
Per chi non abbia già letto il precedente post che contiene la recensione del romanzo, ricordiamo che Michele Martelossi è il giovane autore di "Vinile", stroria gialla ambientata a Memphis nell'agosto del '77, in coincidenza con la morte di Elvis Presley (il post è consultabile nella sezione "Giallo Contemporaneo" del presente blog.La scrittura è sicuramente una delle forme espressive più entusiasmanti che vi siano. E’ stata la mia ambizione primaria, sin dall’infanzia, tanto da farmi venire molto presto il famoso callo al dito medio che non vi faccio vedere perché potrebbe essere inelegante ed equivoco esibire proprio “quel” dito.
Tornando seri, come si confa a questa intervista, la realizzazione di un romanzo, nella sua complessa architettura, è senza dubbio un’intenzione di gran lunga più ambiziosa e faticosa, che va oltre il puro piacere di usare la penna.
Il vero inizio, per chi voglia provare a scrivere un libro, si ha quando in mente ci balena “l’idea” del soggetto da trattare, il che può verificarsi nelle situazioni più disparate: mentre si apprende un fatto di cronaca che ci colpisce o si ascoltano i discorsi della gente che ci passeggia accanto o ci si ferma a guardare una vetrina.
Quando questo accade, se ciò che abbiamo inventato ci piace, difficilmente la nostra mente accantonerà il progetto e se si è forniti di un po’ di fantasia, dall’idea iniziale prenderanno vita altre idee legate all’intuizione originaria, in maniera quasi spontanea.
Questo, a mio avviso, può già definirsi un ottimo inizio perché la progettazione di ciò che si vorrà condividere con gli altri è già cominciata.
Giunge, poi, il momento di “fermare” il progetto mentale attraverso la stesura del romanzo.
Scriverlo significa anche documentarsi a sufficienza per evitare imprecisioni ed incoerenze. Non basta “inventare” una storia poiché occorre anche renderla “verosimile”, a meno che non ci si prenda una licenza narrativa tale da stravolgere i fatti.
Nel mio caso, pur avendo pensato ai punti salienti di ciò che desideravo raccontare, quando mi misi alla macchina per scrivere alcuni tratti risultavano ancora sfocati. Perciò, stesura e ideazione del romanzo in alcuni momenti si fusero a vicenda.
Tra l’idea iniziale e la scrittura passarono più di dieci anni, a causa della mia necessità di affinare la conoscenza degli argomenti e la tecnica.
Dai tasti della macchina per scrivere passai, perciò, alla tastiera del computer, dopo averne appreso le funzionalità e le potenzialità.
E’ fondamentale, secondo me, non farsi abbattere dal problema della “prima frase” da scrivere poiché se si prova entusiasmo nel raccontare ciò che si ha nel cuore e nella testa, l’operazione è più semplice di quanto possa sembrare.
Come amo dire: “ho sciolto molti più nodi scrivendoli, che pensandoci”.
- Da un punto di vista pratico, nel percorso editoriale, come si passa dall' "ho avuto un'idea" al "guarda, mamma: vendono il mio libro"?
Terminata la scrittura di un libro inizia un altro percorso: quello della sua pubblicazione.
E’ una fase che potrebbe scoraggiare chi non ha idea di come funzionino le case editoriali, ma non è il caso di gettare la spugna poiché vi sono molti editori aperti ad una pronta collaborazione con chi vuole realizzare il proprio sogno nel cassetto.
Nel mio caso, sottoposi le bozze all’attenzione di diversi editori e, fortunatamente, da chi mi rispose ottenni sempre valutazioni positive.
Prima di farlo, è tuttavia consigliabile tutelare la propria opera, indipendentemente dal valore che possa avere, spedendone copia all’ente che protegge il diritto d’autore (Siae).
Alcune case editrici garantiscono anche il disbrigo di questa pratica, ma solo dopo aver accettato i vostri scritti in vista di una pubblicazione.
D’altro canto, bisogna riconoscere che è particolarmente difficile ricevere una valutazione dagli editori più rinomati, in quanto la selezione dei manoscritti ha a che fare con un numero molto elevato di aspiranti autori e ciò rallenta o, addirittura, impedisce la presa in considerazione del materiale ulteriormente pervenuto.
Per risolvere questa specie di ingolfamento, è frequente che la valutazione degli inediti venga supplita dal lancio di concorsi letterari ai quali iscrivere il proprio elaborato, per farlo valutare da una giuria di esperti.
Il concorso è una strada altrettanto valida e seria che non bisognerebbe mai escludere a priori poiché, pur non vincendo, l’autore esordiente può sempre contare sul giudizio di persone qualificate che renderanno, comunque, il proprio parere sull’opera sottoposta alla loro attenzione.
Lo feci anch’io, iscrivendo “Vinile” al concorso indetto da Thriller Magazine e presieduto da noti giallisti quali Carlo Lucarelli e Franco Forte. Poi, però, decisi di non attendere lo scrutinio finale e, per timore di rinviare ancora, pubblicai il romanzo anzitempo.
Ciò nonstante, il giurato Franco Forte mi contattò per farmi sapere che aveva trovato brillanti le idee contenute nel libro, incitandomi a tentare anche la strada delle sceneggiature televisive, nella speranza di poterle vedere trasposte in qualche programma futuro.
