SOGNANDO TE by LISA KLEYPAS

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Il mio viaggio nel romance di un certo lignaggio continua. Ho scelto SOGNANDO TE ("Dreaming of you" - 1994), un romanzo di LISA KLEYPAS, autrice molto amata dalle appassionate del genere.

Innanzitutto il libro è edito da Mondadori nella serie Oscar Bestsellers Emozioni, per cui si presenta con una sua dignità estetica, rispetto alle pubblicazioni reperibili solo in edicola. Inoltre, leggendo i vari blog italiani dedicati al romance (a proposito, complimenti alle molte brave lettrici che hanno creato blog e forum ricchi di informazioni preziose per noi neofite e anche piacevolissimi da consultare, tanto che ho aggiunto i loro links qui sul nostro), ho dedotto che valeva la pena immergersi nella storia di Derek Craven.
Fin dalle prime pagine, ho apprezzato la smaccata abilità della Kleypas nel far leva sui punti deboli del romanticismo più tipico, quello alla "io ti salverò", per intenderci. L'eroe della vicenda presenta tutte le caratteristiche standard dell'uomo bello e dannato, suo malgrado, pronto per essere redento, ma arduo da scalfire per la donna comune. Apparentemente incapace di amare, perché nessuno gliel'ha mai insegnato, è tuttavia profondamente sensibile e ferito quel tanto che basta per essere assetato di qualcosa che ancora non sa identificare. Immedesimarsi nella pura ed incantevole Sara Rose Fielding, dal carattere insospettabilmente audace e risoluto, è facile come bere un bicchier d'acqua. Sembra veramente la fiera delle ovvietà, eppure questo romanzo riesce ad essere gradevolissimo e mai stucchevole, anche nelle scene più calde (e ce ne sono diverse...). Merito dello stile asciutto ed elegante della sua autrice. Benché in certi punti io abbia avuto la sensazione di qualche taglio eccessivo, che mi ha dato l'impressione di aver tolto profondità al flusso della narrazione. La sensualità di Derek cattura indubbiamente l'attenzione, in contrasto con l'inesperienza di Sara, che però comincia ben presto a lasciarsi andare, spinta dall'amore e da altre pulsioni più terrene...
La storia è ambientata a Londra, all'inizio dell'800. Sara Fielding è una ventiseienne fanciulla che si è avventurata nella metropoli per fare le sue "ricerche" nel mondo della perdizione: bische, prostitute, ladri, debosciati, sono la materia prima dei suoi romanzi di successo. La sua vita è piena di serenità e certezze: nata in un tranquillo villaggio di campagna da genitori un po' in là negli anni, è stata allevata con amore e sani principi ed è sempre stata lasciata libera di coltivare la sua passione per la scrittura. A casa l'aspetta un fidanzato, Perry Kingswood, che in quattro anni non ha ancora avuto il coraggio di portarla all'altare, in quanto la di lui madre vedova lo domina e considera qualunque ragazza indegna di stargli al fianco. Una notte Sara si trova in un vicolo a prendere appunti (sì, questa parte è alquanto fantasiosa, per non dire forzata, ma serve alla storia...) sulle bassezze umane, quando per caso assiste ad un'aggressione. Un uomo viene pestato da due figuri, che gli stanno tagliando la faccia con un coltello. Sara, che per le sue "ricerche" gira con una rivoltella carica nella borsetta, in caso le servisse, decide che necessita il suo intervento e intima agli aggressori di andarsene. I due non la prendono in considerazione, così la ragazza spara un colpo e, senza volere, ne ammazza uno. L'altro fugge a gambe levate. Sara aiuta il malcapitato a rimettersi in piedi e lui le mostra subito il proprio lato duro, senza fronzoli. Si appoggia a lei e le dice di accompagnarlo al Craven's Club. Quando Sara scopre di essere al cospetto nientemeno che di Derek Craven, uno degli uomini più ricchi e controversi d'Inghilterra, si entusiasma subito. Si immagina già di potere intervistare tutti i dipendenti della famosa sala da gioco di Craven e reperire preziose informazioni per il suo prossimo romanzo. Derek non è dell'avviso, ma Sara si insinua nelle grazie di tutti i suoi collaboratori e, piano, piano, diventa una presenza stabile nelle stanze del club. Il mandante dell'aggressione a Derek, che aveva lo scopo di sfigurare per sempre il suo bellissimo viso, è stata una donna, Lady Joyce Ashby, una delle tante con cui lui aveva avuto una relazione sessuale e che aveva poi lasciato per noia. Derek è abituato ad usare le donne e ad essere da loro usato, in un rapporto paritario di reciproca soddisfazione. Spesso si è fatto pagare per le sue ambite prestazioni, vendicandosi così dei mariti nobili e altezzosi che non lo reputano degno di frequentare i propri salotti. Lui non ha un passato raccontabile: è nato nei bassifondi, partorito da una prostituta in un canale di scolo e poi abbandonato. Cresciuto fra bordelli e bische, ha fatto lo spazzacamino e il trafugatore di cadaveri, ha venduto il proprio corpo e ha compiuto le peggiori azioni per procurarsi il denaro con il quale ha sempre desiderato disperatamente elevarsi dalla feccia e comprarsi il potere. Ora possiede la più importante casa da gioco di Londra e una ricchezza enorme, può permettersi qualunque cosa e ripaga con il disprezzo la buona società che, pur continuando ad emarginarlo, spende fiumi di denaro sui suoi tavoli e con le prostitute del suo club. In questo spreco di cinismo e vuoto esistenziale, appaiono la freschezza e l'innocenza di Sara. La ragazza, che lui inizialmente apostrofa "topolino di campagna", accentua la sua aura di zitellaggine con la cuffietta e gli occhiali calati sul naso, ma l'acuta vista del seduttore esperto intuisce che la ragazza merita una seconda occhiata. Ed è così che Derek riesce a vedere Sara con i capelli in disordine e senza occhiali e si accorge che è bella (altro tipico schema... va beh...). L'attrazione fra i due è quasi immediata, ma lui rifiuta di fare emergere qualsiasi tipo di sentimento, per le mille paure che lo attanagliano. Non si ritiene degno di Sara e non vuole soffrire per amore. Però nutre per lei una passione sconvolgente che ben presto non è più in grado di arginare. Tenta di allontanarla da sé, rimandandola a casa dalla sua famiglia e dal fidanzato, ma ormai anche Sara è cambiata e nei suoi sogni c'è solo Derek. Il resto della vicenda va letto, ovviamente...
L'abilità di Lisa Kleypas è di avere sfruttato un trito cliché romantico per dare vita ad un personaggio forte e meraviglioso come Derek Craven, che esce dalle righe e resta nella memoria. Anche Sara è affascinante, ma in un certo senso meno credibile, perché troppo indipendente e ardita per una giovane campagnola della sua epoca. Assomiglia vagamente alla Venetia di Georgette Heyer, per la sua solarità e per la capacità di vedere il bene nell'ombroso comportamento di Derek. Ma lo spirito trascinatore, la caparbietà, l'irruenza passionale, la forza dei sentimenti di lui dominano tutto il romanzo.
Continuerò senz'altro a leggere altri libri di questa scrittrice.


