L'Isola di Smeraldo (dedicato a EffeCi, che ama l'Irlanda)

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I PRINCIPI D'IRLANDA ("Dublin: Foundation", 2004), di Edward Rutherfurd
Edward Rutherfurd è uno dei tanti scrittori che iniziai a frequentare con entusiamo agli albori della mia carriera di lettrice: perdendolo un po', in seguito, a causa della crescente pesantezza dei suoi romanzi. Le storie rimanevano sempre molto interessanti e ben documentate, ma sei o settecento pagine così dense a volte risultavano davvero ardue da affrontare.
Leggendo "Sarum" invece avevo provato un entusiasmo tutto nuovo non solo perchè l'argomento mi interessava molto (all'epoca prediligevo Storia Medioevale e le cattedrali erano un elemento importante), ma anche perchè scoprii allora per la prima volta l'autore e un modo inedito di costruire i romanzi storici. Più o meno in quegli stessi tempi lessi anche il James Michener di "Colorado", ed ebbi modo di veder confermato il metodo: la differenza tra i due autori consisteva nel fatto che Michener si occupava del Nuovo Mondo e Rutherfurd della Vecchia Europa, ma per il resto i loro romanzi si assomigliavano parecchio.
Erano affreschi di respiro epico, che dimostravano un grande senso dei luoghi sia dal punto di vista storico che geografico, e si dipanavano con agile complessità attraverso un'ampia cronologia: partendo dall'antichità si approdava a momenti pressochè contemporanei, seguendo la vita e la storia prima di singoli personaggi, poi di intere famiglie e dinastie, con gli inevitabili incroci e scontri che il procedere del tempo comporta.
Gran parte dei personaggi scaturivano dall'immaginazione degli autori, ma altri personaggi, le vicende e gli sfondi storici erano rigorosamente reali: insomma, si trattava evidentemente di romanzi che dovevano essere il frutto di anni di ricerche e di applicazione.
Michener è scomparso qualche anno fa, ma Edward Rutherfurd scrive ancora e produce romanzi dello stesso tipo. Tra i più recenti, la coppia dedicata all'Irlanda: i PRINCIPI, che copre il periodo tra il V sec. d.C. e il 1500, e i RIBELLI che si occupa invece delle epoche successive.
Per ora ho osato leggere solo il primo dei due volumi, che si è comunque rivelato una piacevole conferma delle solide qualità dell'autore. Per leggerlo ho impiegato circa una settimana (il che è molto, date le mie abitudini!), ma posso affermare che tutto sommato ne è valsa la pena.
Fra le altre cose, mi pare che nel corso del tempo Rutherfurd abbia affinato l'interesse per la profondità dei suoi personaggi, ed anche questo aiuta il lettore ad identificarli e ad inquadrarli meglio.
"I Principi d'Irlanda", in ogni caso, è un po' costretto a procedere a balzi, approfondendo tutto quello che è necessario, ma concentandosi soprattutto sulle grandi tappe che hanno reso "l'isola occidentale" ciò che è ancor oggi.
Si parte dunque dal V secolo d.C.: mentre l'ex Impero Romano si sgretola e muta la sua forma politica e geografica, attorno alle scure acque dello stagno di Dubh Linn ci sono già i primi insediamnenti di quella che in seguito diventerà la vera e propria città di Dyflin (epoca vichinga, X secolo) e infine Dublino.
E' un'epoca ancora largamente pagana, in cui i druidi mantengono vivissime le antiche tradizioni celtiche; solo l'arrivo del vescovo e futuro santo Patrizio a metà del V secolo porterà l'inizio dell'evangelizzazione: importante sia perchè saranno poi i monaci irlandesi a rievangelizzare tutta l'Europa nel periodo post-barbarico, sia perchè per lunghissimo tempo la Chiesa d'Irlanda continuerà a costituire un organismo separato (e non di rado antagonista) rispetto alla Chiesa di Roma, inserendosi anche nelle vicende politiche successive, sino allo scisma provocato dal sovrano inglese Enrico VIII.
In quel V secolo di cui dicevo, il nucleo centrale dal quale prende vita la narrazione è la tragica storia d'amore tra la bella Deirdre, figlia di Fergus, e il pio principe Conall: dalla loro unione, attraverso il tempo, si evolverà la famiglia O'Ferguson, estesa poi in O'Byrne per uno dei suoi rami.
Attorno a loro e dopo di loro, comunque, non ci saranno solo figli e nipoti, ma anche una grande varietà di personaggi e di eventi: l'insediamnto dei Vichinghi (X sec.), la lunga serie di guerre interne tra le diverse fazioni tribali dell'isola, l'invasione inglese (iniziata nel 1167 e durata otto secoli), il tentativo contrario di invasione irlandese a danno dell'Inghilterra di Enrico VII Tudor (al termine della Guerra delle Due Rose), il dominio di Enrico VIII e altri svariati tentativi di ribellione.
Questo primo romanzo si chiude nell'anno 1538, dopo aver narrato la vita e le gesta di molti e l'evoluzione stessa della città, attraverso la sua forma antica, la sua forma medioevale e mercantile, ed infine quella più lussuosa e protorinascimentale: tenendo presente come sfondo, ovviamente, l'intero territorio irlandese, con le sue acque, i suoi monti, i suoi pascoli, i monasteri, i castelli, le fattorie.
L'antico stagno di Dubh Linn, già parzialmente interrato all'inizio del XVI secolo, probabilmente scompare di lì a poco; ma innumerevoli tracce di tutto il resto continueranno a perpetuarsi e a mutare ancora e ancora, sino ai giorni nostri.
E' questo in fondo il senso dei romanzi di Edward Rutherfurd: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Nulla di ciò che accade va interamente perduto, e negli occhi di ciascuno di noi compare a tratti - magari per un attimo - il riflesso immortale dei nostri antenati. Finchè un giorno anche noi, a nostra volta, saremo riflessi fugaci negli occhi del futuro.



