotto il torchio di questo acutissimo e beffardo ragazzo. Stella è l'unica che riesce a tenergli testa e forse per questo lui sembra trattarla con maggiore considerazione...
Insomma, questa è Georgette Heyer, per cui niente investigatore intellettual-eccentrico-deduttivo, niente interrogatori arzigogolati, niente riunioni per smascherare il colpevole: l'assassino si scopre alla fine ed è anche una soluzione interessante, ma il gusto sta tutto nell'atmosfera piacevole e sorridente della commedia che lei sa mirabilmente creare. Deliziosa, proprio come una tazza di tè con i pasticcini.

ArchieGoodwin || 23:07 || lunedì, 24 dicembre 2007
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Giocare con il morto

CARTE IN TAVOLA ("Cards on the table", 1936)
Tra i romanzi di Agatha Christie non è quello a cui mi sento maggiormente affezionata, però "Carte in Tavola" è ugualmente interessante, ben costruito e persino insolitamente ricolmo di colpi di scena: di norma Agatha Chistie, pur nascondendo al meglio l'identità del colpevole (o dei colpevoli), tesse le sue trame in maniera relativamete più lineare. Qui invece il romanzo procede dietro più di un paravento e attraverso un certo numero di "scatole cinesi" contrapposte: tanto è vero che - sorpresa delle sorprese! - gli indiziati per il delitto al centro della storia sono solo quattro...alla fin fine però gli assassini sono almeno due.
Altro motivo di interesse è poi il fatto che accanto a Poirot compare il personaggio ricorrente di Ariadne Oliver, scrittrice di gialli ed alter ego della Christie, anche se più arruffata e meno elegante di lei.
TRAMA: Il ricco e misterioso signor Shaitana, cha ama atteggiarsi ad impeccabile e mefistofelico dandy, organizza un singolare ricevimeno per mostrare a Poirot quella che con lievi insinuazioni ha definito la sua "collezione di campioni". Dotato di un personalissimo senso artistico che aborrisce la banalità, Shaitana afferma infatti di poter raccogliere non solo oggetti raffinati, preziosi o curiosi, ma anche qualcosa di più raro: un certo numero di assassini che non si sono fatti prendere (il contrario sarebbe cosa volgare... ).
Alla serata sono presenti persone di vario tipo che per lo più si conoscono a malapena.
C'è il dottor Roberts, più uomo di mondo che di scienza, e c'è la signora Lorrimer, elegante vedova sessantenne appassionata di bridge; poi il maggiore Despard, bell'uomo dalla vita avventurosa, e la signorina Ann Meredith, timida bellezza con gli occhioni verdi e i riccioli neri.
A loro si uniscono Poirot, la signora Oliver, il sovrintendente Battle di Scotland Yard e il colonnello Race dei Servizi Segreti.
Insomma: pare che Shaitana abbia voluto riunire alla sua tavola quattro "segugi" o specialisti che dir si voglia, e quattro ignoti assassini... o almeno, quattro persone che lui ritiene tali. Durante la cena varie velate insinuazioni da parte dell'anfitrione richiamano l'attenzione dei presenti sull'argomento, suscitando perplessità ed imbarazzi che vengono superati solo grazie al buon cibo e alla buona educazione.
Dopo cena, in due salotti contigui, vengono organizzati tavoli di bridge per gli ospiti, mentre Shaitana sprofonda in una comoda poltrona vicino al fuoco che si trova nella seconda stanza, quella al cui tavolo siedono Roberts, Despard, la signora Lorrimer e Ann Meredith.
E quando molto più tardi, dopo parecchie partite, Shaitana viene ritrovato con il cuore trafitto da un pugnale ingioiellato, sono proprio i quattro ospiti suddetti ad essere automaticamente sospettati. Ciascuno di loro ha lasciato il tavolo almeno una volta...ma è credibile che l'omicidio sia stato commesso senza che gli altri tre abbiano avvertito nulla?
Ai "segugi", coordinati da Poirot e da Battle, non resta che investigare sul passato degli indiziati, per verificare se davvero almeno uno di loro avesse già commesso un omicidio ed avesse pertanto motivo di temere le insinuazioni di Shaitana.
Strada ragionevole da imboccare, ma anche irta di complicazioni: questa volta per arrivare ad una soluzione saranno necessarie cellule grigie e ricerche d'archivio, assieme ad una certa dose d'intuito femminile, a un po' di fortuna e a un paio di piccoli sotterfugi.

