HARRY POTTER - vol. 7 (ripresa)

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HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE
Il periodo di tempo intercorso tra il 21 luglio 2007 (uscita anglosassone del romanzo) e il 5 gennaio 2008 (uscita italiana) è stato abbastanza duro: difficile restare indenni da rivelazioni indesiderate! Eppure - non so bene neanch'io COME - ci sono riuscita.
Ricordo di aver attuato fughe dallo scatto olimpionico ogni volta che in libreria o altrove udivo il benchè minimo accenno al romanzo; so di aver ripetutamente minacciato amici e nemici, diffidandoli dal parlare dell'argomento; e persino mia madre, edotta sul finale del romanzo da TG inopportuni in occasione del debutto londinese, si è impegnata a fondo per mesi allo scopo di tenermi all'oscuro (a patto che poi, una volta letto il libro, le raccontassi un po' l'intera saga...).
Alla fine, in ogni caso, mi sono ritrovata veramente felice di aver aspettato (la versione inglese non l'avrei apprezzata a fondo) e di essere sopravvissuta al rischio delle rivelazioni, godendomi appieno il romanzo e scoprendo per conto mio tutto ciò che c'era da scoprire.
Il romanzo mi è piaciuto abbastanza, non mi ha deluso, mi ha soddisfatto relativamente ai punti più importanti della storia, e da lettrice accanita credo che non avrei potuto chiedere nulla di più o nulla di molto diverso, anche se il grigiore e lo stesso lento esaurirsi degli eventi narrati non sono cose facilissime da accettare e da interiorizzare: c'è sempre in agguato la tentazione di pensare che la storia avrebbe potuto svilupparsi in altri modi, in altre direzioni, attraversando percorsi differenti per approdare a differenti conclusioni.
Anche se in precedenza non sono mai mancati i toni drammatici accanto a quelli umoristici, arrivare all'ultimo volume della saga ha significato passare dal divertimento e da una certa leggerezza, alla vita vera vissuta dai personaggi (un po' come passare da "Piccole Donne" a "Piccole Donne crescono"), con la tristezza e il senso di abbandono che ciò implica.
Nel complesso comunque la storia risulta ricca di dettagli, di elementi e di sottigliezze che la rendono molto apprezzabile. L'unico particolare che mi ha lasciata perplessa è il dubbio percorso compiuto dalla spada di Godric Grifondoro tra il capitolo 26 e il capitolo 36: se il folletto Unci-unci se ne è impadronito nel corso della rapina alla Gringott, come fa poi la spada a ricomparire ad Hogwart appena in tempo per emergere dal Cappello Parlante (così come era già accaduto nel vol.2), in modo che Neville possa poi impugnarla per decapitare Nagini?
In ogni caso, piuttosto che perdersi nei particolari, mi pare più importante notare altri livelli della trama: ad esempio il fatto che Harry riesce a sconfiggere Voldemort non solo con le attitudini positive che gli sono proprie (bontà, amore, altruismo, spirito di sacrificio, la predestinazione stessa che ha fatto di lui un simbolo nel mondo magico), e neppure grazie alla "semplice" fortuna che assiste gli audaci: Harry batte Voldemort soprattutto sul piano della comprensione e della logica, perchè mai come in questo caso l'egoistica visione del Male si è dimostrata insufficiente a cogliere l'importanza dei dettagli. Accecato dall'odio e dal rancore non meno che dalla sua costante ricerca del potere assoluto, Voldemort ha date per scontate troppe cose, e alla fine - giustamente - ne paga il prezzo.
Harry invece per arrivare alla sua incerta vittoria mette insieme un rompicapo faticoso e difficile che prevede - tra le altre cose - cieca obbedienza a Silente (anche se è morto, anzi proprio per questo), cieca obbedienza al destino segnato per lui (il che potrebbe portarlo a morire a sua volta), nonchè la corretta interpretazione di tutto ciò che già si sa o che si va a scoprire, con in più un bel po' di azione e di movimento (la fuga col drago dopo la rapina alla Gringott mi è piaciuta da matti!). Non gli manca nemmeno la scoperta di comportamenti tendenzialmente negativi ma necessari: ad un certo punto ad esempio Harry ha modo di verificare come le Arti Oscure funzionino soprattutto se chi le esercita ha un animo altrettanto oscuro: magari solo momentaneamente, a causa dell'odio o della rabbia, ma sono proprio l'odio e la rabbia il carburante più potente per la magia nera. Fortunatamente però Harry riesce anche a cogliere certe notevoli differenze, ed è poi questa consapevolezza che continua a spingerlo avanti, tenendolo dalla parte giusta.