Volume reperito grazie a Franca B.: http://www.librinprestito.splinder.com/
LadyJack || 11:13 || lunedì, 28 aprile 2008
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Omicidi dal Nord

ROSEANNA - ROMANZO SU UN CRIMINE ("Roseanna. Roman om ett brott", 1965)
di Maj Sjövall e Per Wahlöö [Sellerio ed., 2005]
La prima cosa che ho pensato leggendo le note introduttive di questo romanzo mi si è presentata in forma di domanda: ma perchè mai gli investigatori devono essere sempre malinconici?
Così viene infatti presentato Martin Brock, il poliziotto protagonista: investigatore malinconico.
Ho pensato per un attimo che la sua condizione esistenziale potesse essere determinata dalle origini nordiche: anche l'ispettore Wallander di Henning Mankell, ugualmente svedese, è un personaggio grigio ed intoverso, pur essendo anche un buon poliziotto.
Poi però mi sono resa conto che la letteratura gialla contemporanea è davvero - e più genericamente - piena di tipi non certo allegri, per quanto ottimi ed interessanti: il Philip Marlowe di Raymond Chandler, l'ispettore De Luca di Carlo Lucarelli, l'ispettore Sarti Antonio di Loriano Macchiavelli, l'ispettore Dalgliesh di P.D.James, Maigret in Simenon, Harry Bosch in Michael Connelly, Pepe Carvalho in Manuel Vázquez Montalbán o l'ispettore Salvo Montalbano in Camilleri.
Ho citato così, in ordine sparso e limitandomi agli autori che conosco meglio, ma è indubbio che l'elenco potrebbe essere allungato, anche guardando al passato: ad es. persino Poirot o Sherlock Holmes mostrano spesso tratti malinconici e si abbandonano a malinconiche considerazioni sul mondo che li circonda e nel quale agiscono come indagatori.
E forse è proprio questo il punto della questione: chi investiga, cerca, è costretto a guardare, a farsi domande e quindi ad acquisire una maggiore consapevolezza nei confronti delle cose, delle persone e - naturalmente - dei crimini e dei lati oscuri che li determinano.
Ecco che allora non pare poi più tanto strano che un investigatore possa essere ombroso ed introverso: se il suo carattere o la sua epoca già lo dispongono alla malinconia, il suo lavoro non è certo in grado di distoglierlo da questa stessa dimensione.
Le donne-detective invece reagiscono in maniera differente; ma questo argomento lo accantoniamo perchè personaggi come la Pedra Delicado di Alicia Giménez-Bartlett o la Mrs Precious Ramotswe di Alexander McCall Smith richiederebbero una lunga trattazione.
Con "Roseanna", in ogni caso, siamo molto vicini alle atmosfere realistiche e sommesse di Simenon, anche se l'ambientazione si allontana dal Continente.
Probabilmente il romanzo non piacerà molto ai sostenitori del giallo spettacolare, pieno di trovate e sorprese; può piacere invece ai lettori amanti delle piccole cose, dei particolari, di quel tipo di narrazione solida e fluida in cui comunque tutto torna perfettamente.
C'è un'apparente semplicità persino nello svolgersi della trama, e ciò che conta è la paziente costruzione dell'indagine, alla quale, oltre Martin Beck, partecipano altri poliziotti: personaggi più accennati che descritti, ma in fondo pieni di vigore.
TRAMA: All'inizio di luglio nel 1964 (il romanzo è di quell'epoca), viene ripescato il cadavere di una ragazza in uno dei canali del lago di Vättern. La donna è stata strangolata ed è morta da pochi giorni, ma il corpo è nudo e non presenta tracce nè indizi di alcun tipo.
La morta rimane senza nome e l'indagine si impantana per qualche mese: malgrado il cocciuto impegno dei poliziotti il caso rischia di entrare nelle statistiche come irrisolto.
Saranno necessarie una segnalazione dagli Stati Uniti, una paziente raccolta di fotografie e molta fortuna per riuscire ad individuare e ad incastrare il colpevole.
Malinconico pure lui...
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"Roseanna" è il primo di una serie di dieci gialli imperniati su Martin Beck e la Squadra Omicidi di Stoccolma; gialli tutti recanti il sottotitolo ROMANZO SU UN CRIMINE, proprio per sottolinearne il carattere realistico ed anche politico, legato al mondo e alla società.
I romanzi furono scritti fra gli anni '60 e '70 da due coniugi svedesi, singolarmente già impegnati nell'editoria, ma che iniziarono la loro collaborazione quasi per caso.
Sin dall'inizio era stabilito che le avventure di Martin Beck fossero solo dieci, per evitare ripetizioni nelle storie e stanchezza nei lettori. Curiosamente il progetto fu rispettato per un pelo, perchè poco dopo la fine della stesura del decimo romanzo il marito, Per Wahlöö, si ammalò gravemente e morì nel 1975.
La pubblicazione italiana di alcuni romanzi dei due autori svedesi è molto recente, e pare sia stata promossa ad opera di Andrea Camilleri in persona.
LadyJack || 17:10 || martedì, 22 aprile 2008
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Welcome home, Jane!