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L'episodio TV che corrisponde al romanzo è buono ma gli è nettamente inferiore.
Molti nomi sono stati cambiati rispetto agli originali, così come sono stati cambiati molti degli elementi che caratterizzano i personaggi e i loro ruoli. Nella trama hanno subito variazioni sia particolari di poco conto (al sergente O'Connor viene tolta la brillante occasione di sedurre una cameriera... ) sia particolari più importanti: e sono questo ultimi che accumulandosi finiscono per conferire alla storia un aspetto strano, un po' confuso e meno convincente rispetto all'originale.
Mi riferisco in particolare alle alterazioni subite dalla vicenda dei coniugi Luxmore e da quella dei coniugi Craddock, al fatto che Shaitana abbia "collaborato" alla propria morte (va bene l'ennui... ma così è troppo!), nonchè all'introduzione di un movente omosessuale che Agatha Christie non avrebbe preso in considerazione nemmeno per uno dei suoi romanzi più tardi: e qui siamo ancora negli anni Trenta.
Altrettanto dannosa l'inversione tra virtù e cattiveria attuata sui personaggi di Ann Meredith e della sua amica Dorothy (o Rhoda che dir si voglia), per non parlare poi delle assurde ombre imbastite attorno alla figura del sovrintendente. O meglio: per come sono state impostate le cose nella versione televisiva, forse anche lui avrebbe potuto ragionevolmente essere sospettato da Poirot, dalla signora Oliver e dal colonnello; non dagli spettatori, però, i quali a differenza dei "segugi" nel momento in cui il sovrintendente scopre che Shaitana è morto hanno modo di accorgersi perfettamente che dal petto del cadavere sporge già l'impugnatura dello stiletto. Ergo, il sovrintendente avrà anche qualche scheletro nell'armadio, ma il colpo mortale non lo ha vibrato lui.
Le uniche cose dello sceneggiato che stavolta mi hanno pienamente soddisfatto sono l'arredamento (deliziosamente orripilante il grande ritratto fotografico di Shaitana in stile surrealista, sulla parete del salone) e gli interpreti.
Su David Suchet non ho molto di nuovo da dire: di lui ormai si apprezzano anche gli accenni di sorriso che gli mettono fuori asse i baffi e i rapidi bagliori che gli illuminano l'angolo dell'occhio.
Riguardo ad Ariadne Oliver avevo nutrito qualche timore, ma Zoë Wanamaker (da me già molto apprezzata in "Wilde" e in "Harry Potter") si è dimostrata all'altezza: abbastanza stropicciata e femminista da ricordare positivamente l'originale, benchè la mia immagine mentale della scrittrice fosse differente.
Lode inoltre ad Alexander Faddig che nel breve ruolo di Shaitana non ha modo di espandersi più di tanto, ma che essendosi elevato da ST-DS9 a qualcosa di meglio si è conquistato il diritto al nostro incoraggiamento.
Più che adeguati e abbastanza persuasivi tutti gli altri.
Menzione speciale - e molto personale - per il maggiore Despard (Tristan Gemmill): atletico, bellissimo, elegante e virile persino da seduto. Nella versione italiana gli hanno dato la voce di Luca Ward... e non dico altro.

LadyJack || 17:25 || martedì, 18 dicembre 2007
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Los Cuentos del Capitán - parte III

I ROMANZI (in Italia editi da Salani-Tropea; in Spagna editi da El Punto de Lectura e da ALFAGUARA).

