THE DUKE AND I by JULIA QUINN (2000 - the first Bridgerton novel)

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Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers).
In Italia il romanzo è stato pubblicato ne I Romanzi Mondadori con il titolo di "Il duca e io".

Attenzione: spoilers.

Finalmente eccomi al primo libro della saga dei BRIDGERTON, la serie di otto romanzi dedicati ai virgulti di questa prolifica famiglia.
Avevo letto tanto in merito ai vari riconoscimenti di pubblico e della stampa specializzata nei confronti dell'epopea vergata da Julia Quinn, che l'aspettativa in me era forse eccessiva. Dopo le scintille comiche dei suoi primi, teneri, ma un po' stereotipati personaggi, sicuramente
THE DUKE AND I rappresenta un passo avanti verso la creazione di caratteri più complessi psicologicamente e la scrittura è più attenta ai particolari.
Probabilmente il successo di questa serie offusca le piccole pecche dei singoli romanzi.
THE DUKE AND I, ad esempio, non riesce a mantenere un adeguato equilibrio fra le scene più leggere e i tormenti che attanagliano il protagonista. Manca, a mio parere, quel costante tocco brioso ed irresistibile con il quale identifico Julia Quinn. Prevalgono a lungo l'amarezza ed il soffocante senso di vendetta nei confronti dei fantasmi di un invadente passato. Sono numerosi i romances che giocano su questo filo conduttore, ma con la Quinn io vorrei soprattutto divertirmi e sorridere.
Ciò non toglie, comunque, che questo primo episodio dedicato a Daphne Bridgerton e a Simon Basset, duca di Hastings, sia una gradevolissima lettura, una garbata favola che ci trasporta in un mondo in cui l'amore guarisce anche le ferite più profonde.
La storia di Simon, il duca dalla bellezza devastante, circondato dal tipico alone di irraggiungibilità e libertinaggio, nasconde una realtà ben diversa, fatta di privazioni affettive, dolore e lotte interiori. Un giovane dotato di sensibilità, forza e disperazione che si è autoimposto una disciplina ferrea per conquistarsi qualcosa che il padre gli ha sempre negato. Ma questa dura battaglia è vinta solo a metà e ha conseguenze che annientano la sua anima, finché non incontra la dolce e accogliente Daphne Bridgerton.
I Bridgerton sono un'allegra nidiata in cui regnano l'amore reciproco e un grande senso della famiglia. Lady Violet e il defunto marito Edmund hanno dato ai loro otto figli nomi in rigoroso ordine alfabetico, con un eccellente senso pratico che permette di ricordarli facilmente. Da brava chioccia, Violet si occupa profusamente del benessere e dell'educazione della sua prole e, poiché i quattro figli maggiori sono in età da matrimonio, le sue attività sociali hanno subito un'impennata propositiva.
Il primogenito è Anthony, che porta il titolo di visconte con responsabilità e possiede un carattere deciso e autoritario, anche se, ai tempi di Eton, era stato compagno di merende di Simon Basset, allora conte di Clyvedon. Ma gli anni lo hanno temprato e ora non è più tanto disposto agli scherzi, specialmente quando si tratta della virtù e della felicità di sua sorella Daphne. La ragazza, che ha alle spalle già una season londinese, non nutre un particolare entusiasmo per le usanze del mercato matrimoniale, ma sopporta con pazienza le manovre della madre. Del resto, con tre guardie del corpo come Anthony e gli altri due fratelli, Benedict e Colin, per Daphne è difficile passare inosservata. I tre ragazzi ci vengono già delineati ampiamente da Julia Quinn come irresistibili ed intriganti marcantoni, per i quali le femmine si sciolgono in deliquio. Tutti i Bridgerton si assomigliano molto fisicamente e sono facilmente identificabili per le loro folte chiome castane. Colin, il più malizioso ed irriverente, ha, a differenza degli altri, anche un paio di fantastici occhi verdi, cosa che Daphne un po' gli invidia, perché lei si sente così poco appariscente, da ritenersi incapace di attirare l'attenzione di uomini di sostanza e non dei soliti insignificanti giovinastri che frequentano i ricevimenti. Il carattere disponibile e gentile, l'intelligenza vivace, il senso dell'umorismo e la semplicità di Daphne ne fanno l'amica e confidente perfetta, ma sembra che nessuno si accorga che in lei c'è una donna che vorrebbe innamorarsi sul serio e crearsi una famiglia bella coma quella in cui è cresciuta.
Simon Arthur Henry Fitzarnulph Basset, prima conte di Clyvedon e ora, dopo la morte del padre, divenuto duca di Hastings, non è nato dall'amore, ma da un dovere coniugale. Dopo anni di tentativi falliti, la duchessa sua madre era riuscita a coronare il sogno del marito: finalmente un erede da allevare nel culto della propria casata e da presentare con orgoglio al mondo. La duchessa, immolandosi per la causa, era morta di parto e nessuno potrà mai sapere se almeno lei avrebbe dato amore a quel figlio caricato di tante responsabilità dal duca di Hastings. Purtroppo le aspettative del padre di Simon erano fondate su basi destinate a sgretolarsi dinnanzi alle difficoltà del pargolo a pronunciare le prime parole. A quattro anni, il bambino non parlava ancora e il duca, inorridito, sconvolto, imbestialito e distrutto da questo tradimento, aveva cominciato a disprezzarlo, ad inveire contro l'innocente e spaventata creatura e aveva deciso che suo figlio era un idiota senza speranza e lo aveva abbandonato nelle mani della nurse, nella tenuta di campagna, andandosene a vivere a Londra. Negli anni, alla gente che frequentava aveva fatto credere che Simon fosse morto ed, in effetti, per lui lo era. Il bambino, con l'amoroso aiuto della nurse, aveva cominciato a parlare, ma dalla sua bocca uscivano soprattutto stremati balbettii e soltanto una grande volontà, una ferrea determinazione all'autocontrollo e lo sforzo tremendo di dimostrare a suo padre il proprio valore avevano permesso a Simon di dominare sempre di più l'uso della parola. Quando si era presentato a Eton, da solo, aveva vinto la diffidenza e si era fatto accettare e da lì la sua intelligenza era stata l'arma con cui aveva ottenuto ottimi risultati ad Oxford. Ormai si era conquistato un alone di superiorità che affascinava il prossimo, ma il suo carattere era forzatamente schivo e selettivo, a causa delle sofferenze passate e in lui non c'era l'arroganza aristocratica che tutti gli attribuivano. La leggenda di incurante libertino, cucitagli addosso da chi non lo conosceva nel profondo, ne aveva fatto un'icona da imitare per i suoi coetanei dell'alta società e un oggetto del desiderio per donne maritate in cerca di avventure e fanciulle nobili da marito. Dopo dieci anni di viaggi per il mondo, fatti per evitare il ritorno di fiamma di suo padre che, nel frattempo, si era reso conto di non avere generato un idiota e stava tentando di riavvicinarlo, Simon è ora stabilmente a Londra e subito si parla di lui ovunque nei salotti.
L'incontro fra Simon e Daphne Bridgerton avviene per caso, al ricevimento di Lady Danbury (personaggio clou di How to marry a Marquis). Simon, avendo vissuto con l'unica motivazione di vendicarsi del padre, è fermamente deciso ad opporsi a qualunque cosa fosse importante per lui, anche ora che è morto. Innanzitutto, non intende sposarsi mai e non vuole avere figli, così il sangue degli Hastings e il titolo nobiliare si estingueranno con lui.
Daphne, assillata dalla madre, in piena competizione con le altre genitrici di fanciulle in fiore, cerca un rifugio dagli obblighi sociali.
Quando i due si conoscono, il fatto che Simon sia il migliore amico di Anthony sembra agevolare una frequentazione piacevole e complice, in cui il gusto per l'umorismo e la conversazione brillante la fanno da padroni. Poi l'illuminazione: Simon propone a Daphne di fingersi innamorati l'uno dell'altra. Un corteggiamento renderebbe lui libero dalle grinfie delle matrone e darebbe a lei una nuova luce di desiderabilità, tale da attirare maschi più consistenti e risvegliare in loro un interesse amoroso con scopi matrimoniali. La sciarada nasconde, però, insidie inevitabili. Violet, la madre di Daphne, fa già progetti per le nozze della sua figliola con il duca e i fratelli della ragazza sono all'erta, preoccupati che Simon, con la sua fama di avversione per il sacro vincolo, si approfitti della loro sorella, spezzandole il cuore.
Daphne ci mette poco ad innamorarsi di Simon, anche perchè con lei lui si apre come non ha mai fatto prima e l'amicizia diventa un legame molto più profondo di quanto essi avevano previsto.
Anthony sa del piano dei due, ma dubita dell'amico e si intromette di continuo. Succede di tutto e pare che anche i più intimi meandri di una storia che si fa, via, via più seria, finiscano sulla scrivania di una giornalista gossipara ante litteram: la fantomatica Lady Whistledown, di cui tutti cercano di indovinare l'identità, ma che nessuno conosce, riesce a venire in possesso delle indiscrezioni e dei pettegolezzi relativi all'aristocrazia londinese e ne fa un succoso e arguto res
oconto sui suoi "Society Papers", che i nobili aborrono, ma che leggono con avidità.
Ad un certo punto, la carne essendo debole e provando il duca una forte attrazione, non solo fisica, per la dolce Daphne, succede qualcosa che costringe Simon ad una scelta fatale: duellare con Anthony o sposare la fanciulla. Simon, fedele fino alla morte al proprio voto di ribellione edipica, pur nutrendo sentimenti inespressi per Daphne, sapendo di non poterla soddisfare dandole i figli che lei desidera, preferisce il duello. Ma, alla fine, il matrimonio s'ha da fare.
Un'unione traboccante di passione e anche ricca di forti emozioni, ma Daphne vuole scoprire i segreti del marito e guarirlo da ciò che lo ossessiona. Vuole anche rimanere incinta e lo scontro è duro e difficile. Ma nei romances l'amore può tutto e figuriamoci se quest'eroina non troverà la chiave dell'anima tormentata del suo adorato e bellissimo marito.
Scene di tensione e risvolti emotivi si mescolano a qualche momento divertente, come quello in cui la madre di Daphne cerca di prepararla alla prima notte di nozze, non riuscendo a dirle alcunché di comprensibile.
Una tenera storia di amore e rinascita. Un romanzo diviso in due fasi, forse troppo contrastanti e scarsamente equilibrate. Ma valevole per apprezzare l'evoluzione di Julia Quinn.