Insomma: che Harry alla fine avesse la meglio, lo si poteva credere o lo si poteva almeno sperare. Giunti al dunque però si resta sorpresi dalla qualità degli eventi...e forse un po' sorpreso da se stesso lo è anche Harry: solitamente era Hermione la campionessa delle impennate logiche e mentali, qui invece Harry fa tutto da solo o quasi: ma a quel punto è giusto così, come se Harry - protagonista assoluto - avesse finalmente recuperato tutte le energie profuse senza risparmio nel corso dei sette lunghissimi anni della sua lotta contro il Signore Oscuro.
Del resto l'intera storia si svolge precisamente attraverso tutta una serie di corrispondenze e di equilibri tra i quali la raggiunta piena maturità di Harry è solo una piccola parte. In generale ci sono molte altre cose da considerare, non ultima una grande attenzione ai personaggi. E' vero che mentre per alcuni vengono addirittura recuperati eventi del passato, altri sfumano il proprio ruolo sin quasi a scomparire: i Malfoy, ad esempio, che durante la battaglia di Hogwart sono soltanto genitori angosciati e non più i campioni dell'Oscurità, o lo stesso Draco, la cui esistenza sembra passare dalla gloria possibile ad una dimensione piccola piccola. Ma per i personaggi che maggiormente hanno attratto la nostra attenzione e il nostro affetto il trattamento è diverso, più avvolgente: non è un caso ad esempio che a ciascuno dei personaggi più importanti (Ron, Hermione, Neville) venga data l'occasione di distruggere uno degli Horcrux, quasi come ricompensa per la lunga amicizia dimostrata nei confronti di Harry, e non soltanto perchè in un modo o nell'altro gli Horcrux devono essere distrutti.
Forse ciò che si potrebbe imputare a J.K.Rowling è una certa riluttanza ad "ucciderli", questi personaggi, una certa mancanza di coraggio nel compiere scelte davvero radicali, malgrado la costruzione di quel "cimitero" di cui parlavo nel precedente post dedicato al vol.7.
A ben guardare, sullo stesso Harry Potter è stato attuato qualche difficile equilibrismo, forse proprio per riuscire a coniugare le esigenze della trama con le aspettative dei fans: Harry Potter muore e contemporabeamente non muore, e questo è un fatto.
Personalmente avrei potuto accettare la morte definitiva del personaggio principale se l'evento fosse stato giustificato dai fini e dalle circostanze...magari non l'avrei accettato con gioia, ma l'avrei considerato uno dei tanti passaggi crudeli e necessari di cui la saga trabocca: la soluzione scelta dall'autrice mi pare insieme più intrigante e più sottile, ma anche fortemente compromissoria.
Discorso opposto, invece, per il mio amatissimo Piton. Per lui la morte arriva, ma in un certo senso è proprio la morte a dargli tutto ciò che non gli aveva dato la vita, compreso l'esatto riconoscimento del fatto che si trattava di un grande (seppur frustratissimo) uomo.
Sono veramente felice di aver verificato che la mia lunga fiducia in lui e in Silente non era stata mal riposta: le apparenze avverse coprivano una sostanza tutto sommato triste e dolcissima, il fatto che Piton era molto umano, molto fedele e molto solo.
La ricompensa aggiuntiva gli arriva nel momento in cui è lui stesso non meno di Harry Potter (che in altre circostanze avrebbe potuto essere SUO figlio...) a causare la distruzione di Voldemort.
E da qualche parte, nel futuro, c'è un piccolo mago che ne porta di nuovo il nome: Severus.
Qualcuno potrà esserne rimasto deluso, ma è così che il mondo dei romanzi di J.K.Rowling ha ritrovato il proprio equilibrio.



