Metà uomo, metà mostro e metà mistero

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LA META' OSCURA ("The Dark Half", 1989), di Stephen King
[ Sperling & Kupfer, 1990 ]

Incipit: "La vita di ciascuno, intendo quella vera, non la semplice esistenza fisica, comincia in momenti diversi. La vera vita di Thad Beaumont, un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere di Ridgeway a Bergenfield, New Jersey, ebbe inizio nel 1960. In quell'anno gli accaddero due fatti. Il primo formò la sua vita e il secondo per poco non vi pose fine. All'epoca Thad Beaumont aveva undici anni". [ trad. di Tullio Dobner ]

Tra i romanzi kinghiani non è il mio preferito in assoluto, ma "La Metà Oscura" rimane comunque uno dei più interessanti. Inoltre, riprenderlo in mano a distanza di tempo - come ho fatto questa volta - provoca un soverchiante effetto nostalgico. La storia è ambientata nella contea di Castle, tra Ludlow e Castle Rock, come molti dei romanzi kinghiani scritti fra gli anni Ottanta ed i Novanta: vi si trovano riferimenti geografici consueti e personaggi ricorrenti che sono quasi vecchi amici. I romanzi e i racconti più recenti tendono ad essere ambientati in Florida perchè Stephen King ormai vive là per gran parte dell'anno, ma sino al decennio scorso la sua residenza principale era nel Maine e quella era la regione che compariva nelle sue storie. Castle Rock in sè è una invenzione letteraria, ma i boschi, le strade, il lago, le montagne, la stessa atmosfera rurale, così diversa e più umana rispetto a quella urbana, sono tutte cose reali: appena appena trasfigurate dalla fantasia dell'autore.
In ogni caso, romanzo dopo romanzo, quei luoghi finiscono per assumere una fisionomia ben precisa e riconoscibile agli occhi del Fedele Lettore che ormai riesce a "vedere" il gazebo nella piazza principale della Rocca ed è in grado persino di ricostruire la successione degli sceriffi della contea di Castle: dal vecchio George Bannerman (che affronta il serial killer de "La Zona Morta" e soccombe a "Cujo") sino a Norris Ridgewick (che ricopre la carica al tempo de "La Storia di Lisey", parzialmente ambientata a Castle View). In mezzo c'è Alan Pangborn, un personaggio che amo moltissimo: è lo sceriffo ne "La Metà Oscura", appunto, ma tornerà anche in "Cose Preziose", con un ruolo importante e impegnativo (dovrà combattere nientepopodimeno che il Diavolo!).
Qui Alan è ancora sposato con la sua prima moglie Annie, ed è già l'uomo buono, grande e agile che sarà anche nel futuro; un uomo pratico e intelligente che il destino pone a fronte di eventi incredibili ed inconsueti, in grado di mettere a dura prova le sue capacità.
Anche ne "La Metà Oscura" il suo ruolo è quello di testimone e partecipe, all'interno di una vicenda apparentemente impossibile eppure molto reale.
Al cinema, nel film "Cose Preziose", il ruolo di Alan Pangborn è stato interpretato da Ed Harris, e benchè il film in sè non fosse un granchè, a mio giudizio la scelta si è rivelata piuttosto felice.

TRAMA: Sin da bambino Thad Beaumont ha amato scrivere e da adulto, dopo essere sopravvissuto ad un'operazione al cevello all'età di undici anni, è diventato scrittore.
Lo ritroviamo nel 1988 (la storia è ambientata tra fine maggio e metà giugno di quell'anno), uomo agiato e ragionevolmente felice che affianca la sua attività di scrittore a quella di professore universitario. E' sposato con Liz e da circa otto mesi è padre di due vispi gemelli, William e Wendy. Per i Beaumont ora la vita scorre relativamente tranquilla, ma le cose non sono sempre andate così bene.
Il primo romanzo di Thad, "I Danzatori Improvvisi", ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico, ed ha sfiorato la vittoria al National Books Award; il secondo libro ha raccolto solo tiepidi consensi. Fra il 1973 e il 1975 Thad e Liz hanno attraversato l'inferno: Thad ha cercato - classicamente - di annegare nell'alcol le sue frustrazioni professionali, mentre Liz a causa di un banale incidente ha perduto la prima coppia di gemelli di cui era rimasta incinta.
Poi, la svolta: Thad ha lasciato perdere gli intensi romanzi degli esordi e con lo pseudonimo di George Stark ha iniziato a scrivere una serie di durissimi romanzi d'azione il cui protagonista, Alexis Machine, è uno psicopatico armato di rasoio. Il successo dell'operazione è stato non solo enorme ma duraturo, e Thad ha ritrovato la gioia di scrivere, anche se in modo diverso. Dopo alcuni anni però un aspirante avvocato di nome Rick Cowley minaccia di rivelare pubblicamente che George Stark non esiste; per neutralizzare lo sporco ricatto Thad e Liz decidono allora di "uccidere" lo scittore fittizio, raccontando per primi tutta la storia ad un giornalista.
La storia viene pubblicata con tanto di foto del metaforico "funerale" di George Stark, il meschino Rick Cowley rimane con un palmo di naso e tutto sembra finire nel migliore dei modi. Thad riprende addirittura a scrivere e il suo nuovo romanzo "Il Cane d'Oro" promette di essere bellissimo.
Senonchè, avviene l'impossibile: in qualche modo l'inesistente George Stark esce dalla tomba, rientra nella realtà e comincia a vendicarsi di tutti coloro che lo hanno "ucciso": il giornalista, la fotografa, gli impiegati dell'agenzia letteraria, lo stesso Rick Cowley... armato di rasoio, pistole, bastoni ed esplosivo George Stark fa strage a New York. Poi dirige la propria attenzione verso Ludlow, dove abitano i Beaumont, e fa a Thad una di quelle proposte che veramente non possono essere rifiutate.
Per cercare di sconfiggere la "metà oscura", questo marcio prodotto del suo passato e della sua fantasia, Thad dovrà ricorrere a tutta l'intelligenza di cui dispone, sostenuta da una buona dose di intuizione e da un pizzico di magia proveniente dalla lontana infanzia. Ma sarà dura. E soprattutto: il risultato sarà davvero definitivo?

- A parte la storia pura e semplice, nel romanzo ci sono tantissime cose da prendere in considerazione. C'è il tema del "doppio", innanzitutto, che si colloca in una lunga tradizione letteraria ("William Wilson" di E. A. Poe; "Dottor Jeckill e Mister Hyde" e "Il Master di Ballantrae" di R. L. Stevenson; "Dorian Gray" di Oscar Wilde... tanto per limitare al minimo le citazioni).
Poi ci sono gli spunti autobiografici: in Thad Beaumont che impara a scrivere per passione e che in seguito fa della scrittura il proprio lavoro, Stephen King richiama molto di se stesso, lo scrittore lacerato (come già Paul Sheldon in "Misery") tra la letteratura seria ed i romanzi commerciali. Anche nei genitori di Thad - la madre orgogliosa e il padre cafone - forse Stephen King rievoca qualcose dei propri genitori, così come la bella Liz possiede un po' della forza e delle determinazione di sua moglie Tabitha.
La storia è ben costruita, malgrado le difficoltà che una trama del genere poteva presentare, e Stephen King si dimostra particolarmente bravo nel delineare i personaggi minori, quelli che non hanno grande peso eppure servono per arricchire la storia. Si vedano ad esempio Dodie Eberhard, la monumantale ex prostituta che scopre il cadavere di Cowley, e Rowlie DeLesseps, l'apparentemente svagato collega di Thad all'Università. Entrambi i personaggi, nel loro piccolo, costituiscono storie dentro la Storia.
Infine ci sono gli omaggi e le influenze, tutto ciò che un animaletto sveglio e onnivoro come Stephen King ha metabolizzato e trasformato. C'è un po' di H. P. Lovecraft nell'idea degli psicopompi (gli uccelli che accompagnano le anime in transito) e c'è soprattutto molta letteratura gialla e d'azione: Donald E. Westlake al cui pseudonimo (Richard Stark) Stephen King si è ispirato per creare il crudele George Stark; Shane Stevens, dai cui romanzi proviene il personaggio di Alexis Machine; Frank Norris e Theodore Dreiser... insomma, molti degli autori americani nei cui romanzi - come ricorda Stephen King nella "Postfazione" - "interagiscono la cosiddetta mente criminale e una condizione di irrimediabile psicosi per creare un sistema chiuso di perfetta malvagità".