ArchieGoodwin || 20:22 || domenica, 28 settembre 2008
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Con le unghie e con i denti

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LUPO MANNARO, di Carlo Lucarelli (Einaudi Tascabili Stile Libero, 2001)
Sino a pochi anni fa l'opinione dominante era che in italia non esistessero serial killers: gli assassini seriali erano roba per gli schizofrenici Stati Uniti, o per epoche e luoghi particolari come la depravata Inghilterra vittoriana (Jack Lo Squartatore) o la Russia affamata del dopoguerra (il Mostro di Rostov): casi comunque in cui pesava soprattutto la patologia.
Poi i fatti (Donato Bilancia) ed una più accurata analisi storica (Leonarda Cianciulli, tra gli altri) si sono presi la briga di dimostrare che i serial killers possono esistere ovunque, compresa la provincialissima Italia. Che la loro esistenza venga riconosciuta come tale dagli investigatori, è poi tutto un altro discorso. In ogni caso, chi fosse interessato all'argomento potrebbe utilmente consultare il saggio di C.Lucarelli e M.Picozzi, "Serial Killer - Storie di ossessione omicida" (Oscar Mondadori, 2003).
Qualche anno prima del suddetto libro Carlo Lucarelli aveva comunque già scritto un romanzo incentrato appunto su di un serial killer italico, che oltretutto agiva sul più improbabile dei territori: l'opulenta Emilia-Romagna, lungo la Via Emilia.
Stranezze su stranezze, si direbbe: ma alla fine tutti i conti tornano... sin troppo.
Il romanzo ha una trama semplice e robusta: ci sono gli omicidi in serie a danno di giovani donne, prostitute occasinali, e ci sono le indagini di due cocciuti e coraggiosi poliziotti: il commissario Romano della Questura di Bologna - infelice, nevrotico, tormentato - e la sua giovanissima assistente, Grazia Negro (il cui personaggio, più maturo e coriaceo, tornerà in altri successivi gialli lucarelliani).
C'è la dimensione poliziesca, dunque; la storia però diventa quasi immediatamente anche una metafora dei brutti tempi, rampanti e menefreghisti, vissuti dall'Italia nei primi anni '90: e in questo senso l'inedito serial killer può essere interpretato come il sintomo (o il prodotto?) del nuovo deleterio corso imboccato a quell'epoca dalle sorti del Bel Paese. Del resto in Lucarelli la figura del LUPO, o più precisamente del LUPO MANNARO, è già in sè e da sempre il simbolo della parte peggiore che l'uomo possiede e che alcuni individui lasciano più libera di altri, non sempre in modo palese.
Stavolta infatti l'assassino è un insospettabile sotto tutti i punti di vista: è l'ingegner Velasco, manager di una grande azienda di successo, posato e mellifluo ma molto sicuro di sè, fornito di regolare famiglia (l'agile ed elegante moglie Veronica, più due figli) e di un eloquio forbito e preciso, ricco di espressioni come "un attimino" e "mi consenta" che fanno venir voglia (quelle sì!) di uccidere.
E' tanto sicuro di sè, l'ingegner Velasco, che quando i sospetti iniziano a sfiorarlo (per via della sua auto, notata sul luogo di uno dei delitti ma senza prove certe), si spinge addirittura a confessare tutto in presenza di Romano... e in totale assenza di testimoni.
Romano e Grazia che già erano pienamente convinti della colpevolezza di Velasco, non possono far altro che incassare la momentanea umiliazione, mentre continuano a chiedersi se ci sia un modo per incastrare quello che tutti già chiamano il Lupo Mannaro.
La cosa però sembra ardua, non solo per la difficoltà di convincere chi di dovere che nel corso di qualche anno Velasco ha ucciso ventidue giovani donne (tante alla fine risultano), straziandone poi i cadaveri a morsi, ma soprattutto perchè nell'ingegnere manca totalmente quello che potrebbe essere il suo unico punto debole: ovvero, il senso di colpa.
Velasco infatti non si chiede" perchè" ha fatto ciò che ha fatto, ma piuttosto "perchè non" avrebbe dovuto farlo.
Uccide per assecondare un proprio egoistico impulso e tanto basta, dato che il suo mondo ruota attorno a lui stesso: il resto è costituito da accessori e strumenti atti a servirlo. Si sente del tutto tranquillo, intoccabile, mille miglia lontano dalla possibilità di essere preso.
Queso però rimane vero solo fino al momento in cui l'ispettore, continuando ad indagare e compulsando pazientemente l'intera documentazione del caso, non si accorge di una piccola discrepanza, una minuscola leva su cui forse è possibile agire per demolire la fortezza di Velasco.
Si apre così l'ultima fase della lotta, che per Romano è ormai diventata un'ossessione. Velasco ha finalmente paura, ma in extremis riesce imprevedibilmente a parare la mossa a suo danno. Ciò purtroppo dà il colpo decisivo all'animo nevrotico e ormai vacillante di Romano, al quale Grazia impedisce per un pelo di ammazzare l'avversario; e mentre l'ispettore viene internato in un casa di cura dove finalmente può trovare riposo, spetterà proprio a Grazia - che in Romano ha perduto l'uomo che amava e non soltanto il maestro di vita professionale - vendicare lui, se stessa e tutte le giovani vittime dell'imperturbabile ingegnere.
Il quale - lo si intuisce soltanto, ma è sufficiente - dopo l'ultima riga del romanzo non avrà più modo di nuocere ad alcuno.
Grazia, che già era intelligente ma anche dolce e in fondo timida, impara ad essere spietata; i lettori di Lucarelli sanno che ciò le servirà, in futuro: questa però è una delle tante tristi conseguenze del fatto che se vuoi prendere il mostro, se vuoi prenderlo davvero costi quel che costi, devi essere pronto ad entrare nel suo mondo.
Rischiando magari di rimanerci intrappolato.
LadyJack || 11:17 || giovedì, 25 settembre 2008
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Uno scrittore da onorare con passione: John Connolly

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Sino a due o tre anni fa non sapevo nulla di John Connolly: non lo conoscevo come autore nè sapevo cosa avesse scritto. Poi un giorno, sotto gli auspici di una congiunzione astrale che doveva essere abbastanza favorevole, misi le mani su "Palude". Ero semplicemente alla ricerca di qualcosa di nuovo da leggere e stavo passando in rassegna gli scaffali della biblioteca, distrattamente e un po' a caso: per cui non mi accorsi subito che quel romanzo faceva parte di una serie. In seguito avrei imparato tutto ciò che c'era da sapere su John Connolly, sui suoi personaggi e sulla saga dedicata a Charlie Parker: in quel momento però ero soprattutto interessata al romanzo in sè, che era un thriller e che prometteva qualche ora di sana e inedita lettura. Ma al termine di tale lettura, benchè la storia fosse parzialmente legata ad alcuni romanzi precedenti, mi ritrovai perdutamente innamorata: John Connolly scriveva magnificamente, costruendo storie crudeli ma interessanti, con una padronanza dello stile e delle atmosfere che è raro trovare in qualunque tipo di letteratura. I suoi romanzi attraggono in un mondo violento, perverso e minaccioso, ma è difficile sospenderne la lettura perchè la spinta ad arrivare al termine delle vicende rimane fortissima dall'inizio alla fine; e ciò è ancor più meritorio se si considera che le trame connolliane sono ambiziose, estremamente complesse e stratificate, tanto che il suo primo libro, "Every Dead Thing", viene in genere considerato come "tre romanzi in uno".
Amore saldissimo, quello nato tra me e John Connolly. Ora, dopo aver parzialmente ristrutturato la pagina a lui dedicata nella Wikipedia (le pagine Wiki stanno diventando una delle mie passioni... ), scrivo questo post per rimediare al fatto che ancora il BOOKSnotes non recasse testimonianza di un tale - giustificatissimo - amore.