Pubblicare è un’esperienza molto gratificante perciò, per chi ha qualche soldino da parte e voglia farlo a pagamento, è un investimento del quale non ci si pente. Non occorre spendere cifre astronomiche, ma è necessario porre molta attenzione all’impaginazione del libro (i margini, i caratteri delle parole, il font, il fronte retro, etc. etc.), alle sviste, alla correzione grammaticale e così via.
Spesso, chi scrive un romanzo e lascia passare molto tempo nel riprenderlo in mano ha come la sensazione che ciò che legge a distanza sia stato scritto da qualcun altro. E’ bene leggere e rileggere sempre tutto ed editare i punti che non convincono, prima del passo finale.
Al giorno d’oggi, è possibile anche pubblicare “on demand” senza sborsare nulla: alcuni editori ricevono il testo del romanzo e creano il libro solo dopo la ricezione degli ordini da parte dei clienti. La differenza rispetto ad un servizio a pagamento sta, però, nell’assenza di editors che valutino a monte l’opera come meritevole alla pubblicazione, e nella minore assistenza in termini di correzione e di impaginazione del libro.
Lo escluderei.
Però, la soddisfazione morale ripaga ampiamente quella materiale.
Guadagnare scrivendo significa dover vendere almeno un migliaio di copie, per cominciare, e per riuscirci occorre dare vita ad una campagna pubblicitaria che comporta costi difficilmente “pareggiabili” dal numero delle vendite.
Secondo i contratti editoriali, inoltre, all’autore che riesca a raggiungere la soglia delle migliaia, per ogni libro venduto spetta solo il 10 -12 % del prezzo di copertina.
Scrivere è un’arte senza prezzo e va coltivata a prescindere.
Potrebbe sempre capitare che diventi un mestiere remunerativo se si hanno almeno due requisiti: il talento e l’intraprendenza.
- Cosa ti proponi quando scrivi un romanzo?
Quando mi prende la smania di realizzarne uno, di solito è a causa della mia voglia di comunicare agli altri concetti e trame che ritengo interessanti.
Ma lo scopo primario dello scrivere è quello di emozionare la gente, di farla sognare e di suscitare in ciascuna singola persona empatia e trasporto. Spesso, il quotidiano vivere non è altrettanto generoso perciò il libro può supplire, in maniera forse più concitata.
E’ necessario, però, non perdere mai di vista che realizzare un romanzo, per quanto autobiografico possa essere, non deve ridursi ad autocelebrazione e compiacimento personali.
A me capita, per esempio, di rileggermi e di pensare alle facce e alle reazioni che potrebbe avere chi incappasse nelle mie pagine e ne tengo conto come se avessi sempre davanti dei giudici severi che scuotono il dito indice o mi avanzano delle critiche. Per questo motivo, prima di pubblicare faccio sempre leggere le mie bozze ad un paio di persone – estranee alla mia famiglia - del cui giudizio e della cui obiettività mi fido ciecamente.
Se da un lato, l’autore è assoluto padrone delle situazione e dei personaggi, di ciò che fanno e dicono, dall’altro non deve mai prendere il sopravvento ma rimanere discreto. E chi scrive deve sentirsi libero di esprimere se stesso, con i mezzi che possiede, nel bene o nel male, senza mai provare vergogna delle sensazioni che vuole regalare (siano esse di stupore, di dolore, di gioia o d’amore).
- Perchè il tuo grande interesse per gli anni Settanta? E' forse perchè ci sei nato, e non potendoli ricordare pienamente desideri conoscerli "di rimbalzo"?
Credo che tu abbia proprio centrato il punto e che la domanda contenga già la risposta.
Degli anni ’70 ho un ricordo ovviamente vago, ma fu il periodo in cui i miei sensi furono colpiti dai primi impulsi musicali e cinematografici che mi rimasero impressi con colori sfumati e con una certa distorsione.
Ho spesso sperimentato delle sensazioni incredibili, riguardando nell’età adulta i films di quel periodo, notando quanto la mia mente ne avesse ingigantito o trasformato le immagini ed i suoni.
Quegli anni si sono poi ammantanti di un velo di mistero, reso ancora più affascinante dalla distanza nel tempo. I films erano molto più genuini, “artigianali” e originali di quanto lo siano ora. La musica vantava un repertorio irripetibile, senza nulla togliere a quella dei decenni successivi che tuttavia, specie negli ultimi tempi, tende a replicarsi.
Diciamo che più che dalla vena nostalgica per un periodo ormai così lontano sono sempre stato affascinato da quella “stranezza” di cui la mia mente li ha vestiti.
- Il tuo amore per il cinema si nota anche nella struttura spesso "cinematografica"del romanzo, dove i personaggi sono sempre immersi in un paesaggio, in un'atmosfera, e dove le scene seguono un loro montaggio. A me ad esempio è piaciuto molto il punto in cui l'incendio alla casa discografica è rivelato non tanto da fumo e fiamme, quanto piuttosto da un mazzo di fiori appassiti. Questa prevalenza dell'immagine è intenzionale?
Indubbiamente lo è.
Spesso, visualizzare mentalmente una scena aiuta poi a descriverla meglio. Per chi legge ed ha ovviamente una testa diversa da chi scrive, risulta più facile avere familiarità con essa, creando un palcoscenico mentale e cogliendone i particolari e gli indizi che preludono agli eventi successivi. La stessa drammatizzazione del racconto viene più facile.