LadyJack || 17:07 || venerdì, 28 novembre 2008
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Georgette Heyer - FREDERICA (1965)

Leggere un romanzo di GEORGETTE HEYER in versione originale non è stato per me semplicissimo, specialmente all’inizio, quando ho dovuto ambientarmi in una selva pullulante di termini tratti dallo slang regency, introvabili anche nel dizionario, ma poi l’esperienza mi ha gratificata, perché ho potuto toccare con mano il genio di questa scrittrice. Del resto, leggere “Frederica” direttamente in inglese è stata una scelta obbligata, dato che la traduzione italiana non viene ristampata da molti anni ed è inopinatamente fuori catalogo. Una chicca di così sottile ed impeccabile umorismo, inusitato alle nostre latitudini, in cui l’infausta opera defilippiana sta creando danni vieppiù irreversibili nei confronti di un popolo già pericolosamente refrattario alla lettura, resta perciò fuori dalla portata delle nostre librerie. What a pity!

FREDERICA appartiene al periodo “maturo” del lavoro di Georgette e ne risente positivamente, perché il romanzo si differenzia dalla solita storia comico-romantica a due con sottofondo di caratteri di contorno, dando parecchio spazio a non protagonisti di tutto rispetto, che contribuiscono a rendere il racconto più completo e vario. L’autrice si cimenta in tutte le direzioni, dando come sempre libero sfogo al divertimento di descrivere i più rinomati luoghi di svago dell’aristocrazia londinese di inizio ‘800, ma aggiungendo altre gustose nozioni riguardo ai primi tentativi di progresso tecnico, narrandoci di macchine a vapore, fonderie, strani veicoli a due ruote e mongolfiere. Tutto questo grazie all’avida curiosità e all’intelligenza vivacissima del piccolo Felix Merriville, il fratello minore di Frederica, un vulcano in eruzione.
Dopo avere sperimentato alcuni romances storici più moderni, è stato per me corroborante ritrovare la scrittrice che ha inventato il “regency” e leggere una storia in cui la parola amore viene citata per la prima volta solo nelle ultime due pagine, con il sorriso sulle labbra, quando i due protagonisti finalmente si lasciano un po’ andare ed arrivano persino ad abbracciarsi! Ma l’incredibile bravura di Georgette Heyer sta proprio in questo. Un equilibrio perfetto che intriga e sollazza il lettore, senza mai avere bisogno di scendere a descrizioni pratiche.
Il personaggio centrale del romanzo è Frederica Merriville, una giovane, piacente donna di ventiquattro anni, che si considera già di mezza età e dedica tutta se stessa al benessere dei propri fratelli. Rimasti orfani da alcuni anni, i ragazzi Merriville vivono nello Herefordshire. Harry frequenta Oxford e sarebbe nominalmente il capofamiglia, ma lascia volentieri l’onere alla sorella Frederica, molto più abile di lui nella gestione pratica e nell’educazione dei fratelli e capace di prendersi responsabilità assai pesanti per una donna sola. La sorella minore Charis è una bellezza incomparabile, totalmente inconsapevole del proprio aspetto, abile nei lavori domestici, priva di ambizioni e sfortunatamente dotata di scarsi mezzi intellettivi. Un’ochetta, ma buona. Il sedicenne Jessamy ha uno spiccato senso del dovere, passa la maggior parte del suo tempo sui libri e nutre una passione grandissima per i cavalli, con i quali è molto abile. Il più piccolo ed irrefrenabile è Felix, costantemente desideroso di conoscere i meccanismi ed il funzionamento delle macchine più moderne, si getta spesso nelle avventure più spericolate per assecondare le sue passioni. La famigliola, tranne Harry che si trova ad Oxford, si reca a Londra per la season, avendo Frederica affittato la casa nello Herefordshire per raccogliere una somma necessaria a prendere un appartamento ammobiliato nella metropoli e dedicarsi al tentativo di trovare uno sponsor per fare debuttare in società Charis. Trovare un marito adatto ed una sistemazione confortevole per la sorella è l’obiettivo di Frederica, che non ha mai avuto alcun desiderio per se stessa e si ritiene da sempre destinata ad una vita da amorevole zia zitella.
Nel frattempo, il trentasettenne Marchese Vernon Alverstoke, conduce una vita da edonista, totalmente incurante del suo prossimo e di alcunché. Ricchissimo ed allevato con distacco da genitori freddi, ha sempre saputo di essere ricercato soltanto per la propria posizione e, non avendo bisogno di nessuno, ha coltivato piacevoli interludi senza mai provare affetti o sentimenti che non fossero la noia e il disprezzo della stupidità. Infastidito dalle continue e pressanti richieste di favorire la numerosa prole delle sue due sorelle, la vedova Lady Louisa Buxted e Lady Augusta Jervington e disgustato dalle svenevolezze della cugina Lucretia Dauntry, madre dell’ottuso Endymion, da lui designato come proprio erede, il Marchese rifiuta con orrore di dare un ballo ad Alverstoke Hall in onore delle insignificanti nipoti. Lo sferzante umorismo di quest’uomo, il fascino della sua fredda calma, il costante controllo della situazione da parte della sua mente a cui nulla sfugge, sono il condimento più prezioso di questo romanzo della Heyer. Il Marchese di Alverstoke è un personaggio fantastico, che si crogiola nella propria noncuranza, che fa un vanto dell’egoismo e dell’indolenza più indecenti che si possano immaginare e che si diverte a dare risposte in grado di incenerire. L’unico essere per il quale prova rispetto è il suo segretario, Charles Trevor, un giovane talmente meritevole che Alverstoke pensa addirittura di aiutarlo ad intraprendere una carriera diplomatica. Anche se sostituirlo sarà una vera seccatura…
Ma un giorno l’eterna noia del Marchese finisce, perché nella sua vita entrano i formidabili Merriville. Frederica aveva sempre sentito il padre parlare di un lontano rapporto di parentela con il cugino Alverstoke ed è a lui che pensa di rivolgersi, una volta insediatasi a Londra, per chiedere di appoggiare il suo progetto relativo al debutto di Charis. L’amore per la sorella e l’abitudine ai gesti disinteressati non le fanno nemmeno sospettare di avere sollecitato la raccomandazione di un tipo totalmente avulso dal rendersi utile ai propri simili, ma Frederica non esita a trattare in maniera affabile, diretta e paritaria il temibile e spregiudicato Alverstoke, che rimane incuriosito e attratto dalla mente forte e dal carattere vivace della giovane donna. Frederica ha la capacità di tenergli testa e di comprendere al volo i sottintesi e le battute a doppio taglio del Marchese, rispondendogli a tono: una immediata e totale affinità elettiva li lega, rendendone i dialoghi uno spettacolo di raffinato umorismo e pungente ironia. Frederica non annoia il Marchese e gli fornisce continui motivi di divertimento. Lo sorprende con la sua spontaneità disarmante, con l’onestà ed il pragmatismo e lo soggioga con le sue amene vicissitudini familiari. Pur non volendo, Alverstoke si trova coinvolto nelle avventure di Felix e nei problemi adolescenziali di Jessamy: entrambi i ragazzi lo eleggono immediatamente ed istintivamente a loro idolo ed esempio maschile, tempestandolo di domande e di irresistibili sollecitazioni ad essere la loro guida e la responsabilità diventa così pressante che il Marchese si trova, suo malgrado, accresciuto di due pupilli da guidare e di una pupilla da far debuttare in società. Quest’ultima incombenza gli fornisce la succulenta occasione di fare un dispetto alla sorella Louisa, perché il gran ballo che si terrà ad Alverstoke Hall avrà come ospiti d’onore proprio le due sorelle Merriville, che diventeranno la novità più ammirata della stagione.
Da non perdere assolutamente, l’esilarante scena in cui il cane di Jessamy, Lufra, che Frederica porta a passeggio a Green Park, crea il caos mettendosi all’inseguimento di alcune mucche da latte che vengono fatte pascolare per creare una folcloristica immagine di pace bucolica nel bel mezzo di uno dei parchi più chic di Londra. Una delegazione inferocita, formata da due guardiani del parco, da una donna urlante e dal custode delle mucche, chiede conto dei danni alla povera Frederica, la quale non trova di meglio che inventarsi che il cane – in realtà meticcio di campagna – è un raro esemplare di collie di Barcellona, appartenente a suo cugino, il Marchese di Alverstoke. Cosicché la sgraziata comitiva si reca in massa a portare le proprie rimostranze alla magione del nobile gentiluomo, appena alzatosi ed ancora intento nella difficilissima arte dell’annodarsi al collo l’immacolato foulard di mussola. La descrizione del momento in cui Sua Grazia abbassa con un colpo preciso il mento per dare la forma finale all’opera, sotto lo sguardo ammirato del vice valletto e quello impenetrabile del valletto personale, pronto con altri sei foulard di riserva se il primo nodo non lo soddisfacesse, è da manuale!!! Ovviamente l’eleganza di Lord Alverstoke è sopraffina, senza alcuna concessione all’imperante dandismo sovraccarico di fronzoli e fermagli e il suo fisico, modellato dalla costante attività sportiva, è un esempio di affascinante mascolinità. Il Marchese, dopo un attimo di confusione, coglie al volo l’occhiata di Frederica e sta al gioco con magistrale bravura, trasformando la rumorosa protesta in umile accettazione di un equo risarcimento e, nel momento in cui uno dei rozzi guardiani del parco mette in dubbio la purezza della razza di Lufra, rimbrotta Frederica per avere frainteso le sue istruzioni e per non ricordarsi nemmeno che il “suo” cane non è in effetti per nulla un collie di Barcellona, bensì un bracco del Baluchistan!
Da qui in poi, ogni volta che un Merriville lo cercherà, il Marchese non saprà resistere e si sottoporrà ad esperienze per lui assai nuove, che metteranno alla prova il suo aplomb e gli faranno scoprire un’insospettabile abilità a trattare con i ragazzi e a maneggiare con successo le situazioni più complicate. Finirà persino, trascinato da Jessamy, ad inseguire a bordo del suo phaeton, tirato da una coppia di preziosi grigi, una mongolfiera vagante nel cielo sopra Londra, dove l’intraprendente Felix è salito durante una dimostrazione ad Hyde Park del nuovo prodigioso mezzo.
Nel tourbillon degli avvenimenti, il Marchese di Alverstoke si troverà perdutamente innamorato di Frederica, la quale nemmeno si sogna di avere suscitato tali sentimenti e non sa ancora di provarli lei stessa. Non sarà facile per lei mettere da parte le sue vecchie convinzioni e comprendere il proprio cuore, ma anche in questo l’avrà vinta il più corteggiato cuore di pietra di Londra, ora incredibilmente pronto e desideroso di prendersi cura di un paio di giovani virgulti e determinato a non lasciarsi sfuggire la sua adorata Frederica.
Grande Georgette!!!


