"MAURICE": il romanzo e il film

IL ROMANZO

MAURICE (id.), di Edward Morgan Forster
[ iniziato nel 1913; terminato nel 1914. L'autore lo dedico ad un Anno più Felice.
Il romanzo fu pubblicato postumo nel 1970 ]
- edizioni italiane: Garzanti (1972, 1983); Mondadori (1986) -

"Una volta al trimestre il collegio al completo faceva una gita: vale a dire che i tre maestri vi partecipavano insieme a tutti gli alunni. Di solito era una passeggiata piacevole e i ragazzi attendevano con impazienza il gran giorno, dimenticavano i vecchi rancori e usufruivano di una discreta libertà. Per evitare che ci andasse di mezzo la disciplina, la gita aveva luogo immediatamente prima delle vacanze, quando l'indulgenza non fa male a nessuno [ ... ]".
Non sembra l'incipit di un romanzo prettamente eversivo, vero? E infatti non lo è.
E.M.Forster fu molte cose, era uno scrittore a suo modo ribelle, ma certamente il suo stile rispondeva a quello che io definisco "minimalismo edoardiano", anche se dubito cher  l'espressione esista: intendo dire comunque che l'autore era capace di esprimere qualunque cosa senza urlare o stravolgere, affidandosi all'illustrazione e alla persuasione, piuttosto che alle forti scosse provocate nel lettore. E in maniera pacata e sommessa finiva poi per affrontare le storie più difficili e complesse, dove inevitabilmente gli animi dei suoi personaggi si scontravano fra loro e con il mondo nel quale vivevano, rivelando falsità sociali e ipocrisie storiche, queste sì ben più pericolose perchè capaci di mettere in luce molte cose di cui parecchia gente avrebbe preferito non sentir parlare.
Personalmente ho sempre visto E.M.Forster come il cantore di personaggi la cui interiorità tende a vivere bloccata: come accade in "Camera con Vista" a Lucy Honeychurch, che dentro di sè sente Beethoven ma che in pubblico è costretta a limitarsi ad eseguire Schumann.
Come accade in "Casa Howard" alla prima signora Wilcox, che il marito considera solo una gran brava donna perchè non ne sospetta nemmeno le potenzialità umane ed intellettuali.
E come accade a Maurice Hall nel romanzo a lui dedicato, corrispondente al lungo e doloroso viaggio intrapreso da un uomo che nutre l'onesta ambizione di riconciliare il corpo e lo spirito. Cosa che può sembrare banale, ma non lo è: perchè invischiato tra le leggi umane e quelle celesti, di solito un individuo ha scarso controllo tanto del corpo quanto dello spirito.
La storia del romanzo in sè è abbastanza semplice ed è parzialmente ispirata alle vicende personali di E.M.Forster, che scoprì la propria omossessualità senza poterla mai manifestare nè in famiglia (era orfano di padre e l'amata madre non avrebbe certo capito) nè tantomeno in pubblico, al di fuori di una ristretta cerchia di amici, alcuni dei quali erano più ottimisti e liberati di lui.
Da un certo punto di vista il romanzo è un po' datato - come notava lo scrittore già intorno al 1960 - e forse oggi lo si legge soprattutto come cimelio dell'epoca edoardiana e dell'Inghilterra che fu. Umanamente parlando però la storia è ancora molto viva, si lascia leggere con piacere, con interesse, e invita a riflettere su questioni che in fondo sono molto meno inattuali di quanto si potrebbe pensare: l'omossessualità non ha del tutto cessato di essere un problema.
Certamente era un problema nell'Inghilterra all'inizio del secolo scorso... e che problema!
In sostanza non esistevano nemmeno le parole per esprimere una tale condizione, ed infatti nel romanzo ciò che affleigge Maurice per gran parte della sua giovinezza è un acuto senso di solitudine, la sensazione di essere maledetto senza nemmeno riuscire a capire bene ciò che gli sta succedendo. Da un punto di vista intellettuale l'omossessualità era "l'innominabile vizio dei greci"; la religione condannava il vizio come peccato gravissimo e la legge non era più clemente: la condotta immorale, se manifesta, portava dritti in carcere. A vent'anni dallo scandalo era ancora molto vivo il ricordo tremendo di ciò che era accaduto ad Oscar Wilde, e quelli della sua "razza" non avevano certo voglia di fare la stessa fine; le norme giuridiche usate a suo tempo contro di lui a fine Ottocento sarebbero però rimaste in vigore sino agli anni Sessanta del XX secolo.
Nel migliore dei casi l'omossessualità veniva considerata una malattia da curare, ma la cosa più importante era non cedere all'impulso contro natura, rispettare il corpo, se stessi e la società.
Anche Maurice, nella sua disperazione, finisce per consultare alcuni medici: ma nè l'incapace dottor Barry nè il condiscendente dottor Lasker Jones costituiscono la soluzione al suo problema. E in quanto al giovane dottor Jowitt, il medico di famiglia abbordato in maniera molto indiretta, da lui Maurice si sente recisamente rispondere che agli innominabili "grazie a Dio ci pensano i colleghi del manicomio".
In questa prospettiva Maurice, che alla fine - con un po' di fortuna e molta benevolenza da parte dell'autore - riesce ugualmente a cavarsela e a venirne fuori, è un piccolo misconosciuto eroe: ha combattuto da solo contro se stesso e contro il drago... e il drago non ha potuto incenerirlo.

TRAMA: Inghilterra, inizi del Novecento. Dai quattordici ai ventiquattro, la storia del romanzo copre dieci anni di vita di Maurice Hall: prima scolaretto imberbe a cui un benintenzionato maestro cerca di spiegare i fatti della vita; poi giovane studente a Cambridge, dove se non altro ha l'occasione di sperimentare qualche apertura mentale; infine giovane gentiluomo apparentemente ben integrato nella sua classe e nel suo mondo. Piccolo tiranno in una famigli tutta di donne (che a mala pena lo sopportano e che in definitiva si curano poco di lui), abile agente di cambio nella società che già era stata di suo padre.
Fin da bambino però Maurice nasconde un segreto: non si sente attratto dalle donne come dovrebbe e sogna invece un imprecisato "amico" che potrebbe arrivare e vivere con lui e per lui.
E' una strada difficile da percorrere e infatti Maurice, che crescendo diventa piuttosto bello senza saperlo, inciampa continuamente. Per lunghi anni soddisfa al massimo quella che lui identifica come lussuria (e dalla quale si sente comunque minacciato), ma non quel qualcosa in più a cui aspira e che non sa spiegare.
Non lo aiuta il suo carattere: interiormente Maurice possiede la solida praticità che ha fatto grande l'Impero; è prosaico non certo poetico, e ciò che lui vuole dovrebbe essere altrettanto concreto. Quando a Cambridge inconta finalmente l'amore corrisposto, è invece di nuovo costretto a reprimersi e quindi a non realizzarsi: Clive Durham, con il quale ha una relazione che dura tre anni, lo costringe a rimanere su di un frustrante piano platonico. Clive ha attraversato fasi di consapevolezza differenti; ora vive la propria condizione solo intellettualmente e la fonda ovviamente sul "Convito": testo effettivamente pericoloso in quanto pone allo stesso livello di importanza la procreazione e il piacere... ma Clive  non si sogna nemmeno di trarne le estreme conseguenze nè si accorge che Cambridge non è l'Arcadia. In lui - ribelle solo a parole - tendono a predominare la paura e il rispetto delle convenzioni: infatti Clive ad un certo punto lascia Maurice, si sposa e inizia a dedicarsi alla propra carriera politica.
Dopo l'abbandono, Maurice torna all'inferno dal quale credeva di essere uscito; si ritrova a pezzi, medita il suicidio e solo molto lentamente ritorna ad una parvenza di normalità: ma come essere umano è del tutto spento, trascinato da correnti che non gli interessano.
lo salverà infine l'inatteso incontro con Alec Scudder, il giovane guardiacaccia nella tenuta dei Durham (ironia della sorte... ). Alec è rozzo, incolto, istintivo (e non disdegna le cameriere... ), eppure riesce finalmente a dare a Maurice quella felicità - anche fisica - che lui sognava da una vita. Per entrambi è amore.
Dopo qualche incomprensione e qualche resistenza i due rinunciano coraggiosamente a tutto ciò che hanno e che potrebbero avere; fuggono insieme e scompaiono in quel limbo narrativo che l'autore ha deciso di creare per loro. Poichè si tratta di un romanzo, Alec e Maurice riusciranno a vivere felici, anche se non è dato sapere nè dove nè come.
Dietro l'angolo incombe la modernità, la scomparsa della vecchia Inghilterra piena di foreste "o valli abbandonate dove fuggire, per coloro che non vogliono nè riformare nè corrompere la società, ma semplicemente essere lasciati in pace".
dietro l'angolo incombe la guerra... ma questa è decisamente un'altra storia.

IL FILM

"Maurice" (id.), GB (1987). Regia di James Ivory; sceneggiatura di Kit Hesketh-Harvey e James Ivory.
Il cast: James Wilby (Maurice), Hugh Grant (Clive Durham), Rupert Graves (Alec Scudder), Phoebe Nicholls (Anne Woods).