Dal sito ufficiale di Julia Quinn
l'albero genealogico dei Bridgerton: www.juliaquinn.com/books/tree_big.htm



P.S.:
Però questa donna deve cambiare il tormentone che adotta ogni volta che il suo protagonista maschile si accinge a deflorare l'amato bene. Non è possibile che tutti gli eroi di Julia Quinn, nel momento fatidico, pronuncino alla lei di turno l'invariata e ridicola frase: "It may hurt a bit..."
No, mi sbaglio, a volte dicono: "This may hurt a little..."
ArchieGoodwin || 18:09 || domenica, 31 maggio 2009
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Indagine su un Crimine / 3

L'UOMO AL BALCONE ("Mannen på balkongen", 1967) di Maj Sjöwall e Per Walhöö [ Sellerio ed., 2008; trad. di Renato Zatti ]

Terzo romanzo dedicato dai coniugi svedesi alle indagini del commissario Martin Beck della Squadra Omicidi di Stoccolma. Sto leggendo la serie in maniera un po' disordinata, tuttavia le acquisizioni della mia biblioteca lasciano sperare che prima o poi riuscirò a mettere le mani su tutti i dieci volumi che la compongono. Questo particolare romanzo, in ogni caso, mi è piaciuto molto.
TRAMA: inizio di giugno del 1967. Martin Beck si concede qualche giorno di vacanza e va a trovare un collega conosciuto un paio d'anni prima (nel corso dell'indagine narrata nel precedente romanzo, "Roseanna"). Il suo matrimonio va di male in peggio e la stanchezza accumulata sul lavoro pesa negativamente. Al suo ritorno a Stoccolma comunque Martin Beck viene immediatamente ripreso nel gorgo delle indagini in corso: una serie di cruente rapine ai danni di soggeti deboli (donne, persone anziane e indifese), e soprattutto quello che sembra l'inizio di un gran brutto caso: il ritrovamento, in parchi cittadini, dei cadaveri di due bambine. Le piccole hanno subito violenza e sono state strangolate: il modus operandi, le circostanze e i particolari coincidono. Si inizia a parlare di un
serial killer.
Le tracce sono praticamente inesistenti, i poliziotti si spremono in ogni direzione al  massimo delle loro possibilità, la città cade preda di un terrore irrazionale: vengono persino istituite delle ronde di volontari armati, che rischiano soltanto di aggravare la situazione.
Beck, coadiuvato dai soliti Lennart Kollberg (appena distratto dal fatto che sua moglie sta per partorire il loro primo figlio) e Melander (la cui mostruosa memoria continua ad essere utilissima), non trascura la benchè minima indicazione: ma nulla risulta mai conclusivo.
Ad un certo punto la polizia si convince - a ragione- che il rapinatore, avendo agito in vari parchi, possa aver visto qualcosa di utile in almeno una occasione: forse ha visto una delle vittime, forse ha addirittura visto l'assassino.
Diventa dunque essenziale arrestare il rapinatore: cosa che in effetti viene fatta, grazie ad una serie di coincidenze ed eventi favorevoli.
Una volta identificato e preso, venuto a conoscenza di ciò che si vuole da lui, il rapinatore collabora al massimo: cerca appena un accordo, ma sostanzialmente si rende conto che le informazioni in suo possesso hanno una valore inestimabile, quindi non esita a rivelare tutto ciò che sa.
Il che è qualcosa ma non basta; l'altro unico testimone di cui dispone la polizia è un bimbo di tre anni che forse ha visto l'assassino, ma che in concreto è tutto contento perchè un signore somigliante al marito della sua ex babysitter gli ha regalato un biglietto usato della metroplitana.
Eppure sono questi esitanti passi che portano Martin Beck e i suoi sulla strada giusta. Grazie ad una segnalazione apparentemente estranea ai fatti, l'omicida viene finalmente identificato al di là di ogni ragionevole dubbio: tuttavia bisogna ancora prenderlo... e purtroppo, mentre la rete poliziesca si stringe sempre più attorno al vero obiettivo, viene rinvenuto un terzo cadavere: un'altra bambina, e questa volta le modalità dell'omicidio sono addirittura più brutali.
Alla fine, dopo vani tentativi e altrettanto vane speranze, sarà una specie di colpo di fortuna a mettere nelle mani della giustizia il colpevole: un paio di increduli ed incazzatissimi poliziotti si imbattono nell'assassino qualche momento prima che commetta il suo quarto omicidio.
Così, almeno per questa volta, è finita.

I poliziotti nei romanzi di Maj Sjöwall e Per Walhöö sono tutto fuorchè eroi invincibili: possono essere bravi e coscienziosi, antipatici, insofferenti, entrati nel corpo per i motivi più disparati... ma essenzialmente sono uomini che svolgono un lavoro ingrato e poco spettacolare.
In occasione dell'inchiesta sull'omicidio delle bambine ovviamente la pressione pubblica e mediatica è enorme, eppure gli autori mostrano i loro poliziotti in quella che continua ad essere il quotidiano adempimento di un dovere: spesso sono stanchissimi, sfiduciati, oppressi da ciò che vorrebbero fare e che non riescono a fare... però lavorano con tenacia e pazienza, augurandosi magari l'arrivo delle svolta decisiva.
In teoria i polizioti sarebbero il "baluardo della società", ma la definizione fa sorridere proprio loro per primi. Le alte sfere, la stessa opinione pubblica, pensano che la soluzione a tutti i problemi possa essere qualche aumento nell'organico, ma i poliziotti sanno che non è tanto il numero l'elemento vincente, quanto piuttosto l'atteggiamento di base. I poliziotti sono i necessari tamponi per una società malata che rompe continuamente gli argini, quindi la soluzione vera consisterebbe nel curare la società... ma ormai, anche per la moderna e lodatissima Svezia degli anni Sessanta, pare già troppo tardi.
Il progresso è arrivato anche per il corpo di polizia che ormai dispone di calcolatori che rendono più agevoli le ricerche e di metodi scientifici che in genre danno i loro frutti: ma contro le manifestazioni di disagio che si traducono in altrettanti crimini, contro la malvagità o contro l'imponderabile esplosione della follia, nulla di tutto ciò serve davvero.
Diventa utile allora la pazienza, la memoria, l'esperienza: il fatto stesso che i poliziotti esistano. Ma come suggerisce il finale del libro, la guerra è interminabile.

