CUORI IN TEMPESTA (“The elusive flame” – 1998), in ordine cronologico, è il secondo libro che Kathleen E. Woodiwiss ha scritto sulla famiglia Birmingham, ma è temporalmente collocato ventitre anni dopo rispetto a “Una stagione ardente”, scritto nel 2001. Infatti in “Cuori in tempesta” ci occupiamo di Beauregard Birmingham, figlio di Brandon, aitante venticinquenne dal sangue caldo come il padre. La storia si ripete, in modo meno turbolento e quindi non altrettanto divertente. Anche un’esperta scrittrice di romances storici, prima o poi, esaurisce la vena e pensa di accontentare le sue lettrici confortandole con lo stesso, conosciuto rituale. E’ un po’ la strategia della soap opera: dare al pubblico ciò che, nella reiterazione, rassicura ed è familiare. Ma alla famiglia Birmingham, inevitabilmente, ci si è affezionati seguendo Heather e Brandon e quindi le avventure di Beau, alla fine, restano una piacevole lettura.
Attenzione: viene rivelata una parte della trama che potrebbe togliere il gusto della lettura a chi non conosce ancora la storia.
La vicenda comincia a Londra, il 24 ottobre 1825. Cerynise Edlyn Kendall è una diciassettenne bella fanciulla di Charleston, Sud Carolina, i cui genitori sono morti tragicamente, travolti da un albero durante un uragano. Lo zio, un intellettuale affondato nei libri, pensa che la cosa migliore per la nipote sia seguire in Europa la ricca e affettuosa Lydia Winthrop che si è offerta di farle da tutrice. Nella casa di Londra Cerynise trova una nuova felicità, protetta e amata dalla signora Winthrop, che coltiva e promuove il talento pittorico della ragazza e riesce addirittura a farle esporre i suoi quadri, che cominciano ad essere venduti a cifre considerevoli. Cerynise dipinge firmandosi solo con le sue iniziali, perché all’epoca non era facile per una donna così giovane essere presa in considerazione nel campo artistico. Tutto sembra potere andare per il meglio, quando, improvvisamente e senza essere mai stata malata, la signora Winthrop, non ancora settantenne, muore, lasciando Cerynise di nuovo sola e senza famiglia in una terra straniera. La ricca signora aveva trattato la sua protetta come una figlia e probabilmente le ha lasciato in eredità la casa e tutte le sue ricchezze, ma c’è qualcuno che trama nell’ombra affinché ciò non avvenga. L’odioso nipote acquisito di Lydia Winthrop, Alistair, spunta appena dopo il funerale, insieme ad un losco azzeccagarbugli e ad una volgare prostituta e rivendica il fatto di essere l’unico erede della defunta, sventolando un testamento redatto sei anni prima, quando Lydia ancora non aveva preso Cerynise sotto la sua protezione. L’uomo prima tenta di approfittarsi della ragazza, ma non riuscendoci, adotta la linea dura e le ingiunge di andarsene dalla casa della zia, all’istante e senza prendersi dietro nemmeno un vestito. Secondo Alistair tutto ciò che Cerynise possiede e indossa, essendole stato regalato da Lydia, appartiene ora a lui, in qualità di erede e anche i quadri della ragazza, così redditizi, farebbero parte dell’eredità, in quanto i colori con i quali sono stati dipinti furono acquistati dalla defunta. Cerynise viene quindi sbattuta fuori di casa, senza nemmeno un mantello con cui ripararsi dalla pioggia battente e dal pungente freddo autunnale. I domestici, fedeli a lei, fanno in modo di nascondere i quadri e i vestiti, con l’intento di farglieli recapitare di nascosto appena possibile e la giovane cameriera la rincorre per strada per darle il proprio mantello. Così, come la piccola fiammiferaia della fiaba, Cerynise si aggira gelata per Londra, diretta al porto, dove spera di trovare una nave diretta a Charleston che possa pietosamente accoglierla e riportarla a casa dallo zio. Si imbatte in un marinaio che la conduce in una locanda, dove le presenta il capitano di una nave che imbarca passeggeri, ma vuole essere pagato e Cerynise non ha un soldo, per cui l’unica soluzione, secondo il marinaio, è chiedere al capitano Beau Birmingham di Charleston, che possiede uno spettacolare mercantile attraccato proprio lì vicino, ma che di proposito non trasporta passeggeri, in quanto il carico di mobili e oggetti d’arte da rivendere in America gli rende molto più denaro. Cerynise sviene, allo stremo delle forze per il freddo e Beau decide che vale la pena di strapparla alla polmonite, per cui la porta nella sua cabina e… la spoglia, le fa un bagno caldo mentre lei è febbricitante e priva di sensi e la adagia nel proprio letto sotto calde coperte. Naturalmente la vista della bellissima ragazza in fiore suscita un notevole turbamento nel giovane e vigoroso figlio di Brandon. Beau è bello e in tutto e per tutto uguale a suo padre, ma per fortuna non segue le orme di Brandon fino al punto di violentare a prima vista la magnifica vergine capitata nella sua nave, come invece accadde quando lui stesso fu concepito, venticinque anni prima, sempre su una nave mercantile, sempre nel porto di Londra… La differenza è che Beau e Cerynise si conoscono da prima. Il padre di Cerynise era l’insegnante di Beau e, da bambina, Cerynise, che ha otto anni meno del ragazzo, assisteva alle lezioni per guardarlo, essendosene già perdutamente innamorata e considerandolo come il suo cavaliere dall’armatura scintillante. In effetti, Beau la salvava sempre dalle grinfie degli altri ragazzetti che la prendevano in giro e le facevano i dispetti e, come una sorta di fratello maggiore, la proteggeva. Così, risvegliandosi nel letto di Beau e accorgendosi che lui le ha tolto i vestiti, Cerynise si sente terribilmente imbarazzata. Beau, invece, vedendo la donna che è diventata, la guarda con occhi molto diversi… E ti pareva! I due non si vedevano da quando lui si era imbarcato per i suo viaggi al di là dell’oceano e ora si ritrovano in questa curiosa situazione, in cui la stretta vicinanza e la forzata intimità dà immediatamente i suoi frutti. Il figlio di Brandon Birmingham comincia subito a mettere gli occhi sulle forme della dolce Cerynise e lei non riesce a staccare i propri dall’eroe dei suoi sogni. La faccenda subisce un’accelerata quando Alistair Winthrop scopre che esiste un testamento che rende Cerynise erede universale di Lydia e si precipita a cercarla per accampare su di lei diritti da tutore e riportarla a casa per costringerla a subire le sue angherie e ridurla una larva umana fino a portarle via tutto. Ma il malnato non ha fatto i conti con il prode Beau. Alistair arriva al porto insieme all’avvocato suo complice e urla che porterà un giudice perché sancisca la sua tutela sulla ragazza. Beau lo sfida, l’equipaggio fa scudo a Cerynise e Winthrop viene gettato nell’acqua lurida del porto dal capitano coraggioso. Poiché la sua minaccia non può essere sottovalutata, la fervida e veloce mente di Beau Birmingham escogita l’unica soluzione legale possibile per evitare che il farabutto faccia del male a Cerynise: per toglierla dalle mire dello pseudo-tutore, Beau decide di sposarla. In teoria il matrimonio dovrebbe durare il tempo del viaggio di ritorno a Charleston e poi potrà essere annullato, appena Cerynise sarà al sicuro. Come sempre, la Woodiwiss trova un modo fantasioso per coniugare i suoi pupilli e porli in balìa dei propri sentimenti per il resto del romanzo. Il matrimonio si celebra in un battibaleno a bordo della nave e la sera delle nozze, nella cabina del capitano, l’atmosfera fra i due sposi si surriscalda assai… Il problema è che Cerynise ama Beau e non osa sperare che anche lui si innamori di lei. Vorrebbe evitare di cedergli per non rimanere incinta e farlo sentire poi intrappolato in un matrimonio che lui non ha scelto liberamente. Beau pare non avere ancora maturato la decisione di appendere la nave al chiodo e mettere su famiglia. Ma prova una crescente e incontenibile attrazione nei confronti di Cerynise e tenta di convincerla a consumare il matrimonio. Quella notte arrivano quasi al punto fatidico, ma sono interrotti sul più bello, quando un membro ubriaco dell’equipaggio minaccia di fare una strage con un’ascia. Beau va a dirimere la faccenda e, al suo ritorno, Cerynise