CAPITANO ALATRISTE ("El Capitán Alatriste", 1996)
Anno 1623: tornato dalla campagna militare nelle Fiandre ed uscito dalla prigione per debiti, il Capitano è costretto a guardarsi intorno, cercando qualcosa da fare. La sua convivenza con Íñigo è già iniziata, ed anche di lui egli si sente responsabile.
Per vie traverse ottiene un contatto, ed un paio di gentiluomini mascherati lo incaricano - assieme all'altro sicario Gualterio Malatesta - di rapinare e spaventare due giovani viaggiatori inglesi in transito per Madrid.
L'incarico sembra facile, ma le cose si complicano quando il tetro fra Emilio Bocanegra ordina agli stessi sicari di uccidere i due inglesi.
Messo in sospetto dalle contraddizioni, Alatriste invece di eseguire l'incarico, finisce per soccorrere le sue potenziali vittime, attirandosi per sempre l'odio di Malatesta e di Bocanegra. Malgrado ciò significhi soltanto guai, Alatriste scopre di aver fatto la cosa giusta, perchè i due viaggiatori in incognito sono il futuro re d'Inghilterra Carlo I e il suo amico, il futuro duca di Buckingham (la presenza di questo personaggio è forse l'omaggio più palese di Pérez-Reverte a Dumas e ai suoi Moschettieri): la loro morte avrebbe portato al probabile scoppio di una guerra.
Fiancheggiato dall'amico Álvaro de la Marca, conte di Guadalmedina, e dal duca di Olivares in persona (era lui, uno dei due gentiluomini mascherati) Alatriste si toglie a fatica dai guai.
Nel frattempo però Íñigo ha incontrato per la prima volta quello che sarà per sempre il suo diabolico amore: Angélica de Alquézar, all'epoca soltanto undicenne.


PUREZZA DI SANGUE ("Limpieza de sangre", 1997)
La "purezza di sangue" è una delle ossessioni dell'epoca: è ciò che determina o meno l'essenza del buon suddito spagnolo e del "cristiano viejo", ovvero di colui nelle cui vene scorre da sempre un cattolicissimo sangue. A questa condizione sono ovviamente estranei gli ebrei e i "giudaizzanti", cioè coloro che con gli ebrei simpatizzano.
L'accusa di eterodossia era particolarmente grave e poteva portare dritti al rogo benchè, dati i lunghi intrecci genetici, ben poche famiglie potessero realmente vantare - e dimostrare - un'ascendenza perfettamente cattolica. Ma questa come molte altre questioni era più un problema di facciata e di apparenza, che di sostanza: i ricchi non esitavano a comprarsi una genealogia rispettabile, se credevano di averne bisogno, mentre su tutti gli altri incombeva il potere decisionale e ricattatorio della Chiesa.
Su questo poco allegro sfondo si colloca la vicenda del romanzo.
L'anziano don Vicente de la Cruz si rivolge ad Alatriste per farsi aiutare in una difficile impresa: salvare la propria figlia Elvira, giovane novizia nel convento delle Adoratrici Benedettine a Madrid.
Tra le mura del convento, dominato in tutto e per tutto dal lascivo fra Juan Coroado, accadono fatti poco edificanti sui quali però è impossibile far aprire un'inchiesta ufficiale. L'angosciato padre si propone pertanto di rapire la povera Elvira, sottraendola alla sua triste condizione.
Viene approntato un piano disperato che all'ultimo purtroppo fallisce: durante l'assalto don Vicente rimane ucciso, Alatriste riesce a fuggire per un pelo, ma Íñigo viene catturato e in seguito portato nel carcere dell'Inquisizione a Toledo.
Qui malgrado il terrore e la giovane età, Íñig
o riesce a resistere e a non tradire il Capitano, che comunque è costretto a defilarsi e a ritirarsi nell'ombra.
Ma in seguito solo l'aiuto occulto di Olivares e una folle cavalcata dell'amico Quevedo riusciranno ad allontanare il ragazzo dal rogo.
Al termine della vicenda Alatriste avrebbe l'occasione di uccidere Malatesta, che si trovava tra coloro che avevano respinto l'assalto al convento: però rinuncia, riconoscendo nell'altro una specie di beffardo specchio di se stesso.