Lo stile del romanzo è in apparenza asciutto e didascalico, descrittivo quanto basta. L'incipit ad esempio ("A un quarto alle tre il sole si alzò") è un concentrato essenziale... eppure, quanti elementi possono esserne estratti: in meno di dieci parole il lettore è già stato catapultato in un'atmosfera precisa, quella di un'alba urbana che evidentemente ha luogo molto a Nord, e da lì la luce del sole si espande ad inquadrare cose e azioni, una grande città che si risveglia ed inizia a fare rumore.
Più avanti la storia mostrerà chiaramente di essere ambientata in un tempo particolare: ci sono minigonne e LSD, manca invece qualunque riferimento al DNA (che infatti diventerà realtà conosciuta e giuridicamente accettata non prima di altri vent'anni).
Tuttavia il romanzo, grazie all'importanza del lato umano e all'utile peso della critica sociale, risulta ben poco datato. Quando Martin Beck rimprovera ufficialmente due membri di una milizia volontaria che hanno causato uno stupido guaio, lo fa con le seguenti parole: "Quel che avete fatto è imperdonabile. La sola idea della milizia comporta un pericolo sociale superiore a quello di singoli criminali o di una gang. Spiana la strada a una mentalità del linciaggio e a una giustizia arbitraria. Rompe il meccanismo di protezione della società. Capite cosa voglio dire?".
I due ci mettono un'oretta ad interiorizzare, ma un lettore italiano appena appena sveglio può capire al volo.

LadyJack || 16:05 || martedì, 26 maggio 2009
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BRIGHTER THAN THE SUN (1997) by JULIA QUINN

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Letto nell'edizione inglese Piatkus Books (First published in Great Britain in 2008).
In Italia il romanzo è stato pubblicato da Euroclub nel 2002 con il titolo "La melodia del cuore".

Attenzione: spoilers.

BRIGHTER THAN THE SUN fa parte della produzione iniziale di Julia Quinn e, come i romanzi che lo hanno preceduto, può essere giudicato da prospettive opposte: si tratta di irresistibili commedie umoristiche con romantici interludi rosa, ma anche di un comodo filone, talvolta forse un po' ripetitivo. Ciascuno di noi, a seconda del momento, può trovarli deliziosi, oppure soffrirne la prevedibilità. Io mi divido fra le due posizioni, ma il fuoco di fila di battute e situazioni comiche mi intrattiene talmente, che sorvolo su certe prolungate insistenze e sull'uso di caratteri molto simili fra loro.
Lo stile con cui Julia Quinn ha esordito nel mondo del romance nella seconda metà degli anni '90 non punta sulla trama o sull'esplorazione psicologica, ma si specializza nel dialogo frizzante e ama chiaramente accentuare il lato ridicolo ogni volta che può. Questo le ha dato subito una precisa collocazione come "erede" di Georgette Heyer e l'ha resa, a mio parere, unica nel panorama attuale del romanzo rosa storico e regency.
In particolare, i continui parapiglia ed incidenti comici che si susseguono in BRIGHTER THAN THE SUN, mi hanno richiamato alla mente i film anni '40 e primi anni '50 con Cary Grant e Catherine Hepburn. Leggendo questo romanzo ho riso tantissimo.
Il collegamento con il precedente
Everything and the moon è rappresentato dal fatto che qui ci occupiamo di Eleanor Lyndon, la sorella minore di Victoria, ma Julia Quinn spiega che il motivo per cui non vi fanno capolino i protagonisti del primo libro della serie è che avrebbero distratto Ellie dal surreale rapporto con il suo futuro sposo.
Il tema scelto per costruire questa storia è un classico del regency: il matrimonio di convenienza.
Eleanor, ventitre anni e nessuna particolare inclinazione ad accasarsi, è dotata di un'intelligenza vivace, di un notevole senso pratico e di un sorprendente acume per gli investimenti nel mercato del cambio. Quest'ultima caratteristica è decisamente singolare per una donna del suo tempo, ma aggiunge un tocco ulteriore di pepe al suo personaggio.
Charles Wycombe, conte di Billington, ha ereditato da suo padre il titolo e la splendida Wycombe Abbey, ma il patrimonio sarà definitivamente nelle sue mani solo se si sposerà prima di compiere trent'anni, il che gli lascia solo due settimane per trovarsi una moglie. In caso contrario, le ricchezze dei Billington finiranno ad un cugino dall'aspetto di rospo o ad un altro piuttosto odioso.
Charles, inguaribile "rake", è alle strette quando nella sua vita entra l'inesauribile Eleanor Lyndon. O meglio, lui piomba dall'alto in quella di lei: letteralmente. Ubriaco fradicio, precipita da un albero mentre è intento a rimembrare i tempi spensierati della fanciullezza e cade addosso all'ignara Eleanor, che si trova a passare di lì. La ragazza, sempre ricca di risorse, non si pone troppi problemi ad esaminargli la caviglia slogata e lo sorregge lungo la strada di casa. Entrambi belli e dotati di uno spiccato senso dell'umorismo, trovano subito un punto d'incontro nel battibecco impertinente e, ovviamente, subiscono una vicendevole attrazione fisica.
Charles, senza troppe remore, realizza che la giovane lo intriga molto di più delle insipide debuttanti londinesi e, se proprio deve sposarsi, per lui è meglio una brillante ragazza di campagna, dai modi decisi e spontanei. Non perde tempo ad esporle il proprio problema di eredità e a chiederle di concedergli la sua mano. Eleanor, inorridita, rifiuta, ma poche ore dopo è costretta a ripensare alla proposta di Charles. La sua futura matrigna, infatti, la accoglie sul piede di guerra: Mrs. Foxglove pregusta il momento in cui diverrà la nuova moglie del vicario, padre di Eleanor e prospetta alla sventurata fanciulla una vita di angherie e prevaricazioni. Per sfuggire alla virago, Ellie non ha che da accettare di sposare il conte di Billington. Probabilmente ci sono destini peggiori...
Così, nelle prime pagine del romanzo, la coppia protagonista è già formata e non resta che stare a vedere se sboccerà anche l'amore a coronamento dell'unione. I due si piacciono, si scambiano dialoghi esilaranti, nulla preclude loro la felicità coniugale. Per cui Julia Quinn escogita una serie di accadimenti rocamboleschi che turbano a ripetizione la possibilità di raggiungere la pace domestica. Incidenti di ogni tipo, dalle esplosioni di marmellate, alle cadute rovinose, agli avvelenamenti, ai tentativi misteriosi di omicidio. Il tutto capita sempre nei momenti meno opportuni, smontando i tentativi di serietà di Charles ed Ellie, che diventano eroi paradossali di un delirio sincopato di momenti buffi.
L'insieme è completato da figure essenziali, costituite dalla cugina di Charles, Helen e dalle due figlie di lei: la piccola Judith, di sei anni e Claire, di quattordici. Queste tre parenti sono ospiti fisse a Wycombe Abbey e il loro rapporto con Charles contribuisce a rendere originale e spumeggiante la vicenda.
In mezzo a tutti queste peripezie, l'unione fra Ellie ed il marito si trasforma in amore, ma, prima che il sentimento trovi il suo equilibrio, dovranno essere abbattuti i soliti, inevitabili equivoci e fraintendimenti. Fortunatamente, si tratta di ostacoli lievi, come tutto il tono del romanzo e, sebbene un po' prolissi, non creano problemi alla scorrevolezza dell'insieme.
Deliziosa la trovata delle "liste". Charles è un appassionato compilatore di liste e ne escogita una per ogni obiettivo che si prefigge. "Cinque modi per sedurre Ellie", ad esempio e molte altre che redige in continuazione e sottopone alla sua esterrefatta consorte. La quale, a sua volta, dà sfogo alla propria esuberanza verbale durante alcuni esilaranti soliloqui in cui esprime contrarietà nei confronti degli elementi climatici avversi o di altri fattori negativi che hanno il coraggio di capitarle a tiro senza preavviso. Una ragazza di indubbio temperamento.
Dopo Splendid, il mio preferito fra i primi parti di Julia Quinn.