L'AUTORE. LO STILE. LE ATMOSFERE.
John Connolly nacque a Dublino, Irlanda, il 31 maggio 1968.
Iniziò a scrivere come giornalista per "The Irish Times"; esordì come autore di thriller nel 1999 con lo straordinario romanzo "Every Dead Thing" - tradotto in Italia come "Tutto ciò che Muore" - il primo della serie avente come protagonista il detective Charlie Parker.
Di recente mi è capitato di vedere alcune sue foto e l'ho trovato diverso da come lo immaginavo; inoltre è strano verificare come una persona dall'espressione così mite sia capace di creare storie tanto tremende!
Comunque è anche vero che John Connolly non possiede solo la capacità di scrivere cose disumane: alcuni momenti delle sue storie risultano fortemente ironici e più leggeri. A ben guardare inoltre il suo stesso stile oscilla fra estremo realismo e palpitante lirismo, capace com'è di scalare dalla crudeltà alla poesia: ciò gli si adatta molto nel momento in cui le sue storie sanguinose e violente si allargano a comprendere momenti di grande ed intima umanità. Molti dei suoi capitoli si aprono  con alcune delle più belle ed intense descrizioni paesaggistiche che io abbia mai letto, anche se non di rado in quegli squarci ambientali compare poi qualcosa di inquietante che si pone in parallelo con le sensazioni o il destino che i personaggi devono affrontare. In questo senso ad esempio è particolarmente illuminante una delle tante citazioni che si trovano sparpagiate in apertura di alcune parti dei romanzi: da "Per il momento" di W.H.Auden, recita così:

"Sola, sola per una spaventosa foresta
di male consapevole si aggira una perduta umanità,
temendo di trovare il proprio Padre
".

Il lato lirico di John Connolly è molto favorito dal fatto che gran parte delle sue storie, per lo più ambientate negli USA, si svolgono nel Maine, i cui boschi e le cui montagne si prestano particolarmente a descrizioni suggestive. Altrove tuttavia compaiono anche le città: New York, sospesa tra il caos delle zone centrali e il minimalismo del Village; New Orleans, ricca di tutto il torbido calore sprigionato dal jazz e dalle paludi della Louisiana; luoghi del Centro Europa, carichi di tutto il peso affascinante e terribile di quella Storia che gli americani possiedono solo nei loro sogni... o nei loro incubi.
Ma l'elemento fondamentale, a livello di ambienti e atmosfere, corrisponde a qualcosa che si insinua gradualmente romanzo dopo romanzo, una consapevolezza che appartiene innanzitutto a Parker come personaggio ma che immediatamente viene comunicata anche al lettore. Non si tratta solo della differenza tra ambienti rurali e ambienti urbani, o della distanza siderale tra Vecchio e Nuovo Mondo: no, il fatto più importante è la stratificazione, il groviglio di meandri in cui il confine tra realtà quotidiana e realtà occulta si fa indistinto e spesso pericoloso.
Stephen King parlerebbe forse delle "cose" che possono emergere dal buio, non necessariamente letali ma troppo spesso minacciose; John Connolly invece racconta di una inquietante complessità dove i mondi si mescolano e sfumano, in genere a danno dei deboli che vi si perdono, e nella quale persino le barriere temporali abbandonano spesso il loro più normale significato.
Fuori c'è il mondo più famigliare e quotidiano, un mondo dove Stephen King e Anne Rice scrivono i loro best-sellers, dove Britney Spears e Christina Aguilera cantano alla radio, dove Brad Pitt fa il pienone nei cinema. Subito accanto però, o sopra, o sotto, così vicini che è possibile avvertirne la presenza, ci sono altri luoghi, altri modi ed altri momenti: ed è lì che a volte cadono o vengono risucchiati i suoi personaggi.
John Connolly insomma racconta di quello che lui chiama "il mondo a nido d'ape".
Dice in "The White Road": "Questo è un mondo a nido d'ape, in cui ogni cavità è collegata alla successiva, in cui ogni esistenza è inestricabilmente intrecciata alle altre. Anche una singola perdita riecheggia nella sua interezza [ ... ]".
Ma già in "The Killing Kind" era stato abbastanza esplicito: "Questo è un mondo a nido d'ape. Naconde un cuore vuoto [ ... ]. La stabilità di ciò che vediamo e sentiamo sotto i piedi è un'illusione, poichè questa vita non è quello che sembra [ ... ]. Il passato non muore mai per davvero. E' sempre lì in attesa, appena sotto la superficie dell'ora. Di quando in quando ci inciampiamo, tutti noi, attraverso il ricordo e la memoria. Richiamiamo alla memoria vecchi amanti, figli perduti, genitori scomparsi, la meraviglia di una singola giornata in cui abbiamo catturato, per quanto brevemente, la bellezza ineffabile e sfuggente del mondo [ ... ]. Ma a volte questa scelta non viene fatta da noi [ ... ]".
Queste riflessioni - che riporto nella bella versione di Stefano Bortolussi, che di John Connolly è ormai il traduttore italiano ufficiale - illustrano quanto i personaggi e il lettore scoprono a loro spese: la fragilità del reale, la labilità del tutto, il Bene il Male e la Memoria che viaggiano ugualmente leggeri sulle ali del Fato, del Caso o del Destino - che dir si voglia.
In tale prospettiva, benchè la cosa si insinui molto gradualmente di romanzo in romanzo, non è una sorpresa totale scoprire che le storie connolliane rivelano ad un certo punto un buon grado di misticismo e mistero.
Dietro il Libro di Enoch, i Vangeli Apocrifi, lo Zohar e buona parte della letteratura esoterica di epoca umanistico-rinascimentale viaggiano alcuni fra gli assassini più crudeli mai creati dalla letteratura moderna. Ma anche la possibilità che i morti e i vivi continuino a comunicare, e che gli Angeli Caduti siano ancora tra noi.

