"Millennium Trilogy" / 1

Attenzione: il post continene accenni al finale del romanzo.

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE ("Män som hatar kvinnor", 2005), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2007 ]

Un po' di tempo fa Stieg Larsson ha cominciato a "perseguitarmi": trovavo ovunque citazioni e recensioni entusiastiche dei suoi romanzi, l'autore (scomparso ancora giovane nel 2004) sembrava essere una delle pietre miliari della letteratura poliziesca moderna, la mia biblioteca si è comprata in blocco la sua famosa trilogia - che peraltro compariva regolarmente ai vertici delle classifiche - e subito si sono formate lunghissime liste di prenotazione. Svariate persone - fuori e dentro la biblioteca stessa - hanno iniziato a chiedermi cosa ne pensassi dei romanzi (guarda te... sono diventata un guru!). Insomma, per un po' ho avuto la sensazione di essere una delle poche creature dell'universo a non aver ancora letto niente di Stieg Larsson, e alla fine mi sono arresa: come appassionata di libri (e di gialli in particolare, compresi thrillers e noir) non potevo continuare a sentirmi esclusa; e del resto devo ammettere che nel recente passato la letteratura nordica, per quanto lievemente depressa, con Henning Mankell e altri mi aveva già fornito qualche bella soddisfazione.
Un pizzico di diffidenza era in ogni caso sottinteso perchè il passaparola, la popolarità e il consensum gentium possono in effetti riguardare veri capolavori dell'ingegno umano, ma a volte anche polpettine insipide benchè apparentemente ben condite (una citazione a caso: "Il Codice Da Vinci").
Non ho intenzione di offendere il compianto Stieg Larsson paragonandolo a Dan Brown, prima di tutto perchè scrivere volumi di seicento e passa pagine presuppone un certo grado di abilità e passione, e poi anche perchè ben pochi romanzi possono davvero riuscire ad essere brutti ed insulsi quanto "Il Codice Da Vinci"; tuttavia dirò subito la cosa peggiore: "Uomini che Odiano le Donne" mi è piaciuto poco e mi ha interessato ancora meno.
All'inizio l'ho trovato insopportabilmente noioso - cosa piuttosto inquietante, dato che il libro conta la bellezza di 676 pagine! - poi il romanzo migliora gradualmente, per ricadere un po' verso la fine. In sostanza, la parte più sopportabile risulta essere quella riguardante l'enigma centrale (la scomparsa di una ragazza negli anni Sessanta) che comunque ha già in sè molti alti e bassi; ma quando si scopre un colpevole, quando si riesce a capire cosa fosse accaduto e che fine avesse fatto la suddetta ragazza, alla conclusione del romanzo mancano ancora più di cento pagine.
Capisco e approvo l'intenzione dell'autore di inserire il problema poliziesco in un contesto storico, sociale e politico più ampio: ormai lo fanno in molti e qui si affrontano temi importanti come l'etica applicata, la vulnerabilità delle donne, proporzionale al loro peso sociale (se sei una nullità puoi persino scomparire e nessuno se ne accorgerà o se ne preoccuperà), o come il drammatico sfasamento tra economia reale e speculazione selvaggia (da questo punto di vista il romanzo ha persino qualcosa di profetico: basta guardare i TG mondiali degli ultimi dodici mesi). Tuttavia credo anche che un approccio meno effusivo e più asciutto avrebbe snellito la trama, rendendola migliore: così com'è risulta pesantissima, frutto tra l'altro di un "montaggio" non sempre riuscito tra le varie scene che compongono i fili convergenti della trama stessa.
Neanche lo stile aiuta, fatto com'è di lunghe descrizioni e di altrettanto lunghi discorsi indiretti.

LA STORIA è assolutamente contemporanea (le citazioni interne ne collocano lo sviluppo tra il novembre 2002 e il novembre 2003) ed è data tanto dall'accumulo di vicende passate che si allungano sino al presente, quanto dall'intreccio tra le vite dei due personaggi principali, Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander.
Mikael Blomkvist è un giornalista economico quarantenne, idealista e capace, fondatore assieme alla socia (ed amante estemporanea) Erika Berger della rivista mensile "Millennium": un giornale che gode giusta fama di onestà e intraprendenza. La sua più recente inchiesta - quella dedicata al faccendiere e imprenditore Hans-Erik Wennerström - lo ha messo nei guai e gli ha procurato una condanna per diffamazione, con tanto di salatissima multa da pagare e tre mesi di carcere da scontare (carcere light, ma è il principio che conta!). Si vedrà poi che Mikael era stato incastrato ed aveva agito in buona fede, tanto più che Wennerström è davvero una carogna senza scrupoli: resta però il fatto che il processo e la cattiva pubblicità che ne è derivata hanno messo in difficoltà tanto lui quanto il giornale, e gran parte del romanzo è in sostanza dedicato alla lenta risalita dell'uno e dell'altro.
Mikael preferisce allontanarsi per un po' dalla sua vita di un tempo, e l'occasione gli viene fornita dalla strana proposta di un ricco ed anziano industriale: Henrik Vanger, ormai in pensione, ex capo e amministratore delegato del Gruppo Vanger.
Henrik vive lo scorcio della propria vita così come ha vissuto gran parte dell'esistenza: ossessionato dalla scomparsa della sedicenne Harriet Vanger, avvenuta nel 1966. Harriet era soltanto la nipote di uno dei suoi fratelli, ma per Henrik era diventata una figlia; la ragazza tra l'altro, nel deprimente panorama costituito dai numerosi membri della stirpe, grazie al carattere e all'intelligenza prometteva di essere la più seria candidata alla guida futura dell'azienda. Però Harriet è scomparsa il 24 settembre del 1966 e per tre decnni abbondanti di lei non si è saputo più nulla... o quasi: ogni anno nel giorno del proprio compleanno Henrik continua a ricevere un fiore essicato in cornice, il regalo tipico che gli faceva Harriet. In sostanza non è nemmeno possibile stabilire se la ragazza sia stata uccisa (Henrik lo crede ma il corpo manca), forse però c'è un assassino che si sta ancora prendendo gioco dell'anziano e addolorato signore.
Le singolari circostanze della scomparsa di Harriet, avvenuta sull'isola di Hedeby dove ancora vive Henrik, fanno del mistero qualcosa di simile ad un "enigma della stanza chiusa": di un autore che in proposito è capace di citare solo Dorothy Sayers però non ci si può fidare, e infatti Stieg Larsson trova ben presto il modo di allargarsi fuori della "porta" di quella "stanza", affidando le ardue indagini del vecchio caso a Mikael, la cui integrità ha favorevolmente colpito il vecchio Vanger.
In verità Henrik ha fatto controllare a fondo la vita e le imprese di Bomkvist e in cambio del suo aiuto gli fornisce alcuni interessanti incentivi: uno stipendio principesco, un sostegno per "Millennium" e soprattutto (esca perfetta per Mikael) le prove per dimostrare la corruzione e le colpe di Wannerström. Resta comunque il fatto che impegnandosi a fondo e seriamente Mikael, coerente con se stesso e ormai affezionato al vecchio malandato signore, riesce laddove nessun altro era riuscito per trentasette anni: scopre i collegamenti della scomparsa di Harriet con altri inquietanti vicende che riguardano tanto la cronaca nera quanto la storia dei Vanger, e infine scopre anche cose ne è stato di Harriet.
Certo, viene soccorso dai prodigi della tecnica che si è parecchio sviluppata dopo gli anni Sessanta e non è nemmeno da sottovalutare l'aiuto che gli deriva da Lisbeth Salander, la hacker che lo aveva originariamente controllato per conto di Henrik Vanger: bisogna dire però che Mikael è anche molto fortunato... in alcuni momenti persino troppo. Deve ringraziare una "sensazione" che lo porta a scoprire come l'inizio del mistero sulla scomparsa di Harriet vada collocato fuori dai confini dell'isola, deve ringraziare una serie di coincidenze per il fatto di riuscire a verificare quella sensazione dopo un tempo così lungo, e infine deve ringraziare la "dritta" biblica ricevuta assolutamente per caso da sua figlia Pernilla: senza quaesti elementi il suo tentativo non avrebbe potuto reggersi, ciascuno di essi tuttavia si presta a qualche dubbio.
Nemmeno il finale offre una vera soddisfazione: i colpevoli di tanti omicidi vecchi e nuovi vengono identificati ma l'informazione rimarrà patrimonio di pochi intimi, e quando la tostissima e tutt'altro che defunta Harriet ricompare, si ha la sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato: questa tizia scompare per mezza vita e alla fine, passando su tutto e su tutti, riprende tranquillamente il proprio posto... le cose vanno così, ma non avrebbero dovuto.

Se la storia è insoddisfacente, altrettanto dicasi per I PERSONAGGI: non ne sopporto uno, e alcuni li trovo francamente irritanti.
Non chiedetemi ad esempio di trovare simpatica quella cucciola randagia e disturbata che è Lisbeth Salander; me la immagino come una sorta di Sinead O'Connor dei poveri ma i suoi problemi, il suo comportamento e il mistero stesso che si innesta nel suo passato (e che, non ne dubito, verrà ripreso nei volumi seguenti) sfidano ciò che persino come lettrice possiedo in grado minimo: la pazienza.
Mikael è interessante per certi versi, ma per altri mostra un'ingenuità degna di Paperino.
Erika per fortuna ha Mikael e "Millennium" perchè sennò morirebbe di noia.
Henrik Vanger sembrerebbe un anziano signore in grado di commuovere con la propria sofferente ossessione, ma alla fine sembra più che altro un normale essere umano snob e ipocrita. Ed è in buona compagnia: si può infatti capire - se non approvare - il desiderio di tacere moltii fatti passati per proteggere il presente ed il futuro di Harriet; mi chiedo però come se la caveranno i Vanger e il loro affranto avvocato nel momento in cui (secondo il patto preteso da Mikael) avranno almeno a che fare con le famiglie delle vittime più recenti.
L'unico personaggio in grado di dare una certa soddisfazione sarebbe quell'acida strega di Isabella Vanger: quando si fa venire un colpo si comporta finalmente in maniera credibile! La cosa però è alquanto vanificata dal fatto che di lei il lettore non conosce quasi niente, nemmeno la faccia... ma forse è meglio così.

