POLDARK - First BBC series: 16 episodes - 1975-1976

Scriverò molto su POLDARK. Sto rivedendo la serie televisiva dopo trent'anni dalla sua prima messa in onda e, grazie ai dvd acquistati a Londra tre anni fa, posso assaporare nuovamente questo storico feuiletton, magistralmente realizzato ed interpretato dai formidabili attori del teatro britannico. BBC rules.

Comincio con il mio personale riassunto della prima stagione:

Cornovaglia, 1783: il capitano
Ross Poldark (Robin Ellis) torna dalla Guerra d’Indipendenza negli Stati Uniti e trova la sua tenuta di Nampara in rovina. Il padre è morto, sommerso dai debiti e dall’alcol. A nulla sono serviti i prestiti dello zio Charles e la famiglia, del resto, aveva creduto che Ross fosse morto in combattimento. L’unica persona felice di rivederlo sano e salvo è la cugina Verity (Norma Streader), dolce e sensibile, mentre lo smidollato cugino Francis (Clive Francis), che per la disperazione causatagli dalla mancanza di considerazione paterna passa la vita bevendo, si è fidanzato con Elizabeth Chynoweth (Jill Townsend), l’amore di Ross.
L’incontro fra Ross ed Elizabeth rinfocola vecchi sentimenti mai sopiti, ma la giovane donna non torna sulla propria decisione: teme la vita rischiosa e il temperamento audace ed irruente di Ross e così sceglie la morte civile e si sposa con il debole ed incapace Francis. Nel frattempo, Ross ripulisce le rovine di Nampara, dove i due servitori
Jud (Paul Curran ) e Prudie (Mary Wimbush) si erano abbandonati alla sporcizia e alle libagioni e cerca una via d’uscita ai guai economici, grazie all’aiuto di una banca.
Ma la miniera di rame di famiglia non produce più nulla e sui destini di Ross incombe la lunga e malevola mano di Nicholas Warleggan, un potente e ricco uomo d’affari senza scrupoli, che sta comprando tutto e tutti e vuole anche i possedimenti dei Poldark, con o senza il loro consenso.
Ross Poldark è un tipico eroe guerriero, che lotta contro le avversità e riesce quasi sempre a beffarsi degli avversari, grazie al coraggio e ad una buona dose di fortuna che arriva all’ultimo minuto, ma arriva. Ross detesta l’arroganza di Warleggan e protegge la gente del popolo anche quando si tratta di contrastare la legge. Un giorno, mentre è in mezzo alla folla di un mercato, vede un monello arruffato e sporco che è stato sorpreso a rubare un pezzo di pane e lo salva dalle ire del derubato. Così Ross Poldark incontra
Demelza Carne (Angharad Rees), perché in realtà il ragazzino vestito di stracci è una fanciulla di quattordici anni, mandata a rubare dal padre. Demelza è selvatica e senza speranza, così si attacca a Ross come un cagnolino all’uomo che l’ha salvato dalle bastonate. Ross non può fare altro che portarla con sé a Nampara e Demelza si trasforma a poco, a poco. Fa grandi sforzi per imparare a parlare correttamente, cerca di comportarsi da donna e serve il suo padrone con mille attenzioni. Questo migliora notevolmente la vita domestica.
Il legame fra Ross e la gente che lavora per lui è di stima e rispetto reciproco. Ross in molte circostanze rischia la propria vita per aiutare chi ha bisogno: quando un suo minatore, Mark Daniel, uccide la moglie in un impeto di follia, perché scopre che lei lo ha tradito don il dottor Enys, Ross favorisce la sua fuga al di là della Manica e si trova le guardie scozzesi alle calcagna; quando il giovane Jim Carter finisce in una lurida prigione per avere cacciato di frodo ed è in fin di vita per un'infezione, Ross lo va a liberare e lo riporta a casa dalla moglie Jinny, anche se ormai è tardi per salvarlo dalla morte.
Questo nobile difensore degli umili e dei diseredati ha anche contrastanti sentimenti repressi, o forse soltanto un orgoglio maschile esagerato, che non gli consentono di darsi pace per avere perso l’amata Elizabeth. Così, quando una sera Demelza, che è sempre più invaghita del suo salvatore, gli si offre candidamente davanti al camino crepitante, lui cede all’istinto e succede il fattaccio. L’indomani la ragazza vorrebbe che tutto tornasse come prima, ma Ross sente di avere approfittato di lei e le dice che è necessario per il suo bene che lei lasci Nampara. Demelza lo supplica, ma poi orgogliosamente se ne va e torna dal padre, che nel frattempo ha sposato una vedova benestante e timorata di Dio e fa il predicatore. Ma il fattaccio di quella notte ha dato i suoi frutti: Demelza è incinta. Ross è ignaro, a tal punto che, quando Elizabeth, esasperata dall’infelice matrimonio con il mai sobrio Francis decide di lasciarlo, si fa avanti e la convince a riprendere il filo interrotto prima della guerra. Lei accetta, ma, mentre Ross ed Elizabeth si baciano felici e speranzosi per il loro ritrovato futuro, Demelza decide di andare a piedi a Truro ad abortire. Jinny, preoccupata per lei, lo confessa a Ross, che si era bevuto (si era voluto bere…) le bugie di Demelza quando lei gli aveva raccontato di avere un promesso sposo vattelapesca a Truro. Ma ora, davanti agli occhi inequivocabili di Jinny, Ross capisce che il figlio della colpa è in realtà il suo e parte al galoppo per impedire l’insano gesto di Demelza. Lei cerca di sfuggirgli, si ribella, scalcia, ma alla fine si arrende e Ross la riporta a casa e la sposa. Elizabeth, con un palmo di naso, cerca di dissuaderlo, dicendogli che ci sono altri modi per riparare a certe cose, ma Ross è un duro e va fino in fondo.
Così Demelza Poldark si fa faticosamente strada nella vita dell’indomito capitano e nell’angusta società di campagna della Cornovaglia di fine settecento. Nasce la piccola Julia Poldark, ma la generosità di Demelza, andata ad aiutare Elizabeth quando una notte il marito Francis sta malissimo per una pericolosa ed infettiva infiammazione alla gola, sarà fatale proprio a Julia, che come la mamma resterà contagiata. La bambina muore e Ross, in preda al dolore, esce sulla scogliera e medita un tuffo risolutore di tutti i suoi problemi. Ma, mentre sta guardando giù, dal buio dei flutti in tempesta si accorge che c’è un mercantile che sta facendo naufragio. Allora si ridesta dalla propria disperazione e va a svegliare Jud, affinché chiami a raccolta il villaggio per soccorrere i naufraghi. Naturalmente l’aiuto da parte di gente disperata e affamata dalla carestia si trasforma in una corsa al saccheggio e Ross finisce sotto processo, imputato di avere incitato la folla a delinquere. Rischia l’impiccagione, ma anche questa volta si salva. Demelza dà prova di tutta la sua dedizione e i