ArchieGoodwin || 15:59 || sabato, 23 maggio 2009
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La Difesa in Difesa

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AVVOCATO DI DIFESA ("Lincoln Lawyer", 2005  ), di Michael Connelly [ Piemme ed., 2008; trad. di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso ]

Michael Connelly è un altro dei tanti autori di cui ho praticamente letto e riletto quasi ogni cosa. Il suo miglior romanzo rimane probabilmente "Il Poeta", però nel corso degli anni ho avuto modo di apprezzare soprattutto le storie dedicate al suo personaggio più famoso, il detective Hyeronimus Bosch (detto Harry) della polizia di Los Angeles.
Harry Bosch è un personaggio con il quele letteralmente si cresce: attraverso le sue avventure lo si può seguire nelle travagliate fasi del suo lavoro e della sua esistenza, lo si vede entrare e uscire dalla polizia, incontrare la donna della sua vita, sposarsi, divorziare, avere (inizialmente senza saperlo) una figlia... lo si vede invecchiare lentamente e rimanere ciò a cui ha sempre tenuto di più: un buon poliziotto.
Altrettanto importante in questi romanzi è l'ambientazione urbana: qui - come si dice - anche la città diventa protagonista, e la città in questione è Los Angeles.
Storia dopo storia il lettore sviluppa un'ottima conoscenza topografica dei luoghi: le strade del centro, gli edifici, i locali pubblici, via via sino alla periferia, alle colline e ai canyons che attorniano l'enorme agglomerato. Si imparano persino i diversi modi in cui i suoi abitanti, etnicamente variegati, pronunciano il nome di questa Los Angeles che rimane una delle città più belle, affascinanti, inquinate e criminalmente rilevanti degli interi Stati Uniti.
"Avvocato di Difesa" è uno dei rari romanzi di Michael Connelly senza Harry Bosch... ma non senza Los Angeles.
Ed è comunque una storia costruita attorno ad un punto che all'autore interessa particolarmente: l'impossibilità di definire in maniera assoluta il concetto di "Giustizia", e il dovere di continuare a provarci lo stesso.

TRAMA: Michael Haller non è un uomo cattivo: è però un avvocato difensore e questo - agli occhi dei colleghi, dell'opinione pubblica e degli stessi poliziotti - lo declassa più o meno al ruolo di creatura che per vivere si nutre di rifiuti.
Il sistema giuridico americano si basa sulla presunzione di innocenza, e ciò significa che l'onere della prova spetta all'accusa. E' quindi opinione comune, e in gran parte rispondente al vero, che un avvocato difensore non si curi della reale innocenza del proprio cliente, ma piuttosto delle sue disponibilità finanziarie. Un difensore non ha bisogno di sapere, anzi non vuole sapere se un cliente sia innocente o meno: il suo lavoro consiste nel presumerlo comunque e nel riuscire a dimostrarlo in tribunale, con ogni mezzo. O per essere più precisi: un buon avvocato deve fare in modo che il giudice e la giuria si convincano dell'innocenza del cliente accusato; in alternativa, male che vada, deve agire per limitare i danni.
Lavoro abbastanza sporco, malgrado il fatto che tutti abbiano diritto ad una difesa; lavoro che presuppone non solo un'ottima conoscenza delle legge e di tutte le sue scappatoie, ma anche l'assunzione di una mentalità cinica e bassamente realistica. Non la giustizia come alto ideale, bensì la legge come puro meccanismo.
Michael Haller è infatti un avvocato sufficientemente bravo e molto realista; figlio di un famoso avvocato morto quando lui era ancora piccolo, ha letto tutte le opere giuridiche del padre, ma in quanto a comportamento si affida solo a se stesso.
Anche la sua vita privata è complessa. Ha due ex mogli con le quali è rimasto in ottimi rapporti: una è la sua segretaria, l'altra un pm con cui non può scontrarsi in tribunale causa il conflitto d'interessi (... ed è un bene per lui, dato che la signora è nota come Maggie la Spietata!). C'è anche una figlia di otto anni, Haley, per la quale Michael si ripromette di voler essere un padre migliore.
Nel suo lavoro si avvale del'assistenza di un detective privato, Raul Levine, e di un autista - Edgar - che tra un'udienza e l'altra lo scarrozza a raggiungere i vari appuntamenti. In sostanza, per Michael la Lincoln è un prolungamento dell'ufficio (da cui il titolo originale del romanzo): è lì che consulta documenti, fa e riceve telefonate, pianifica strategie.
Professionalmente Michael ha ottenuto qualche sconfitta e parecchie vittorie; la fama di queste ultime è ciò che continua a procurargli clienti e introiti appena sufficienti a mantenere il suo alto tenore di vita. In ogni caso, seppur numerosi, tali clienti appartengono in genere a categorie "minori": una banda di motociclisti, ladri, drogati, spacciatori. C'è persino una prostituta tossicomane di nome Gloria di cui Michael si occupa regolarmente a titolo assolutamente gratuito: è il suo tributo morale alla solidarietà umana.
Micheal in sostanza è più che abile e disposto a vivere alla giornata. L'unico suo incubo è quello di imbattersi in un cliente veramente innocente e di non riuscire a rendersene conto; la sua speranza più grande è quella di imbattersi in un cliente ricco ed accusato di qualcosa di abbastanza grave da giustificare una parcella con tariffa oraria. Un giorno la speranza di Michael sembra avverarsi, con la comparsa all'orizzonte di Louis Roulet; il suo caso però richiamerà in campo anche l'incubo.
Louis Roulet, figlio di una ricca agente immobiliare e a sua volta impegnato nella stessa attività, è accusato di aggressione, stupro e tentato omicidio ai danni di una ballerina. La ragazza lo aveva adescato in un bar e invitato nel suo appartamento; malgrado il brutale pestaggio che ha subito è ancora viva, e riconosce in Louis il colpevole.
Michael mette in moto tutto il meccanismo della difesa, comprese alcune indagini sulla vittima e sulle circostanze, affidate al solito Raul Levin. Dato che Roulet è incensurato, si potrebbe tentare di ottenere una riduzione delle accuse; qualunque verdetto di colpevolezza però lascerebbe aperta la possibilità di un processo civile in cui la ragazza aggredita otterrebbe il pagamento di danni astronomici: dunque bisogna lavorare per una piena assoluzione.
Sfruttando tutto ciò di cui dispone, compresi alcuni punti deboli dell'accusa, Michael si mette sulla strada giusta. Senonchè un giorno, trovandosi tra le mani le foto della ragazza aggredita, viene assalito da una brutta sensazione: ha l'impressione di averla già vista, di averla già conosciuta. Dopo un po' si rende conto che la donna gli ricorda un'altra ragazza aggredita e uccisa: crimine di cui era stato accusato uno dei suoi vecchi clienti, Jesus Menendez, che aveva evitato la pena capitale solo dichiarandosi reo confesso. Dietro consiglio dello stesso Michael, naturalmente, che ora si chiede se in passato non ha commesso un imperdonabile errore.
In effetti è così: Louis Roulet non soltanto è colpevole del crimine di cui lo si accusa ora, ma anche di quello precedente, per il quale Menendez sta scontando l'ergastolo a San Quintino.
L'etica professionale impedisce a Michael di denunciare il proprio cliente e comunque Roulet, per evitare che l'avvocato abbandoni la causa, fa in modo che Raul Levin venga ucciso con una pistola di proprietà dello stesso Michael, così da poterlo ricattare.
A Michael non rimane dunque altra scelta che vincere il processo per liberarsi della duplice minaccia: lo scomodo cliente e la possibile accusa di omicidio, anche se rimane incerto cosa potrà accadere in seguito.
La strategia processuale di Michael in ogni caso è davvero brillante: servendosi di tutta la sua astuzia avvocatesca e di tutte le armi in suo possesso (compreso l'aiuto di Gloria, che con un piccolo ed apparentemente innocuo favore ripaga in parte l'assistenza ricevuta in tanti anni), Michael riesce incredibilmente a far assolvere Louis Roulet.
Poi però tra i due si apre una breve - e molto intensa - guerra personale per regolare i conti in sospeso. Quando Louis minaccia la piccola Haley e la ex moglie Maggie, Michael vive le ore peggiori della vita: tuttavia con un po' di fortuna e grazie al fatto che a sua insaputa un paio di poliziotti svegli lo hanno usato come esca, riesce ad arrivare in fondo alla vicenda.
Michael ne esce fisicamente malconcio, spiritualmente stremato eppure ricco di nuove certezze e di nuove energie. L'Ordine degli Avvocati non gliela farà passare liscia, ma in futuro Michael Haller sarà un professionista ed un uomo diverso.
Non necessariamente migliore, solo diverso.
E mentre i nuovi avvocati di Louis Roulet iniziano la battaglia per risparmiare al loro cliente l'iniezione letale, Michael inizia ad affrontare le conseguenze - umane e legali - di ciò che ha fatto. Poi, forse, riuscirà anche a ricostruire la sua famiglia.