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ORGOGLIO E PREGIUDIZIO ("Pride and Prejudice"), di Jane Austen
[iniziato nel 1796 come "First Impressions"; terminato nel 1797; pubblicato nel 1813]

Pare che Benjamin Disraeli, il grande letterato e uomo politico inglese di età vittoriana, abbia letto "Orgoglio e Pregiudizio" per ben diciassette volte. Ed è noto che quel lettore "difficile" che era Nero Wolfe apprezzava molto Jane Austen, anche se il nostro beneamato ciccione non lo avrebbe mai pubblicamente ammesso (diamine... si trattava pur sempre di una donna!).
Confortata da questi e da molti altri augusti esempi di gradimento, recentemente anch'io mi sono riavvicinata a Jane Austen dopo parecchi anni di oblio: ed ovviamente ho voluto farlo con il suo romanzo più famoso e popolare.
Confesso che il primo impatto è stato traumatico: per un lettore contemporaneo i sessantun capitoli di questo romanzo in cui a ben guardare non succede quasi nulla, sono un duro cimento. Quel panorama inglese di fine Settecento, con le sue rigide convenzioni sociali, i suoi pregiudizi, le sue grettezze e le onnipresenti mire matrimoniali di gran parte dei personaggi coinvolti appartengono ad un mondo abbastanza lontano da poter riuscire indifferente.
Senza contare poi che il linguaggio, tanto da parte dell'autrice quanto da parte dei suoi personaggi, appare così puntigliosamente corretto, abbondante e preciso da provocare qualche fitta di panico.
Che un pomposo leccapiedi come il signor Collins si abbandoni a sproloqui magniloquenti lunghi mezza pagina può persino sembrare normale e narrativamente funzionale; ma che ogni riga ed ogni dialogo del romanzo assuma un aspetto così formalmente rigoroso (e per noi démodé) finisce piuttosto per sembrare vagamente minaccioso.
Romanzo potenzialmente formidabile e pesante, dunque, gravato per di più dalla tradizione che lo ha ormai reso un "classico" indiscusso? Sì, forse... non fosse per il fatto che tutta questa ingombrante paccottiglia Jane Austen è riuscita a trattarla con le qualità supreme che evidentemente non facevano difetto alla sua straordinaria intelligenza: il sarcasmo e l'ironia.
La storia può essere apparentemente semplice (ed in effetti è sostanzialmente una lineare vicenda d'amore con qualche patema collaterale), i personaggi possono essere gradevoli o sgradevoli (ed in effetti a me nessuno di essi piace veramente), il mondo descritto può non essere per noi oggetto di grande interesse e curiosità: dopo due secoli abbondanti, però, "Orgoglio e Pregiudizio" è ancora un romanzo che vale la pena di essere letto.
Il nucleo principale della storia è abbastanza noto, e verte sull'incontro-scontro dell'aristocratico Darcy (suo è l'ORGOGLIO) con la socialmente più modesta ma intelligente Elizabeth Bennett. Di lei sono invece i PREGIUDIZI, in quanto il comportamento dello spocchioso giovanotto, che guarda tutti dall'alto e pare sentirsi troppo speciale per concedere confidenza a chiunque, inizialmente non la predispone certo a considerarlo con favore.
Saranno necessari molti e vari eventi riguardanti loro stessi, gli amici, i parenti e persino i semplici conoscenti, perchè Darcy e Liz mutino radicalmente le rispettive opinioni: lui, conquistato dalla bellezza quanto dalla bontà e dall'arguzia, si scoprirà talmente innamorato da voler trascurare le differenze sociali; e lei, colpita da qualche inattesa iniziativa del giovane quanto dallo splendore della sua tenuta di Pemberly, gli perdonerà volentieri il poco lieto esordio della loro conoscenza.