A detta di molti, all'interno della produzione ivoriana "Maurice" è un film un po' freddo, inferiore e meno riuscito rispetto a "Camera con Vista" ("Casa Howard" sarebbe venuto solo in seguito); può darsi che ciò sia vero, ma a mio giudizio la difficoltà di rendere la storia riscatta qualunque piccolo difetto il film possa avere.
La produzione stessa incontrò seri problemi iniziali: all'epoca James Ivory aveva in cantiere altri progetti, la sua sceneggiatrice storica Ruth
Prawer Jhabvala non era disponibile (ma offrì comunque una consulenza) e gli esecutori testamentari di E.M.Forster erano dubbiosi sull'opportunità di richiamare l'attenzione su di un romanzo tanto particolare. Altrettanto poco entusiaste, in vista delle riprese, erano le autorità di Cambridge. In seguito però tutto si pose su di un piano migliore, piùà realizzativo... tanto che poi un sacco di veri studenti del King's College finirono addirittura per partecipare al film in veste di comparse, nella sezione che riguarda il periodo universitario dei protagonisti e che fu girata nei luoghi reali a cui la storia si riferise.
Le locations sono davvero meravigliose: qualche angolo della Londra antiquaria, Cambridge (non solo il King's ma anche il "rarissimo" Trinity), il Wiltshire e persino la Sicilia che si "traveste" da Grecia.
Uno dei punti di forza del progetto è comunque il cast. Al film hanno partecipato alcuni nomi di rilievo della scena britannica (Ben Kingsley nel ruolo del dottor Lasker Jones, Judy Parfitt nel ruolo della madre di Clive, Patrick Godfrey nel ruolo di Simcox, lo snervante maggiordomo dei Durham), e attori abbastanza abituali nei film di Ivory (Simon Callow che è Mr Ducie, Billie Whitelaw cheè la madre di Maurice, e il compianto Denholm Elliott che è il dottor Barry; lo stesso Rupert Graves era già stato Freddy in "Camera con Vista"). All'epoca Hugh Grant, ancora giovane e poco famoso - non era nemmeno finito in galera! - era comunque già promettente. E poi soprattutto c'è lui, James Wilby: scelto all'ultimo istante perchè Julian Sands non era disponibile (meno male... ), l'attore, di provenienza teatrale, non avrebbe potuto essere più adeguato.
Il film attua un "rovesciamento di colori" tra Maurice e Clive rispetto al romanzo (il primo dovrebbe essere bruno, l'altro biondo), ma a parte l'aspetto più chiaro e nordico di quanto lo avesse pensato E.M.Forster, il Maurice di James Wilby è perfetto: abbastanza bello e virile da scongiurare qualunque caduta di gusto, incerto e cinico, non proprio simpatico, convinto e convincente.

A differenza di altri membri del cast o della produzione, nella realtà nessuno dei tre interpreti principali era gay: anche questo aspetto dovette essere preso in considerazione e curato adeguatamente,data la particolarità della storia. Il risultato finale ci dice comunque che i tre riuscirono ad essere davvero bravi (e forse James Ivory riuscì ad essere molto convincente... ); non dimentichiamo che per la loro interpretazione Wilby e Grant avrebbero poi vinto ex aequo la Coppa Volpi al Festival di Venezia. L'intera produzione conquistò il Leone d'Argento.
Nato nell'incertezza - in fondo erano trascorsi meno di vent'anni dalla pubblicazione del romanzo - il film alla fu esattamente ciò che si era proposto di essere.
Ripercorrendo il libro, la versione cinematografica riesce a rimanergli straordinariamente fedele; ci sono variazioni di poco conto - Maurice biondo, la tenuta di Penge che cambia nome in Pendersleigh - un paio di soppressioni e una sola vistosa differenza, che però essendo ben motivata sostanzialmente corregge la storia in meglio. Riguarda la "conversione" di Clive, quando il ragazzo incomincia a dirsi di essere diventato normale.
Nel romanzo ciò avviene - in maniera un po' nebulosa e a detta di molti insoddisfacente - durante il viaggio che Clive compie in Grecia: è stato malato, una di quelle malattie psicosomatiche su cui un analista avrebbe tanto da dire, poi un bel giorno si scopre inevitabilmente cambiato; passa ad una nuova fase della propria evoluzione, incontra la dolce Anne e al suo ritorno in Patria la sposa. Non fa una piega, ma costringe il lettore ad indagare per conto proprio tutti i possibili sottintesi.
Il film invece compie una scelta più radicale e si costruisce in modo da mostrare Clive per quello che è, senza mezzi termini: non solo confuso ma anche discretamente vigliacco, desideroso di non mettere a repentaglio nulla di ciò che possiede, e non importa se ciò implica un soffocante conformismo. In particolare l'episodio che lo atterrisce e provoca il cambiamento è l'arresto e la successiva condanna del Visconte di Risley, suo ex compagno a Cambridge, al cui processo Clive rifiuta di testimoniare per la difesa: il nobiluomo, riconosciuto colpevole di condotta indecente, tronca sul nascere una promettente carriera diplomatica, evita la fustigazione ma dovrà farsi sei mesi di carecere duro e alla fine non sarà comunque mai più socialmente presentabile. Lo scandalo è enorme e riempie le prime pagine dei giornali.
Nel romanzo il personaggio di Risley, logorroico, esuberante e un tantino imprudente, è vagamente ispirato allo scrittore Lytton-Strachey, amico di E.M.Forster; la sua vicenda nel film è invece pesantemente ispirata a quella di Oscar Wilde, il cui "fantasma" aleggia più volte fra le pagine del libro. In ogni caso a Lord Risley va ancora "bene": Oscar, che a differenza di lui non aveva nemmeno il tenue riparo di un titolo nobiliare, era stato condannato ad una pena quattro volte superiore.
Nel film, qualunque riferimento allo scandalo del 1895 è ovviamente del tutto intenzionale; è sulle modifiche di questa parte infatti che intervenne l'intelligente acume di Ruth Prawer, alla quale la prima stesura della sceneggiatura era parsa buona ma incompleta.
Furono anche girate scene riguardanti il suicidio di Risley, ma poi si decise per un finale dell'episodio più sfumato, benchè ugualmente tragico: dopo il verdetto Risley scende la scala interna dell'aula giudixziaria e sprofonda nel suo inferno personale. Clive Durham invece sprofonda nelle crisi che lo porterà ad entrare in un diverso tipo di prigione: quella del matrimonio borghese e delle più trite convenzioni sociali. Lo mostra chiaramente l'epilogo visivo della pellicola quando Clive, dopo l'ultimo colloquio con Maurice, rientra in casa e spranga una ad una tutte le imposte di Pendersleigh, ritrovandosi infine solo con Anne (e con i suoi pensieri e ricordi), separato da tutto il mondo che c'è fuori: è la metafora perfetta dell'uomo che costruisce da sè il proprio carcere, dal quale uscire sarà poi impossibile.
E' un'immagine angosciante, tristissima: per Clive però non si possono provare pene eccessive.
Anche James Ivory ed E.M.Forster, ciascuno a suo modo, stigmatizzano il personaggio, mostrandone i limiti. Nel film Clive assume un aspetto sempre più banale man mano cha la storia procede: quella che all'inizio era una fresca e luminosa bellezza si scioglie poi in un'opaca mediocrità. Nel romanzo invece l'autore lo condanna ad una precoce calvizie: Clive ha solo venticinque anni, ma già si prepara a diventare un vecchio rudere un po' cadente... come Pendersleigh, la sua tenuta, che mostra tutti i tristi segni dell'incuria e dell'appartenenza ad un passato ormai remoto.

BIBLIOGRAFIA
: Mi ha aiutato a ricostruire la vicenda produttiva di "Maurice" un ponderoso volume che costituisce uno dei "tesori" della mia biblioteca privata: Long, "The Films of  Merchant Ivory", Viking Press, 1990.
Altrettanto utili comunque la lettura del romanzo in edizione Meridiani Mondadori (che contiene un'ottima parte critica nonchè la "Nota" scritta dall'autore nel 1966), e la parte di Contenuti Speciali a corredo del film in edizione DVD (2004).



