
IO SONO DIO, di Giorgio Faletti [ Baldini e Castoldi Dalai ed., 2009 ]
Come già accade a proposito di altri autori, anche il mio rapporto con Giorgio Faletti è controverso. Di lui ho
letto tutto sin dall'inzio, ma ancora non mi convince a fondo. Intendiamoci: il problema non ha nulla a che vedere con il fatto che ci troviamo in presenza di un comico che si è messo a scrivere libri: io rispetto i talenti multiformi e Faletti mi è sempre sembrato una persona intelligente, però nei suoi romanzi avverto certi limiti.
"Io Uccido" lo lessi perchè ne parlavano tutti, era un caso letterario che nel bene o nel male non potevo certo trascurare. Lo trovai interessante ma decisamente faticoso e prolisso.
"Nulla di Vero Tranne gli Occhi" mi è piaciuto di più, non tanto per la storia in sè quanto piuttosto per i protagonosti.
"Fuori da un Evidente Destino" mi ha deluso molto perchè dopo due thrillers, una storia mistica grondante di maledizioni indiane è dura da mandare giù.
"Pochi Inutili Nascondigli" è una raccolta di racconti diversi e disomogenei, che come tali andrebbero valutati singolarmente. Il tema del pittore che attraverso i propri disegni modifica la realtà lo avrei poi ritrovato - con altro spessore e in un più soddisfacente contesto - in "Duma Key" di Stephen King.
Il quarto romanzo di faletti "Io Sono Dio" conferma sostanzialmente le mie impressioni e i miei giudizi: interessante la storia, buoni i personaggi, accurata la scrittura fatta di belle frasi tornite e levigate (a volte anche troppo); globalmente però si tratta di una lettura che non lascia un'eredità profonda nè il reale desiderio di riprendere in mano il volume, prima o poi.
Nel corso di uno dei nostri scembi di idee letterarie a Michele (cfr. il suo blog) è capitato di accostare Giorgio Faletti a Patricia Cornwell: per quanto possa suonare molto o poco lusinghiero a seconda dei casi (ed io sto sul versante del "poco"), il paragone regge abbastanza bene.
Entrambi gli autori appartengono ad un ambito popolare, i loro romanzi sono leggibilissimi ma non possiedono valori assoluti.
Entrambi scrivono storie aggrovigliate e complesse, piene di sovrastrutture (ben costruite certo, ma pur sempre sovrastrutture), con personaggi più o meno gradevoli (dipende dai gusti) e con una tendenza all'epilogo melenso che personalmente giudico molto limitata e un po' fastidiosa. Dopo centinaia di pagine in cui non vengono risparmiate crudeltà e nefandezze, il cielo torna a sorridere, il fiume scorre di nuovo tranquillo, le cose tornano più a posto di prima e a dispetto della scia di morti e feriti tutti gli altri si ritrovano felici e contenti.
Si potrebbe obiettare che il romanzesco non ha l'obbligo di ripercorrere la realtà dal momento che il più delle volte serve sostanzialmente ad evaderne: ed io sono d'accordo. Però gradirei un pizzico di maggior credibilità e coerenza: i conflitti e i nodi esistenziali che si sciolgono così dolcemente e serenamente qualche perplessità la provocano. Immagino comunque che gli estimatori dell'happy end possano essere di opinione nettamente contraria.
La trama di "Io Sono Dio" è imperniata su di un'atroce vendetta: un reduce del Vietnam, che da quella guerra è uscito sfigurato nel corpo e nello spirito, ha deciso di sfogare la sua rabbia contro l'umanità facendo saltare una lunga serie di edifici nella città di New York.
Sulle tracce del reduce, o meglio sulle tracce di chi ne ha accolto la pericolosa eredità, si mettono Vivien Light, poliziotta giovane ma esperta, e Russell Wade, un reporter dal passato più che problematico.
Attorno a loro, la città segnata dall'Undici Sttembre, una tragedia che ancora per un'intera generazione continuerà a sembrare recente.
Anche ai personaggi potrebbe essere applicata la stessa obiezione sul romanzesco cui accennavo più sopra: non ce n'è uno che il lettore avrebbe occasione d incontrare davvero, a New York come in qualunque altro posto. Basterebbe guardare al modo in cui parlano: con un'incisività che tira fuori le parole da una lunga meditazione, piuttosto che dall'improvvisa necessità di replica.
Stessa cosa per i loro comportamenti e le loro caratteristiche.
Lasciamo infatti da parte l'assurdità di una vendetta come quella concepita dal reduce: se uno ha sviluppato problermi mentali di tale entità, sarebbe forse capace di questo ed altro.
Il poveretto però, dopo essersela presa negli anni Settanta con due o tre persone direttamente responsabili dei suoi guai, ci mette la bellezza di trent'anni (sic!) a minare New York; poi, proprio prima di decidersi a far saltare la bomba iniziale, il cancro se lo porta via e la vendetta deve essere passata di mano. Per sua "fortuna" il reduce può disporre di un figlio che a problemi mentali a sua volta non scherza, e il piano feroce comincia a svolgersi.