Pare poi che i due vadano davvero a vivere felici e contenti.
Naturalmente le vicende ed i personaggi di contorno sono numerosi, ma è in Elizabeth che si concentra l'attenzione tanto dell'autrice quanto del lettore. Secondogenita in una famiglia con cinque femmine da accasare e qualche problema economico, Elizabeth è una specie di fiore nel deserto: appartengono a lei le considerazioni più brillanti ed umoristiche, gli atteggiamenti più razionali e l'altruismo più autentico.
Solo la sorella maggiore Jane le si avvicina per positività di sentimento e di pensiero, benchè la sua frigidità, dettata da eccesso di modestia, sia poi una delle cause di parte dei guai che i Bennett devono affrontare nel romanzo.
In effetti l'enorme differenza esistente tra le maggiori e le minori delle sorelle Bennett (Mary, Lydia e Kitty) - queste ultime somiglianti alla madra, frivole e scarsamente affidabili a causa della loro leggerezza - fa pensare che Somerseth Maugham avesse ragione nell'ipotizzare che Liz e Jane potessero essere figlie di un primo, non specificato matrimonio del signor Bennett.
Signor Bennett che, disilluso ed assente, ormai pienamente consapevole delle magagne della sua vita domestica e coniugale, almeno non è del tutto esente da quell'ironia e da quel sarcasmo che evidentemente ha trasmesso ad Elizabeth, la sua preferita.
L'autrice comunque non si limita ad esprimere il proprio umorismo direttamente, attraverso le parole dei suoi personaggi, ma lo fa anche in maniera più sottile, attraverso tutta una serie di note, di situazioni ed atteggiamenti che sta al lettore cogliere nel loro pieno valore.
Guardiamo ad esempio l'austero e sostenuto Darcy, che proprio per non venir meno a se stesso cerca virilmente di resistere all'attrazione fatale esercitata su di lui da Elizabeth; poi quando decide di cedere, inframmezza ad azioni congrue e meritevoli anche tutta una serie di passaggi che sfiorano la comicità: per dichiararsi ad Elizabeth, a parte un sacco di parole sbagliate, sceglie l'unico momento in cui lei ha mal di testa. E di lì a poco, per rientrare nelle sue grazie durante una riunione mondana, si spinge sino ad osare avvicinamenti tattici con la sua sedia a quella di lei: recedendo poi come un cucciolo con la coda tra le gambe di fronte allo sguardo tra il gelido e il perplesso che parte dagli occhi belli della stessa Elizabeth.
Data la corposa complessità del romanzo, potrebbero essere portati molti altri amenissimi esempi...

Recita il famoso incipit del romanzo: "E' verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi". [trad. di M.L.Agosti Castellani]
Di lì a poco fa la sua comparsa nel paesotto di Longbourn e nella tenuta di Netherfield Park il signor Bingley - scapolo bello ricco e signorile, dunque matrimoniabile quant'altri mai - sul quale disparate aspettative femminili convergono immediatamente come formiche attorno ad un pezzo di zucchero.
Poi il resto è storia, o fors'anche leggenda.
LadyJack || 11:02 || sabato, 19 aprile 2008
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La Verità a pezzi