 I "Magnifici Tre": Ismail Merchant, James Ivory

 la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala.
LadyJack || 11:27 || sabato, 31 gennaio 2009
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Krishna è al nostro fianco, e combatte con noi

   IL "MAHABHARATA":
   DAL POEMA ANTICO
   AD UN ROMANZO MODERNO

   
 
IL PALAZZO DELLE ILLUSIONI ("The Palace of Illusions", 2008), di Chitra Banerjee Divakaruni [ Einaudi ed., 2008 ]

Per coloro che come me amano le storie, il "Mahabharata" è una specie di dono divino. Al pari dei poemi omerici, della Bibbia, del ciclo arturiano o dell'epica ariostesca (prima di arrivare alla saga di "Dark Tower" o a quella di "Harry Potter"), il più famoso poema moitologico indiano somiglia ad una pianta rigogliosa che non esita ad espandersi ad ogni livello e in ogni direzione: dalla storia principale si diramano altre storie e da queste altre ancora, intrecciando fatti e personaggi in una cosmogonia complessa e affascinante da cui mente, cuore e memoria vengono gioiosamente avvolti e travolti.
Schematicamente il "Mahabharata" (letteralmente "il grande poema epico dei discendenti di Bharat", eroe eponimo delle stirpi indiane) sviluppa la propria principale linea narrativa attorno allo scontro epocale che coinvolge i Kaurava e i Pandava, i due rami della stirpe regale dei Kuru che si contendono il trono di Hastinapur. A monte di questa linea - ed intrecciata ad essa - l'altro grande odio che oppone Drona (bramino alla corte dei Kaurava ma anche maestro d'armi dei Pandava) a Drupad, re del Panchaal: i due, cresciuti insieme e un tempo amici, si trasformano poi in mortali avversari. Tutte le vicende suddette sono collocabili in un'epoca compresa - a seconda delle interpretazioni - fra il 5000 e il 3000 a.C.
Al di là di questo il "Mahabharata" è virtualmente impossibile da riassumere (è stato calcolato che equivale a otto volte l'"Iliade" e l'"Odissea" riunite) e anche comprenderlo a fondo è tutt'altro che facile: lo si può però accostare da tante angolazioni diverse e personali, attraverso qualcuno dei suoi personaggi o dei suoi momenti salienti, magari sorvolando un po' sulle parti prettamente filosofiche, arrivando lo stesso ad amarlo e ad apprezzarlo senza riserve.
In Occidente il poema è stato reso noto e popolare dalla sintetica versione in prosa realizzata dallo scrittore indiano R.K.Narayan, e successivamente dal regista inglese Peter Brook che ne trasse una versione teatrale e il celebre omonimo film del 1989: una cosa bellissima che si colloca tra i miei migliori e più duraturi ricordi.
La versione cinematografica già realizzava ciò di cui parlavo più sopra, ovvero una scelta antologica delle vicende che potesse però risultare anche coerente; operazione analoga avviene all'interno del romanzo "Il Palazzo dell Illusioni", che ripercorre la linea narrativa fondamentale del poema, accennando soltanto alle sue mille diramazioni ed evitando - grazie al cielo - tanto il puro folklore quanto la banalizzazione.
L'autrice fra l'altro sceglie un inedito punto di vista attraverso cui interpretare la storia: la voce narrante, in un mondo fittamente popolato di uomini, è quella di una donna: la principessa Draupadi (più tardi chiamata anche Panchaali), colei che secondo una profezia avrebbe "cambiato la Storia", ma che più pragmaticamente è innanzitutto una donna - appunto - una moglie e una regina, una madre, una sorella, un essere umano trascinato dal proprio destino affascinante e terribile.
Si potrebbe pensare che quella dell'autrice sia stata una scelta di stampo femminista, ed in effetti Draupadi soffre a fondo le limitazioni del suo essere donna, vorrebbe essere un uomo per disporre di maggiore libertà e potere decisionale, e in sostanza si ritrova personaggio di seconda linea rispetto alla moltitudine di guerrieri, eroi e divinità che popolano il "Mahabharata". Tuttavia prestare a Draupadi una voce privilegiata, più che scelta femminista pare una scelta originale ma dettata dal buon senso: solo lei infatti è veramente a contatto con ogni aspetto della vicenda, il lato grandioso come il quotidiano, e solo lei è dunque in grado di fornire al lettore - anche quello più superficiale e sprovveduto - una visione utile a comprendere. In alternativa, rimane solo la consultazione del poema originale.

LA TRAMA (secondo il romanzo): Il mondo del "Mahabharata" mescola senza problemi il reale e l'immaginario, l'umano e il divino, la magia e i miracoli: e infatti uno dei personaggi più interessanti della storia è Krishna; già nel film lo amavo moltissimo. Re di un piccolo regno di scarsa importanza, è comunque un grande guerriero ed un amico altrettanto grande per altri personaggi: Arjun soprattutto, ma anche Draupadi, alla quale si rivolge con molti appellativi ironici ed affettuosi. Contemporaneamente però Krishna è anche l'ottava incarnazione di Vishnu, la parte conservatrice della Trimurti (laddove Shiva è invece la parte distruttrice e Brahama quella creatrice), e come tale ha non solo natura umana - tanto che verrà ucciso per sbaglio da un cacciatore - ma anche divina.
Altra conferma della mescolanza di cui sopra è data dal fatto che i figli del re Drupad, Draupadi e il suo gemello Dhristadyumna, nascono direttamente dalle fiamme sacre di uno yagna, un sacrificio rituale. Ma mentre Dhristadyumna è la risposta ad una preghiera (il re affida a lui la speranza di potersi vendicare contro il suo nemico Drona), Draupadi è inattesa e non voluta: un di più che viene ugualmente accolto ma senza particolare entusiasmo.
Per i lunghi anni dell'infanzia e dell'adolescenza la principessa è solo una delle tante donne nel palazzo reale, diversa dalle altre in virtù della profezia che ha accompagnato la sua nascita: profezia che lei però non sa come realizzare. Crescendo, Draupadi diventa bellissima e sempre più consapevole di se stessa, continuamente confortata dall'amicizia di Krishna, ma l'ambizione di "cambiare la Storia" non smette di rimanere astratta. Il suo cuore però continua a nutrirsene - anche troppo, forse - finchè l'incontro con il saggio Vyasa indirizza più precisamente le sue speranze. Secondo la tradzione Vyasa è colui che csrisse il "Mahabharata" dettandolo al dio Ganesh in funzione di scrivano: Draupadi scopre che in effetti Vyasa ha già scritto tutta la stiria prima che essa si realizzi, ma ciò non contrasta con il presente e il suo divenire futuro. Dall'incontro con Vyasa la principessa trae solo possibilità, non certezze.
La sua vita continua e al momento opportuno per lei viene organizzato uno swayamvar, ovvero una celebrazione durante la quale, come nobile fanciulla, avrà la possibilità di scegliersi uno sposo. In realtà però il re mette in palio la sua mano in una pressochè impossibile gara di abilità nel tiro con l'arco (l'episodio ricorda molto quello di Ulisse al ritorno ad Itaca); l'unico possibile vincitore sarebbe Arjun, uno dei cinque fratelli Pandava, così chiamati perchè nominalmente figli del principe Pandu, benchè i loro veri padri siano altrattanti dei. L'intenzione di re Drupad è insomma quella di procurarsi un utile alleato per la vendetta che occupa tutti i suoi pensieri.
Ma inaspettatamente un altro pretendente si fa avanti: Karna, un valoroso guerriero dallo sguardi triste e antico, e purtroppo molto amico del malvagio principe Duryodhan, il maggiore dei Kaurava (che sono i cento figli del re cieco Dhritarashtra che siede sul trono di Hastinapur).
A Karna viene inizialemte impedito di gareggiare perchè i suoi natali sono ignoti e a quel tempo non possiede ancora un regno; ma anche quando la prova ha finalmente luogo, è Arjun ad avere la meglio. In seguito si scoprirà che le origini di Karna sono più che rispettabili (in sostanza sarebbe il maggiore dei Pandava), ma ormai sarà troppo tardi: l'umiliazione subita allo swayamvar e l'amore frustrato per Draupadi faranno di Karna una delle armi più forti e fedeli a disposizione dei Kaurava, la cui causa finisce per essere quella sbagliata: ma Karna è uomo d'onore.
Lui e Draupadi si ameranno a distanza per tutta la vita, senza dirselo e senza riconoscerlo nemmeno con se stessi; le alterne vicende infine travolgeranno entrambi.
Draupadi sposa Arjun e di lì a poco, seguendo una raccomandazione della suocera (quanto involontaria, lo si può discutere all'infinito... ), sposa anche tutti gli altri Pandava: la principessa è infatti nota nella tradizione come la donna che ebbe contemporaneamente cinque mariti (e per fortuna una sola suocera: la temibile Kunti basta e avanza!).
Il mènage famigliare è complesso, obbligatoriamente regolato da rigide norme, tanto più che i Pandava hanno - o avranno poi - anche altre mogli: in particolare Arjun, attraverso Subhadra (sorella di Krishna) diventerà padre di Abhimanyu e nonno di Pariksit, entrambi eroi semidivini.
Per il momento comunque la situazione non è certo migliorata dal fatto che in quel periodo i Pandava sono poveri esiliati costretti a vivere in una misera capanna.
In seguito il re Dhritarashtra riconoscerà parzialmente il loro diritto regale, ma li befferà concedendo loro un territorio aspro e sterile. Tuttavia i Pandava riescono a piegare anche questo limite apparente a loro favore: bruciano una foresta, rendono fertile il suolo e fondano il primo nucleo di quella che diventerà la capitale del regno, Indra Prastha.
Costruiranno inoltre un palazzo magico e bellissimo nel quale finalmente Draupadi sarà libera di sentirsi felice: il cosiddetto Palazzo delle Illusioni, nome simbolico... e purtroppo non totalmente di buon auspicio.
Dopo qualche anno di serenità, infatti, l'invidioso Duryodhan trascina il cugino-avversario Yudhishtir, il maggiore dei Pandava, in una fatale partita a dadi al termine della quale tutto viene perduto: il regno, i sudditi, le ricchezze, il Palazzo e persino la libertà dei Pandava e della stessa Draupadi. Quest'ultima, sottoposta ad un'umiliazione dalla quale viene salvata solo per intervento divino, fa voto di non acconciarsi più i capelli finchè avrà potuto lavarli nel sangue dei Kaurava e lancia una terribile maledizione che convince Duryodhan a scendere ad un compromesso: i Pandava trascorreranno dodici anni di esilio nella foresta più un tredicesimo in incognito: se durante l'ultimo anno non verranno scoperti, alla fine saranno liberi e il regno verrà loro restituito.
Inizia il lunghissimo esilio, pieno di eventi e di avventure; non sarebbe stato necessario che Draupadi seguisse gli sposi nella foresta, lei però decide di farlo: non solo per fedeltà, ma anche - con i suoi capelli scomposti e sempre più intricati - per continuare ad essere il ricordo vivente dell'umiliazione subita, la voce che incita alla vendetta. E forse è qui che veramente Draupadi compie il proprio destino, sino alle più tragiche conseguenze: perchè è lei che facendo leva sui sensi di colpa dei Pandava con il proprio inestinguibile risentimento, li spinge a rendere inevitabile lo scontro finale.
Scontro che in effetti avviene dopo il tredicesimo anno, quando le promesse fatte ai Pandava non vengono mantenute.
Si fanno i preparativi, si radunano gli eserciti. Infine a Kurukshetra, nella piana tra le colline, inizia una terribile battaglia che durerà diciotto giorni. Avrebbe dovuto essere una guerra giusta, condotta secondo regole onorevoli, lo scontro della ragione contro il torto: ma così non è... forse proprio perchè una delle cose più importanti che il "Mahabharata" dice è che il confine tra il Bene e il Male è troppo labile per poter essere colto davvero in tutte le sue sfumature. Il poema originale infatti si spegne nel silenzio perchè il peso degli eventi e dei lutti impedisce di individuare una parte autenticamente vincente.
Nessuno dei personaggi è totalmente positivo o negativo, nemmeno Yudhisthir, che pure alla fine ottiene il suo diritto regale; in realtà, secondo uno sguardo superficiale, Yudhisthir sfiora quasi la stupidità e la stessa Draupadi - che ha dovuto anche "coltivarselo" un po' per ciò che concerne la loro vita sessuale - a volte lo trova esasperante. Yudhisthir infatti è formalista all'eccesso, ossessionato dalla rettitudine, alieno dai compromessi e dalla scortesia, tanto che la fatale partita a dadi che segna la rovina è frutto della sua incapacità di rifiutare il cortese invito del cugino (quello che sembra un cortese invito... ) quanto della sua passione per il gioco. Eppure Yudhisthir, che ama la filosofia, incarna la riflessione che porta alla saggezza e infine alla beatitudine: alla fine dei suoi giorni, con il corpo oltre che con l'anima, sarà l'unico ad entrare direttamente in paradiso accanto agli dei.
La battaglia è comunque veramente terribile e nel romanzo occupa pagine che - non scherzo - portano sull'orlo delle lacrime: a quel punto il lettore si è così immedesimato da riuscire a cogliere sin troppo bene quelle che saranno le conseguenze. E anche la battaglia viene letteralmente vissuta attraverso lo sguardo di Draupadi, alla quale il saggio Vyasa ha concesso una vista miracolosa che le permette di assistere ad ogni episodio saliente come se fosse lì presente: dono a doppio taglio, ovviamente, perchè in tal modo Draupadi assiste tanto agli eroismi quanto ai tradimenti e alle morti, compresa quella dell'amato Karna.
Nel furoore degli scontri suo fratello Dhristadyumna compie finalmente il destino per il quale era nato, mettendo però in moto un'ulteriore rappresaglia che avverrà addirittura quando la guerra dovrebbe considerarsi finita: lì Draupadi perde non solo l'amato fratello, ma anche tutti i suoi figli.
L'episodio forse più tragico e coinvolgente è quello della morte di Abhimanyu, figlio di Arjun: celebraziuone di onore ed eroismo che nel film (ma solo nella versione integrale) compariva come un momento coreografico simile ad una danza. La morte della giovinezza, della bellezza, dell'energia, la fine tristissima di tutto ciò che possiede un intrinseco splendore.
Prima dell battaglia lo stesso Arjun aveva avuto un momento di sconforto: pur essendo un guerriero invincibile al limite della condizione divina, aveva dubitatato del meccanismo che era stato messo in moto. Nel romanzo è necessariamente appena accennato, e anche il film lo riduceva al minimo, ma nel poema originario l'episodio apre una delle sottosezioni (diciamo così... ) più famose: il "Bhagavadgita" detto anche "Canto del Beato Signore". E' una parte che si estende per ben XVIII canti nella quale Krishna - che in quel momento è l'auriga del carro da guerra di Arjun - ammaestra l'amico sulla necessità di applicare la saggezza alla vita nei suoi vari aspetti. Al termine del discorso, in un'esplosione di luce che sfida l'intuizione, Krishna manifesta per un attimo la propria natura divina. Poi inizia il combattimento.