Nel caso che citi – l'incendio – la disgrazia doveva essere indicata proprio da un oggetto simbolico che preannunciasse il divampare delle fiamme in tutto l’edificio e che rivelasse, in esso, la presenza di personaggi comprimari (gli impiegati ai piani inferiori) che nulla avevano a che fare con il racconto principale, le cui vite però finivano loro malgrado per rimanere ingarbugliate.
- Al di là dei tuoi modelli cinematografici, quali sono invece i tuoi modelli letterari, o le tue passioni se preferisci?
Il genere che più mi affascina è senza dubbio quello giallo o, per dirla all’inglese, delle detective stories .
Il modello letterario al quale sono più affezionato è sicuramente quello facente capo alla grande Agatha Christie: amo molto i luoghi ed i periodi nei quali ambienta le vicende, la genialità con la quale risolve i misteri più complicati e l’efficacia con la quale definisce nitidamente i personaggi, sia dal punto di vista fisico sia – il che è ancor più importante – nella loro dimensione psicologica.
Rileggo spesso i suoi libri e riguardo di frequente anche la loro trasposizione cinematografica con un cast all stars.
Non sono estraneo nemmeno al fascino di John Grisham e dei suoi legal thriller.
Accantonato il genere per me d’eccellenza – il giallo – amo molto anche i classici della letteratura russa, da Dostojesvki a Tolstoj per la loro capacità di raccontare le passioni amorose più profonde, con un trasporto tale da riuscire a sciogliere anche le nevose e ghiacciate scenografie pietroburghesi.
Le biografie mi interessano molto per la capacità di condensare un tragitto ricco di avvenimenti e di fatti straordinari con la forza di un romanzo, quale solo la vita può essere.
In poche parole, amo tutto ciò che abbia un pizzico di mistero e di passione.
- Qualche ghiotta anticipazione sul prossimo romanzo?
Più che volentieri!
Parlare dei propri libri è sempre un po’ imbarazzante, ma riempie d’orgoglio come se si stesse parlando dei propri figli.
Posso anticipare che, se “Vinile” è stato un giallo discografico e musicale, il prossimo romanzo “Mimetico” sarà sempre di genere giallo ma ambientato all’interno dell’esercito italiano.
Alla stucchevole ed edulcorata atmosfera di una Memphis anni ‘70, si sostituirà la rigidità dell’ambiente militare in seno all’84° Battaglione Venezia: una caserma marchigiana che diverrà teatro d’azione per una serie di imperdibili personaggi.
Le tematiche trattate saranno di tenore leggermente più adulto ed impegnato.
La trama: E’ in atto il giuramento delle reclute, quando il piantone Gianpietro B. Salvemini viene pugnalato, nelle camerate, da una persona che sembra aver agito in modo invisibile.
Ad essere accusato del delitto sarà Tancredi, il suo compagno di servizio, ma la scenda del delitto cela parecchi segreti e l'omicidio darà il via ad una marcia senza sosta con, a capo, il procuratore Bellisario ed una recluta affetta da manie investigative: Patrick Marinelli.
Che vi vogliate arruolare o imboscare, non fa differenza. In entrambi i casi, non sarebbe un comune servizio di leva …
Date d’uscita?
Per il momento, preferisco non fare pronostici.
Sto ancora aspettando la pagella dell’editore.
- Spero di non sembrare troppo "marzulliana"... ma c'è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti dire ugualmente?
Mi stavo solo chiedendo se ho risposto in modo esauriente a tutte le domande, senza che qualcuno svenisse nel frattempo. Ecco, la sigla è già partita e ci hanno sfumati...

Ringrazio FRANCY, l'autrice del blog LA MIA BIBLIOTECA ROMANTICA bibliotecaromantica.blogspot.com/ per avermi di recente simpaticamente ospitata come blogger, pubblicando due miei posts di argomento romance, uno su Georgette Heyer: bibliotecaromantica.blogspot.com/2008/12/georgette-heyer-la-signora-del-regency.html e uno su Julia Quinn (già apparso in queste pagine).
Il blog di Francy è ricco di informazioni e recensioni sul mondo dei libri rosa, soprattutto per chi ha la fortuna di poterli leggere direttamente in inglese.
Saluto Francy e auguro a lei e a tutti coloro che amano la lettura di ricevere per Natale tanti nuovi libri in regalo. 
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I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN
Una decina di giorni fa su Rai2 in orario notturno è andato in onda "Brokeback Moutain", uno dei miei film preferiti, uno dei nove che attualmente costituiscono la mia personalissima Golden Hit. E' stato oscenamente tagliato, in un modo che ancora mi offende, mi irrita e mi disgusta. Non mi ero più tanto infuriata da quando al film venne negato l'Oscar. Sono stati censurati tre momenti importanti per capire la storia: tre momenti di sesso, va da sè, ma tutt'altro che spinti o volgari; magari anche così si capiva ugualmente che il film parlava di qualcosa di più delle pecore, ma tagliare quelle parti è stato come mutilare l'anima vera e profonda di una cosa fragile e bellissima.
