
Attenzione: il post continene accenni al finale del romanzo.
UOMINI CHE ODIANO LE DONNE ("Män som hatar kvinnor", 2005), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2007 ]
Un po' di tempo fa Stieg Larsson ha cominciato a "perseguitarmi": trovavo ovunque citazioni e recensioni entusiastiche dei suoi romanzi, l'autore (scomparso ancora giovane nel 2004) sembrava essere una delle pietre miliari della letteratura poliziesca moderna, la mia biblioteca si è comprata in blocco la sua famosa trilogia - che peraltro compariva regolarmente ai vertici delle classifiche - e subito si sono formate lunghissime liste di prenotazione. Svariate persone - fuori e dentro la biblioteca stessa - hanno iniziato a chiedermi cosa ne pensassi dei romanzi (guarda te... sono diventata un guru!). Insomma, per un po' ho avuto la sensazione di essere una delle poche creature dell'universo a non aver ancora letto niente di Stieg Larsson, e alla fine mi sono arresa: come appassionata di libri (e di gialli in particolare, compresi thrillers e noir) non potevo continuare a sentirmi esclusa; e del resto devo ammettere che nel recente passato la letteratura nordica, per quanto lievemente depressa, con Henning Mankell e altri mi aveva già fornito qualche bella soddisfazione.
Un pizzico di diffidenza era in ogni caso sottinteso perchè il passaparola, la popolarità e il consensum gentium possono in effetti riguardare veri capolavori dell'ingegno umano, ma a volte anche polpettine insipide benchè apparentemente ben condite (una citazione a caso: "Il Codice Da Vinci").
Non ho intenzione di offendere il compianto Stieg Larsson paragonandolo a Dan Brown, prima di tutto perchè scrivere volumi di seicento e passa pagine presuppone un certo grado di abilità e passione, e poi anche perchè ben pochi romanzi possono davvero riuscire ad essere brutti ed insulsi quanto "Il Codice Da Vinci"; tuttavia dirò subito la cosa peggiore: "Uomini che Odiano le Donne" mi è piaciuto poco e mi ha interessato ancora meno.
All'inizio l'ho trovato insopportabilmente noioso - cosa piuttosto inquietante, dato che il libro conta la bellezza di 676 pagine! - poi il romanzo migliora gradualmente, per ricadere un po' verso la fine. In sostanza, la parte più sopportabile risulta essere quella riguardante l'enigma centrale (la scomparsa di una ragazza negli anni Sessanta) che comunque ha già in sè molti alti e bassi; ma quando si scopre un colpevole, quando si riesce a capire cosa fosse accaduto e che fine avesse fatto la suddetta ragazza, alla conclusione del romanzo mancano ancora più di cento pagine.
Capisco e approvo l'intenzione dell'autore di inserire il problema poliziesco in un contesto storico, sociale e politico più ampio: ormai lo fanno in molti e qui si affrontano temi importanti come l'etica applicata, la vulnerabilità delle donne, proporzionale al loro peso sociale (se sei una nullità puoi persino scomparire e nessuno se ne accorgerà o se ne preoccuperà), o come il drammatico sfasamento tra economia reale e speculazione selvaggia (da questo punto di vista il romanzo ha persino qualcosa di profetico: basta guardare i TG mondiali degli ultimi dodici mesi). Tuttavia credo anche che un approccio meno effusivo e più asciutto avrebbe snellito la trama, rendendola migliore: così com'è risulta pesantissima, frutto tra l'altro di un "montaggio" non sempre riuscito tra le varie scene che compongono i fili convergenti della trama stessa.
Neanche lo stile aiuta, fatto com'è di lunghe descrizioni e di altrettanto lunghi discorsi indiretti.
LA STORIA è assolutamente contemporanea (le citazioni interne ne collocano lo sviluppo tra il novembre 2002 e il novembre 2003) ed è data tanto dall'accumulo di vicende passate che si allungano sino al presente, quanto dall'intreccio tra le vite dei due personaggi principali, Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander.
Mikael Blomkvist è un giornalista economico quarantenne, idealista e capace, fondatore assieme alla socia (ed amante estemporanea) Erika Berger della rivista mensile "Millennium": un giornale che gode giusta fama di onestà e intraprendenza. La sua più recente inchiesta - quella dedicata al faccendiere e imprenditore Hans-Erik Wennerström - lo ha messo nei guai e gli ha procurato una condanna per diffamazione, con tanto di salatissima multa da pagare e tre mesi di carcere da scontare (carcere light, ma è il principio che conta!). Si vedrà poi che Mikael era stato incastrato ed aveva agito in buona fede, tanto più che Wennerström è davvero una carogna senza scrupoli: resta però il fatto che il processo e la cattiva pubblicità che ne è derivata hanno messo in difficoltà tanto lui quanto il giornale, e gran parte del romanzo è in sostanza dedicato alla lenta risalita dell'uno e dell'altro.
Mikael preferisce allontanarsi per un po' dalla sua vita di un tempo, e l'occasione gli viene fornita dalla strana proposta di un ricco ed anziano industriale: Henrik Vanger, ormai in pensione, ex capo e amministratore delegato del Gruppo Vanger.
Henrik vive lo scorcio della propria vita così come ha vissuto gran parte dell'esistenza: ossessionato dalla scomparsa della sedicenne Harriet Vanger, avvenuta nel 1966. Harriet era soltanto la nipote di uno dei suoi fratelli, ma per Henrik era diventata una figlia; la ragazza tra l'altro, nel deprimente panorama costituito dai numerosi membri della stirpe, grazie al carattere e all'intelligenza prometteva di essere la più seria candidata alla guida futura dell'azienda. Però Harriet è scomparsa il 24 settembre del 1966 e per tre decnni abbondanti di lei non si è saputo più nulla... o quasi: ogni anno nel giorno del proprio compleanno Henrik continua a ricevere un fiore essicato in cornice, il regalo tipico che gli faceva Harriet. In sostanza non è nemmeno possibile stabilire se la ragazza sia stata uccisa (Henrik lo crede ma il corpo manca), forse però c'è un assassino che si sta ancora prendendo gioco dell'anziano e addolorato signore.