LadyJack || 15:56 || mercoledì, 27 febbraio 2008
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Los Cuentos del Capitán - parte IV

[ Due romanzi ancora inediti in Italia, ma disponibili in lingua originale in edizione El Punto de Lectura o Alfaguara, quest'ultima più curata: illustrata e corredata di introduzione critica ]    

EL CABALLERO DEL JUBÓN AMARILLO (2003)
Pur senza venir meno al carattere avventuroso che contraddistingue i volumi della saga, questo romanzo è soprattutto un grande tributo al teatro spagnolo del secolo XVII: teatro qui rappresentato (anche attraverso numerosissime citazioni) soprattutto da Lope de Vega.
Benchè uomo d'armi e di azione, il Capitano tiene nel dovuto conto la cultura, legge moltissimo, insiste continuamente perchè Íñigo faccia altrettanto e come molti altri nel suo tempo non perde nemmeno una delle molte rappresentazioni teatrali che vengono organizzate a Madrid: momenti d'incontro (e qualche volta, come nel vol.1, di scontro...), ma soprattutto momenti in cui l'ameno divertimento si coniuga alla capacità da parte degli autori di interpretare al meglio il proprio tempo. E' il teatro infatti che riesce a dipingere nella maniera più convincente la società, la politica, l'economia e i giochi di potere di quell'epoca, di qualunque epoca: e per il Seicento spagnolo, Lope de Vega fu indubbiamente un maestro.
Fatto salvo il lato spirituale della questione, bisogna comunque ammettere che per il Capitano il teatro rappresenta anche un'attrazione di tipo ben più terreno, incarnata da María de Castro, la bella attrice con la quale intreccia una breve ma sensualissima relazione.
Relazione che finisce poi per metterlo nei guai, non tanto per l'esistenza di un marito (al quale le corna non fanno nè caldo nè freddo) quanto piuttosto per il fatto che ad un certo punto il sovrano in persona mette gli occhi sull'affascinante María: e con il re, in campo o a letto, non si compete se non a rischio della vita.
Da par suo il Capitano non è disposto a cedere, non solo per ragioni di principio ma anche perchè di María si è innamorato: lo sorprende, lo eccita e lo esalta che una donna come lei, i cui favori di solito costano parecchio in termini di denaro e di obblighi, lo abbia invece scelto unicamente per se stesso.
Tutto questo comunque cade in secondo piano quando viene scoperta una congiura ai danni del re che finisce poi per coinvolgere anche i Nostri: Íñigo trascinatovi da Angélica, il cui zio è uno dei mandanti, e il Capitano proprio a causa di María.
Sarebbe troppo lungo scendere nei particolari: qui basti dire che la congiura dovrebbe portare alla morte del re e all'incriminazione della regina (di origine francese, con la Francia ostilissima alla Spagna), alla conseguente destabilizzazione e alla probabile apertura di un conflitto.
Con l'aiuto dell'amico Quevedo ed alienandosi purtroppo l'appoggio dell'altro amico Guadalmedina, il Capitano riesce infine a sventare l'attentato decisivo, che avrebbe dovuto verificarsi durante una battuta di caccia.
In seguito, con sussiego non privo di ammirazione, il re gli riconosce  la propria gratitudine: una vuota gratitudine su cui il Capitano ironizza a denti stretti, ma per la quale - ormai avvezzo alle disillusioni - egli non se la prende più di tanto.
Tra una cosa e l'altra (e in questo romanzo di cose ce ne sono davvero tante), nel corso della vicenda Íñigo e Angélica affrontano la loro "prima volta", con passione travolgente e qualche tocco di sadomasochismo. Entrambi innamorati, benchè ciascuno a suo modo, a mio parere incarnano alla perfezione l'ambiguo motto latino nec tecum nec sine te.