Warleggan, padre e figlio George (Ralph Bates), pagano inutilmente falsi testimoni, senza avere la soddisfazione di vedere l’arcinemico finire sulla forca.
Ross dice a Demelza di avere dimenticato Elizabeth e che i due anni di matrimonio hanno fortificato un sentimento che dev’essere per forza amore, le confessa che senza di lei non potrebbe andare avanti, perché sarebbe perso…
Spunta sulla scena una giovanissima e ricca ereditiera,
Caroline Penvenen (Judy Gleason). La ragazza è stata promessa dallo zio ad un maturo e ricco personaggio del luogo, ma in lei non notiamo la docilità femminea delle aristocratiche fanciulle da marito della sua epoca. Del resto, anche la cugina di Ross, Verity Poldark ha dimostrato la stessa caparbietà quando ha lottato contro la famiglia per sposare il suo capitano Blamey, un uomo dal passato burrascoso, che ha però pagato il suo debito con il mondo e ora merita una seconda chance. Verity, dopo molte peripezie, riesce a convolare con lui e, ovviamente, Demelza e Ross li aiutano ad incontrarsi segretamente.
Caroline incontra il dottor
Dwight Enys (Richard Morant) quando, ad una festa, lo convince a curare il suo adorato cagnolino Horace. Il dottore è un’altra figura tormentata, ma fondamentalmente positiva e coraggiosa e la sua missione lo porta sempre in mezzo ai poveri più sofferenti. Caroline, dal suo canto, non è certo una marmocchia stupida e viziata: il suo cuore e la sua intelligenza si ribellano alla vacuità dell’ambiente in cui è cresciuta e lei fa di tutto per usare la propria fortuna in favore di chi non ha niente. Nasce, ovviamente, l’amore fra lei e il bel dottore. Anche qui ci saranno gli intoppi della sorte, ma il romanzo deve procedere così.
Ross, fra alti e bassi, vive sempre sul filo del rasoio, perché la miniera non produce, i debiti sono incalzanti e i Warleggan gli fanno terra bruciata intorno, così finisce per cedere alla tentazione di lasciare che i contrabbandieri usino la spiaggia riparata di Nampara per fare approdare i loro carichi clandestini. Lui deve solo tirare le tende e fingere di non accorgersi di nulla e sarà pagato per questo. Le guardie scozzesi del capitano McNeal gli sono sempre alle costole, ma Ross se la cava come le altre volte. Nel frattempo, si riavvicina al cugino Francis e i due tentano di rimettere in piedi le sorti della miniera di Wheal Grace.
Demelza dà alla luce Jeremy. Ross ha ancora dei sussulti per Elizabeth, il fiore che non poté cogliere.
Francis, mentre Ross è a Truro, pensa di avere trovato finalmente il nuovo filone di rame che stavano cercando da tempo e, nell’eccitazione, si avventura da solo nella miniera, cade nell’acqua e, non sapendo nuotare, annega.
Elizabeth è vedova e George Warleggan le chiede di sposarlo. Lei accetta. Ross ha un rigurgito di gelosia e decide di impedirlo, incurante della minaccia di abbandono di Demelza. Entra nottetempo in camera di Elizabeth e consuma con lei, dopo anni di repressione, ma senza sentirsene soddisfatto. Demelza lo è ancora meno: prima pensa di rendergli la pariglia e quasi lo fa, ad una festa, ma si ferma in tempo, perché pensa che se Ross ha sbagliato, lei non vuole essere alla sua stregua. Divertente e tenera come sempre, Demelza è un personaggio adorabile e delizioso, che esce a testa alta anche da questa situazione. Ross è preso in contropiede, si ingelosisce e non riesce a reagire in modo sensato all’inaspettata (per lui) presa di posizione della moglie. Per la prima volta il capitano è in difficoltà. Demelza decide di lasciarlo, lui la prega di non farlo e continua a ripeterle che l’ama. Mentre Ross è in città per i suoi affari (perché nel frattempo da Wheal Grace è emerso un filone di stagno che finalmente sta fruttando a Ross il denaro necessario per risanare le sue finanze ed evitare la vendita di Nampara), Demelza parte, di nuovo a piedi, ma il fedele cane Garrick, che le corre dietro, sconfina nelle terre dei Warleggan e viene abbattuto. Demelza, in lacrime, torna indietro, così Ross la trova rincasando e decide di andare a saldare il conto con Warleggan. George si beffa di lui e apostrofa Demelza come una poco di buono. Ross non ci vede più e gli si scaglia contro, colpendolo, ma, nel frattempo, la gente del villaggio, sfrattata dall’avido George Warleggan, ha imbracciato forconi e torce e sta arrivando alla villa per incendiarla. Demelza sa che Ross è là e corre ad avvisarlo, ma è tardi e i contadini hanno sfondato le finestre e stanno dando fuoco alla casa che era stata di Francis Poldark e della sua famiglia. Ross vuole che Warleggan resti vivo, per ricordare e soffrire, così dà i suoi cavalli a lui e ad Elizabeth e li manda via. Sembra la fuga dalle rovine di Versailles: Elizabeth è anche un po’ acconciata come Maria Antonietta e l’epoca è la medesima…
Giustappunto l’Inghilterra sta entrando in guerra con la Francia e Ross è stato richiamato dal suo reggimento, che deve raggiungere di lì a dieci giorni. Ma, nel frattempo, si gode la ritrovata pace con la sua Demelza. La scena finale della prima stagione di questo mitico sceneggiato BBC si svolge sulla spiaggia ventosa di un suggestivo scorcio di Cornovaglia. I due scendono rincorrendosi dagli scogli, lei lo chiama: “Ross.” Lui le sorride: “Gipsy.” Lei gli sfugge, lui la raggiunge e le dice che non importa se fra dieci giorni deve partire per la guerra, perché la felicità è adesso e devono cogliere l’attimo. Si baciano, come Juan del Diablo e Monica nell’ultima sequenza di “Cuore selvaggio”…
Cosa succederà dopo?