Le singolari circostanze della scomparsa di Harriet, avvenuta sull'isola di Hedeby dove ancora vive Henrik, fanno del mistero qualcosa di simile ad un "enigma della stanza chiusa": di un autore che in proposito è capace di citare solo Dorothy Sayers però non ci si può fidare, e infatti Stieg Larsson trova ben presto il modo di allargarsi fuori della "porta" di quella "stanza", affidando le ardue indagini del vecchio caso a Mikael, la cui integrità ha favorevolmente colpito il vecchio Vanger.
In verità Henrik ha fatto controllare a fondo la vita e le imprese di Bomkvist e in cambio del suo aiuto gli fornisce alcuni interessanti incentivi: uno stipendio principesco, un sostegno per "Millennium" e soprattutto (esca perfetta per Mikael) le prove per dimostrare la corruzione e le colpe di Wannerström. Resta comunque il fatto che impegnandosi a fondo e seriamente Mikael, coerente con se stesso e ormai affezionato al vecchio malandato signore, riesce laddove nessun altro era riuscito per trentasette anni: scopre i collegamenti della scomparsa di Harriet con altri inquietanti vicende che riguardano tanto la cronaca nera quanto la storia dei Vanger, e infine scopre anche cose ne è stato di Harriet.
Certo, viene soccorso dai prodigi della tecnica che si è parecchio sviluppata dopo gli anni Sessanta e non è nemmeno da sottovalutare l'aiuto che gli deriva da Lisbeth Salander, la hacker che lo aveva originariamente controllato per conto di Henrik Vanger: bisogna dire però che Mikael è anche molto fortunato... in alcuni momenti persino troppo. Deve ringraziare una "sensazione" che lo porta a scoprire come l'inizio del mistero sulla scomparsa di Harriet vada collocato fuori dai confini dell'isola, deve ringraziare una serie di coincidenze per il fatto di riuscire a verificare quella sensazione dopo un tempo così lungo, e infine deve ringraziare la "dritta" biblica ricevuta assolutamente per caso da sua figlia Pernilla: senza quaesti elementi il suo tentativo non avrebbe potuto reggersi, ciascuno di essi tuttavia si presta a qualche dubbio.
Nemmeno il finale offre una vera soddisfazione: i colpevoli di tanti omicidi vecchi e nuovi vengono identificati ma l'informazione rimarrà patrimonio di pochi intimi, e quando la tostissima e tutt'altro che defunta Harriet ricompare, si ha la sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato: questa tizia scompare per mezza vita e alla fine, passando su tutto e su tutti, riprende tranquillamente il proprio posto... le cose vanno così, ma non avrebbero dovuto.
Se la storia è insoddisfacente, altrettanto dicasi per I PERSONAGGI: non ne sopporto uno, e alcuni li trovo francamente irritanti.
Non chiedetemi ad esempio di trovare simpatica quella cucciola randagia e disturbata che è Lisbeth Salander; me la immagino come una sorta di Sinead O'Connor dei poveri ma i suoi problemi, il suo comportamento e il mistero stesso che si innesta nel suo passato (e che, non ne dubito, verrà ripreso nei volumi seguenti) sfidano ciò che persino come lettrice possiedo in grado minimo: la pazienza.
Mikael è interessante per certi versi, ma per altri mostra un'ingenuità degna di Paperino.
Erika per fortuna ha Mikael e "Millennium" perchè sennò morirebbe di noia.
Henrik Vanger sembrerebbe un anziano signore in grado di commuovere con la propria sofferente ossessione, ma alla fine sembra più che altro un normale essere umano snob e ipocrita. Ed è in buona compagnia: si può infatti capire - se non approvare - il desiderio di tacere moltii fatti passati per proteggere il presente ed il futuro di Harriet; mi chiedo però come se la caveranno i Vanger e il loro affranto avvocato nel momento in cui (secondo il patto preteso da Mikael) avranno almeno a che fare con le famiglie delle vittime più recenti.
L'unico personaggio in grado di dare una certa soddisfazione sarebbe quell'acida strega di Isabella Vanger: quando si fa venire un colpo si comporta finalmente in maniera credibile! La cosa però è alquanto vanificata dal fatto che di lei il lettore non conosce quasi niente, nemmeno la faccia... ma forse è meglio così.
In conclusione il romanzo, con il suo disomogeneo intreccio di storie, luoghi e livelli temporali, mi ha deluso e affaticato.
Inoltre, fra i capitoli 5 e 6, mi è rimasto un dubbio: perchè Plague a Wasp che gli chiede un appuntamento risponde"20", se poi i due si trovano alle sei? E non è che lui abbia inteso qualcosa come "ti concedo venti minuti" perchè l'incontro dura più di un'ora...
Direi che l'unico elemento veramente pregevole del libro è la traduzione di Carmen Giorgetti Cima: già conosciuta e lodata in relazione al romanzo di H. Nesser da me recensito la settimana scorsa. A volte i traduttori italiani sono come i doppiatori: i migliori del mondo.
Emma Holly è un’autrice di romances erotici e paranormali, che si è cimentata per la prima volta nel genere storico con BEYOND INNOCENCE. L’esperimento mi pare riuscito. Scongiurato il pericolo di una lettura infarcita solo di scene hot fini a se stesse, ho trovato una storia ben tratteggiata, personaggi sufficientemente intensi ed un giusto equilibrio fra gli elementi passionali e quelli psicologici. Ciononostante, alcuni passaggi risultano un po’ ridicoli: magari insistere meno sulla superdotazione dell’eroe avrebbe giovato, ma a tutto si fa l’abitudine. 


IL RAGAZZO CHE SOGNAVA KIM NOVAK ("Kim Novak badade aldrig i Genesarets sjö, 1998), di Håkan Nesser [ Ugo Guanda ed., 2007]
Ci sono molti scrittori, americani e non, capaci di descrivere l'infanzia e l'adolescenza, con la loro bellezza e la loro crudele momentaneità, mostrando nel contempo nel ragazzo o nel bambino che è l'uomo che sarà: da Mark Twain a Stephen King - per citare due esempi che mi sono famigliari - ma sarei tentata di aggiungere anche J.K.Rowling, per via di Harry Potter.