In conclusione il romanzo, con il suo disomogeneo intreccio di storie, luoghi e livelli temporali, mi ha deluso e affaticato.
Inoltre, fra i capitoli 5 e 6, mi è rimasto un dubbio: perchè Plague a Wasp che gli chiede un appuntamento risponde"20", se poi i due si trovano alle sei? E non è che lui abbia inteso qualcosa come "ti concedo venti minuti" perchè l'incontro dura più di un'ora...

Direi che l'unico elemento veramente pregevole del libro è la traduzione di Carmen Giorgetti Cima: già conosciuta e lodata in relazione al romanzo di H. Nesser da me recensito la settimana scorsa. A volte i traduttori italiani sono come i doppiatori: i migliori del mondo.



LadyJack || 15:27 || lunedì, 30 marzo 2009
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OLTRE L'INNOCENZA ("Beyond innocence" - 2001) di EMMA HOLLY

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Attenzione: spoilers

Emma Holly è un’autrice di romances erotici e paranormali, che si è cimentata per la prima volta nel genere storico con BEYOND INNOCENCE. L’esperimento mi pare riuscito. Scongiurato il pericolo di una lettura infarcita solo di scene hot fini a se stesse, ho trovato una storia ben tratteggiata, personaggi sufficientemente intensi ed un giusto equilibrio fra gli elementi passionali e quelli psicologici. Ciononostante, alcuni passaggi risultano un po’ ridicoli: magari insistere meno sulla superdotazione dell’eroe avrebbe giovato, ma a tutto si fa l’abitudine. 
Ambientato in Inghilterra nel 1873, il romanzo narra del disperato tentativo da parte di Edward Burbrooke, conte di Greystowe, di insabbiare l’omosessualità del suo giovane e amatissimo fratello Freddie, attraverso il matrimonio di convenienza con un’ignara ragazza di nome Florence Fairleigh. La giovane, bellissima innocente è la figlia orfana di un parroco di campagna, la quale giunge a Londra per chiedere al notaio di suo padre di aiutarla a trovare un marito che possa darle un po’ di affetto e sicurezza economica. L’uomo conosce la famiglia Burbrooke ed il problemino di Freddie, per cui suggerisce al conte di dare un’occhiata alla fanciulla. Il primo sguardo che Edward riesce a posare su Florence, attraverso lo spioncino predisposto nella sartoria della compiacente madame Victoire, è sufficiente a fargli perdere la testa. Purtroppo Freddie non ha la stessa reazione ed il compito del protettivo fratello si fa doppiamente arduo. Edward, che dietro la sua scorza di impassibile severità è focoso come pochi, smania per Florence ogni volta che la guarda e il fatto di sacrificare se stesso per una nobile causa senza speranza non fa che accentuare la sua frustrazione. Freddie è un ragazzo bello, ironico, sensibile e pieno di slanci affettuosi, un vero tesoro. Purtroppo non riesce a farsi piacere il genere femminile e ha un’irresistibile inclinazione per i valletti, specialmente se forniti di polpacci torniti… Il suo fisico prestante è un piatto prelibato che nessuna fanciulla potrà mai gustare, ma questo non riesce subito chiaro alla povera Florence, che, ignara, si fa trascinare in questo infelice gioco delle parti e accetta la proposta di matrimonio di Freddie. Nessuno dei tre, però, è destinato a trarre giovamento da questa scomoda situazione, infatti anche Florence nutre sentimenti sempre più incontenibili per il fratello sbagliato. Fra lei e Edward irrompe presto un fiume di sensazioni caldissime. Come direbbe la signora Coriandoli, la natura vuole il suo sfogo… Florence è vulnerabile e insicura, ma pronta a sperimentare quello che istintivamente desidera maggiormente, qualcosa che ancora non sa definire, ma che solo Edward può darle. Il conte ha il cuore dilaniato fra due amori, soffre e si strugge per Florence, ma non vuole abbandonare Freddie al suo destino. Sempre la natura, che continua ad avere il suo sfogo, darà una provvidenziale mano ai nostri tormentati eroi e farà in modo che ognuno di essi abbia ciò che brama: Edward la sua Florence e Freddie il suo…
Come romance storico, si differenzia per il ritmo quasi cinematografico ed il taglio più moderno. Si salva in corner dallo sconfinare nel polpettone erotico, grazie ad una leggera ironia, spruzzata in qua e in là. A scanso di equivoci, la polpa di cui sopra riguarda solo Edward e Florence, non si tratta di un romance a sfondo gay. 


ArchieGoodwin || 00:43 || domenica, 29 marzo 2009
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I sogni son Desideri / di Felicità

IL RAGAZZO CHE SOGNAVA KIM NOVAK ("Kim Novak badade aldrig i Genesarets sjö, 1998), di Håkan Nesser [ Ugo Guanda ed., 2007]

Ci sono molti scrittori, americani e non, capaci di descrivere l'infanzia e l'adolescenza, con la loro bellezza e la loro crudele momentaneità, mostrando nel contempo nel ragazzo o nel bambino che è l'uomo che sarà: da Mark Twain a Stephen King - per citare due esempi che mi sono famigliari - ma sarei tentata di aggiungere anche J.K.Rowling, per via di Harry Potter.
Håkan Nesser è svedese e di lui non avevo mai letto niente: l'ho trovato tuttavia capace di scrivere la storia di un'adolescanza usando la stessa leggerezza e la stessa profondità degli esempi citati più sopra, unendo serietà ed umorismo in quel binomio che tanto mi piace e che come lettrice mi ha già procurato numerose soddisfazioni.
Il lato duro, serio e realistico del romanzo è dato dal fatto che il protagonista, quattordicenne all'inizio della storia, non ha una vita nè facile nè piena di cose belle; inoltre, nell'estate che costituisce il fulcro della vicenda, si trova a dover fronteggiare un omicidio, con le sue drammatiche conseguenze.
Il lato umoristico invece è dato dal fatto che l'autore riesce a rendere simpatico il protagonista stesso attraverso tante piccole cose: i suoi bizzarri amici, la sua abitudine di citare frasi fatte (un po' per difendersi dalla durezza della realtà... ), la sua capacità di "leggere" cose e persone in modo apparentemente svagato eppure abbastanza preciso.
Il piccolo Erik è capace di dire - e di dirsi - che "la situazione era quella che era", ma ciò non gli impedisce di fare o di pensare: di vivere, insomma, e di diventare grande abbastanza per continuare a guardare con affetto e disincanto il se stesso di un tempo, regalandosi infine quella felicità che aveva sognato senza sperare di poterla raggiungere.

"Avevo capito che le risate erano difficili da imparare"
- Erik -

TRAMA: Inizio estate del 1962. Erik Wassman è un quattordicenne che vive in una città svedese di pianura. Va a scuola, ha qualche amico (come lo sboccato Benny, che non è capace di incrociare due parole senza imprecare), fuma di nascosto e di nascosto crea fumetti di una serie avventurosa, dedicata al formidabile colonnello Darkin.
Ha un fratello maggiore, Henry, che ha lasciato la scuola per andare per mare e che ora fa il giornalista freelance; ha un padre che è secondino nel carcere cittadino ed una madre che sta morendo di cancro all'ospedale.
Gli ultimi giorni di scuola prima della chiusura estiva vengono illuminati dall'arrivo di una bella e giovane supplente, subito accostata nel pensiero a Kim Novak: è così splendida e intensa che al suo apparire un ragazzino debole ed epilettico cade svenuto in cortile... e tutti quanti benedicono il momento in cui l'anziana insegnante di cui lei ha preso il posto si è fratturata un femore, durante la sua lezione di ginnastica per casalinghe!
Ewa Kaludis - così si chiama la sovrumana visione - è un sogno, ma bisogna considerare la realtà: come organizzare le vacanze, ad esempio.
Data la situazione famigliare viene deciso che Erik ed il suo meditativo amico Edmund andranno a trascorrere l'estate nella casetta sul lago, assieme ad Henry e alla sua prosperosa fidanzata Emmy.
Il programma subisce una lieve variazione perchè poco prima della partenza Henry ed Emmy si lasciano; tuttavia Erik, Edmund ed Henry partono ugualmente con armi e bagagli e si insediano felicemente nella casetta: la vita è spartana ma il paesaggio è incantevole. Ci sono tante cose da fare e tra gite in bici o in barca, riparazioni e feste campestri il tempo trascorre tranquillo; Henry si dedica alla stesura del suo primo libro, Erik ed Edmund invece parlano o tacciono, secondo i casi, e scoprono di stare bene insieme anche grazie alle rispettive particolarità.
C'è tanta musica, ci sono i libri (da Agatha Christie a Jules Verne) e l'estate pare varamente fantastica; poi però interviene qualche inquietante mutamento e, come dice Edmund, "non può andare avanti così e basta [ ... ] presto andrà tutto a puttane. E' un po' ... come aspettare un temporale".
Il fatto è che i ragazzi si trovano di fronte ad una strana faccenda: Henry ha iniziato una nuova relazione e LEI è nientemeno che Ewa Kaludis in persona, la quale è non solo bellissima e quant'altro, ma è pure fornita di un fidanzato famoso e violento, la stella della pallamano nazionale Berra Albertsson, detto il Cannone.
Non è dunque una vera sorpresa, per quanto dolorosa, ritrovarsi un giorno di fronte Ewa che è stata picchiata senza risparmio.
E' invece un po' più sorprendente ritrovare, un altro giorno, il cadavere di Berra Albertsson, colpito alla testa da un corpo contundente e abbandonato non lontano dalla castta sul lago.
Malgrado la reticenza di tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda, la polizia non tarda moltissimo a concentrare i suoi sospetti su Henry, che in  effetti viene arrestato. E' un periodo grigio ed incerto, tuttavia alla fine Henry viene rilasciato perchè contro di lui ci sono solo indizi: manca ancora l'arma del delitto e in definitiva non è possibile provare niente. Il delitto rimane irrisolto.
Dopo di che, il tempo inizia a passare, le cose a disperdersi, le persone a procedere.
Erik cresce, i suoi genitori muoiono; Henry ed Ewa Kaludis si lasciano e lui finisce in Uruguay. Erik perde la verginità, studia filosofia, diventa insegnante, sposa Ellinor e al'inizio degli anni Ottanta ha già tre figli. Dopo quindici anni ritrova Edmund, con il quale i rapporti si erano prima allentati poi interrotti, e scopre che è diventato prete.
Ritrova anche Ewa, ormai quarantenne, divorziata con una figlia: e l'antico amore si riaccende d'incanto... ma questa volta è possibile realizzarlo. Erik divorzia da Ellinor e si mette con Ewa; non avranno figli perchè l'età di lei lo rende rischioso, ma avranno comunque un'intensa vita sessuale. Sono felici e con il tempo, quando i rancori di Ellinor si sono assopiti, anche i figli del primo matrimonio di Erik entrano più pienamente nella loro esistenza. (L'aspetto più miracoloso del romanzo consiste nel fatto che questa parte della storia, lungi dal risultare forzata e sentimentale, sia invece funzionale e convincente).
Dopo venticinque anni il vecchio omicidio di Berra Andersson cade in prescrizione.
Di lì a poco Erik, e il lettore con lui, scopre per caso ma definitivamente chi si era reso responsabile dell'omicidio. Ormai non ha più molta importanza, eppure si capisce che per Erik è ugualmente bello accantonare tutti i dubbi o i sospetti che poteva aver nutrito in silenzio, per riuscire finalmente a concentrarsi sulla propria felicità.