Vivien, anche lei nella migliore tradizione romanzesca, è forte e fragile nello stesso tempo. Le disgrazie che le competono riguardano una sorella precocemente stroncata dall'Alzheimer, un cognato stronzo e assente, una nipote tossicomane aspirante prostituta. Inoltre come cuoca Vivien è un po' monocorde: solo spaghetti con pomodoro e basilico (tributo ovviamente alle immancabili origini italiche).
Russell, con il quale Vivien darà il via ad una storia d'amore appena appena tormentata ma in seguito felice, non è da meno: i tanti soldi di papà non possono fargli dimenticare l'adorato fratello - a sua volta reporter - perito in Bosnia, nè il Premio Pulitzer perso per demerito. Il caso e l'incontro con Vivien frenano appena in tempo la spirale distruttiva in cui si era buttato Russell, che alla fine riesce addirittura a riconquistare l'affetto e la stima di papà.
Da qualche parte c'è un povero micio di nome Waltzer a cui un incidente ha sottratto una zampina.
Persino il mio personaggi preferito, quello marginale di Carmen, la vedova inconsapevole di Mitch Sparrow, nel suo piccolo è un'enciclopedia del disastro esistenziale: i due uomini che ha amato e che l'hanno amata sono entrambi morti, suo figlio è gay (ma grazie al cielo almeno lui è felice), sua figlia è un'idiota punk. E' di origine messicana e appartenere ad una minoranza, negli Stati Uniti come altrove, non è mai facile. Inoltre non dimentichiamo ciò che Carmen ha dovuto fare per entrare a suo tempo nella scuola infermiere.
Insomma, in caso di rivolta cruenta dei personaggi letterari contro gli autori che li abbiano angariati con troppi guai, Giorgio Faletti dovrebbe stare attento perchè senza dubbio il suo nome comparirebbe in cima alle liste di proscrizione: e il poveretto non avrebbe scampo.
Come già mi era accaduto con i precedenti romanzi, anche qui la parte che mi risulta più divertente è quella dei ringraziamenti: Faletti riesce a trasformare il "rito" ormai dovuto in qualcosa di ameno e scorrevole... forse persino sincero. Ma sono solo due pagine su cinquecento.
Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers). 
Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers). 
Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers).
In Italia il romanzo è stato pubblicato ne I Romanzi Mondadori con il titolo di "Il visconte che mi amava".
Attenzione: spoilers.
Un perfetto, impeccabile esempio di romance Julia Quinn-style. Bello, avvincente, tenero, divertente, soffuso di scenette irresistibili e deliziose. Il migliore, finora, fra quelli che ho letto da lei scritti, ma ancora non posso dare un giudizio complessivo, perché ne ho altri che mi attendono sullo scaffale.
THE VISCOUNT WHO LOVED ME è costruito con cura, è chiaramente ispirato e non vi sono momenti in cui il ritmo rallenta. E' impossibile annoiarsi leggendolo e ogni capitolo custodisce pagine che è un piacere scoprire. Quando sono arrivata in fondo, avrei voluto ricominciarlo dall'inizio, perchè Anthony Bridgerton, che non aveva suscitato la mia simpatia in The Duke and I, ha catturato il mio cuore, rivelandosi un personaggio affascinante e profondo.
Julia Quinn aveva preparato il terreno nel primo romanzo della serie, presentandoci gli aspetti salienti dei tre fratelli maggiori della famiglia Bridgerton e Anthony e Colin, pur ispirando sentimenti opposti, sono risaltati subito come figure dominanti. La complessità di Anthony ci viene svelata con abilità attraverso la storia che lo vedrà al fianco dell'intrigante Miss Katharine Sheffield, con la quale formerà una coppia tanto improbabile, quanto azzeccata, sprizzando scintille che ci sapranno intrattenere e commuovere senza sosta.
Non posso fare a meno di pensare che Mr Darcy ed Elizabeth Bennet di Jane Austen abbiano un po' ispirato Julia Quinn quando ha concepito le personalità di Anthony Bridgerton e Katharine Sheffield. Ma, dove fra Darcy ed Elizabeth gli scontri lasciavano in sospeso sguardi carichi di significato, fra Anthony e Kate ogni momento di tensione è la fonte di concreti e palpabili scambi pungenti, con esiti irresistibilmente comici. Loro malgrado. 
