Un gatto a tre zampe

Nella categoria : giallo contemporaneo - Permalink

IO SONO DIO, di Giorgio Faletti [ Baldini e Castoldi Dalai ed., 2009 ]

Come già accade a proposito di altri autori, anche il mio rapporto con Giorgio Faletti è controverso. Di lui ho letto tutto sin dall'inzio, ma ancora non mi convince a fondo. Intendiamoci: il problema non ha nulla a che vedere con il fatto che ci troviamo in presenza di un comico che si è messo a scrivere libri: io rispetto i talenti multiformi e Faletti mi è sempre sembrato una persona intelligente, però nei suoi romanzi avverto certi limiti.
"Io Uccido" lo lessi perchè ne parlavano tutti, era un caso letterario che nel bene o nel male non potevo certo trascurare. Lo trovai interessante ma decisamente faticoso e prolisso.
"Nulla di Vero Tranne gli Occhi" mi è piaciuto di più, non tanto per la storia in sè quanto piuttosto per i protagonosti.
"Fuori da un Evidente Destino" mi ha deluso molto perchè dopo due thrillers, una storia mistica grondante di maledizioni indiane è dura da mandare giù.
"Pochi Inutili Nascondigli" è una raccolta di racconti diversi e disomogenei, che come tali andrebbero valutati singolarmente. Il tema del pittore che attraverso i propri disegni modifica la realtà lo avrei poi ritrovato - con altro spessore e in un più soddisfacente contesto - in "Duma Key" di Stephen King.
Il quarto romanzo di faletti "Io Sono Dio" conferma sostanzialmente le mie impressioni e i miei giudizi: interessante la storia, buoni i personaggi, accurata la scrittura fatta di belle frasi tornite e levigate (a volte anche troppo); globalmente però si tratta di una lettura che non lascia un'eredità profonda nè il reale desiderio di riprendere in mano il volume, prima o poi.
Nel corso di uno dei nostri scembi di idee letterarie a Michele (cfr. il suo blog) è capitato di accostare Giorgio Faletti a Patricia Cornwell: per quanto possa suonare molto o poco lusinghiero a seconda dei casi (ed io sto sul versante del "poco"), il paragone regge abbastanza bene.
Entrambi gli autori appartengono ad un ambito popolare, i loro romanzi sono leggibilissimi ma non possiedono valori assoluti.
Entrambi scrivono storie aggrovigliate e complesse, piene di sovrastrutture (ben costruite certo, ma pur sempre sovrastrutture), con personaggi più o meno gradevoli (dipende dai gusti) e con una tendenza all'epilogo melenso che personalmente giudico molto limitata e un po' fastidiosa. Dopo centinaia di pagine in cui non vengono risparmiate crudeltà e nefandezze, il cielo torna a sorridere, il fiume scorre di nuovo tranquillo, le cose tornano più a posto di prima e a dispetto della scia di morti e feriti tutti gli altri si ritrovano felici e contenti.
Si potrebbe obiettare che il romanzesco non ha l'obbligo di ripercorrere la realtà dal momento che il più delle volte serve sostanzialmente ad evaderne: ed io sono d'accordo. Però gradirei un pizzico di maggior credibilità e coerenza: i conflitti e i nodi esistenziali che si sciolgono così dolcemente e serenamente qualche perplessità la provocano. Immagino comunque che gli estimatori dell'happy end possano essere di opinione nettamente contraria.

La trama di "Io Sono Dio" è imperniata su di un'atroce vendetta: un reduce del Vietnam, che da quella guerra è uscito sfigurato nel corpo e nello spirito, ha deciso di sfogare la sua rabbia contro l'umanità facendo saltare una lunga serie di edifici nella città di New York.
Sulle tracce del reduce, o meglio sulle tracce di chi ne ha accolto la pericolosa eredità, si mettono Vivien Light, poliziotta giovane ma esperta, e Russell Wade, un reporter dal passato più che problematico.
Attorno a loro, la città segnata dall'Undici Sttembre, una tragedia che ancora per un'intera generazione continuerà a sembrare recente.
Anche ai personaggi potrebbe essere applicata la stessa obiezione sul romanzesco cui accennavo più sopra: non ce n'è uno che il lettore avrebbe occasione d incontrare davvero, a New York come in qualunque altro posto. Basterebbe guardare al modo in cui parlano: con un'incisività che tira fuori le parole da una lunga meditazione, piuttosto che dall'improvvisa necessità di replica.
Stessa cosa per i loro comportamenti e le loro caratteristiche.
Lasciamo infatti da parte l'assurdità di una vendetta come quella concepita dal reduce: se uno ha sviluppato problermi mentali di tale entità, sarebbe forse capace di questo ed altro.
Il poveretto però, dopo essersela presa negli anni Settanta con due o tre persone direttamente responsabili dei suoi guai, ci mette la bellezza di trent'anni (sic!) a minare New York; poi, proprio prima di decidersi a far saltare la bomba iniziale, il cancro se lo porta via e la vendetta deve essere passata di mano. Per sua "fortuna" il reduce può disporre di un figlio che a problemi mentali a sua volta non scherza, e il piano feroce comincia a svolgersi.
Vivien, anche lei nella migliore tradizione romanzesca, è forte e fragile nello stesso tempo. Le disgrazie che le competono riguardano una sorella precocemente stroncata dall'Alzheimer, un cognato stronzo e assente, una nipote tossicomane aspirante prostituta. Inoltre come cuoca Vivien è un po' monocorde: solo spaghetti con pomodoro e basilico (tributo ovviamente alle immancabili origini italiche).
Russell, con il quale Vivien darà il via ad una storia d'amore appena appena tormentata ma in seguito felice, non è da meno: i tanti soldi di papà non possono fargli dimenticare l'adorato fratello - a sua volta reporter - perito in Bosnia, nè il Premio Pulitzer perso per demerito. Il caso e l'incontro con Vivien frenano appena in tempo la spirale distruttiva in cui si era buttato Russell, che alla fine riesce addirittura a riconquistare l'affetto e la stima di papà.
Da qualche parte c'è un povero micio di nome Waltzer a cui un incidente ha sottratto una zampina.
Persino il mio personaggi preferito, quello marginale di Carmen, la vedova inconsapevole di Mitch Sparrow, nel suo piccolo è un'enciclopedia del disastro esistenziale: i due uomini che ha amato e che l'hanno amata sono entrambi morti, suo figlio è gay (ma grazie al cielo almeno lui è felice), sua figlia è un'idiota punk. E' di origine messicana e appartenere ad una minoranza, negli Stati Uniti come altrove, non è mai facile. Inoltre non dimentichiamo ciò che Carmen ha dovuto fare per entrare a suo tempo nella scuola infermiere.
Insomma, in caso di rivolta cruenta dei personaggi letterari contro gli autori che li abbiano angariati con troppi guai, Giorgio Faletti dovrebbe stare attento perchè senza dubbio il suo nome comparirebbe in cima alle liste di proscrizione: e il poveretto non avrebbe scampo.

Come già mi era accaduto con i precedenti romanzi, anche qui la parte che mi risulta più divertente è quella dei ringraziamenti: Faletti riesce a trasformare il "rito" ormai dovuto in qualcosa di ameno e scorrevole... forse persino sincero. Ma sono solo due pagine su cinquecento.
 

LadyJack || 10:26 || lunedì, 29 giugno 2009
commenti (5) || commenti (5) (popup)

ROMANCING MISTER BRIDGERTON by JULIA QUINN (2002 - the fourth Bridgerton novel)

Nella categoria : romance, romanzi storici - Permalink
Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers).
In Italia il romanzo è stato pubblicato ne I Romanzi Mondadori con il titolo di "Un uomo da conquistare".