"Non bisogna mai perdere il coraggio. E' così
pesante da risollevare, una volta che lo si è
lasciato cadere"
- la signora Wassman, dal suo
letto d'ospedale -


- Il pregio maggiore della storia consiste nello stile dell'autore, fluido e avvolgente, divertente: senza parere, mette insieme una storia difficile che si legge con grande rapidità.
Sentitissima lode alla brava traduttrice Carmen Giorgetti Cima che ha travasato le stesse cose nella versione italiana.
Bello, anche se volutamente minimalista come il resto, il personaggio di Edmund: taciturno quanto e più degli altri, ha tuttavia moltissime cose da "dire"... leggere per credere.

LadyJack || 16:22 || mercoledì, 25 marzo 2009
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Altre amene letture

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Attenzione: spoilers!

DAMA LICENZIOSA (“Lady be bad” – 2007) di CANDICE HERN
In questo romance gli stereotipi ci sono tutti, ma la storia resta comunque molto piacevole da leggere.
Dobbiamo tenere sempre ben presente che chi si dedica ai romanzi rosa non cerca la precisione storica e la coerenza a tutti i costi, né l’appagamento letterario. Per cui sgombriamo il campo da aspettative di qualunque genere e godiamoci un pomeriggio di evasione dalla realtà, costellata di clichés ormai cari a noi adepte.
Il romanzo in questione fa parte di una serie denominata “Vedove allegre”, in quanto le protagoniste sono un gruppo di amiche, tutte vedove, che hanno in comune un comitato per le opere di beneficenza e la voglia di scambiarsi succosi resoconti delle proprie avventure amorose, vissute senza la preoccupazione di contrarre nuovamente matrimonio. Queste dame aristocratiche, ancora giovani e belle, si riuniscono a casa di una o dell’altra e, sorseggiando tè, si confidano particolari piccanti, conditi da consigli troppo audaci per il tipico salotto regency. La stessa Candice Hern ha scherzato definendo le sue vedove amiche per la pelle una sorta di “Sex & The City” fantasiosamente proiettato agli inizi dell’ottocento. L’accostamento fra un famigerato libertino, totalmente privo di scrupoli, cinico mangiatore di femmine, che lui disprezza e abbandona dopo un paio di approfondimenti sessuali, aggiungendole ad una lunga schiera di vittime e la vedova del vescovo di Londra, dedita alle opere pie e all’osservanza dei rigidi principi che il defunto marito le ha inculcato fin da quando lei era un’innocente sposa diciottenne, potrebbe essere la base per un romance scoppiettante e ricco di verve. In realtà la storia è divisa in due parti: nella prima, troppo lunga, ripetitiva e noiosetta, John Grayston, settimo visconte di Rochdale, è attirato in una intrigante scommessa da Lord Sheane. La posta in gioco sono i migliori purosangue da corsa dei due gentiluomini. Rochdale viene sfidato a sedurre proprio l’apparentemente algida ed altera vedova del vescovo, Grace Marlowe. Una delle più scafate amiche di Grace la mette in guardia dal fascino spietato del visconte e dai suoi incantevoli “occhi da letto”. La giovane, che ha subito il lavaggio del cervello da parte di quel sant’uomo di chiesa con il quale era sposata, ha sempre soffocato le proprie inconfessabili pulsioni, per rispondere all’immagine della moglie passiva, bacchettona e virtuosa che il suddetto le aveva imposto.
Molte pagine sono dedicate alla lenta e metodica tattica con cui il visconte di Rochdale cerca di far capitolare Grace, la quale, abituata a celare le emozioni, per un po’ riesce a non mostrare i sintomi del cedimento che si sta facendo strada dentro di lei.
Circa a tre quarti del romanzo, quando la scorza di entrambi i nostri eroi comincia a frantumarsi e ciascuno fa intuire finalmente all’altro di non essere ciò che appare, la passione prende il sopravvento. Grace si arrende a Rochdale e già lo ama, mentre lui, nel vortice dei sentimenti che non riesce più a negare, ha dimenticato il motivo per cui si è lanciato in questa avventura. La scommessa diventa l’unica ombra minacciosa che rischia di mandare all’aria tutto ed è qui che inizia la parte succosa per chi legge. Quando Grace viene a sapere, per vie traverse, l’antefatto dell’interesse del visconte nei suoi confronti, la trama serra i ranghi, la narrazione decolla, i dialoghi sono meglio delineati e i protagonisti diventano più interessanti e sfaccettati. I capovolgimenti si succedono e le scene vengono raccontate vividamente, in particolar modo quella finale, di sicuro effetto.
Il risultato è un buon romance, che fa venire voglia leggere gli episodi precedenti.


NON TI HO MAI DIMENTICATO (“Unforgiven” – 1998) di MARY BALOGH
Mary Balogh non delude mai. Nei suoi romanzi i personaggi vivono. Lei ti accompagna attraverso le pagine, te li fa conoscere, ti fa credere ai loro respiri e te li fa amare. Tanti piccoli mondi, sparsi per le campagne inglesi, dove drammi, sentimenti e storie d’altri tempi sembrano improvvisamente reali. Adoro questa scrittrice, che non ha paura di affrontare atmosfere più complesse, di mettere alla prova i suoi protagonisti, di farli soffrire attraverso ostacoli che spesso sono all’interno di loro stessi. Nei romances di Mary Balogh trovi anche la morte, mai evocata per suscitare stucchevoli lacrimucce. In questo libro, in particolare, c’è molto contrasto, ci sono amarezze e rancore, ci sono otto anni di parole non dette e verità equivocate, ma c’è anche l’esilarante ritratto del pomposo, grottesco ed ineffabile Sir Edwin Baillie, che ci riporta alla mente lo stile di Jane Austen.
Miss Moira Hayes è giunta alla triste decisione di prendere marito per evitare una vita disagiata a sé e alla propria madre. Dopo la morte del fratello Sean durante la guerra contro Napoleone in Spagna, non c’è nessuno che possa ereditare Penwith Manor e il titolo di baronetto, che andranno al lontano cugino Edwin Baillie. Questo noioso e cerimonioso essere, che fa dell’enfasi il suo credo e snocciola affermazioni ridicolmente leziose, si propone alla ragazza, la quale, ormai rassegnata, accetta il sacrificio.
Otto anni prima, un sentimento di ben altra entità aveva subito una lacerazione a causa di fatti traumatici che avevano coinvolto gli Hayes ed i loro vicini di Dunbarton Hall. La vicenda si svolge in Cornovaglia, terra in cui la gente era abituata a convivere con il contrabbando. Forse il fratello di Moira, Sean, era finito su una cattiva strada ed il fatto che progettasse una fuga d’amore con la sorella di Kenneth Woodfall, figlio del conte di Haverford, non aveva certo gettato acqua sul fuoco dell’odio che divideva le due famiglie per antiche questioni.
Da bambini, Sean e Kenneth erano amici e giocavano insieme, di nascosto dalle rispettive famiglie. Durante quei momenti di libertà, Moira osservava da lontano quel biondo ragazzino e sognava che lui si accorgesse di lei. Poi tra i due era sbocciato un sentimento romantico ed acerbo, fatto di innocenti incontri segreti e qualche bacio. Kenneth, però, si era schierato contro Sean quando pensava che la sua influenza avrebbe portato alla rovina sua sorella e, dopo una terribile lite, fra lui e Moira era tutto finito. Kenneth era partito per la guerra e anche Sean.
Ora Moira incolpa Kenneth per il fatto che suo fratello si è trovato a morire lontano da casa, su un campo di battaglia. Dopo il ritorno in Inghilterra, Kenneth cerca di dimenticare gli orrori e di anestetizzare il senso di colpa, gozzovigliando con tre amici e dedicandosi ai piaceri che Londra riserva a quattro splendidi e ricchi giovani reduci. I “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” è il soprannome che per loro ha coniato Mary Balogh, che li ha voluti protagonisti di una serie di tre romanzi di cui questo è il secondo.
La storia comincia quando Kenneth, divenuto conte di Haverford, decide che è stanco delle notti brave e che ha nostalgia di casa. Da otto anni non osa tornare sui suoi passi, teme di riaffrontare il passato, immagina che Moira nel frattempo si sia sposata, non sa se lei lo odia ancora. Ma sente che Dunbarton è l’unico luogo a cui appartiene ed è lì che spera di ritrovare la pace. L’incontro fra i due avviene casualmente sulla scogliera, l’antico rifugio in cui Moira è andata a riflettere sul proprio scialbo futuro come moglie di Sir Edwin Baillie e il luogo che Kenneth ripercorre a piedi con il suo cane ed il cavallo, per riprendere lentamente confidenza con i ricordi, sentendo nel cuore il richiamo degli affetti più cari e della sua terra. Un momento che Mary Balogh descrive benissimo, riuscendo a rendere alla perfezione la freddezza reciproca solo superficiale che scuote profondamente i due protagonisti e li riporta in un vortice di sensazioni e dolore. Per fortuna, proprio grazie all’inconsapevole stupidità del nuovo fidanzato della ragazza, Moira e Kenneth sono destinati a frequentarsi nuovamente. Non sia mai che Edwin Baillie, nuovo signore di Penwith Manor, non renda omaggio ai suoi molto nobili vicini e non accetti un doveroso invito a prendere parte ai grandiosi festeggiamenti natalizi che Kenneth ha programmato per ridare vita a Dunbarton Hall! La madre e la sorella del conte non nascondono il loro malanimo nei confronti di Moira, ma Kenneth si sente in obbligo di porre fine alla faida familiare e non solo accoglie il baronetto e la fidanzata, ma balla con lei un valzer. La gioiosa serata di Natale a Dunbarton si interrompe quando una bufera di neve consiglia agli invitati un anticipato fuggi-fuggi. Sir Edwin, che aveva programmato un rientro a casa per la mattina dopo, avendo avuto notizia che la madre è gravemente malata, decide di partire quella notte stessa e lascia Moira nelle mani del conte. La strada da Dunbarton a Penwith è impraticabile e Kenneth offre ospitalità a Moira, la quale, determinata ad andarsene ugualmente, sta per accettare quando sente per caso le parole sprezzanti nei suoi confronti da parte della madre e della sorella del conte. L’orgoglio e l’impulsività le fanno compiere l’insano gesto di uscire a piedi nel gelo ed incamminarsi in mezzo alla neve turbinante, con solo un mantello sul leggero vestito da sera. Quando Kenneth si avvede della sua scomparsa, si getta all’inseguimento, maledicendo la follia di lei e terrorizzato di trovarla morta di freddo. Grazie da un guanto perduto nella neve, fiutato dal suo cane, riesce ad intuire che Moira ha trovato un gelido rifugio in una capanna usata talvolta dai cacciatori. Lì, per non morire assiderati, Kenneth e Moira dormiranno molto vicini, anzi passeranno la notte compiendo gesti che normalmente hanno altri scopi, ma in questo frangente paiono l’unica idea balenata nella mente pratica di un ex ufficiale come il conte per generare il massimo calore possibile. Nessuno dei due avrebbe voluto che accadesse, ma il freddo è galeotto ed il seguito della storia prende una piega tormentata, perché Moira non accetta il matrimonio riparatore che Kenneth si sente di offrirle e per tre mesi si rifiuta di ammettere la realtà. Soffrendo le pene dell’inferno, la ragazza si consuma nella mente e nel fisico, arrivando ad apparire come se fosse minata da un male oscuro e non rivela fino allo stremo delle forze la sua condizione. Finché, quando Kenneth si trova di nuovo a Londra, una lettera laconica di Moira lo rende edotto della sua prossima paternità. Lui, che non ha mai smesso di amarla, si precipita ad imporle di sposarlo, cosa che avviene con sommessa rapidità. La prima notte di nozze prosegue sulla scia snervante dei sentimenti bloccati, delle incomprensioni e si trasforma improvvisamente nel dolore più tremendo, rappresentato da una perdita. Solo il tempo, la lontananza e la presa di coscienza di sé permetterà a Moira e Kenneth di ritrovarsi e di tentare la via dell’amore incondizionato.
Essendo un romance, la conclusione è felice. Tutta la narrazione procede attraverso le difficoltà interiori e le barriere emotive, dipanate secondo il marchio di qualità della Balogh. Unica pecca, il fatto che il giro di boa della vicenda avvenga attraverso il fattaccio nella capanna sotto la tempesta di neve. O meglio, che Kenneth abbia convinto così facilmente Moira che sarebbero morti assiderati se non avessero aumentato il vicendevole calore corporeo fornicando. Mentre il povero Sir Edwin correva al capezzale della madre, poi!