Questo romanzo presenta una serie di momenti indimenticabili fin dal suo prologo, che spiega il delicato passaggio che ha segnato la vita di Anthony e della sua famiglia. Dopo averci narrato la storia d'amore della quartogenita Daphne, Julia Quinn fa un passo indietro e prende in mano il destino sentimentale di Anthony, a dieci anni dal giorno più terribile da lui vissuto: quello in cui, per un banale incidente, morì il padre Edmund. All'epoca, Anthony era un diciottenne spensierato che frequentava Oxford e viveva nell'affetto e nella sicurezza che gli garantiva la sua meravigliosa famiglia. Il rapporto speciale che, come primogenito, aveva sempre sentito di avere con quel padre straordinario che lui adorava e mitizzava, era la fonte del suo equilibrio di giovane uomo e in nessun momento Anthony aveva pensato che tutto sarebbe finito all'improvviso. La puntura di un'ape, una reazione imprevedibile dell'organismo ancora giovane e vigoroso di Edmund Bridgerton lo aveva ucciso a soli trentotto anni, quando la moglie Violet era in attesa del loro ottavo figlio. Così Anthony era rimasto stordito e disperato, perché lui più di tutti aveva idealizzato l'uomo che ora giaceva immobile in un letto e la forza che il padre gli aveva infuso in vita ora si stava trasformando nella convinzione di essere destinato alla stessa fine prematura, perché Anthony non poteva immaginare di vivere più a lungo di suo padre. Per i dieci anni seguenti, l'erede dei Bridgerton aveva trascorso i suoi giorni assimilando e accettando l'idea della propria morte imminente e aveva goduto dei piaceri tipici di un ragazzo bello, ricco e aristocratico, con l'atteggiamento di chi non ha un domani da progettare. Poi aveva deciso che era giunto il momento di sposarsi e generare un erede. Sapere di non potere accompagnare il proprio figlio fino all'età adulta è già un peso notevole da sopportare. Quello che Anthony, però, rifiuta e di cui è deciso a privarsi è l'amore coniugale, perché un rapporto del genere annienterebbe la forza con cui si è autoimposto di attendere il suo fatale trentottesimo compleanno. Egli cerca una moglie gradevole, che lo soddisfi e sia una buona madre per i suoi figli, ma non vuole un legame sentimentale. Nulla potrà spezzare ciò che non si è mai intrecciato.
Katharine Sheffield ha già ventuno anni e vive con la seconda moglie del suo defunto padre, Mary, è con la sorellastra Edwina, di diciassette anni. La madre di Kate è morta quando lei aveva tre anni, ma Mary l'ha allevata con tutto il suo affetto e, pur con gli scarsi mezzi economici di cui dispone, desidera darle l'opportunità di debuttare durante la stagione londinese e trovarsi un marito. Ora che Edwina ha l'età giusta, le due sorelle possono sfruttare la possibilità di essere presentate insieme, risparmiando un po' ed è così che la famigliola si trova a Londra in una dignitosa casa in affitto e si prepara a passare sotto le forche caudine della penna affilata di Lady Whistledown e i suoi Society Papers.
Kate è molto intelligente, ma il suo aspetto non è notevole, mentre Edwina, oltre ad essere assennata, generosa e modesta, è dotata di una bellezza abbagliante, che l'ha resa immediatamente l'Incomparabile della season in corso. La giovane pare avere tutte le caratteristiche che Anthony va cercando, ma la fama di impenitente rake che lo ha accompagnato negli anni, unita all'alone di spavalda sicurezza propria degli ambitissimi maschi Bridgerton, rende Kate particolarmente refrattaria ad un legame fra lui e la sua adorata sorella Edwina. Kate semplicemente rifiuta che un simile dongiovanni impunito possa pensare di impalmare un'innocente e preziosa fanciulla come Edwina. La quale, tra l'altro, ha reso noto che chiunque chieda la sua mano dovrà essere gradito a Kate, del cui giudizio ella si fida ciecamente. Così Anthony si trova a duellare metaforicamente con Kate e le schermaglie fra i due diventano subito il centro della storia. Con Kate il visconte sente affinità elettive e prova per lei un'irrefrenabile attrazione, un turbinio di sensazioni che la ragazza, suo malgrado, segretamente ricambia. Scintille e fuochi d'artificio incendiano l'aria quando Anthony Bridgerton e Miss Katharine Sheffield sono vicini. Anthony è sempre più deciso a sposare Edwina, proprio perché lei, invece, non turba affatto i suoi sonni e non c'è pericolo che catturi il suo cuore. Kate è sempre più decisa a fare quanto è in suo potere affinchè la sorella non cada nelle fauci del libertino incallito che, a suo parere, ne farebbe un sol boccone.
Naturalmente la situaizone evolve verso un'unione fra Kate e Anthony che, come è tradizione di ogni romance, sono fatti l'una per l'altro.
Non voglio anticipare particolari pregnanti, ma consiglio di godere alcune succose scenette che fanno di questo romanzo un vero gioiellino del suo genere: il momento in cui Kate si trova nascosta sotto la scrivania di Anthony mentre lui intrattiene una cantante d'opera italiana nella stessa stanza (Julia Quinn qui si supera!); il fantastico torneo di pallamaglio Bridgerton's style; la fantasia lussuriosa di Anthony mentre Kate prende tè e biscotti un pomeriggio in cui sono già sposati.
Evidenzierei la tenerezza del rapporto affettivo fra Mary e Kate, paragonabile a quello di una vera relazione madre-figlia e le molte similitudini fra le sofferenze patite da Anthony e Kate e l'amore in cui sono cresciuti nelle rispettive famiglie.
Ottimo lavoro, Julia!!
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SIGNORE E SIGNORI ("Talking Heads", I, 1998), di Alan Bennett [ Adelphi ed., 2004, 2009; trad. di Davide Tortorella ]
Il mio rapporto con Alan Bennett è controverso. Si tratta di uno dei grandi nomi della scena letteraria e teatrale inglese, ma spesso il suo umorismo - e volte anche la sua cattiveria - mi sembrano così sottili da risultare faticosi.