Attenzione: spoilers.

Questo libro ha un difetto: gira troppo attorno alla figura della famigerata Lady Whistledown, la misteriosa redattrice del foglio gossip Lady Whistledown Society Papers, che intriga ed incuriosisce tutto il ton londinese. In un certo senso, giungere al suo smascheramento e appendere al chiodo la sua salace penna costituisce una liberazione non solo per lei, ma anche per noi Bridgerton addicts. L'abbiamo amata, ma in questo quarto romanzo della saga ci ha un po' offuscato il divertimento che ci aspettavamo di gustare leggendo dell'imprevedibile storia d'amore sbocciata fra l'eterna wallflower (colei che fa da tappezzeria alle feste ed è destinata ad un futuro da zitella) Penelope Featherington e l'uomo più bello, affascinante ed incantevole di Londra, ovvero Colin Bridgerton, che con il suo sorriso e gli occhi verdi scioglie le ginocchia delle donne di ogni età, ma non lo fa scientemente, né sfrutta la situazione: è così per natura. Anzi, a dire il vero, Colin dentro l'anima è insoddisfatto di se stesso e vorrebbe essere qualcosa di più che un bellissimo ed impeccabile bravo ragazzo che tutti amano per i suoi modi gentili, sbarazzini ed ironici, per la sua generosità nei confronti delle wallflowers come Penelope, che puntualmente invita a danzare (magari solo un po' pungolato da Lady Violet...) e soprattuto perché è un Bridgerton. Colin ha in sè un tarlo che lo spinge a fuggire dalla facilità senza scopo della sua vita di terzogenito ricco di una famiglia perfetta, vuole emergere, vuole realizzare qualcosa di suo e il martellamento da parte di sua madre affinché si trovi una moglie non fa che aggiungere stimoli alla sua necessità di andare continuamente in viaggio per l'Europa. Colin sta a casa qualche settimana e poi riparte, non ha importanza se è la Scozia o Cipro, l'Italia o il Galles: Colin è felice solo quando non è a Londra e quando nelle colonne di Lady Whistledown non compare l'asfissiante descrizione del suo mitico charme.
Questa segreta inquietudine, mascherata da quel fantastico sorriso stampato sulle sue labbra, è sconosciuta a coloro che gli sono più vicini e sarà una persona a cui lui aveva sempre dato sparute attenzioni scaturite esclusivamente dalla propria indole gentile a scoperchiare il vaso di Pandora e a cambiare per sempre la sua vita.
Julia Quinn è abilissima a ricongiungere i tasselli delle piccole tracce lasciate qua e là in ognuno dei romanzi della serie. Nulla è casuale e tutto ritorna in evidenza, dando uno scopo preciso agli accenni precedenti. Attraverso i vari episodi abbiamo conosciuto ed incamerato mille piccoli particolari, atteggiamenti, caratteri e avvenimenti che hanno creato un mondo nel quale siamo in grado di orientarci e di riconoscere i personaggi che ci hanno tenuto una così piacevole compagnia con le loro storie.
Anche in ROMANCING MISTER BRIDGERTON ricorrono i nomi dei protagonisti di altri romanzi della Quinn e, fra tutti, un ruolo fondamentale è ricoperto dall'anziana e temutissima Lady Danbury, la contessa nonna del marchese di Riverdale che ricordiamo in How to marry a Marquis. Lady Danbury riappare in tutta la saga Bridgerton, ma qui è l'artefice della presa di coscienza della propria forza da parte di Penelope Featherington. Colei che è stata, nelle sue prime, fallimentari stagioni, il bersaglio preferito della penna salace di Lady Whistledown, a causa del suo sovrappeso adolescenziale e dei tremendi vestiti gialli nei quali la costringeva sua madre, ha ora ventotto anni e non è più nemmeno presa in considerazione in senso ironico. Semplicemente è una zitella invisibile e a nulla giova il fatto che la sua linea si sia snellita e che finalmente si vesta adeguatamente per i colori della sua carnagione e dei suoi capelli castani dai riflessi rossi.
Penelope è solo... Penelope. Le sue vacue sorelle maggiori sono riuscite a sposarsi con altrettanto vacui gentiluomini, la sua sorella minore Felicity è l'unica che le dà qualche soddisfazione intellettuale e con lei ha un rapporto più stretto, che si intreccia con le loro rispettive amiche del cuore: Eloise e Hyacinth Bridgerton. Coetanee, Penelope ed Eloise si avviano ad una sorte di zie zitelle, la prima per mancanza di alternativa, la seconda per scelta. Penelope è amata e coccolata da tutti i Bridgerton, che la trattano come un membro del loro clan e la difendono dall'indifferenza della società. Ma Penelope, come Colin, ha in sè una segreta ambizione, qualcosa che va al di là dei canoni estetici e sociali del mondo in cui è costretta a muoversi: il brutto anatroccolo potrebbe trasformarsi da un momento all'altro. Basterebbe solo che qualcuno le desse un po' di fiducia in se stessa o meglio la convinca a mostrarsi come lei è in realtà: una donna intelligente, brillante, acuta e capace di vedere ciò che gli altri non colgono, con un occhio ironico ed irresistibile. Colin Bridgerton pensa di conoscere Penelope da sempre, o quasi. Lei è stata sempre lì, ai margini, la dolce e invisibile Penelope.
Penelope ha visto per la prima volta Colin quando era una ragazzina di sedici anni e si è innamorata all'istante, perdutamente e senza speranza. Colin non l'avrebbe mai guardata.
Ma ora entrambi sono adulti e coltivano un'irrequietezza interiore o disperazione, che in un certo senso li accomuna e che, imperscrutabilmente, li avvicina.
Di ritorno da uno dei suoi viaggi, Colin si sofferma un po' di più e chiede, come sempre da educato bravo ragazzo, a Penelope di ballare. E qualcosa scatta in lui. Una sorta di velo si alza dai suoi occhi, lentamente, inesorabilmente. Colin Bridgerton, l'uomo più ammirato ed amato di Londra, guarda negli occhi il brutto anatroccolo Penelope Featherington e si accorge che la vede diversamente, che lei è attraente, intrigante, piacevole e che lui sente la necessità di conoscerla meglio, di essere suo amico, di averla accanto. E non si capacita di come tutto ciò non gli sia apparso palese anni prima, quando, ribellandosi alle insitenze di sua madre, aveva affermato che non avrebbe mai sposato Penelope Featherington, facendosi improvvidamente udire dalla ragazza, che ne era rimasta ferita, anche se non disillusa. Penelope ha un carattere forte e fatalista, forgiato dagli sguardi pietosi o crudeli della fauna che l'ha sempre circondata nei salotti e il suo spirito di osservazione pungente e accurato è l'arma segreta con cui ha sempre ripagato l'altezzosa indifferenza dei più. Peccato che essi non lo sappiano. Ma non è mai troppo tardi per chi è tenace ed intelligente. Nei romances non è mai troppo tardi, punto.
Così Colin Bridgerton scoprirà l'anima di Penelope e se ne innamorerà. Così Penelope Featherington resterà sgomenta di fronte alla vera essenza di Colin ed imparerà ad amare anche la sua parte meno perfetta e solare. Il trionfo di Penelope non sarà solo l'essere sposata ed adorata dal suo eroe, ma andrà ben oltre. E, grazie a lei, Colin troverà il coraggio di realizzare i propri sogni. Aiutarsi a vicenda ad uscire dal guscio, sfidare l'idea distorta e superficiale che gli altri hanno di loro, vincere le proprie paure ed insicurezze, prendendosi per mano, conoscendosi, amandosi.
Il finale con il botto riscatta un po' il ristagno dell'ultima parte del libro.