I ROMANZI.
Di recente è uscito il romanzo psicologico "The Book of the Lost Things", in cui un bambino affronta i traumi della guerra e della perdita della madre. Ma i romanzi di John Connolly che mi sono più famigliari sono ovviamente quelli della saga di Charlie Parker:

* "Every Dead Things", 1999 ("Tutto ciò che Muore", 2000)
* "Dark Hollow", 2000 ("Il Ciclo delle Stagioni", 2001)
* "The Killing Kind", 2001 ("Gente che Uccide", 2002)
* "The White Road", 2002 ("Palude", 2003)
* "The Black Angel", 2005 ("L'Angelo delle Ossa", 2006)
* "The Unquiet", 2008 ("Anime Morte", 2008)
* "The Reapers", 2008 ( - ? - )

Oltre a questi, in Italia tutti editi da Rizzoli con le traduzioni di Stefano Bortolussi, John Connolly ha pubblicato anche "Nocturnes", un'antologia di racconti, e "Bad Men", storia ambientata nel Maine in cui Charlie Parker compare brevemente.

I PERSONAGGI.
* Charlie Parker detto Bird ha lo stesso nome del famoso jazzista; la cosa non è stata intenzionale da parte dei suoi genitori ma deliziò il prete durante il Battesimo.
Figlio di un poliziotto morto suicida dopo aver ucciso in servizio - e in un momento di follia - due ragazzi disarmati, Bird è stato allevato dalla madre (morta di cancro quando lui era ancora un ragazzo) e soprattutto dal saggio nonno, vicesceriffo della contea di Cumberland nel Maine.
Anche Bird era diventato poliziotto nel Dipartimento di New York, ma la tragica morte della moglie Susan e della figlioletta Jennifer, e la successiva caccia al loro assassino, hanno posto fine alla sua carriera. In seguito, uscito dall'alcolismo, Bird diventa investigatore privato e pian piano - suo malgrado e con tutte le riserve mentali del caso - finisce per dedicarsi soprattutto ad aiutare coloro che non possono più aiutarsi da soli, coloro che lo "chiamano" e in un certo senso gli parlano: i morti, o meglio gli uccisi e i perduti.
L'uccisione di Susan e Jennifer, oltre ai rimpianti, ai rimorsi e ad un grande vuoto, gli ha lasciato in eredità il desiderio di scandagliare il Male per cercare di comprenderlo e combatterlo in ogni modo possibile: per vendicare i morti, certo, ma anche per offrire ai vivi e ai sopravvissuti una pietosa possibilità di ritrovare la pace.
Il suo comportamento si regge continuamente sul filo sottile ed ambiguo che divide la legge dalla giustizia, ma l'etica personale di Bird - e di coloro che lo affiancano - per quanto spietata e violenta non è mai gratuita nè totalmente ingiustificata.
All'inizio in lui agisce soprattutto la rabbia, e il furore si scarica all'esterno in modi di cui poi Bird ha ragione di vergognarsi e pentirsi; in seguito però prende il sopravvento una razionalità più fredda e meditata, che ancora si serve della violenza ma ne teme gli eccessi.
Romanzo dopo romanzo Bird si rifà una vita e persino una nuova famiglia: ma per lui mai più niente, per quanto bello, sarà facile.
Sui trentacinque anni, alto un metro e ottanta, bruno con occhi grigioazzurri, Bird non riesco ad immaginarlo interpretato da nessuno in particolare; ne possiedo una soddisfacente versione mentale, e tanto basta.

* Angel e Louis sono gli ineffabili amici - e complici - che più spesso affiancano Bird nelle sue indagini.
Sono personaggi strani e magnifici: io li amo moltissimo.
Louis è alto e minaccioso, ricco ed elegante, nero gay e repubblicano (sic!); è un killer quasi pensionato: non per l'età, quanto piuttosto per il superamento di certe necessità. Ormai la sua attività si riduce alla punizione dei malvagi e al soccorso degli amici. Sa sempre dove e come procurarsi armi, contatti ed informazioni: tutte cose molto utili per Bird.
Il compagno di Louis, l'ex scassinatore Angel, è invece bianco e piccolino. Ha un pessimo gusto nel vestire e possiede un caustico senso dell'umorismo che non risparmia nessuno, ma che sembra anche essere - assieme all'amore per Louis - l'unica cosa di cui dispone per tirare avanti.
Entrambi hanno avuto vite dure edifficili; trovandosi, hanno unito e accantonato il loro dolore. Costituiscono una delle coppie più improbabili dell'intera letteratura mondiale, eppure - per usare una frase non particolarmente originale - sono davvero fatti l'uno per l'altro.
Louis ha vissuto sulla sua pelle i problemi razziali della metà del XX secolo; ancora adolescente ha usato tutta la sua notevole intelligenza per eliminare il responsabile (nero) della morte di sua madre, poi si è allontanato dalla casa e dalla famiglia, diventando gradualmente il Louis che i lettori di John Connolly conoscono.
Angel, fisicamente fragile ma psicologicamente abbastanza saldo, ha alle spalle una storia di sfruttamento e abusi da parte del padre. Dopo essere fuggito di casa a sedici anni e dopo  la  morte di quello che per lui era l'Uomo Cattivo,  ha vissuto di piccoli crimini, diventando un ottimo scassinatore (ma non un buon ladro) e conoscendo più volte la prigione, con le sue durezze ei suoi pericoli. In almeno un'occasione è stato Bird, di cui ai tempi del Dipartimento era l'informatore, a salvargli la vita. Nel settembre del '71 però Angel non ancora ventenne era in carcere ad Attica, nello Stato di New York, durante la Rivolta: e chi conosca anche marginalmente la storia può rendersi conto di ciò che questo significhi.
Angel ha conosciuto Louis quando ha tentato di ripulirgli l'appartamento: Louis però lo ha poi evidentemente perdonato...
Le storie personali di Angel e Louis, compreso il loro buffo incontro,  vengono rievocate in flashback all'interno di  "The White Road".
Di loro Bird in "The Killing Kind" dice: "Angel e Louis erano più o meno i migliori amici che avevo [ ... ]. La loro sfumata moralità, temperata dall'opportunismo, era più prossima alla bontà delle virtù di molti altri".

* Rachel Wolfe - dolce e tosta, pelle di latte e capelli di fuoco -  è la psicologa criminale che Bird incontra nel corso dell'indagine sull'omicidio di Susan e Jennifer. Senza clamore, ma profondamente, i due si innamorano, vanno a vivere insieme e ad un certo punto hanno anche una figlia: Samantha.
La loro relazione però non è facile, subisce momenti di crisi e di separazione. Rachel infatti ama moltissimo Bird e lo aiuta a diventare di nuovo un essere umano dotato di progetti e speranze; teme però la violenza che lo circonda e che lui porta sempre con sè, anche senza esserne del tutto consapevole.
Per parte sua Bird la capisce e la giustifica: sa che al suo fianco Rachel ha corso pericoli mortali, lo ha aiutato con il suo cuore e la sua intelligenza, con la sua forza ed il suo umorismo, ma è anche stata costretta ad uccidere, e questo è difficile da perdonare e da superare. Lui in ogni caso non può - e non vuole - tirarsi indietro di fronte a ciò che deve fare. Entrambi hanno paura.
Per cui il loro legame si svolge in quel tormentato e difficile modo che unisce l'impossibilità di lasciarsi per sempre all'impossibilità di vivere per sempre insieme.
Ignoro gli sviluppi eventualmernte presenti nei due più recenti romanzi, che devo ancora leggere.