ha sbollito gli ardori e ha deciso che non può correre il pericolo di una gravidanza, per cui chiede di essere spostata in un’altra cabina. Per tutto il resto della lunga navigazione, assistiamo alle baruffe, sempre più da sposini innamorati, fra Beau e Cerynise: lui vorrebbe che lei si abbandonasse fra le sue braccia, lei lo farebbe di volata, ma non vuole incastrarlo. Lui non ha ancora fatto mente locale sui propri sentimenti, ma si sente sempre più coinvolto. Arriva una tempesta e l’impavido capitano resta sempre sul ponte a guidare i suoi uomini, finché non cade vittima di una bruttissima febbre e la moglie lo cura, giorno e notte, accudendo anche i suoi più intimi e prosaici bisogni corporali. Per tenerlo al caldo, si decide a dormirgli accanto, così una notte, in preda al vaneggiamento febbricitante, lui la abbranca e, mostrando che la malattia non ha fiaccato le sue forze virili, la fa sua. Non la violenta, però, perché Cerynise si accorge che il marito in delirio non sa quello che sta facendo e, presa dal vortice della passione, non gli oppone resistenza, così quell’unica notte, come per la suocera Heather, basterà per farla rimanere incinta. Infallibili questi Birmingham!! Beau, guarito, non ricorda più nulla o quasi. Ha come la sensazione di avere fatto qualcosa o di avere visto la moglie discinta accanto a lui, ma non riesce a focalizzare e vorrebbe chiederle qualcosa, ma ogni volta che cerca di stare solo con lei per farle qualche domanda, Cerynise lo allontana, timorosa di soffrire troppo per il distacco dopo il ritorno in patria. L’attaccamento di Beau nei confronti di Cerynise lo fa sperare che lei non voglia procedere subito all’annullamento, anzi in verità lui ha deciso che vorrebbe che il matrimonio durasse per sempre. Ma l’equivoco è il sale di questi racconti e quando la nave arriva in porto, Cerynise fugge a casa dello zio. Beau si arrabbia tantissimo e la insegue, ma lei si comporta come se veramente volesse mettere fine in fretta alle nozze di convenienza. A Charleston ritroviamo la famiglia Birmingham al gran completo: Brandon e Heather, ancora bellissima e le altre due loro figlie, Suzanne e Brenna. Quest’ultima identica a Heather e per questo pupilla degli occhi del padre. Poi Jeffey e la moglie e la loro numerosa e allegra prole. Ma c’è anche una certa Germaine Hollingsworth, ricca e viziata ragazza del luogo, che ha messo gli occhi sul più bel partito della città, che è ovviamente Beau e vuole a tutti i costi indurlo a sposarla. Lui non la vede nemmeno, perso com’è per Cerynise e la stupida Germaine cerca in ogni modo di screditare la giovane rivale agli occhi di Beau. La gravidanza di Cerynise si fa ogni giorno più evidente, solo Beau non lo sa, perché lei si è allontanata da lui e gli ha chiesto di affrettare le pratiche per l’annullamento. Di malavoglia, Beau, credendo che sia Cerynise a volerlo, firma i documenti, ma lo stesso giorno Germaine decide di andare a tormentare Cerynise a casa dello zio. Lì si avvede dello stato in cui si trova la ragazza e, non immaginando di chi sia il bambino, corre sghignazzando da Beau per dirgli che Cerynise è una sgualdrina incinta. Mai notizia fu più opportuna, perché lui finalmente si ricorda di quanto è accaduto mentre era in preda alla febbre sulla nave e si decide a rompere gli indugi e a stracciare i documenti dell’annullamento, non ancora inoltrati in tribunale. Orgoglioso e felice, Beau va da Cerynise e la trova in un mare di lacrime, che durano poco, però… Chiariti gli equivoci, i due si giurano eterno amore e lei si trasferisce immediatamente a casa del maritino, dove passano il pomeriggio a recuperare abbondantemente il tempo perduto. La vita coniugale li riempie di felicità e la nascita del piccolo Marcus Bradford Birmingham sarà il coronamento della loro unione, come lo fu la nascita di Beau per Brandon e Heather venticinque anni prima. Ma la storia non finisce così in fretta: prima ci saranno i cattivi che tenteranno a più riprese di uccidere Cerynise e un centinaio di pagine in cui si alterneranno calienti scene di amore coniugale e rocamboleschi salvataggi dai malefici assassini.
Chiaramente dobbiamo riconoscere che lo scopo di questo genere di romanzi è intrattenere e fare sognare, con la consapevolezza che si tratta di storie totalmente fuori dalla realtà e spesso esageratamente forzate. L'intento della Woodiwiss è suscitare emozione nella lettrice, cercando di descrivere scene e sentimenti che rappresentano un ideale impossibile di perfezione, una fantasia che incarna un modello di uomo pressoché disumano. I canoni descritti sono sempre gli stessi, evidentemente secondo la Woodiwiss l’uomo deve essere bruno, abbronzato, con il petto villoso, gli occhi verdi, alto e con una muscolatura impeccabile. Un uomo che sa sempre cosa fare, tranne che con i sentimenti: lì ha difficoltà genetiche, ma sbava talmente dietro alla donna della sua vita, che presto si trasforma da rude possessore di femmina a schiavo d’amore. E poi è di una fedeltà immarcescibile, farebbe e fa sesso in continuazione con lei, che comunque è da subito sua moglie e quindi è tutto legale e, di tanto in tanto, continua a sconfiggere occasionali, acerrimi nemici, sbarazzandosene con un’abilità tale, che nemmeno Zorro, Robin Hood e Mandrake potrebbero competere con lui. I romanzi sono ambientati in epoche che vanno dall’Inghilterra medioevale, a quella settecentesca, fino all’ottocento, sbarcando sovente in America, ma la descrizione dello sfondo storico è assente, lasciandolo all’immaginazione della lettrice. Ogni dettaglio è invece dedicato all’aspetto fisico, all’abbigliamento e ai sentimenti tumultuosi dei protagonisti. La scrittura potrebbe essere più attenta e l’approfondimento dei personaggi avviene più di cuore, che di testa, ma il risultato d’insieme, anche se non raffinatissimo, è comunque coinvolgente e godibile. Per cui ho già cominciato a leggere “Una stagione ardente”...
ArchieGoodwin || 01:46 ||
domenica, 29 giugno 2008
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L'Ispettore Barnaby
La nuova programmazione: maggio / giugno 2008; LA7, sabato, ore 21.10 circa.
58 - LA FAIDA ("Shot at Down")
Le famigle Hicks (intrallazzatori rozzi e maneggioni) ed Hammond (ricchi e ben più aristocratici) sono avversarie da circa novant'anni, da quando - dopo la battaglia della Somme nel 1916 - un Hicks fu condannato a morte per codardia ad opera di un tribunale militare, e successivamente giustiziato da un Hammond.
Tra veterani in carrozzella, figli e nipotine gay, mogli alquanto svitate, un sindaco Hicks che rifiuta di rifare il tetto di casa Barnaby ed un vitalizio che sta per estinguersi e che fa gola a molti, le cose sembrano colorarsi di un ameno umorismo. Tanto più che Will Hicks e Sophie Hammond, innamorati e pragmatici, annunciano il loro matrimonio e la ferma intenzione di non fare la brutta fine di Giulietta e Romeo.
Poi però gli Hammond cominciano a morire, ed ovviamente i più probabili indiziati sono gli Hicks... ma quale di loro esattamente?
[N.B. queste recensioni seguono l'ordine di trasmissione su LA7, ma in realtà il presente episodio appartiene alla Decima Stagione: è il settimo]
62 - PATTO DI SANGUE ("Left for Dead")
Nel villaggio di Dunston vengono ritrovati i corpi dei coniugi Wilson: lui caduto dalle scale di casa, lei stesa in cucina senza ferite apparenti. Dopo la morte del figlio Michael, investito diciannove anni prima da un'auto mentre giocava per strada, i Wilson si erano completamente isolati dal mondo: questo rende difficile farsi un'idea sulla loro morte e su di un eventuale colpevole, nel caso in cui si trattasse di omicidio.
Nel corso delle indagini Jones ritrova alcuni amici d'infanzia: Jack Purdy e suo fratello Mark, che sta per sposare Louise, e infine Charlotte, fotografa che occasionalmente lavora per la polizia. Lei conosceva i Wilson ed era stata molto amica di Michael; in ogni caso i quattro - Jack, Mark, Louise e la stessa Charlotte - sono cresciuti insieme e in qualche modo sembrano ancora piuttosto legati: in parte dall'affetto, in parte dal rancore.