CORSARIOS DE LEVANTE (2006)
Durissimo e poetico come sempre, questa volta Arturo Pérez-Reverte ha prodotto uno di quei romanzi in grado di soddisfare la critica ed i fans più accaniti: per i lettori occasionali potrebbe invece risultare più difficile apprezzare l'insieme.
Del resto però l'attività di scrittore di Arturo Pérez-Reverte sembra ormai essersi definitivamente orientata verso quel tipo di romanzo in cui la pura narrazione si pone al servizio della cronaca storica, come dimostrano le sue più recenti creazioni, "Cabo Trafalgar" e "Un día de cólera": per cui "Corsarios de Levante" a ben guardare risulta più una coerente conferma che una strana eccezione.
Nell'ambito della saga dedicata al Capitano Alatriste è comunque un romanzo importantissimo. Dato l'argomento (la guerra di corsa sulle acque del Mediterraneo, dove turchi e cristiani vanno scambiandosi insulti e cannonate) confesso che all'inizio l'ho trovato un po' noioso, forse somigliante a "El Sol de Breda" per il predominio degli eventi bellici, descritti con tecnicismi perfetti in tutta la loro crudezza; dopo alcuni capitoli però mi si sono aperti orizzonti diversi, perchè in realtà il romanzo riesce anche a diventare una tappa fondamentale nello sviluppo dei rapporti fra Íñigo e il Capitano, nella crescita dello stesso Íñigo e più in generale nella loro vicenda di uomini e di soldati spagnoli del secolo XVII.
La vicenda si svolge tra il maggio e il settembre del 1627: Íñigo ha diciassette anni, il Capitano quarantacinque, ed entrambi vanno alla deriva in quel loro tempo splendido e miserabile.
Il re ha dimenticato in fretta di esser stato salvato da Alatriste, mentre la congiura che doveva portare alla sua morte è stata discretamente soffocata nel silenzio: fra Emilio Bocanegra è stato internato in un ospedale per malati mentali, alcune figure minori sono state giustiziate e Luis de Alquézar - del quale non si è potuto provare la responsabilità - è partito con la nipote per le Indie, dove ha comunque trovato modo di esercitare il proprio potere, continuando ad accumulare ricchezze.
In quanto al bieco Malatesta, si dice sia stato torturato e giustiziato, anche se un'altra voce - forse ben più attendibile  - lo vorrebbe salvo in cambio della rivelazione di gravi segreti di Stato.
Alatriste e Íñigo sono tornati alla loro solita vita, e alla necessità di sbarcare il lunario.
Tra le altre cose, bisogna provvedere al futuro del ragazzo, a quella carriera militare che Íñigo vuole intraprendere. Non essendo nè nobile nè ricco, è opportuno che egli accumuli almeno qualche utile esperienza sul campo.
Ed è così che i due lasciano Madrid (il Capitano anche per sottrarsi alle mire matrimoniali della Lebrijana) e tornano ad un'esperienza che Alatriste ha già attraversato da giovane: entrano nel battaglione di fanteria spagnola di stanza a Napoli, in servizio sulle galere che solcano il Mediterraneo per contrastare i pirati turchi. Il che significa condizioni di vita terribili e precarie, ben al di là dei pericoli bellici di cui pure qualunque soldato è pienamente consapevole.
Partiti dalla costa spagnola a bordo della Mulata, il loro viaggio li porterà a toccare varie tappe: Orano ad esempio, sulla costa africana, dove ritrovano Sebastián Copons - il vecchio amico, veterano delle Fiandre - e dove entrano in contatto con la difficile realtà delle guarnigioni di confine. Lì si unisce a loro un nuovo personaggio che nel futuro della narrazione avrà un certo peso: Aixa Ben Gurriat, detto poi il Moro Gurriato.
In seguito ci saranno Malta, Lampedusa, e infine Napoli, dove i Nostri vivono molte avventure prima di ripartire per le isole greche e il Levante.
Alla fine, presso le coste dell'Anatolia, il convoglio di tre galere di cui fa parte la Mulata sosterrà un epico e sanguinosissimo scontro contro soverchianti forze turche: e gli spagnoli dovranno ricorrere a tutto il loro disperato valore.
Pochi saranno i sopravvissuti, dopo una battaglia durata quasi due giorni, descritta da Pérez-Reverte con grande perizia tecnica e con dovizia di particolari cruenti, ma senza morbosi compiacimenti: tra essi Alatriste e Íñigo, che prima nell'attesa della morte poi nel sollievo e nella malinconia per la dubbia vittoria si riavvicinano, dopo aver avuto qualche grave contrasto.
Uno dei "cuori" del romanzo è dato infatti dal rapporto tra i due, che non sono più padrone e servitore, bensì qualcosa di molto simile a padre e figlio.
Íñigo però si trova nell'ingrata terra di mezzo  tra infanzia ed età adulta, è insofferente, si mette spesso nei guai e arriva al punto di parlare al Capitano, che vorrebbe offrire qualche utile suggerimento nato dall'esperienza, mancandogli di rispetto su argomenti importanti.
Íñigo si dice che con il Capitano non è più come un tempo, "non è più come guardare a Dio", e vorrebbe sentirsi pienamente libero ma eccede; chiunque altro che non fosse il ragazzo non l'avrebbe passata liscia, con lui invece Diego riesce a trattenersi.
Tutto questo però incrina gravemente i loro rapporti, e ci vorrà del tempo per rimettere insieme i pezzi. La riconciliazione avviene poi per gradi, senza parole, con il pentimento di Íñigo e qualche gesto dolcissimo di cui il Capitano, a dispetto della sua fama di duro, è sempre capace nei confronti di coloro che ama.
E sullo sfondo il sangue, la violenza, il senso del dovere e dell'onore, la consapevolezza stessa da parte di Íñigo - per cui solo due anni prima le Fiandre erano state una sorta di bella avventura - che vivere e combattere non è più un gioco.
La bellezza più profonda del romanzo è qui: nel senso di fatalità che pervade la storia di Spagna e l'esistenza individuale dei personaggi, confondendo l'una nell'altra sino a sfumare nel nulla, non prima però di essersi confrontate con il tutto.