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IL CAMPO DEL VASAIO di Andrea Camilleri (Sellerio ed., 2008)
I gialli di Montalbano ormai vanno aspettati come vecchi amici sicuri che è sempre bello rivedere, indipendentemente dal tempo trascorso dopo l'ultimo incontro. La stabilità pone forse un po' a margine l'elemento sorpresa, ma certo non contempla noia o delusione.
Voglio dire: i primi volumi della saga risultavano dirompenti per il gusto della novità legata ai personaggi, agli ambienti, al linguaggio italo-siculo; ora, dopo 13 avventure (senza contare i racconti), il commissario Montalbano lo conosciamo bene, e con lui tutti gli altri personaggi che popolano Vigata e dintorni: ma non ne siamo stanchi.
Io amo Fazio, amo Catarella, amo Mimì, amo il dottor Pasquano con le sue solenni incazzature, amo Adelina; amo persino Livia e un po' mi sono addirittura affezionata al pm Tommaseo, che "guida come un cane ubriaco", al questore Bonetti - Alderighi e a quel lecchino surreale che è il dottor Lattes.
All'interno delle storie tutti costoro agiscono ormai seguendo le linee codificate che definiscono il loro carattere e le loro caratteristiche, ma non vedo come potrebbe essere altrimenti senza perdere quel sapore magnifico, così unico e così camilleriano.
Forse il personaggio che di libro in libro subisce le maggiori trasformazioni o meglio, attraversa le sfumature più visibili, è proprio quello di Montalbano.
Ne "La Forma dell'Acqua", sua avventura d'esordio, la prima cosa che venivamo a sapere di lui è che il commissario "è uno che se vuol capire, capisce" (abissali, le implicazioni di questa affermazione!); ora sappiamo anche quanto di limitato o di deteriore - cioè di umano - ci sia nel suo carattere e nel suo modo di agire: ma persino in questo non si vorrebbe nulla di diverso.
Ultimamente tuttavia Montalbano è sempre più stanco e, pur rimanendo ancora molto giovane rispetto al suo autore, sta inesorabilmente invecchiando: è questo, in fondo, che più di ogni altra cosa finisce per fare veramente la differenza.
In ogni caso, se il trascorrere del tempo narrativo modifica in continuazione l'aspetto e soprattutto la mente e lo spirito del personaggio, non ne attenua invece l'importanza e non ne diminuisce il vigore: direi anzi che accade quasi il contrario, tanto che nelle storie che lo vedono protagonista il commissario Montalbano tende ormai ad occupare uno spazio sempre più ampio, centrale ed esclusivo.
Non mi spingerò sino ad affermare che "Il Campo del Vasaio" sia una sorta di "atto unico per voce sola", ma è un fatto facilmente verificabile come nel romanzo ogni evento reale o immaginario sia filtrato dallo sguardo, dalle idee e persino dai preconcetti del commissario; come ogni personaggio sia indotto prima o poi ad avere a che fare con lui; e come lo stesso commissario - da bravo deus ex machina quale si sente ed è - faccia e disfi in prima persona, tirando i fili ed ordendo le trame di una vicenda difficile, oscura e addirittura pericolosa per i delicati rapporti che negli anni si sono consolidati all'interno della sua pseudo-famiglia al commissariato.
Montalbano guarda, vede, capisce, interpreta, agisce. Sogna, parla con l'altra sua metà, quell'alter ego
polemico che si è ormai stabilmente insediato nella sua testa, e si sdoppia produttivamente sino a scrivere a se stesso per meglio chiarire le ragioni personali ed ufficiali di un'indagine che rischia di portarlo dove non desidera certo andare.
E mentre accade tutto questo gli altri personaggi, che pure parlano e fanno tante cose, si tengono in un certo qual senso sullo sfondo della storia: tanto è vero che persino due figure centrali della vicenda come Dolores (l'ambigua maliarda colombiana apportatrice di tanti guai) e Mimì (così bisognoso di un aiuto che non sa come chiedere) risultano alla fin fine più accennate ed intuibili che veramente descritte.
Il che, almeno nel caso di Dolores il cui fascino strano viene presentato come indiscutibile, è abbastanza sorprendente.
Come in ogni romanzo di Camilleri all'inizio c'è un cadavere, e quindi un omicidio.
Come in ogni romanzo di Camilleri, comunque, l'enigma poiliziesco di fondo è la base per elaborare una storia i cui significati e i cui elementi importanti vanno ricecati ovunque, e non soltanto nel puro livello d'indagine.
Ne "Il Campo del Vasaio", il cui titolo rimanda alla narrazione evangelica sui denari prima intascati poi gettati via da Giuda, l'elemento unificante è il concetto di TRADIMENTO: a partire da quel cadavere smembrato in trenta pezzi (come i trenta denari), per approdare infine alla possibile violazione dei rapporti di fiducia, di amicizia, di vita condivisa.
In questo romanzo Montalbano piange molto, e le sue non sono lacrime di debolezza quanto piuttosto di profonda tristezza, di angoscia e di paura per ciò che potrebbe accadere (a Mimì, a lui stesso, al suo legame con Livia, con Fazio, con il mondo...).
C'è però anche qualche momento divertente, se non altro perchè Montalbano continua ad essere un gran tragediatore: e quindi dà libero sfogo alla propria inventiva ai danni del dottor Lattes (memorabili le farfanterie di cui lo imbottisce questa volta...), di Livia, di Fazio e persino dell'odiato Vanni Arquà.
Nel romanzo poi Montalbano gira nudo per casa, al telefono discetta di filosofia con il maggiordomo russo di Ingrid, fa scrivere ad Adelina una lettera anonima che deve sbloccare l'indagine, e si finge devoto ammiratore dei Savoia per accattivarsi le simpatie della testimone che vanta una rocciosa fede monarchica.
Nel capitolo iniziale, in attesa che spiova e sia possibile raggiungere finalmente il cadavere di turno, sprofondato nel fango e nell'argilla, Montalbano si mette a mangiare a bere e a giocare a carte con i suoi nelle grotte dei pastori, poi sfida più volte le intemperie, gli sbalanchi e gli scivoloni, prima di entrare nel vivo della difficile questione.