E' scomparsa la prima volta di Jack ed Ennis su a Brokeback; è scomparsa la loro seconda volta, quando Ennis dopo aver deciso che tutto finiva lì, si ritrova invece letteralmente in ginocchio ad implorare di tornare tra le braccia di Jack; è scomparso il reincontro dei due dopo quattro anni di separazione, quella scena intensa e strappacuore che agli MTV Movie Awards vinse il premio nella categoria "Best Kiss". E' rimasto invece il sesso poco "regolare" che Ennis impone poi a sua moglie Alma, così come è rimasta Lureen che si toglie il reggiseno e si sbatte Jack sul sedile posteriore dell'auto di papà ben prima di sposarlo: per cui, ditemi un po' se i tagli possono essere imputati ad altro che non sia sporchissima ipocrisia.
Mi chiedo come mai non sia stata censurata la sequenza di caccia al cervo: gli animalisti non costituiscono una categoria sufficientemente considerata?!
- A Brokeback, a Jack, a Ennis e a me stessa dedico il seguente post.
Oh: se mai qualcuno avesse concepito idee maliziose riguardo il titolo più sopra, sappia che quella è solo la frase che veniva pronunciata dalla madre di Ennis quando lui era piccolo, per esortarlo ad andare a nanna (cfr. pag. 42 del racconto). "Honi soit qui mal y pense".
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Il libro: I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN ("Brokeback Mountain", 1998), di E.Annie Proulx [ Baldini Castoldi Dalai editore, 1999 ]
Originariamente uscito il 13 ottobre 1997 su The New Yorker, in seguito inserito nella raccolta "Gente del Wyoming"
Il film: BROKEBACK MOUNTAIN (id.), di Ang Lee
[ Bim Distribuzione, 2006 ] - Il cast: Heat Ledger (Ennis Del Mar), Jake Gyllenhaal (Jack Twist), Michelle Williams (Alma Beers), Anne Hathaway (Lureen Twist), Randy Quaid (Joe Aguirre), Linda Cardellini (Cassie Cartwright)
Ben prima di arrivare a "Brokeback Mountain", di Annie Proulx avevo già letto "The Shipping News - Avviso ai Naviganti", romanzo dal quale nel 2001 Lasse Hallström trasse l'omonimo film con Kevin Spacey, Julianne Moore e Judy Dench. Bello il film, benchè visto da pochi intimi, e ancor più bello il romanzo: ambientato in gran parte a Terranova è un libro nel quale tira un gran vento freddo, reale e metaforico. Ma il piccolo miracolo della storia consiste poi nel fatto che il gelo lascia gradualmente il posto ad un tepore tranquillo, umanamente molto vero e confortante. Il romanzo vinse un sacco di premi, tra cui il Pulitzer, e leggendolo non si possono aver dubbi sul perchè.
Poi per me è arrivato "Brokeback Mountain", il film ed il libro, e la magia si è ripetuta ma con portata infinitamente maggiore. Sicuramente Annie Proulx ha scitto una cosa meravigliosa, nella sua apparente semplicità, ma è stata anche fortunata nel fatto che il film sia stato affidato ad un regista sensibile e capace come Ang Lee. Paragonando le due opere, ciò che colpisce maggiormente è che da un racconto scarno, lineare, concentato in circa cinquanta pagine (per di più scritte in grande!), sia stato possibile trarre quel film, la cui silente bellezza fa trattenere il respiro agli angeli... o almeno, alle anime dotate di occhi, di cervello e di cuore.
Sarebbe possibile stilare un minuzioso elenco delle differenze tra libro e film, ma in sostanza si può affermare che al di là di qualche piccolo cambiamento il film riesce a rendere caldo e vivo ciò che il racconto descrive con uno stile volutamente asciutto e parco, eppure mai arido; inoltre le immagini, con la soverchiante amenità dei paesaggi e la commovente bellezza dei protagonisti (che invece Annie Proulx dipinge come molto più normali) riescono anche a riempire quei vuoti, o quei sottintesi, che tra le pagine sono non solo adeguati, ma a volte addirittura essenziali. Il racconto pone le basi della difficile storia, abbozza eventi e personaggi; il film rende espliciti pensieri e moti interiori, lascia largo spazio anche alle vicende famigliari dei protagonisti e si spinge sino a fare di un personaggio femminile che nel racconto occupa meno di tre righe, una ragazza in carne ed ossa con un nome, un carattere ed un suo importantissimo perchè (da affezionata seguace di "E.R." fui molto contenta di ritrovare nel ruolo di Cassie Cartwright l'energica dolcezza di Linda Cardellini... alias l'infermiera Sam Taggart, per i non iniziati).
Come base per un copione teatrale il racconto sarebbe bastato a se stesso: me lo immagino, un robusto pas de deux recitativo fatto tanto di parole quanto di silenzi, qualcosa che sulla scena avrebbe avuto il giusto impatto. Ma come traccia per la sceneggiatura cinematografica è un bene che lo si sia accresciuto e modificato quel tanto che era necessario: di sicuro non lo si è tradito.
- La storia è fondalmentalmente molto semplice: una storia d'amore tra due persone che non riescono a viverla pienamente a causa dei condizionamenti e delle circostanze. Che si tratti di due uomini pare abbastanza incidentale, e nè Annie Proulx nè Ang Lee si sono proposti di costruire qualcosa di scandalosamente dirompente. Qualcosa di bello e significativo, questo sì.
Tutto inizia nell'estate del 1963, nei pressi di un posto sperduto del Wyoming: Signal.