Håkan Nesser è svedese e di lui non avevo mai letto niente: l'ho trovato tuttavia capace di scrivere la storia di un'adolescanza usando la stessa leggerezza e la stessa profondità degli esempi citati più sopra, unendo serietà ed umorismo in quel binomio che tanto mi piace e che come lettrice mi ha già procurato numerose soddisfazioni.
Il lato duro, serio e realistico del romanzo è dato dal fatto che il protagonista, quattordicenne all'inizio della storia, non ha una vita nè facile nè piena di cose belle; inoltre, nell'estate che costituisce il fulcro della vicenda, si trova a dover fronteggiare un omicidio, con le sue drammatiche conseguenze.
Il lato umoristico invece è dato dal fatto che l'autore riesce a rendere simpatico il protagonista stesso attraverso tante piccole cose: i suoi bizzarri amici, la sua abitudine di citare frasi fatte (un po' per difendersi dalla durezza della realtà... ), la sua capacità di "leggere" cose e persone in modo apparentemente svagato eppure abbastanza preciso.
Il piccolo Erik è capace di dire - e di dirsi - che "la situazione era quella che era", ma ciò non gli impedisce di fare o di pensare: di vivere, insomma, e di diventare grande abbastanza per continuare a guardare con affetto e disincanto il se stesso di un tempo, regalandosi infine quella felicità che aveva sognato senza sperare di poterla raggiungere.
"Avevo capito che le risate erano difficili da imparare"
- Erik -
Attenzione: spoilers!
DAMA LICENZIOSA (“Lady be bad” – 2007) di CANDICE HERN
In questo romance gli stereotipi ci sono tutti, ma la storia resta comunque molto piacevole da leggere.
Dobbiamo tenere sempre ben presente che chi si dedica ai romanzi rosa non cerca la precisione storica e la coerenza a tutti i costi, né l’appagamento letterario. Per cui sgombriamo il campo da aspettative di qualunque genere e godiamoci un pomeriggio di evasione dalla realtà, costellata di clichés ormai cari a noi adepte.
Il romanzo in questione fa parte di una serie denominata “Vedove allegre”, in quanto le protagoniste sono un gruppo di amiche, tutte vedove, che hanno in comune un comitato per le opere di beneficenza e la voglia di scambiarsi succosi resoconti delle proprie avventure amorose, vissute senza la preoccupazione di contrarre nuovamente matrimonio. Queste dame aristocratiche, ancora giovani e belle, si riuniscono a casa di una o dell’altra e, sorseggiando tè, si confidano particolari piccanti, conditi da consigli troppo audaci per il tipico salotto regency. La stessa Candice Hern ha scherzato definendo le sue vedove amiche per la pelle una sorta di “Sex & The City” fantasiosamente proiettato agli inizi dell’ottocento. L’accostamento fra un famigerato libertino, totalmente privo di scrupoli, cinico mangiatore di femmine, che lui disprezza e abbandona dopo un paio di approfondimenti sessuali, aggiungendole ad una lunga schiera di vittime e la vedova del vescovo di Londra, dedita alle opere pie e all’osservanza dei rigidi principi che il defunto marito le ha inculcato fin da quando lei era un’innocente sposa diciottenne, potrebbe essere la base per un romance scoppiettante e ricco di verve. In realtà la storia è divisa in due parti: nella prima, troppo lunga, ripetitiva e noiosetta, John Grayston, settimo visconte di Rochdale, è attirato in una intrigante scommessa da Lord Sheane. La posta in gioco sono i migliori purosangue da corsa dei due gentiluomini. Rochdale viene sfidato a sedurre proprio l’apparentemente algida ed altera vedova del vescovo, Grace Marlowe. Una delle più scafate amiche di Grace la mette in guardia dal fascino spietato del visconte e dai suoi incantevoli “occhi da letto”. La giovane, che ha subito il lavaggio del cervello da parte di quel sant’uomo di chiesa con il quale era sposata, ha sempre soffocato le proprie inconfessabili pulsioni, per rispondere all’immagine della moglie passiva, bacchettona e virtuosa che il suddetto le aveva imposto.
Molte pagine sono dedicate alla lenta e metodica tattica con cui il visconte di Rochdale cerca di far capitolare Grace, la quale, abituata a celare le emozioni, per un po’ riesce a non mostrare i sintomi del cedimento che si sta facendo strada dentro di lei.
Circa a tre quarti del romanzo, quando la scorza di entrambi i nostri eroi comincia a frantumarsi e ciascuno fa intuire finalmente all’altro di non essere ciò che appare, la passione prende il sopravvento. Grace si arrende a Rochdale e già lo ama, mentre lui, nel vortice dei sentimenti che non riesce più a negare, ha dimenticato il motivo per cui si è lanciato in questa avventura. La scommessa diventa l’unica ombra minacciosa che rischia di mandare all’aria tutto ed è qui che inizia la parte succosa per chi legge. Quando Grace viene a sapere, per vie traverse, l’antefatto dell’interesse del visconte nei suoi confronti, la trama serra i ranghi, la narrazione decolla, i dialoghi sono meglio delineati e i protagonisti diventano più interessanti e sfaccettati. I capovolgimenti si succedono e le scene vengono raccontate vividamente, in particolar modo quella finale, di sicuro effetto.
Il risultato è un buon romance, che fa venire voglia leggere gli episodi precedenti.
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NON TI HO MAI DIMENTICATO (“Unforgiven” – 1998) di MARY BALOGH
Mary Balogh non delude mai. Nei suoi romanzi i personaggi vivono. Lei ti accompagna attraverso le pagine, te li fa conoscere, ti fa credere ai loro respiri e te li fa amare. Tanti piccoli mondi, sparsi per le campagne inglesi, dove drammi, sentimenti e storie d’altri tempi sembrano improvvisamente reali. Adoro questa scrittrice, che non ha paura di affrontare atmosfere più complesse, di mettere alla prova i suoi protagonisti, di farli soffrire attraverso ostacoli che spesso sono all’interno di loro stessi. Nei romances di Mary Balogh trovi anche la morte, mai evocata per suscitare stucchevoli lacrimucce. In questo libro, in particolare, c’è molto contrasto, ci sono amarezze e rancore, ci sono otto anni di parole non dette e verità equivocate, ma c’è anche l’esilarante ritratto del pomposo, grottesco ed ineffabile Sir Edwin Baillie, che ci riporta alla mente lo stile di Jane Austen.