NEL NOME DEL PIACERE (“Pleasure for pleasure” – 2006) di ELOISA JAMES
E’ il secondo libro di Eloisa James che leggo. E’ il quarto volume dedicato alle sorelle Essex. Ho detto che non amo l’idea delle saghe, ma se questa è la qualità, ben vengano. La James si è laureata a Harvard, ha conseguito un master a Oxford e un dottorato di ricerca a Yale ed è docente di Shakespeare e letteratura rinascimentale. La sua cultura influisce sul suo modo di scrivere e le citazioni abbondano nei suoi romances. Questa è un’autrice davvero raffinata e di grande talento. Nel suo stile si percepiscono il gusto, l’ironia ed il piacere di comporre affascinanti commedie romantiche. Leggerla è delizioso, mi ha davvero conquistata e non vedo l’ora di avere fra le mani altri suoi romanzi.
Ho conosciuto le sorelle Essex attraverso la vicenda di Imogen e Rafe in
“Amare un duca” e tutto il mondo dei bellissimi personaggi creati dalla penna di Eloisa James mi ha incantata ancora con “Nel nome del piacere”, dove la sorella minore, Josephine, trova l’amore del conte di Mayne, formando con lui la coppia più improbabile e spettacolare del mazzo.
Ma l’originalità della James sta nella sua capacità di tessere le fila di più di una storia, mantenendo vivo l’interesse del lettore e senza perdere la compattezza.
Josephine Essex, Josie per tutti, a soli diciotto anni ha uno spirito e un’intelligenza non comuni ed emerge fra le sue coetanee non solo per l’acutezza del suo pensiero, ma anche per la sua prorompente fisicità. Le sue tre sorelle hanno avuto matrimoni rocamboleschi e sono ora felici ed appagate. Lei soffre perché sogna di avere ciò che loro possiedono e si ritiene invece incapace di attirare l’attenzione maschile, a causa del suo fisico abbondante. Tess, Annabel e Imogen cercano invano di convincerla che le sue forme generose sono molto appetite dagli uomini e di dissuaderla dall’avvilire il proprio corpo nel terribile corsetto che la sarta di Imogen le ha procurato. Josie si sente sicura dietro la corazza di quelle stecche soffocanti e pensa che senza il corsetto la sua carne deborderebbe, rendendole del tutto impossibile concludere la sua prima Stagione londinese con una proposta di matrimonio. Purtroppo qualcuno le ha affibbiato l’appellativo di “Salsiccia scozzese” e nei salotti della buona società i giovanotti temono di essere canzonati se si fanno vedere accanto a lei.
Rafe, duca di Holbrook e tutore di Josie, che sta per impalmare la sua Imogen, è preoccupato e chiede al suo migliore amico, Garret Langham, conte di Mayne, di stare vicino a Josie mentre lui sarà in viaggio di nozze e di supportarla in questo momento di difficoltà. Mayne, un bellissimo uomo di quasi trentacinque anni, che ha trascorso la vita saltando da un letto all’altro per noia e che, stanco di tale condotta insensata, ha passato gli ultimi due anni in totale redenzione e si crede ora perdutamente innamorato della sua fidanzata, la deliziosamente irraggiungibile francesina Sylvie de la Broderie, è molto colpito dalle parole di Rafe. Josie non è grassa! Agli occhi di Mayne, è bellissima e piena di affascinante vivacità intellettuale. Solo che lei non se ne rende conto. La ragazza trova in Garret un alleato pieno di nobili sentimenti e di senso di protezione nei suoi confronti, tanto che una sera la trascina via da un ballo in cui lei si muoveva come un pesce fuor d’acqua, soffrendo per l’ennesima volta dentro le spire del corsetto e la porta a casa sua. Sentendosi una specie di vice tutore e con la scusa che tanto il suo cuore è immune, perché impegnato con Sylvie, Mayne decide di dare a Josie una lezione su come si deve muovere per attirare l’attenzione degli uomini. Aiutata da qualche bicchiere di champagne, Josie si lascia convincere e il conte le fa togliere il corsetto. La scena è molto divertente e dolce allo stesso tempo. La vulnerabile fanciulla nelle mani dell’esperto sciupafemmine che cerca di farle capire che le sue forme procaci sono il premio più ambito per qualunque maschio. Garret arriva ad indossare l’abito da sera di Josie, strappandolo per entrarci almeno dalle maniche e le mostra come incedere ancheggiando con movimenti sensuali. Josie non sembra cogliere appieno l’essenza di tale sforzo e ripete l’andatura senza convinzione. Si sente ancora goffa e senza speranza, al che Mayne decide di farle sentire fisicamente quanto in realtà lei sia bella e desiderabile e la bacia con trasporto, avvertendola prima che comunque lui è innamorato della sua fidanzata. Il risultato è per entrambi positivo. Il conte non pare del tutto insensibile e Josie apprende finalmente la tecnica, liberandosi definitivamente del corsetto.
Da qui in poi, la fanciulla sarà il centro dell’attenzione di ogni riunione mondana e tutti si accorgeranno della sua avvenenza, proprio perché lei si mostrerà convinta di esserlo. L’esplosione delle curve rinascimentali di Josie fanno da contraltare con il segaligno distacco e l’altera inavvicinabilità di Sylvie, che ha, sì, accettato di sposare Mayne, ma non si lascia toccare da lui e gli dice chiaramente che soggiacerà ai doveri coniugali al massimo una volta al mese e dietro appuntamento. Come questo ex dissipato libertino possa accettare una donna del genere è presto detto: abituato ad essere mangiato con gli occhi ed usato per il piacere da donne sposate e vedove in calore, il conte trova questa nuova condizione rigeneratrice. La prima donna che gli si rifiuta, una francese cinica ed incapace di passioni lascive, una dea altera e sofisticata, lo fa sentire ripulito dal suo torbido passato. Peccato che, al primo e unico tentativo di darle un bacio da parte del conte, l’eterea Sylvie si trasformi in una belva inferocita, lo schiaffeggi disgustata e rompa il fidanzamento. Una scena penosa, che si svolge nelle scuderie di Ascot, davanti agli occhi esterrefatti di Josie, la quale si trova nascosta in un box, dopo essere sfuggita al tentativo di violenza da parte di un sudicio individuo. Josie, affidata alla compagnia della sua chaperon, Lady Griselda, sorella di Mayne, era finita in quel pasticcio mentre tutti erano occupati in altre faccende.
Lady Griselda è un altro dei personaggi portanti di questa serie. Trentaduenne, vedova bellissima, non pensa di rifarsi una vita e pare accontentarsi di gioire dei successi amorosi delle quattro sorelle Essex, delle quali Rafe l’aveva nominata chaperon. Ma proprio in questo romanzo assistiamo ad una bella ed appassionata storia che sboccia fra lei ed il giovane Darlington. Quando si scopre che questo aitante virgulto è l’artefice del soprannome “Salsiccia scozzese”, Sylvie in un impeto di solidarietà femminile, propone di vendicare Josie e convince Lady Griselda a sfoggiare tutto il suo charme per ammaliare l’incauto Darlington e lasciarlo nello sconforto, dopo averlo sedotto e abbandonato. La donna, dapprima rifiuta, ma poi si lascia attirare dal gusto della sfida e affila le sue armi femminee, che hanno gioco facile da subito. Quello che Lady Griselda non aveva programmato era che il ragazzo, da tempo pentitosi per avere coniato l’offensiva ed ingiusta definizione, è in realtà un affascinante e colto gentiluomo, pieno di fuoco e pronto a dimostrarle che la stagione dell’amore è lontana dall’essersi esaurita anche per lei. Inizialmente, Griselda si nega all’abbandono totale, ma poi cede dinnanzi all’appassionata insistenza di lui e, sul finale del romanzo, comprendiamo che i due hanno coronato fino in fondo la loro relazione.
Tornando a Josie, finalmente Mayne la trova, tremante e lacrimosa, nel box della scuderia e, sfoderando un’insospettabile armatura scintillante, decide che, se è stata violata, lui la sposerà. Ecco, qui sta l’inghippo. Josie non è stata violentata dal tipo che l’aveva trascinata fin lì, perché lei aveva reagito con un provvidenziale colpo basso e con una spettacolare palata di letame in faccia. Ma questo Garret non lo sa e sembra quasi che non sia interessato a scoprirlo. L’idea che il colpevole venga posto davanti alle proprie responsabilità e costretto ad impalmare la ragazza è fuori discussione, tanto più che lei, per evitare questo pericolo, si rifiuta di svelarne il nome. Così Mayne non insiste nemmeno, va a cercare lo zio vescovo e sposa Josie senza indugio. Ora, la giovane, prima di pronunciare il sì, ha un sussulto di dubbio e si consulta con le sorelle sull’opportunità di confessare al conte di non essere stata violentata e che quindi lui non si deve sentire coinvolto a tal punto dal porla sotto la protezione del suo nome. Ma le tre lungimiranti donne la convincono che se lui la vuole sposare, forse è un bene che accada e probabilmente da questo strano matrimonio riparatore potrebbe sortire un’altra unione felice come le loro. Lo slancio di Mayne nasconde un sentimento che lui stesso non ha ancora riconosciuto e Josie, da parte sua, lo vede come l’uomo dei suoi sogni da quando lui l’ha baciata per insegnarle ad accettare se stessa.
La notte di nozze si trasforma in un magico momento di sorprendente vicinanza fra i due. Una vera e propria esplosione di sensazioni nuove per entrambi. Josie è vergine di corpo è Mayne lo è d’amore. Eloisa James è strepitosa nel descrivere la scoperta reciproca e l’affacciarsi di un sentimento che nutre lo spirito e genera la passione. Garret si perde nella bellezza della sua giovane sposa e lei esige le sue attenzioni, lo dirige, lo attrae a sé.
Così il conte di Mayne, dal fisico scolpito e dallo sguardo annoiato, trova quello che mai avrebbe sognato di provare, fra le braccia della ragazzina impudente, divoratrice di romanzi d’amore e piena di complessi, che lui ha reso consapevole e felice.
E la sdegnosa Sylvie che fine ha fatto? Con una lettera d’addio graziosamente profumata, la pulzella informa il suo ex fidanzato di essere in procinto di partire per un viaggetto in Belgio, insieme alla sua nuova amica, Lady Gemima. Fin qui niente di strano, se un’accorata confessione di Lady Emily Blechschmidt all’ignara Griselda non avesse poco prima rivelato il doloroso abbandono che la povera Emily ha dovuto subire da parte dell’amata Gemima, che ora se ne sta andando all’estero con un’altra donna. Ohibò! Diciamocelo, il nostro amatissimo Mayne l’ha scampata davvero bella…