Grazie al fatto che sono giunta a leggere Julia Quinn quando tutti i suoi romanzi più recenti erano già stati pubblicati da Mondadori, ho dovuto per forza procurarmeli in edizione originale. Questo mi sta consentendo di apprezzare doppiamente il suo talento per la scrittura brillante ed accurata. Anche chi, sbagliando, disprezza il romance, non può, a mio parere, disconoscere oggettivamente la pulizia e l'abilità stilistica di questa autrice, che ha un vero dono per la prosa umoristica e per la creazione di caratteri deliziosi e accattivanti. Julia Quinn ha classe e i suoi romanzi sono tante ciliegine rosse e saporite sulla torta dei romances storici di scuola americana.

ArchieGoodwin || 22:22 || domenica, 21 giugno 2009
commenti (6) || commenti (6) (popup)

AN OFFER FROM A GENTLEMAN by JULIA QUINN (2001 - the third Bridgerton novel)

Nella categoria : romance, romanzi storici - Permalink
Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers).
In Italia il romanzo è stato pubblicato ne I Romanzi Mondadori con il titolo di "La proposta di un gentiluomo".

Attenzione: spoilers.

L'omaggio a Cenerentola non fa decollare la trama, che è sfilacciata e ha poca polpa. L'utilizzo della favola, qui in maniera più smaccata del solito, supplisce ad una Julia Quinn meno ispirata. Forse Benedict Bridgerton aveva una personalità troppo vaga e indefinita, rispetto ad Anthony e Colin, forse l'autrice non ha saputo trovare per lui lo spunto decisivo.
Benedict soffre il peso di essere comunque largamente identificabile come un Bridgerton, di cui ha tutti i tratti caratteristici, sia fisici, sia comportamentali, ma di essere schiacciato fra il primogenito e l'affascinante fratello minore. Benedict lo afferma con rassegnata ironia: lui è per tutti "number two". Non Benedict, non Ben, ma un Bridgerton e soltanto il "numero due".
Il romanzo non è sostenuto dalla consueta spina dorsale dei battibecchi comici, manca lo spirito ironico abbonda l'autocompassione con cui si fa forza la sfortunatissima Sophia Beckett. La ragazza non solo è la figlia illegittima di un conte che non l'ha mai riconosciuta come tale e le ha concesso solo un'educazione sotto il proprio tetto come sua pupilla, ma su di lei, alla morte del padre, si abbatte l'acida malvagità della matrigna Araminta. Un nome, un programma. La donna aveva sposato il conte di Penwood qualche tempo prima, con il compito di dargli l'erede maschio, ma aveva miseramente fallito ed aveva aggravato il tutto con la presenza ingombrante delle proprie due figlie: Posy, che prova una sorta di simpatia per Sophie, ma si astiene dal dimostrarlo perché teme le ire di Araminta, mentre Rosamund è decisamente arpia come la madre.
La vita di Sophie, fino a dieci anni, era stata quella di una bambina sola, ma coccolata dai domestici e istruita da una governante in tutte le materie che caratterizzano l'istruzione di una fanciulla altolocata. Con l'arrivo della matrigna e la successiva morte del conte, si era trasformata nell'incubo di una schiava costretta a fare i lavori più faticosi ed avvilenti e a subire le angherie più crudeli. Pulire, sgobbare, essere insultata, non vedere mai nulla del mondo. Non potere sognare. Araminta l'aveva tenuta in casa perché a Sophie il defunto conte di Penwood aveva legato una rendita che la strega avrebbe perduto se non si fosse occupata della fanciulla fino a che non avesse raggiunto la maggiore età. Ma occuparsi di Sophie non era esattamente nelle corde di Araminta, più che altro sfruttarne i servigi e annientarla poteva fare al caso suo. Ed è così che noi troviamo la povera Sophie e per quasi tutto il romanzo ci viene costantemente ricordata la sua triste condizione di bastarda che può aspirare solo a diventare la cameriera personale di una ricca e, magari, generosa signora.
La svolta nella vita di Sophie avviene quando i domestici di Penwood House decidono che la ragazza merita una serata da sogno e, come in Cenerentola, le procurano gli abiti e la carrozza per un ballo in maschera che si tiene a Bridgerton House e al quale si sono già dirette Araminta e le sue figlie. E' un gioco innocente e Sophie dovrà riprendere la carrozza a mezzanotte, prima che essa torni indietro a riprendere la sua matrigna. A quel ballo, con il viso seminascosto da una maschera e avvolta in un abito argentato scovato in un baule e appartenuto alla madre del defunto conte di Penwood, Sophie fa la sua apparizione in una nuvola di mistero e Benedict Bridgerton viene per sempre rapito dal suo aspetto angelico e dal sorriso sincero che la illumina.
Entrambi sentono qualcosa di speciale e un legame li attira l'uno verso l'altra. Ma Sophie sa che la sua è solo una breve fuga dalla realtà e che non potrà mai osare aspirare a diventare la moglie rispettabile di un membro del ton. Lei è solo la bastarda di un conte e il suo posto è nell'ala della servitù. Quando scocca la mezzanotte e l'incantesimo deve giungere alla sua proverbiale fine, Sophie si dilegua e Benedict si dispera, ma, pur non avendo alcuna traccia sull'identità della dama che gli ha rubato il cuore, è determinato a cercarla e farla sua. La ricerca durerà settimane, mesi anni... 
Due anni dopo, l'anima di Benedict è ancora ossessionata dalla visione della fanciulla dal vestito argentato. Ma in qualche modo la sua vita si barcamena, nella noia e nel ricordo, nella speranza di rivederla. Finché, ad una festa in casa di suoi conoscenti, la sorte non gli mette fra le mani il compito di salvare dallo stupro una cameriera. Il giovane figlio dei padroni di casa e i suoi degni amici avevano deciso di spassarsela con la povera ragazza , che ora si dibatteva terrorizzata in mezzo ai mascalzoni. Benedict che, in quanto Bridgerton, è fatto di tutt'altra pasta, intimorisce e scaccia i malintenzionati e porta via la pulzella, che, fra parentesi, è Sophie. Lei riconosce lui, ovviamente. Lui non può riconoscere lei. L'idea iniziale è di trovarle un posto fra il personale della casa di sua madre, ma per prima cosa la porta nel proprio cottage, che si trova non distante e nel quale era già intenzionato a trascorrere qualche giorno. Una pioggia violenta e fredda li sorprende durante il tragitto e Benedict, che era convalescente da un raffreddore, si busca una terribile febbre. I due coniugi che custodiscono il cottage sono momentaneamente assenti, così Sophie si trova nell'imbarazzante e sconvolgente situazione di dovere accudire un uomo in delirio febbrile, cercando di non pensare che si tratta di colui che ha turbato i suoi sogni da quel ballo in maschera di due anni prima. Mrs e Mr Crabtree, i custodi, tornano alla base e prendono in mano la situazione domestica, ma Benedict si è così piacevolmente abituato alle cure della dolce Sophie, che prolunga volutamente la propria convalescenza. Il ricordo del suo amore misterioso è ancora lì, ma questa ragazza lo fa sentire bene, lo rende quasi felice, anzi sembra che possa fargli provare sensazioni molto simili a quelle che aveva provato per l'altra. Noi possiamo capire perché, ma lui lo saprà solo alla fine del romanzo...
 