Nota della redattrice: Ross è un gran porcone e Demelza è un mito.
A parte gli scherzi, gli attori di questa serie tv sono straordinari e si possono apprezzare pienamente proprio nella versione originale non doppiata in italiano. Robin Ellis, ovvero Ross Poldark, ha una grande presenza scenica e una voce tuonante che enfatizza il carattere tostissimo del suo personaggio. Angharad Rees, Demelza, tipica peperina dai capelli rossi e dagli occhi limpidi come l’acqua, è affascinante per la sua vivacità, mescolata alla dolcezza e alla determinazione che la rendono indimenticabile. Ma perfetti sono anche Jill Townsend nel ruolo della bionda ed insicura Elizabeth e Clive Francis nei panni dello sfortunato e perdente Francis. E poi i vari caratteristi, tra cui spiccano gli interpreti di Jud e Prudie, con la loro incomprensibile parlata “Cornish”. George Warleggan è odioso come dev’essere, Caroline Penvenen è pungente e appassionata, il dottor Enys è bello e nobile d’animo. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per una succosa saga d’epoca, fatta di avventura, di amori, di sventure e di sani e non rari momenti di comicità ed ironia.
W Poldark!

ArchieGoodwin || 01:28 || martedì, 29 gennaio 2008
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Kiss the Cook

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IL MIO GIRO D'ITALIA ("Jamie's Italy"), di Jamie Oliver [ Penguin Book Ltd., 2005 - TEA S.p.A., 2007 ]
Non possiedo Raisat e di conseguenza non ho modo di seguire il Gambero Rosso Channel; inoltre nemmeno nei miei momenti più perversi ho mai e poi mai pensato di andare a Londra per frequentare un ristorante, fosse pure il rinomato Fifteen.
Quindi sì, lo confesso: prima di avere tra le mani questo libro non sapevo precisamente chi Jamie Oliver fosse.
Ora ho le idee più chiare: malgrado la giovane età, si tratta di un cuoco ormai molto popolare a livello internazionale, che basa la sua cucina sui concetti di semplicità e sperimentazione. Il soprannome con cui è noto - The Naked Chef - rimanda tanto al titolo di uno dei suoi libri più famosi, quanto all'idea di essenzialità e divertimento che circonda la sua attività.
Delle più di 120 ricette che compongono il recente volume non ne ho ancora provata nessuna, quindi il mio giudizio sull'argomento specifico rimane sospeso, tuttavia sono disposta ad ammettere due o tre cosette: 1) un uomo che chiama le proprie figlie Daisy e Poppy DEVE avere un animo sensibile 2) un cuoco che organizza corsi di cucina per disoccupati merita la nostra considerazione 3) un cuoco che si impegna nella riforma delle mense scolastiche inglesi si avvicina pericolosamente alla canonizzazione.
Pare che Jamie Oliver sia un tipetto giocoso ed entusiasmante - e questo probabilmente si nota di più dal vivo o in TV; in ogni caso il suo libro, che è insieme ricettario e diario di viaggio, trabocca di punti esclamativi (mai visti tanti tutti insieme!!!) e di espressioni quali "cavolo", "geniale" o "che figata" le quali non saranno il massimo dell'ortodossia stilistica, ma che tuttavia rendono bene l'idea del felice incontro tra l'esuberante cuoco nordico e la cucina mediterranea.
Il volume, frutto di sei settimane on the road che hanno condotto Jamie Oliver dalle Alpi alla Sicilia a bordo di un minivan Volkswagen, contiene ricette da lui raccolte e/o rielaborate, appunti e note di viaggio sui luoghi e le persone incontrate, nonchè un magnifico apparato iconografico costituito tanto dalle foto dei piatti presentati, quanto da ritratti di persone e di angoli paesaggistici nascosti.
Guardando la copertina, ove il Nostro è ritratto fra un piatto di spaghetti, un bicchiere di vino ed una gloriosa FIAT 500 (per non dire dell'altarino sul muro), avevo temuto che l'operazione corrispondesse ad uno dei soliti folkloristici ripescaggi di quell'Italia sospesa tra cartolina e trattato di antropologia che in realtà esiste solo per gli stranieri. Forse il rischio non è stato del tutto evitato, ma almeno è stato fatto in maniera simpatica.
Inoltre bisogna ammettere che quegli scatti dai toni accesi, suntuosi o sfumati e pieni di calore, sono davvero molto molto belli.
In sintesi, direi che Jamie Oliver si sente perfettamente a suo agio con la passione quasi naturale che gli italiani hanno per la cucina: quella povera (da lui preferita, perchè la necessità porta virtù e fantasia) quanto quella più ricca.
Il campanilismo regionale frutto della nostra Storia divisa egli lo vede come un dato favorevole alla conservazione delle tradizioni e dello spirito locale (e della varietà, ovviamente), anche se poi a volte - per non dire sempre - il campanilismo sfocia nella testarda difesa ad oltranza di quella stessa tradizione. Un po' come per il calcio, insomma...
Secondo Oliver, inoltre, per gli italiani la cucina è un qualcosa che appartiene allo spirito ancor prima che all'esperienza, tanto è vero che perle di saggezza sull'argomento possono saltar furori nei posti e nei momenti più impensati: dai bambini, ad es., o da vecchi fruttivendoli un po' strambi, nelle grandi città come nei borghi più sperduti.
Venuto in Italia per imparare e capire, Jamie Oliver crede di esserci riuscito e ne è felice; ha accumulato esperienze, poi ha scritto un libro interessante e polposo che costa €.25,00 e che probabilmente li vale quasi tutti (in ogni caso, io l'ho preso dalla biblioteca...).
Impariamo da lui a nostra volta: la cosa risulterà comunque divertente.
E per il resto, lasciamolo ad alcune delle sue pie illusioni, rallegrandoci ad es. che egli non abbia mai avuto occasione di vedere in TV quella gente che quotidianamente crede di fare la sfoglia ne "La Prova del Cuoco"...la cosa avrebbe sferrato un colpo mortale alla sua fiducia nelle nostre ancestrali abilità! In questo caso, meglio la strada e un quid di sana ignoranza...  