ArchieGoodwin || 00:56 || lunedì, 23 marzo 2009
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Dal Mare ai Monti: un Addio ai Pesci

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IL SONAGLIO , di Andrea Camilleri [Sellerio ed., 2009 ]

Gli amplessi con le capre, lo confesso, non prendono molto il mio interesse. Già presenti ne "La Stagione della Caccia" - dove tra le attività del marchesino Federico Maria Santo Peluso di Torre Venerina c'erano la micologia e, appunto, il sesso con una bella capra girgentana - costituiscono uno di quegli elementi che conferiscono a certi racconti camilleriani il loro tipico sapore a metà tra fiaba e mito, con il recupero di un panteismo arcaico del quale l'altrettanto arcaica Sicilia riesce ad appropriarsi senza stridori.
In ogni caso, bisogna ammettere che solo Camilleri e forse pochi altri scrittori possiedono capacità atte ad inserire un tale argomento nei loro romanzi non solo evitando volgari morbosità, ma addirittura facendone una fonte di quasi normalità e di poesia.
Nella realtà le capre sono animali puzzolenti e privi di particolari qualità, ma nei racconti di Camilleri - a volte - diventano veri e propri personaggi, dotati di una loro bellezza e di un loro carattere, in modo tale che il confine tra l'umano e il bestiale si fa veramente sottile e impalpabile.
Non a caso "Il Sonaglio" è il più recente volume di una trilogia fantastica dedicata dall'autore alla rivisitazione dell'antica tradizione sulle metamorfosi: "Maruzza Musumeci" parlava di sirene e "Il Casellante" della trasformazione di esseri umani in arbusti: questo romanzo illustra un'altra specie di travaso o di identificazione tra l'umano e l'inumano, chiudendo dunque un piccolo cerchio al quale Camilleri dichiara di essere molto affezionato.
"Nei tempi antichi le metamorfosi venivano più facili a dirsi e a farsi", commenta nella postfazione: intanto però la sua bella e strana storia giocata tra acque e boschi, tra pescatori e greggi, lui l'ha scritta. E noi, naturalmente, l'abbiamo letta.


TRAMA: Nella Vigata di inizio Novecento la maggioranza degli abitanti sono poveri, con scarse possibilità di riscatto economico e sociale. Non fa eccezione la famiglia di Adelio Savatteri, un pescatore che non possiede nemmeno la barca con cui esce in mare e che ha due figli da mantenere. Il più grande, il quattordicenne Giurlà, per poco non finisce a lavorare nelle miniere di zolfo: lo salva da questo destino infame l'affetto dei genitori che, malgrado la miseria non se la sentono di condannarlo a quel tipo di semi-vita.
Grazie all'interessamento di un notabile del luogo, don Pitrino Vadalà, a Giurlà viene invece offerta una possibilità diversa: quella di diventare pastore di capre nelle terre che lo stesso don Pitrino possiede presso il natìo (e lontano) paese di Castrogiovanni. La cosa in teoria è quasi comica, perchè non si è mai vista una creatura più attaccata al mare di Giurlà: vive più in acqua che fuori, nuota da campione ed è così veloce che riece a pescare con le mani... e tuttavia, per ragioni di bisogno, la proposta viene non solo ascoltata ma anche pienamente accolta.
Giurlà raccoglie le sue cose e parte per l'entroterra; viaggia in treno per la prima volta e la visione del mare che si allontana e infine scompare lo porta a lacrime nascoste ma amarissime.
Il nuovo lavoro lo immerge in un paesaggio totalmente nuovo nelle forme, nei colori e negli odori: la vita di Giurlà cambia radicalmente, ma in meglio. Innanzitutto i suoi guadagni lo fanno sentire finalmente grande e riescono effettivamente ad aiutare la famiglia rimasta a Vigata; inoltre fra boschi e colline il ragazzo cresce, si irrobustisce fisicamente e mentalmente, perfeziona le sue elementari capacità di lettura, incontra gente e fa esperienze (anche sessuali): tutte cose insomma che senza parere lo conducono all'età adulta e a diventare quel diciottenne che il marchese di Santa Brigida, suo protettore, disperando di riuscire a farlo riformare per non perderlo come lavorante, definirà "un cristone alto, bello, robusto e pieno di vita".
Nel tempo Giurlà si immerge così profondamente nella nuova esistenza da rovesciare totalmente il proprio gusto per il paesaggio: il mare, una volta amico e carezzevolmente rumoroso, diventa grigio e fastidioso. Giurlà ormai ama i colori delle colline e dei fiori, per pescare ha ancora i laghi, e persino la famiglia si allontana gradualmente nell'affetto e nel ricordo.
L'elemento che più fortemente áncora Giurlà a tutto questo è la sua relazione (non si può definirla altrimenti) con una capra da lui chiamata Beba; iniziato quasi per caso e senza particolari intenzioni, il legame tra il ragazzo e l'animale si evolve in un vero e proprio rapporto amoroso, con tanto di alti e bassi, sorprese, malumori e gelosie. A Beba manca la parola, ma si fa capire benissimo; inoltre, pur non essendo umana, nei confronti di Giurlà riesce a dimostrare un attaccamento e una fedeltà straordinari.
Sino al momento della sua morte, avvenuta per un incidente sul lago, durante una tempesta: un pomeriggio d'agosto, Beba e la marchesina Anita di Santa Brigida, sorprese dal maltempo, cadono in acqua dalla barca su cui si trovavano come d'abitudine, e Giurlà riesce faticosamente a salvare solo la ragazza.
Ma al momento dell'incidente accade qualcosa di inspiegabile e in effetti di inspiegato: morendo, Beba reicarna qualcosa di sè in Anita, tanto che in seguito la marchesina - dimostrando la stessa cocciuta determinazione già propria della capra - farà le umane e le divine cose e quasi si lascerà morire di fame pur di riuscire ad avere ciò a cui sembra sommamente tenere: ovvero, lo stesso Giurlà.
Alla fine il marchese, per quanto perplesso, non se la sente di porre il veto: Anita e Giurlà si sposano, e tutto lascia prevedere che vivranno ragionevolmente felici e davvero contenti... a dispetto del fatto che Anita, la prima notte di nozze, riveli di avere una piccola deformità, che del resto conferma ciò di cui già dicevo: nelle storie di Camilleri (bravo a prescindere, e bravissimo a trasformare la strana eccezionalità delle situazioni in poetica quotidianità) spesso è difficile disgiungere il realismo fantastico dalla fantastica realtà.
LadyJack || 10:55 || sabato, 21 marzo 2009
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Sole Nero