Il precedente romanzo "La Pista di Sabbia" non mi aveva entusiasmato, forse anche perchè i cavalli non mi hanno mai detto molto; questo "Campo del Vasaio" invece è tornato ad essere un gran bell'oggetto di amore e di lettura.



LadyJack || 17:55 || martedì, 15 aprile 2008
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Georgette Heyer: A LEZIONE D'AMORE - SYLVESTER ("Sylvester - or The wicked uncle" - 1957)

SYLVESTER è uno dei romanzi più riusciti di Georgette, senza alcun dubbio. Lo avvicinerei a "Sophy" e a "Venetia", per la varietà, la completezza e l'incontenibile spirito, che lo rendono una lettura piacevolissima.
Come spesso mi accade quando leggo le deliziose opere di questa scrittrice, mi trovo a divorare ogni pagina con infinito divertimento, desiderando arrivare alle succose pagine finali, ma con il dispiacere che queste segneranno il termine di un altro incantevole viaggio nel mondo Regency.

Sylvester Rayne, duca di Salford è ovviamente bello, ricco e ammirato. Il suo fratello gemello Harry è morto quattro anni prima, lasciando una moglie dall'aspetto angelico, ma snervante ed un figlio in tenera età. Il fratello era realmente l'altra metà dell'anima di Sylvester e questo lutto gli ha tolto l'amore per la vita. Gli restano il senso del dovere verso il proprio lignaggio, l'affetto della saggia e amorevole madre (che è anche poetessa) e la responsabilità del piccolo Edmund, di cui Harry gli ha affidato la tutela.
Il duca ha quindi già un erede nel nipotino e la stirpe è assicurata, ma è giunto il momento anche per lui di trovarsi una moglie e con estrema freddezza ha stilato un elenco di nomi da sottoporre alla madre, affinché lo consigli nella scelta. La duchessa è preoccupata per l'indifferenza e il distacco che si stanno impadronendo dell'animo del figlio, che ama profondamente la madre, ma non riesce a dimostrare per il prossimo altro che condiscendenza e buone maniere di rito. Il cuore di Sylvester è ghiacciato, come lo è il suo sguardo quando inarca quelle caratteristiche sopracciglia alate che ha preso dalla propria madre, ma che conferiscono al suo cipiglio un'aria sinistra. Talmente sinistra che la giovane Phoebe Marlow, vedendolo ad un ballo da Almack's (dove lui non l'aveva nemmeno notata, ovviamente) si è ispirata a lui per farne il protagonista di un romanzo a forti tinte, come si confaceva alla fantasia delle fanciulle ottocentesche, ma al tempo stesso satirico e farsesco, che mette alla berlina le debolezze e la vacuità di certi personaggi dell'aristocrazia londinese. Ma in quel momento Phoebe non conosceva Sylvester e viceversa. I loro destini si incontrano quando la madre del duca, suggerisce al figlio di sondare, anziché una delle giovani da marito della sua lista, la nipote della sua cara amica Lady Ingham, che lei aveva visto in fasce ed aveva sempre sognato che potesse un giorno essere la sposa di Sylvester. Incuriosito dal suggerimento della duchessa, il cui giudizio egli pone in gran riguardo, Sylvester va a trovare Lady Ingham, ma si pente subito, perchè la nobildonna cerca troppo palesemente di spingerlo all'incontro con Phoebe, in condizioni che potrebbero metterlo in difficoltà: a casa della ragazza, in un ambiente villico, ancorché nobile, che lo imbarazzerebbe oltremodo e lo costringerebbe a sentirsi obbligato a fare mosse per le quali non si sente pronto. Ma ormai il dado è tratto e il duca di Salford si incontra con Lord Marlow nella residenza di campagna di un comune conoscente e si fa convincere ad accettare il suo invito. Lord Marlow, che Lady Ingham ha messo a conoscenza dell'interesse del duca, spera di potere combinare il matrimonio fra lui e la piccola Phoebe. La ragazza, la cui madre è morta quando lei aveva pochi giorni di vita, vive con il padre, una matrigna severa, che l'ha comunque allevata con buona volontà ed equità, e le sorellastre minori. La persona che Phoebe ama di più è la fedele istitutrice ed è proprio costei che l'ha incoraggiata a scrivere quel romanzo ed è arrivata fino al punto di contattare un proprio parente a Londra per raccomandarne la pubblicazione. Il romanzo, intitolato "L'erede perduto" fa dell'inconsapevole Sylvester un'impietoso ritratto, a metà fra la caricatura e la realtà: lo dipinge arrogante, estremamente conscio della propria posizione e quindi incapace di considerare le esigenze dei suoi inferiori, i cui servigi egli considera a lui dovuti per diritto naturale. Le famigerate sopracciglia del Conte Ugolino (il protagonista del racconto) rendono impossibile non riconoscere in Sylvester l'ispiratore di tanta alterigia.