Il volume è diviso in varie sezioni:

ANTIPASTI: al Nord prevalgono gli insaccati, al Sud le carni; ma in realtà qualunque cosa calda o fredda può diventare un antipasto.

STREET FOOD & PIZZA
: su alcuni degli esempi di street food è meglio sorvolare (lo stesso Jamie Oliver parla apertamente di "porcate peggiori di quelle che trovi in Giappone"...La cucina nipponica si ritrova spesso ad essere la sua pietra di paragone).
In quanto alla pizza, è un po' ridicolo che un inglese (seppur cuoco rinomato) insegni agli italiani come farla. Ma lo si può perdonare, se non altro perchè insegna anche come trasformare il normale forno di cucina nell'accettabile equivalente del forno a legna (pag.51).

PRIMI: sono argomento di grande soddisfazione per Jamie Oliver.
Le zuppe, spesso rudi e piene di personalità, lo hanno piacevolmente sorpreso. La pasta, ovviamente in Inghilterra non esiste, a meno di non voler considerare come pasta certi agglomerati mollicci e insulsi:  quindi tutto ciò che  è italiano, in questo campo conquista facilmente il primato, ma lo merita.
In quanto ai risotti, invece, il capitolo raccoglie soprattutto ricette inventate da Oliver, dietro ispirazione degli ingredienti reperiti nei vari mercatini.

INSALATE: guai a che le considera un piatto insignificante!
Jamie Oliver ha da poco iniziato a coltivare personalmente alcune verdure.
Fondamentale l'uso di un buon olio da condimento. Gradita qualche eccentrica aggiunta per sorprendere il palato, ad es. il pane raffermo.

SECONDI: il capitolo è diviso tra pesce ("più semplice è, meglio è") e carne, la cui qualità deve assolutamente essere rivalutata. Carne buona e sana di cui si conosce la provenienza (da allevamento libero o biologico): magari non spesso, dati gli alti costi, ma è a questa che è necessrio limitarsi.
La sezione non contiene le mie foto preferite.

CONTORNI: la parola d'ordine è di nuovo "semplicità": dato che in genere il menù italiano si articola in molte portate, non è il caso di appesantirlo. I contorni devono soltanto arriccchire il gusto, non sopraffarlo. Ovviamente si tratta di verdure.

DOLCI E DESSERT: sono la cosa a cui Jamie Oliver si dedica di meno, e gli italiani pure, a suo dire. Forse perchè in questa categoria è facile trovarne di già fatti in pasticceria o in gelateria.
Le ricette fornite comprendono moltissima frutta.
Le torte però non sembrano niente di speciale: probabilmente le mie sono più interessanti.

Il sito di Jamie Oliver è:   www.jamieoliver.com.
LadyJack || 10:50 || giovedì, 24 gennaio 2008
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Georgette, ennesimo capitolo