HANNIBAL LECTER - LE ORIGINI DEL MALE ("Hannibal Rising", 2006), di Thomas Harris [ A. Mondadori ed., 2007 ]

Il mio rapporto con Thomas Harris è stato spesso fruttuoso, ma mai particolarmente stretto. Concordo con quanti hanno sempre considerato "Il Silenzio degli Innocenti" (libro e film) un piccolo gioiello; ho letto "Drago Rosso" che lo precede ed "Hannibal" che lo segue; ne ho apprezzato - anche se in maniere molto diverse - i relativi film, ed anzi in tempi lontani, ben prima che l'autore diventasse famoso, vidi persino "Manhunter" che è la versione povera ma bella di "Red Dragon", rifatto in tempi più recenti con tutt'altro stile... e tutt'altro budget.
"Drago Rosso" o "Red Dragon" che dir si voglia è tra l'altro il mio preferito, tanto per la storia e i personaggi, quanto per le citazioni da William Blake.
Tuttavia quando uscì "Hannibal Rising", il romanzo dedicato alla giovinezza di Hannibal Lecter, la storia in cui si spiegavano i come ed i perchè della sua dimensione mostruosa, non provai la benchè minima curiosità nè il desiderio di leggere il libro. Pensavo probabilmente che una figura formidabile come quella di Hannibal Lecter non avesse bisogno di essere illustrata e spiegata; a lui si addiceva un velo di mistero, di incertezza, piuttosto che un recupero biografico, il quale del resto era già in parte contenuto nel terzo romanzo della serie: quell' "Hannibal" così discusso - e forse discutibile - che mi aveva causato seri problemi di accettazione per il trattamento riservato al personaggio di Clarice Sterling e per l'insoddisfacente finale.
Insomma: lì per lì accantonai la faccenda, non sentii la mancanza dell'esperienza e non ci pensai più... almeno sino ad una decina di giorni fa, quando particolari circostanze che sarebbe troppo lungo specificare hanno riportato il romanzo alla mia attenzione. Spinta da quella curiosità che era mancata in precedenza, l'ho cercato in biblioteca, l'ho trovato senza difficoltà, l'ho letto in due notti: ed ora posso dire che mi è piaciuto più di quanto avessi creduto possibile. Ha certi limiti, è vero, ma possiede anche un suo grande fascino, dovuto - io credo - in larga misura al fatto che lì il mistero attorno al personaggio di Hannibal Lecter viene a tratti precisato ma non certo dissipato. Chi si aspettasse un chiarimento definitivo rimarrebbe deluso: nel romanzo persino uno psichiatra che lo ha avuto come paziente, riferendosi al Lecter "interiore", ammette di non essere mai riuscito a trovarlo.
Disseminate tra le pagine il lettore si imbatte in frasi come queste: "Hannibal sta crescendo e cambiando, o forse realizzandosi per quello che è sempre stato" (pag. 173); "Il piccolo Hannibal è morto nel 1945 là fuori nella neve [...] Che cos'è ora? Non c'è una parola per dirlo. In mancanza di meglio, possiamo chiamarlo mostro" (pag. 299); "Dormì profondamente e non fu visitato dai sogni come succede agli umani" (pag. 328).
Hannibal viene descritto come "la bestia che [...] lavorando per emergere, appare al mondo", ma anche come qualcuno che è capace di colpire duramente i prepotenti, mentre i piccoli e gli indifesi suscitano in lui ciò che in una persona più normale e meno controllata sarebbe pietà.
Negli occhi di Hannibal, inoltre, la luce si riflette sempre rossa, demoniaca: ma i dubbi riguardanti la sua natura, il suo essere profondo, rimangono irrisolti, e alla fine spetta dunque al lettore decidere se Hannibal Lecter sia un essere umano raggelato, perduto da un dolore indicibile, o piuttosto un'anomalia della realtà, unica ed inquietante. E mortale.
D'altra parte in questo tipo di romanzi sono molte le cose che finiscono per spettare all'immaginazione del lettore, e in ciò c'è del buono e del meno buono.
Malgrado gli argomenti sui quali esercita la propria creatività, Thomas Harris non è un grande scrittore, non possiede una potente capacità evocativa. La sua scittura è anzi abbastanza piatta, molto descrittiva ma priva della volontà di arricchirsi con i particolari o di profondersi in analisi e spiegazioni; l'autore è molto bravo a tessere le sue trame, poi però all'interno di esse i personaggi si limitano ad agire in maniera un po' meccanica. Scenografia e coreografie non mancano, ma spesso è il lettore che deve aggiustare il tono dei colori e la portata dei movimenti. Ciò che riesce meglio a Thomas Harris in genere sono le frasi conclusive dei capitoli: frasi ad effetto, dalle conseguenze sospese, che in sottofondo sembrano sempre avere un drammatico crescendo musicale.
Al di fuori di questo abbondano invece le allusioni, le elisioni, gli accenni: ed è compito di chi legge riempire gli spazi liberi. Forse è una scelta stilistica o forse si tratta di un limite caratteristico, in ogni caso dev'essere per questo che Thomas Harris e il cinema si aiutano volentieri a vicenda: il primo fornisce le storie, il secondo mette a fuoco le immagini.