Gran bella storia, con una trama molto complessa eppure interessante e ben governata.
Ottimi tutti i personaggi... persino quelli cattivi.
Io non sono una grande appassionata di legal thrillers, tuttavia - dopo aver venerato le sacre memorie di Perry Mason - nel recente passato mi sono sorbita la mia parte di John Grisham e Scott Turow. In ogni caso devo ammettere che in questo romanzo di Michael Connelly la parte migliore e più intrigante è proprio quella relativa al dibattimento giudiziario: in tribunale, fidando tanto sull'esperienza quanto sulla capacità di improvvisazione, Michael Haller riesce a dare il meglio di sè, e a sorprendere gli avversari così come i lettori.


Los Angeles (panorama)

LadyJack || 11:14 || sabato, 23 maggio 2009
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Le opache scogliere del Dorset

LA TORRE NERA ("The Black Tower", 1975), di P. D. James [ Mondadori ed., 1992; trad. di Anna Solinas ]

E' sempre bello ritrovare i vecchi amici, e P.D.James è una vecchia amica. In passato ho letto - e riletto -   tutti i suoi romanzi, e anche se di recente l'ho un po' trascurata, non ho comunque smesso di apprezzarla.
Tra i suoi romanzi i miei preferiti sono sempre stati quelli con l'ispettore Dalgliesh (Cordelia Gray mi è un po' meno simpatica) e tra questi "La Torre Nera" è senz'altro uno dei migliori. E' tutt'altro che recente, ma già vi si trovano quasi tutti gli elementi pregevoli che compariranno qua e là anche nei libri successivi: l'indagine poliziesca poco spettacolare, quotidiana e quasi minimalista; lo sguardo sui fatti affidato al protagonista, che ne è interprete e filtro contemporaneamente; l'attenzione al lato umano e psicologico; la bellezza dei paesaggi (qui in una zona costiera, altrove in campagna, ma qualche volta anche in piena Londra); la concentrazione della vicenda in una piccola e spesso ambigua comunità; il peso della tradizione, sia essa religiosa, storica o letteraria.
Nei romanzi di P.D.James c'è tutta l'Inghilterra del secondo Novecento, ci sono un sacco di ecclesiastici e tanti ricordi di Trollope (le due cose ovviamente hanno uno stretto rapporto). Ci sono infinite memorie vittoriane e quasi altrettante architetture (vere o apocrife) di Christopher Wren.
Ci sono soprattutto numerosi crimini, tra cui naturalmente moltissimi delitti... sennò che gialli sarebbero?! Ma anche su questo l'autrice, alla quale interessa il Male nelle sue varie e sfuggenti manifestazioni, riesce ad esercitare la propria intelligente ambivalenza: ci sono delitti creuenti - a volte quasi casuali, a volte addirittura opera di serial killers - delitti comunque palesi, ma anche delitti così lineari e impalpabili da far dubitare della loro effettiva natura.
Nel romanzo in questione ad esempio, quattro dei cinque omicidi che vi compaiono potrebbero essere nell'ordine: suicidio, morte naturale, di nuovo morte naturale, suicidio. E persino l'ultimo, se l'assassino fosse riuscito a portare a termine il suo piano, avrebbe potuto passare come un gran brutto incidente...