La pièce da me preferita è senz'altro "La Cerimonia del Massaggio", quella in cui un compunto e affollatissimo funarale si trasforma in un caustico gioco della verità.
Il suo più recente romanzo "La Sovrana Lettrice" in cui un'amabile Regina Elisabetta scopre le gioie della lettura, va invece letto almeno due volte per essere apprezzato in pieno.
Ecco, Alan Bennett è un autore che mi fa questo effetto: devo pensarci su prima di capire bene ciò che ha scritto, prima di riderne, sorriderne, o di provare qualunque altra emozione. Bisogna anche dire che molte delle sue cose sono state composte per essere recitate, in teatro o in TV, e probabilmente anche questo ha un suo peso perchè un buon interprete potrebbe rendere un ottimo servizio addirittura ad un testo mediocre, e i testi di Alan Bennett mediocri non lo sono affatto.
Il volume che in Italia è stato intitolato "Signore e Signori" raccoglie alcuni monologhi originariamente destinati alla TV e in parte diretti e realizzati dallo stesso Bennett; non credo ne esista una versione italiana al di fuori - appunto - di quella letteraria ed è un peccato, perchè alcuni mi sarebbe proprio piaciuto vederli.
Una donna come tante
Anteriore ripetto agli altri e originariamente non compreso in questa raccolta, è il monologo più triste in assoluto, quello in cui non c'è proprio niente da ridere.
A parlare è Peggy Schofield, una noiosissima donna di mezza età la cui vita è tutta concentrata nel lavoro d'ufficio. Ma un brutto giorno il suo "caro piccolo tran-tran se ne è andato a carte quarantotto" e la povera Peggy si spegne in ospedale, vittima di un tumore allo stomaco.
Una patatina nello zucchero
Il quarantenne Graham ha qualche problema mentale e vive con l'anziana svampitissima madre. L'improvvisa ricomparsa di un antico spasimante di lei mette in pericolo il mènage famigliare, ma poi la vecchia signora rientra nei ranghi.
Una donna di lettere
Miss Irene Ruddock è una zitella di mezza età che riempie il proprio tempo scrivendo lettere di denuncia e protesta su tutto e su tutti. Si crede una paladina dell'umana civiltà, invece è solo una rompiscatole il cui zelo - tanto per citare una delle sue imprese - ha provocato l'esaurimento nervoso di un venditore di leccalecca da lei accusato di pedofilia in base a labili (ed erratissimi) indizi.
Il suo "hobby" finisce per condurla in galera, dove scopre un mondo tutto nuovo e in sostanza per lei - amante dell'ordine e dell'attivismo - molto soddisfacente.
La sua grande occasione
Lesley è un'aspirante attrice trentenne. Si sente molto impegnata e professionale, in realtà è solo un'attricetta di serie Z, le cui grandi performances si riducono a comparsate, meglio se in versione discinta (la fanciulla vanta un 95 di giro-seno... ).
Ostinatamente vorrebbe curare al massimo anche il suo personaggio più marginale; finise per girare uno scalcinato e stupidissimo film che verrà probabilmente distribuito in Germania e in Turchia. Ad uno sguardo esterno risulta tanto patetica... ma lei è contenta lo stesso perchè sente di aver "dato" il meglio di sè, arricchendosi in esperienza.
In trincea
Rimasta vedova, la sessantenne Muriel ha modo di esercitare al massimo il proprio carattere assennato, vivace ed ottimista. Assediata da opere benefiche che si disputano gli averi del defunto, imbrogliata dal figlio Giles che le fa fuori il patrimonio, angustiata dalla necessità di ricoverare in clinica psichiatrica la figlia Margaret (i cui problemi, all'insaputa della stessa Muriel, sono stati originati dal malsano rapporto con il padre), alla fine a Muriel rimane una vita dimessa e spartana della quale rifiuta di riconoscere la tragicità.
Una fetta biscottata sotto il divano
L'anziana Doris, maniaca della pulizia, ormai sempre più in predicato di essere traferita in un Istituto a causa delle precarie condizioni di salute, approfitta di un incidente domestico per lasciarsi morire ed evitare così il disastro.
A detta dello stesso Bennett, in alcune parole di commento, Doris è l'unica che "mangia la foglia e capisce che non ha scampo"; tuttavia anche lei ignora molte cose.
Un letto fra le lenticchie

E' il monologo migliore e più divertente della serie; mi piace moltissimo e confesso che uno dei motivi che mi hanno indotto a pubblicare la presente recensione è stata la possibilità di inserirvi la foto di Maggie Smith che compare sulla copertina del libro. La grande donna fu interprete del monologo verso la fine degli anni Novanta e sinceramente non riesco ad immaginare nessun'altra più adatta di lei a rivestire i panni della magra e nervosa Susan, moglie alcolizzata di un vicario anglicano.