* Walter Cole è un poliziotto, collega e grande amico di Bird a New York. Lo aiuta spesso, cercando di non compromettersi però, perchè di Bird disapprova i metodi. Sospetta su di lui parecchie brutte cose (qualche volta infatti ha ragione) e non desidera sapere più dello stretto necessario dato che si sente un poliziotto più tradizionale e che alla carriera ci tiene molto. Per Bird nutre affetto, e anche gratitudine dopo che in "Dark Hollow" l'amico gli ha salvato la figlia da un atroce pericolo: però non riesce del tutto a superare la diffidenza e l'ostilità. Nel tempo comunque ammorbidisce parecchio la propria posizione.
In suo giocoso "onore" (o forse è una coincidenza?!) Bird e Rachel hanno chiamato Walter il loro cane, quello che possiedono da quando si sono trasferiti da New York e da Boston.

LadyJack || 16:48 || martedì, 23 settembre 2008
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Niente orologi nè cioccolato. E mucche neppure...

Il Sergente Studer indaga. Tre romanzi polizieschi, di Friedrich Glauser (Sellerio ed., 2008)
[ tutte le traduzioni sono di G.de' Grandi e V.Valenza ]

Da un po' di tempo in qua la già benemerita casa editrice Sellerio ha iniziato a pubblicare volumi di prezzo relativamente contenuto, ciascuno dei quali raggruppa almeno tre romanzi di autori già in catalogo; tra coloro che sono stati coinvolti nell'iniziativa ci sono Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Giménez-Bartlett... ed ora anche Friedrich Glauser, autore del quale non sapevo nulla e che ho incontrato per la prima volta proprio grazie ad uno dei succitati volumi.
A dire il vero, oggettivamente si tratta piuttosto di una riscoperta o di un ritorno, in quanto Glauser scrisse gran parte dei suoi romanzi negli Anni Trenta, quando il genere iniziava a diventare veramente popolare e già si diversificava in molte correnti. C'era il giallo classico, eclatante, capace di coinvolgere il lettore nel gioco dell'indagine e della scoperta (nei romanzi di Glauser si trovano vari accenni più o meno palesi alle storie di Sherlock Holmes); c'era il giallo psicologico, basato sui frutti dell'analisi interiore, attento soprattutto alle motivazioni; e c'era il giallo che ai fatti - comunque importanti - affiancava il peso delle considerazioni reali, umane, magari apparentemente dimesse eppure non trascurabili.
E' quest'ultimo, direi, il filone in cui a pieno titolo si può inserire Glauser, che infatti viene in genere paragonato a Simenon (lui stesso, in un articolo del '37 mai pubblicato, afferma di ritenerlo un maestro) o anche a Dürrenmatt (lo fece L.Sciascia in uno scritto del 1985). Insomma, Friedrich Glauser si colloca tra coloro che scrissero romanzi, ancor prima che romanzi gialli, prestando attenzione agli eventi e ai modo diversi in cui essi possono venir illuminati dalla consapevolezza, piuttosto che alla mera scoperta dell'assassino, la cui identità è del tutto marginale.
Le atmosfere di fondo risultano pertanto essenziali, sobrie, ridotte, un po' grigie forse, e lo stile è accostabile a quello lineare e rigoroso di certi film espressionisti; Glauser però di suo ci aggiunge una scritture fluida e avvolgente che riesce senza sforzo ad essere ora interamente descrittiva, ora venata di poesia, non priva inoltre di qualche divertente tocco ironico (cosa alla quale invece Simenon era ben poco interessato).
La produzione di Glauser può essere divisa in due filoni principali: quello poliziesco (comprendente i romanzi che ho letto) e quello dei romanzi di ispirazione autobiografica; c'è poi un unico romanzo, "Il te' delle tre vecchie Signore" ("Der tee der drei alten Damen", 1941) che unisce elementi polizieschi ed autobiografici, con l'aggiunta di elementi paranormali - altro argomento di grande interesse per l'autore.
In ogni caso anche nei gialli compaiono numerose reminescenze delle esperienze di Glauser, che ebbe vita breve, travagliata e avventurosa.
Friedrich Glauser (Vienna, 1896 - Nervi, 1938) da ragazzo passò alcuni anni in riformatorio; in seguito frequentò a varie riprese case-alloggio, case-lavoro ed ospizi per giovani disagiati, e fu internato diverse volte in ospedali e manicomi, a causa della sua tossicodipendenza da morfina.
Nel 1921 fuggì da casa e si arruolò nella Legione Staniera, poi continuò a viaggiare e ad accumulare esperienze, nomade irrequieto in giro per l'Europa: tra le altre cose fu minatore, infermiere, aiuto-giardiniere, e a Parigi entrò in contatto con le avanguardie dell'epoca, soprattutto sul versante dadaista. Parte di questa amara ma vibrante anarchia si riversa anche nei romanzi, dove i personaggi si trovano a confronto con l'insopportabile tristezza del quotidiano, ma anche con i piccoli gioiosi sollievi offerti da ciò che, per un momento, si volge al meglio. Vengono oppressi dal grigiore burocratico, dall'insoddisfazione del desiderio, dall'accettazione di ciò che non si può evitare; a volte vengono però sostenuti dalla loro caparbietà, dai loro sogni o magari dalla contemplazione di qualche paesaggio di imprevedibile bellezza.
Non si può dunque affermare che i romanzi di Glauser risultino particolarmente briosi o allegri (e nemmeno vorrebbero esserlo), tuttavia in quelle pagine non manca una certa pacata dolcezza, una tensione che si stempera positivamente e che rende i romanzi stessi - eccentrici eppure interessanti - molto leggibili e più che degni di considerazione.
Tra l'altro, benchè la traduzione italiana sia eccellente ed accurata, ho l'impressione che anche la scrittura originale di Glauser abbia parecchi mariti linguistici che andrebbero ugualmente considerati; i romanzi sono scritti in tedesco, ma le storie fanno riferimento al territorio svizzero ove al tedesco si mescolano anche il francese e l'italiano, mentre persino la lingua-base si differenzia ora in tedesco colloquiale ora in tedesco corretto e preciso (lo segnala lo stesso autore), oppure cade negli accenti più aspri e dialettali della sua variante bernese.
Il personaggio principale di Glauser infatti - il sergente investigativo Jakob Studer della Polizia Cantonale - viene da Berna, e anche questo a volte ha la sua importanza.
Jakob Studer è un quasi sessantenne con baffi e capelli grigi; il suo fisico massiccio unito ad una testa piccola e ad un'espressione saggia lo fa assomigliare ad una tartaruga ritta sulle zampe posteriori. Fuma sigari sottili e pestilenziali, i Brissago; in origine era commissario nella Polizia Municipale, ma poi una brutta faccenda coinvolgente una banca (faccenda spesso citata ma mai a chiare lettere) lo ha messo di fronte alla scelta fra compromesso ed onestà: avendo optato per quest'ultima Studer è passato alla Polizia Cantonale e non ha fatto carriera.
"Köbu dà i numeri", dicono di lui i colleghi, facendo riferimento ai suoi atteggiamenti svagati e poco ortodossi; ed in effetti Studer si astrae, medita, a volte sogna o ha addirittura qualche "visione" interiore. Si fa intenerire da tristi fanciulle in difficoltà, delle quali però non manca di notare anche l'astuzia o l'attitudine a mentire. Alla fine comunque sono la sua pacata intelligenza, la sua straordinaria memoria, la sua stessa esperienza di uomo e di poliziotto ad avere il peso decisivo nalla soluzione del caso a lui affidato (o di cui, più spesso, lui ha finito per appropriarsi).
Studer è pieno di dubbi e di incertezze, i romanzi traboccano delle domande che nel corso dell'indagine lui pone agli altri e ancor più a se stesso: eppure ad un certo punto i fatti vengono accertati e i colpevoli riconosciuti come tali.
Non sono, quelli di Glauser, romanzi che invitino particolarmente il lettore a mettersi in competizione con il detective per arrivare alla soluzione del caso: gli indizi però vengono lealmente forniti, e se a volte c'è una sorpresa, si tratta sempre di qualcosa che salta fuori al momento giusto e che non dimostra nient'altro, se non l'ammirevole abilità di Friedriche Glauser come scrittore.
Jakob Studer forse ha una capacità di osservazione particolarnmte penetrante, ma ciò non ne fa un uomo straordinario, superiore alla media: ne fa semplicemente un buon poliziotto e un personaggio interessante.