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CIPRIA E MERLETTI - LA TRASFORMAZIONE DI PHILIP JETTAN ("Podwer and Patch", 1930)
Il titolo del romanzo potrebbe sembrare insolitamente frivolo, ma ha un suo perchè; una volta tanto, ciò che purtroppo è frivolo senza essere davvero divertente è la trama.
Ambientato nel secolo XVIII tra Inghilterra e Francia, il romanzo non mi è piaciuto molto; sarà anche il secolo della Pompadour, del Principe di Galles futuro Reggente e di molte altre amene cose, ma pare che il Settecento rendesse la gente assurdamente stupida: lo trovo irritante.
Nei dintorni di Little Fittledeam, nel Sussex, vivono i Jettan e i Charteris, appartenenti alla piccola nobiltà di campagna.
Il più giovane virgulto dei Jettan, Philip, è da sempre innamorato di Miss Cleone Charteris, bella e bionda come si conviene ma anche raffinata e molto attenta allo stile.
Cleone ha un debole per Philip, ma esita ad ammetterlo persino con se stessa perchè il ragazzo le pare un po?  troppo rozzo, prosaico e prevedibile.
Per amore della bella Cleone, ed accettando una specie di sfida lanciata dal suo stesso amatissimo padre, Philip decide allora di diventare un gentiluomo come si deve. Si trasferisce a Parigi, impara a vestirsi, a truccarsi, a corteggiare le dame, a muoversi e a parlare con disinvoltura in società. Diventa persino (con sommo orrore di tutti gli amici...) un poeta, e si mette a frequentare Versailles.
Quando il ripulito Philip torna a Londra, però, Cleone non rimane soddisfatta come aveva creduto: l'incongruente ragazza si rende conto che le mancano le attenzioni esclusive, l'autorità e la virilità del vecchio Philip, il quale del resto, per vendicarsi, finge di essere più fatuo e bamboccione di quanto in realtà non sia. Per ripicca Cleone si mette a sua volta a recitare, fingendo di essere un'inguaribile civetta e cacciandosi nei guai.
Guai che portano lei ed il lettore sull'orlo della crisi isterica, e dai quali ovviamente la trarrà Philip che riuscirà così finalmente a fidanzarsi con lei.
Plaudiamo al lieto-fine, ma perchè un uomo di buon senso e in fondo simpatico come Philip abbia perso il cuore dietro ad una stupida creatura come Cleone, rimane un grande mistero.
E un'altra cosa: Georgette è sempre Georgette, al suo meglio come al suo peggio, ma se nei romanzi manca la traduzione italiana dell'ottima Anna Luisa Zazo, purtroppo si sente.
Tra i personaggi di questo non immortale volume mi sono comunque piaciuti molto sir Maurice, il padre di Philip, e il suo gioviale fratello Tom, nonchè l'imperturbabile e indolente Lady Malmerstoke, zia di Cleone.
LadyJack || 14:54 || venerdì, 18 gennaio 2008
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HARRY POTTER - vol.7

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ATTENZIONE: il post contiene numerosi particolari sulla trama e sul finale del romanzo.

HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE ("Harry Potter and the Deathly Hollows", 2007)
E così, ci siamo: la saga è giunta al termine. Ne sono felice; anche un po' triste, però: mi conforta il pensiero che in fondo le storie di Harry Potter non mi abbandoneranno mai più, ma non posso nemmeno trascurare il fatto che le storie stesse, gli eventi, i personaggi ormai sono stati fissati per sempre in un certo modo. Riconosco comunque che il vol.7 non mi ha deluso, come avevo temuto: anzi, mi ha in un certo qual modo sorpreso, con la capacità - da parte dell'autrice - di tenere duro sino in fondo, di non cedere ad una conclusione dolce e facile, di aver saputo mantenere (dopo dieci anni!) altissimo il livello d'interesse degli appassionati.
Come ho già detto altrove, J.K.Rowling non è una grande scrittrice, ma è abilissima con le trame ed i caratteri: nel vol.7 lo confermano le enormi complicazioni dello svolgimento, nonchè la coerente crescita di tutti i personaggi, con particolare riguardo ad Harry, Hermione e Ron.
Sono loro tre, infatti, i protagonisti assoluti di questo volume, molto più di quanto non lo fossero già stati nel passato. Harry sarà anche il Prescelto, e nella storia dimostra come il Destino a volte possa avere pienamente ragione, ma senza il cuore, il cervello, l'appoggio e le abilità acquisite degli amici, difficilmente la battaglia contro Voldemort sarebbe stata vinta.
Qui ormai non c'è più Hogwarts, non c'è più l'infanzia, non c'è più il conforto degli adulti, non c'è più la fase di apprendimento: la magia viene usata, le decisioni vengono prese, la vita vera comincia ad essere vissuta. E naturalmente, c'è ancora da risolvere il grave problema costituito da Voldemort, che ormai è uscito allo scoperto ed ha esteso il proprio dominio sin negli stessi meandri del Ministero.
Il clima che si respira è quello di una guerra implicita e non a caso molte pagine fanno venire in mente le atmosfere belliche dell'Inghilterra degli anni '30: il nemico è in casa, può essere ovunque; incalcolabili sono le distruzioni, c'è un clima di terrore nel quale tra l'altro i Maghi si trovano costretti a difendere soprattutto i Babbani, diventati bersagli privilegiati dei Mangiamorte: persino Downing Street è presidiata da guardie del corpo magiche. Ma c'è anche una Resistenza, i nemici del Nemico che entrano in clandestinità e che - proprio come gli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale - ascoltano una radio pirata, le cui saltuarie trasmissioni diffondono notizie altrimenti inconoscibili e tengono viva la speranza.
Fedele alla promessa fatta a Silente, che gli ha lasciato l'incarico di distruggere gli Horcrux, anche Harry si defila: abbandona la casa dei Dursley (non più protetta al compimento del suo diciassettesimo anno di età), abbandona Hoghwarts e comincia a spostarsi fra l'Inghilterra e la Scozia, nel tentativo di rimanere nascosto sino al completamento della missione.
Per parecchi mesi lo accompagnano in questa vita randagia e spartana Ron ed Hermione, che alternano la fiducia alla delusione, quando scoprono che in realtà Harry non ha piano preciso.
In effetti per Harry le cose si fanno ben presto difficilissime: su di lui grava il peso dell'opposizione a Voldemort, con tutto ciò che essa comporta, ma ci sono anche i dubbi che riguardano Silente: perchè il suo maestro gli ha reso tutto così difficile? Perchè non si è spiegato meglio? Gli voleva davvero bene come era sembrato? E tutte quelle orribili voci che cominciano  a circolare su di lui (Silente che avrebbe avuto colpe inenarrabili e forse anche molta simpatia per le Arti Oscure), sono vere oppure no?
Ad un certo punto per di più - come se già non ci fossero abbastanza complicazioni - Harry scopre che in parallelo alla ricerca e alla distruzione degli Horcrux c'è anche la possibilità (e forse la necessità) di aprire una nuova ricerca: quella ai cosiddetti "Doni della Morte", una serie di oggetti leggendari i cui effetti potrebbero fare la differenza nella lotta contro Voldemort.
Insomma: Harry si trova oppresso e dilaniato come non mai, e solo gradualmente riuscirà a dimostrare - a noi e a se stesso - di essere sulla buona strada per diventare un ottimo mago e soprattutto un grande uomo: Silente lo aveva sempre saputo, ma Harry deve scoprirlo da solo. Ed è così che le sue intuizioni, le sue capacità, la sua ostinazione ed infine la sua assoluta disponibilità al sacrificio lo porteranno laddove doveva arrivare: alla vittoria.
Che Harry Potter morisse, francamente non lo avevo mai creduto: ma verificare che davvero è così, è stato bello.
Tra l'altro, giunge qui il momento di demolire una delle tante "voci" che erano circolate prima dell'uscita ufficiale del romanzo: quella relativa ai personaggi (probabilmente due) che sarebbero morti in quest'ultima avventura.
La "voce" sui due personaggi era totalmente infondata...o forse si è trattato del miglior eufemismo diffuso nel secolo, perchè in realtà il romanzo è un CIMITERO: tra buoni e cattivi, morti necessarie e morti suprflue, alla fine i personaggi conosciuti che dipartono sono più di una decina. In almeno un'occasione ciacuno, tanto Hermione quanto Hagrid sembrano già spacciati; eppure, malgrado ciò che era stato ipotizzato, i caduti non saranno loro.
Nel romanzo, comunque, la lista nera si apre abbastanza per tempo: ben prima di pagina 100 si verifica un durissimo scontro con i Mangiamorte in cui muoiono Edvige e Malocchio Moody, dei quali risulta persino impossibile recuperare i corpi. Nella stessa occasione George Wesley rimane gravemente ferito e perde un orecchio.
Durante un successivo scontro nella magione dei Malfoy, Minus muore strangolato dalla sua stessa mano d'argento per aver ceduto ad un moto di pietà nei confronti di Harry. Al momento della fuga Dobby, trafitto da un pugnale d'argento destinato ad Harry, gli muore poi tra le braccia (e questo...come farò a raccontarlo ad ArchieGoodwin! Potrebbe avere un mancamento).
Nel corso della battaglia di Hoghwarts che anticipa di poco l'epilogo muoiono Fred Wesley (sigh!), Remus Lupin, sua moglie Tonks, e persino il piccolo Colin Canon che pure come minorenne non avrebbe più dovuto trovarsi al castello. Poco oltre Molly Wesley, fuori di sè per la strage della sua famiglia, impegna Bellatrix Lestrange in un duello mortale e finalmete la annienta. Nel tentativo di uccidere Harry, che pure salva due volte la vita a Draco Malfoy, Tiger viene travolto dagli ingovernabili effetti del terribile incantesimo da lui stesso scatenato.
Ai margini della battaglia, a causa di un tragico fraintendimento che comunque contribuirà alla sua distruzione, Voldemort in persona taglia la gola a Severus Piton, pur essendo ancora convinto che egli faccia parte dei suoi sostenitori (qui il mancamento l'ho avuto IO...).
Infine, dopo una breve sosta nell'Aldilà durante la quale ha modo di chiarirsi (si fa per dire) con Silente, Harry Potter fa finalmente ciò che tutti quanti si aspettavano da lui: elimina Voldemort, servendosi di armi che il Signore Oscuro non è assolutamente in grado di comprendere, e quindi di stornare.
Dopo di che le cose cominciano gradualmente a riassestarsi, e la vita può di nuovo scorrere normale: l'epilogo, collocato diciannove anni dopo questi fatti, vede Harry e Ginny, Hermione e Ron adulti ormai sereni: genitori, tutori o amici di una nuova generazione di maghi che si preparano ad affollare la rinata Hoghwarts.
Potrebbe sembrare l'happy end di una soap opera (così l'ho sentita definire), a me però sembra piuttosto la giusta quiete dopo la brutta tempesta, l'arcobaleno dopo la pioggia. E' soltanto il momento di transizione esistenziale  tra un PRIMA fatto di sette romanzi che i fans hanno molto amato, e un DOPO che quegli stessi fans rimangono liberi di immaginarsi come vogliono.
Questo ennesimo tributo alla fantasia è forse l'ultimo ma non il minore tra i "doni" che il romanzo (del quale comunque tornerò a parlare) contiene per noi.

LadyJack || 15:54 || mercoledì, 16 gennaio 2008
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Guido in TV