Miss Moira Hayes è giunta alla triste decisione di prendere marito per evitare una vita disagiata a sé e alla propria madre. Dopo la morte del fratello Sean durante la guerra contro Napoleone in Spagna, non c’è nessuno che possa ereditare Penwith Manor e il titolo di baronetto, che andranno al lontano cugino Edwin Baillie. Questo noioso e cerimonioso essere, che fa dell’enfasi il suo credo e snocciola affermazioni ridicolmente leziose, si propone alla ragazza, la quale, ormai rassegnata, accetta il sacrificio.
Otto anni prima, un sentimento di ben altra entità aveva subito una lacerazione a causa di fatti traumatici che avevano coinvolto gli Hayes ed i loro vicini di Dunbarton Hall. La vicenda si svolge in Cornovaglia, terra in cui la gente era abituata a convivere con il contrabbando. Forse il fratello di Moira, Sean, era finito su una cattiva strada ed il fatto che progettasse una fuga d’amore con la sorella di Kenneth Woodfall, figlio del conte di Haverford, non aveva certo gettato acqua sul fuoco dell’odio che divideva le due famiglie per antiche questioni.
Da bambini, Sean e Kenneth erano amici e giocavano insieme, di nascosto dalle rispettive famiglie. Durante quei momenti di libertà, Moira osservava da lontano quel biondo ragazzino e sognava che lui si accorgesse di lei. Poi tra i due era sbocciato un sentimento romantico ed acerbo, fatto di innocenti incontri segreti e qualche bacio. Kenneth, però, si era schierato contro Sean quando pensava che la sua influenza avrebbe portato alla rovina sua sorella e, dopo una terribile lite, fra lui e Moira era tutto finito. Kenneth era partito per la guerra e anche Sean.
Ora Moira incolpa Kenneth per il fatto che suo fratello si è trovato a morire lontano da casa, su un campo di battaglia. Dopo il ritorno in Inghilterra, Kenneth cerca di dimenticare gli orrori e di anestetizzare il senso di colpa, gozzovigliando con tre amici e dedicandosi ai piaceri che Londra riserva a quattro splendidi e ricchi giovani reduci. I “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” è il soprannome che per loro ha coniato Mary Balogh, che li ha voluti protagonisti di una serie di tre romanzi di cui questo è il secondo.
La storia comincia quando Kenneth, divenuto conte di Haverford, decide che è stanco delle notti brave e che ha nostalgia di casa. Da otto anni non osa tornare sui suoi passi, teme di riaffrontare il passato, immagina che Moira nel frattempo si sia sposata, non sa se lei lo odia ancora. Ma sente che Dunbarton è l’unico luogo a cui appartiene ed è lì che spera di ritrovare la pace. L’incontro fra i due avviene casualmente sulla scogliera, l’antico rifugio in cui Moira è andata a riflettere sul proprio scialbo futuro come moglie di Sir Edwin Baillie e il luogo che Kenneth ripercorre a piedi con il suo cane ed il cavallo, per riprendere lentamente confidenza con i ricordi, sentendo nel cuore il richiamo degli affetti più cari e della sua terra. Un momento che Mary Balogh descrive benissimo, riuscendo a rendere alla perfezione la freddezza reciproca solo superficiale che scuote profondamente i due protagonisti e li riporta in un vortice di sensazioni e dolore. Per fortuna, proprio grazie all’inconsapevole stupidità del nuovo fidanzato della ragazza, Moira e Kenneth sono destinati a frequentarsi nuovamente. Non sia mai che Edwin Baillie, nuovo signore di Penwith Manor, non renda omaggio ai suoi molto nobili vicini e non accetti un doveroso invito a prendere parte ai grandiosi festeggiamenti natalizi che Kenneth ha programmato per ridare vita a Dunbarton Hall! La madre e la sorella del conte non nascondono il loro malanimo nei confronti di Moira, ma Kenneth si sente in obbligo di porre fine alla faida familiare e non solo accoglie il baronetto e la fidanzata, ma balla con lei un valzer. La gioiosa serata di Natale a Dunbarton si interrompe quando una bufera di neve consiglia agli invitati un anticipato fuggi-fuggi. Sir Edwin, che aveva programmato un rientro a casa per la mattina dopo, avendo avuto notizia che la madre è gravemente malata, decide di partire quella notte stessa e lascia Moira nelle mani del conte. La strada da Dunbarton a Penwith è impraticabile e Kenneth offre ospitalità a Moira, la quale, determinata ad andarsene ugualmente, sta per accettare quando sente per caso le parole sprezzanti nei suoi confronti da parte della madre e della sorella del conte. L’orgoglio e l’impulsività le fanno compiere l’insano gesto di uscire a piedi nel gelo ed incamminarsi in mezzo alla neve turbinante, con solo un mantello sul leggero vestito da sera. Quando Kenneth si avvede della sua scomparsa, si getta all’inseguimento, maledicendo la follia di lei e terrorizzato di trovarla morta di freddo. Grazie da un guanto perduto nella neve, fiutato dal suo cane, riesce ad intuire che Moira ha trovato un gelido rifugio in una capanna usata talvolta dai cacciatori. Lì, per non morire assiderati, Kenneth e Moira dormiranno molto vicini, anzi passeranno la notte compiendo gesti che normalmente hanno altri scopi, ma in questo frangente paiono l’unica idea balenata nella mente pratica di un ex ufficiale come il conte per generare il massimo calore possibile. Nessuno dei due avrebbe voluto che accadesse, ma il freddo è galeotto ed il seguito della storia prende una piega tormentata, perché Moira non accetta il matrimonio riparatore che Kenneth si sente di offrirle e per tre mesi si rifiuta di ammettere la realtà. Soffrendo le pene dell’inferno, la ragazza si consuma nella mente e nel fisico, arrivando ad apparire come se fosse minata da un male oscuro e non rivela fino allo stremo delle forze la sua condizione. Finché, quando Kenneth si trova di nuovo a Londra, una lettera laconica di Moira lo rende edotto della sua prossima paternità. Lui, che non ha mai smesso di amarla, si precipita ad imporle di sposarlo, cosa che avviene con sommessa rapidità. La prima notte di nozze prosegue sulla scia snervante dei sentimenti bloccati, delle incomprensioni e si trasforma improvvisamente nel dolore più tremendo, rappresentato da una perdita. Solo il tempo, la lontananza e la presa di coscienza di sé permetterà a Moira e Kenneth di ritrovarsi e di tentare la via dell’amore incondizionato.