ArchieGoodwin || 21:51 || domenica, 23 novembre 2008
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"E' straordinario quello che si riesce a ottenere se solo ci si prova"

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OSCAR WILDE E IL GIOCO DELLA MORTE ("Oscar Wilde and the Ring of Death", 2008), di Gyles Brandreth [ Sperling & Kupfer ed., 2008 ]

Seconda avventura di Oscar Wilde "investigatore" nella Londra vittoriana di fine Ottocento. La copertina liberty (disegnata da Jitesh Patel) è uguale alla precedente, cambiano solo i colori: verdino, viola e bianco anzichè rosso, verde e nero. La frase di copertina questa volta è LO SCHERZO PEGGIORE CHE GLI DEI VI POSSANO FARE E' QUELLO DI ESAUDIRE I VOSTRI DESIDERI: altro aforisma famoso, ovviamente.
E' di nuovo Robert Sherard, quasi cinquant'anni dopo i fatti, a rievocare le memorie della giovinezza, costruendo la cronaca eccentrica ed affascinante di giorni ben poco conosciuti all'interno della biografia di Oscar: in verità, come nel romanzo precedente c'è molta fantasia, ma anche un rigore storico e narrativo che rivela una conoscenza profonda, da parte dell'autore, di numerose fonti biografiche: in primis il volume di Richard Ellmann, che pur essendo del 1987 è tuttora una delle fonti più estese ed attendibili, ma anche testimonianze diverse, parzialmente citate in coda al romanzo (ad es. Gyles Brandreth è stato in contatto con Merlin Holland, il nipote ancora vivente di Oscar).
Insomma: un altro romanzo godibilissimo, che si legge golosamente, tutto d'un fiato.
Rispetto al precedente avanza però l'epoca che fa da sfondo alla vicenda, e questa è una gran bella (o brutta... ) differenza, dato che in tal modo ci si avvicina pericolosamente al momento dello scandalo e del disastro che travolsero Oscar ed i suoi.
Già è cambiata l'atmosfera in cui sono immersi i personaggi: ancora brillante, eppure più rarefatta e crepuscolare. Oscar è all'apice della fama e della ricchezza, il pubblico ha appena scoperto il suo raro talento di commediografo e "Il Ventaglio di Lady Windermere" è la piéce della stagione; Oscar guadagna cifre astronomiche e sa come spenderle; il suo matrimonio con la dolce Constance pare ancora solido: lui l'ama (a giudizio di molti l'amerà sino alla fine) e ci sono i bambini, ma Oscar si annoia, la mancanza di novità, il grigiore quotidiano lo sconcertano.
Nella sua vita è già entrato Bosie Douglas, il piccolo bastardo egocentrico e affascinante che con la propria tirannia lo porterà al disastro; nel romanzo ce ne sono già tutti i segnali premonitori (Oscar che sta sempre fuori di casa, Oscar che offre cene, Oscar che fa persino i compiti di Bosie per Oxford... ), ma uno degli aspetti più apprezzabili della narrazione è l'equilibrio assoluto, l'assoluta mancanza di una presa di posizione. L'autore si limita a raccontare, ad illustrare situazioni e personaggi, a costruire dialoghi e momenti senza mai esprimere un giudizio. Così nel romanzo compaiono non solo Bosie, ma anche l'odiatissimo padre, il Marchese di Queensberry, e persino l'infelice fratello Francis, Lord Drumlanring: storicamente è noto il ruolo rivestito da tutti loro in rapporto alla vita di Oscar (almeno, per chi sia interessato all'argomento), ma nel romanzo ciascuno è soprattutto se stesso, un uomo, un personaggio animato da sentimenti, intenzioni e scopi che si traducono in parole e azioni. Come se il romanzo fosse un copione teatrale breve e concentrato, il ritaglio prezioso di un arazzo magnifico e - in prospettiva - un po' triste.
Si tratta comunque di un arazzo molto movimentato e particolarmente affollato, in cui numerose figure realmente esistite o inventate riempiono la scena, tra Londra e Eastbourne, nel Sussex.
TRAMA: la vicenda si estende da domenica 1° maggio 1892 a sabato 14 maggio dello stesso anno.
Per occupare la domenica - giorno tradizionalmente "difficile" per i bon vivants londinesi - Oscar ha preso l'abitudine di riunire per cena gli amici: ogni prima domenica del mese i membri del cosiddetto "Circolo di Socrate" si ritrovano al Cadogan Hotel per mangiare bene, chiacchierare piacevolmente e godere della reciproca compagnia; ciascuno ha diritto di portare un ospite; le donne sono escluse.
La sera del 1° maggio 1892 nella saletta privata del Cadogan si ritrovano quattordici commensali, una buona e democratica rappresentanza della società medio-alta dell'epoca:
- Oscar, anfitrione e "direttore di scena", ospita Edward Heron-Allen, padrino del piccolo Vyvyan, avvocato dai molteplici interessi, nonchè fervente ammiratore della bella Constance.
- Robert Sherard ospita il reverendo George Daubeney, figlio minore del conte di Bridgewater, divenuto famoso in quei giorni per aver rotto la promessa di matrimonio con la signorina Elizabeth Scott-Rivers che lo ha infatti citato in giudizio. Daubeney, strano ed umorale individuo che Robert ha conosciuto solo a Tite Street, rischia di perdere il suo intero patrimonio.
- Arthur Conan Doyle ospita l'esile e mite Willie Hornung, giornalista, a sua volta futuro scrittore di romanzi polizieschi e aspirante cognato dello stesso Arthur.
- Bosie Douglas ospita il fratello Francis, al quale lo accomuna l'insofferenza nei confronti del padre.
- Bram Stoker, non ancora autore di "Dracula" ma già sposato con la ex fidanzata di Oscar (la bellissima Florence Balcombe) ospita Charles Brookfield, un attore che per Oscar nutre un complesso sentimento di invidia e ammirazione (autore di una commedia satirica anti-wildiana, Brookfield recitò in "An Ideal Husband" nell'immortale ruolo di Phipps , l'ineffabile cameriere di Lord Goring; in seguito però aiutò l'accusa nel corso del processo del 1895).
- Walter Sickert, famoso pittore che fu veramete amico di Oscar, ospita un altro attore, Bradford Pearse, in quei giorni un po' oppresso dai debiti.
- Infine , Alphonse Byrd direttore del Cadogan Hotel e organizzatore della cena, ospita un suo ex collaboratore dei tempi del Circo (Byrd era stato un buon illusionista): David McMuirtree, figlio di un maggiordomo e di una gentildonna, ex poliziotto attualmente pugile, un gran bel pezzo d'uomo nel quale l'incerta estrazione sociale non riesce a danneggiare la naturale eleganza.
Al termine della cena, come sempre, Oscar propone un gioco; questa volta si tratta del "Gioco della Morte": ogni commensale deve scrivere in segreto su di un biglietto il nome di qualcuno che vorrebbe uccidere. Poi i biglietti verranno letti e si cercherà di indovinare l'aspirante assassino di ciascuna vittima.
Al momento della lettura le "vittime" risultano essere: la signorina Scott-Rivers, Lord Abergordon (un anziano parlamentare), il Capitano Flint (il molesto pappagallo che staziona come attrazione nell'atrio del Cadogan Hotel), Sherlock Holmes, Bradford Pearse, David McMuirtree (con quattro voti!), il Tempo, Eros,  Oscar Wilde... e infine Constance, sua moglie. In più uno dei biglietti risulta bianco.
La lista è dunque tanto inquietante quanto imbarazzante, e la maggioranza degli ospiti rifiuta di continuare il gioco. Dopo che George Daubeney si è fatto venire un attacco isterico, confessando di aver voluto "uccidere" la sua ex fidanzata, la riunione si scioglie senza ulteriori rivelazioni.
Quello che sembrava soltanto uno stupido gioco organizzato per divertimento assume però tutto un altro aspetto nei giorni immediatamente successivi: a partire dal lunedì le presunte vittime del Cadogan cominciano a morire davvero, in circostanze tutto sommato molto ambigue: Elizabeth Scott-Rivers perisce in un incendio, l'anziano e malandato Abergordon cede all'età, il pappagallo viene ridotto ad un mucchietto di piume e Bradford Pearse scompare a Eastbourne, forse suicida. Proprio in quei giorni inoltre Conan Doyle ha messo in cantiere quella che sarà "L'Ultima Avventura di Sherlock Holmes": dunque anche il personaggio letterario va regolarmente a morire.
A parte le figure mitologiche rimangono quindi tre potenziali vittime, ed Oscar è soprattutto angosciato per via dell'ignara Constance: anche se l'assassino avesse sfruttato il gioco di società e le circostanze favorevoli per eliminare l'unica vera vittima che aveva in mente, non si può escludere che i superstiti rimangano comunque in pericolo. E poi, c'era davvero una vittima designata, o il tutto può essere considerato come un folle progetto privo di scopo?
A conferma dei peggiori timori, infatti, dopo qualche giorno anche David McMuirtree viene ucciso, questa volta con più chiara ed astuta ferocia: durante un'esibizione di pugilato che doveva servire a far conoscere le nuove regole introdotte dal Marchese di Queensberry (regole che sono in parte tuttora in vigore), qualcuno fa in modo che lame taglienti inserite all'interno dei guantoni recidano vene e arterie dei polsi. David McMuirtree muore dissanguato.
A questo punto Oscar comincia a vederci pià chiaro: con l'aiuto di Robert, nel suo modo pacato e fruttuoso, mette ordine negli eventi, separa la probabilità dall'immaginazione e nel corso di una classicissima riunione dei sospettati, rivela il colpevole. O meglio, i colpevoli.
Ad onor del vero, anche il lettore potrebbe riuscire a fare la stassa cosa, forse persino in anticipo rispetto ai personaggi; il fatto però è che il romanzo va letto e apprezzato non solo nella sua dimensione poliziesca, ma più globalmente.
Al di là della catena di morti assurde ci sono da considerare le vicende pubbliche o private dei personaggi, bisogna cogliere accenni e sottintesi, e naturalmente non va trascurato nemmeno lo sfondo costituito dalla Londra vittoriana, città splendida e miserabile in cui l'eleganza coabita con il vizio, il successo e la popolarità non garantiscono a nessuno di durare per sempre, le ragazzine vengono vendute per cinque sterline e le gentildonne rischiano di morire avvolte dai propri abiti in fiamme dopo essersi troppo avvicinate al caminetto (anche le sorellastre di Oscar - Emily e Mary - ebbero questa triste sorte: fatto poco noto, riportato però nell'Ellmann).
Intanto i piccoli Ciril e Vyvyan Wilde imparano il latino fra le erbacce dei campi e il povero Robert, divorziato per la prima ma non ultima volta, langue d'amore colpevole al fianco della dolcissima (e non meno intelligente) Constance...
Il cuore mi dice che malgrado la probabile sofferenza spirituale, di questi romanzi ne vorrei ancora parecchi.