Nel "Mahabharata" l'azione con le sue conseguenze è altrettanto importante della riflessione che magari apre il bivio del giudizio: e di ciò non potrebbe esserci dimostrazioone migliore del "Bhagavadgita", che a volte viene anche letto come poema a sè stante.
Formalmente la vittoria finale spetta comunque ai Pandava, che finalmente conquistano il trono di Hastinapur. La città però è piena di vedove e di orfani, la distruzione è stata immane; in pratica è quasi interamente scomparsa un'intera generazione di giovani guerrieri. Sono rimasti solo alcuni vecchi guerrieri e la speranza migliore è un bambino non ancora nato: Pariksit, figlio di Abhimanyu e nipote di Arjun, che di lì a trentacinque anni diventerà effettivamente re, ma che in seguito avrà anche lui un tragico destino.
Prima che questo si compia però i Pandava e Draupadi riconoscono di aver esaurito il loro ruolo: ormai sono vecchi, stanchi e decidono di intraprendere il mahaprasthan, la via della grande partenza, ovvero la rinuncia al mondo e alla vita. Metaforicamente è la morte, concretamente è l'ascesa di un aspro sentiero fra le nevi per raggiungere la cima dei monti dell'Himalaya: sul sentiero periscono tutti uno dopo l'altro, e la prima ad andarsene è Draupadi. Al suo fianco, anche nel momento del trapasso, c'è Krishna, l'amico di una intera vita, che la conduce infine alla piena pace e al fulgore del tutto.
Dissolvimento che non è altro che un nuovo inizio perchè non c'è nulla, compreso l'amore, che possa morire davvero.


Anche la mia sintesi ha dovuto necessariamente tralasciare almeno metà dei fatti e dei personaggi presenti nel romanzo. Già solo la storia della genesi dei Pandava - la storia di un re che paga con la vita la propria incontinenza, con vari momenti fittamente intrecciati di amori, odii, divinità e maledizioni - richiederebbe una trattazione a sè stante.
E poi ci sono personaggi magari secondari ma interessanti che andrebbero ugualmente considerati a fondo. Beehma ad esempio, il secondo dei Pandava, che pur avendo già una moglie bellissima e selvaggia - la guerriera Hidimba - è l'unico a ritrovarsi davvero innamorato di Draupadi (la quale a volte non esita ad approffittarne!). Oppure Beeshma, il nonno dei Pandava, che adora i nipoti ma combatte contro di loro perchè ha giurato di difendere il trono di Hastinapur: a Kurukshetra sarà lui stesso ad insegnare ad Arjun come ucciderlo e avrà poi una lunghissima agonia - scontata su di un letto di punte di freccia - durante la quale continuerà a ricevere la visita di amici e avversari, dispensando a tutti la medesima tranquilla saggezza.
E come dimenticare l'episodio in cui Duryodhan e Arjun si contendono l'alleanza di Krishna? quando dovendo scegliere tra l'avere il solo Krishna oppure tutto il suo fortissimo esercito, Arjun sceglie con il cuore ma sceglie bene, perchè "dove c'è Krishna c'è la vittoria".
Insomma: si potrebbe continuare a lungo... all'infinito, forse. Ma la verità di base non cambia: in qualunque forma lo si accosti, con qualunque grado di affinità o di conoscenza lo si voglia affrontare, il "Mahabharata" dispensa un'irripetibile magia.
LadyJack || 17:49 || venerdì, 30 gennaio 2009
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L'ADORABILE TENEBROSO ("The perfect waltz" - 2005) di ANNE GRACIE

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L’ADORABILE TENEBROSO fa parte di un quartetto di romanzi dedicati alle sorelle Merridew ed è il secondo della saga.
www.annegracie.com/books/waltz.html
Da quello che ho letto nei vari siti, sembra anche il più riuscito e coinvolgente. In effetti, la storia è abbastanza originale ed è pervasa di sentimenti intensi che catturano l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina.

Attenzione: spoilers.