Essendo un romance, la conclusione è felice. Tutta la narrazione procede attraverso le difficoltà interiori e le barriere emotive, dipanate secondo il marchio di qualità della Balogh. Unica pecca, il fatto che il giro di boa della vicenda avvenga attraverso il fattaccio nella capanna sotto la tempesta di neve. O meglio, che Kenneth abbia convinto così facilmente Moira che sarebbero morti assiderati se non avessero aumentato il vicendevole calore corporeo fornicando. Mentre il povero Sir Edwin correva al capezzale della madre, poi!
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NEL NOME DEL PIACERE (“Pleasure for pleasure” – 2006) di ELOISA JAMES
E’ il secondo libro di Eloisa James che leggo. E’ il quarto volume dedicato alle sorelle Essex. Ho detto che non amo l’idea delle saghe, ma se questa è la qualità, ben vengano. La James si è laureata a Harvard, ha conseguito un master a Oxford e un dottorato di ricerca a Yale ed è docente di Shakespeare e letteratura rinascimentale. La sua cultura influisce sul suo modo di scrivere e le citazioni abbondano nei suoi romances. Questa è un’autrice davvero raffinata e di grande talento. Nel suo stile si percepiscono il gusto, l’ironia ed il piacere di comporre affascinanti commedie romantiche. Leggerla è delizioso, mi ha davvero conquistata e non vedo l’ora di avere fra le mani altri suoi romanzi.
Ho conosciuto le sorelle Essex attraverso la vicenda di Imogen e Rafe in “Amare un duca” e tutto il mondo dei bellissimi personaggi creati dalla penna di Eloisa James mi ha incantata ancora con “Nel nome del piacere”, dove la sorella minore, Josephine, trova l’amore del conte di Mayne, formando con lui la coppia più improbabile e spettacolare del mazzo.
Ma l’originalità della James sta nella sua capacità di tessere le fila di più di una storia, mantenendo vivo l’interesse del lettore e senza perdere la compattezza.
Josephine Essex, Josie per tutti, a soli diciotto anni ha uno spirito e un’intelligenza non comuni ed emerge fra le sue coetanee non solo per l’acutezza del suo pensiero, ma anche per la sua prorompente fisicità. Le sue tre sorelle hanno avuto matrimoni rocamboleschi e sono ora felici ed appagate. Lei soffre perché sogna di avere ciò che loro possiedono e si ritiene invece incapace di attirare l’attenzione maschile, a causa del suo fisico abbondante. Tess, Annabel e Imogen cercano invano di convincerla che le sue forme generose sono molto appetite dagli uomini e di dissuaderla dall’avvilire il proprio corpo nel terribile corsetto che la sarta di Imogen le ha procurato. Josie si sente sicura dietro la corazza di quelle stecche soffocanti e pensa che senza il corsetto la sua carne deborderebbe, rendendole del tutto impossibile concludere la sua prima Stagione londinese con una proposta di matrimonio. Purtroppo qualcuno le ha affibbiato l’appellativo di “Salsiccia scozzese” e nei salotti della buona società i giovanotti temono di essere canzonati se si fanno vedere accanto a lei.
Rafe, duca di Holbrook e tutore di Josie, che sta per impalmare la sua Imogen, è preoccupato e chiede al suo migliore amico, Garret Langham, conte di Mayne, di stare vicino a Josie mentre lui sarà in viaggio di nozze e di supportarla in questo momento di difficoltà. Mayne, un bellissimo uomo di quasi trentacinque anni, che ha trascorso la vita saltando da un letto all’altro per noia e che, stanco di tale condotta insensata, ha passato gli ultimi due anni in totale redenzione e si crede ora perdutamente innamorato della sua fidanzata, la deliziosamente irraggiungibile francesina Sylvie de la Broderie, è molto colpito dalle parole di Rafe. Josie non è grassa! Agli occhi di Mayne, è bellissima e piena di affascinante vivacità intellettuale. Solo che lei non se ne rende conto. La ragazza trova in Garret un alleato pieno di nobili sentimenti e di senso di protezione nei suoi confronti, tanto che una sera la trascina via da un ballo in cui lei si muoveva come un pesce fuor d’acqua, soffrendo per l’ennesima volta dentro le spire del corsetto e la porta a casa sua. Sentendosi una specie di vice tutore e con la scusa che tanto il suo cuore è immune, perché impegnato con Sylvie, Mayne decide di dare a Josie una lezione su come si deve muovere per attirare l’attenzione degli uomini. Aiutata da qualche bicchiere di champagne, Josie si lascia convincere e il conte le fa togliere il corsetto. La scena è molto divertente e dolce allo stesso tempo. La vulnerabile fanciulla nelle mani dell’esperto sciupafemmine che cerca di farle capire che le sue forme procaci sono il premio più ambito per qualunque maschio. Garret arriva ad indossare l’abito da sera di Josie, strappandolo per entrarci almeno dalle maniche e le mostra come incedere ancheggiando con movimenti sensuali. Josie non sembra cogliere appieno l’essenza di tale sforzo e ripete l’andatura senza convinzione. Si sente ancora goffa e senza speranza, al che Mayne decide di farle sentire fisicamente quanto in realtà lei sia bella e desiderabile e la bacia con trasporto, avvertendola prima che comunque lui è innamorato della sua fidanzata. Il risultato è per entrambi positivo. Il conte non pare del tutto insensibile e Josie apprende finalmente la tecnica, liberandosi definitivamente del corsetto.