Susan è una donna intrappolata dal ruolo pubbico che dovrebbe rivestire: agnostica, ha sposato un uomo di Chiesa; negata come casalinga e come decoratrice di altari, non è di alcuna utilità nè a se stessa nè alla carriera del marito; cinica e sarcastica quanto basta, ha idee molto personali su Gesù e sopporta a fatica quello che lei chiama il "fan club di Geoffrey", ovvero il gruppuscolo di parrocchiani che circondano il vicario e pendono dalle sue labbra.
Per ovviare ai problemi Susan beve a tutto spiano e intreccia un rapporto sessualmente molto soddisfacente con Mr Ramesh, il bel droghiere indiano a cui un giorno è stata condotta dalla sua costante - e sempre più lontana da casa -. ricerca di una bottiglia.
In realtà quasi tutti sanno che Susan beve; Geoffrey però lo scopre soltanto il giorno in cui è costretto ad amministrare la Comunione con sciroppo per la tosse anzichè con vino rosso perchè la riserva di quest'ultimo è stranamente esaurita.
E' dietro consiglio di Ramesh che Susan si decide ad entrare all'Anonima Alcolisti, ma il suo distacco dalla bottiglia viene salutato da Geoffrey e dal fan club come un miracolo per il quale avevano molto pregato. Susan diventa così un fiore all'occhiello da esibire, l'incarnazione della Preghiera Esaudita, il trionfo dell'amore: la sua vicenda finisce per essere utile persino alla carriera di Geoffrey, che ormai viene visto come un uomo "con l'esperienza della compassione, qualcuno che ha guardato in faccia la vita".
Mentre Ramesh torna in Patria per impalmare la fidanzata quattordicenne, Susan alla quale non è mai piaciuto andare in chiesa, si ritrova a frequentarne "due" - la parrocchia e l'AA - e un po' rassegnata, ma anche confermata nelle proprie convinzioni, si dice che "Geoffrey lo chiamerebbe il meraviglioso mistero di Dio".
GUERNICA, di Carlo Lucarelli [ Einaudi ed., Stile Libero Noir, 2000 ]
Chi mi conosce sa che non ho difficoltà a rileggere senza tregua i libri che amo: ogni volta mi offrono qualcosa di nuovo, di bello, e rinnovano con me l'antico patto di amicizia. Carlo Lucarelli, con il fulgore avvolgente della sua prosa e la densità delle sue storie, è uno degli autori che tendo a frequentare più spesso: e "Guernica", romanzo breve di nemmeno cento pagine, era e sarà per sempre un piccolo sorprendente tesoro che varrebbe quasi la pena di imparare a memoria.
La storia è ambientata durante la Guerra Civile Spagnola (aprile del 1937) e la trama è apparentemente tanto semplice da poter essere riassunta in un paio di frasi: il giovane capitano Degl'Innocenti, Reali Bersaglieri, arriva dall'Italia a Teruel per riportare in Patria il corpo dell'amico e compagno di corso, il tenente Vittorio Emanuelli, "colpito al petto dalla mitraglia" ed eroicamente caduto - ovviamente dalla parte dei franchisti - nella battaglia di Gudalajara. A lui viene affiancato come attendente il volontario Filippo Stella, che ha il compito di guidarlo e proteggerlo sino al momento della ripartenza.
Si direbbe un banale e poco rilevante fatto appartenente ad una guerra lontana... e lo sarebbe, in effetti, se il talento dell'autore non avesse collocato questo incipit dimesso in un contesto di ben altro spessore, capace di conferire alla vicenda toni tanto fiabeschi quanto crudi, tutti comunque molto universali.
Detto con altre parole: come in quasi tutti i romanzi lucarelliani di ambientazione bellica, anche "Guernica" concorre a dimostrare che la guerra è cosa talmente assurda e disumana che per essere non dico spiegata, ma almeno vagamente intuita, necessita il ricorso ad elementi altrettanto assurdi ed esterni all'umano (in un precedente post dedicato a Lucarelli già ho parlato della figura del lupo o del lupo mannaro che con la sua ferocia incarna lo spirito stesso della guerra: il lupo infatti compare anche qui).
E poi ci sono i personaggi. Filippo Stella non è un semplice attendente, ma "un sicario, puttaniere, contrabbandiere, ladro e spia", un doppiogiochista entrato nella questione non certo come vero "volontario": lo hanno arrestato e gli hanno affidato il capitano dicendogli in sostanza: se qualcosa va storto facciamo una soffiata su di te ai franchisti e un'altra agli anarchici... poi aspettiamo di vedere quale delle due parti ti trova per prima.
Stella pertanto non è mosso da lealtà o senso del dovere, bensì da cinico opportunismo: finisce ugualmente per sviluppare un atteggiamento molto protettivo verso Degl'Innocenti, ma ogni volta che parlando di lui dice "il mio capitano" sembra esprimere la fatalità, non il lato emotivo, del compito che lo aspetta.