Alla vicenda vengono poi ad intrecciarsi altri elementi: la costruzione di uno svincolo stradale al quale Jack Purdy è interessato, e la vecchia scomparsa di un ragazzino - Patrick - del quale la madre, dopo quasi vent'anni, attende ancora il ritorno.
Le indagini non approdano a nulla. Intanto muoiono anche Jack e Louise, e Charlotte rischia di perire nell'incendio doloso della sua casa, mentre in alcune foto da lei scattate compare quello che ha tutta l'aria di essere il fantasma di Patrick...
Bell'episodio: Caroline Graham "incontra" Stephen King e Charlotte Brontë (per il gruppo di bambini che crescono con un comune segreto e per le inquietanti, minacciose presenze): il risultato è abbastanza terrificante, anche se ovviamente la soluzione di cui Barnaby va in cerca non è soprannaturale.
Ottime dal punto di vista drammatico le parti in flashback.
63 - RECENSIONI PERICOLOSE ("Midsomer Life")
La vicenda ruota attorno al" MIDSOMER LIFE magazine", periodico su cui compaiono le perfide recensioni del direttore-proprietario Guy Sandys, la cui missione nella vita sembra essere quella di demolire sgradevolmente la reputazione di alberghi e pubs della zona.
Ovviamente Sandys è ampiamente odiato da gestori e cameriere di mezza contea: e tuttavia non è lui la prima vittima dell'episodio. Il dubbio onore spetta a Charlie Philison, secondo marito della sua ex moglie Christina; Guy Sandys sarà solo la seconda vittima, seguito poi nella lista da Elinor, vecchia receptionist beona la cui morte (all'interno di una lavatrice industriale) prosegue la bizzarra tradizione omicida caratteristica della serie.
Completano il quadro una giornalista rampante, una disegnatrice gioviale, un giovanotto depresso e frustrato, un ex detenuto per omicidio che sembrerebbe il candidato-colpevole più probabile... almeno finchè non scompare nel nulla, e infine Joyce Barnaby che attraversa soavemente gli eventi, correndo pericoli che non vede nemmeno.
Tra mille dubbi ed una furibonda rissa che mette in campo "cittadini" contro "campagnoli", l'ispettore e Jones riusciranno infine a capire quanto il passato stia ancora influenzando negativamente il presente.
64 -RITO DI INIZIAZIONE ("The Magician Nephew")
Ernest Balliol conduce con la moglie Estelle un fiorente commercio di oggetti esoterici; nottetempo guida una setta di ispirazione satanica denominata "Il Tempio di Toth". Con lui ne fanno parte la stessa moglie e la figlia Isolde, fermamente convinta di essere una strega anche se gira per la campagna inforcando una bici, e non certo un manico di scopa.
Ernest è seriamente preso dalla sua attività ma uno scrittore ricco e famoso - Aloysius Wilmington - sostiene di aver inventato il Tempio con i suoi riti nel corso degli anni '70, tra i fumi di esperienze orgiastico-psichedeliche, e naturalmente non perde occasione per sbeffeggiarne la "fede".
Poco lontano dal bosco ove si tengono i riti abitano ancora la prima moglie di Ernest, Rosemary, ormai pazza da molti anni, e l'altro suo figlio Tristan: a differenza del resto della famiglia è abbastanza normale, fa l'avvocato ed ha suscitato le mire amorose della dolce governante Christine.
Mentre molte persone, per i motivi più diversi, si mettono alla ricerca del mitico Libro di Toth (che secondo Aloysius non è mai esistito) iniziano gli omicidi: una gioviale ed apparentemente innocua matrona, un libraio antiquario e lo stesso Aloysius muoiono avvelenati a causa di un tossico estratto da rane tropicali.
Ma cosa accomunava le vittime? Il potente libro maledetto è forse stato davvero trovato? E in Inghilterra, dove possono mai trovarsi quelle letali bestioline?
Esclusa la magia, per Barnaby si apre la strada verso la giusta soluzione, mentre Jones ingaggia una breve lotta che porta alla morte dell'assassino.
Non una delle trame più convincenti della serie, con un colpevole abbastanza probabile persino agli occhi dello spettatore.
A margine della vicenda, i preparativi di Joyce per la Festa di Halloween, durante la quale madre e figlia costringeranno il povero Ispettore a mascherarsi da vampiro...
Credo manchi l'episodio conclusivo della Undicesima Stagione: sabato 21 giugno sono iniziate le repliche ed è stato trasmesso "King's Crystal", che è comunque un bell'episodio, fortemente ispirato all' "Amleto" shakespeariano.
EPISODI (a seguito e / o correzione dei precedenti posts)
Decima stagione (2006 - 2007)
* Ballando con la morte (Dance with the Dead)
* Istinto Animale (The Animal Within)
* La fabbrica di cristallo (King’s Crystal)
* Concerto per un assassino (The Axeman Cometh)
* Morte e polvere (Death and Drust)
* La prova dell'innocenza (Picture of Innocence)
* La faida (Shot at Dawn)
* La primula rossa (They Seek Him Here)
* La camera oscura (Death in a chocolate box)
Undicesima stagione (2007 - 2008)
* Matrimonio con delitto (Blood Wedding)
* Patto di sangue (Left for Dead)
* Recensioni Pericolose (Midsomer Life)
* Rito di Iniziazione (The Magicain Nephew)
* - ? -
LadyJack || 11:12 ||
lunedì, 23 giugno 2008
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IL FIORE E LA FIAMMA ("The flame and the flower") è il primo romanzo scritto da Kathleen E. Woodiwiss e inaugurò un genere prima inesistente, nel lontano 1972. In quanto pioniere del romance storico, questo libro ha le sue pecche di gioventù e oggi fa persino sorridere, essendosi molto raffinato il tipo di immaginario sentimental-erotico propinatoci dai vari media nei successivi trentacinque anni. Quello che allora rappresentava una lettura audace per giovincelle e casalinghe inquiete, oggi è più che altro una favola romantica, leggera e un po’ ingenua, ma sempre molto divertente.
Non sarò mai una lettrice di romanzi rosa tipici, perché il romanticismo è contro la mia religione e detesto il filone sentimentale in tutte le sue forme, ma ho sempre avuto un debole per il polpettone storico stile feuiletton, da “Via col vento” in su, per cui mi sto affezionando ad alcuni dei romanzi di questa scrittrice, che hanno la facoltà di tenere una gradevole compagnia.
“Il fiore e la fiamma” fa parte di una sorta di saga familiare composta da tre romanzi, scritti in periodi lontani fra loro, ma che possono essere letti in maniera indipendente, perché le storie sono a sè stanti. Brandon Birmingham e la dolce Heather Simmons sono i protagonisti di questo libro, mentre il loro figlio, Beauregard Birmingham è al centro della storia narrata in “Cuori in tempesta” (“The elusive flame” 1998), ambientata venticinque anni dopo e in “Una stagione ardente” (“A season beyond a kiss” 2000) si torna indietro a raccontare l’amore vissuto dal fratello minore di Brandon (già ampiamente presente nel primo romanzo), Jeffrey Birmingham. I titoli sono già tutti un programma, si potrebbe dire e infatti lo diciamo…
Attenzione: viene rivelata una parte della trama che potrebbe togliere il gusto della lettura a chi non conosce ancora la storia.