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IL SERGENTE STUDER ("Wachtmeister Studer")
Studer arresta Erwin Schlumpf, accusato di aver ucciso il padre della sua fidanzata Sonja, Wendelin Witschi. Il sergente però non è molto convinto della colpevolezza di Schlumpf e la sua idea non cambia nemmeno quando il giovane tenta di impiccarsi nella propria cella. Alla ricerca della verità, Studer parte per Gerzenstein, il paesino dove è avvenuto l'omicidio; lì si scontra con una realtà apparentemente semplice ed invece molto ambigua, e con parcchi personaggi ora amabili ora ostili, nessuno dei quali sembra essergli davvero utile nell'indagine.
I fatti setssi poi si complicano in maniera inquietante: Witschi forse non è stato ucciso ma si è suicidato; i colpi di pistola uditi la sera fatale sarebbero due e non uno; forse gli stessi famigliari della vittima non vogliono che la verità venga scoperta; una (o due?!) pistole appaiono e scompaiono.
Ma Studer non molla e riesce pazientemente a ricostruire una brutta vicenda imperniata su sensi di colpa, debiti, speculazioni errate e crediti inesigibili.
Finchè nell'epilogo il confronto con il colpevole si conclude in modo tragico e non pienamente riconoscibile, almeno a livello ufficiale.
Studer però sa bene cosa è successo; non può esserne soddisfatto ma sa anche di aver agito per il meglio.

KNOCK & Co.("Knock & Co.")
La figlia di Studer si sposa con Albert Guhl, a sua volta agente di polizia, e il ricevimento di nozze ha luogo in un paesino dell'Appenzell dove Albert è nato. Dopo la cerimonia gli invitati si riuniscono all'albergo "Il Cervo", di proprietà di Anni Rechsteiner, antica fiamma ed ex compagna di scuola di Studer, il cui marito infermo dà molte preoccupazioni.
Di lì a poco però Anni ha ben altro di cui preoccuparsi perchè nel suo albergo viene ucciso uno degli ospiti stanieri, e l'arma è quanto mai insolita: un raggio di bicicletta limato e reso appuntito, conficcato quasi interamente nel corpo dell'uomo.
Studer ovviamente si dà da fare per aiutare Anni e con grande difficoltà - dopo un secondo omicidio avvenuto per avvelenamento - ricostruisce la vicenda che ha condotto alle due morti: una storia di strozzinaggio e sfruttamento di cui la stessa Anni è in parte vittima, e di cui suo marito è parzialmente responsabile.
Ma non è tutto qui, perchè i colpevoli sono molti e gli assassini vanno cercati anche tra coloro che non erano presenti in albergo sin dall'inizio.
Squarci bucolici e simil-francescani tra animaletti resi domestici dalla gratitudine per essere stati salvati; ma la squallida vicenda portata alla luce dall'indagine è tutt'altro che gentile.
Curioso notare come ad un certo punto Studer, per stanare un colpevole, si serva dello stesso stratagemma già posto in opera da Sherlock Holmes in una delle sua avventure. Viene detto indirettamente, ma l'appassionato se ne accorge anche da solo.

IL GRAFICO DELLA FEBBRE ("Der Fiebercurve")
A Parigi, dove Studer è ospite del collega commissario Madelin, uno strano frate racconta un'ancor più strana storia. Proveniente dal Nord Africa, dove svolge opera di missione, Padre Matthias narra di aver incontrato un legionario, un "caporale veggente" come lo definisce, che ha preconizzato la morte di due anziane signore: due sorelle che erano entrambe state sposate con lo stesso uomo, il geologo Cleman, fratello di Padre Matthias, ormai morto da quindici anni.
Il religioso è incerto e turbato, ma dice di volersi recare a Berna e a Basilea dove vivono le sue ex cognate per sincerarsi che tutto vada bene.
Inizialmente tanto Studer quanto Madelin prestano scarsa attenzione alla strana storia; devono però ricredersi quando le anziane signore in questione, Josepha e Sophie, vengono effettivamente trovate morte nelle rispettive case per aver inalato il gas di cucina, in circostanze tali che rendono difficile decidere se si tratti di omicidio o di suicidio.
Studer però crede poco ai fantasmi, e ancor meno alle coincidenze: si mette pertanto su di una pista tutta umana che comunque non risulta più semplice
Il passato si intreccia con il presente, e forse con il futuro (dove un vecchio testamento potrebbe portare molti molti soldi); ingarbugliati legami famigliari si intrecciano con l'incertezza su "chi" sia veramente "chi" e su "cosa" stia veramente accadendo; tutto e tutti si nascondono e si muovono troppo velocemente.
Alla fine, accantonando la gioia ma anche la mestizia per la nascita del suo primo nipotino, Studer parte per il Nord Africa sotto mentite spoglie.
Da giovane - come molti - aveva sognato la Legione: e proprio nella Etrangére il vecchio sergente troverà le ultime risposte alle sue tante domande.
LadyJack || 11:08 || giovedì, 18 settembre 2008
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Bologna, Anni Settanta

SARTI ANTONIO. UN DIAVOLO PER CAPELLO, di Loriano Macchiavelli
[ Giallo Mondadori n°.1642 (1980) - Einaudi Stile Libero · Noir, 2008 ]