Bisogna ammettere però che la presenza di Stella, "esperto di vita, di guerra e di Spagna" al fianco del capitano è assolutamente provvidenziale perchè Degl'Innocenti è solo un ragazzino ingenuo e privo di esperienza: non capisce lo spagnolo, non ha fatto un giorno di servizio attivo e i suoi gradi probabilmente li ha conquistati "giocando a tennis con il Duce". Appartiene ad una ricca famiglia fiorentina e non è nobile come il suo amico Vittorio, tuttavia possiede pienamente il romantico e dannoso idealismo tipico della jeunesse dorèe dell'epoca. Vede la guerra come una bella avventura (astratta) ed è per lui un duro colpo venire in contatto diretto con il sangue, il sudore, il fango e la merda che essa comporta.
A suo merito va detto che in lui non vengono mai meno la determinazione, l'aplomb e il passo da bersagliere... alla fine in ogni caso la strana avventura di cui si è ritrovato protagonista sfuma nella tranquilla follia prima di essere definitavamente travolta dalla epocale tragedia e - forse - dalle bombe stesse di Guernica.
Come spesso accade con i romanzi di Lucarelli, la fine del libro non coincide esattamente con la fine della storia, e dopo l'ultima pagina i lettori restano relativamente liberi di scrivere mentalmente l'ultimo verso della poesia, proiettando i personaggi verso il loro incerto futuro. Qui però tutto e tutti convergono a Nord, verso la fatale città basca alla cui distruzione mancano ormai pochi giorni (il bombardamento iniziò alle ore 16 e 35 del 26 aprile 1937), quindi gli spazi di immaginazione risultano quanto mai ristretti: è triste ma ragionevole pensare che le fiamme di Guernica - già viste in un sogno premonitore tanto da Stella quanto dal capitano - consumeranno l'epilogo della storia con i suoi protagonisti.
Già perduti in una sfumata e delirante incertezza, il capitano (mutato alla fine in una sorta di allucinato Don
Chisciotte) e Stella (il suo rassegnato Sancho Panza) non torneranno mai in Italia; alla fine però, forse troveranno ciò di cui si erano messi alla ricerca.
Il loro viaggio attraverso una Spagna riarsa dalla distruzione è infatti iniziato da un dubbio poi fattosi certezza: Vittorio Emanuelli, l'amico amatissimo caduto a Gudalajara, eroicamente morto, forse non è morto affatto.
Il corpo che viene consegnato a Degl'Innocenti potrebbe essere quello di chiunque e tracce sempre più consistenti sembrano dimostrare che il tenente fosse ancora vivo ben dopo il 10 marzo del '37, giorno della sua presunta scomparsa. Stella e il capitano rintracciano l'ultimo superstite del Quinto plotone comandato da Vittorio e persino il cecchino che aveva decimato sul campo gli ultimi sopravvissuti (il quale sta per essere fucilato). Nulla di ciò che essi dicono ha un valore conclusivo, tuttavia il dubbio è ormai già quasi sgretolato: Vittorio è vivo e forse impazzito, forse infestato dal maligno spirito della guerra - come in una specie di leggenda gitana al confine con l'incubo - si è messo ad uccidere e decapitare nazionalisti e repubblicani, sullo sfondo di terrificanti ululati da lupo.
La cosa in sè non va spiegata ma solo accolta; forse però non è un caso se la ferocia della guerra si è incarnata stavolta nei panni improbabaili di un bel tenente "generoso, valoroso e ardito", un conte fiorentino capace di suscitare l'affetto di una dolcissima gentildonna amata anche da Degl'Innocenti. Infatti non è dato sapere il grado di pragmatismo della signora; ma se il capitano ha dell'amico una conoscenza ed un ricordo tutti venati di romantica nostalgia e sognante perfezione, ben diversa è l'opinione di chi lo ha conosciuto in Spagna, come uomo e come soldato.
Per altri combattenti Vittorio Emanuelli era "un hombre muy malo, un porco sanguinario": l'entità malvagia si è limitata insomma a trovare lo spirito a sè più affine.
Ma il capitano ignora la realtà, e procede in quella che ritiene essere la sua missione sospinto soltanto dal sogno: e nel sogno annegherà l'esistenza propria e quella di Stella.
"Torniamo indietro, signor capitano?"
"No, Stella, no. Andiamo avanti"
- Carlo Lucarelli scrive piuttosto bene: credo di averne già elogiato lo stile fluido e poetico in numerose occasioni. "Guernica" contiene alcune delle sue pagine più belle e difficili: basterebbe leggere ad esempio il brano in cui Stella descrive un combattimento al quale assiste dall'alto di una collinetta, con lo sguardo a pelo d'erba per restare nascosto e la vista offuscata dalle gocce d'acqua che ricoprono gli steli, per avere immediatamente il senso di cose normali che si fanno straordinarie.
A parte la bellezza della storia, il pregio maggiore del romanzo risiede nella capacità da parte dell'autore di fondere gli aspetti più crudi e realistici delle situazioni o delle descrizioni con aspetti quasi diametralmente opposti: lirici e fantasiosi al limite del fiabesco.
Nella storia ci sono molti morti e molte rovine, ma anche nebbie inquietanti, notti rossastre e pleniluni che durano tre giorni. C'è un convento ormai diruto abitato soltanto dai cadaveri mummificati delle suore, pieno di topi e di ali d'angelo, e di altre cose in agguato.