Cominciamo quindi da Heather Simmons, ovviamente una tipica Cenerentola innocente, maltrattata e inizialmente parecchio ingenua, anche se dalla mamma irlandese ha ereditato la forza di volontà e l’orgoglio. Siamo nel 1799 a Londra. La madre di Heather morì di parto e il padre, incapace di sopportare il dolore di tale perdita, ha progressivamente affondato nel gioco e nell’alcol la sua vita di vedovo. La famiglia è benestante e la piccola Heather ha vissuto un’infanzia, nonostante tutto, felice, negli agi e con un padre che la ama teneramente. Poi tutto finisce: il padre muore e lascia Heather in mezzo ai debiti e, suo malgrado, nelle grinfie di una zia orrenda e malvagia, la moglie del suo pavido e fallito fratello. Nel lugubre cascinale in cui vivono, la zia Fanny costringe Heather a vestirsi di sacco e a lavorare come una schiava, picchiandola e insultandola, rinfacciandole beffardamente le sue origini di fanciulla della buona società. Ora Heather è una sguattera e non ha più niente, perché la zia ha venduto anche i suoi vestiti e le poche cose che il padre le aveva lasciato. Trascorrono tre anni e la diciassettenne ragazza sboccia: è bellissima (potevamo dubitarne?), minuta e perfetta e ha gli occhi blu come zaffiri, ma è totalmente inconsapevole di ciò, perché nel cascinale non ha neanche uno specchio decente. Un giorno arriva in visita il fratello di Fanny, il grassoccio William Court, che ha fatto fortuna in città confezionando abiti per signore e, sbavando dal labbro pendulo, si fa subito un’idea perversa di come approfittare dell’ingenua Heather. La invita a Londra, a casa sua, promettendole di trovarle un lavoro come insegnante nella “scuola” di Lady Cabot, di cui lui è socio in affari (ma omette di dire che costei è la tenutaria di un famoso bordello di Londra…) Heather è felice di sottrarsi alle percosse della zia Fanny e parte fiduciosa con il malefico individuo. Ben presto si accorge dell’errore, perché William, dopo averle mostrato la propria casa e presentato il proprio aiutante Thomas Hint, (anche lui spaventoso e pure storpio), conclude la cena con un tentativo di stupro e, ridendole in faccia, la aggiorna sui progetti immondi che ha su di lei. Mentre l’uomo tenta di farle violenza, Heather afferra un coltello e si difende. Nella lotta, William Court cade sul coltello e giace sanguinante. Heather fugge, immaginando di avere già le guardie alle calcagna e vaga nella notte fino a che non giunge al porto ed è lì che due uomini la notano e pensano di portarla al capitano della loro nave mercantile che è approdata da un giorno a Londra. Il capitano, Brandon Birmingham, aveva necessità impellenti di uomo, dopo la lunga navigazione e il suo domestico George, accompagnato da un altro marinaio, pensa che Heather sia una delle tante prostitute in vendita sulla banchina. Heather, che qui dimostra il suo punto più basso di raziocinio, li scambia per guardie e crede che la stiano per condurre al processo (!!!), per cui li segue, afflitta e rassegnata. Quando si trova sulla nave, nella cabina del capitano, ancora per un po’ non coglie la questione, ma comincia a chiedersi come mai si celebri un processo su una nave (!!!). A questo punto facciamo conoscenza con il lato “io Tarzan, tu Jane” dell’iniziale rapporto fra Brandon e Heather. Lui è altissimo, come sempre bellissimo, e ha tutta la serie di caratteristiche ormai a noi note: fianchi stretti, snello, bruno, occhi verdi, abbronzato, muscolatura guizzante, sguardo che incenerisce, modi da uomo vero, quello che non deve chiedere… mai. E qui non chiede. Per lui Heather è la sgualdrinella che i suoi uomini gli hanno procurato e, siccome la ragazza se ne resta impietrita dal terrore, Brandon si soddisfa su di lei a più riprese. Anche quando, alla prima, si accorge che lei è vergine, rimane un po’ stupito, ma poi, sapendo che non si può interrompere un’emozione, affonda il colpo senza pietà. A questo punto Heather si è resa conto di non essere in tribunale, ma non ha modo di opporre resistenza, essendo lui tanto più forte di lei e poi non ci sono coltelli in giro. D’altro canto Brandon non ha il labbro pendulo bavoso e i paragoni con il precedente tentativo di violenza finiscono qui. A Brandon la fresca bellezza di Heather fa un effetto devastante, anche se il suo orgoglio gli impedisce di addolcire i modi e anzi, il suo massimo è offrirle una sistemazione come sua amante mantenuta a Londra, che lui andrebbe a trovare di anno in anno, quando sarebbe di passaggio con la sua nave. Ciò perché in realtà Brandon è un ricco proprietario terriero di Charleston, Carolina, dove ha una piantagione, un simpaticissimo fratello minore, Jeffrey, che lo aiuta negli affari e una fidanzata, Louisa, che lui non ama, ma che ha intenzione di sposare al suo ritorno, per motivi di interesse. Louisa possiede una terra che lui vuole comprare e lei ha bisogno di sposarlo perché è indebitata, inoltre fra i due esiste da tempo una relazione carnale. Certo, lei si dà continuamente da fare con diversi altri uomini, ma Brandon Birmingham, trentacinque anni e una bellezza da fare invidia, non ha problemi di gelosia nei suoi confronti. Ma la dolce Heather ha qualcosa che Louisa non avrà mai e Brandon, pur non rendendosi ancora conto della situazione, ha già deciso che la ragazza in qualche modo debba legarsi a lui, quindi le mette di guardia il fidato George e scende dalla nave per andarle a comprare qualcosa di decente con cui vestirsi. Heather, atterrita e decisa a fuggire, trova due pistole scariche e con quelle minaccia George, che si beve la cosa, lasciandola scappare. “Furbamente”, la ragazza torna dalla zia Fanny… E passano due mesi. La nausea e un cambiamento fisico inequivocabile fanno capire all’arpia che la nipote è incinta, per cui decide di trovare il colpevole e di fargliela sposare. La migliore azione di tutto il romanzo. Scovano un vecchio amico di famiglia dei Simmons, Lord Hampton, che avrebbe tanto voluto essere lui a prendersi in casa Heather, perché la considera la figlia che non ha mai potuto avere e il buon Lord, con le sue conoscenze, in men che non si dica, trova Brandon, il quale comunque aveva passato tutto il tempo a cercare in lungo e in largo Heather, sempre per farne la sua amante, però… In ogni caso non vi è dubbio che il figlio sia suo e lui l’ammette prontamente (orgoglio di stallone yankee non può sbagliare), ma deve cedere quando Lord Hampton non si accontenta della sistemazione che lui vorrebbe fornire a Heather e al bambino e, minacciandolo di fargli sequestrare la nave e di farlo gettare in prigione, lo costringe a sposare la ragazza subito.
Dopo avere letto tre romanzi della Woodiwiss, ho capito che il suo metodo è fare sposare all’inizio, nei modi più bizzarri, i protagonisti, così per le restanti quattrocento pagine si amano, si odiano, si trovano in situazioni avventurose, ma il vincolo del matrimonio li unisce e rende legali e rassicuranti, per la lettrice media della Bible Belt americana, le scene di sesso fra i due.
Brandon, dal momento in cui Heather diventa sua moglie, resta prigioniero delle proprie elucubrazioni: lui la vuole, la brama, pensa solo a lei, ma lei deve accettarlo come moglie e se lui le si avvicinasse con modi dolci e lei lo rifiutasse non potrebbe sopportarlo. Quindi sta lontano dal suo letto, considerandola però una sua proprietà assoluta e guai a chi le posa gli occhi addosso. Ma lei non capisce, è troppo giovane e pensa che Brandon la consideri un intralcio per quelli che lei immagina siano i piani amorosi del marito nei confronti di Louisa, è gelosa marcia di costei e al tempo stesso teme continuamente di suscitare le ire improvvise di lui, per cui si chiude in se stessa per non irritarlo. In questo modo lo irrita. Ogni volta che Brandon la guarda in uno strano modo, mangiandosela con gli occhi, lei ha paura che lui le faccia del male. Lui crede di esserle repellente e, adesso che non ha più l’atteggiamento sprezzante del macho violentatore, non sa come fare a farsi amare. Un disastro. Si va avanti così per tre quarti del romanzo. Brandon arrabbiato con se stesso, alterna teneri atteggiamenti protettivi, a momenti di ira funesta, perché vorrebbe consumare il matrimonio, ma ha paura che lei non lo voglia. Heather che ora ama follemente il marito e che capisce che la nuova vita con lui è l’unica cosa bella che le sia capitata dopo tanta sofferenza, è convinta che lui la odi. Louisa è inferocita per avere perso il suo stallone e le conseguenti ricchezze e si comporta da tipica strega malvagia, cercando di mettere in imbarazzo Heather e tramando contro di lei. Jeffrey ha da subito un debole per la cognata, odiando anche lui Louisa, e sostiene Heather nella battaglia per aiutarla a capire il complicato carattere che si nasconde dietro alla barriera che Brandon ha innalzato. Naturalmente siamo già in Carolina e nella magnifica casa dei Birmingham, dove troviamo anche una servitù subito entusiasta della nuova mogliettina di padron Bran e una governante nera, Hatty, in tutto e per tutto simile alla Mamy di “Via col vento”. La vicina Charleston e i sentimenti burberi manifestati da Brandon ricordano anche il periodaccio vissuto da Rhett Butler quando Rossella languiva per Ashley. Ma Heather non assomiglia per niente all’eroina di Tara, perché ama solo il marito e spera che lui la ami. Così è, ma solo dopo un bel po’ i due capiranno i fraintendimenti che li hanno bloccati. Passeranno i mesi della gravidanza, Heather darà alla luce il piccolo Beauregard, uguale fisicamente al padre. Brandon vivrà un periodo di totale astinenza, dopo avere violentato la moglie sulla nave nove mesi prima, consolandosi con estenuanti cavalcate e qualche bicchiere di brandy e punzecchiando Heather, ma facendone poi lui per primo le spese. Un tira e molla esemplare, finché gli sposini rinsaviscono e la passione si sfoga, unendoli per l'eternità. Ci sarà un inghippo finale, con tre morti violente, ma tutto si sistemerà.