Da qui in poi, la fanciulla sarà il centro dell’attenzione di ogni riunione mondana e tutti si accorgeranno della sua avvenenza, proprio perché lei si mostrerà convinta di esserlo. L’esplosione delle curve rinascimentali di Josie fanno da contraltare con il segaligno distacco e l’altera inavvicinabilità di Sylvie, che ha, sì, accettato di sposare Mayne, ma non si lascia toccare da lui e gli dice chiaramente che soggiacerà ai doveri coniugali al massimo una volta al mese e dietro appuntamento. Come questo ex dissipato libertino possa accettare una donna del genere è presto detto: abituato ad essere mangiato con gli occhi ed usato per il piacere da donne sposate e vedove in calore, il conte trova questa nuova condizione rigeneratrice. La prima donna che gli si rifiuta, una francese cinica ed incapace di passioni lascive, una dea altera e sofisticata, lo fa sentire ripulito dal suo torbido passato. Peccato che, al primo e unico tentativo di darle un bacio da parte del conte, l’eterea Sylvie si trasformi in una belva inferocita, lo schiaffeggi disgustata e rompa il fidanzamento. Una scena penosa, che si svolge nelle scuderie di Ascot, davanti agli occhi esterrefatti di Josie, la quale si trova nascosta in un box, dopo essere sfuggita al tentativo di violenza da parte di un sudicio individuo. Josie, affidata alla compagnia della sua chaperon, Lady Griselda, sorella di Mayne, era finita in quel pasticcio mentre tutti erano occupati in altre faccende.
Lady Griselda è un altro dei personaggi portanti di questa serie. Trentaduenne, vedova bellissima, non pensa di rifarsi una vita e pare accontentarsi di gioire dei successi amorosi delle quattro sorelle Essex, delle quali Rafe l’aveva nominata chaperon. Ma proprio in questo romanzo assistiamo ad una bella ed appassionata storia che sboccia fra lei ed il giovane Darlington. Quando si scopre che questo aitante virgulto è l’artefice del soprannome “Salsiccia scozzese”, Sylvie in un impeto di solidarietà femminile, propone di vendicare Josie e convince Lady Griselda a sfoggiare tutto il suo charme per ammaliare l’incauto Darlington e lasciarlo nello sconforto, dopo averlo sedotto e abbandonato. La donna, dapprima rifiuta, ma poi si lascia attirare dal gusto della sfida e affila le sue armi femminee, che hanno gioco facile da subito. Quello che Lady Griselda non aveva programmato era che il ragazzo, da tempo pentitosi per avere coniato l’offensiva ed ingiusta definizione, è in realtà un affascinante e colto gentiluomo, pieno di fuoco e pronto a dimostrarle che la stagione dell’amore è lontana dall’essersi esaurita anche per lei. Inizialmente, Griselda si nega all’abbandono totale, ma poi cede dinnanzi all’appassionata insistenza di lui e, sul finale del romanzo, comprendiamo che i due hanno coronato fino in fondo la loro relazione.
Tornando a Josie, finalmente Mayne la trova, tremante e lacrimosa, nel box della scuderia e, sfoderando un’insospettabile armatura scintillante, decide che, se è stata violata, lui la sposerà. Ecco, qui sta l’inghippo. Josie non è stata violentata dal tipo che l’aveva trascinata fin lì, perché lei aveva reagito con un provvidenziale colpo basso e con una spettacolare palata di letame in faccia. Ma questo Garret non lo sa e sembra quasi che non sia interessato a scoprirlo. L’idea che il colpevole venga posto davanti alle proprie responsabilità e costretto ad impalmare la ragazza è fuori discussione, tanto più che lei, per evitare questo pericolo, si rifiuta di svelarne il nome. Così Mayne non insiste nemmeno, va a cercare lo zio vescovo e sposa Josie senza indugio. Ora, la giovane, prima di pronunciare il sì, ha un sussulto di dubbio e si consulta con le sorelle sull’opportunità di confessare al conte di non essere stata violentata e che quindi lui non si deve sentire coinvolto a tal punto dal porla sotto la protezione del suo nome. Ma le tre lungimiranti donne la convincono che se lui la vuole sposare, forse è un bene che accada e probabilmente da questo strano matrimonio riparatore potrebbe sortire un’altra unione felice come le loro. Lo slancio di Mayne nasconde un sentimento che lui stesso non ha ancora riconosciuto e Josie, da parte sua, lo vede come l’uomo dei suoi sogni da quando lui l’ha baciata per insegnarle ad accettare se stessa.
La notte di nozze si trasforma in un magico momento di sorprendente vicinanza fra i due. Una vera e propria esplosione di sensazioni nuove per entrambi. Josie è vergine di corpo è Mayne lo è d’amore. Eloisa James è strepitosa nel descrivere la scoperta reciproca e l’affacciarsi di un sentimento che nutre lo spirito e genera la passione. Garret si perde nella bellezza della sua giovane sposa e lei esige le sue attenzioni, lo dirige, lo attrae a sé.
Così il conte di Mayne, dal fisico scolpito e dallo sguardo annoiato, trova quello che mai avrebbe sognato di provare, fra le braccia della ragazzina impudente, divoratrice di romanzi d’amore e piena di complessi, che lui ha reso consapevole e felice.
E la sdegnosa Sylvie che fine ha fatto? Con una lettera d’addio graziosamente profumata, la pulzella informa il suo ex fidanzato di essere in procinto di partire per un viaggetto in Belgio, insieme alla sua nuova amica, Lady Gemima. Fin qui niente di strano, se un’accorata confessione di Lady Emily Blechschmidt all’ignara Griselda non avesse poco prima rivelato il doloroso abbandono che la povera Emily ha dovuto subire da parte dell’amata Gemima, che ora se ne sta andando all’estero con un’altra donna. Ohibò! Diciamocelo, il nostro amatissimo Mayne l’ha scampata davvero bella… 
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TRAMA: Nella Vigata di inizio Novecento la maggioranza degli abitanti sono poveri, con scarse possibilità di riscatto economico e sociale. Non fa eccezione la famiglia di Adelio Savatteri, un pescatore che non possiede nemmeno la barca con cui esce in mare e che ha due figli da mantenere. Il più grande, il quattordicenne Giurlà, per poco non finisce a lavorare nelle miniere di zolfo: lo salva da questo destino infame l'affetto dei genitori che, malgrado la miseria non se la sentono di condannarlo a quel tipo di semi-vita.