  

LadyJack || 14:32 || sabato, 16 febbraio 2008
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Belinda, il Duca & altra roba

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BELINDA E IL DUCA ("Foundling", 1948)
A giudicare dai titoli che lo qualificano, Sua Grazia Adolphus Gillespie Vernon Ware, duca di Sale e marchese di Ormesby, conte di Sale, barone Ware di Thame, barone Ware di Stoven e barone Ware di Rufford, dovrebbe essere un personaggio augusto e forse temibile: è invece un mite giovanotto di ventiquattro anni che la prematura morte dei genitori ha gravato sin dalla nascita di tutta l'aristocratica paccottiglia di cui sopra.
Piccolino, esile, delicato e di salute cagionevole, i tutori, i precettori e persino i fedeli servitori sono abituati a prendersi cura di lui sin dall'infanzia. Lodevoli ed amorose intenzioni, non fosse per il fatto che Gillie (così lo chiamano gli amici, tranne l'amatissimo cugino Gideon che lo chiama invece Adolphus) è ormai un uomo, sta benissimo e gradirebbe un po' di libertà.
Nell'esistenza di Gillie invece tutto è costantemente predisposto da altri; l'amministrazione del patrimonio e la tutela sino al compimento del venticinquesimo anno di età sono affidati allo zio Lionel e le necessità quotidiane vengono più che soddisfatte da un esercito di servitori: tanto l'uno quanto gli altri adorano Gillie, che del resto è una persona alla quale è molto facile voler bene, ma non sospettano neppure quanto egli si senta oppresso e frustrato dalle loro attenzioni. E infatti un bel giorno, portando a compimento un piano mai apertamente discusso ma tacitamente già ben disegnato, lo zio Lionel organizza addirittura il matrimonio di Gillie con la dolce e gentile Lady Harriet, poi mette il nipote di fronte al fatto compiuto.
Gillie non è del tutto contrario alla cosa, un po' per via del suo carattere accomodante e un po' perchè Harriet - anche se in modo non molto passionale - in fondo gli piace.
Il fatto è però che questa ennesima decisione presa da altri in sua vece induce Gillie a compiere un atto radicale: cercare di sottrarsi per un po' alle "balie" fuggendo dal nido.
L'occasione arriva quando il cugino Matthew gli chiede aiuto per recuperare alcune lettere compromettenti che - nelle mani di un ricattatore - rischiano di farlo incriminare per rottura di promessa matrimoniale, con conseguente risarcimento (e Matt non è ricco), nonchè grave scandalo (e Matt è terrorizzato dalla possibile reazione dei parenti).
Gillie decide così di presentarsi al ricattatore fingendo di essere Matthew, dopo aver lasciato la sua residenza londinese all'insaputa di tutti: in caso contrario, infatti, non sarebbe nemmeno riuscito a raggiungere il portone...
L'unico ad essere informato del piano, almeno a grandi linee e dietro impegno della più assoluta segretezza, è il cugino Gideon, a cui non è mai passato per la testa di tiranneggiare Gillie con il proprio affetto: alto, bello, aitante, disinvolto, indipendente e dedito alla carriera militare, Gideon - per contrasto - capisce sin troppo bene i problemi del posato e discreto cugino, al quale oltretutto è molto legato.
Gillie riesce a "fuggire" come aveva progettato, incontra il ricattatore e incredibilmente (soprattutto per lui stesso...) riesce ad avere la meglio, recuperando le lettere senza sborsare una sterlina.
Da quel momento però le cose si complicano alquanto a causa dell'intreccio di tutta una serie di eventi e di coincidenze, e ben presto Gillie si ritrova costretto a vivere molto più avventurosamente di quanto avesse preventivato.
Scoprire alla fine fine di essere un uomo e non soltanto un duca (per usare le sue parole) lo rende felice, ma gli accidenti di percorso sono parecchi. E mentre sotto mentite spoglie Gillie diventa il protettore di un'orfanella abbandonata e di un energetico moccioso in fuga dal proprio precettore, il ricattatore di Matt ed altri loschi figuri si mettono sulle sue tracce. A Londra intanto, dove l'improvvisa scomparsa di Gillie non trova spiegazioni, il cugino Gideon viene addirittura sospettato di averlo ucciso per ereditarne il titolo e l'ingente patrimonio.
Tra rapimenti, incendi dolosi, inseguimenti, mosse e contromosse, ad un certo punto tutti quanti finiscono a Bath, dove Gillie dimostra di essere vivo, comincia a fornire qualche spiegazione e soprattutto ritrova Harriet, che nel momento del bisogno si rivela coraggiosa e anticonvenzionale quel tanto che basta a farlo innamorare definitivamente di lei.
Il lieto fine, insomma, nemmeno questa volta viene a mancare.
Il tocco originale, semmai, è dato dal fatto che il protagonista, dopo essersi gustato una bella porzione di "Much Ado About Nothing", finisce non fra le braccia di una fatalona qualsiasi, bensì fra le braccia della sua ben più normale già-promessa.
A questo punto infatti ci si potrebbe anche chiedere: e Belinda, dove sta?
Da qualche parte Belinda c'è: è l'orfanella di cui più sopra, la ragazza di cui il ricattatore avrebbe voluto servirsi per spennare Matthew e di cui Gillie finisce per prendersi cura, sino al punto da riportarla tra le virilissime braccia di un ex fidanzato.
Ma poichè Belinda (credetemi: lo si può affermare con cognizione di causa) è una bellissima e pallosissima deficente, mi si scuserà se l'ho un po' trascurata: il suo ruolo è quello di complicare gli eventi con un certo numero di semi-innocue stupidaggini, non quello di essere brillante e simpatica, e guidata dalla nostra ineffabile Georgette ci riesce alla grande.