Durante il corso del romanzo, a Heather verranno strappati i vestiti, in circostanze diverse, innumerevoli volte ed è sorprendente come le donne di questi racconti abbiano sempre il seno che esplode sopra le scollature e come si veda tutto fino in fondo ogni volta si inchinano ballando il minuetto… Brandon, poi, appena entra in camera sua comincia subito a girare nudo e Heather fa sempre il bagno nella tinozza, anche quando sono nella tempesta in mezzo all’oceano, lei è lì che si sciacquetta beata…
Una lettura assolutamente imperdibile.
ArchieGoodwin || 20:56 ||
domenica, 22 giugno 2008
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RAGIONE E SENTIMENTO (iniziato intorno al 1794 come "Elinor e Marianne"; successivamente pubblicato anonimo nel 1811 come "Sense and Sensibility")
Sino a tempi piuttosto recenti la mia conoscenza di "Ragione e Sentimento" riguardava soprattutto il bel film del 1995, che possiede almeno tre ottime ragioni per piacermi: 1) è un film di Ang Lee, uno dei miei registi preferiti a partire dalla visione de "Il Banchetto di Nozze" 2) tra i protagonisti c'è Emma Thompson, una delle mie "madri spirituali" per ciò che riguarda la recitazione femminile 3) il dolente ruolo del colonnello Brandon è rivestito da Alan Rickman, così dolce quando fa il buono, così malvagio quando fa il cattivo... così Piton quando fa Piton!
A parte tutto ciò, mi piace la storia e il modo in cui venne realizzata: per quel film Emma Thompson vinse l'Oscar come sceneggiatrice, e il premio fu più che meritato. Lo si capisce bene confrontando la storia originale con quella condensata eppure completa della versione cinematografica: in Jane Austen ci sono più personaggi, più eventi, riflessioni e descrizioni, il film però conserva e illustra il cuore della storia senza trascurare nulla di ciò che è importante, dai paesaggi infiniti della campagna inglese alle storie d'amore delle sorelle Dashwood, così diverse ma ugualmente affascinanti.
Qualche giorno fa sono andata a leggermi il romanzo e devo dire che mi è piaciuto moltissimo; malgrado la mole non proprio leggera (Jane Austen non sta mai sotto i 50 capitoli, nè rinuncia a dialoghi o paragrafi correttamente forbiti... ), sono rimasta sveglia sin quasi all'alba pur di finirlo in un'unica e continuativa lettura.
Protagoniste della storia sono le due maggiori sorelle Dashwood, Elinor e Marianne, che rimaste orfane si trasferiscono con la madre e la sorella minore Margaret nel modesto cottage offerto da un cugino.
La loro condizione femminile, in congiunzione con un testamento ingiusto ed un fratellastro stupido e meschino, le ha danneggiate economicamente. Ma le Dashwood sono piene di risorse spirituali, si vogliono molto bene, sono buone, amabili e intelligenti, per cui riescono ad organizzare la loro nuova vita in maniera abbastanza soddisfacente.
I veri problemi riguardano però il lato sentimentale: Elinor (è lei la RAGIONE, il buon senso) è perdutamente ma silenziosamente innamorata dell'altrettanto silenzioso Edward Ferrars; Marianne (l'impeto travolgente del SENTIMENTO) pare trovare la romantica anima gemella nel bellissimo Willoughby. Ma nessuna delle due riesce a coronare facilmente il proprio sogno d'amore: Edward risulta giù impegnato in un avventato fidanzamento giovanile con la bella (ma sciocca e ineducata) Lucy, mentre Willoughby abbandona Marianne a favore di un più lucroso matrimonio e, come se non bastasse, rivela un imbarazzante passato libertino.
Le due sorelle reagiscono alle sciagure in maniera molto diversa in base ai loro differenti temperamenti, ed è questa la parte più bella e significativa del romanzo: Elinor, riflessiva e introversa, resiste coraggiosamente senza parlare ad alcuno delle sue pene, mentre Marianne, morbosamente sensibile ed aliena alle mezze misure, quasi impazzisce e finisce per ammalarsi gravemente. La crisi arriva al culmine, poi recede gradualmente e Marianne, entrata in convalescenza, poco a poco ritrova una più equilibrata pace dello spirito.
Alla fine di una serie infinita di guai e complicazioni Elinor riesce a sposare il suo Edward, che del resto aveva sempre inclinato verso di lei, mentre Marianne accetta di sposare il maturo colonnello Brandon, da sempre innamorato di lei anche quando Marianne nutriva ideali estremi atti a scoraggiarlo. E la felicità arriva per tutti.
Raccontata così la storia può addirittura sembrare banale perchè perde tutti i particolari, i dialoghi e le sorprese che invece la rendono molto interessante: ma "Ragione e Sentimento" è davvero un romanzo che vale la pena di essere letto.
Jane Austen vi profonde tutte le sue migliori qualità di narratrice, la fluidità nel comporre una trama complessa e la grande ironia che la contraddistingue.
I personaggi possono assomigliare un po' a personaggi di altri suoi romanzi: la bella vivace, la bella introversa, la furba sciocca e superficiale, l'uomo buono ma indeciso, l'uomo bellissimo e traditore... eppure rimane ugualmente straordinaria la capacità di variazione dell'autrice, la sua attitudine a farli muovere bene, quei personaggi.
Sullo sfondo, naturalmente, c'è la critica nei confronti di una società le cui ingiuste convenzioni danneggiano soprattutto le donne, destinate quasi esclusivamente al matrimonio. A quel tempo raramente una donna era ricca di suo perchè raramente poteva ereditare; raramente una donna riusciva ad essere libera e indipendente. Non decideva di se stessa, della propria educazione, a volte nemmeno del proprio matrimonio: e poteva ritenersi soddisfatta se riusciva a mantenere, o ancor più a migliorare, la propria condizione sociale ed economica.
Per loro fortuna però le protagoniste nei romanzi di Jane Austen hanno la capacità di pensare, di capire, di giudicare, e in certa misura di agire: pur senza essere ribelli o rivoluzionarie riescono così ad essere ugualmente grandi donne, scavandosi una nicchia più giusta di reale felicità nel mondo difficile - e solo apparentemente allegro - che le circonda.
A volte ciò vale anche per altri personaggi, seppur in modo diverso: ad esempio, ho molto apprezzato il fatto che l'ignorante e maligna Lucy, alla ricerca del proprio benessere, si sia autodirottata là dove erano finiti i soldi di Edward, ovvero presso il frivolo fratello Robert, lasciando così libero lo stesso Edward di sposare la sua Elinor.
LadyJack || 16:43 ||
venerdì, 20 giugno 2008
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Da tempo desideravo scrivere qui qualcosa su Oscar Wilde, lo scrittore per eccellenza, uno di coloro con cui ho passato mezza vita.
Su "Piccole Donne" e il "David Cpperfield" in pratica ho imparato a leggere. William Shakespeare mi ha condotto dall'amore per il teatro a quello per la letteratura. Stephen King è un padre spirituale al quale ormai non saprei più rinunciare. Ma Oscar... è Oscar: non ci sono abbastanza parole per descriverlo compiutamente e per parlare del rapporto che mi unisce a lui e alle sue opere.
Desideravo scrivere qualcosa, dicevo: e l'occasione mi viene ora fornita da un bizzarro romanzo giallo che ho scovato un po' per caso sullo scaffale in libreria. La copertina vagamente liberty era promettente, la frase di accompagnamento (LA VERITA' E' RARAMENTE PURA E QUASI MAI SEMPLICE) intrigante, e il nome di Oscar nel titolo era garanzia - se non altro - del fatto che quel libro dovevo averlo.
Poi l'ho anche letto, e...
OSCAR WILDE E I DELITTI A LUME DI CANDELA ("Oscar Wilde and the Candlelight Murders", 2007) di Gyles Brandreth [Sperling & Kupfer, 2008]
Come per ogni cronaca storica che si rispetti, a monte ci sono un evento, un narratore, e spesso un documento. Qui si immagina che nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Robert Sherard che di Oscar fu amico e biografo, narri una strana vicenda che cinquant'anni prima aveva coinvolto il grand'uomo, stilando una specie di diario che va ad aggiungersi alle altre testimonianze letterarie da lui già consegnate alle stampe e all' esame dei posteri.