Sta di fatto che ormai Benedict non vuole rinunciare a vedere Sophie e, con un piccolo atto di coercizione (a fin di bene!), la porta a Londra e la installa in casa di sua madre, dove le trova un impiego come cameriera personale delle sue sorelle. Accolta con un affetto speciale dalle donne di casa Bridgerton, Sophie scopre per la prima volta in vita sua il calore di una famiglia. Il problema è che Benedict vuole averla per sé, ma le regole del suo rango sociale non gli permettono di sposarla e lei, pur amandolo, rifiuta la posizione di amante, non volendo che un proprio figlio possa mai subire la sua triste sorte di illegittima.
Il tira e molla su questo punto si trascina un po' troppo a lungo, nell'attesa che si giunga al congruo numero di pagine stabilito, prima che gli eventi prendano una svolta verso il lieto fine. I due protagonisti del romanzo sono più raccontati che mostrati, sono circondati dalla vicenda che vivono, ma non la cavalcano, non catturano la nostra attenzione. Subiamo l'emotività che l'autrice cerca di inculcarci con la storia di una martoriata eroina, ma il tessuto tracciato è troppo rado e poco coinvolgente. Debole, stiracchiato.
L'impennata di malasorte che sul finale si accanisce su Sophie non fa che peggiorare la sensazione di una storia scritta giusto per non lasciare un buco nella saga dei Bridgerton. Per fortuna questo romanzo presenta numerosi momenti in cui possiamo conoscere ulteriormente gli altri membri della famiglia e nell'insieme costituisce un tassello importante per farceli amare sempre di più. L'ideazione di questa mitica famiglia e dell'alone di unicità che la circonda nel panorama del ton londinese è una trovata geniale di Julia Quinn. I Bridgerton non hanno bisogno di niente e di nessuno, sono ricchi e possono permettersi matrimoni d'amore anche parecchio "alternativi" per i canoni della società in cui vivono. Restano sempre i più ammirati, i più desiderati, ma non si montano la testa, perché il loro nucleo familiare è una roccaforte di valori e sentimenti reciproci indistruttibili. Una specie di "Mulino bianco" regency.
In
AN OFFER FROM A GENTLEMAN Julia Quinn indugia sull'aspetto romantico e fiabesco al di là della sua dose abituale, ma in alcuni passaggi ci regala inaspettati tocchi di ilarità e leggerezza che ci ricordano perché ci piace così tanto il suo stile. E' il suo marchio di fabbrica: la scrittura sorridente, una dote che la rende speciale.
Sul finale del libro, come tradizione dei primi romanzi della saga, ci si interroga sulla misteriosa identità della donna che conosce in anticipo tutti i segreti dell'alta società londinese. Ormai, avendo letto attentamente fra le righe, noi perspicaci lettori ci siamo già fatti un'idea di chi si cela sotto lo pseudonimo di Lady Whistledown. E ci pare di intuire che scopriremo il suo destino nel prossimo romanzo...

ArchieGoodwin || 22:09 || domenica, 21 giugno 2009
commenti (2) || commenti (2) (popup)

THE VISCOUNT WHO LOVED ME by JULIA QUINN (2000 - the second Bridgerton novel)

Nella categoria : romance, romanzi storici - Permalink

Letto nell'edizione originale americana pubblicata dalla Avon Books (an imprint of HarperCollins Publishers).
In Italia il romanzo è stato pubblicato ne I Romanzi Mondadori con il titolo di "Il visconte che mi amava".

Attenzione: spoilers.

Un perfetto, impeccabile esempio di romance Julia Quinn-style. Bello, avvincente, tenero, divertente, soffuso di scenette irresistibili e deliziose. Il migliore, finora, fra quelli che ho letto da lei scritti, ma ancora non posso dare un giudizio complessivo, perché ne ho altri che mi attendono sullo scaffale.
THE VISCOUNT WHO LOVED ME è costruito con cura, è chiaramente ispirato e non vi sono momenti in cui il ritmo rallenta. E' impossibile annoiarsi leggendolo e ogni capitolo custodisce pagine che è un piacere scoprire. Quando sono arrivata in fondo, avrei voluto ricominciarlo dall'inizio, perchè Anthony Bridgerton, che non aveva suscitato la mia simpatia in The Duke and I, ha catturato il mio cuore, rivelandosi un personaggio affascinante e profondo.
Julia Quinn aveva preparato il terreno nel primo romanzo della serie, presentandoci gli aspetti salienti dei tre fratelli maggiori della famiglia Bridgerton e Anthony e Colin, pur ispirando sentimenti opposti, sono risaltati subito come figure dominanti. La complessità di Anthony ci viene svelata con abilità attraverso la storia che lo vedrà al fianco dell'intrigante Miss Katharine Sheffield, con la quale formerà una coppia tanto improbabile, quanto azzeccata, sprizzando scintille che ci sapranno intrattenere e commuovere senza sosta.
Non posso fare a meno di pensare che Mr Darcy ed Elizabeth Bennet di Jane Austen abbiano un po' ispirato Julia Quinn quando ha concepito le personalità di Anthony Bridgerton e Katharine Sheffield. Ma, dove fra Darcy ed Elizabeth gli scontri lasciavano in sospeso sguardi carichi di significato, fra Anthony e Kate ogni momento di tensione è la fonte di concreti e palpabili scambi pungenti, con esiti
irresistibilmente comici. Loro malgrado.
Questo romanzo presenta una serie di momenti indimenticabili fin dal suo prologo, che spiega il delicato passaggio che ha segnato la vita di Anthony e della sua famiglia. Dopo averci narrato la storia d'amore della quartogenita Daphne, Julia Quinn fa un passo indietro e prende in mano il destino sentimentale di Anthony, a dieci anni dal giorno più terribile da lui vissuto: quello in cui, per un banale incidente, morì il padre Edmund. All'epoca, Anthony era un diciottenne spensierato che frequentava Oxford e viveva nell'affetto e nella sicurezza che gli garantiva la sua meravigliosa famiglia. Il rapporto speciale che, come primogenito, aveva sempre sentito di avere con quel padre straordinario che lui adorava e mitizzava, era la fonte del suo equilibrio di giovane uomo e in nessun momento Anthony aveva pensato che tutto sarebbe finito all'improvviso. La puntura di un'ape, una reazione imprevedibile dell'organismo ancora giovane e vigoroso di Edmund Bridgerton lo aveva ucciso a soli trentotto anni, quando la moglie Violet era in attesa del loro ottavo figlio. Così Anthony era rimasto stordito e disperato, perché lui più di tutti aveva idealizzato l'uomo che ora giaceva immobile in un letto e la forza che il padre gli aveva infuso in vita ora si stava trasformando nella convinzione di essere destinato alla stessa fine prematura, perché Anthony non poteva immaginare di vivere più a lungo di suo padre. Per i dieci anni seguenti, l'erede dei Bridgerton aveva trascorso i suoi giorni assimilando e accettando l'idea della propria morte imminente e aveva goduto dei piaceri tipici di un ragazzo bello, ricco e aristocratico, con l'atteggiamento di chi non ha un domani da progettare. Poi aveva deciso che era giunto il momento di sposarsi e generare un erede. Sapere di non potere accompagnare il proprio figlio fino all'età adulta è già un peso notevole da sopportare. Quello che Anthony, però, rifiuta e di cui è deciso a privarsi è l'amore coniugale, perché un rapporto del genere annienterebbe la forza con cui si è autoimposto di attendere il suo fatale trentottesimo compleanno. Egli cerca una moglie gradevole, che lo soddisfi e sia una buona madre per i suoi figli, ma non vuole un legame sentimentale. Nulla potrà spezzare ciò che non si è mai intrecciato.
Katharine Sheffield ha già ventuno anni e vive con la seconda moglie del suo defunto padre, Mary, è con la sorellastra Edwina, di diciassette anni. La madre di Kate è morta quando lei aveva tre anni, ma Mary l'ha allevata con tutto il suo affetto e, pur con gli scarsi mezzi economici di cui dispone, desidera darle l'opportunità di debuttare durante la stagione londinese e trovarsi un marito. Ora che Edwina ha l'età giusta, le due sorelle possono sfruttare la possibilità di essere presentate insieme, risparmiando un po' ed è così che la famigliola si trova a Londra in una dignitosa casa in affitto e si prepara a passare sotto le forche caudine della penna affilata di Lady Whistledown e i suoi Society Papers.
Kate è molto intelligente, ma il suo aspetto non è notevole, mentre Edwina, oltre ad essere assennata, generosa e modesta, è dotata di una bellezza abbagliante, che l'ha resa immediatamente l'Incomparabile della season in corso. La giovane pare avere tutte le caratteristiche che Anthony va cercando, ma la fama di impenitente rake che lo ha accompagnato negli anni, unita all'alone di spavalda sicurezza propria degli ambitissimi maschi Bridgerton, rende Kate particolarmente refrattaria ad un legame fra lui e la sua adorata sorella Edwina. Kate semplicemente rifiuta che un simile dongiovanni impunito possa pensare di impalmare un'innocente e preziosa fanciulla come Edwina. La quale, tra l'altro, ha reso noto che chiunque chieda la sua mano dovrà essere gradito a Kate, del cui giudizio ella si fida ciecamente. Così Anthony si trova a duellare metaforicamente con Kate e le schermaglie fra i due diventano subito il centro della storia. Con Kate il visconte sente affinità elettive e prova per lei un'irrefrenabile attrazione, un turbinio di sensazioni che la ragazza, suo malgrado, segretamente ricambia. Scintille e fuochi d'artificio incendiano l'aria quando Anthony Bridgerton e Miss Katharine Sheffield sono vicini. Anthony è sempre più deciso a sposare Edwina, proprio perché lei, invece, non turba affatto i suoi sonni e non c'è pericolo che catturi il suo cuore. Kate è sempre più decisa a fare quanto è in suo potere affinchè la sorella non cada nelle fauci del libertino incallito che, a suo parere, ne farebbe un sol boccone.
Naturalmente la situaizone evolve verso un'unione fra Kate e Anthony che, come è tradizione di ogni romance, sono fatti l'una per l'altro.
Non voglio anticipare particolari pregnanti, ma consiglio di godere alcune succose scenette che fanno di questo romanzo un vero gioiellino del suo genere: il momento in cui Kate si trova nascosta sotto la scrivania di Anthony mentre lui intrattiene una cantante d'opera italiana nella stessa stanza (Julia Quinn qui si supera!); il fantastico torneo di pallamaglio Bridgerton's style; la fantasia lussuriosa di Anthony mentre Kate prende tè e biscotti un pomeriggio in cui sono già sposati.
Evidenzierei la tenerezza del rapporto affettivo fra Mary e Kate, paragonabile a quello di una vera relazione madre-figlia e le molte similitudini fra le sofferenze patite da Anthony e Kate e l'amore in cui sono cresciuti nelle rispettive famiglie.