Lì si ritrovano Ennis Del Mar e Jack Twist, due ragazzi non ancora ventenni: sono poveri, hanno già alle spalle esperienze dure e difficili, non hanno solidi punti di riferimento e stanno cercando un lavoro. Vengono assunti dal laconico Joe Aguirre come guardiani del suo gregge di pecore: passeranno l'estate sui pascoli di Brokeback Mountain, cercando di risultare regolari ai controlli della Guardia Forestale e di perdere il minor numero possibile di capi. Il lavoro è duro e impegna ad un tipo di vita alquanto spartano, ma i due accettano senza esitazioni: non possono far altro.
Salgono in quota e cominciano la forzata convivenza, che in breve tempo trova il proprio ritmo e il proprio equilibrio; del resto i ragazzi sembrano fatti apposta per essere complementari: Jack estroverso, pronto alle chiacchiere e alle lamentele; Ennis taciturno e chiuso, introverso al limite del mutismo. Eppure dopo un po' Ennis impara a parlare e Jack impara ad ascoltare.
Sin da subito però per Jack c'è anche qualcos'altro: sapremo più avanti che in fatto di esperienze sessuali è lui il più ricco ed esplorativo, tuttavia la sua attrazione per Ennis ci mette qualche tempo a manifestarsi. E in ogni caso, se è vero che l'iniziativa viene presa da Jack, in una fredda notte stellata durante la quale l'ultima cosa da desiderare è la solitudine, è altrettanto vero che l'azione vera e propria spetta invece ad Ennis. Entrambi comunque vengono colti di sorpresa, e forse anche lievemente impreparati, da una passione che rompe gli argini e per un momento non si cura di nient'altro al di fuori di sè.
La loro prima volta è spiccia e violenta, esclusivamente fisica, diretta e silenziosamente brutale: in questo punto il film rispetta perfettamente il racconto. Se ne discosta maggiormente di lì a poco, introducendo un livello di dolcezza che Annie Proulx preferisce invece dilazionare ed affidare all'intuizione. Infatti, con una delle battute più celebri del film Ennis, poco dopo quella notte, dice a Jack: "It's a one shot thing we got goin' here" ("E' una cosa che inizia e finisce qui"); poi però, vinto da se stesso, si ritrova ad essere proprio lui quello che desidera, che rivolge una muta ed eloquente preghiera alla quale Jack è sin troppo felice di rispondere. La loro seconda volta è totalmente differente, lenta e quieta; è lì che i due si scambiano il primo bacio, mentre già alla passione va sostituendosi un sentimento meno effimero.
Il resto di quella estate passa così, tra il lavoro e il contatto che Jack ed Ennis hanno stabilito: e sullo sfondo, l'incanto dei pascoli, dei boschi, dei torrenti (sia detto per inciso: Brokeback Mountain, anche se la location in realtà si trova in Canada e non nel Wyoming, si avvicina parecchio alla mia personalissima idea del Paradiso... miti pecorelle comprese).
Ad un certo punto però il lavoro finisce, il gregge viene ricondotto a valle, e Jack ed Ennis si separano. In verità, Jack avrebbe voluto continuare la relazione e addirittura concretizzare il sogno romantico di comprare un ranch per viverci insieme, ma Ennis ha paura e rifiuta, allontanandosi per tornare alla propria vita.
I due non avranno più reciproche notizie per i quattro anni seguenti, un tempo lunghissimo e vuoto durante il quale Ennis mette su famiglia con la sua fidanzata Alma, continuando a barcamenarsi tra mille difficoltà economiche ed umane, mentre Jack torna ai rodei ed infine sposa Lureen, la bella figlia di un ricco industriale texano. Ennis avrà due bambine, Jack un unico figlio maschio.
Poi un giorno, inaspettatamente, Ennis riceve una cartolina da Jack, che lo ha rintracciato; i due si incontrano di nuovo, si riabbracciano, ritrovano ancora intatto quel qualcosa che letteralmente li fa tremare
da capo a piedi... e il tempo dopo Brokeback sembra non essere mai trascorso.
Da quel momento, per i successivi sedici anni, Ennis e Jack continueranno ad incontrarsi sporadicamente - e segretamente - fingendo di andare a caccia o a pesca: non si diranno mai esplicitamente di amarsi, ma così è. Solo Jack nella sua insoddisfazione ci andrà abbastanza vicino, senza tuttavia riuscire a comunicare veramente con Ennis, spiegandogli un bisogno che anche l'altro avverte ma del quale non vuole sentir parlare.
Jack è più pronto a farsi trascinare dai sensi e quando non trova soddisfazione con Ennis lo fa altrove, nei bordelli oltreconfine magari; per Ennis invece Jack rimane il primo e l'unico, ma per lui è tutto più difficile da capire, e soprattutto da accettare.
I due non possono stare insieme ma non riescono nemmeno a rimanere separati, finchè ad un certo punto la vita decide per loro: una delle periodiche cartoline che Ennis invia a Jack torna indietro con la stampigliatura DECEASED - DECEDUTO: Ennis apprende così che Jack è morto. Ufficialmente si è trattato di un incidente, ma c'è il forte sospetto (per lo spettatore o il lettore è una certezza) che in realtà Jack sia stato ucciso a causa del suo modo di essere. Il profondo Sud si è liberato di un imbarazzante figlio adottivo; in fondo è ciò che Ennis aveva sempre temuto.