IL SOLE DI BREDA ("El Sol de Breda", 1998)
All'interno della saga è il romanzo che mi è parso relativamente più "noioso", ma è comunque importante.
Privo di soluzioni alternative per sbarcare il lunario e ritenendo utile scomparire da Madrid dopo il braccio di ferro con l'Inquisizione, nel 1625 Alatriste parte di nuovo per unirsi al Battaglione di Cartagena e combattere nelle Fiandre; questa volta Íñigo è con lui, come saccardo: il ragazzo insomma comincia a ripercorrere le stesse esperienze che furono del giovane Altriste, e si appresta a diventare uomo, in tutti i sensi.
Attraverso una lunga serie di episodi, tra cui il massacro di Oudkerk e il lunghissimo assedio di Breda, il Capitano - in quel suo modo deciso e silenzioso - cementa una solida fratellanza con i suoi commilitoni, trovando nel contempo più di una conferma al senso di vuoto e alla pessimistica rassegnazione che da sempre gli occupano l'animo.
Il 5 giugno 1625 avviene finalmente la resa di Breda, episodio che in seguito avrebbe ispirato a Diego Velázquez il suo grande quadro "Le Lance".


L'ORO DEL RE ("El oro del Rey", 2000)
Un lungo viaggio per mare riporta Alatriste, Íñigo e gli altri soldati sopravvissuti dalle Fiandre alla Spagna.
Durante quegli scomodi giorni, vissuti nel modo più precario e spartano che sia possibile concepire, Alatriste ha tuttavia insistito perchè Íñigo non trascurasse la propria educazione tanto intellettuale quanto fisica: il ragazzo ha così trascorso il tempo leggendo ed imparando ad usare la spada.
Sbarcati a Siviglia nel 1626, li attende una lettera di Quevedo, che intende affidare al Capitano un incarico delicato.
Poco dopo lo sbarco, Quevedo mette in contatto Alatriste con il contabile Olmedilla, un ometto calvo e pallido dalla faccia di topo: è lui che il Capitano deve assistere in una misteriosa faccenda. La qual faccenda, al termine di tortuosi ed oscuri conciliaboli, si rivela come tutt'altro che agevole: si tratta di impadronirsi di un galeone proveniente dalle Americhe, ufficialmente carico di merci destinate ai mercati di Siviglia e Cadice ma in realtà gravato da un carico clandestino d'oro: circa duecentomila scudi, una fortuna.
Il proprietario della nave, il duca di Medina Sidonia, sta in pratica cercando di sottrarre quella fortuna all'erario, finanziando tra le altre cose alcune province ribelli alla Corona.
Un potente personaggio (Olivares? Il re in persona?) trama nell'ombra per far fallire l'impresa, dirottando di nuovo il tesoro nelle casse reali.
Alatriste riceve generosi finanziamenti, carta bianca per agire a sua discrezione, assieme a promesse di ulteriori ricompense (con velate minacce in caso di fallimento...); la prima cosa da fare è reclutare un gruppo di mercenari abili, se non proprio fidati.
Sfuggiti all'ennesima soave trappola tesa da Angélica de Alquézar, Alatriste e Íñigo trovano i loro uomini nel famigerato Corral de los Naranjos, poi si mettono all'opera.
L'impresa verrà portata a termine, benchè non senza tradimenti e spargimento di sangue. E una volta ancora il Capitano verificherà sulla propria pelle e sulla propria coscienza il costo della fedeltà ideale ad un sovrano che scarsamente la merita.

 

?   ("El caballero del jubón amarillo")

?   ("Los Corsarios de Levante")


LadyJack || 15:31 || martedì, 18 dicembre 2007
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