Si tratta del settimo romanzo nella saga di Sarti Antonio sergente: pubblicato nel 1980, quell'anno vinse la prima edizione del Premio Tedeschi, il premio che tuttora viene asseganato al miglior giallo italiano, e che in tempi non troppo lontani è stato vinto ad es. da Carlo Lucarelli e da Danila Comastri-Montanari (per limitarmi a citare autori di "ambiente bolognese").
Le vicissitudini editoriali del romanzo in particolare, e del genere giallo più in generale, vengono rievocate da Loriano Macchiavelli in persona nel corso di un'amena nuova prefazione allegata alla più recente edizione.
Non posso dire che le mie letture delle avventure di Sarti Antonio abbiano mai seguito un ordine cronologico, nè che siano veramente complete: lo stile semplice di Macchiavelli però mi piace molto, e naturalmente è bello ritrovare nei suoi romanzi ambienti riconoscibili e personaggi che per un bolognese potrebbero essere gli amici o i vicini di casa. Nelle sue pagine pare persino di udire qua e là il tipico accento...
La storia in questione si svolge tra Bologna e Loiano: la "Cortina dei poveri", come la definisce ironicamente l'autore (ma voi parlatene con più rispetto perchè è anche il loco natìo della mia mamma!).
Nel paesino montano è avvenuta una rapina in banca che si è conclusa con la sparizione dei gioielli depositati dalla marchesa Cavedoni e con un conflitto a fuoco in strada che per poco non è costato la vita al giovane carabiniere Federico Sanguinetti.
L'ispettore capo Raimondi Cesare spedisce Sarti Antonio a Loiano per indagare sui fatti: o meglio, per sorvegliare il direttore di banca Adelmo Valeriani, che secondo Raimondi è il responsabile della rapina: chi altri infatti poteva essere al corrente dei gioielli depositati?
In realtà Sarti scopre ben presto che l'abitudine da parte della marchesa di mettere al sicuro le gioie durante le vacanze, in paese è nota anche ai sassi. E' vero che Valeriani si comporta in modo strano ma non basta per accusarlo.
Elementi più precisi saltano fuori però quando Valeriani, sempre pedinato da Sarti, lo porta prima ad un cadavere nascosto nel bosco, che risulta poi essere uno dei rapinatori, ed infine anche ai gioielli, che ricompaiono in stranissime circostanze durante la processione che riporta la Madonna di San Luca al Colle della Guardia (e cosa c'è di più bolognese di questo evento?!).
Nel frattempo Sarti, che è un romanticone senza speranza, ha trovato il modo di innamorarsi di Eleonora, la bella moglie di Valenti: e quando lei, convinta dell'innocenza del pacioso marito, gli si rivolge per avere aiuto, Sarti non è capace di negarsi.
Le cose però si complicano sempre di più invece di chiarirsi, e ad un certo punto Sarti comincia a sospettare di tutti, persino di Eleonora che è bella, certo, ma anche molto meno limpida di quanto lui vorrebbe.
Rosas, l'amico-nemico che affianca Sarti nelle indagini, trae prima di lui certe conclusioni e si ritira, rifiutandosi di proseguire; già questo è inquietante perchè sottintende una brutta soluzione del caso, dal punto di vista  umano. Ed infatti quando anche Sarti Antonio, attraverso il suo solito metodo per tentativi ed errori, arriverà a capire come si sono svolti i fatti, non sarà contento di esserci riuscito.
La soluzione è semplice, quasi ovvia, resa più complessa soltanto dall'accumulo di circostanze impreviste in cui si sono trovati invischiati gli attori del dramma: alla fine tuttavia ogni pezzo del rompicapo va al proprio posto, mentre "il cielo, fino a poco fa coperto di stelle, sta chiudendosi fra basse nubi grigie".
Il romanzo è triste e ironico insieme, ricco di situazioni e di personaggi per i quali vale soprattutto il lato umano.
Lo sfondo è quello di Bologna alla fine degli Anni Settanta: la Bologna del sindaco Zangheri e del cardinale Poma, dei disordini studenteschi e delle cariche di polizia.
La Storia è storia; di lì a poco però la gente non sarebbe stata più la stessa.

- Curiosità: se non ricordo male, l'episodio corrispondente al romanzo che faceva parte della serie TV interpretata da Gianni Cavina, venne ambientato a Dozza (con La Rocca e tutto) anzichè a Loiano.
LadyJack || 10:57 || lunedì, 15 settembre 2008
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Nero Wolfe forever!!!

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Non dirò mai abbastanza quanto amo Rex Stout e quanto gli sono grata per le ore piacevolissime che mi fa trascorrere in compagnia di Nero Wolfe e Archie Goodwin.
Ogni romanzo uscito dalla penna di questo geniale scrittore è una perla e anche l'ultimo che mi è capitato fra le mani ne è un fulgido esempio.
PEGGIO CHE MORTO ("Might as well be dead" - 1956) comincia così:
" La maggior parte della gente che viene a consultare Nero Wolfe dopo avergli chiesto un appuntamento, specialmente se viene da un paese lontano come il Nebraska, ha tutta l'aria di essere nei guai; ma quell'uomo no. Con la pelle chiara e senza rughe, un paio di occhi castani e la bocca dritta e sottile, non dimostrava neppure la sua età. Io, però, la sapevo: sessantun anni. Quando era giunto un telegramma da un certo James R. Herold, da Omaha nel Nebraska, che domandava un appuntamento per il lunedì pomeriggio, avevo preso, come il solito, accurate informazioni sul conto di quel signore. "
(Traduzione: Lidia Ballanti)