E' come se alle spalle di Jack si fosse richiuso - intappolandolo - quel tunnel fatto di ombre nel quale Ang Lee fa inoltrare il personaggio durante una delle sue "fughe" messicane.
In sostanza il film - che grazie al cielo è un film a tematica gay per una volta privo di complicazioni legate all'AIDS, dato che i tempi non coincidono - alla fine riesce comunque ad essere un dramma privo di lieto fine: Edward Morgan Forster, il grande scrittore che a inizio Novecento con il romanzo "Maurice" aveva costruito la prima - se non unica - storia gay dall'esito felice, forse non avrebbe pienamente approvato. Tuttavia "Brokeback Mountain" nel suo epilogo risponde ad una necessità che fa molto male ma non può essere respinta: bisogna ammettere che quello è l'unico modo credibile in cui la storia avrebbe potuto spegnersi.
Dopo la morte di Jack, Ennis ormai divorziato, ancora povero e privo di prospettive, stanco, ben più vecchio dei suoi quarant'anni, rimane solo. Non riesce a portare le ceneri di Jack a Brokeback come lui avrebbe desiderato; alla fine però ha la confortante rivelazione di quanto fosse vero e profondo il sentimento che Jack provava per lui: e a quello si aggrappa per continuare a vivere. Ma non sarà una vita meravigliosa, come non lo è mai stata.
"If you can't fix it, you gotta stand it".
Se non puoi cambiarla, devi prenderla com'è.
"Quel che Jack ricordava e rimpiangeva con un'intensità che non poteva soffocare nè capire era la volta che, in quella lontana estate sulla Brokeback, Ennis gli era andato alle spalle attirandolo a sè, il silenzioso abbraccio che placava una sete condivisa e asessuata.
Erano rimasti così per un pezzo davanti al fuoco, le fiamme che lanciavano sprazzi rossastri di luce e l'ombra dei loro corpi che era un'unica colonna sulla roccia. I minuti scanditi dal cipollone rotondo nella tasca di Ennis, dai rami accesi che si trasfornavano in tizzoni. Le stelle trpassavano gli ondulati strati di calore al di sopra del falò. Il respiro di Ennis era lento e tranquillo [ ... ], e Jack si addossava a quel battito regolare di cuore, alle vibrazioni sonore simili a corrente elettrica [ ... ].
In seguito quell'assonnato abbraccio si era solidificato nella sua memoria come l'unico momento di autentica, incantata felicità nelle loro separate e difficili esistenze. Niente l'offuscava, neppure sapere che Ennis allora non l'aveva abbracciato di fronte perchè non voleva vedere o sentire che si trattava di Jack. E forse, pensava, non erano mai andati più in là di quello. Va bene, non importa". [ trad. di Mariapaola Dèttore ]
LA FORMA DELL'ACQUA, di Andrea Camilleri (Sellerio ed., 1994)
"Lume d'alba non filtrava nel cortiglio della "Splendor", la società che aveva in appalto la nettezza urbana di Vigàta, una nuvolaglia bassa e densa cummigliava completamente il cielo come se fosse stato tirato un telone grigio da cornicione a cornicione, foglia non si cataminava, il vento di scirocco tardava ad arrisbigliarsi dal suo sonno piombigno, già si faticava a scangiare parole".
Così inizia il primo romanzo della saga camilleriana dedicata al commissario Montalbano; così inizia una brutta storia molto ben scritta.
Sto attraversando una fase di "riletture" che non riguarda soltanto i gialli, ma un po' tutti i generi: ciò mi dà l'occasione di recuperare alcuni libri anche sotto forma di recensione. Infatti, forse mi piacerebbe inserire nel BOOKSnotes testimonianze riguardanti tutto ciò che leggo e che ho letto, ma questo sarebbe veramente impossibile persino se decidessi di dedicarmi all'impresa a tempo pieno: sono arrivata a leggere - o rileggere, appunto - circa tre o quattro libri alla settimana, e se ci mettiamo anche tutti quelli del passato o addirittura quelli collocabili in epoca "storica"... be', non basterebbero le ventiquattro ore del giorno e i sette giorni della settimana per tenere il ritmo!
Come dicevo però, alcuni libri valgono la pena di essere recuperati: non tanto dall'oblio, dato che io ho la memoria lunga, quanto piuttosto da da un archivio mentale che custodisce numerose cose belle. I romanzi di Camilleri rientrano senz'altro nel novero.
Nel caso particolare è anzi molto interessante valutare a posteriori l'incipit di una saga ormai ben più che decennale, eppura ancora tanto viva e freschissima.
"La Forma dell'Acqua", titolo che sta a simboleggiare la fluidità degli accadimenti secondo le varie interpretazioni ad essi applicabili, è imperniato sulla morte di un importante uomo politico siciliano: morte naturale, con ogni probabilità, avvanuta però in circostanze strane e imbarazzanti. Dal che conseguono vari avvenimenti, i quali porteranno infine ad una seconda morte: e questa volta si tratterà sicuramente di omicidio.
TRAMA: Pino Catalano e Saro Montaperto, "giovani geometri debitamente disoccupati come geometri, ma assunti in qualità di operatori ecologici", ricevono l'incarico di ripulire la cosiddetta mànnara: di giorno luogo squallido a ripa di mare, di notte teatro di fiorenti commerci carnali.