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Nella mia vita non c'è mai stato nè mai ci sarà motivo di lamentazione per aver letto così tanti libri, e così diversi; al contrario, spesso ho avuto motivo di rallegrarmi per aver trovato in un libro riferimenti ad altri libri (la Biblioteca di Babele è nell'anima!) e per essere dunque riuscita ad orientarmi al meglio.
Il romanzo di Gyles Brandreth costituisce proprio uno di questi casi perchè contiene non solo varie citazioni di natura wildiana, ma più in generale un sacco di citazioni: c'è molto Shakespeare, naturalmete, e Sherlock Holmes ma anche un po' di Flaubert, qualcosa di Socrate ed altri filosofi, e "Il Piccolo Lord Fauntleroy".
C'è anche la Libreria Francese di monsieur Hirsch, dalla quale - in altri tempi e in modi particolari - uscirà quel singolare romanzo pornografico che è "Teleny".
Tuttavia il riferimento letterario migliore - che mi sarei appunto persa se non fossi stata l'eclettica lettrice che sono - si trova a pagina 125 del romanzo.
Oscar e gli amici stanno parlando del fatto che non si può accusare qualcuno di assassinio in base a pure apparenze e prove circostanziali. Walter Sickert ribadisce il concetto con un aneddoto di carattere personale: "Un paio d'anni fa sono stato inseguito nei vicoli dietro King's Cross da un manipolo di prostitute al grido di "Jack lo Squartatore!" [ ... ] E io non sono Jack lo Squartatore".
Oscar, scrutando l'aspetto dell'amico, lo dileggia: "Eri vestito come ora? E il cappello? E quei baffi? Non mi stupisce che la squadra di King's Cross delle figlie della gioia abbia trovato preoccupante il tuo aspetto!".
- Se si considera che un paio d'anni fa Patricia Cornwell pubblicò un'inchiesta a suo dire risolutiva in cui, con dovizia di particolari e deduzioni ardite, identificava proprio Sickert come lo Squartatore, si può capire in qual modo subdolo ma divertente Brandreth abbia deciso di prendere per i fondelli la presunzione un po' eccessiva della scrittrice americana.
Bravo Gyles: Patricia Cornwell non sta simpatica neppure a me!


LadyJack || 17:10 || martedì, 18 novembre 2008
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JULIA QUINN - Contro il logorìo della vita moderna

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JULIA QUINN vanta costantemente i suoi titoli in testa alle classifiche di vendita statunitensi nel settore historical regency romance ed è stata paragonata dalla stampa americana ad una Jane Austen postmoderna con reminiscenze dello stile comico di Helen Fielding, autrice de “Il diario di Bridget Jones”. Personalmente, riconosco che la Quinn si distacca dalle sue colleghe romance writers, avendo scelto un approccio molto più leggero ed umoristico, che predilige le situazioni buffe, la commedia ed il susseguirsi di dialoghi scoppiettanti. Non ha la raffinatezza tecnica di Georgette Heyer, poiché utilizza una minore ricerca della terminologia regency e cade spesso nell’uso di vocaboli tipicamente americani, ma la ricorda molto nel ritmo e nella capacità di creare scenette irresistibili. In Julia Quinn i richiami alle usanze ed alle regole sociali dell’Inghilterra di inizio ‘800 fanno da sfondo a storie che potrebbero benissimo fornire la sceneggiatura a moderne commedie rosa. Influenze della nostra epoca, calate in una realtà lontana ed infinitamente affascinante, danno luogo ad un equilibrio perfetto di ingredienti per romanzi da leggere con il sorriso sulle labbra.

n.d.r.: le letture di seguito commentate sono state da me effettuate in originale dalle edizioni inglesi curate dalla Piatkus, che ha creato appositamente per i romanzi di JULIA QUINN fantastiche copertine che rendono alla perfezione lo spirito vivace e divertente dei suoi romanzi.