I sicari catalani che dovrebbero spacciare il capitano e Stella fatalmente si chiamano Rosencranz e Guildenstern, e il cecchino che viene fucilato mentre ancora tiene tra le mani il violino con cui ha cercato di suonare l'Ave Maria, nella sua vita civile era stato un musicista del Teatro Comunale di Bologna.
A Madrid, in un Hotel che sembra perpetuare gli stucchi dorati della belle époque, si radunano nel fragore di un cicaleccio internazionale molti di coloro che realmente parteciparono o presenziarono a quella guerra: dal fotografo Robert Capa a Tina Modotti, passando per una nutrita schiera di intellettuali forniti di accredito giornalistico.
Tra di loro anche "l'americano Ernesto", ovvero Ernest Hemingway, nella cui stanza finisce per dormire il capitano, in seguito ad una solenne sbronza che si è preso in compagnia dello scrittore.
Guernica è a poche centinaia di chilometri da quella notte.
REVOLUTIONARY ROAD (id., 1961), di Richard Yates [ Minimum Fax ed., 2003, 2009; trad. di Adriana Dell'Orto, rivista rispetto a quella utilizzata per la precedente edizione Bompiani del 1964 ]
A parte Stephen King e pochi altri autori, la letteratura americana non è in cima alle mie classifiche di interesse; sono però consapevole del fatto che la tradizione narrativa statunitense ha radici fortissime e pregevoli, e del resto nel corso della mia adolescenza ho amato molto John Steinbeck ("I Pascoli del Cielo" l'avrò letto venti volte... ), nè sono rimasta del tutto ignara riguardo ad altri autori epici ed importanti come Faulkner, Salinger o Hemingway, benchè questi mi entusiasmino in misura minore.
Lo stesso Stephen King in fondo, con la crescente bravura stilistica e la vasta conoscenza della realtà culturale dalla quale la sua opera deriva, mi ha più volte aperto insospettabili squarci di comprensione rigurdanti le radici di un mondo che se non ha avuto un Medioevo o un Rinascimento, ha avuto in compenso tanta e rapida modernità comunque densa di Storia (dall'Indipendenza alle lotte per i diritti civili), di poesia (i grandi spazi rurali e il grigio sporco delle città) e anche di grandi ed epocali tragedie (la Depressione, la guerra, le morti illustri del secolo scorso, l'Undici Settembre).
Affrontare un romanzo americano significa dunque per me affrontare un campo da un lato basato su tutte le conoscenze acquisite con la letteratura generica e il cinema, e dall'altro un argomento ignoto quel tanto da suscitare un'onesta curiosità; tanto più in questo caso, dove il romanzo in questione è stato scritto da Richard Yates, colui che venne definito - e con ragione! - il "miglior autore dimenticato d'America".
Un autore poco commerciale, insomma, malgrado la sua opera stia subendo un buon processo di rivalutazione, anche grazie al film omonimo che di recente è stato tratto da "Revolutionary Road", e che io non ho visto; pare che lo stesso Yates (scomparso nel 1992) avesse più volte affermato di preferire i lettori al successo, ma anche quelli gli sono arrivati in maggior numero dopo la morte.
Di lui non avevo mai letto niente, e non è detto che leggerò qualcos'altro, ma almeno "Revolutionary Road" è entrato nelle mia esperienza, e ne sono abbastanza felice.
Il romanzo è oggettivamente molto significativo, sggettivamente un po' meno: la storia è tutto sommato lineare, ma anche triste e piuttosto deprimente, per quanto a tratti narrata con un sarcasmo acidissimo capace di svirgolare con facilità nel comico.
Gli stessi personaggi sono insoddisfatti, negativi, limitati, parlano tanto e cercano di sviscerare spiegazioni razionali e convincenti per qualunque cosa, ma non fanno che coprire il vuoto e l'enormità delle loro paure. L'unico personaggio esente da iposcrisie e illusioni è un ex matematico stremato da un esaurimento nervoso: ma essendo pazzo, è facile trovare in lui una spiegazione per la cattiveria senza peli sulla lingua, e infatti passerà il resto della vita in manicomio.
Gli altri (almeno, i sopravvissuti) continueranno a barcamenarsi tra insoddisfazioni e rimpianti, consentendo al lettore - come ha notato un critico intelligente - di "provare sollievo al pensiero di non essere loro".
Brutte sensazioni, per lettori eventualmnete dotati di eccessive capacità empatiche... ma mentre la storia finisce per essere umanamente terrificante, la cosa migliore del libro, quella che me lo ha fatto ammirare se non veramente amare, è soprattutto la qualità della scrittura, assolutamente magnifica.
Lo stile di Richard Yates possiede una scorrevolezza e insieme una puntigliosità stupefacenti. Le sue frasi, i suoi paragrafi, le sue pagine, per quanto descrittive o dense di significati "pesanti", si lasciano leggere con una facilità che pare incredibile, quasi innaturale.
Nel 1992 Kurt Vonnegut, amico e estimatore di Yates, parlando del suo lavoro ebbe a dire: "Non solo non mi è riuscito di trovare neppure un punto e virgola che fosse stao adoperato in maniera imprudente; ma non ho trovato un solo paragrafo che, a leggerlo oggi, non entusiasmasse per la sua forza, intelligenza e chiarezza". Kurt Vonnegut aveva ragione.