Dentro un'auto parcheggiata in un angolo appartato Pino e Saro scoprono un cadavere eccellente: quello dell'ingegner Silvio Luparello, uomo politico di confluenza fra rinnovamento e tradizione, intrallazzatore occulto a tutto campo, recentemente nominato segretario generale del suo partito. Il cadavere è sommariamente vestito, i genitali oscenamente esposti, e l'uomo è morto d'infarto. Mica tanto strano, dato che gli era stato applicato un doppio by-pass cardiaco, che Luparello non era più nel fiore degli anni, e che un'energica scopatina non è il modo migliore per risparmiare la vecchia pompa... il commissario Montalbano, al quale viene affidata l'indagine, nutre però qualche dubbio: perchè l'ingegnere avrebbe dovuto mettere a repentaglio la posizione faticosamente raggiunta, solo per soddisfare un desiderio momentaneo? Non c'erano luoghi più sicuri e meno pubblici per fare sesso? E dove è finita la donna bionda e appariscente che sarebbe stata con Luparello sino al momento della fatale dipartita?
Anche quando scopre numerosi indizi che sembrerebbero portare a Ingrid Sjostrom, la nuora svedese del principale avversario poitico dell'ingegnere, il commissario continua a vederci poco chiaro: ed ha ragione, perchè Ingrid è stata incastrata da qualcuno a cui lo scandalo non sarebbe dispiaciuto.
Così, mentre in TV e nei palazzi del potere si mette in moto il grottesco ed immancabile spettacolo fatto di finto cordoglio e ipocrisie sin troppo vere, Montalbano segue le poche tracce di cui dispone, e dopo la morte dell'avvocato Rizzo, ex braccio destro di Luparello preso a calci nei coglioni e giustiziato con un colpo in testa, capirà finalmente come erano andate le cose, e perchè.
Ma non di tratterà certo di aver raggiunto una luminosa verità apportatrice di giustizia: piuttosto, una verità piccola piccola che ormai non serve più a nessuno.
- Scritto negli anni Novanta del secolo scorso (sic!), dal punto di vista politico il romanzo è insieme cronaca e profezia: superata da poco la tempesta di Mani Pulite, proprio allora l'Italia si metteva sulla strada del "cambiamento", le cui schifosissime conseguenze possiamo ancor oggi osservare con agio.
Dal punto di vista narrativo la storia è molto bella, anche se presenta certe differenze rispetto a quelle che sarebbero venute dopo. Montalbano è già il perno della situazione ma nel Commissariato non si è ancora del tutto creata quell'atmosfera che poi diventerà tipica (non c'è Catarella!); Livia è ancora molto dolce e la triste vicenda di Françoise che l'inasprirà è di là da venire; Ingrid fa la sua comparsa, tra una cosa e l'altra resterà esattamente com'era, ma qui il suo rapporto con Montalbano è appena abbozzato.
Insomma, il romanzo costituisce una sorta di riuscitissima prova d'orchestra: e per fortuna, a nostro beneficio, possiamo anche dire che dopo quindici anni il concerto è tutt'altro che finito.
Il titolo del post è una citazione da una storica trasmissione di Renzo Arbore e Luciano de Crescenzo, ma per i miei scopi possiamo omettere le frattaglie.
PRIGIONIERO DEL DESIDERIO ("CAPTIVES OF THE NIGHT" – 1994) di LORETTA CHASE è stato pubblicato in Italia nella collana I Romanzi Passione di Mondadori (n. 15 - settembre 2008) e CIELI DI CORNOVAGLIA ("MINX" – 1996) di JULIA QUINN è uscito per I Romanzi Mondatori (n. 690 - 17/10/2005).
Cosa li accomuna nella loro edizione italiana? Il fatto di essere stati sicuramente tagliati e ridotti.
Cosa li rende differenti? Il fatto che il primo è un ricettacolo non solo di errori di stampa e di scambi di personaggi all’interno della stessa frase, ma soprattutto di imperdonabili svarioni grammaticali, comprese orripilanti coniugazioni verbali che mi hanno fatto sobbalzare, immaginando l’ignoranza vergognosa di chi ha eseguito la “traduzione” ed il metodo dilettantesco con cui probabilmente il testo è stato dato alla stampa, senza una minima rilettura. Tutto ciò che, invece, non ho notato nel secondo libro, che è stato tradotto in modo decente e non presenta alcun errore. Magari alla Mondadori dal 2005 al 2008 ci sono stati cambiamenti e ora la professionalità scarseggia? Oppure questi sono talmente considerati libri spazzatura, che qualunque incuria fa parte del gioco, tanto le casalinghe disperate non sanno distinguere un congiuntivo da un condizionale?
La libera traduzione dei titoli è già di per sé una faccenda insopportabile.
Delle copertine ho già parlato. Resta qualcosa? Ah, sì, i romanzi. Solo che è difficile capirci qualcosa.
Ora non so se posso definire “PRIGIONIERO DEL DESIDERIO” una storia senza capo, né coda, perché non ho idea di come sia con quella manciata di pagine che senz’altro le sono state tolte dagli States a qui. Sarebbe stata una trama più comprensibile, avrebbe avuto un maggiore senso logico, i suoi personaggi sarebbero stati meno assurdi? Forse. Magari, avendo letto prima “The lion’s bride”, che ne è l’antefatto, avrei potuto apprezzare con minore titubanza il personaggio di Ismal Delvina, il misterioso e bellissimo albanese che parla dodici lingue e si fa chiamare Comte d’Esmond. Esagerato l’alone di esotismo che lo circonda, mentre il suo muoversi felino fra intrighi di alto bordo, che mettono a repentaglio nazioni e governi, è troppo sopra le righe. Meglio farsi due risate e, invece, lui si prende molto sul serio. Alto, dal corpo perfetto, biondissimo e con irresistibili occhi blu zaffiro, quest’uomo è una specie di meraviglioso angelo caduto, tormentato da un passato di passioni e morte. E che stress!!