Attenzione: spoilers.

TO CATCH AN HEIRESS (1998 - pubblicato in Italia nel 2003 da I Romanzi Mondadori con il titolo di "La spia della Corona")
Hampshire – Inghilterra
3 luglio 1814
Protagonista della storia è la deliziosa Caroline Trent, cui il padre commerciante ha lasciato una ricca eredità e che, dall’età di dieci anni, è stata affidata ad una serie di tutori avidi e privi di scrupoli, desiderosi soltanto di mettere le mani sul suo denaro. L’attuale tutore di Caroline, Oliver Prewitt, la tiene praticamente segregata in casa ed ha costretto il proprio recalcitrante figlio Percy a tentare di comprometterne la virtù, per indurla ad un matrimonio riparatore ed entrare in possesso della cospicua dote della fanciulla. Il libro comincia con la scena in cui Caroline, sempre piena di spirito e di risorse, ha appena sparato a Percy, che aveva fatto irruzione nella sua stanza per compiere il misfatto ed ora, dopo, avergli medicato la ferita alla spalla, lo convince a prestarle i soldi per fuggire da Prewitt Hall. Mancano, infatti, sei settimane al suo ventunesimo compleanno e la ragazza progetta di nascondersi fino a quando lo scoccare di quella data la libererà dal suo odiato tutore e le darà il pieno controllo della propria eredità.
Così, mentre Caroline sta vagando in direzione della costa con la mente piena di pensieri e di dubbi sul suo futuro, si imbatte in un giovane uomo dai modi misteriosi, che la scambia per una pericolosa spia di origini spagnole chiamata Carlotta de Leon, della quale è all’inseguimento. Nonostante sia sotto il tiro di una pistola puntata, Caroline capisce in fretta che la sua vita potrebbe essere molto più al sicuro nelle mani dell’aitante uomo dai capelli corvini, piuttosto che in quelle del suo tutore e decide di lasciargli credere di avere realmente catturato la pericolosa Carlotta, rea di cospirare con i francesi ai danni dell’Inghilterra.
Blake Ravenscroft, figlio cadetto del Visconte di Darnsby, lavora da anni per il Ministero della Guerra come agente segreto ed è stato protagonista di numerose pericolose missioni, spesso in compagnia del suo amico d’infanzia e compagno di college ad Eton, James Sidwell, Marchese di Riverdale. Durante una di queste avventure, Blake, costretto a letto da un forte mal di gola, era stato sostituito dalla sua collega e fidanzata Marabelle, rimasta uccisa nella circostanza. Distrutto nel cuore e nella mente, Blake si sente ancora in colpa per la morte della sua amata e, svuotato di ogni sentimento, ha giurato di non sposarsi mai, restandole eternamente fedele. Deciso a ritirarsi a vita privata nella sua tenuta, sta lavorando con James a quest’ultima missione e da settimane tiene d’occhio la casa di Oliver Prewitt, sospettato dal Ministero di essere non solo un contrabbandiere, ma anche un intermediario al servizio delle spie napoleoniche, in combutta con la famigerata Carlotta de Leon. Blake si rende conto che Caroline non ha propriamente l’accento spagnolo, ma l’ha vista uscire di soppiatto da Prewitt Hall e questo gli basta per cadere nell’equivoco, per cui trascina la presunta Carlotta fino alla propria dimora e la tiene prigioniera a pane ed acqua, cercando di farle rivelare tutti i segreti che si immagina conosca. Caroline non ha per nulla l’aspetto tipico della spia navigata, ma ha un’intelligenza vivace ed è abilissima nello sviare ogni tentativo di Blake, per cui riesce per un po’ a dissimulare la propria identità, essendosi convinta che la sua nuova sistemazione sia ideale per trascorrere le settimane cruciali che la separano dal suo ventunesimo compleanno. Tra l’altro, la ragazza ha la curiosa abitudine di annotare su un taccuino tutti i termini che attirano la sua attenzione, scrivendone il significato e chiosandolo con osservazioni che costituiscono il suo personalissimo diario quotidiano. Questo libricino attira l’attenzione di Blake, che lo scambia per una sorta di testo in codice e interroga Caroline, ovviamente senza alcun risultato. Gli espedienti da lei escogitati per non parlare mandano in bestia il giovane, che tuttavia non è affatto insensibile all’innocente freschezza di Caroline, alla sua fantasiosa allegria e alla bellezza dei suoi occhi verdeazzurri. Mentre i sensi di Blake si risvegliano, la sua irascibilità aumenta e le scene comiche fra i due abbondano. Il divertimento per il lettore è accresciuto dall’interloquire dell’ineffabile maggiordomo Perriwick, che, come il resto della spartana servitù di Seacrest Manor, pur essendo fedele alla segretezza imposta dalla natura dell’attività del suo datore di lavoro, parteggia smaccatamente per la prigioniera e si prodiga affinché la dolce fanciulla abbia di che mangiare in abbondanza. Del resto, l’iniziale severità di Blake nei confronti di Caroline, si attutisce ben presto in favore di un burbero cipiglio di facciata, che nasconde una crescente attrazione nei suoi confronti. L’arrivo di James Sidwell a Seacrest Manor mette fine all’equivoco, in quanto il Marchese è l’unico a conoscere il reale aspetto di Carlotta de Leon e nega che la prigioniera di Blake abbia la benché minima somiglianza con la donna in questione. A questo punto, Caroline è costretta a raccontare ai due agenti segreti tutta la sua triste storia ed il fatto che la sua conoscenza della casa e delle abitudini di Oliver Prewitt possa aiutarli nella missione di perquisirla in cerca di prove compromettenti, dà a tutti e tre una buona scusa per autorizzarla a restare ospite di Blake, sotto la sua protezione. Caroline si sente felice, perché per la prima volta nella sua vita qualcuno ha bisogno di lei. Senza contare il fatto che James si dimostra un amico cortese e divertente e Blake… beh, Blake le suscita ben altre reazioni.
Prima del sospirato lieto fine, però, i due innamorati continueranno a beccarsi per un bel po’, lei perché cerca di farlo capitolare, lui perché resiste fedele al giuramento, ma, tra un litigio e l’altro, trovano anche il tempo di assaporare qualche momento più piacevole, subito seguito da situazioni imbarazzanti o ridicole, accompagnate dall’ironia beffarda del navigato Marchese, che si rivela una spalla eccezionale.
Da leggere fino alla fine, per assaporare momenti di pura, piacevolissima evasione e per ridere tanto, ma proprio tanto.