TRAMA: L'ispettore Adam Dalgliesh è in convalescenza: ha trascorso in ospedale un lungo e brutto periodo, credendosi condannato a morte da una diagnosi snza speranza che tuttavia alla fine si è rivelata errata. La malattia lo ha comunque indebolito nel fisico e nello spirito, tanto che l'ispettore ha maturata la decisone di lasciare la polizia: ormai si sente troppo stanco per continuare ad indagare, fronteggiando le debolezze ele cattiverie umane. Il suo lavoro gli sembra un peso eccessivo, non lo interessa più.
Prenderà un paio di settimane per riposare e riflettere, poi rassegnerà le dimissioni. Nel frattempo coglierà l'occasione per recarsi sulla costa del Dorset a trovare un vecchio ecclesiastico che conosceva da ragazzo e che ora, dopo tanti anni di silenzio e di lontananza, gli ha scritto chiedendo un incontro. Padre Baddeley ha vagamante accennato ad un problema su cui vorrebbe avere l'opinione di un esperto, ma per lettera non ha aggiunto nient'altro.
Dalgliesh parte così per il Dorset e per Toynton Grange, l'istituto dove l'anziano padre svolge le sue mansioni ecclesiastiche.
Toynton Grange, non lontano da Wareham, è in realtà una vasta tenuta di proprietà dell'ascetico Wilfred Anstley: c'è un grande edificio principale in stile georgiano (con molte aggiunte successive) adibito a residenza per malati cronici ed incurabili, poi dal lato più vicino alla costa ci sono quattro cottages affittati ad altrettanti inquilini più o meno legati all'istituto: nel cottage Speranza abita padre Baddeley, nel cottage Fede abita Millicent Hammitt, la sorella vedova di Wilfred, e nel cottage Carità abita il dottor Eric Hewson con la moglie Maggie.
Nel quarto e ultimo cottage abita invece un ricco scansafatiche londinese, Julius Court, al quale occasionalmente piace ostentare arie da filantropico benefattore. Nella parte più impervia, quasi a ridosso della scogliera, sorge infine la Torre Nera, uno strano edificio rivestito di scaglie di scisto (da cui il nome e il colore), gravato dal ricordo di un'antica tragedia: il nonno di Wilfred vi si era suicidato, murandosi vivo nella stanza più alta, dopo aver sviluppato - così pare - un millenarismo cupo e apocalittico.
Le questioni religiose in ogni caso continuano ad aver un certo peso per gli Anstley: lo stesso istituto corrisponde ad una specie di voto fatto da Wilfred che, miracolato a Lourdes e guarito da una sclerosi multipla, non si è converito al cattolicesimo (semmai alla New Age... ), ma ha comunqua voluto dare a Dio qualcosa in cambio: la sua tenuta e la sua opera a favore dei malati.
Tutto questo, assieme a molto altro, Adam Dalgliesh lo apprenderà durante il soggiorno a Toynton; appena arrivato però lo attende sostanzialmente solo una brutta sorpresa: pochi giorni prima padre Baddeley, da tempo malato di cuore, è morto serenamente nel sonno. Non sarà più possibile sapere perhè lo aveva chiamato, e forse è queta la cosa che disturba maggiormante l'ispettore: il dolore per la morte di padre Baddeley è relativo dato che i loro rapporti non erano più particolarmente stretti, ma l'incertezza sulla reale portata del problema che desiderava sottoporgli è peggiore.. anche se probabilmente non si trattava di una cosa davvero importante.
Accanto alla perplessità iniziale ben presto compare però qualcosa di diverso: benchè non voglia ammetterlo nemmeno con se stesso, Dalgliesh ha colto tanti piccoli particolari discordanti che non lasciano del tutto tranquillo il suo istinto di poliziotto: potrebbero avere spiegazioni normalissime... oppure potrebbero indicare che la morte di padre Baddeley non è poi stata così naturale come pretendono i testimoni e la stessa autopsia.
Approffitando del fatto che il padre gli ha lasciato in eredità la sua biblioteca - parecchie centinaia di augusti tomi che vanno catalogati e selezionati - Dalgliesh decide di fermarsi qualche giorno al cottage Speranza, per vedere come evolvono le circostanze. Anche se la cosa non lo riempie di entusiasmo, fa così la conoscenza con tutti gli abitanti di Toynton: Wilfred, Millicent e Julius, innanzitutto, ma anche i malati ed il personale.
I pazienti ricoverati sono soltanto quattro: la pia ed anziana signorina Grace Willison; la giovane Ursula Hollis, alla quale la malattia ha rovinato un matrimonio che sembrava felice; Jennie Pegram, petulante egocentrica e frustrata; e infine Henry Carwardine, al quale la malattia ha troncato una brillante carriera diplomatica. Un quinto invalido, Victor Holroyd - cinico e insopportabile, ridotto come tutti gli altri a vivere su di una sedia a rotelle - si è suicidato poco tempo prima, gettandosi dalla scogliera.
Il personale è poi costituito dal tuttofare Philby, dagli infermieri Dorothy Moxon, Helen Rainer e Dennis Lerner, e dal dottor Eric Hewson, un medico incerto e spaurito, la cui moglie Maggie, una bionda tinta ed esuberante, non nasconde il desiderio di andarsene al più presto per cambiare vita.
Mam mano che approfondisce la conoscenza dei luoghi e delle persone Dalgliesha trova ulteriori motivi di dubbio e di riflessione: l'istituto non naviga in buone acque e la piccola eredità di padre Baddeley è solo una boccata di ossigeno; Philby, Dot Moxon e lo stesso dottor Hewson non hanno un passato irreprensibile e si trovano lì solo perchè costano poco, dato che nessun altro vorrebbe mai impiegarli. Forse tra l'infermiera Rainer e il dottore c'è una tresca amorosa; l'infermiera Moxon ha un debole per Wilfred, il quale dal canto suo ha avuto una disputa con la sorella a proposito del testamento del nonno. Infine Maggie Hewson credeva che avrebbe ereditato da Victor Holroyd abbastanza soldi per andarsene, ma è rimasta delusa.
Nell'istituto circolano lettere anonime oscene e cattive ma apparentemente prive di scopo, e intanto permangono i dubbi su ciò che stia davvero succedendo.
Poi accadono altri fatti spiacevoli: Wilfred rischia di morire bruciato all'interno della Torre Nera, Grace Willison muore nel sonno (e il lettore sa chiaramente che è stata uccisa), Maggie Hewson si impicca nella cucina del suo cottage, una preziosa scultura appartenete a Julius Court viene fatta a pezzi con un martello.
Wilfred Anstley decide infine di portare a termine ciò già da tempo progettava: la cessione di Toynton ad una Fondazione che ne proseguirà l'opera, con mezzi più ampi e scopi più precisi.
Mentre i residenti di Toynton Grange si apprestano a partire per quello che sarà il loro ultimo pellegrinaggio collettivo a Lourdes, l'ispettore coglie finalmente il disegno criminoso in atto nella sua interezza: metterà a repentaglio la vita per fermare il colpevole, ma l'epilogio della vicenda gli ridarà anche forza ed entusiasmo sufficienti per continuare a voler essere un poliziotto.
Un buon poliziotto all'altezza della propria missione.


Roy Marsden, che rivestì in TV i panni dell'ispettore Adam Dalgliesh.

Per maggiori informazioni sul personaggio, si veda: en.wikipedia.org/wiki/Adam_Dalgliesh 

LadyJack || 15:35 || mercoledì, 20 maggio 2009
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EVERYTHING AND THE MOON (1997) by JULIA QUINN

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Letto nell'edizione inglese Piatkus Books (First published in Great Britain in 2008).
In Italia il romanzo è inedito.

Attenzione: spoilers.