La storia del romanzo si svolge durante la primavera-estate del 1955, nella zona residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale.
E già l'ambientazione mi ha fatto tornare in mente una battuta di Glenn Close ne "La Donna Perfetta" (film mediocre ma non privo di elementi interessanti). Dice infatti la scienziata pazza che avrebbe voluto creare una società serena e perfetta: "Mi sono chiesta: dove mai potrebbe passare del tutto inosservata una popolazione di automi? Oh, ma nel Connecticut!".
Infatti la comunità di Revolutionary Hill è quanto di più tipicamente borghese potesse offrire l'America del periodo: casette unifamigliari con giardino in sobborghi campestri ad un'oretta di treno dalla città, mariti pendolari al lavoro, mogli casalinghe, serate di chiacchiere e alcolici dopo che i bambini sono andati a letto.
E' questo il panorama in cui si trovano a vivere i coniugi Wheeler, Frank e April, con i loro figli Jennifer e Michael e gli amici, i coniugi Campbell.
Esteriormente sembra tutto a posto: i Wheeler hanno solo ventinove anni, sono privi di problemi finanziari, hanno rapporti perlomeno cordiali con gli altri abitanti della zona e Frank svolge un lavoro impiegatizio a New York, nell'azienda elettronica dove già aveva lavorato il padre e che è in procinto di ristrutturare le sue antiquate linee produttive in coincidenza con la nascente era informatica.
Senonchè nulla è a posto davvero: Frank e April si portano dietro storie di crescita infelici e nella realtà più profonda dei loro caratteri sono persone irrisolte, insoddisfatte, impegnate in una continua finzione. A ben guardare, non si amano nemmeno: i loro destino si sono incrociati e li hanno portati a formare una famiglia, però sotto non c'è quasi nulla. Persino i bambini a volte avvertono inquieti che qualcosa non va come dovrebbe: e dall'esterno c'è da compatirli per come - probabilmente - cresceranno.
Tuttavia nulla di ciò emerge mai in superficie, ed anzi i Wheeler sembrano proprio impegnati a vivere una vita felice.
Gran parte della loro insoddisfazione nasce però dal fatto che si sentono circondati dalla più inutile mediocrità: April è un'aspirante attrice fallita e Frank svolge un lavoro ridicolo, entrambi vorrebbero invece partecipare a qualcosa di vivace, di significativo, di culturalmente rilevante e appagante. A "cosa" di preciso, non lo sanno nemmeno loro, ma l'aspirazione c'è e rimane, resa solo più amara dalle ripetute delusioni e dal quotidiano confronto con lo squallore delle loro esistenze.
E' così che un bel giorno April concepisce quello che dovrebbe essere un ambizioso piano di "fuga" (ma che in realtà è soltanto l'espressione di un desiderio nebuloso e immaturo): i Wheeler partiranno per Parigi dove lei lavorerà come segretaria per qualche Organizzazione Mondiale mentre Frank si prenderà una pausa necessaria a decidere quale sia l'attività alla quale vuole dedicarsi davvero.
L'Europa, un mondo nuovo pieno di cultura e di fresche possibilità! Per April è un sogno... ma per Frank, terrorizzato dalla prospettiva di doversi assumere precise responsabilità è un incubo; finge ovviamente di condividere l'entusiasmo della moglie, ma nel segreto del suo animo vorrebbe morire. Le circostanze tuttavia sembrano giocare a suo favore perchè inaspettatamente April si scopre incinta (un diaframma birichino che non ha svolto al meglio la sua funzione... ) e con un terzo figlio Parigi diventa meta irraggiungibile.
Passano giorni, settimane e mesi di sfiancanti discussioni perchè April vorrebbe abortire mentre Frank fa ricorso a tutte le sue migliori qualità di persuasione per dissuaderla: le sue motivazioni comunque sono false.
Alla fine la questione sembra risolta e il progetto europeo fa mestamente marcia indietro. April però, nell'ennesimo momento di sconforto causato dal disgusto per se stessa e per quanto la circonda, finisce per tentare ugualmente di abortire: i mezzi sono artigianali, la gravidanza è già troppo avanzata ed April ci rimette la pelle... eventualità che del resto lei aveva preso in considerazione, ma c'è da chiedersi se alla fin fine morire le sia poi dispiaciuto.
A Frank, annientato dall'evento, incerto persino sui propri sentimenti e pensieri, non resta comunque che raccogliere i pezzi e tirare vanti: April è scomparsa, ma si ha l'impressione che Frank continui a fingere lo stesso. Tuttavia gli altri lo vedono ormai in maniera diversa rispetto al passato.
Storia terrificante, come dicevo. Un enorme e tristissimo caos: e da questo punto di vista si nutre una certa invidiosa ammirazione per il personaggio di Howard Givings, il marito di un'iperattiva agente immobiliare, che quando non ne può davvero più di quanto lo circonda, spegne l'apparecchio acustico e - all'insaputa di tutti - si immerege placidamente in un gran silenzio.