HOW TO MARRY A MARQUIS (1999 - pubblicato in Italia nel 2002 da I Romanzi Mondadori con il titolo di “Io ti avrò”)
Surrey – Inghilterra
agosto 1815
E’ virtualmente il seguito di TO CATCH AN HEIRESS e questa volta il protagonista è proprio James Sidwell, Marchese di Riverdale. Un anno dopo la conclusione della missione che lo ha visto protagonista insieme all’amico Blake Ravenscroft, James si trova ad occuparsi di faccende di minore importanza e ad annoiarsi a Londra, cercando di sfuggire alle mire delle varie madri bramose di accalappiare un marito ricco e titolato per le loro insipide figlie. In suo soccorso arriva la richiesta di aiuto dell’amata zia, Lady Agatha Danbury, che lo ha praticamente allevato dopo la tragica morte della madre. L’anziana signora, nota per il proprio carattere autoritario e per i piglio schietto con cui apostrofa i suoi interlocutori, gli rivela di essere ricattata tramite misteriose lettere e lo prega di recarsi da lei sotto le mentite spoglie del suo nuovo amministratore, James Siddons, per indagare in incognito sulla vicenda.
A Danbury Hall lavora come dama di compagnia della contessa la ventitreenne Elizabeth Hotchkiss, una bionda e delicata bellezza, dal carattere forte e generoso, che da cinque anni si guadagna da vivere per potere mantenere se stessa ed i suoi tre fratelli. Figli di un baronetto decaduto, i quattro sono orfani ed Elizabeth è la maggiore: dopo di lei vengono Susan, di quattordici anni, Jane, di nove e Lucas, di otto anni, che è l’erede del titolo e, per tradizione, dovrebbe andare a studiare ad Eton, ma la famigliola non ha i mezzi per sostenere una simile spesa. La soluzione, secondo Elizabeth, è quella di trovarsi un marito ricco, anche se non necessariamente nobile, magari solo un gentiluomo di campagna, ma in grado di fornire loro la tranquillità economica che lei con le sue sole forze non riesce a procurare.
Il rapporto fra Elizabeth e la sua datrice di lavoro è molto stretto: fra le due c’è grande affetto, anche se non viene mai dichiarato e soltanto Elizabeth può permettersi di tenere impunemente testa alle tirate della contessa e a risponderle con il suo stesso tono sarcastico, senza suscitarne l’ira. Una mattina Lady Danbury, stanca della lettura della Bibbia, manda Elizabeth a prendere un libro più divertente nella stanza che funge da biblioteca e la ragazza, frugando fra gli scaffali, si imbatte nella copertina rossa di un piccolo volume, intitolato “Come sposare un marchese”, di una certa Mrs. Seeton. Elizabeth si sente sciocca, ma non resiste alla tentazione di sfogliare qualche pagina e scopre che il libro contiene una serie di “regole”. Combattuta fra il desiderio di riporlo e l’istinto di portarlo a casa per sbirciare in cerca di suggerimenti utili, Elizabeth decide di farlo sparire nella borsetta. Ma, mentre scende precipitosamente le scale di Danbury Hall, inciampa nel nuovo amministratore della tenuta, un bel giovane alto, dai capelli castani, che si presenta come James Siddons. La deformazione professionale di James gli fa guardare con curiosità il comportamento strano di Elizabeth, che tenta di nascondergli il libro che le è caduto dalla borsetta. Chiamato per indagare su un ricatto, ogni gesto sospetto attira la sua attenzione ed il fatto che l’impacciato sotterfugio della ragazza sia soltanto causato dalla sua vergogna a mostrare il titolo del volume non sfiora ovviamente la sua mente. Tornata a casa, Elizabeth vorrebbe accantonare il libro, ma Susan, affascinata dalle mirabolanti regole di Mrs. Seeton, la convince ad assimilarne qualcuna e a testarla sull’ignaro nuovo amministratore di Lady Danbury. Dopo alcuni giorni James, che fin dal loro primo incontro tiene d’occhio Elizabeth anche per motivi più squisitamente piacevoli e personali, la sorprende mentre la fanciulla sta cercando di riporre il volume nel suo posto originario in biblioteca e la costringe a mostrarglielo, causandone il totale imbarazzo. La situazione diverte moltissimo James, che è pur sempre un marchese, anche se non può rivelarlo ad Elizabeth, così si offre di darle consigli e lezioni per i suoi esperimenti di seduzione a scopo matrimoniale. Il fatto che fra i due si sia subito creata un’intesa e stia nascendo qualcosa di pericolosamente vicino ad un sentimento renderà le cose sempre più complicate e tortuose. Ovviamente tutti i partiti ricchi che Elizabeth individua fra i conoscenti di Lady Danbury non sono, a parere di James, degni di essere presi in considerazione: uno beve, l’altro gioca, l’altro è un libertino… Nel frattempo, le circostanze congiurano per fare aumentare il coinvolgimento reciproco dei due, che si trovano sempre più spesso da soli, complici strani ed inusuali cambiamenti di abitudini da parte di Lady Danbury, che comincia ad appartarsi per pisolini che non aveva mai desiderato fare in precedenza. Dopo alcuni eventi, James si rende conto di essersi perdutamente innamorato e parte per Londra per risolvere le sue indagini sul ricatto, determinato a tornare a Danbury Hall per rivelare ad Elizabeth la propria identità e chiederle di sposarlo. Inizialmente le cose sembrano mettersi bene, ma poi la situazione subisce un brusco capovolgimento e l’equivoco si trasforma in un caos, nel mezzo di una festa in maschera in cui la contessa ha invitato anche gli amici di James. Fra mille battute e dialoghi serrati, ritroviamo Caroline e Blake Ravenscroft, ora sposi felici ed in attesa del loro primo pargolo, divertiti e divertenti testimoni della resa dei conti fra il marchese e Miss Hotchkiss. Una delle scene clou si svolge a casa di Elizabeth, dove, ad uno ad uno, arrivano i vari personaggi coinvolti, compresa Lady Danbury ed il suo dispettoso gatto Malcolm, in un crescendo comico degno della migliore Georgette Heyer.
Quando Elizabeth, pur ferita nell’orgoglio, capirà che James l’ama davvero ed accetterà finalmente di sposarlo, avrà anche la luminosa idea di riscrivere una versione, da lei riveduta e corretta, delle “regole” per sposare un marchese. Pubblicata in un’unica copia nel 1818, la preziosa edizione dei precetti della Marchesa di Riverdale reca anche i commenti divertiti di suo marito.
Effervescente e brillante dalla prima all’ultima pagina.


Per informazioni su Julia Quinn, consultare il suo aggiornatissimo sito ufficiale: www.juliaquinn.com/index.php
ArchieGoodwin || 23:02 || lunedì, 10 novembre 2008
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Svezia, luglio 1969

OMICIDIO AL SAVOY ("Polis polis potatismos", 1969), di Maj Sjöwall e Per Wahlöö  [ Sellerio ed., 2008 ]

Continuo a leggere la serie di gialli dedicati dai coniugi svedesi alle inchieste del commissario Martin Beck; lo faccio secondo le altalenanti acquisizioni della biblioteca più che secondo l'ordine rigorosamente cronologico, ma non credo che il piacere della lettura ne esca veramente danneggiato.
A parte la trama in sè, ciò che colpisce di questi romanzi è la loro attualità: sono ambientati quasi quarant'anni fa, in un Paese abbastanza lontano dall'esperienza quotidiana - e mitizzato sino al recente passato - eppure il lettore italiano ha modo di verificare come certi principi, certi comportamenti, lo scontro stesso fra stupidità burocratica e giustizia, rimangano in fondo valori universali: tanto nella letteratura, quanto (purtroppo) nella realtà.
TRAMA: All' Hotel Savoy di Malmö è avvenuto uno strano omicidio: durante una cena d'affari, mentre stava brindando con i suoi ospiti, Viktor Palmgren è stato ucciso da un uomo che, entrato nel salone da pranzo, gli ha sparato un unico colpo in testa, poi è fuggito approfittando di una finestra aperta. Non è chiaro se si tratti di un attentato di tipo politico, in cui l'omicida aveva preventivato di poter essere preso o addirittura abbattuto, oppure se si tratti di qualcos'altro.
Dato che Palmgren era un importante capitalista, un industriale con le mani in pasta in affari leciti ed illeciti coinvolgenti Paesi di mezzo mondo, le autorità propendono per il movente politico. La polizia segreta si mette a scandagliare gli ambienti dell'estrema sinistra. E Martin Beck viene inviato da Stoccolma a dar man forte al suo collega Månsson, titolare dell'inchiesta.
I due, di vedute più larghe ed intelligenti rispetto ai burocrati di palazzo, si accorgono subito che parecchi particolari non tornano, e che il movente politico è poco credibile. Ciò comunque non risolve il problema perchè i possibili colpevoli e i possibili mandanti sono molti (compresi i partecipanti alla cena della sera fatale): i direttori delle imprese di Palmgren, che potrebbero aver sottratto soldi o aver aspirato alla successione; la bella e giovane moglie di Viktor, che ha un amante e che ora nuota tutta sola nell'ingente patrimonio di famiglia; concorrenti negli affari sporchi riguardanti il traffico d'armi nel Terzo Mondo; e via di questo passo...
Ma qundo Beck e Månsson arriveranno alla soluzione, ricercata con tenace pazienza, troveranno qualcosa di molto più triste: un piccolo uomo danneggiato e umiliato al quale la non premeditata vendetta frutterà solo il carcere a vita.