Ambientata in Inghilterra nel 1818, la vicenda comincia a Manchester, nella casa lussuosa di Sebastian Reyne, un uomo giovane e dalla figura imponente, ma duramente provato da un passato di estrema indigenza, umiliazioni, sfruttamento, dolore, perdita degli affetti più cari e terribili sensi di colpa. Nella prima scena del libro, Sebastian è alle prese con il tentativo di dissuadere la quattordicenne sorellina Cassie dallo sporgersi pericolosamente sul tetto per sfuggire alle ramanzine dell’ennesima governante. Cassie e Dorie, di due anni più piccola, sono la famiglia ritrovata di Sebastian, che le adora e sta disperatamente cercando di costruire un rapporto con loro, dopo averle perse per undici anni.
Il padre di Sebastian era il figlio cadetto di una nobile e ricca famiglia, ma era caduto in disgrazia per avere condotto una vita da fannullone, finendo per suicidarsi e lasciare una moglie incinta e tre figli piccoli, senza alcun mezzo per sopravvivere. Era stato così che il dodicenne Sebastian ed il fratello minore avevano dovuto lavorare in fabbrica, in condizioni terribili. In seguito alla morte della madre e all’incidente sul lavoro che aveva ucciso il fratello, Sebastian era stato costretto ad affidare le sorelline ad una vedova, pagandola perché si prendesse cura di loro. Un giorno, però, la donna era scomparsa con le bambine e Sebastian, per anni, aveva perso le tracce delle sue sorelle, tormentandosi e sopravvivendo cupamente ad un lacerante senso di colpa. Finché, dopo disperate ricerche, ora le ha di nuovo con sé ed è determinato a proteggerle e a dare loro tutto ciò che ha, per ripagarle di tutte le sofferenze che hanno subito. La durezza dell’infanzia attraversata dalle due bambine ha lasciato segni difficili da cancellare nel loro carattere e nel loro atteggiamento nei confronti del prossimo: Cassie gira con un coltello legato alla coscia, sotto le gonne e Dorie ha smesso di parlare, nessuno sa perché. Entrambe sono diffidenti verso Sebastian, non si lasciano toccare da lui e non accettano il suo affetto. Deciso a trovare il sistema per rendere le sue sorelle più serene, Sebastian cerca per loro una figura materna e pensa che l’unica soluzione sia sposarsi con una donna matura, di buon senso, dedita all’educazione delle giovani problematiche e senza fronzoli. Incarica il suo agente di scandagliare le papabili nella buona società londinese e parte alla volta della capitale, chiedendo al suo amico Giles Bemerton di introdurlo nei salotti altolocati.
Sebastian Reyne è un uomo ricchissimo, possiede innumerevoli cotonifici ed è già vedovo alla sua giovane età. Le malelingue mormorano che la morte della moglie e del suocero, da cui egli ha ereditato uno degli stabilimenti dove aveva cominciato come operaio, siano stati da lui causati, ma nulla di ciò risponde a verità e Sebastian non si cura nemmeno di smentire queste menzogne, tutto preso com’è dai propri rimorsi per lo stato delle sue sorelle e dal desiderio di renderle felici. La donna che Sebastian ha individuato come adatta alle sue esigenze è la scialba e rigida zitella trentenne Lady Elinore Whitelaw, sempre vestita di grigio, completamente assorbita dall’attività di educazione delle fanciulle abbandonate ospiti di un orfanotrofio e assolutamente contraria a tutto ciò che nella vita non è razionale. Sposarsi per le sorelle, annullando se stesso e rifiutando di aprirsi a qualunque sentimento che non sia il sacrificio e l’espiazione, sembra il triste destino di Sebastian, ma per fortuna il vivace e ironico amico Giles Bemerton cerca di pungolarlo verso altre soluzioni… La sera in cui lo accompagna ad un ballo per presentarlo a Lady Elinore, Giles assiste divertito al colpo di fulmine che colpisce l’amico alla vista di una meravigliosa creatura, Hope Merridew, che, insieme alla gemella Faith, è al centro di un nugolo di corteggiatori. Lo sguardo intenso ed insistente di Sebastian viene contraccambiato dall’attenzione di Hope, che si sente irresistibilmente attratta da quel tenebroso ed affascinante sconosciuto, che si muove goffamente in un ambiente a cui risulta palesemente estraneo, ma che suscita in lei un senso di forza e sicurezza e il desiderio di farsi proteggere da lui. Anche Hope, come la sua gemella e le altre tre sorelle, Prudence e Charity, ora felicemente sposate e la piccola Grace di dodici anni, hanno avuto un’infanzia tormentata dopo che sono rimaste orfane: maltrattate e segregate dal nonno nella sua tenuta di campagna, avevano ricominciato a vivere solo dopo essere fuggite a Londra dal prozio Oswald. Gli incubi e le brutte esperienze non hanno impedito alle ragazze di coltivare dolci sogni di felicità e la speranza di trovare il grande amore. In particolare, Hope ha sognato che incontrerà l’uomo della sua vita ballando con lui un magico ultimo valzer, illuminato da un chiaro di luna. Dopo avere incrociato lo sguardo con quello di Sebastian Reyne, ogni volta che Hope danzerà l’ultimo walzer ad una festa, finirà per farlo fra le braccia di lui e cercherà di capire cosa lo tormenta e lo frena. Sebastian combatte con l’istinto che gli fa desiderare l’amore di Hope e la mente che lo fa persistere nell’assurda decisione di sposare la razionale Lady Elinore, che, tra l’altro, non è affatto interessata a lui. La sensibilità di Hope, i suoi sentimenti e l’unione con le sorelle avvicinano e stemperano le ritrosie delle piccole Cassie e Dorie. L’amicizia profonda e generosa che si instaura fra le ragazze è la chiave per aprire la corazza che le sorelle di Sebastian hanno costruito intorno a se stesse. Lentamente Sebastian assiste al miracolo compiuto dal calore di Hope: i due pulcini terrorizzati e diffidenti escono dal guscio e si avvicinano anche a lui, quando Hope lo sprona ad aprire il proprio cuore e a rivelare la storia delle sue sofferenze alle sorelle. Sebastian è felice, perché i suoi desideri più profondi finalmente coincidono con il suo sentimenti nei confronti delle sorelle: è Hope la donna giusta per lui.
Ogni momento di questo crescendo di sentimenti e scoperte reciproche fra i protagonisti è descritto in modo perfetto, struggente e mai sdolcinato o forzato da Anne Gracie. Il romanzo trabocca di scene tenere ed emozionanti, tutte fondamentali affinché le anime dei protagonisti si incontrino e si donino l’una all’altra.
Divertente e malizioso, ad alleggerire un po’ la tensione, giunge in ogni momento l’impunito libertino e fedele amico di Sebastian, Giles, che trova insospettabili doti nascoste proprio in Lady Elinore… e questa è senza dubbio la parte più buffa del finale del libro.

Un romance ricco di amore, che è impossibile non amare.



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www.theromancereader.com/gracie-waltz.html
ArchieGoodwin || 23:14 || domenica, 25 gennaio 2009
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VENUS di Jane Feather (1988)

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A me questo romanzo è piaciuto molto. La trama è semplice, ma la costruzione è perfetta e l’ambientazione storica è curata in modo davvero notevole per un romance.
Cercando notizie su JANE FEATHER, ho imparato che questa scrittrice ama gli intrecci avventurosi, le storie movimentate da spie e vendette, le eroine indipendenti e passionali. Insomma, il feuiletton cappa e spada tipo “Angelica” potrebbe essere il suo genere storico ideale, anche se in realtà le epoche in cui colloca i suoi romanzi sono varie.
VENUS, che fu pubblicato originariamente nel 1988 con il titolo di HEART’S FOLLY e poi rivisitato e riedito, è uscito recentemente nella collana I Romanzi Mondadori per la serie “Big” e, udite, udite, benché sicuramente tagliuzzata, la versione italiana conta 376 pagine, tradotte abbastanza bene e quindi assai scorrevoli.
La storia si svolge a Londra nel 1664, sotto il regno di Carlo II, che fu noto anche con il nome Merrie Monarch (Monarca allegro), per sottolineare il clima di edonismo della sua corte ed il sollievo generale procurato in Inghilterra dal ritorno ad una situazione di normalità dopo l'esperienza repubblicana vissuta con Oliver e Richard Cromwell e il puritanesimo. Carlo II abolì il Parlamento e governò da sovrano assoluto, ebbe numerose amanti e figli illegittimi, fu un re mecenate e, durante il periodo in cui regnò, Londra fu scossa da terribili eventi come la Grande peste, nel 1665 e il Grande incendio che nel 1666 distrusse quasi tutta la città, poi ricostruita dall’architetto Christopher Wren, uno dei protetti del re. A Carlo II si deve anche il fatto che, per la prima volta nella storia inglese, venisse consentito che a teatro i ruoli femminili fossero interpretati da donne e non da uomini travestiti, come era accaduto fino ad allora. Gli intrighi di corte, le amanti e le lotte di potere fra i favoriti del re, sullo sfondo delle guerre anglo-olandesi, fanno da cornice alla storia dei protagonisti di questo romanzo.
A Jane Feather va il merito di avere ricreato con sapienza e fascino il clima ed il sapore di quest’epoca, distraendoci un po’ dalle solite ambientazioni ottocentesche o medievali.
Ci sembra proprio di sentire gli odori stagnanti delle strade e delle taverne, di vedere salire la nebbia dal Tamigi in mezzo agli antichi quartieri di Londra, di muoverci anche noi nelle alcove illuminate solo dal fuoco dei caminetti e ci pare di sentire i fruscii delle vesti delle cortigiane di Whitehall e di calcare le tavole dei palcoscenici di Drury Lane, prima che il Grande incendio bruciasse ogni vestigia del glorioso passato elisabettiano.