Pare che in questo periodo Gianrico Carofiglio stia diventando di moda: riedizione dei romanzi, conferenze, interviste...poi ad un certo punto anche il suo (e nostro) Guido è finito in TV. Probabilmente era inevitabile.
Su CANALE 5, tra fine 2007 ed inizio 2008, sono infatti andati in onda due sceneggiati tratti da altrettanti romanzi, e registrati alcuni anni fa: "Testimone inconsapevole" e "Ad occhi chiusi".
La serie nel suo complesso, con minimo sfoggio di originalità ma con agevolata possibilità di identificazione, si intitolava L'AVVOCATO GUERRIERI.
Frutto del tentativo non nuovo di creare fictions televisive di qualità ambientate nell'Italia contemporanea (tentativo che a volte riesce, a volte no), gli sceneggiati in questione sono risultati dignitosi anche se non memorabili; direi che la cosa migliore è stata la scelta di Emilio Solfrizzi per interpretare Guido. La mia immagine mentale dell'avvocato Guerrieri sarebbe diversa, e in fondo è sempre rischioso trasporre un personaggio dalla pagina scritta allo schermo; Emilio Solfrizzi inoltre continua ad essere considerato un attore comico, o comunque leggero, più che un attore tout court:  a mio parere però è bravo, ha un aspetto normale e soprattutto possiede una sensibilità che gli è stata utilissima per identificarsi con Guido senza prevaricarlo.
Per il resto, le storie sono risultate abbastanza fedeli a quelle originali (ma ho da ridire sul finale edulcorato del secondo episodio: nel romanzo, quel bastardo infame di Gianluca riesce ad ucciderla, Martina). Immagino comunque che la partecipazione di Gianrico Carofiglio alle sceneggiature sia appunto servita a rispettare le idee ed i particolari che nei racconti sono importanti: il senso di umanità, la Giustizia ardua ma possibile, il fatto stesso che Guido - pur con tutti i suoi limiti e le sue nevrosi - si sforzi di fare del proprio meglio per sentirsi utile ed in pace con la coscienza.
Come spesso accade, la realtà cinematografica sembra "reale" sino ad un certo punto: quanti saranno gli avvocati che si comportano davvero come Guido? (e del resto, quanti saranno i commissari che si comportano davvero come Montalbano...tanto per rimanere ad esempi recenti). Ma si tratta di un fatto ormai acquisito ed equiparabile ad una sorta di licenza poetica, dunque non troppo fastidioso.
Ad ogni modo, tra il libro e lo sceneggiato in questo come in molti altri casi scelgo di preferire il libro: la pagina scritta è sempre più convincente, meno sforzata, e tra le righe i personaggi possiedono spessore, fascino e colori che spesso sullo schermo vanno irrimediabilmente perduti.
Sarà perchè il rapporto con la pagina e con la lettura mette in moto una fantasia che l'immagine preconfezionata tende invece ad addormentare...senza TV posso vivere alla grande, ma senza libri sarei morta!
E, sia detto per inciso, mi sento felicemente orgogliosa di aver "scoperto" Gianrico Carofiglio ed i suoi meriti per conto mio, prima che - appunto - diventasse una specie di moda.

LadyJack || 15:49 || martedì, 15 gennaio 2008
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Cioccolata senza Panna

IL CASO DEI CIOCCOLATINI AVVELENATI ("The Poisoned Chocolates Case", 1929)
di Anthony Berkeley [ ed. Polillo, 2002 ]
Esaltato come una delle pietre miliari nella storia del giallo, questo romanzo mi ha deluso: mi è parso insoddisfacente e un po' noioso. Inoltre anche se la soluzione finale è indubbiamente brillante, non ho trovato nella storia motivi validi per approvarla in pieno: personalmente non gradisco molto i gialli in cui si scopre l'assassino - magari, come qui, mettendoci grande impegno - e tuttavia non lo si può incastrare.
Tutta teoria, poca azione: in definitiva il romanzo è costituito da un gran accumulo di chiacchiere e serve più che altro a dimostrare quanto sia rischioso buttarsi con entusiasmo sulle prove indiziarie: in pratica, è questo ciò che i personaggi fanno.
In ogni caso, il delitto che sta alla base della vicenda ha parecchi aspetti intriganti: al Rainbow Club di Piccadilly sir Eustace Pennefather riceve un pacchetto; si tratta di una scatola-omagggio di cioccolatini inviati dalla rinomata ditta Mason & Son. L'irritabile Lord aborre il cioccolato, quindi cede la scatola ad un altro membro del Club, Graham Bendix, semplicemente perchè se lo ritrova seduto davanti nel momento in cui l'omaggio gli viene consegnato.
Bendix accetta con piacere, specialmente perchè ha di recente perduto una scommessa con la moglie Joan, la cui posta era appunto una scatola di cioccolatini.
Bendix va a casa e pranza con la moglie; come dessert entrambi mangiano alcuni cioccolatini presi dalla scatola portata dal Club, poi Bendix esce di nuovo. In seguito, durante la giornata, sia Graham che Joan si sentono malissimo: lui viene salvato per pura fortuna, lei invece muore. E si scopre, ovviamente, che i cioccolatini - o almeno il primo strato di essi - erano avvelenati.
Quando muore una moglie, il primo sospettato è sempre il marito: ma qui le difficili ed ambigue circostanze (che comunque costituiscono il particolare più interessante dell'intero romanzo) non consentono di accusare Bendix, per cui la polizia ripiega sull'assurda ipotesi di un avvelenatore pazzo.
Tuttavia, proprio perchè le istituzioni brancolano nel buio, dopo qualche tempo l'ispettore capo Moresby di Scotland Yard autorizza il cosiddetto Circolo del Crimine, il cui presidente e fondatore è un suo amico - il detective dilettante Roger Sheringham - ad indagare "ufficiosamente" sull'incidente,
Il Circolo è stato fondato per raccogliere non semplici entusiasti del crimine, bensì persone la cui capacità d'indagine sia reale e dimostrata: i test di ammissione sono così selettivi che soltanto sei membri sui tredici previsti sono riusciti a superarli (anche se alla luce della trama c'è da chiedersi come alcuni di loro abbiano potuto farlo...).
Del Circolo fanno parte: lo stesso Sheringham, sir Charles Wildman (avvocato di grido), la signora Fielder-Flemming (commediografa), Alicia Dammers (romanziera intellettuale), Percy Robinson (giallista famoso che firma i suoi romanzi con lo pseudonimo di Morton Harrogate Bradley), e infine Ambrose Chitterwick, un ometto schivo e timido con la faccia da topo.
Nel corso di varie riunioni e dopo le opportune indagini e/o deduzioni, ciascuno degli appartenenti al Club espone pubblicamente le proprie conclusioni, e benchè di volta in volta il colpevole venga identificato nelle persone più disparate (compresi alcuni degli stessi membri), alla fine lo schema è sempre il medesimo: il relatore del giorno illustra la propria teoria che lì per lì appare convincentissima, ma che poi viene gradualmente smontata e confutata. Per cui si va ad attendere la riunione successiva.
Personalmente, posso dire che la mia teoria coincideva con quella di Sheringham, errata come le altre: razionale però almeno nell'adozione del punto di vista da cui  partire.
Alla fine, come forse si poteva ipotizzare da un certo momento in avanti, sarà l'improbabile signor Chitterwick a centrare in pieno il bersaglio: cosa che - come accennavo - non servirà proprio a niente e a nessuno.
LadyJack || 14:52 || giovedì, 10 gennaio 2008
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Qua e là, in Inghilterra