Il mio rapporto con Thomas Harris è stato spesso fruttuoso, ma mai particolarmente stretto. Concordo con quanti hanno sempre considerato "Il Silenzio degli Innocenti" (libro e film) un piccolo gioiello; ho letto "Drago Rosso" che lo precede ed "Hannibal" che lo segue; ne ho apprezzato - anche se in maniere molto diverse - i relativi film, ed anzi in tempi lontani, ben prima che l'autore diventasse famoso, vidi persino "Manhunter" che è la versione povera ma bella di "Red Dragon", rifatto in tempi più recenti con tutt'altro stile... e tutt'altro budget.

Attenzione: spoilers
PASSIONE PROIBITA (“Longing” – 1994) di Mary Balogh
La lunga carriera e la folta produzione romance di Mary Balogh ne fa un caposaldo di questo genere di letteratura. Oltre alla bravura e al tocco sapiente, c’è la stoffa della buona scrittrice ed è difficile che un suo romanzo sia banale, rispetto al mare ripetitivo in cui navigano inevitabilmente alcune sue colleghe. A mio parere, è difficile scrivere un romance, perché l’obiettivo del lieto fine riduce notevolmente le possibilità di raccontare una storia interessante e diviene assai arduo condire la trama con spunti profondi o corposi. Le linee narrative sono quelle già tracciate mille volte e anche chi ama il romance si annoia e si infastidisce quando si ritrova la stessa, melensa, minestra riscaldata per l’ennesima volta. Entra, quindi, in gioco l’abilita dell’autrice a svolgere il canovaccio in modo, a seconda dei casi, umoristico, sensibile, divertente, intuitivo o talentuoso. Non sempre il gioco riesce e questo distingue Mary Balogh, anche quando non è particolarmente ispirata. Da lei non possiamo mai aspettarci l’ironia e la leggerezza, ma sappiamo che i suoi personaggi avranno più di una dimensione, che ci coinvolgeranno emotivamente e che cresceranno in modo armonico durante lo svolgersi dell'intreccio, come le note di una partitura musicale destinata ad una dolce conclusione romantica.
Mi piacerebbe leggere più spesso i suoi vecchi romanzi del periodo regency più classico, perché hanno un alone dolcissimo e sognante che adoro. Il romanzo “PASSIONE PROIBITA” non appartiene a questo filone della Balogh ed è appesantito dal lodevole tentativo di renderlo meno rosa e più storico. Le prime rivendicazioni sociali dei minatori del Galles (ma qui siamo molto più centrati, rispetto al romanzo di Mary Jo Putney da me già descritto), le prime riunioni clandestine, abbozzi di movimenti sindacali, il cartismo, le spedizioni intimidatorie e punitive della “mandria scozzese” contro chi non aderiva a marce e scioperi, insomma un bel calderone di forti tinte che incombono minacciose sulla classica storia d’amore impossibile fra una popolana ed un marchese.
E’ scritto bene, ma non mi ha convinta e, a tratti, ho faticato a procedere nella lettura. Troppa cupezza è fuori luogo in un romance.
Lei, Sian Jones, è una giovane e bella vedova, nipote di minatori e figlia illegittima di un aristocratico proprietario di una delle miniere vicine. Già sposato e con un’altra figlia, Sir John Fowler aveva amato la madre di Sian ed aveva fatto in modo che lei e la bambina vivessero dignitosamente in un cottage, lontano dal villaggio di origine e dalle malelingue. Sian era stata mandata nelle migliori scuole inglesi, a spese del padre, che ovviamente non l’aveva mai riconosciuta e che lei non aveva mai potuto considerare tale. Alla morte della madre, quando Sian aveva diciassette anni, Sir Fowler aveva cercato di convincere la figlia a sposare Josiah Barnes, un inglese che lavorava come agente per i vari proprietari delle miniere e che le avrebbe potuto garantire una posizione sicura. Ma Sian aveva rifiutato ed essendosi sempre sentita divisa fra il mondo del padre, che non poteva sentire come suo e quello della madre, nel quale però non era cresciuta, aveva deciso di tornare alle origini e di andare a vivere con i nonni a Cwmbran. Lì, per non pesare sulle loro spalle, era andata a lavorare nella miniera, dove Barnes, per ripicca, le aveva affidato il lavoro più pesante e sporco per una donna. Sian aveva poi sposato Gwyn Jones, un minatore, e si era trasferita nella piccola dimora che lui divideva con i genitori ed i fratelli. Gwyn era rimasto ucciso in un incidente in miniera e Sian aveva dovuto tornare a fare quel duro lavoro per sopravvivere, sforzandosi a tal punto che aveva partorito un bambino morto. Allegriaaaaa!!!!!
Lui, Alexander Hyatt, marchese di Craille, inglese, biondo, bello (pure lui) e dai modi gentili, ma dal carattere fermo e risoluto, aveva ereditato da un paio d’anni da uno zio le terre sulle quali sorgevano una miniera, una ferriera ed un castello, in quell’angolo sperduto e struggente del Galles. Anche Alex è vedovo ed ha una vivace figlioletta di sei anni, Verity, che ama teneramente e con la quale decide di trasferirsi a tempo indeterminato da Londra in quel luogo di cui non conosce nemmeno la lingua. Per i minatori, abituati alle angherie dei padroni inglesi, Alex non è che un altro nemico da combattere, un estraneo che sfrutta la loro salute e la loro miseria per arricchirsi. Il marchese giunge a Cwmbran proprio quando si stanno organizzando le riunioni segrete per firmare la Carta da portare in Parlamento, per rivendicare diritti mai concessi ed è durante una passeggiata notturna sulle colline che si imbatte, non visto, in un gruppo di uomini che ne stanno parlando. Lì, nascosta dietro un masso, c’è Sian Jones, in apprensione per gli uomini della sua famiglia e per Owen Parry, il capo dei rivoltosi e suo ardente corteggiatore.