Sta di fatto che Phoebe non è né bella, né di buone maniere, veste in modo privo di eleganza, ama solo i suoi cavalli, tanto che appena può si rifugia nelle stalle ad accudirli e non corrisponde in alcunché alle esigenze di Sylvester, che si sente intrappolato in una situazione a lui sgradita e trova noiosissima la vita in quella famiglia di nobili di campagna, senza ricevimenti, senza giochi organizzati per compiacerlo e con l'orribile abitudine di cenare e coricarsi presto. Phoebe, che ha saputo dalla matrigna che c'è la possibilità che il duca possa farle una proposta di matrimonio, è terrorizzata dal fatto che l'evento possa avverarsi e medita una fuga istantanea. Niente la repelle maggiormente di quell'uomo pieno di sé, che l'ha fatta sentire invisibile e insignificante da Almack's e che è tanto lontano dai suoi ideali. Lei vuole vivere scrivendo romanzi, vuole essere indipendente e non le interessa Sua Signoria. Così chiede aiuto al suo amico fraterno, il giovane Tom Orde, figlio del magnanimo Squire del luogo, che, cavallerescamente accetta di accompagnarla in una fuga a Londra, dove Phoebe spera di essere accolta dalla nonna, Lady Ingham e di potere restare a vivere con lei.
Per la prima volta in vita sua, Sylvester non incontra il favore di una fanciulla, ma suscita in lei orrore e desiderio di scappare il più possibile lontano da lui. Naturalmente i due sono destinati ad incontrarsi presto, proprio durante il viaggio, perché il cocchio che Tom ha "preso in prestito" da casa si ribalta davanti all'apparire improvviso di un somaro e lo sventurato ragazzo, cadendo, si rompe un perone. Trovato rifugio in una vicina locanda, i due fuggitivi avranno presto la sorpresa di vedere arrivare il duca di Salford, che proprio lì si è fermato per riposarsi sulla strada del ritorno a casa. Miss Marlow, lontana dallo sguardo ammonitore della matrigna, che la intimidisce e la rende afasica, è capace di un linguaggio franco, irriverente, pieno di spirito acuto e affronta Sylvester non dal basso all'alto, come lui è abituato, bensì lo attacca, lo ridicolizza, lo mette in scacco. Gli scambi fra i due sono pieni di colpi bassi, di scintille e il duca, abituato a controllarsi e ad usare il savoir faire, impara ben presto che Phoebe è in grado di fargli perdere pericolosamente le staffe.
Contraltare di questa coppia improbabile, è quella formata dalla vedova cognata di Sylvester, Ianthe, che non perde occasione per dipingere il duca come un orribile tiranno che vuole portarle via il figlio e che ha per di più deciso di sposare in seconde nozze un ridicolo damerino, Sir Nugent Fotherby, preoccupato solo di ostentare la propria immensa ricchezza e di vestire nel modo più eccentrico possibile per stupire la società. Qui abbiamo la figura del dandy ridicolo, tanto diverso dagli "ineguagliabili" dipinti negli altri romanzi di Georgette Heyer. Sir Nugent è un personaggio patetico, una macchietta, come lo definisce Tom, ma almeno avrà il merito di toglierci di torno l'insopportabile Ianthe.
Sarà ben difficile per Phoebe fare a meno delle controbattute di Sylvester, lui che è comunque capace di gesti di grande calore e attenzione nei suoi confronti e che, in fin dei conti, la fa divertire, anche quando la chiama imprudentemente "Passerotto". Sarà ancora più difficile per lui poterla dimenticare, anche dopo che è "L'erede perduto" è stato pubblicato ed è diventato uno scomodo successo che lo ha messo sulla bocca di tutti, rendendolo furioso e ferito.
Le avventure di Sylvester ci portano in giro fra il Somerset, i salotti di Londra, le locande più umili e ci fanno arrivare in Francia, dove i mangiarane saranno testimoni di scenette spassosissime. E il piccolo Edmund, che in realtà adora "lo zio Vester", ci farà divertire con il suo inconsapevole uso di un linguaggio da stallieri e con gli scherzi pestiferi che giocherà al povero Sir Nugent e ai suoi amati stivali.

DA LEGGERE!!!!!