Ottimo lavoro, Julia!!


ArchieGoodwin || 21:56 || domenica, 21 giugno 2009
commenti (2) || commenti (2) (popup)

Monologhi nudi & crudi

Nella categoria : humour - Permalink

SIGNORE E SIGNORI ("Talking Heads", I, 1998), di Alan Bennett [ Adelphi ed., 2004, 2009; trad. di Davide Tortorella ]

Il mio rapporto con Alan Bennett è controverso. Si tratta di uno dei grandi nomi della scena letteraria e teatrale inglese, ma spesso il suo umorismo - e volte anche la sua cattiveria - mi sembrano così sottili da risultare faticosi.
La pièce da me preferita è senz'altro "La Cerimonia del Massaggio", quella in cui un compunto e affollatissimo funarale si trasforma in un caustico gioco della verità.
Il suo più recente romanzo "La Sovrana Lettrice" in cui un'amabile Regina Elisabetta scopre le gioie della lettura, va invece letto almeno due volte per essere apprezzato in pieno.
Ecco, Alan Bennett è un autore che mi fa questo effetto: devo pensarci su prima di capire bene ciò che ha scritto, prima di riderne, sorriderne, o di provare qualunque altra emozione. Bisogna anche dire che molte delle sue cose sono state composte per essere recitate, in teatro o in TV, e probabilmente anche questo ha un suo peso perchè un buon interprete potrebbe rendere un ottimo servizio addirittura ad un testo mediocre, e i testi di Alan Bennett mediocri non lo sono affatto.
Il volume che in Italia è stato intitolato "Signore e Signori" raccoglie alcuni monologhi originariamente destinati alla TV e in parte diretti e realizzati dallo stesso Bennett; non credo ne esista una versione italiana al di fuori - appunto - di quella letteraria ed è un peccato, perchè alcuni mi sarebbe proprio piaciuto vederli.

Una donna come tante 
Anteriore ripetto agli altri e originariamente non compreso in questa raccolta, è il monologo più triste in assoluto, quello in cui non c'è proprio niente da ridere.
A parlare è Peggy Schofield, una noiosissima donna di mezza età la cui vita è tutta concentrata nel lavoro d'ufficio. Ma un brutto giorno il suo "caro piccolo tran-tran se ne è andato a carte quarantotto" e la povera Peggy si spegne in ospedale, vittima di un tumore allo stomaco.

Una patatina nello zucchero
Il quarantenne Graham ha qualche problema mentale e vive con l'anziana svampitissima madre. L'improvvisa ricomparsa di un antico spasimante di lei mette in pericolo il mènage famigliare, ma poi la vecchia signora rientra nei ranghi.

Una donna di lettere
Miss Irene Ruddock è una zitella di mezza età che riempie il proprio tempo scrivendo lettere di denuncia e protesta su tutto e su tutti. Si crede una paladina dell'umana civiltà, invece è solo una rompiscatole il cui zelo - tanto per citare una delle sue imprese - ha provocato l'esaurimento nervoso di un venditore di leccalecca da lei accusato di pedofilia in base a labili (ed erratissimi) indizi.
Il suo "hobby" finisce per condurla in galera, dove scopre un mondo tutto nuovo e in sostanza per lei - amante dell'ordine e dell'attivismo - molto soddisfacente.

La sua grande occasione
Lesley è un'aspirante attrice trentenne. Si sente molto impegnata e professionale, in realtà è solo un'attricetta di serie Z, le cui grandi performances si riducono a comparsate, meglio se in versione discinta (la fanciulla vanta un 95 di giro-seno... ).
Ostinatamente vorrebbe curare al massimo anche il suo personaggio più marginale; finise per girare uno scalcinato e stupidissimo film che verrà probabilmente distribuito in Germania e in Turchia. Ad uno sguardo esterno risulta tanto patetica... ma lei è contenta lo stesso perchè sente di aver "dato" il meglio di sè, arricchendosi in esperienza.