Polly Wyat, una bastarda nata nel carcere di Newgate, a diciassette anni si trova a vivere da sguattera, oggetto di attenzioni lascive, nella lurida Taverna del Cane, dove il marito di sua zia la picchia e la costringe ad adescare i clienti per condurli in una stanza dove, dopo avere bevuto vino drogato, vengono derubati e uccisi. Polly è convinta di avere in sé il sacro fuoco della recitazione e sogna di trovare un protettore nobile che la porti via da quell’inferno e la presenti a Thomas Killingrew, che gestisce la compagnia teatrale del re, perché la carriera d’attrice le può dare l’unico tipo di indipendenza consentito dalla sua estrazione sociale. Il destino vuole che la sua prossima vittima da portare nella stanza al piano di sopra non sia affatto un libidinoso omaccio dalle mani viscide, ma Lord Nicholas Kinkaid, barone dagli occhi verde smeraldo, capitato lì per caso e assai restio a cadere addormentato, nonostante sia parecchio stordito dall’intruglio che la recalcitrante Polly è stata costretta a fargli bere. Entrambi in pericolo: lei, se non esegue gli ordini del suo padrone, lui, se tenta di sfuggire alla sua trappola, finiscono per fuggire insieme dalla finestra, riuscendo a sottrarsi ad una sorte nefasta. Polly è cresciuta nell’ignoranza e in ambienti infimi, ma ha una spiccata capacità di apprendere, recita istintivamente e con naturalezza, emana un fascino involontario e sensuale ed è straordinariamente bella: una creatura perfetta, un misto di ingenuità e intelligenza, di temperamento e passione. Nicholas ne fa la sua protetta, la porta prima nella propria casa, dove però la cognata vedova e puritana la prende subito in antipatia e la tratta come una volgare sgualdrina, indegna anche di fare la serva. Dopo averla ospitata per il tempo necessario a sgrezzarsi un po’, averle faticosamente insegnato i principi basilari di comportamento e a leggere e scrivere, Lord Kinkaid trasferisce Polly in un’abitazione a Drury Lane, vicino al teatro del re, dove i padroni di casa la serviranno e la tratteranno come una signora, per la prima volta da quando è nata. Nicholas fa vita di corte e partecipa ad una fazione politica che mira a deviare le trame di potere intessute dal Duca di Buckingham, che mettono in pericolo la stabilità del Regno e rendono possibili nuovi conflitti con gli olandesi.
All’inizio Polly vede in Nicholas il nobile generoso e aitante che può accoglierla nel suo letto, in cambio della protezione necessaria per essere presentata alla compagnia teatrale del re. Nicholas, indubbiamente attratto dalle grazie di lei e affascinato dai suoi modi acerbi e maliziosi, pensa di legarla a sé come amante fedele e di educarla a diventare una cortigiana capace di introdursi nella cerchia privata di Buckingham ed ascoltare i suoi intrallazzi, per poi riferirli a lui. Sa benissimo che il Duca è un uomo pericoloso e potentissimo e che il gioco può condurre Polly a doversi sacrificare fino a concedersi fisicamente, ma pensa che la causa dell’Inghilterra sia più importante di tutto. Inoltre, a corte la mercificazione del corpo era un fatto praticamente consueto e gli scambi di letto erano considerati “de rigueur”…
La concezione di questo piano che coinvolge l’inconsapevole Polly, nasce così nella mente di Nicholas, coadiuvato dal fidato e pragmatico amico Lord Richard De Winter, ma lentamente si trasforma in un incubo, perché, ovviamente, la frequentazione ravvicinata di due esseri tanto affascinanti e appassionati non può che sfociare in un sentimento più profondo e, ben presto, fra Nick e Polly scoppia un folle amore. Il romanzo trabocca di scene calienti fra i due amanti, che diventano inseparabili e sempre più coinvolti l’uno dall’altra. Nel frattempo, Polly è riuscita ad incantare Thomas Killingrew ed è diventata un’attrice acclamata. Il Duca di Buckingham ha messo gli occhi su di lei, cosa che faceva parte del piano iniziale di Kinkaid e De Winter e viene quindi messa al corrente del ruolo che, secondo i due, dovrebbe interpretare per strappare segreti politici che potrebbero servire a salvare il regno dalla rovina. A questo punto, però, Nicholas non è più d’accordo che lei debba soggiacere alla lussuria viziosa del Duca, seppur per una nobile causa. La ama, medita segretamente di sposarla e teme per la sua incolumità. Ma ormai il dado è tratto, Polly confida di potere utilizzare le proprie arti recitative per rigirarsi Buckingham senza perdere il controllo e si getta nella mischia, anche se è terrorizzata dai possibili sviluppi. … Che ci saranno e, insolitamente per un romance, chi legge dovrà ingoiare anche un rospo, prima di giungere al lieto fine di prammatica e al sospirato matrimonio fra i nostri eroi.
Quello che ho apprezzato maggiormente, infatti, è proprio che l’autrice non ha compromesso la coerenza della storia con forzature edulcorate, ma ha tirato avanti, senza esagerare, dando un senso di completezza alla trama, che comunque resta rosa a tutti gli effetti, perché così dev’essere, naturalmente.
Il rapporto fra Polly e Nicholas è sviluppato in modo delizioso e credibile, la loro complicità e i loro battibecchi rendono la lettura un viaggio divertente e mai noioso. Il sentimento che li lega e l’idea che, qualunque cosa accada, nulla lo possa spezzare sono resi con efficacia e bravura da parte della Feather. Non condivido nessuna delle critiche che ho letto su questo romanzo, compresa quella che oggi risulti datato. E’ un genere diverso da quelli coltivati in tempi recenti, si sofferma in descrizioni ambientali e di costume più in voga nelle scrittrici del passato, ma questo depone solo a favore di una maggiore cura e attenzione verso chi legge. O forse sono io che amo troppo la precisione.



Bruttini, eh?


ArchieGoodwin || 23:12 || domenica, 18 gennaio 2009
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Historical romance: l'esplorazione continua

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LO SGUARDO DELLA TIGRE (“Tiger’s eye” – 1989) di Karen Robards
Sì, è vero, ricorda un po’ l’ambientazione di “Sognando te” di Lisa Kleypas, ma ha la sua autonomia e si fa leggere con divertimento e piacevolezza. E’ il classico caso della ragazza aristocratica, non appariscente, ma piena di risorse, che cade vittima di un rapimento e… dell’amore per un bellissimo malvivente dal cuore grande e nobile. Ah, l’amour!
Karen Robards ci sa fare e riesce a dare credibilità all’improbabile coppia formata da Alec Tyron, trentenne, nato in un bordello e diventato il re dei malavitosi dei bassifondi londinesi e dalla ventitreenne lady Isabella Georgiana Albans St. Just, moglie del conte di Blakely e figlia di un duca.
Alec è ricco e controlla tutti gli affari illeciti della città, che vanno dal gioco d’azzardo alle case di piacere, ma ha anche numerosi interessi legittimi, fra cui investimenti immobiliari e titoli. Questo lo rende potente e temuto, ma gli procura nemici assai pericolosi che vorrebbero vederlo morto.
Il padre di Isabella non l’ha mai amata ed essendosi risposato con una giovane donna che gli ha dato l’erede maschio, ha trovato il modo di liberarsi della figlia, dandola in moglie al conte di Blakely, loro vicino di casa. Il marito di Isabella non ha alcun interesse per la moglie e sfrutta solo l’ingente ricchezza che lei gli ha portato in dote. Per cui, quando una notte tempestosa, durante un viaggio in carrozza alla volta di Londra, la dolce ed inesperta fanciulla viene rapita da alcuni figuri mascherati e portata in un luogo dove, una volta riscosso il riscatto, è destinata ad essere uccisa, nessuno dei suoi parenti sembra ansioso di correre in suo soccorso più di tanto. Per fortuna, i cattivi che la tengono in ostaggio, compiendo una tale azione senza interpellarlo, hanno contravvenuto alle regole dettate da Alec e la tigre è ora sul sentiero di guerra per riportare l’ordine nel suo territorio. Il soprannome “tigre” nasce dal colore dorato delle iridi di quest’uomo, simile ad un dio greco, bello da togliere il respiro ed è proprio in lui e nel suo fido amico Paddy che Isabella, riuscita a sfuggire ai suoi rapitori, si imbatte. Il sospetto che dietro al misfatto ci sia proprio il conte di Blakely nasce subito nella mente acuta di Alec, abituato al lato oscuro della vita, ma l’uomo non ha tempo per convincere la ragazza che non è igienico per lei tornare subito a casa, perché di lì a poco uno dei suoi sottoposti si rivela un traditore, pagato non si sa da chi, e tenta di ucciderlo accoltellandolo. Ovviamente questo è solo il primo di una serie di incidenti che tendono ad eliminare Alec dalla faccia della terra e la circostanza di essere costretto per alcuni giorni alla convalescenza in una stanza di uno dei suoi bordelli, attigua a quella in cui ha deciso di tenere al sicuro Isabella, sarà galeotta fra i due. La giovane non è il tipo di donna a cui di solito lui si accompagna: non è una bellezza provocante e prosperosa, è sottile e ha le lentiggini, ma i suoi grandi occhi grigioazzurri ed il carattere che dimostra lo affascinano irresistibilmente. Isabella, innocentemente sensuale e delicata, attira senza rendersene conto Alec verso di sé e la “tigre” cade presto innamorato cotto della giovane contessa. D’altra parte, anche lei è incapace di sottrarsi al magnetismo virile ed erotico di cotanto uomo e la scintilla scocca, ma ci sarà da penare, perché in giro continuano ad esserci personaggi che vogliono la morte di entrambi ed inoltre la grande differenza sociale fra i due mette ostacoli apparentemente insormontabili alla loro unione. Senza contare il fatto che Isabella sarebbe anche un po’ sposata… Ma l’amore vincerà ogni avversità.
Il romanzo è assai carino, i personaggi sono ben delineati e la favola è narrata con gusto. Chi ama il romance storico non deve mancare di leggerlo. A me è piaciuto molto.