In ognuno dei suoi romanzi Julia Quinn apre con un'introduzione in cui spiega qual è stata l'ispirazione della storia da lei narrata. Per EVERYTHING AND THE MOON la scrittrice afferma di avere voluto sfidare il proprio scetticismo sull'esistenza dell'amore a prima vista, il che per un'autrice di romance è singolare...
La nostra Julia immagina, quindi, che i due protagonisti in questione siano travolti dal classico colpo di fulmine nel primo capitolo e che nei loro cuori nasca spontaneo ed inarrestabile un sentimento dolcissimo e profondo, che subirà un faticoso destino di separazione ed incomprensioni per ben sette anni. Lo spunto è classico, il seguito è d'obbligo, ma per arrivare alla conclusione il condimento del "grande equivoco" può portare allo sfinimento anche la più fervida delle lettrici. Con me ci è voluto poco. Intendiamoci, lo stile leggiadro dei dialoghi e la tenerezza suscitata da tutti i suoi eroi ed eroine fa sì che qualunque romanzo di Julia Quinn sia, a prescindere, un fantastico sogno romantico, una favola moderna tinta di antico, una potenziale sceneggiatura da film commedia, ma forse, in questo caso, il tira e molla prima del lieto fine è stato un po' troppo allungato.
I libri della Quinn, per chi non li avesse mai letti, sono esattamente come le copertine geniali che l'artista illustratrice Robyn Neild disegna per le loro edizioni inglesi pubblicate dalla Piatkus Books. Lo stesso tocco, lo stesso sapore, lo stesso spirito: una nuvola di colori pastello, espressioni spiritose e nasini all'insu.
EVERYTHING AND THE MOON è il primo di una serie composta da due romanzi, di cui il successivo è Brighter than the sun, che si possono leggere indipendentemente l'uno dall'altro: l'anello di congiunzione è il fatto che le protagoniste sono le due sorelle Lyndon, Victoria ed Eleanor, figlie del vicario del villaggio di Bellfield, nel Kent. Victoria è la maggiore e la prima di cui facciamo la conoscenza. All'epoca in cui scocca la scintilla con il suo futuro sposo ha solo diciassette anni e sta caracollando lungo le sponde scivolose del lago nel quale avrebbe intenzione di bagnare i piedini. E' naturalmente bellissima, con setosi capelli neri ed occhi blu notte. Lui, Robert Kemble, conte di Macclesfield, figlio ed erede del marchese di Castleford, ha ventiquattro anni, è assai bello, con scuri capelli ondulati e leggermente troppo lunghi per la moda del tempo e un paio di meravigliosi occhi azzurro chiaro. Insomma, una coppia perfetta fin da subito. Robert la intravede mentre Victoria sta appunto cercando di mantenere l'equilibrio sulle pietre coperte di muschio e decide all'istante che è lei la donna della sua vita. Non sa nemmeno come si chiami, ma non importa. Ah, questi sono momenti indimenticabili. Si fa avanti e la osserva, finchè la giovane non sente la sua presenza dietro di sè e si gira, restando interdetta quando scopre di trovarsi davanti il figlio del nobile proprietario del luogo. Robert comincia subito a stuzzicarla con la sua affascinante parlantina, con la fantasia e il suo curioso approccio nei confronti delle cose e dei sentimenti. La avvolge di romanticismo e allegria e la corteggia instancabilmente, da quel giorno, per due mesi. Victoria, o Torie, il vezzeggiativo che lui le ha subito trovato, è incantata e divertita e contraccambia i sentimenti del suo cavaliere, sognando di coronare con lui un amore perfetto. Purtroppo il padre di lei, burbero e vedovo, che le ha inculcato sermoni e ramanzine fin dalla prima infanzia, non crede nella possibilità di una simile mesaillance: un nobile, erede di un marchesato, non potrebbe mai sposare la figlia di un modesto vicario di campagna. Secondo lui il conte sta solo giocando con Victoria e mira alla sua virtù, senza alcuna intenzione seria per il futuro. La giovane non crede al padre, ma il germe del dubbio, suo malgrado, le penetra nelle meningi. Nel frattempo, il marchese di Castleford, anch'egli vedovo e da sempre ossessionato dall'orgoglio del proprio rango e da tutto ciò che ne consegue, esige dal figlio che si sposi con una aristocratica del suo ambiente e dia un erede alla stirpe. Non transige sulla faccenda dell'amore di Robert per la figlia del vicario ed insinua che la ragazza vada in cerca di un ricco matrimonio e di un titolo nobiliare. Questo padre insensibile giunge persino a minacciare di diseredare Robert se persiste nel corteggiare Victoria. Sdegnato e disgustato, il giovane decide di fuggire con Victoria a Gretna Green e di sposarla a dispetto di tutto e di tutti. I due innamorati pianificano la fuga, ma la notte in cui ogni cosa è pronta e Robert si trova davanti alla propria carrozza in attesa della sua amata che lo deve raggiungere in fondo al viale, succede l'imprevisto. Victoria, raccogliendo le sue cose, rovescia un oggetto e il rumore sveglia il padre, che si precipita nella sua stanza e comprende ciò che sta accadendo. Infuriato, la malmena e la lega al letto. La sorellina Eleanor, di quattordici anni, assiste impotente al dolore della ragazza, che si sente perduta. Robert attende in ansia per un'ora, poi corre alla finestra di Victoria, cercando di capire cosa sia andato storto, ma la vede raggomitolata sotto le coperte nel suo letto e crede che stia dormendo e che abbia rinunciato a lui, tradendo la sua fiducia ed il suo amore. Le parole acide del marchese gli si agitano nella mente e, sconvolto dal dolore, Robert comincia a pensare che forse il padre avesse ragione quando proclamava che Victoria mirasse solo al denaro e che non lo avrebbe più voluto sposare se fosse stato diseredato. Passa così la notte e la mattina dopo, la povera fanciulla riesce a liberarsi e corre a cercare Robert, trovando i coraggio di bussare al portone della nobile dimora del marchese. Ma il ragazzo è stato precipitoso nel suo giudizio sull'andamento dei fatti ed è già partito per Londra, deciso a dimenticare colei che l'ha fatto soffrire. Poteva aspettare giusto un altro giorno? No, troppo semplice. In questo modo Victoria pensa che sia stato Robert a tradirla e che avesse visto giusto il vicario, quando le diceva che il furfante voleva solo trastullarsi per un po' con lei. Distrutta e senza prospettive, temendo che Castleford voglia spargere maldicenze sulla sua innocenza, abbandona per sempre il villaggio e parte per Londra, dove non le resta che cercarsi un posto da governante.
Così, per sette lunghi anni, i due piccioncini vivono cercando di dimenticarsi a vicenda e solo una coincidenza li fa reincontrare. Nel frattempo, Robert è diventato un cinico dongiovanni, il tipico virgulto della nobiltà senza arte, né parte, mentre Victoria è la frustrata dipendente della boriosa moglie di un baronetto e non riesce nemmeno a farsi rispettare dal viziato pargolo di cui la matrona le ha affidato l'educazione scolastica. Il caso vuole che la datrice di lavoro di Victoria organizzi un ricevimento e che il conte di Macclesfield sia fra gli invitati. Inseguendo il suo allievo in un labirinto nel parco, la ragazza si imbatte così nel suo antico incubo/amore, che da qui in poi non le darà un attimo di tregua. Robert è intriso di amarezza e desiderio di rivalsa, vuole che lei soffra come solo lui crede di avere sofferto e diventa l'ombra di Victoria, un po' per tormentarla, un po' perché non sa starle lontano. Lei è combattuta, ma è meno vendicativa, anche se è ben decisa a sfuggirgli, desiderando solo di restare nel proprio guscio, seppure grigio e sconsolante. Assistiamo ad un'infinita sequenza di dialoghi, schermaglie, attacchi e contrattacchi, tutto il campionario delle baruffe amorose, un solluchero di sentimenti e ripicche. Durante il percorso, Robert apprende per vie traverse la verità sullo svolgimento dei fatti e cambia atteggiamento: da vendicativo diventa solo matto d'amore e determinato a riconquistare il suo bene. Victoria, avendo assaporato l'ebbrezza dell'indipendenza, anche se priva di agi e di affetti, tentenna e non si rassegna a rimettere in gioco il proprio cuore. La testardaggine di questa giovane pulzella è il cardine dell'ultima parte del romanzo. Un muro di gomma nel quale si infrangono miseramente tutti i più romantici ed immaginifici tentativi del povero Robert. Desolante, anche un po' indisponente. Se avessi potuto entrare nelle pagine e dare un calcio nel didietro a Victoria per spingerla ad arrendersi, l'avrei fatto volentieri! L'ama, ma non vuole amarlo. Ossignur! Considerando che lui è un tesoro, la cosa non ha alcun senso. Alla fine, poi, naturalmente la questione si sistema, ma che agonia.
Per fortuna il ritmo del racconto rimane vivace e i dialoghi non perdono mai il mordente.

ArchieGoodwin || 20:50 || venerdì, 15 maggio 2009
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"Millennium" Trilogy / 3

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Attenzione: il post contiene particolari sul finale del romanzo.


LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
("Luftslatter som sprängdes", 2007), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2009; trad. di Carmen Gorgetti Cima ]