TRAMA: La storia inizia sullo scorcio della Seconda Guerra Mondiale.
E' il secondo giorno dell'Operazione Barbarossa, il tentativo tedesco di invasione dell'URSS attraverso l'Europa Orientale; in Lituania la famiglia del conte Lecter è in procinto di abbandonare il castello avito per sfuggire all'avanzata dei nazisti: la Lituania si trova molto ad Ovest e il loro arrivo è imminente. La famiglia Lecter - il conte, sua moglie Simonetta (una Sforza-Visconti, nientemeno!), i figli Hannibal e Mischa, più il precettore Jakov - riesce a raggiungere il casino di caccia nascosto in un bosco difficilemte penetrabile; i Lecter non riescono invece a portare via gran parte dell loro patrimonio.
Nel casino di caccia vivono relativamente tranquilli per tre anni e mezzo, ma quando nel '44 crolla il fronte orientale e l'Armata Rossa dà inizio alla controffensiva, il Paese cade preda del caos, tra nazisti in fuga e truppe locali ex collaborazioniste (i cosiddetti Hiwis) ormai allo sbando.
Proprio un gruppo di Hiwis depreda il castello Lecter e infine raggiunge il casino di caccia. Un incidente uccide i coniugi Lecter e il signor Jakov, rimangono solo i bambini: il tredicenne Hannibal e la piccola Mischa, verso la quale il fratello è sempre stato molto affettuoso e protettivo.
Inizia qui quella fase della vita di Hannibal che per anni resterà confusamente nei suoi incubi, sino a farne - probabilmente - l'Hannibal Lecter poi conosciuto da Clarice Sterling e da milioni di lettori e cinefili nel mondo.
Gli Hiwis, guidati da quello che per Hannibal sarà sempre Occhiblu - al secolo Vladis Grutas - fanno ormai parte per se stessi e non hanno scrupoli per ciò che riguarda la loro sopravvivenza o la loro possibilità di arricchirsi. Un giorno, pressati dalla fame, uccidono la già morente Mischa e se la mangiano; Hannibal non può far niente per salvare la sorellina, su di lui scende un velo nero  e il gelo totale entra nel suo cuore.
Riuscito a fuggire e raccolto dai sovietici, sarà poi trasferito di nuovo al castello Lecter riconvertito in orfanotrofio (altra esperienza non priva di dolore). Dopo la guerra il fratello di suo padre - Robert Lecter, un famoso pittore - va alla ricerca della famiglia e trovato soltanto il nipote, lo prende con sè.
Il nuovo conte Lecter e la sua bellissima moglie giapponese, Lady Murasaky, offrono ad Hannibal tutto ciò che possono: un tetto (abitano in Francia), cure mediche, la scuola e soprattutto il loro amore più autentico. Hannibal non rifiuta di vivere così, però per lungo tempo è come se di lui esistesse e fosse presente nient'altro che il corpo fisico; non parla, urla nel sonno e solo molto gradualmente diventa - almeno esteriormente - una persona normale, un giovane colto, fine, educato e piuttosto attraente.
Sin da piccolo in reatà Hannibal aveva posseduto qualità intellettuali non comuni: intelligenza, logica, capacità di osservazione, memoria, immaginazione. Ora si scopre bravissimo anche a disegnare e a dipingere; dopo qualche anno, trasferitosi ormai a Parigi, diventa uno dei più abili e promettenti studenti della Scuola di Medicina.
Nel frattempo sono accadute molte altre cose: Robert Lecter è morto e la famiglia si è ridotta ai soli Hannibal e Lady Murasaky, che negli anni rafforzeranno il loro straordinario legame sino ad evolverlo in amore e - almeno sino ad un certo punto - in complicità.
Descrivendo la relazione fra Lady Murasaky e Hannibal la capacità allusiva di Thomas Harris raggiunge forse il suo apice: a dispetto di un paio di scene di delicato erotismo, in base a ciò che si trova scritto non è possibile affermare con certezza se i due siano effettivamente amanti oppure se il loro amore sia esclusivamente intellettuale e platonico. Il lettore potrebbe anche nutrire il dubbio che Hannibal arrivi intacta virtute ad incontrare Clarice Sterling, tanto più che il sesso puro e semplice non pare proprio essere in cima alle sue inclinazioni. Personalmente però ho il sospetto che Hannibal perda la verginità poco dopo il termine del capitolo 26...
Hannibal ha già anche compiuto il suo primo omicidio, con annesso episodio di cannibalismo: ha eliminato un bruto, sospetto criminale di guerra, che aveva pesantemente offeso e minacciato Lady Murasaky. Come il John Doe di "Seven", Hannibal non sopporta la volgarità e la stupidità... e vogliamo anche rilevare l'ironia del fatto che la sua prima vittima sia un macellaio?
In verità la storia del romanzo, seppur abbastanza cruda e violenta, non rinuncia a far apprezzare al lettore anche caratteristiche del tutto differenti: la bellezza, la grazia e l'eleganza, innanzitutto, che permeano e circondano i personaggi di Hannibal e di Lady Murasaky, e poi l'ironia, il sorriso un po' colpevole e fugace suscitato a sorpresa fra le righe. Come non apprezzare ad esempio l'umorismo implicito nel fatto che Hannibal, nei suoi silenziosi pensieri, sia capace di valutare ad occhio le dimensioni e il peso della testa dei suoi interlocutori?
In fondo, in ogni caso, c'è un tristissimo contrasto fra ciò che poteva esser e ciò che invece è: Hannibal, così pieno di potenzialità, così dotato, così straordinario, avrebbe dovuto avere una vita meravigliosa. Nessuno garantisce che in circostanze diverse l'avrebbe avuta - sta qui infatti il grande nodo misterioso della storia: quel che è certo però è che NON l'avrà. E si pensa con rabbiosa angoscia al tempo lunghissimo in cui, nel futuro, lui sarà rinchiuso nel Manicomio Criminale di Baltimora.
Hannibal è morto dentro, è freddo, non crede in niente e niente lo spaventa più; si propone degli obiettivi e li raggiunge: tutto il resto non conta, il calore, il mondo, gli esseri umani... è come se in realtà non esistesse più niente. Nemmeno Lady Murasaky, che pure lo ama moltissimo e che anche lui ama infinitamente, sarà in grado di riportarlo alla vita. Lo proteggerà al massimo delle sue forze e rischierà per lui la vita, la libertà e la posizione sociale: ma non potrà convincerlo a rinunciare alla sua vendetta, nè riportarlo a pieni titolo tra gli esseri umani. Alla fine, triste e sconfitta, lo lascerà per tornare in Giappone ad una vita diversa.
A Parigi, infatti, l'ormai diciottenne Hannibal finisce per avere un unico obiettivo: ricordare esattamente ciò che è accaduto nel suo passato, identificare i responsabili della orribile morte di Mischa (e dei suoi incubi dolorosi) e punirli. In una persona normale questa sarebbe un'intenzione forse condannabile ma comprensibile; in Hannibal invece, che esteriormente non manifesta nulla di ciò che lo uccide dentro, che è capace di mantenere inalterati i battiti del proprio cuore e che in effetti ha cessato di essere veramente umano, una tale fredda ossessione assume toni assolutamente spaventosi. Non si può fare a meno di parteggiare per lui, ma la mente urla ad ogni pagina.
A fianco dell'idea di vendetta c'è poi anche la questione del patrimonio dei Lecter: sul mercato parigino sono apparsi alcuni quadri provenienti dal castello e per Hannibal diventa possibile cercare di reclamarne la proprietà. In realtà per lui quei quadri non hanno valore, o meglio non hanno un valore materiale: li apprezza solo in quanto gli ricordano i suoi genitori, che li hanno guardati insieme a lui e li hanno avuti tra le mani, o perchè gli ricordano Mischa, che un giorno ha lasciato sul retro di una cornice le impronte delle sue dita di bambina. Li apprezza perchè sono belli. I quadri inoltre costituiscono una delle piste da seguire per ritrovare gli uomini a cui Hannibal ha aperto la caccia.
Il patrimonio dei Lecter avrà l'incerta sorte riservata al recupero dei beni delle vittime nel dopoguerra, e una buona parte dei quadri scompariranno per sempre, rinchiusi a marcire nella tomba svedese di un anziano ed inconsapevole signore; la vendetta di Hannibal, invece, sarà compiuta sino in fondo. Tra Lituania e Francia, con una breve coda in Canada, tutti gli ex Hiwis - che si sono sistemati e rifatti una vita - pagano in maniera alquanto sanguinosa il debito contratto con Hannibal nel passato. In parte gli facilitano addirittura il compito, andandolo a cercare.
Alla fine di tutto Hannibal viene arrestato, ma le prove contro di lui sono incerte e l'opinione pubblica - piuttosto incline a giustificare l'eliminazione di due o tre criminali di guerra - gli è favorevole. Quindi, a sorpresa, non viene incriminato: con grave frustrazione di un poliziotto francese, il commissario Pascal Popil, che ne seguiva le tracce sin dai tempi del suo primo omicidio, quello del macellaio. Popil è tenace, e in alcuni momenti della storia si fa pericoloso: ma non si renderà mai conto di esser stato probabilmente graziato dalla sorte (tanto più che nutre un debole per Lady Murasaky... ), dato che Hannibal ha ben altre cose da fare e possiede inoltre un forte senso di autoconservazione, per cui in quel momento l'eliminazione di un poliziotto non era certo la cosa migliore da prendere in considerazione. Nel futuro, a Firenze, il compianto commissario Pazzi non sarà altrettanto fortunato!
Uno dei suoi insegnanti alla Scuola di Medicina, un dottore che ne ha sempre ammirato le capacità, procura ad Hannibal una borsa di studio per la Johns Hopkins di Baltimora. Così Hannibal Lecter, ormai solo, si mette in viaggio e porta negli Stati Uniti la sua imperturbabilità, il suo raffinato senso estetico e la sua inclinazione per il cannibalismo: il resto è storia, e già la conosciamo.

- Trama a parte, la cosa migliore del romanzo è l'ambientazione. All'inizio compare un sapore quasi fiabesco, con le foreste innevate, il castello, i cigni neri dello stagno; poi, come spesso accade nelle fiabe, arrivano gli orchi, il sangue e l'orrore. Infine si passa alla relativa quiete del panorama europeo postbellico, dove in realtà i traumi, i rancori ed i brutti ricordi sono più vivi che mai: non solo Hannibal, ma quasi tutti i personaggi del libro sono tormentati da fantasmi e sensi di colpa, anche se alcuni riescono a conviverci meglio di altri.

"Ricordare non è sempre una benedizione"
- signor Jakov (1941) -



CURIOSITA'


- A stretto rigore di logica narrativa nè Anthony Hopkins nè Gaspard Ulliel avrebbero dovuto interpretare Hannibal Lecter, a causa dei loro occhi chiari. Secondo l'autore, infatti, il vero Hannibal ha gli occhi marroni (vedi conferma nell'illustrazione di copertina).


 





                                                                                                                  

- Il romanzo è pieno di elementi giapponesi, molto di moda nella Parigi della metà del secolo scorso. Sullo sfondo c'è il tragico ricordo di Hiroshima, però ci sono anche i significati simbolici delle piante, il valore dei profumi, un grillo suzumushi dal dolce canto, e più in generale quell'attenzione alle piccole cose tenui che è tipica tanto dell'arte quanto dello spirito nipponico.
La naturale eleganza interiore ed esteriore di Hannibal (che - non dimentichiamolo - è pur sempre un nobile della vecchia Europa descritto da un autore americano) va a fondersi in maniera perfetta con la straordinaria armonia della tradizione orientale.
In quanto a Lady Murasaky, il suo personaggio è un tributo a Murasaky Shikibu, la dama di corte che nel secolo XI compose il "Genji Monogatari", ovvero la "Storia di Genji il Principe Splendente": forse il primo romanzo della letteratura mondiale, nonchè mirabile trattato di arte, di storia e di vita. Appartenente ad un'epoca - quella Heian - nella quale la poesia era ancora strumento privilegiato di comunicazione. Io ho avuto la fortuna di conoscere il testo grazie ad un'amica che qualche anno fa vi dedicò la sua tesi di laurea in "Lingua e Letteratura Giapponese". Sino a non molto tempo fa il romanzo era al massimo disponibile in traduzione inglese, ma ora ne esiste anche la versione italiana per le edizioni Einaudi.


"Non ti turba stranamente il canto dell'uccello d'amore,
in questa notte in cui, come la neve che il vento
sospinge, i ricordi si accumulano sui ricordi?"
LadyJack || 11:03 || sabato, 14 marzo 2009
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ROSA, ROSAE...