UN ROMANTICO EQUIVOCO (“The perfect mistress” – 1995) di Betina Krahn
Qui siamo un po’ troppo sul paradosso e la voglia di stravolgere i parametri tradizionali del romance con una commedia sopra le righe è forse eccessiva. Il risultato è una lettura sempre gradevole, ma a tratti leggermente confusa. Manca armonia d’insieme e ricorda molto certi musicals o commedie cinematografiche degli anni cinquanta (qualcuno mi ha suggerito un vago collegamento con “Gigi”, romanzo breve di Colette del 1944, trasferito sul grande schermo nel 1958 da Vincente Minnelli, con Leslie Caron nella parte della protagonista).
Siamo nella Londra vittoriana del 1883 e una fanciulla in fiore, di nome Gabrielle LeCoeur, è la figlia illegittima del duca di Carlisle e della sua amante Rosalind. Lui, ora vedovo, mantiene da vent’anni questo menage, colmando lei di ricchezze materiali e mantenendola nel lusso, ma disinteressandosi completamente della figlia, che non ha nemmeno riconosciuto. Gabrielle è cresciuta in un collegio francese e poi ha girato l’Europa, perché sua madre desiderava che venisse educata al meglio, per divenire un giorno una donna colta, affascinante e sofisticata, degna di seguire le sue orme nella carriera di amante appassionata di un ricco aristocratico. Insomma, Rosalind vuole che sua figlia sia una cortigiana di alto bordo come lei, perché pensa che solo le amanti abbiano la possibilità di conoscere la passione vera ed essere amate, mentre le mogli hanno un destino di donne trascurate, usate solo per la prosecuzione della stirpe e poi miseramente lasciate a marcire in casa. Come si dice, il matrimonio è la tomba dell’amore e di questo parere sembrano essere Rosalind e le sue tre amiche e colleghe cortigiane, che cercano di convincere Gabrielle ad imparare da loro l’arte della concupiscenza, per acchiappare almeno un conte. Il fatto è che Gabrielle ha il suo bel caratterino e non ne vuole sapere di seguire le orme materne, ma desidera sposarsi, avere dei figli e ritagliarsi il suo spazio di libertà prendendosi cura della propria casa. Non cerca l’amore, ma la sicurezza e l’indipendenza che pensa di ottenere nel matrimonio, perché, secondo lei, una donna sposata non deve temere che il proprio uomo l’abbandoni, mentre un’amante è sempre a rischio di perdere ciò che non può legare a sé con alcun tipo di vincolo legale. La visione deformata della vita coniugale che Gabrielle si è fatta, per reazione a quella che ha visto condurre dalla propria genitrice, porta la ragazza a fuggire letteralmente di casa una sera, ossessionata dai tentativi della madre di trovarle un amante ricco e nobile. Al freddo e senza una meta, Gabrielle si trova presto nei vicoli oscuri di Haymarket e corre il pericolo di essere aggredita e stuprata ad ogni angolo. Si imbatte prima in alcuni giovinastri ubriachi, assai determinati ad approfittare di lei e viene poi salvata da un misterioso signore attempato che la conduce nella propria casa per redimerla, avendola scambiata per una meretrice bisognosa di aiuto. Il gentiluomo in questione è Sir William Gladstone, primo ministro di Sua Maestà la regina Vittoria, che pare avesse l’abitudine di setacciare i bassifondi di Londra per liberarli dai peccatori e ripulire le loro anime, riconducendole nella luce della virtù. Gabrielle cerca invano di asserire la propria condizione di fanciulla onesta e, dopo un po’, riesce a sfuggire dalla casa del primo ministro, mentre lui è alle prese con la moglie, ma finisce di nuovo nelle mani di un uomo, questa volta giovane e vigoroso, che l’abbranca e la trascina in una carrozza. L’incontro con Pierce St. James, conte di Sandbourne avviene così. La ragazza che sogna un marito si trova nella carrozza del più famigerato libertino di Londra. “Alto, bruno e innegabilmente bello, sprizzava mondanità, raffinatezza e doti di amatore da tutti i pori”, così viene descritto, oltre che ricco, scapolo e trentenne. E se ne stava nascosto, di notte, al freddo, nei sordidi antri della metropoli, per cogliere in flagrante il suo avversario politico, Sir Gladstone, che si diceva fosse attratto dalle prostitute e utilizzasse la scusa della redenzione per attirarle nel proprio letto. Lord Sandbourne, che di depravazione se ne intende, è lì per compiere una missione, quando il destino gli mette fra le braccia un bocconcino per lui assai provocante, anche se Gabrielle continua a ripetere la storia che lei è fuggita da casa perché sua madre vuole darle un amante e lei cerca un marito… La fanciulla è bellissima e, a differenza delle sue coetanee, ha una cultura moderna e spregiudicata, proprio per l’ambiente in cui è cresciuta e per l’educazione particolare a cui l’ha sottoposta la madre. La mescolanza di ingenuità e audacia, l’intelligenza e il fascino ne fanno una perfetta preda per i gusti raffinati del conte, che però non immagina la complessità e l’imprevedibilità della mente di Gabrielle, la quale non ha intenzione di farsi sedurre così a buon mercato e propone uno scambio di favori: Pierce fingerà di diventare il suo amante, accontentando quindi le aspettative della madre di lei e le fornirà una copertura, così Gabrielle sarà libera di cercarsi in pace un marito e lei lo aiuterà a scoprire le azioni di Gladstone, fornendogli l’appiglio per capovolgere il governo, cosa che sta molto a cuore a Pierce, che ha il pallino per la carriera politica.
Lord Sandbourne viene quindi presentato alla madre di Gabrielle e posto sotto il microscopio delle sue tre amiche: dovrà dimostrare di essere adatto come amante e ciò attraverso una serie di incontri nel boudoir della ragazza, dove in realtà i due resteranno chiusi a giocare a scacchi, leggere epigrammi comici e cantare canzoni da taverna, mentre Rosalind tenta di sbirciare dal buco della serratura, sperando di capire come procede la seduzione amorosa. Il piano di Gabrielle e Pierce non tiene conto del pericolo che li attende: restare soli a giocare e non provare attrazione reciproca è impossibile e infatti presto lo scherzo si trasforma in realtà e la situazione precipita. A tal punto che, in un susseguirsi di accadimenti, la carne sarà sul punto di cedere proprio quando verranno sorpresi dallo stesso Gladstone, dal duca padre di Gabrielle e dal Vescovo di Londra in una posizione assai compromettente e inequivocabilmente scabrosa. Ciò porterà all’immediato matrimonio e al repentino cambiamento d’umore di Pierce, che ha sempre aborrito il pensiero di sposarsi. Il rapporto fra lui e Gabrielle ne subisce le conseguenze, l’amicizia e la complicità vengono sopraffatte dal rancore sordo di chi si sente tradito e raggirato e Gabrielle non riesce a convincere Pierce della propria innocenza. Il suo nuovo marito l’ama appassionatamente di notte e l’abbandona di giorno, confinandola nella tenuta di campagna, lontano da Londra, rifiutandosi di lasciarsi andare e di ammettere che il matrimonio potrebbe essere anche una piacevole scoperta e non quella trappola mortale che lui teme. Nella mente di Pierce resta l’immagine della propria madre, l’austera Lady Beatrice, abbandonata dal marito poco dopo le nozze e che da sempre ha riversato sul figlio la propria incapacità di lasciare libere di esprimersi le persone che ama. Il comportamento di Pierce è offuscato da queste paturnie per metà del romanzo ed i vari tentativi di Gabrielle, consigliata dalla madre e dalle amiche, oltre che dalla suocera, saranno tutti frustrati, finché lei deciderà di fare di testa sua e, con l’aiuto della sorte, abbatterà finalmente il muro che circonda i sentimenti profondi che albergano nel cuore innamorato del marito. Tutto finirà a tarallucci e vino e il nobile più chiacchierato di Londra diventerà un marito pieno di attenzioni per la propria adorata moglie, un padre felice e persino uomo politico di successo.
Tutto sommato, godibile e insolito.