"Belinda e il Duca" era uno dei titoli che mi incuriosivano maggiormente, all'interno della vasta produzione heyeriana: forse il romanzo non può stare alla pari di capolavori come "Venetia" o "Sophy", in ogni caso mi è piaciuto abbastanza. E' complesso ma anche ironico e divertente: insieme abbiamo passato qualche bel momento.
LadyJack || 11:01 || giovedì, 14 febbraio 2008
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Prossimamente sui nostri schermi... scaffali


Un'altra pietra miliare della tv inglese, dal romanzo di Evelyn Waugh.
Con Jeremy Irons, Anthony Andrews, Laurence Olivier, Claire Bloom... e scusate se è poco!

E...

Beh, questo è per il mio sollazzo... non certo per quello di LadyJack. Aye, aye, capitano!
Dai romanzi di C. S. Forester, la serie tv della ITV con Ioan Gruffudd.

ArchieGoodwin || 23:10 || domenica, 03 febbraio 2008
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POLDARK SCENES: DEMELZA & ROSS

 


 

ArchieGoodwin || 22:19 || domenica, 03 febbraio 2008
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POLDARK: I PROTAGONISTI DELLA PRIMA SERIE

La mitica apertura di ogni puntata:
 
l'impetuoso mare della Cornovaglia...

Ross Poldark torna dalla Guerra d'Indipendenza negli Stati Uniti e si precipita dall'amata Elizabeth, ma lei lo rifiuta, perché, credendolo morto in battaglia, si è fidanzata con il di lui cugino Francis:
   
Ross non la prende benissimo, ma a Nampara ha subito altri problemi da risolvere...
   
Dopo avere ingoiato il rospo di un Francis suo inedito rivale (a sinistra nella foto), deve rimettere in piedi la tenuta e dare una parvenza di sobrietà ai due servitori perdigiorno: Jud e Prudie...

Imbattendosi in Demelza, la vita di Ross cambia e prende una strada imprevedibile:
  
Il matrimonio s'ha da fare, anche perché lei è leggermente incinta...

Conosceremo il bel dottor Dwight Enys, la fiera Caroline Penvenen, l'arrivista, malvagio e senza scrupoli, George Warleggan... Mentre il povero Francis soccomberà e la pallida ed inutile Elizabeth passerà da lui a Warleggan, come dire: da una maledizione all'altra... Del resto, Ross le aveva predetto che si sarebbe pentita della sua folle e pavida scelta...
     
Ride bene chi ride ultimo...

ArchieGoodwin || 21:46 || domenica, 03 febbraio 2008
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