TRAMA: La storia del romanzo inizia laddove si era fermata quella del precedente: si estende dalle prime ore di venerdì 8 aprile 2005 sino al 18 dicembre dello stesso anno.
Nel podere di Gosseberga Mikael ha trovato Lisbeth ancora viva ma molto malridotta dopo lo scontro con il padre e il fratellastro. Sia Lisbeth che Zalachenko vengono ricoverati d'urgenza all'ospedale Sahlgrenska di Göteborg, mentre Ronald Niedermann - che Mikael era riuscito a fermare - fugge a causa della sottovalutazione che di lui fa la polizia. Niedermann è il vero assassino di Dag e Mia, e dell'avvocato Bjurman (gli omicidi che erano stati attribuiti a Lisbeth) ma le autorità ancora non lo sanno con certezza.
Le condizioni di Lisbeth sono critiche, soprattutto a causa della pallottola che ha ancora nel cervello: di lei però si prende cura un medico che per abilità e abnegazione meriterebbe un ruolo in "E.R" - il simpatico dottor Anders Jonasson - e la ragazza ce la fa. Anche il vecchio Zalachenko è alquanto malandato, tuttavia non è in pericolo di vita e lentamente inizia a sua volta la ripresa.
A questo punto si è creata una situazione che mette in fibrillazione molta gente: gli amici di Lisbeth sono ovviamente preoccupati per il suo stato di salute e non vedono l'ora di chiarire definitivemente la questione degli omicidi; i suoi nemici invece si trovano nella necessità di ricominciare tutta daccapo, come negli anni Settanta-Novanta: evitare che Zalachenko diventi oggetto di troppe attenzioni e screditare Lisbeth affinchè nessuno presti fede a ciò che lei potrebbe rivelare.
Rispetto agli anni precedenti però la situazione è peggiorata dal momento che contro Lisbeth Salander sono già state attuate numerose prevaricazioni del tutto illegali; inoltre di lei, del caso Zalachenko e di tutti i possibili agganci ha già iniziato ad occuparsi la stampa nella persona di Mikael Blomkvist, spalleggiato da quella macchina da guerra e di impegno civile che è la redazione di "Millennium".
In realtà quasi nessuno, tanto meno il gruppuscolo di agenti deviati che agiscono in seno ai servizi segreti, ha una chiara idea di quanto avanzate siano le conoscenze di Mikael, e il suo possesso di prove certe: tutti quanti in fondo hanno interiorizzato l'errata convinzione che Lisbeth sia davvero una povera ragazza, forse non così tanto malata di mente quanto la si vorrebbe far passare, ma certo priva di mezzi e di utili appoggi.
Come i lettori sanno bene, invece, Lisbeth possiede risorse - anche materiali - impensate ed è una hacker geniale. Di quest'ultima caratteristica riesce a servirsi Mikael per rimanere in contatto con lei durante la lunga degenza in ospedale, prima che Lisbeth sia trasferita in carcere per rispondere almeno dell'aggressione a Zalachenko (che da gran faccia di bronzo qual è, l'ha accusata di tentato omicidio... ); in questo periodo vengono raccolte informazioni ed elaborate strategie che poi si riveleranno fondamentali.
In sostanza, mentre Lisbeth giace nel suo letto d'ospedale, attorno a lei si apre una grandiosa partita tra buoni e cattivi dove la posta è costituita dalla libertà, dalla riabilitazione e forse dalla sua stessa vita.
Da un lato Mikael e i suoi continuano ad indagare, si alleano con la parte sana dei servizi segreti, coinvolgono polizia e alte sfere governative, si circondano di una bella cortina fumogena, prendono tutte le precauzioni per difendersi e in generale si preparano in vista del processo a Lisbeth, che è comunque inevitabile.
La difesa viene affidata ad Annika Giannini, la sorella di Mikael, che non è un avvocato penalista ma possiede una vasta esperienza sugli abusi fisici e psicologici contro le donne. Ottima mossa, del resto molto in linea con gli interessi dell'autore, che infatti ad un certo punto mette in bocca a Mikael le seguenti parole: "A ben vedere, questa storia non tratta tanto di spie e gruppi deviati dei servizi segreti quanto di comune violenza contro le donne e di uomini che la rendono possibile". Ormai è piuttosto evidente l'identificazione tra l'autore ed il suo personaggio: ciò che scrive il primo riecheggia in ciò che scrive e dice il secondo, e viceversa.
Dall'altro lato gli interessati a togliere Lisbeth dalla circolazione riprendono il piano originario, volto a a farla internare, grazie soprattutto alle false perizie psichiatriche di nuovo redatte dal dottor Teleborian. Il gruppo deviato, denominato la Sezione, richiama addirittura in servizio un paio di anziani e moribondi agenti che già avevano curato la regia dei fatti dagli anni Settanta ai Novanta: Evert Gullberg e Fredrik Clinton. Il loro contributo si rende necessario non solo per la responsabilità maturata e la conosenza dei fatti, ma anche per l'esperienza: Gullberg e Clinton appartengono alla vecchia scuola, formatasi durante gli anni della Guerra Fredda e non hanno scrupoli a prendere decisioni radicali. I nuovi agenti invece sono poco più che amministratori e burocrati, abili ma troppo molli e indecisi (bisogna comunque dire che tutti insieme finiscono per sembrare un bel branco di inetti, laddove la parte avversa è invece sempre un passo, e magari anche due o tre, avanti... ).
In ogni caso le prime vittime della nuova strategia sono lo stssso Zalachenko e Gunnar Björck, l'ex agente che Mikael aveva usato come fonte originaria: entrambi vengono uccisi, il primo platealmente, il secondo mediante un falso suicidio.
Da lì la vicenda procede rotolando su lunghi binari: mosse e contromosse da entrambe le parti, sino a giungere al processo, durante il quale Annika Giannini riuscirà a mettere a frutto tutto il lavoro svolto, dimostrando l'innocenza di Lisbeth e le incredibili ingiustizie da lei subite.
In contemporanea si scatena la campagna mediatica guidata da "Millennium" (giornalisti e fotografi in gran numero vinceranno in seguito premi per il loro contributo all'informazione d'attualità), mentre le maglie della Giustizia vanno a stringersi attorno a tutti i responsabili grandi e piccoli dell'enorme e ormai storico casino.
Regolati i conti anche con il malvagio Ronald Niedermann (che per tutto il romanzo rimane fuori scena) Lisbeth, ormai libera e reintegrata nei suoi diritti, può ricominciare a vivere. E' difficile e faticoso, tuttavia la ragazza si convince finalmente che Mikael può essere un buon amico e compie i primi esitanti passi verso il recupero della fiducia nel prossimo e nel normale contatto con il mondo. 

- Un giorno qualcuno mi ha detto che il progetto originario di Stieg Larsson sarebbe stato quello di scrivere un totale di dieci volumi della serie "Millennium". Purtroppo la prematura morte dell'autore ha fermato il tutto alla sola Trilogia: già il secondo e il terzo volume hanno avuto una pubblicazione postuma, persino in Svezia.
Non so quanto attendibile possa essere l'informazione, ma mi pare che ci siano prove sia a favore che contro. Certo la Trilogia pare in sè abbasrtanza compiuta: l'autore ha creato un personaggio per certi versi straordinario come quello di Lisbeth Salander e ne ha ampliato al massimo la vicenda biografica, arrivando ad un epilogo. A parte questo però l'ultimo romanzo lascia in sospeso qualche filo, suscettibile di essere ripreso: le questioni sentimentali di Mikael e Monica, la localizzazione dell'ineffabile Camilla Salander, l'eventuale arrivo di altri collaboratori della rivista...
Inoltre non è difficile ipotizzare nuovi impegni di "Millennium", di Mikael e di Lisbet volti a smascherare altri intrighi ed ingiustizie nella torbida Svezia degli anni Duemila.
Personalmente però, dal punto di vista di chi non è una grande estimatrice dello stile dispersivo di Stieg Larsson e della sua estrema riluttanza a giungere al sodo, credo che tre romanzi siano sufficienti. Il pensiero di disporre di sette od ottomila pagine anzichè delle attuali duemila scarse, francamente è alquanto spaventoso.
Non voglio certo insinuare che i principi e lo zelo di Stieg Larsson non vadano apprezzati, nè che i suoi romanzi siano assolutamente privi di valore: dico solo che questi ultimi, da leggere, risultano discreti "mattoni".
Ci sono altri autori che hanno scelto di parlare di donne maltrattate e abusate, ma pur senza togliere nulla alla drammaticità o all'importanza dell'argomento, lo hanno fatto in maniera un po' più amena e leggera rispetto a Stieg Larsson, nel quale prevale invece uno spirito abbastanza  granitico.

NOTE A MARGINE:

- Per quanto fossero malridotti Lisbeth e Zalachenko dopo Gosseberga, vogliamo discutere dell'opportunità di mettere due persone che hanno tentato di ammazzarsi a vicenda in stanze contigue all'ospedale, del tutto prive di qualunque sorveglianza? O i telefilm americani ci hanno abituati male, o la Svezia è un Paese molto fiducioso e ottimista.

- L'intera vicenda del temporaneo trasferimento di Erika da "Millennium" all' "Smp" ha il solo scopo di togliere il personaggio - e le complicazioni allegate - dal centro dell'azione. Per il resto, allunga il brodo e mostra una volta di più in quanti subdoli modi le donne possono essere maltrattate e perseguitate: tuttavia che l'argomento stesse a cuore all'autore, già lo si era capito.

- Hans Faste, sulla cui sorte mi ero interrogata nel precedente post, torna effettivamente in azione: il peso del personaggio però è nullo.

- Interessanti le escursioni storiografiche che precedono le varie sezioni del romanzo, laddove si illustrano le caratteristiche e le imprese delle Amazzoni, e più in generale delle donne guerriere. Ci manca solo una citazione relativa alle Ittiointerpreti di Leto II su Arrakis, poi il quadro sarebbe completo.

- Gli appassionati del genere apprezzeranno largamente tutti i giochetti tecnologici presenti nella storia (intercettazioni, infiltrazioni informatiche, il modo in cui Mikael si mette in contatto con Lisbeth all'ospedale e il modo in cui documenta tutto ciò che viene fatto contro lui stesso e i suoi). Personalmente il momento di massima soddisfazione mi è sembrato quello in cui la poliziotta della Milton Security, in mancanza dell'adeguata password, squarta il pc del molestatore di Erika per estrarre l'hard disk senza tanti complimenti..
LadyJack || 11:29 || lunedì, 11 maggio 2009
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