La storia si svolge, nella memoria, fra il 31 agosto 1889 ed il 30 gennaio 1890: contiene molte cose vere e molte cose inventate, fondendole con un certo buon gusto e con non minore buon senso.
Persino alcuni famosi aforismi wildiani, sparsi nei dialoghi, risultano abbastanza naturali, tanto più che è storicamente accertato che Oscar usasse le conversazioni con gli amici per saggiare frasi e idee che avrebbe poi inserito nei suoi scritti.
Diciamo subito che malgrado quella che durante la lettura risulta essere l'abilità di Gyles Brandreth nel comporre la storia, a priori il romanzo era rischioso: poteva attirarsi le ire di varie categorie di lettori, tra cui gli ammiratori di Oscar e quelli di Conan Doyle (io appartengo ad entrambe... ), e fors'anche più in generale degli estimatori del giallo d'epoca, dato che in realtà l'operazione su cui si basa sembra molto semplice e molto strana: costruire una trama poliziesca ambientata nella Londra vittoriana che tutti noi amiamo, all'interno della quale le indagini fossero svolte non da Sherlock Holmes - grande personaggio ma immaginario - bensì da Oscar Wilde, grande personaggio che fu invece alquanto reale.
All'origine di questa idea apparentemente eccentrica c'è in verità un fatto abbastanza noto avvenuto nel settembre del 1889: ad una cena offerta da J.M.Stoddart, editore americano del "Lippincott's Magazine" che richiese loro due racconti da pubblicare, Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle si incontrarono davvero. Da quella serata poi nacquero tanto la prima stesura del "Dorian Gray" quanto "Il Segno dei Quattro", seconda avventura di Sherlock Holmes.
Il romanzo in esame però si spinge oltre, immaginando che dietro la suggestione letteraria e su incoraggiamento dello stesso Conan Doyle, Oscar prenda nelle sue mani un'indagine che alla polizia sembra non interessare troppo.
Il bello è che funziona.
Voglio dire, all'interno della storia non è che Oscar si limiti ad essere una grottesca caricatura di Holmes, con lo stesso Robert Sherard nei panni del più classico tra i Watson: no, Oscar è soprattutto se stesso, con convincenti motivi che lo spingono ad indagare e a voler scoprire la verità.
A ben guardare non è poi così strano: non solo perchè l'indagine si svolge in ambiti che ad Oscar dovevano essere più famigliari che ad Holmes, ma soprattutto perchè davvero Oscar era generoso e molto intelligente, aveva una memoria formidabile ed era perfettamente in contatto con tutti gli aspetti del mondo nel quale viveva. E' lui infine che nel "Dorian Gray" di lì a poco avrebbe scritto: "Nessuno compie un delitto senza commettere anche qualche sciocchezza".
Così, alla fin fine, non è una incredibile sorpresa il fatto che Oscar potesse osservare, trarre deduzioni ed agire di conseguenza, anche se poi nella storia persino i segreti e il coinvolgimento personale tanto dello stesso Oscar quanto di Conan Doyle finiscono per avere il loro peso.
Giudico questo romanzo una scommessa sostanzialmente vinta, per l'autore e per me. Sono grata a Gyles Brandreth per aver ri-creato un Oscar insolito ma possibile, esente da eccessi di ogni genere, umano com'era, energico come riusciva ad essere, frivolo come gli piaceva sembrare, accentratore come lo vedevano gli altri.
Onestamente, non credo che il vero Robert Sherard (il quale aveva molte qualità accanto a qualche limite) avrebbe saputo scrivere una cronaca altrettanto buona. Brandreth però gli presta una voce amichevole, obbiettiva e convincente, che possiede tra l'altro il vantaggio dell'immaginazione: per cui, anche Robert Sherard riesce qui a servire degnamente la causa.
TRAMA: Nel tardo pomeriggio del 31 agosto 1889 Oscar Wilde, in forte ritardo per un appuntamento, trova nella stanza di Cowley Street in cui entra una brutta e macabra sorpresa: il cadavere nudo di un sedicenne con la gola tagliata e l'espressione serena, circondato da candele accese come se l'omicidio fosse stato un rito sacro. La vittima è Billy Wood, un ragazzo di vita bello e intelligente che Oscar conosce: non è lui però che doveva incontrare.
Billy avrebbe dovuto essere da tutt'altra parte, e del resto l'appuntamento di Oscar aveva a che fare con questioni ben diverse dalla soddisfazione sessuale, come infatti sarà assodato più avanti.
Incerto ed inquieto Oscar lascia non visto la stanza e l'edificio. Non riesce però a smettere di pensare all'accaduto, anche perchè a Billy era sinceramente affezionato.
Il giorno successivo torna così sul luogo in compagnia di due amici con i quali si è confidato, Robert Sherard e Conan Doyle, conosciuto di recente e da lui molto apprezzato. La stanza però è vuota, perfettamente pulita e i tre non trovano la benchè minima prova che vi sia avvenuto un delitto... a parte Conan Dolye, che a fatica crede di distinguere qualche goccia di sangue schizzata sulla carta da parati.
Ma è sufficiente: Oscar decide di andare alla polizia e lo stesso Conan Doyle lo mette in contatto con il suo amico Aidan Fraser, Ispettore di Scotland Yard. Le loro speranze vengono però ben presto deluse perchè malgrado le promesse, l'Ispettore non fa nulla e l'indagine non viene nemmeno avviata: la mancanza del cadavere è l'elemento decisivo persino per stabilire se un omicidio sia realmente avvenuto.
Ma Oscar non può arrendersi: lo deve in parte a se stesso e in parte a Billy. Inizia così lentamente a seguire le labili tracce di cui dispone, coadiuvato e assistito da Robert il quale, tra una cosa e l'altra (da buon "Watson" romantico!) trova persino il modo di innamorarsi follemente di Veronica Sutherland, la fidanzata dell'Ispettore Fraser, resa degna di comparire in un quadro preraffaelita dalla delicata bellezza e dalla chioma fulva.
L'indagine riece a fare qualche passo avanti, ma si tratta di passi piccoli e incerti. E intanto il corpo di Billy continua a sfuggire alle ricerche, malgrado Oscar si sia addirittura assogettato a visitare tutti gli obitori e le sale anatomiche della città (tributo alla sua caparbietà, se non illustrazione di qualcosa che avrebbe potuto realmente fare!). Si è persino recato a Broadstairs, dove ancora vive la madre di Billy: e anche questo depone a favore della sua buona volontà... dato che Broadstairs è un paesino traboccante di memorie dell'aborrito Dickens, che tra le altre cose vi ha scritto il "David Copperfield".
In ogni caso, malgrado le difficoltà, ad un certo punto Oscar riesce a ricostruire l'accaduto e ad addurre convincenti prove contro i colpevoli, scandalizzando e sconvolgendo il povero Robert, tanto a causa dei metodi quanto a causa delle conclusioni.
Poi si appresta a rispettare una pietosa promessa fatta alla madre di Billy, prima di riprendere appieno la propria vita.
La bizzarra avventura contiene dialoghi brillanti e molti ameni particolari; ma non tragga in inganno l'idea del brioso mondo fin de siécle perchè vi sono anche elementi cupi e risvolti decisamente macabri.
A parte la storia poliziesca di buon livello, a me personalmete è piaciuto soprattutto il fatto che come sfondo sia stato scelto un momento ancora molto felice e produttivo nella biografia wildiana. Nel romanzo infatti c'è sì la composizione del "Dorian Gray", ma ancha la vita famigliare di Oscar accanto alla dolce Constance in Tite Street: vita famigliare che comprende persino la celebrazione delle Festività natalizie del 1889.
Tra il 1889 e il 1890 inoltre Bosie era ancora lontano: non molto, purtroppo, però l'orizzonte pareva sgombro; nel romanzo c'è invece John Gray, ma in fase ancora positivamente adorante nei confronti di Oscar, dal quale si sarebbe staccato un po' più tardi.
A quell'epoca, insomma, Oscar era un uomo sostanzialmente sereno che sapeva bene come rapportarsi al proprio spirito, non meno che alla propria carne.
A volte però nel romanzo ci si imbatte anche in qualche frase che ferisce il cuore dell'ammiratore wildiano come una stilettata. Quando alla fine dell'agiografia (parzialmente apocrifa... ) di santa Batilda, rievocata da Oscar, si legge: "Morì a Parigi, come fanno le persone migliori", pare di udire in lontananza l'inquieto rombo dei tuoni.