Nella categoria : romance, romanzi storici - Permalink

Attenzione: spoilers

PASSIONE PROIBITA (“Longing” – 1994) di Mary Balogh
La lunga carriera e la folta produzione romance di Mary Balogh ne fa un caposaldo di questo genere di letteratura. Oltre alla bravura e al tocco sapiente, c’è la stoffa della buona scrittrice ed è difficile che un suo romanzo sia banale, rispetto al mare ripetitivo in cui navigano inevitabilmente alcune sue colleghe. A mio parere, è difficile scrivere un romance, perché l’obiettivo del lieto fine riduce notevolmente le possibilità di raccontare una storia interessante e diviene assai arduo condire la trama con spunti profondi o corposi. Le linee narrative sono quelle già tracciate mille volte e anche chi ama il romance si annoia e si infastidisce quando si ritrova la stessa, melensa, minestra riscaldata per l’ennesima volta. Entra, quindi, in gioco l’abilita dell’autrice a svolgere il canovaccio in modo, a seconda dei casi, umoristico, sensibile, divertente, intuitivo o talentuoso. Non sempre il gioco riesce e questo distingue Mary Balogh, anche quando non è particolarmente ispirata. Da lei non possiamo mai aspettarci l’ironia e la leggerezza, ma sappiamo che i suoi personaggi avranno più di una dimensione, che ci coinvolgeranno emotivamente e che cresceranno in modo armonico durante lo svolgersi dell'intreccio, come le note di una partitura musicale destinata ad una dolce conclusione romantica.
Mi piacerebbe leggere più spesso i suoi vecchi romanzi del periodo regency più classico, perché hanno un alone dolcissimo e sognante che adoro. Il romanzo
“PASSIONE PROIBITA” non appartiene a questo filone della Balogh ed è appesantito dal lodevole tentativo di renderlo meno rosa e più storico. Le prime rivendicazioni sociali dei minatori del Galles (ma qui siamo molto più centrati, rispetto al romanzo di Mary Jo Putney da me già descritto), le prime riunioni clandestine, abbozzi di movimenti sindacali, il cartismo, le spedizioni intimidatorie e punitive della “mandria scozzese” contro chi non aderiva a marce e scioperi, insomma un bel calderone di forti tinte che incombono minacciose sulla classica storia d’amore impossibile fra una popolana ed un marchese.
E’ scritto bene, ma non mi ha convinta e, a tratti, ho faticato a procedere nella lettura. Troppa cupezza è fuori luogo in un romance.
Lei, Sian Jones, è una giovane e bella vedova, nipote di minatori e figlia illegittima di un aristocratico proprietario di una delle miniere vicine. Già sposato e con un’altra figlia, Sir John Fowler aveva amato la madre di Sian ed aveva fatto in modo che lei e la bambina vivessero dignitosamente in un cottage, lontano dal villaggio di origine e dalle malelingue. Sian era stata mandata nelle migliori scuole inglesi, a spese del padre, che ovviamente non l’aveva mai riconosciuta e che lei non aveva mai potuto considerare tale. Alla morte della madre, quando Sian aveva diciassette anni, Sir Fowler aveva cercato di convincere la figlia a sposare Josiah Barnes, un inglese che lavorava come agente per i vari proprietari delle miniere e che le avrebbe potuto garantire una posizione sicura. Ma Sian aveva rifiutato ed essendosi sempre sentita divisa fra il mondo del padre, che non poteva sentire come suo e quello della madre, nel quale però non era cresciuta, aveva deciso di tornare alle origini e di andare a vivere con i nonni a Cwmbran. Lì, per non pesare sulle loro spalle, era andata a lavorare nella miniera, dove Barnes, per ripicca, le aveva affidato il lavoro più pesante e sporco per una donna. Sian aveva poi sposato Gwyn Jones, un minatore, e si era trasferita nella piccola dimora che lui divideva con i genitori ed i fratelli. Gwyn era rimasto ucciso in un incidente in miniera e Sian aveva dovuto tornare a fare quel duro lavoro per sopravvivere, sforzandosi a tal punto che aveva partorito un bambino morto. Allegriaaaaa!!!!!
Lui, Alexander Hyatt, marchese di Craille, inglese, biondo, bello (pure lui) e dai modi gentili, ma dal carattere fermo e risoluto, aveva ereditato da un paio d’anni da uno zio le terre sulle quali sorgevano una miniera, una ferriera ed un castello, in quell’angolo sperduto e struggente del Galles. Anche Alex è vedovo ed ha una vivace figlioletta di sei anni, Verity, che ama teneramente e con la quale decide di trasferirsi a tempo indeterminato da Londra in quel luogo di cui non conosce nemmeno la lingua. Per i minatori, abituati alle angherie dei padroni inglesi, Alex non è che un altro nemico da combattere, un estraneo che sfrutta la loro salute e la loro miseria per arricchirsi. Il marchese giunge a Cwmbran proprio quando si stanno organizzando le riunioni segrete per firmare la Carta da portare in Parlamento, per rivendicare diritti mai concessi ed è durante una passeggiata notturna sulle colline che si imbatte, non visto, in un gruppo di uomini che ne stanno parlando. Lì, nascosta dietro un masso, c’è Sian Jones, in apprensione per gli uomini della sua famiglia e per Owen Parry, il capo dei rivoltosi e suo ardente corteggiatore.
La Balogh forza un po’ la mano, perché fa in modo che Alex baci Sian proprio in questa occasione, dopo pochi minuti che l’ha conosciuta, mentre si stanno allontanando dal nascondiglio da dove lei spiava la riunione. Insomma, capisco che lei è bella e che lui è in astinenza da un po’, ma il pathos creato dalla cospirazione clandestina dei minatori si infrange così sull’onda della passione repentina, necessaria per avviare il romance e crolla miseramente. Non si poteva aspettare oltre: lui doveva rimanere avvinto da Sian e lei doveva sentire l’attrazione inevitabile nei confronti di quel marchese dai nobili sentimenti. Un mirabile connubio di anime fa sì che la distanza abissale fra i due venga colmata rapidamente e che l’amore sia inarrestabile. A nulla varrà la diffidenza della gente del villaggio, né il desiderio possessivo di Owen Parry, con il quale Sian arriva a fidanzarsi, autoconvincendosi che quella sia la giusta soluzione per lei. Quando il marchese le fa conoscere sua figlia e le chiede di diventarne l’istitutrice, le difese di Sian si abbassano pericolosamente. Andare ogni giorno al castello e restare in contatto ravvicinato con Alex sarà un modo per comprendere che le sue intenzioni sono sincere, che vuole veramente migliorare la vita dei suoi dipendenti, che ha a cuore quei luoghi, di cui comincia a sentirsi parte e che sta imparando a conoscere ed amare. Per Alex la scoperta della forza interiore di Sian e del suo passato terribile non è che un incentivo al sentimento che prova per lei. Il problema è che fra i due non ci può essere un futuro, date le diverse condizioni sociali e l’idea di un matrimonio appare impensabile. Quindi, per quasi tutto il romanzo, restiamo schiacciati fra le violenze della lotta contro i padroni inglesi ed una storia d’amore dal sapore dolceamaro. Nel romanzo ci sono anche scene drammatiche, dolorose e tristi ed il lieto fine arriva con un po’ di fatica, ma arriva, non temete!



UN AMORE AUDACE (“A notorious love” – 2001) di Sabrina Jeffries
Dopo il mattoncino di Mary Balogh, mi sono sollevata lo spirito con questo leggerissimo romance dallo schema assai più consolatorio. Si tratta del secondo episodio di una saga e, nonostante gli accenni al suo predecessore in esso contenuti, è complicato per chi, come me, non ha letto “DOLCE INGANNO” (“A dangerous love”), ricostruire le premesse dei rapporti che si sono creati in precedenza fra i protagonisti: lady Helena Laverick e Daniel Brennan. Accetto il fatto che lui abbia giocato un ruolo che lo ha messo in cattiva luce agli occhi di lei e che soltanto la necessità abbia condotto l’altera e rigida Helena a rivolgersi proprio al signor Brennan per risolvere uno scabroso problema familiare.
Mentre la sorella Rosalind e il di lei marito Griff si trovano in viaggio di nozze nel continente, l’altra sorella Juliet, la minore delle tre, si è fatta convincere da un avventuriero di nome Will Morgan (si scoprirà poi che in realtà si chiama Morgan Price) a fuggire con lui, pare, per convolare in Scozia. Helena, che si sente responsabile per non avere vegliato abbastanza sull’ingenua ragazza, si reca a Londra, nel lurido quartiere di St. Giles, per chiedere aiuto a Daniel, che ha un passato di contrabbandiere e conosce sicuramente gli ambienti giusti per scovare il furfante che lei pensa abbia rapito sua sorella con l’inganno.
Daniel Brennan ha una storia turbolenta alle spalle: figlio illegittimo di un contrabbandiere e di una donna che aveva voluto morire con lui sul patibolo, era finito in orfanotrofio, da dove un “collega” di suo padre lo aveva tirato fuori per farne il proprio braccio destro. All’età di diciassette anni, Daniel si era affrancato da quella vita e si era costruito una posizione come consulente di investimenti, grazie all’amico Griff Knighton. Le circostanze avevano condotto i due a Swan Park, nel Warwickshire, dove i loro destini si erano incrociati appunto con le tre sorelle, figlie del conte di Swanlea. Griff e Rosalind avevano finito per sposarsi e ora che cosa riserva il futuro per Helena e Daniel? Non siamo qui per indovinarlo, ma per assistere a come lei si invaghirà di lui e come lui si incatenerà a lei per la vita, perché questo è ciò che succederà, ovviamente…
Helena è convinta di avere un destino da zitella, perché otto anni prima la poliomielite l’ha resa claudicante e l’ha costretta, dopo duri esercizi di riabilitazione, a tornare a camminare con l’ausilio di un bastone. Leggendo le prime pagine del romanzo e non conoscendo il personaggio, dato che non possiedo il primo libro della saga, avevo immaginato che l’insolito sfregio alla bellezza della tipica eroina romance fosse un tocco di perversione erotica escogitato dall’autrice, ma ben presto mi sono resa conto che la menomazione di Helena serve solo per motivare quell’aura di fredda altezzosità che aspetta solo di essere infranta per rivelare la sua femminilità inespressa. Ah, naturalmente Daniel Brennan, che ha il fisico prestante e tutte le donnine allegre ai suoi piedi, è pronto per cogliere la vulnerabilità e la bellezza raffinata della sublime fanciulla, che un uomo di bassa estrazione come lui può solo sognare di assaporare. Quando lei bussa alla sua porta per arruolarlo nell’inseguimento dei fuggitivi, lo trova a torso nudo, reduce dal letto nel quale lo attende la procace e impudica Sally. Nulla sfugge all’occhio di Helena, che nel suo intimo vorrebbe essere al posto della fortunata meretrice, ma si dà un contegno, memore degli insegnamenti indicati nella “Guida al comportamento delle signorine”, scritto dalla signora Nunley e donato a lei e alle sue sorelle dalla loro defunta madre. Daniel, inizialmente è restio a farsi coinvolgere in una faccenda del genere, ma poi cede all’insistenza accorata di Helena, la quale, riesce anche a convincerlo a portarla con sé in quest’avventura in cerca di Juliet. Per salvare le apparenze e la reputazione della donna, però, i due dovranno viaggiare per l’Inghilterra fingendo di essere marito e moglie e questa promiscuità darà la svolta fondamentale ai loro rapporti, che si trasformeranno, attraverso battibecchi vari, in passione e amore travolgente, come è d’uopo per ogni romance.
Il rapimento di Juliet e l’incontro con i cattivi sono impalpabili come note a piè di pagina, tanto che alla fine i tarallucci e vino si sprecano, un po’ come succedeva nelle telenovelas degli anni ’80 a me care, però il racconto è allegro e piacevole e mi sono divertita a leggerlo. Più di altri che ho commentato recentemente.

ArchieGoodwin || 23:24 || domenica, 08 marzo 2009
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