James R. Herold si reca da Nero Wolfe per chiedergli di ritrovare suo figlio Paul, che undici anni prima aveva cacciato di casa, accusandolo di avere sottratto ventiseimila dollari dall'azienda di famiglia. Paul, da allora, manda solo gli auguri di Natale alla madre e alla sorella, spedendoli da New York, ma nessuno sa dove si trovi di preciso. Il caso non è uno di quelli che fanno entusiasmare Nero Wolfe, tanto più che c'è di mezzo anche la polizia, dato che il signor Herold è giunto fino alla vecchia casa di arenaria del megainvestigatore su suggerimento del tenente Murphy dell'Ufficio Persone Scomparse. Ma pecunia non olet e l'idea di Nero Wolfe è quella di mettere un'inserzione di questo tenore sulla Gazette:
"A P.H. La vostra innocenza è provata e l'ingiustizia infertavi riconosciuta con deplorazione. Non permettete che il rancore impedisca alla giustizia di trionfare. Non vi si costringerà a nessun incontro indesiderato, ma è necessaria la vostra collaborazione per scoprire il vero colpevole. M'impegno a rispettare la vostra avversione a riallacciare qualsiasi legame a cui avete rinunciato".
Un'impresa semidisperata, anche perché una serie di P.H. cominciano a telefonare, a scrivere e a presentarsi di persona alla porta di Nero Wolfe. Un simile annuncio fatto dall'infallibile Nero Wolfe, non passa inosservato nemmeno alla stampa e alla polizia, che si fanno subito l'idea che il P.H. in questione sia un certo Peter Hays, condannato per l'omicidio di un agente immobiliare di nome Michael M. Molloy. L'avvocato di Hays, convintissimo dell'innocenza del suo assistito, si fionda a casa di Nero Wolfe, chiedendo conto di quanto egli sappia in merito alla faccenda. Archie e il suo signore e padrone negano la relazione fra il P.H. dell'avvocato e il loro P.H., ma un dubbio si insinua nelle loro menti e il prode Goodwin fa una capatina in carcere per dare un'occhiata al recluso. Di qui parte una sequela di avvenimenti che inducono Nero Wolfe ad occuparsi del caso di Peter Hays, essendosi convinto che si tratti in realtà di Paul Herold.
Le indagini portano Archie a contatto con la bellissima e fragile moglie del defunto Molloy e, se questa non fosse tanto innamorata di Peter Hays, forse assisteremmo alla capitolazione dello scapolo d'oro di casa Wolfe...
Un considerevole numero di vittime viene seminato sulla strada della soluzione dell'enigma e, fra queste, vi è anche uno degli investigatori privati che Nero Wolfe usa assoldare per le indagini complesse: Johnny Keems scopre qualcosa di più del dovuto e ci lascia le penne.
E' un romanzo molto ben costruito, che ha la solita notevole dose di umorismo e commedia, ma contiene anche momenti emotivamente efficaci e ha un gran ritmo.
Quest'altra scena è da incorniciare:
"Selma Hays si avvicinò alla scrivania di Wolfe e gli disse che doveva baciarlo. Disse inoltre che dubitava che lui volesse lasciarsi baciare, ma lei doveva proprio farlo.
Il mio principale scosse negativamente la testa.
-- Lasciamo andare. Non sarebbe un piacere né per voi, né per me. Baciate il signor Goodwin, invece, la cosa sarà, senza alcun dubbio, più appropriata.
Io ero lì. Selma si voltò verso di me e per un attimo credette che l'avrebbe fatto, e lo credetti anch'io. Ma quando le sue gote cominciarono a tingersi di rosa, lei si ritrasse e io mormorai qualcosa. Non ricordo che. Quella figliola ha del buon senso. Certi grossi rischi è meglio non correrli."
Chi legge questo romanzo e conosce bene i caratteri di Wolfe e Goodwin, capirà perché mi è piaciuta tanto.

ArchieGoodwin || 20:18 || sabato, 13 settembre 2008
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Nero Wolfe: due romanzi brevi ma intensi

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NERO WOLFE FA DUE PIU' DUE ("The Zero Clue", 1953)
Il romanzo risulta lievemente eccentrico all'interno della produzione di Rex Stout, in quanto presenta una struttura ben più usuale in autori come Ellery Queen o Dickson Carr: la trama si basa infatti su di un indizio lasciato dalla vittima in punto di morte per indicare il proprio assassino. L'indizio ovviamente non è troppo scoperto nè facile da interpretare, ma deve essere decrittato per giungere alla soluzione del caso.
Nero Wolfe, le cui funzioni cerebrali in fondo sono tutt'altro che disprezzabili, non è nemmeno l'ultimo candidato consigliabile a cui rivolgersi per una interpretazione del suddetto tipo... il fatto è però che in genere Rex Stout costruisce i suoi romanzi basandosi su ben altri presupposti.
Qui in ogni caso il problema è dato dalla morte di un matematico, famoso probabilista: il dottor Leo Haller, contro il quale Wolfe nutre un rancore ingiustificato ma molto personale.
Haller è diventato famoso applicando la matematica ai problemi di quanti si rivolgono a lui: un'attenta analisi della situazione porta ad un calcolo della probabilità e infine ad una soluzione, che nella maggior parte dei casi si rivela veritiera e utile.
Quando Haller si rivolge a Wolfe perchè teme di aver individuato in uno dei propri clienti il responsabile di un grave crimine, il grand'uomo rifiuta il caso; ma quando lo stesso Haller viene trovato morto nel proprio studio, poco dopo che Archie gli aveva fatto visita, Wolfe rimane inevitabilmente coinvolto.
E spetterà al suo acume dare la giusta interpretazione ad alcune matite disposte ad arte dalla vittima per identificare nel mazzo degli strani clienti di Haller (un'infermiera angosciata, un allibratore scontento, un inventore frustrato, un'ambigua matrona... ) l'astioso responsabile della sua morte.


NERO WOLFE DIETRO LE SBARRE
("Too Many Detectives", 1956)
Nell'epilogo del romanzo "The Golden Spiders" Archie Goodwin fa la sarcastica affermazione che segue, ovviamente diretta a Nero Wolfe: "Sarei lusingatissimo di dividere una cella con voi. E' sempre stato il sogno della mia vita".
Un proverbio cinese ammonisce di stare attenti a ciò che si desidera perchè lo si potrebbe ottenere... e qui Archie, anche se non fa sul serio, avrebbe forse dovuto fare attenzione al suo desiderio che - ahilui! - in "Too Many Detectives" si realizza.
I Nostri infatti finiscono sotto custodia insieme, sospettati nientemeno che di omicidio.
Ma andiamo con ordine.
Wolfe e Archie vengono convocati ad Albany per rispondere ad alcune domande nel corso di un'inchiesta che riguarda l'uso delle intercettazioni telefoniche. Di norma tali intercettazioni sono rigidamente regolamentate e soggette a molte limitazioni, ma sono pienamente legali se qualcuno si rivolge ad un investigatore per mettere sotto controllo il proprio telefono (magari per sorvegliare una moglie fedifraga, un domestico ambiguo o un socio minaccioso).
Pare dunque che qualcuno si sia servito di vari detectives per controllare telefoni solo apparentemente personali, e nella trappola è caduto per un'unica volta lo stesso Nero Wolfe, che comunque si trova in ottima compagnia: con lui ad Albany sono stati convocati parecchi colleghi newyorkesi tra cui si trova anche la fascinosa Dol Bonner.
Quando, prima che l'inchiesta venga condotta a termine, proprio nel Palazzo di Giustizia viene trovato assassinato il responsabile delle truffe, i possibili colpevoli sono numerosi ma Wolfe si trova in prima fila.
Sarà lui dunque, con l'aiuto dei colleghi e di quasi un centinaio dei loro collaboratori, ad avviare una sedentaria indagine (i capi gozzovigliano in un albergo di Albany mentre i collaboratori sgambettano a New York) per arrivare alla più inattesa delle soluzioni.
Archie si sente escluso ma poi perdona il suo signore; rimane però piuttosto inquieto a causa della presenza di Dol Bonner, i cui occhi di miele dardeggiano troppo da vicino Wolfe, per i suoi gusti. E poi, se Doll si installasse davvero nella magione della Trentacinquesima Strada, cosa mai direbbe il povero Fritz?!


LadyJack || 17:40 || mercoledì, 10 settembre 2008
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