In trincea
Rimasta vedova, la sessantenne Muriel ha modo di esercitare al massimo il proprio carattere assennato, vivace ed ottimista. Assediata da opere benefiche che si disputano gli averi del defunto, imbrogliata dal figlio Giles che le fa fuori il patrimonio, angustiata dalla necessità di ricoverare in clinica psichiatrica la figlia Margaret (i cui problemi, all'insaputa della stessa Muriel, sono stati originati dal malsano rapporto con il padre), alla fine a Muriel rimane una vita dimessa e spartana della quale rifiuta di riconoscere la tragicità.

Una fetta biscottata sotto il divano
L'anziana Doris, maniaca della pulizia, ormai sempre più in predicato di essere traferita in un Istituto a causa delle precarie condizioni di salute, approfitta di un incidente domestico per lasciarsi morire ed evitare così il disastro.
A detta dello stesso Bennett, in alcune parole di commento, Doris è l'unica che "mangia la foglia e capisce che non ha scampo"; tuttavia anche lei ignora molte cose.

Un letto fra le lenticchie 
E' il monologo migliore e più divertente della serie; mi piace moltissimo e confesso che uno dei motivi che mi hanno indotto a pubblicare la presente recensione è stata la possibilità di inserirvi la foto di Maggie Smith che compare sulla copertina del libro. La grande donna fu interprete del monologo verso la fine degli anni Novanta e sinceramente non riesco ad immaginare nessun'altra più adatta di lei a rivestire i panni della magra e nervosa Susan, moglie alcolizzata di un vicario anglicano.
Susan è una donna intrappolata dal ruolo pubbico che dovrebbe rivestire: agnostica, ha sposato un uomo di Chiesa; negata come casalinga e come decoratrice di altari, non è di alcuna utilità nè a se stessa nè alla carriera del marito; cinica e sarcastica quanto basta, ha idee molto personali su Gesù e sopporta a fatica quello che lei chiama il "fan club di Geoffrey", ovvero il gruppuscolo di parrocchiani che circondano il vicario e pendono dalle sue labbra.
Per ovviare ai problemi Susan beve a tutto spiano e intreccia un rapporto sessualmente molto soddisfacente con Mr Ramesh, il bel droghiere indiano a cui un giorno è stata condotta dalla sua costante - e sempre più lontana da casa -. ricerca di una bottiglia.
In realtà quasi tutti sanno che Susan beve; Geoffrey però lo scopre soltanto il giorno in cui è costretto ad amministrare la Comunione con sciroppo per la tosse anzichè con vino rosso perchè la riserva di quest'ultimo è stranamente esaurita.
E' dietro consiglio di Ramesh che Susan si decide ad entrare all'Anonima Alcolisti, ma il suo distacco dalla bottiglia viene salutato da Geoffrey e dal fan club come un miracolo per il quale avevano molto pregato. Susan diventa così un fiore all'occhiello da esibire, l'incarnazione della Preghiera Esaudita, il trionfo dell'amore: la sua vicenda finisce per essere utile persino alla carriera di Geoffrey, che ormai viene visto come un uomo "con l'esperienza della compassione, qualcuno che ha guardato in faccia la vita".
Mentre Ramesh torna in Patria per impalmare la fidanzata quattordicenne, Susan alla quale non è mai piaciuto andare in chiesa, si ritrova a frequentarne "due" - la parrocchia e l'AA - e un po' rassegnata, ma anche confermata nelle proprie convinzioni, si dice che "Geoffrey lo chiamerebbe il meraviglioso mistero di Dio".


"Si discuteva del sacerdozio femminile. Il vescovo
ha chiesto la mia opinione. Le donne dovrebbero poter
dire messa? Purchè non la debba dire io, stavo per
rispondere... "
LadyJack || 11:00 || sabato, 20 giugno 2009
commenti || commenti (popup)

"Questa è una guerra in cui si fucilano i poeti"

Nella categoria : carlo lucarelli - Permalink

GUERNICA, di Carlo Lucarelli [ Einaudi ed., Stile Libero Noir, 2000 ]

Chi mi conosce sa che non ho difficoltà a rileggere senza tregua i libri che amo: ogni volta mi offrono qualcosa di nuovo, di bello, e rinnovano con me l'antico patto di amicizia. Carlo Lucarelli, con il fulgore avvolgente della sua prosa e la densità delle sue storie, è uno degli autori che tendo a frequentare più spesso: e "Guernica", romanzo breve di nemmeno cento pagine, era e sarà per sempre un piccolo sorprendente tesoro che varrebbe quasi la pena di imparare a memoria.
La storia è ambientata durante la Guerra Civile Spagnola (aprile del 1937) e la trama è apparentemente tanto semplice da poter essere riassunta in un paio di frasi: il giovane capitano Degl'Innocenti, Reali Bersaglieri, arriva dall'Italia a Teruel per riportare in Patria il corpo dell'amico e compagno di corso, il tenente Vittorio Emanuelli, "colpito al petto dalla mitraglia" ed eroicamente caduto - ovviamente dalla parte dei franchisti - nella battaglia di Gudalajara. A lui viene affiancato come attendente il volontario Filippo Stella, che ha il compito di guidarlo e proteggerlo sino al momento della ripartenza.
Si direbbe un banale e poco rilevante fatto appartenente ad una guerra lontana... e lo sarebbe, in effetti, se il talento dell'autore non avesse collocato questo incipit dimesso in un contesto di ben altro spessore, capace di conferire alla vicenda toni tanto fiabeschi quanto crudi, tutti comunque molto universali.
Detto con altre parole: come in quasi tutti i romanzi lucarelliani di ambientazione bellica, anche "Guernica" concorre a dimostrare che la guerra è cosa talmente assurda e disumana che per essere non dico spiegata, ma almeno vagamente intuita, necessita il ricorso ad elementi altrettanto assurdi ed esterni all'umano (in un precedente post dedicato a Lucarelli già ho parlato della figura del lupo o del lupo mannaro che con la sua ferocia incarna lo spirito stesso della guerra: il lupo infatti compare anche qui).
E poi ci sono i personaggi. Filippo Stella non è un semplice attendente, ma "un sicario, puttaniere, contrabbandiere, ladro e spia", un doppiogiochista entrato nella questione non certo come vero "volontario": lo hanno arrestato e gli hanno affidato il capitano dicendogli in sostanza: se qualcosa va storto facciamo una soffiata su di te ai franchisti e un'altra agli anarchici... poi aspettiamo di vedere quale delle due parti ti trova per prima.
Stella pertanto non è mosso da lealtà o senso del dovere, bensì da cinico opportunismo: finisce ugualmente per sviluppare un atteggiamento molto protettivo verso Degl'Innocenti, ma ogni volta che parlando di lui dice "il mio capitano" sembra esprimere la fatalità, non il lato emotivo, del compito che lo aspetta.
Bisogna ammettere però che la presenza di Stella, "esperto di vita, di guerra e di Spagna" al fianco del capitano è assolutamente provvidenziale perchè Degl'Innocenti è solo un ragazzino ingenuo e privo di esperienza: non capisce lo spagnolo, non ha fatto un giorno di servizio attivo e i suoi gradi probabilmente li ha conquistati "giocando a tennis con il Duce". Appartiene ad una ricca famiglia fiorentina e non è nobile come il suo amico Vittorio, tuttavia possiede pienamente il romantico e dannoso idealismo tipico della jeunesse dorèe dell'epoca. Vede la guerra come una bella avventura (astratta) ed è per lui un duro colpo venire in contatto diretto con il sangue, il sudore, il fango e la merda che essa comporta.
A suo merito va detto che in lui non vengono mai meno la determinazione, l'aplomb e il passo da bersagliere... alla fine in ogni caso la strana avventura di cui si è ritrovato protagonista sfuma nella tranquilla follia prima di essere definitavamente travolta dalla epocale tragedia e - forse - dalle bombe stesse di Guernica.
Come spesso accade con i romanzi di Lucarelli, la fine del libro non coincide esattamente con la fine della storia, e dopo l'ultima pagina i lettori restano relativamente liberi di scrivere mentalmente l'ultimo verso della poesia, proiettando i personaggi verso il loro incerto futuro. Qui però tutto e tutti convergono a Nord, verso la fatale città basca alla cui distruzione mancano ormai pochi giorni (il bombardamento iniziò alle ore 16 e 35  del 26 aprile 1937), quindi gli spazi di immaginazione risultano quanto mai ristretti: è triste ma ragionevole pensare che le fiamme di Guernica - già viste in un sogno premonitore tanto da Stella quanto dal capitano - consumeranno l'epilogo della storia con i suoi protagonisti.
Già perduti in una sfumata e delirante incertezza, il capitano (mutato alla fine in una sorta di allucinato Don Chisciotte) e Stella (il suo rassegnato Sancho Panza) non torneranno mai in Italia; alla fine però, forse troveranno ciò di cui si erano messi alla ricerca.
Il loro viaggio attraverso una Spagna riarsa dalla distruzione è infatti iniziato da un dubbio poi fattosi certezza: Vittorio Emanuelli, l'amico amatissimo caduto a Gudalajara, eroicamente morto, forse non è morto affatto.
Il corpo che viene consegnato a Degl'Innocenti potrebbe essere quello di chiunque e tracce sempre più consistenti sembrano dimostrare che il tenente fosse ancora vivo ben dopo il 10 marzo del '37, giorno della sua presunta scomparsa. Stella e il capitano rintracciano l'ultimo superstite del Quinto plotone comandato da Vittorio e persino il cecchino che aveva decimato sul campo gli ultimi sopravvissuti (il quale sta per essere fucilato). Nulla di ciò che essi dicono ha un valore conclusivo, tuttavia il dubbio è ormai già quasi sgretolato: Vittorio è vivo e forse impazzito, forse infestato dal maligno spirito della guerra - come in una specie di leggenda gitana al confine con l'incubo - si è messo ad uccidere e decapitare nazionalisti e repubblicani, sullo sfondo di terrificanti ululati da lupo.
La cosa in sè non va spiegata ma solo accolta; forse però non è un caso se la ferocia della guerra si è incarnata stavolta nei panni improbabaili di un bel tenente "generoso, valoroso e ardito", un conte fiorentino capace di suscitare l'affetto di una dolcissima gentildonna amata anche da Degl'Innocenti. Infatti non è dato sapere il grado di pragmatismo della signora; ma se il capitano ha dell'amico una conoscenza ed un ricordo tutti venati di romantica nostalgia e sognante perfezione, ben diversa è l'opinione di chi lo ha conosciuto in Spagna, come uomo e come soldato.
Per altri combattenti Vittorio Emanuelli era "un hombre muy malo, un porco sanguinario": l'entità malvagia si è limitata insomma a trovare lo spirito a sè più affine.
Ma il capitano ignora la realtà, e procede in quella che ritiene essere la sua missione sospinto soltanto dal sogno: e nel sogno annegherà l'esistenza propria e quella di Stella.