ArchieGoodwin || 22:35 || domenica, 11 gennaio 2009
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A volte il tennis danneggia la salute

GIDEON FELL E LA GABBIA MORTALE ("The Problem of the Wire Cage", 1949), di John Dickson Carr
[ Gialli Mondadori, 1982, 2009 ]

E' sempre bello quando la Mondadori riedita i romanzi degli autori più classici, e se si tratta di John Dickson Carr - per il quale nutro la più alta stima e il più profondo affetto - la gioia è anche maggiore. Non ha molto peso il fatto che si tratti di un volume da edicola, che io abbia già letto il romanzo nel passato, o - come nel presente caso - che io ricordi addirittura chi sia l'assassino: il bello consiste semplicemente nel leggere una storia costruita come un piccolo meccanismo perfetto e complicatissimo, ricca tanto di personaggi interessanti quanto di un trascinante umorismo.
LA TRAMA: Il ventiduenne Frank Dorrance e la ventisettenne Brenda White, orfani provenienti da famiglie alquanto problematiche, sono stati cresciuti da un paio di tutori che erano stati amici dei loro genitori ai tempi dell'Università. Brenda vive ancora a Higghate, in casa di Nicholas Young, un anziano psicanalista che forse era stato innamorato di sua madre; Frank invece, dopo la morte del suo tutore Jerry Noakes, abita a Londra in un appartamento.
Morendo Noakes ha lasciato uno strano testamento: ha nominato Frank e Brenda eredi del suo ingente patrimonio, a patto che i due giovani si sposino; ovviamente il documento prende anche le necessarie precauzioni per evitare che dopo il matrimonio gli eredi si precipitino a divorziare. Tutti si aspettano dunque che Frank e Brenda convolino al più presto, ed in effetti all'inizio del romanzo (ambientato sullo scorcio degli anni Quaranta) manca un solo mese alle nozze.
Tuttavia una cosa risulta molto chiara: Frank e Brenda non si amano affatto ed anzi Frank - un giovane viziato, arrogante, menefreghista e forse pericoloso - a Brenda non piace nemmeno.
Poi c'è l'ulteriore complicazione data dal fatto che di Brenda è innamorato cotto il giovane avvocato Hugh Rowland... e Brenda è tutt'altro che insensibile alla questione. Ma con che cuore si può rinunciare alle cinquantamila sterline dell'eredità? Tanto più che Frank Dorrance avrebbe sicuramente qualcosa da ridire su di una tale decisione. E comunque Brenda, malgrado il sincero sentimento nei confronti di Hugh, sembra preoccupata anche per qualche altro motivo.
La situazione è dunque spinosa e in quel sabato 10 agosto in cui il romanzo inizia le cose sembrano sul punto di precipitare; all'orizzonte si profila un terribile temporale che forse è metafora e presagio del peggio che sta per accadere.
La tenuta di Higghate è fornita anche di un campo da tennis ed è lì che nel tardo pomeriggio si ritrovano a giocare un doppio misto Frank e Brenda contro Hugh e la giovane vedova Kitty Bancroft, loro vicina di casa.
Gli animi non sono sereni, inoltre i quattro vengono sorpresi dal temporale e costretti a rifugiarsi in una specie di padiglione adiacente al campo: lo spazio ristretto e soffocante non aiuta a migliorare la situazione, e come se non bastasse i giovani non trovano di meglio che mettersi a discutere su quale sia il metodo più sicuro per commettere un omicidio. Poi il temporale finisce e tutti si disperdono in attesa della cena.
Di lì a meno di venti minuti Frank viene ritrovato ucciso - strangolato - al centro del campo da tennis, il cui terreno bagnato reca solo le sue impronte. O per meglio dire: ci sono anche le impronte di Brenda, che si è avvicinata per sincerarsi dell'accaduto, ma il lettore - e più tardi Hugh, che farà di tutto per difenderla - sono certi del fatto che non sia lei l'assassina. Quindi in apparenza ci si trova di fronte al tipico delitto impossibile: un cadavere nel bel mezzo del nulla.
Per Brenda e Hugh il problema principale è dato però dal fatto che la polizia, nella persona del sovrintendente Hadley di Scotland Yard, non può essere altrettanto sicura dell'innocenza di Brenda (Hugh viene invece escluso perchè comunque le orme sono piccole piccole), tanto più che ora la ragazza è rimasta unica erede delle cinquantamila strerline, e senza ulteriori condizioni.
Un altro possibile colpevole sarebbe Arthur Chandler, l'innamorato di una ragazza che Frank aveva recentemente ingannato e spinto sull'orlo del suicidio: Chandler è un acrobata (elemento quanto mai promettente!), peccato che di lì a poco venga fatto fuori anche lui, con tre colpi di pistola: altro delitto apparentemente impossibile, avvenuto in un teatro pieno di testimoni che letteralmente non hanno visto NIENTE.
Insomma, pagina dopo pagina la vicenda si ingarbuglia sempre di più... ma per fortuna a fianco del sovrintendente Hadley compare ad un certo punto il venerabile dottor Fell, la cui potente immaginazione ricostruisce infine l'accaduto in tutto il suo terribile orrore: Frank in definitiva è stato ucciso da qualcuno che voleva i suoi soldi, ma la questione è infinitamente più complicata.
In ogni caso Dickson Carr, che si dimostra sinceramente affezionato ai suoi personaggi e che in fondo è un romanticone sentimentale, dopo tante traversie regala a Hugh e Brenda un giusto happy end: in viaggio di nozze - ubriachi e lieti - li spedisce a Parigi.
Evviva!

- Come spesso capita con John Dickson Carr il romanzo dovrebbe essere lugubre e cupo, dato che la storia è pur sempre imperniata su una o più morti violente: eppure l'autore riesce ad inserire tocchi umoristici, quando non decisamente comici, che se da un lato distraggono l'attenzione del lettore (scrivere gialli equivale a fare trucchi di magia), dall'altro ne ritemprano l'animo in maniera molto gradita.
All'interno del romanzo il meccanismo legato al primo omicidio è forse un po' macchinoso per quanto non impossibile, ma ciò che si tende a ricordare della storia è altro: l'ambientazione, i rapporti umani, i dialoghi. E quello straordinario concentrato di british humour che è Rowland senior, il padre di Hugh: il quale, tra una citazione e l'altra, si mostra preoccupatissimo di decidere quale sia il luogo opportunamente lontano in cui spedire la temibile moglie allo scopo di tenerla ignara degli eventi, piuttosto che del fatto che il figlio possa davvero essere un assassino. Che uomo, che genitore... che avvocato!

LadyJack || 15:35 || sabato, 10 gennaio 2009
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La Saga dei Forsyte in tv e al cinema

Un capolavoro della letteratura, un'opera così tipicamente inglese e impregnata di riferimenti storici e culturali, merita che il piccolo e grande schermo se ne occupino a più riprese e così è stato, negli anni.

The Forsyte Saga (2002) miniserie
I primi due libri ed il primo interludio furono adattati dalla Granada Television per il network ITV, anche se, come nella produzione BBC del 1967, la miniserie presenta numerose licenze poetiche rispetto all'opera originale di John Galsworthy.

   

The Forsyte Saga: To Let (2003) miniserie
Immediatamente dopo il successo dell'adattamento televisivo del 2002, fu realizzata una seconda miniserie nel 2003, che ritrae il terzo libro della saga, "To let". La maggior parte del cast riprese i propri ruoli, ma la vecchia generazione di Forsytes era morta nella precedente serie. I principali personaggi, interpretati da Damian Lewis, Gina McKee, Rupert Graves, e Amanda Root sono presenti.
La scena finale, che si vede nel secondo video qui inserito da YouTube, non rispecchia il romanzo originale di Galsworthy: Irene non stringe la mano a Soames e i due non si dicono addio con il sorriso sulle labbra. Questa è la versione addolcita dalla ITV, che però incontra la mia approvazione, in quanto  Soames meriterebbe più clemenza da parte di Irene, dopo che il tempo e la vita hanno sicuramente fatto scontare ad entrambi qualunque colpa essi abbiano commesso l'uno nei confronti dell'altra...

Le due serie sono uscite anche in DVD (non reperibili in italiano, dato che la nostra tv preferisce materiale come "I Cesaroni"...), che sono già nella mia lista della spesa londinese.




La vecchia serie del 1967, in onda sulla BBC, è ormai un ricordo un po' scolorito:




E poi c'è il film del 1949: "That Forsyte woman".
Regia di Compton Bennet, con:
(Soames Forsyte) Errol Flynn, (Irene Forsyte) Greer Garson, (June Forsyte) Janet Leigh, (Wilson) Gerald Oliver Smith, (Philip Bosinney) Robert Young, (Vecchio Jolyon Forsyte) Harry Davenport

ArchieGoodwin || 23:14 || domenica, 04 gennaio 2009
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