LadyJack || 15:54 ||
venerdì, 20 giugno 2008
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Sophie Gee, al suo esordio come scrittrice, si immagina la storia che ha ispirato ad Alexander Pope il poema intitolato “Il ricciolo rapito”.
Nel 1711 Alexander Pope è un giovane poeta di grande talento e genio, che lotta con i propri desideri di uomo, l’innata ambizione e consapevolezza di essere destinato ad una gloria letteraria ed una grave deformità fisica causata dalla tubercolosi ossea che lo ha colpito alla spina dorsale all’età di 14 anni (le cronache narrano che la malattia avesse ridotto la sua statura a 137 centimetri). La sua famiglia è cattolica e il periodo storico è molto difficile: i giacobiti cospirano per riportare sul trono d’Inghilterra un re Stuart nella persona di Giacomo III, esiliato in Francia, mentre Londra è resa loro inaccessibile dal decreto delle dieci miglia, emanato anni addietro proprio per tenere lontani i “papisti”.
Alexander vive in campagna con la sua famiglia, ma non riesce a scrivere come vorrebbe, perché le sue condizioni fisiche sono rese peggiori dal disagio delle ristrettezze economiche, così decide di rischiare il ritorno a Londra, facendosi ospitare da un suo amico pittore. Nel cuore della “stagione” londinese si consumano, come al solito, amori, trame politiche, vizi, ipocrisie, crudeli giochi di potere e si tessono matrimoni di convenienza. Alexander ha due amiche con le quali è cresciuto: Teresa e Martha Blount. Ama da sempre la prima e nutre un caldo affetto per la seconda. Ma i suoi sentimenti andrebbero riposti all’incontrario, perché Teresa, pur volendogli bene e ammirandolo, non riesce ad accettare il suo aspetto fisico, mentre Martha lo capisce e lo ama. Alexander ha già pubblicato un poema ed il suo “Saggio sulla critica” sarà di lì a poco un successo che aumenterà la sua fama e l’interesse di vari editori. Le due sorelle sono a Londra per la loro prima “stagione” e frequentano i balli e la società insieme alla loro cugina, Arabella Fermor, la più contesa beltà di quell’anno. Come tutte le fanciulle in cerca di marito, la loro attenzione è attratta da un partito d’eccezione: il barone Robetr Petre, ricco, di nobile stirpe e molto bello. Petre è subito preso da Arabella e fra i due si accende la passione, ma il giovane Lord ha anche un anelito di immortalità: la sua famiglia è cattolica e l’ideale giacobita lo porterà a compiere azioni imprudenti e a rovinare se stesso.
Quando la “stagione” finisce, la sorte dei due amanti giunge al suo epilogo. Consumatosi dinnanzi ad un pubblico avido di pettegolezzo, il ratto del ricciolo sarà lo spunto per il poema satirico con il quale Alexander Pope narrerà la storia di Arabella e Lord Petre.
“Lo scandalo della stagione” non è un romanzo storico ad ampio respiro, né vuole esserlo. Non è nemmeno una storia d’amore o una biografia del poeta. Per questo non condivido le critiche che ho letto su alcuni siti internet, da parte di lettrici che lo definiscono un libro impalpabile e senza interesse. Ho apprezzato, invece, proprio lo stile che l’autrice ha impresso ad una storia fugace e al tempo stesso drammatica, che dà l’esatta idea di come dovesse essere vuoto, crudele e doloroso il mondo della “stagione” londinese. I sentimenti di Alexander, le follie e le azioni senza senso dei protagonisti, la sofferenza e la leggerezza di una vita fatua e senza scopo, l’amarezza di avere vissuto inutili slanci.
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IL RICCIOLO RAPITO (The rape of the lock) Poema in due canti in distici eroici pubblicato nel 1712 nella Miscellanea [Miscellany] dell'editore Lintot, e poi ampliato in cinque canti nel 1714.
La composizione del poema avvenne in un periodo in cui il Pope si trovava sotto l'influsso della musa galante e scherzosa di Vincent Voiture (1598-1648). Il titolo, e soltanto il titolo, deriva dalla Secchia rapita di Alessandro Tassoni (1565-1635); per il soprannaturale, egli ricorre ai silfi e agli gnomi che l'Abbé de Villars, a dileggio dei rosacruciani, aveva introdotto nel Conte di Gabalis (1670); a essi il Pope dette anche tratti tolti dalle tradizioni popolari, al modo inaugurato da William Shakespeare (1564-1616) nel Sogno d'una notte d'estate. Il poema è un affascinante "badinage" su una quisquilia: essendo riuscito lord Petre a tagliare un ricciolo dei capelli di miss Arabella Fermor, ne era nata una questione tra le due famiglie che il Pope credette di pacificare col suo poemetto. A differenza del famoso Leggìo di Nicolas Boileau (1636-1711), che fornì al Pope l'immediato modello d'un poema eroicomico basato su un futile incidente - dove l'ambiente è una chiesa, e i protagonisti canonici e cantori di coro -, la scena del Ricciolo è quanto mai frivola: la camera da letto d'una bella, una barca carica di ninfe e di galanti zerbinotti su un fiume in cui si specchiano amene ville, un salotto dove si conversa, si gioca d'azzardo e si beve il caffè. Appunto mentre sorbisce il caffè il ricciolo è reciso alle chiome di Belinda, e ne segue una leggiadra guerra che termina con l'assunzione del ricciolo al cielo a formare una nuova stella. Ma per la magia della frase e del verso Il ricciolo rapito è ben più che uno scherzo elegante: come se il gusto decorativo di tutta un'epoca, il rococò, s'animasse in umanità, o come se la vita leggiadra ed effimera di tutto il secolo s'incarnasse in un simbolo plastico, il ricciolo. Il poema fu tradotto da A. Bonducci e ai nostri giorni da G. Lenta, nel volume Pope in Italia e il Ricciolo rapito, e influì sul Giorno del Parini.
Mario Praz
ArchieGoodwin || 01:46 ||
lunedì, 16 giugno 2008
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LA MIA VITA CON STEPHEN KING
La mia liaison dangereuse con Stephen King affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per evitare di addentrarci in specificazioni cronologiche che potrebbero risultare imbarazzanti tanto per lui che per me, mi limiterò a dire che in un certo senso siamo cresciuti insieme: come scrittore Big Steve, come Fedele Lettrice la sottoscritta. Entrambi felici e soddisfatti; lui ricco, io un po' meno.
Durante la mia adolescenza avevo già sviluppato un grande interesse per l'horror in tutte le sue forme; credo di essermi fatta accompagnare da mio padre a vedere una buona metà dei film di Dario Argento o quant'altro di sanguinolento e terrificante il mercato potesse offrire all'epoca. Probabilmente papà non si è ancora ripreso, ma il mio gusto per il macabro si è poi velocemente ed allegramente esteso dallo schermo alla pagina scritta, con una netta preferenza - da un certo punto in avanti - per le storie di vampiri.
"Dracula" di Bram Stoker e "Carmilla" di Le Fanu, ovviamente; più tardi i romanzi di Anne Rice ed una serie infinita di racconti più o meno apocrifi, più o meno belli e interessanti.
Finchè un bel giorno la mia attenzione inciampò nella più felice delle occasioni che mai scaffale di libreria abbia ospitato: LE NOTTI DI SALEM (io però preferisco chiamarlo con il suo titolo originale, SALEM'S LOT), e l'autore era naturalmente un giovane Stephen King, in Italia ancora relativamente famoso e venduto.
Da quel momento non ci siamo più lasciati: nel tempo ho letto tutto quello che lui ha prodotto (anche sotto pseudonimo) e se in genere ho preferito attendere le edizioni italiane dei suoi libri, è solo perchè l'impeto vorace nel leggerli ben poco si adatta ad una lingua che non sia la mia lingua madre. Ricordo ancora con angoscia il periodo in cui Stephen King decise di emulare l'esempio di Dickens, facendo uscire a dispense mensili IL MIGLIO VERDE: furono necessari sei mesi (più di centottanta giorni!) per arrivare a leggere la fine di uno dei romanzi più intriganti da lui prodotti... spero non lo faccia mai più. La lettura in italiano del resto non mi ha impedito di esplorare le versioni originali, e comunque mi ha condotto a conoscere quello che gradualmente è diventato il traduttore per eccellenza di Stephen King: Tullio Dobner, al quale va tutta la mia ammirata gratitudine. Se Stephen King è migliorato e maturato come scrittore tra i suoi inizi e l'epoca attuale, lo stesso ha fatto Tullio Dobner come traduttore; ormai tra i due si è sviluppata una proficua simbiosi della quale il lettore italiano non potrebbe più fare a meno.