Naturalmente, dopo un simile mattone che di “passion” ha ben poco, mi sono rivolta alla più leggiadra lettura di un romanzo di Julia Quinn. “CIELI DI CORNOVAGLIA” è gradevole, anche se pieno di clichés regency. Lui, William Dunford, è un ricco libertino di quasi trent’anni, bello e affascinante, che se la ride davanti alla felicità matrimoniale dei suoi giovani amici appena convolati. Improvvisamente riceve notizia da un avvocato di essere divenuto l’erede di una baronia in Cornovaglia e di avere acquisito il titolo di Lord Stannage. La sua amica Belle, sfidandolo a scommettere mille sterline che nel giro di un anno si sarebbe trovato anche lui legato e impastoiato nel matrimonio e che gli sarebbe piaciuto, non immagina di avere emesso un vaticinio. A Stannage Park, nel frattempo, si tormenta una ragazza di vent’anni, Henrietta Barrett, da tutti chiamata Henry e abituata ad amministrare la proprietà in pantaloni e camicia, senza conoscere le astuzie e le arti delle femmine londinesi. Henry era arrivata a Stannage Park a quattordici anni, quando, rimasta orfana, era stata accolta dalla moglie dell’allora barone, cugina di sua nonna. Ora i suoi benefattori sono defunti ed Henry teme che il nuovo Lord Stannage si voglia sbarazzare di lei, anche se il testamento lo ha nominato suo tutore. Così pianifica di rendergli la vita impossibile, facendogli credere che la campagna gli riservi solo scomodità e lavori pesanti, sperando di farlo fuggire a Londra nel giro di una settimana. Non si aspetta di vedere scendere dal calesse un gentiluomo di fattezze esaltanti, dal sorriso abbagliante e dai modi gentili e simpatici. L’incontro fra Dunford e Henry è bizzarro: lei si presenta in luridi e puzzolenti abiti maschili, reduce dai lavori in una porcilaia in costruzione, totalmente a suo agio a trattare con un maiale di nome Porkus. Prospetta a Dunford orridi pasti a base di porridge e montone e scarsità di acqua ad uso domestico, in quanto le esigenze della fattoria hanno la meglio sulle inutili abluzioni quotidiane che il nuovo barone invece reclama. Ben presto, però, Henry si avvede che Dunford non ha l’anello al naso e capisce il suo gioco. E lei, d’altro canto, non è poi così decisa a farlo smammare, dato che l’uomo presenta i suoi lati positivi, specialmente quando le sorride in quel modo irresistibile. Inevitabile che la spigliatezza campagnola e il modo sbarazzino con cui Henry indossa i calzoni facciano presa nelle parti basse del barone, il quale rimane altresì incantato dall’intelligenza e dalla prontezza di spirito della ragazza. Non sa ancora che trattasi della sua pupilla e, quando lo scopre, è già innamorato. Costernato dalla posizione scandalosa di essere il tutore di una fanciulla innocente alla sua portata di mano, decide di portarla a Londra, di farla ospitare da Lady Caroline, madre di Belle, di farla debuttare in società e darle la possibilità di conoscere pretendenti degni di lei. Trasformata in cigno con abiti femminili, Henry, seppur riluttante, accetta di provare la nuova esperienza, pur di stare con Dunford e magari di suscitare il suo amore. L’ingresso di Henry nella season è un successo, la nuova “Incomparabile” è lei e fioccano gli inviti e i corteggiatori. Dunford è furioso e distrutto dalla gelosia. La sua creatura potrebbe sfuggirgli di mano e i suoi amici, che hanno compreso i suoi sentimenti, ridono divertiti. Dopo qualche approccio rivelatore, alla fine l’amore ha il sopravvento e Dunford dichiara a Henry le sue intenzioni, che non riesce più a dissimulare. Lei, in brodo di giuggiole, accetta la proposta di matrimonio. Tutto sembra volgere al meglio, quando una lady cattivona, probabilmente una delle centinaia di vittime del fascino assassino di Dunford, cerca di seminare il dubbio nella mente insicura di Henry. Giusto un ostacolo, prima del lieto fine. Che arriva prontamente.
Di romanzi belli Agatha Christie ne ha scritti molti: non è forse possibile stabilire, al di là delle preferenze personali, quale sia il migliore in assoluto, ma certo "Il Ritratto Di Elsa Greer" si colloca piuttosto in alto in qualunque tipo di classifica. L'abilità della trama si coniuga con l'intelligente psicologia dei personaggi, rendendo non solo credibile ma addirittura affascinante quella che in altre circostanze sarebbe una ben strana storia, e il romanzo si legge tutto d'un fiato, dal classico inizio all'inquietante epilogo.
Per quanto noto come "re del brivido" Stephen King ha spesso giocato con generi ben diversi dall'horror: poesia e gangster stories, tanto per citarne almeno due.