 

"Torniamo indietro, signor capitano?"
"No, Stella, no. Andiamo avanti"

 

- Carlo Lucarelli scrive piuttosto bene: credo di averne già elogiato lo stile fluido e poetico in numerose occasioni. "Guernica" contiene alcune delle sue pagine più belle e difficili: basterebbe leggere ad esempio il brano in cui Stella descrive un combattimento al quale assiste dall'alto di una collinetta, con lo sguardo a pelo d'erba per restare nascosto e la vista offuscata dalle gocce d'acqua che ricoprono gli steli, per avere immediatamente il senso di cose normali che si fanno straordinarie.
A parte la bellezza della storia, il pregio maggiore del romanzo risiede nella capacità da parte dell'autore di fondere gli aspetti più crudi e realistici delle situazioni o delle descrizioni con aspetti quasi diametralmente opposti: lirici e fantasiosi al limite del fiabesco.
Nella storia ci sono molti morti e molte rovine, ma anche nebbie inquietanti, notti rossastre e pleniluni che durano tre giorni. C'è un convento ormai diruto abitato soltanto dai cadaveri mummificati delle suore, pieno di topi e di ali d'angelo, e di altre cose in agguato.
I sicari catalani che dovrebbero spacciare il capitano e Stella fatalmente si chiamano Rosencranz e Guildenstern, e il cecchino che viene fucilato mentre ancora tiene tra le mani il violino con cui ha cercato di suonare l'Ave Maria, nella sua vita civile era stato un musicista del Teatro Comunale di Bologna.
A Madrid, in un Hotel che sembra perpetuare gli stucchi dorati della belle époque, si radunano nel fragore di un cicaleccio internazionale molti di coloro che realmente parteciparono o presenziarono a quella guerra: dal fotografo Robert Capa a Tina Modotti, passando per una nutrita schiera di intellettuali forniti di accredito giornalistico.
Tra di loro anche "l'americano Ernesto", ovvero Ernest Hemingway, nella cui stanza finisce per dormire il capitano, in seguito ad una solenne sbronza che si è preso in compagnia dello scrittore.
Guernica è a poche centinaia di chilometri da quella notte.

LadyJack || 17:36 || martedì, 16 giugno 2009
commenti || commenti (popup)

America, anni Cinquanta

Nella categoria : narrativa contemporanea - Permalink

REVOLUTIONARY ROAD (id., 1961), di Richard Yates [ Minimum Fax ed., 2003, 2009; trad. di Adriana Dell'Orto, rivista rispetto a quella utilizzata per la precedente edizione Bompiani del 1964 ]