- Come credo di aver già scritto in passato, questi gialli non appartengono al genere movimentato ed eclatante in cui il lettore è chiamato a mettersi in gara con l'investigatore di turno per risolvere il caso. Il valore di questi romanzi, articolatissimi eppure sorprendentemente semplici, va ricercato altrove: nella denuncia socio-politica sostenuta dagli autori, nella credibilità delle storie e dei personaggi, nella fluidità con la quale si lasciano leggere.
Qualcuno ha accostato Maj Sjöwall e Per Wahlöö a Simenon, per il minimalismo dello stile e delle atmosfere, ma ha ragione Camilleri (grande sponsor dei coniugi svedesi) quando fa notare anche le differenze: questi gialli hanno uno sfondo storico ed un'attenzione ai personaggi che in Simenon non si trovano. La Francia di Maigret non compare, mentre qui c'è (ad esempio) esattamente la Svezia della prima metà di luglio del 1969; attorno a Maigret non c'è quasi nessun altro, mentre qui ciascun personaggio ha la propria vita, le proprie caratteristiche: hobby, famiglie, amanti, relazioni, lutti... tutto ciò che rende i poliziotti innanzitutto uomini e donne.
LadyJack || 10:44 || sabato, 08 novembre 2008
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Calano le Tenebre

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AL CREPUSCOLO  ("Just after Sunset", 2008), di Stephen King  [ Sperling & Kupfer, 2008 ]

La stavamo aspettando ed è arrivata, addirittura in anticipo rispetto all'uscita americana: è la più recente raccolta di racconti kinghiani, 13 storie per qualche centinaio di pagine.
Personalmente di Stephen King ho sempre preferito i romanzi; ammetto però che alcuni racconti del passato sono risultati belli, poetici, sorprendenti, a volte addirittura strazianti, dato che non sempre l'autorre avverte la necessità di introdurre in essi qualcosa di orrorifico, e anche se gli elementi soprannaturali non mancano quasi mai, sembrano spesso avere una dimensione più basilare e umana, forse favorita proprio dalla concentrazione narrativa.
Questa raccolta però, almeno all'inizio, non mi è parsa un granchè: freddina nelle atmosfere, cupa, luttuosa, pesante. Molto adatti in questo senso tanto il titolo quanto la copertina.
Poi, proseguendo nella lettura, mi sono accorta che più semplicemente il volume presenta gli stessi pregi e gli stessi difetti di altre antologie: i racconti sono disomogenei per argomento e lunghezza, sono stati scritti in epoche differenti e lontane, in certi casi addirittura in Paesi diversi. Alcuni sono belli o almeno interessanti, altri paiono un po' superflui (di tutti l'autore racconta qualcosa nelle "Note al Crepuscolo" che chiudono il volume).
Diciamo che la lettura del libro mi ha comunque piacevolmente impegnato per un paio di giorni... magari in attesa del prossimo romanzo.
- L'ALMANACCO DEI LIBRI in "Repubblica" di sabato 1 novembre 2008 riportava una bella, divertente ed equilibrata recensione critica del volume.


I RACCONTI

WILLA - Un gruppo di passeggeri reduci dal deragliamento del treno su cui viaggiavano si trova ad attendere un nuovo convoglio in una stazione della contea di Soublette, nel Wyoming.
Ma la giovane Willa e il suo ragazzo David fanno una strana, triste eppur veritiera scoperta.

TORNO A PRENDERTI - Uno dei racconti più lunghi e migliori.
Già recensito in forma estesa, si veda http://booksnotes.splinder.com/post/18019838/Racconto+d%27estate

IL SOGNO DI HARVEY - Harvey e Janet sono due coniugi di meza età per i quali vita e matrimonio stanno diventando cose grigie e polverose.
Poi una notte Harvey fa un sogno angosciante... e purtroppo quel sogno si avvera.

AREA DI SOSTA - John Dykstra, che sotto lo pseudonimo di Rick Hardin scrive durissimi romanzi d'azione, nel bel mezzo di un viaggio notturno sulla Florida Turnpike si ferma in una solitaria e desolata stazione di servizio. Per affrontare una brutta situazione, irritante e potenzialmente pericolosa, il molle John si "trasforma" brevemente nel suo tostissimo alter ego.
Il racconto prende spunto da un'esperienza di vita vissuta nella quale Stephen King pensò soltanto di potersi trasformare in Richard Bachman: poi però non ne ebbe bisogno.

CYCLETTE - Il trentottene Richard Syfkitz, sovrappeso e a rischio d'infarto, usa la sua cratività di grafico free-lance per rendere meno monotona l'attività fisica prescritta dal medico. Come il protagonista di "Duma Key" scoprirà che creare immagini può essere meraviglioso, ma anche inquietante.

LE COSE CHE HANNO LASCIATO INDIETRO - Scott Stanley, ex assicuratore scampato al Crollo delle Torri per un caso fortunato, comincia a trovare nel suo appartamento newyorkese oggetti appartenuti ai colleghi morti quel giorno. Dopo l'iniziale spaesamento, Scott capirà ciò che quegli oggetti gli stanno chiedendo di fare.
Tentativo kinghiano di riflettere sull' 11 Settembre. L'inizio del nuovo millennio non è stato facile per gli americani; immagino che ciascuno abbia cercato di trovare la propria strada, e Stepehen King non poteva trovarla se non scrivendo.

POMERIGGIO DEL DIPLOMA - La giovane Janice guarda New York dalle colline che attorno alla città ospitano ricche ville e tenute; riflette sul rapporto difficile con il suo ragazzo, Buddy: lei proletaria discendente di immigrati polacchi, lui rampollo dell'alta società.
Janice riflette senza astio e senza illusioni... poi però un orribile evento inatteso cancella per tutti quanti qualunque tipo di futuro, possibile o impossibile che fosse.

N. - E' il racconto più recente della raccolta e a mio giudizio è anche uno dei più convincenti; fortemente ispirato all'opera di Arthur Machen e di H.P.Lovecraft (fonti non ignote a Stephen King anche nel passato).
Il dottor Johnny Bonsaint, psichiatra newyorkese, scopre a proprie spese che dietro la sindrome ossessivo-compulsiva di uno dei suoi pazienti si cela qualcosa di peggio che una serie di allucinazioni.
In una tragica e forse inevitabile catena, gli eventi finiranno per coinvolgere e travolgere non solo Johnny, ma anche la sorella Sheila nonchè il loro amico d'infanzia Charlie Keen.
E nell'Akerman's Field presso Motton l'oscurità continuerà i suoi striscianti tentativi di irrompere nella realtà.

IL GATTO DEL DIAVOLO - Un killer senza scrupoli riceve l'incarico di eliminare... un gatto. La perfida bestiola sembra infatti animata dall'intenzione di vendicare antichi torti subiti dalla sua razza.
Haliston, il killer, non prende alla leggera l'incarico: ma non sarà sufficiente il suo rigore professionale per portarlo a termine.
E' il racconto più vecchio della raccolta, scritto circa trent'anni fa, tanto che Stephen King - distrattone smemorato! - pensava di averlo già incluso in qualche antologia.

IL "NEW YORK TIMES" IN OFFERTA SPECIALE - Annie ha perduto il marito James in un incidente aereo. Eppure il giorno del funerale James riesce ugualmente a telefonarle dall'aldilà - dovunque si trovi - per dirle addio e per comunicarle un'informazione che in un imprecisato futuro le salverà la vita.
Il racconto, che mi è piaciuto più di altri, coniuga due elementi ricorrenti nella raccolta: il fatto che la morte possa condurre ad una dimensione ignota, non priva di confuso spaesamento, e il fatto che ormai attentati ed incidenti sono entrati nella mentalità quotidiana degli americani.

MUTO - Un uomo di nome Monette racconta in confessione la più recente, strana parte della sua vita: in sostanza vuole capire se ha peccato o meno, e quale tipo di colpa sia la sua.
Tradito e gettato sul lastrico dall'ineffabile moglie - cinquantaduenne matrona che, travolta dalla passione per un sessantenne ha compiuto molte "belle" imprese - Monette un giorno si è sfogato raccontando tutto ad un autostoppista sordomuto caricato sull'autostrada. E quello, che forse poi tanto sordo non era, ha ricambiato il gentile strappo automobilistico risolvendo i problemi di Monette: ha fatto fuori la moglie e l'amante, permettendogli tra l'altro di rifarsi con l'assicurazione.
Ciò che vuole sapere Monette, al quale in fondo l'epilogo della vicenda non dispiace affatto, è se la responsabilità può considerarsi sua o meno... il prete - brav'uomo - sostanzialmente lo assolve.
Humour nero tra angoscia e divertimento, davvero degno della vecchia serie "Alfred Hitchcock presenta".