E' UN REATO, DOTTOR FELL! ("The Dead Man's Knock", 1958), di John Dickson Carr
[ I Classici del Giallo Mondadori n°.960, 5 / 06 / 2003 ]
Ogni cespo di lattuga ha diritto ad avere qualche foglia appassita o molliccia: immagino quindi che  all'interno della vastissima produzione di John Dickson Carr possa anche trovare posto un romanzo di qualità inferiore.
Trama, personaggi ed atmosfere più sfuggenti del solito: a tratti questo non sembrerebbe nemmeno un romanzo di John Dickson Carr: almeno così ho pensato all'inizio, prima che le cose migliorassero un po' grazie alla comparsa in scena del dottor Fell ed in virtù del fatto che al centro della vicenda trova pur sempre posto il classico delitto impossibile, commesso apparentemente all'interno di una camera chiusa.
Protagonisti della vicenda, ambientata nell'ambito della ristretta comunità del Queen's College, sono il professor Mark Ruthven e sua moglie Brenda; il matrimonio tra i due sta cadendo a pezzi: forse lei ha una relazione con il giovane e spensierato Frank Chadwick, perchè si sente trascurata dal marito, e forse lui per ripicca sta pensando di intrecciare una relazione con la provocante e disinibita Rose Lestrange. O forse tutto è frutto di un tragico accumulo di numerosi fraintendimenti.
In ogni caso, ad un certo punto Rose viene trovata uccisa all'interno della propria stanza da letto, la cui porta risulta chiusa a chiave dall'interno. la morte però non può assolutamente passare per un suicidio.
Malgrado l'ambiguità delle circostanze, Mark e soprattutto Brenda si ritrovano in cima alla lista dei sospettati; tuttavia molti altri potrebbero rientrare nella medesima categoria: il professor Sam Kent, amico dei Ruthven, sua figlia Caroline e il di lei fidanzato Toby Saunders; Judith Walker, vedova di un altro professore del College; e forse anche lo stesso Frank Chadwick.
Personaggi ed atmosfere sfuggenti, come dicevo: e probabilmente solo il dottor Fell avrebbe potuto dipanare questa intricata matassa, applicando alla fine una personalissima - ma tutto sommato equilibrata - idea di Giustizia.


E COSI' FINO AL DELITTO ("And so to Murder",1941), di Carter Dickson
[ I Classici del Giallo Mondadori n°.972, 28 / 08 / 2003 ]
Fortunatamente QUESTO somiglia molto di più ad un bel romanzo del vecchio John - o Carter che dir si voglia: brioso, animato, drammatico eppur divertente. Ricorda un po' le commedie brillanti degli anni '30 e '40, e forse non è un caso che la vicenda sia ambientata nel mondo degli studi cinematografici dell'epoca, ancora ricchi di vere "stelle" e di grande creatività.
La giovane Monica Stanton è autrice di "Desire", un romanzone storico-sentimentale dalle atmosfere alquanto bollenti che la sta rendendo ricca e famosa: ciò depone a favore della sua grande e sbrigliata fantasia, perchè Monica è figlia di un vicario, e anche se tutti pensano il contario, Eve D'Aubray - disinibita eroina del romanzo - rappresenta solo i suoi sogni e non certo le sue esperienze.
In virtù della popolarità acquisita Monica viene assunta come sceneggiatrice ai Pineham Studios, presso la Albion Film: curerà l'adattamento del più recente romanzo del famoso giallista William Cartwright; lo stesso William deve invece  trarre una sceneggiatura da "Desire". L'incrocio di incarichi è frutto di una "brillante" idea del produttore Thomas Hackett, ma lascia alquanto insoddisfatti i due giovani, ciascuno dei quali avrebbe preferito occuparsi della propria opera.
In brevissimo tempo tra Monica e William si instaura un sentimento di insofferenza che sconfina nell'odio.
Monica tiene duro soltanto perchè adora lavorare  per il cinema e per gli Studios, dove ha tra l'altro incontrato il suo idolo, la fascinosa attrice Frances Fleur, che è anche la migliore candidata ad impersonare Eve D'Aubray sullo schermo.
Poi però le cose si complicano: William mette da parte il suo risentimento  (nonchè la sua odiosa barba...) e si innamora di Monica; a lei succede più o meno lo stesso (a parte la barba...) benchè non sia assolutamente disposta ad ammetterlo...le complicazioni si moltiplicano quando Monica subisce un paio di strani tentativi di omicidio dai quali è sempre William a salvarla.
Alla fine entra in  campo Sir Henry Merrivale (il Vecchio in persona!) che tra un sospetto di spionaggio (l'Inghilterra è già in guerra), un depistaggio, un mugugno e la pretesa di poter fare un provino per il "Riccardo III", incastrerà il bieco colpevole.
LadyJack || 14:50 || mercoledì, 09 gennaio 2008
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