A parte Stephen King e pochi altri autori, la letteratura americana non è in cima alle mie classifiche di interesse; sono però consapevole del fatto che la tradizione narrativa statunitense ha radici fortissime e pregevoli, e del resto nel corso della mia adolescenza ho amato molto John Steinbeck ("I Pascoli del Cielo" l'avrò letto venti volte... ), nè sono rimasta del tutto ignara riguardo ad altri autori epici ed importanti come Faulkner, Salinger o Hemingway, benchè questi mi entusiasmino in misura minore.
Lo stesso Stephen King in fondo, con la crescente bravura stilistica e la vasta conoscenza della realtà culturale dalla quale la sua opera deriva, mi ha più volte aperto insospettabili squarci di comprensione rigurdanti le radici di un mondo che se non ha avuto un Medioevo o un Rinascimento, ha avuto in compenso tanta e rapida modernità comunque densa di Storia (dall'Indipendenza alle lotte per i diritti civili), di poesia (i grandi spazi rurali e il grigio sporco delle città) e anche di grandi ed epocali tragedie (la Depressione, la guerra, le morti illustri del secolo scorso, l'Undici Settembre).
Affrontare un romanzo americano significa dunque per me affrontare un campo da un lato basato su tutte le conoscenze acquisite con la letteratura generica e il cinema, e dall'altro un argomento ignoto quel tanto da suscitare un'onesta curiosità; tanto più in questo caso, dove il romanzo in questione è stato scritto da Richard Yates, colui che venne definito - e con ragione! - il "miglior autore dimenticato d'America".
Un autore poco commerciale, insomma, malgrado la sua opera stia subendo un buon processo di rivalutazione, anche grazie al film omonimo che di recente è stato tratto da "Revolutionary Road", e che io non ho visto; pare che lo stesso Yates (scomparso nel 1992) avesse più volte affermato di preferire i lettori al successo, ma anche quelli gli sono arrivati in maggior numero dopo la morte.
Di lui non avevo mai letto niente, e non è detto che leggerò qualcos'altro, ma almeno "Revolutionary Road" è entrato nelle mia esperienza, e ne sono abbastanza felice.
Il romanzo è oggettivamente molto significativo, sggettivamente un po' meno: la storia è tutto sommato lineare, ma anche triste e piuttosto deprimente, per quanto a tratti narrata con un sarcasmo acidissimo capace di svirgolare con facilità nel comico.
Gli stessi personaggi sono insoddisfatti, negativi, limitati, parlano tanto e cercano di sviscerare spiegazioni razionali e convincenti per qualunque cosa, ma non fanno che coprire il vuoto e l'enormità delle loro paure. L'unico personaggio esente da iposcrisie e illusioni è un ex matematico stremato da un esaurimento nervoso: ma essendo pazzo, è facile trovare in lui una spiegazione per la cattiveria senza peli sulla lingua, e infatti passerà il resto della vita in manicomio.
Gli altri (almeno, i sopravvissuti) continueranno a barcamenarsi tra insoddisfazioni e rimpianti, consentendo al lettore - come ha notato un critico intelligente - di "provare sollievo al pensiero di non essere loro".
Brutte sensazioni, per lettori eventualmnete dotati di eccessive capacità empatiche... ma mentre la storia finisce per essere umanamente terrificante, la cosa migliore del libro, quella che me lo ha fatto ammirare se non veramente amare, è soprattutto la qualità della scrittura, assolutamente magnifica.
Lo stile di Richard Yates possiede una scorrevolezza e insieme una puntigliosità stupefacenti. Le sue frasi, i suoi paragrafi, le sue pagine, per quanto descrittive o dense di significati "pesanti", si lasciano leggere con una facilità che pare incredibile, quasi innaturale.
Nel 1992 Kurt Vonnegut, amico e estimatore di Yates, parlando del suo lavoro ebbe a dire: "Non solo non mi è riuscito di trovare neppure un punto e virgola che fosse stao adoperato in maniera imprudente; ma non ho trovato un solo paragrafo che, a leggerlo oggi, non entusiasmasse per la sua forza, intelligenza e chiarezza". Kurt Vonnegut aveva ragione.

La storia del romanzo si svolge durante la primavera-estate del 1955, nella zona residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale.
E già l'ambientazione mi ha fatto tornare in mente una battuta di Glenn Close ne "La Donna Perfetta" (film mediocre ma non privo di elementi interessanti). Dice infatti la scienziata pazza che avrebbe voluto creare una società serena e perfetta: "Mi sono chiesta: dove mai potrebbe passare del tutto inosservata una popolazione di automi? Oh, ma nel Connecticut!".
Infatti la comunità di Revolutionary Hill è quanto di più tipicamente borghese potesse offrire l'America del periodo: casette unifamigliari con giardino in sobborghi campestri ad un'oretta di treno dalla città, mariti pendolari al lavoro, mogli casalinghe, serate di chiacchiere e alcolici dopo che i bambini sono andati a letto.
E' questo il panorama in cui si trovano a vivere i coniugi Wheeler, Frank e April, con i loro figli Jennifer e Michael e gli amici, i coniugi Campbell.
Esteriormente sembra tutto a posto: i Wheeler hanno solo ventinove anni, sono privi di problemi finanziari, hanno rapporti perlomeno cordiali con gli altri abitanti della zona e Frank svolge un lavoro impiegatizio a New York, nell'azienda elettronica dove già aveva lavorato il padre e che è in procinto di ristrutturare le sue antiquate linee produttive in coincidenza con la nascente era informatica.
Senonchè nulla è a posto davvero: Frank e April si portano dietro storie di crescita infelici e nella realtà più profonda dei loro caratteri sono persone irrisolte, insoddisfatte, impegnate in una continua finzione. A ben guardare, non si amano nemmeno: i loro destino si sono incrociati e li hanno portati a formare una famiglia, però sotto non c'è quasi nulla. Persino i bambini a volte avvertono inquieti che qualcosa non va come dovrebbe: e dall'esterno c'è da compatirli per come - probabilmente - cresceranno.
Tuttavia nulla di ciò emerge mai in superficie, ed anzi i Wheeler sembrano proprio impegnati a vivere una vita felice.
Gran parte della loro insoddisfazione nasce però dal fatto che si sentono circondati dalla più inutile mediocrità: April è un'aspirante attrice fallita e Frank svolge un lavoro ridicolo, entrambi vorrebbero invece partecipare a qualcosa di vivace, di significativo, di culturalmente rilevante e appagante. A "cosa" di preciso, non lo sanno nemmeno loro, ma l'aspirazione c'è e rimane, resa solo più amara dalle ripetute delusioni e dal quotidiano confronto con lo squallore delle loro esistenze.
E' così che un bel giorno April concepisce quello che dovrebbe essere un ambizioso piano di "fuga" (ma che in realtà è soltanto l'espressione di un desiderio nebuloso e immaturo): i Wheeler partiranno per Parigi dove lei lavorerà come segretaria per qualche Organizzazione Mondiale mentre Frank si prenderà una pausa necessaria a decidere quale sia l'attività alla quale vuole dedicarsi davvero.
L'Europa, un mondo nuovo pieno di cultura e di fresche possibilità! Per April è un sogno... ma per Frank, terrorizzato dalla prospettiva di doversi assumere precise responsabilità è un incubo; finge ovviamente di condividere l'entusiasmo della moglie, ma nel segreto del suo animo vorrebbe morire. Le circostanze tuttavia sembrano giocare a suo favore perchè inaspettatamente April si scopre incinta (un diaframma birichino che non ha svolto al meglio la sua funzione... ) e con un terzo figlio Parigi diventa meta irraggiungibile.
Passano giorni, settimane e mesi di sfiancanti discussioni perchè April vorrebbe abortire mentre Frank fa ricorso a tutte le sue migliori qualità di persuasione per dissuaderla: le sue motivazioni comunque sono false.
Alla fine la questione sembra risolta e il progetto europeo fa mestamente marcia indietro. April però, nell'ennesimo momento di sconforto causato dal disgusto per se stessa e per quanto la circonda, finisce per tentare ugualmente di abortire: i mezzi sono artigianali, la gravidanza è già troppo avanzata ed April ci rimette la pelle... eventualità che del resto lei aveva preso in considerazione, ma c'è da chiedersi se alla fin fine morire le sia poi dispiaciuto.
A Frank, annientato dall'evento, incerto persino sui propri sentimenti e pensieri, non resta comunque che raccogliere i pezzi e tirare vanti: April è scomparsa, ma si ha l'impressione che Frank continui a fingere lo stesso. Tuttavia gli altri lo vedono ormai in maniera diversa rispetto al passato.

Storia terrificante, come dicevo. Un enorme e tristissimo caos: e da questo punto di vista si nutre una certa invidiosa ammirazione per il personaggio di Howard Givings, il marito di un'iperattiva agente immobiliare, che quando non ne può davvero più di quanto lo circonda, spegne l'apparecchio acustico e - all'insaputa di tutti - si immerege placidamente in un gran silenzio.

LadyJack || 10:56 || giovedì, 04 giugno 2009
commenti || commenti (popup)