ArchieGoodwin || 22:08 || sabato, 05 aprile 2008
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Georgette Heyer: L'INCANTEVOLE AMANDA ("Spring muslin" - 1956)

Un altro affascinante e disincantato Corinthian è il protagonista maschile di questo romanzo. Sir Gareth Ludlow non è più di primo pelo, avendo già trentasette anni e nel suo passato una storia d'amore finita tragicamente. La bellissima e vivace fidanzata Clarissa è infatti morta otto anni prima per un incidente, cadendo proprio dal pericoloso calessino che lui non voleva farle guidare. Sir Gareth non riesce a farsi piacere nessun'altra dopo di lei, ma è giunto il momento di trovare una moglie e decide che, rotto per rotto, tanto vale accasarsi con una gentildonna di poche pretese, non avvenente e nemmeno giovanissima, per potere avere un futuro tranquillo e fatto di reciproca comprensione. La scelta cade sulla scialba e invisibile Lady Hester Theale, sua vecchia amica, che vive in casa con il padre, il fratello e la cognata e che ha solo la considerazione di un paio di affezionati servitori. La donna porta già la cuffietta ed è rassegnata ad un futuro di zitellaggine, per cui quando la sorella di Sir Gareth viene a sapere che le intenzioni dell'adorato fratello sono quelle di gettare alle ortiche una scia di giovani e amabili creature, desiderose di ricevere da lui una proposta di matrimonio, scegliendo al posto loro una donna tanto deprimente e non degna di lui, si sente angosciatissima. Ma Sir Gareth ha deciso e parte per andare a chiedere la mano di Lady Hester, dopo averne già parlato con il di lei padre. La famiglia della donna è sbigottita, ma fa di tutto perché le cose riescano a puntino, poiché mai e poi mai si sarebbe potuto immaginare che Hester, dopo il fallimento di innumerevoli Stagioni a Londra, avrebbe potuto ambire ad un simile partito.
Durante il viaggio Sir Gareth, fermatosi a ristorarsi in una locanda, si imbatte in una giovanissima ed incantevole fanciulla di appena diciassette anni, che l'oste ha scambiato per una donna poco raccomandabile, in quanto viaggia da sola e con l'unico bagaglio costituito da due cappelliere. La giovane Amanda, che si è data il cognome "Smith" per non farsi riconoscere, è in realtà fuggita dalla casa del nonno per costringerlo ad acconsentire al suo matrimonio con un ufficiale dell'esercito, il suo adorato Neil Kendal. Il quale ignora, d'altro canto, che lei si trovi in una situazione tanto pericolosa ed è in viaggio dalla Spagna, in convalescenza per una ferita di guerra. Il maggiore Kendal di sicuro disapprovarebbe tanta scelleratezza, perché lui è piuttosto il tipo d'uomo che sa come fare rigare dritto l'incontenibile ragazza, ma in questo momento solo Sir Gareth è presente ed è lui che, colpito dalla vaga somiglianza che l'espressione volitiva di Amanda ha con quella dell'indimenticabile Clarissa, decide di prenderla sotto la propria ala protettiva e di ricondurla alla ragione, prima che si comprometta ulteriormente.
Da qui una serie infinita di avventure, in cui la fantasia sfrenata, l'impudenza e l'ardimento incosciente di Amanda mettono a dura prova la pazienza e l'abilità di Sir Gareth che, pur abituato a trattare con gli inesauribili figli di sua sorella, fa una fatica tremenda a tenerla a bada ed infatti Amanda gli scappa più di una volta.
Le situazioni e i personaggi che incontriamo in questo romanzo sono, come sempre con Georgette Heyer, strepitosi, divertenti e adorabili. C'è, ad esempio, il vecchio satiro, fratello del padre di Lady Hester, che reputa l'innocente Amanda un bocconcino troppo prelibato per lasciarselo sfuggire e riesce a portarla per un attimo via da sotto il naso di Sir Gareth, mentre quest'ultimo sta tentando di porre la fanciulla proprio sotto la protezione di Miss Theale. Amanda, ovviamente, "evade" di nuovo e il grassone si ritrova a vagare per i boschi, sudato, sfinito e ridicolo.
In una successione di scenette che raggiungono apici farseschi esilaranti, Sir Gareth, che nel frattempo è stato rifiutato da Hester (una donna conscia della propria inadeguatezza nei confronti di un uomo tanto bello e nobile e che non l'ha scelta per amore), raggiungerà alla fine il premio per tante fatiche. Anche se non è quello che tipicamente avremmo immaginato, conoscendo i finali di Georgette.
Il romanzo è sulla linea di "Belinda e il duca" e di "La ragazza chiamata Carità", ma l'irrequieta e ingenua protagonista questa volta è anche intelligente, ricca di iniziativa e persegue il suo obiettivo con disarmante tenacia. Benché per tre quarti della storia si vorrebbe prenderla a ceffoni...

ArchieGoodwin || 20:33 || sabato, 05 aprile 2008
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