Per avere un'idea del livello altissimo ormai raggiunto dal suo lavoro basterebbe ad esempio leggere la traduzione italiana di LISEY'S STORY, un romanzo i cui protagonisti - la Lisey del titolo e il suo defunto marito - hanno sviluppato un lessico coniugale fatto di accenni, sottintesi e parole inventate, senza contare il fatto che entrambi sono in contatto con una strana realtà alternativa popolata di "cose" per le quali nel nostro mondo un nome non c'è. Un romanzo insomma in cui Stephen King ha inventato termini sconosciuti all'inglese, costringendo Tullio Dobner a fare lo stesso con l'italiano: e Tullio Dobner ha raccolto la sfida, vincendola alla grande.
Esce in questi giorni il più recente romanzo kinghiano, DUMA KEY, il quale non tarderà molto ad essere letto e recensito.
Ma lasciatemi tornare per un momento a SALEM'S LOT, perchè è lì che tutto è cominciato.
Il romanzo parlava di vampiri, certo, ed era anzi una specie di tributo alle origini europee del mito; ma soprattutto già presentava quelle che avrei poi riconosciuto ed amato come due delle principali caratteristiche nell'opera del Nostro: aveva una storia statificata e collettiva, fatta di tante storie individuali, e riusciva a mescolare in maniera meravigliosa il presente dei suoi personaggi con il loro passato, con ciò che li faceva essere così com'erano.
Storia profondamente americana, tra l'altro, eppure anche profondamente immaginativa, tanto che la cittadina di Salem e il Lot (come più tardi Derry, Castle Rock o Haven) sono creazioni kinghiane, benchè ispirate a luoghi reali e ormai tanto conosciuti ai Fedeli Lettori da essere in certa misura reali a loro volta.
In seguito Stephen King ha scritto libri più complessi e persino migliori, ma è con SALEM'S LOT che ho scoperto ed ho imparato ad amare il suo modo di scrivere e di costruire le storie: CARRIE lo ha reso popolare in tutto il mondo (grazie tra l'altro al film bruttino che ne fu tratto), ma SALEM'S LOT lo ha dato a me per sempre. E me lo ha dato non tanto come "re del brivido" o "re dell'orrore" che dir si voglia, quanto piuttosto come scrittore puro e semplice: alcune delle sue cose più belle hanno un rapporto piuttosto labile con l'horror così come lo intende il mercato, o magri non l'hanno affatto. Di sicuro in Stephen King, laddove c'è qualcosa di inquietante o misterioso, non resta mai abbastanza spazio per lo splatter: lui sarà anche cresciuto con B movies e pulp magazines, ma poi si è evoluto ben al di là dei limiti di genere. Gli piacciono le STORIE, e grazie al cielo ha sviluppato sufficiente talento per farle vivere sulla pagina. Ma se volete attirarvi le sue ire e il suo sarcasmo, chiedetegli: da dove prende le sue idee? (perchè in realtà sono le idee che prendono lui... ).
Leggendo Stephen King costantemente e con continuità si riesce ad instaurare con lui un bellissimo rapporto: non solo perchè i suoi romanzi hanno spesso prefazioni o postfazioni che contribuiscono a collocarli con esattezza nella biografia kinghiana, ma anche perchè ci si rende conto che nel tempo Stephen King ha creato un mondo, o meglio un insieme di mondi, molto complesso eppure coerente. Le sue storie presentano agganci con altre storie precedenti, i suoi personaggi conoscono e citano altri personaggi, la realtà narrativa di un romanzo va ad intrecciarsi - per poco o per molto, a seconda dei casi - con altre realtà narrative dello stesso autore, il tutto secondo linee molto libere che però risultano famigliari al lettore e lo fanno "sentire a casa".
Stephen King insomma ha dato vita nel tempo ad una sorta di "comédie humaine" postmoderna e molto americana, animata da quella che lui stesso definirebbe "sporca poesia": qualcosa che suscita un sentimento di calore che secondo la mia esperienza ben pochi altri scrittori riescono ad uguagliare, o anche solo ad avvicinare.
Ed è questo che fa di Stephen King un grande scrittore: non la popolarità, le classifiche di vendita, i soldi o i diritti cinematografici: bensì la sua unicità.
In lui c'è un amore straordinario per le storie e per i personaggi, per tutto ciò che nel bene, nel male e nei livelli intermedi appartiene all'uomo in quanto tale.
E' una sorta di umanista anacronistico e geograficamente dislocato: questo spiega l'impegno dei suoi personaggi nel combattere le battaglie che sono chiamati ad affrontare, magari a costo della vita. Ma crede anche in molte altre cose, nei miracoli e nella magia, nei miracoli che sono magia: e questo spiega tutto il resto, la meraviglia e il terrore che fanno parte dei suoi mondi.
Lo ammetto: Stephen King ha scritto anche romanzi poco riusciti (CHRISTINE, L'ACCHIAPPASOGNI) o decisamente bruttini (CELL). Ma sul versante del gradimento, se dovessi indicare in assoluto un unico romanzo, non potrei farlo perchè ciascun romanzo mi ha dato qualcosa di particolare.
Forse potrei citare IT, il più corposo e complesso, o la saga de LA TORRE NERA (che comunque richiederebbe un discorso a parte: 7 volumi in 25 anni... ), ma subito dovrei aggiungere altri titoli, non tutti compresi nella lista dei più famosi: MISERY, GLI OCCHI DEL DRAGO, THE STAND, LA ZONA MORTA, IL MIGLIO VERDE, BUICK 8, LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON... E poi i racconti, o i romanzi brevi: come lasciare da parte cose splendide come IL CORPO oppure IL POLIZIOTTO DELLA BIBLIOTECA, tanto per fare un paio di citazioni a caso?

Chi non lo apprezza, o più semplicemente chi non lo conosce bene, potrebbe pensare ai suoi romanzi come ad un coacervo di mostri, cadaveri e sangue generosamente sparso, quando in realtà si tratta piuttosto di storie dense e non prive di analisi sociale, con personaggi costruiti a tutto tondo. Storie complesse, a volte gigantesche, che si compongono da ogni direzione sotto gli occhi del lettore.
Stephen King è a sua volta un lettore vorace, ha una conoscenza enciclopedica della storie della musica e del cinema, è perfettamente in contatto con il mondo nel quale vive e sa giudicarlo correttamente: a volte con durezza, a volte con ironia, ma sempre con intelligenza e grande creatività.
Certo, nei suoi romanzi si trovano vampiri, mostri e demoni, morti viventi, lupi mannari, mutanti di vario genere e persino alieni cattivi; ma c'è anche tanta gente la cui normalità viene sconvolta dalle cause più disparate, che non necessariamente hanno a che fare con il soprannaturale: donne maltrattate, bambini dall'infanzia rubata, persone infelici a cui un incidente, un omicidio o un'epidemia ha tolto ciò che avevano di più caro.
Persone che possiedono un "dono" che equivale ad una maledizione.
Persone che gradualmente scoprono, riscoprono o valorizzano il conforto della solidarietà e della comunità: nessuno degli eroi di Stephen King è un eroe veramente solitario, nemmeno Roland di Gilead nella saga de LA TORRE NERA, benchè sia quello che ci si avvicina maggiormente.
Stephen King ama la bellezza delle cose, degli ideali, delle persone: e non c'è differenza in questo tra uomini e donne.
Ama infinitamente i bambini, la loro innocenza, la loro pelle intatta, la loro mente ancora in formazione, l'istinto di cui sono dotati, tutto ciò che ancora possiedono a differenza degli adulti, che lo hanno perduto.
I bambini credono semplicemente laddove invece gli adulti si fermano a pensare. Ed è per questo che spesso nei suoi romanzi i bambini si battono con più successo contro le manifestazioni del Male: le vedono meglio e quindi non sono mai tentati di respingerle o negarle. Semplicemente, le affrontano: con incoscienza magari, mai senza coraggio.
Stephen King è un grande cantore dell'imperativo morale (di ascendenza pionieristica, più che kantiana... ) che spinge i suoi personaggi all'azione, alla necessità del fare: perchè se scappi di fronte al mostro, hai già perduto.
LadyJack || 11:17 ||
sabato, 14 giugno 2008
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