AYANA - Sull'onda dei ricordi che ruotano attorno alla malattia e all'inspiegabile guarigione del suo anziano padre, il protagonista del racconto illustra una "normale" piccola catena di miracoli che ha avuto inizio con una bambina nera e cieca di nome Ayana.

ALLE STRETTE - Bel racconto... se si riesce a tenere a bada il senso di nausea. Lo stesso Stephen King afferma: "Non posso [ non ] confessare con quanto infantile divertimento l'ho scritto. Sono persino riuscito a disgustare me stesso. Un pochino."... per cui, immaginate pure il peggio!
Curtis Johnson vive a Turtle Island, in Florida; questioni d'affari e questioni personali lo hanno portato a scontrarsi con il suo vicino Tim Grunwald, che tra le altre cose è responsabile della morte dell'anziana cagnetta Betsy, alla quale Curtis era molto affezionato.
La situazione degenera e prende una gran brutta piega quando Grunwald - ormai fuori di testa e per di più malato di cancro, senza nulla da perdere - attira Curtis in una trappola: finge di volersi riconciliare ed invece lo rinchiude in una toilette prefabbricata ancora presente in uno dei suoi cantieri abbandonati. L'intenzione di Grunwald sarebbe quella di lasciare lì Curtis a morire lentamente, ma l'aspirante assassino ha sottovalutato le risorse dell'umana voglia di vivere. Curtis tra l'altro, proprio attraverso l'infernale esperienza che gli viene imposta, ritrova non solo energia e determinazione, ma anche un più giusto equilibrio con se stesso.
Grunwald, alla fine, avrà motivo di dolersene...

"Date le circostanze giuste, chiunque
può ritovarsi dovunque a fare
qualunque cosa"

- John Dikstra -

LadyJack || 15:23 || venerdì, 07 novembre 2008
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Quando Cupido scocca dardi al fornmaggio

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LATTE E MIELE, di Sarah-Kate Lynch ("Blessed are the Cheseemakers", 2002)
[ Sperling & Kupfer ed., 2003; ed. paperback, 2007 ]

Ogni promessa è debito: avevo detto che avrei cercato di leggere qualcosa di Sarah-Kate Lynch, e così ho fatto. Malgrado una certa prevenzione a priori, non tanto verso l'autrice, della quale non sapevo niente, quanto piuttosto nei confronti del genere sentimentale che non si può definire da nessun punto di vista uno dei miei preferiti: io adoro Shakespeare, ma nel "Romeo e Giulietta" mi piacciono soprattutto le inquiete tirate di Mercuzio. Leggo gialli, thrillers, Stephen King, storie di vampiri... fate un po' voi!
Tuttavia non è bello negarsi esperienze di tipo diverso, e devo confessare che "Latte e Miele" ( titolo a parte... ) non si è nemmeno rivelato un'esperienza spiacevole: anzi, il romanzo è dolce gentile senza essere melenso e a volte fa persino ridere di cuore. Confesso che sono contenta di averlo letto.
Ci sono momenti drammatici nella trama, ma persino un buon numero di morti che non sono morti, e l'assurdo accumulo di guai che si rovesciano addosso ai personaggi (in particolare quello di Abbey) finiscono per assumere un sapore vagamente comico; in definitiva, sospetto che il romanzo non mi sia dispiaciuto soprattutto perchè la storia d'amore c'è (ed è complessa e tormentata... ) però si trova circondata da una miriade di eventi che se non la fanno poco importante, la rendono però meno esclusiva.
Ma andiamo con ordine.
Joseph Corrigan e Joseph Feehan - detti Corrie e Fee - sono due vecchietti in gamba che gestiscono un caseificio a Coolarney, nella campagna irlandese. Corrie è alto, elegante, vagamente somigliante a James Stewart, mentre Fee è basso, rubizzo e trasandato: sono amici da una vita e la loro attività non potrebbe andare meglio.
Coolarney in realtà non è solo un caseificio, ma un posto magnifico e strano dove la produzione del formaggio simboleggia la tradizione, e tutto ciò che di bello e di importante può esserci nella vita.
Corrie e Fee sono aiutati da Avis O'Regan, una robusta matrona che è un po' assistente e un po' governante. A Coolarney i gatti si chiamano Gesù, Maria e Tutti i Santi (dalle geremiadi resasi necessarie durante la loro crescita... ) e le mucche sono tutte Marie.
Le mungitrici ospitate dal complesso, in genere cinque per volta, sono tutte ragazza all'ultima spiaggia, adolescenti incinte e abbandonate che a Coolarney hanno trovato un tetto, una vita sana e protetta, un lavoro e la possibilità di pensare con calma al loro futuro. Devono essere vegetariane e mungono cantando la colonna sonora di "Tutti Insieme Appassionatamente": sembra sia la migliore per ottenere latte - e dunque formaggio - di qualità. (Ad un certo punto il lettore scopre che è questo il vero scopo di Coolarney, proteggere le ragazze: il caseificio rappresenta un amore e una passione, ma il suo rendimento economico è pari a zero).
Tutto procede bene finchè un brutto giorno la cagliata inacidisce, e Corrie e Fee capiscono che è vicino un cambio della guardia: non se lo dicono apertamente, ma i problemi di salute di Fee devono essere arrivati ad un punto critico. Bisogna così pensare alla successione: ma a chi affidare la preziosa Coolarney?
Con magico tempismo arriva la soluzione ottimale, nelle persone di Abbey, la nipote di Corrie, e di Kit Stephens, un americano che si scoprirà avere con l'Irlanda un forte legame. Ciascuno dei due, a suo modo, sta cercando un rifugio.
Kit, ex brooker di New York licenziato dal suo studio per alcolismo, ha perso la moglie e si è lasciato alle spalle una frenetica vita di stravizi.
Abbey è un disastro ancora peggiore: dopo un'adolescenza difficile (che ha compreso anche una gravidanza indesiderata e un aborto) è andata a vivere con il marito Martin in una sperduta isola del Pacifico, dove l'uomo avrebbe dovuto portare la "civiltà". Senonchè, poco dopo l'arrivo dei missionari, nell'arcipelago era stato scoperto un ricco giacimento minerario che oculatamente amministrato avrebbe portato agiatezza per i secoli a venire. Così mentre Martin continua cocciutamente a dedicarsi ad un acquedotto ormai superfluo, costringendo la moglie ad una vita spartana e senza ricambio di reggiseni, gli indigeni hanno forni a microonde e collegamenti Internet, nonchè due automobili benchè l'isola sia priva di strade.
Abbey è troppo ingenua e devota per lasciare Martin, ma le cose cambiano quando scopre che il marito, non potendo aver figli da lei, ne ha seminati parecchi per tutta l'isola.
Abbey torna a Londra, ma dato che la sua egoista madre Rose è meglio perderla che trovarla, finisce per tornare ai luoghi dell'infanzia, rifugiandosi dal nonno.
Nelle intenzioni di Corrie e Fee, Abbey e Kit costituiscono una coppia perfetta, nella realtà le cose sono un po' più difficili: i due non si piacciono subito, alla loro eventuale relazione si frappongono parecchi ostacoli, e anche quando decidono di riconoscere la reciproca attrazione, infilano una serie di coiti interrotti che scoraggerebbe le più robuste speranze.
Tuttavia Fee (che vede nel futuro e legge nel pensiero... o che forse ha solo una saggezza pari al suo grande cuore) è fiducioso, e alla fine avrà ragione: Abbey e Kit trovano a Coolarney la loro vita ed il loro equilibrio, e quando sarà il momento impareranno a fare un formaggio senza pari.

- Più che un vero romanzo rosa "Latte e miele" è qualcosa di molto simile ad una fiaba contemporanea, e come tale bisogna leggerla per godersela. Agevolano l'impresa una trama simpatica e scorrevole, agili dialoghi e personaggi ben costruiti.
LadyJack || 11:15 || giovedì, 06 novembre 2008
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