La Balogh forza un po’ la mano, perché fa in modo che Alex baci Sian proprio in questa occasione, dopo pochi minuti che l’ha conosciuta, mentre si stanno allontanando dal nascondiglio da dove lei spiava la riunione. Insomma, capisco che lei è bella e che lui è in astinenza da un po’, ma il pathos creato dalla cospirazione clandestina dei minatori si infrange così sull’onda della passione repentina, necessaria per avviare il romance e crolla miseramente. Non si poteva aspettare oltre: lui doveva rimanere avvinto da Sian e lei doveva sentire l’attrazione inevitabile nei confronti di quel marchese dai nobili sentimenti. Un mirabile connubio di anime fa sì che la distanza abissale fra i due venga colmata rapidamente e che l’amore sia inarrestabile. A nulla varrà la diffidenza della gente del villaggio, né il desiderio possessivo di Owen Parry, con il quale Sian arriva a fidanzarsi, autoconvincendosi che quella sia la giusta soluzione per lei. Quando il marchese le fa conoscere sua figlia e le chiede di diventarne l’istitutrice, le difese di Sian si abbassano pericolosamente. Andare ogni giorno al castello e restare in contatto ravvicinato con Alex sarà un modo per comprendere che le sue intenzioni sono sincere, che vuole veramente migliorare la vita dei suoi dipendenti, che ha a cuore quei luoghi, di cui comincia a sentirsi parte e che sta imparando a conoscere ed amare. Per Alex la scoperta della forza interiore di Sian e del suo passato terribile non è che un incentivo al sentimento che prova per lei. Il problema è che fra i due non ci può essere un futuro, date le diverse condizioni sociali e l’idea di un matrimonio appare impensabile. Quindi, per quasi tutto il romanzo, restiamo schiacciati fra le violenze della lotta contro i padroni inglesi ed una storia d’amore dal sapore dolceamaro. Nel romanzo ci sono anche scene drammatiche, dolorose e tristi ed il lieto fine arriva con un po’ di fatica, ma arriva, non temete!
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UN AMORE AUDACE (“A notorious love” – 2001) di Sabrina Jeffries
Dopo il mattoncino di Mary Balogh, mi sono sollevata lo spirito con questo leggerissimo romance dallo schema assai più consolatorio. Si tratta del secondo episodio di una saga e, nonostante gli accenni al suo predecessore in esso contenuti, è complicato per chi, come me, non ha letto “DOLCE INGANNO” (“A dangerous love”), ricostruire le premesse dei rapporti che si sono creati in precedenza fra i protagonisti: lady Helena Laverick e Daniel Brennan. Accetto il fatto che lui abbia giocato un ruolo che lo ha messo in cattiva luce agli occhi di lei e che soltanto la necessità abbia condotto l’altera e rigida Helena a rivolgersi proprio al signor Brennan per risolvere uno scabroso problema familiare.
Mentre la sorella Rosalind e il di lei marito Griff si trovano in viaggio di nozze nel continente, l’altra sorella Juliet, la minore delle tre, si è fatta convincere da un avventuriero di nome Will Morgan (si scoprirà poi che in realtà si chiama Morgan Price) a fuggire con lui, pare, per convolare in Scozia. Helena, che si sente responsabile per non avere vegliato abbastanza sull’ingenua ragazza, si reca a Londra, nel lurido quartiere di St. Giles, per chiedere aiuto a Daniel, che ha un passato di contrabbandiere e conosce sicuramente gli ambienti giusti per scovare il furfante che lei pensa abbia rapito sua sorella con l’inganno.
Daniel Brennan ha una storia turbolenta alle spalle: figlio illegittimo di un contrabbandiere e di una donna che aveva voluto morire con lui sul patibolo, era finito in orfanotrofio, da dove un “collega” di suo padre lo aveva tirato fuori per farne il proprio braccio destro. All’età di diciassette anni, Daniel si era affrancato da quella vita e si era costruito una posizione come consulente di investimenti, grazie all’amico Griff Knighton. Le circostanze avevano condotto i due a Swan Park, nel Warwickshire, dove i loro destini si erano incrociati appunto con le tre sorelle, figlie del conte di Swanlea. Griff e Rosalind avevano finito per sposarsi e ora che cosa riserva il futuro per Helena e Daniel? Non siamo qui per indovinarlo, ma per assistere a come lei si invaghirà di lui e come lui si incatenerà a lei per la vita, perché questo è ciò che succederà, ovviamente…
Helena è convinta di avere un destino da zitella, perché otto anni prima la poliomielite l’ha resa claudicante e l’ha costretta, dopo duri esercizi di riabilitazione, a tornare a camminare con l’ausilio di un bastone. Leggendo le prime pagine del romanzo e non conoscendo il personaggio, dato che non possiedo il primo libro della saga, avevo immaginato che l’insolito sfregio alla bellezza della tipica eroina romance fosse un tocco di perversione erotica escogitato dall’autrice, ma ben presto mi sono resa conto che la menomazione di Helena serve solo per motivare quell’aura di fredda altezzosità che aspetta solo di essere infranta per rivelare la sua femminilità inespressa. Ah, naturalmente Daniel Brennan, che ha il fisico prestante e tutte le donnine allegre ai suoi piedi, è pronto per cogliere la vulnerabilità e la bellezza raffinata della sublime fanciulla, che un uomo di bassa estrazione come lui può solo sognare di assaporare. Quando lei bussa alla sua porta per arruolarlo nell’inseguimento dei fuggitivi, lo trova a torso nudo, reduce dal letto nel quale lo attende la procace e impudica Sally. Nulla sfugge all’occhio di Helena, che nel suo intimo vorrebbe essere al posto della fortunata meretrice, ma si dà un contegno, memore degli insegnamenti indicati nella “Guida al comportamento delle signorine”, scritto dalla signora Nunley e donato a lei e alle sue sorelle dalla loro defunta madre. Daniel, inizialmente è restio a farsi coinvolgere in una faccenda del genere, ma poi cede all’insistenza accorata di Helena, la quale, riesce anche a convincerlo a portarla con sé in quest’avventura in cerca di Juliet. Per salvare le apparenze e la reputazione della donna, però, i due dovranno viaggiare per l’Inghilterra fingendo di essere marito e moglie e questa promiscuità darà la svolta fondamentale ai loro rapporti, che si trasformeranno, attraverso battibecchi vari, in passione e amore travolgente, come è d’uopo per ogni romance.
Il rapimento di Juliet e l’incontro con i cattivi sono impalpabili come note a piè di pagina, tanto che alla fine i tarallucci e vino si sprecano, un po’ come succedeva nelle telenovelas degli anni ’80 a me care, però il racconto è allegro e piacevole e mi sono divertita a leggerlo. Più di altri che ho commentato recentemente.
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