
IL CINESE ("Kinesen", 2006), di Henning Mankell [ Marsilio ed., 2009; trad. di Giorgio Puleo ]
E' un fatto innegabile che molti dei romanzi gialli circolanti in Italia negli ultimi tempi siano stati scritti da autori nordici, quasi sempre svedesi. Ciò può essere dovuto ad una produzione oggettivamente abbondante, oppure ad una maggiore attenzione del mercato editoriale, forse trainato in parte dal "fenomeno Stieg Larsson".
Resta comunque altrettanto innegabile il fatto che non tutti questi romanzi risultano poi di alto livello o di grande interesse: l'origine relativamente esotica non è sufficiente a garantirne la qualità.
Personalmente mi è capitato di imbattermi in alcuni autori svedesi nel modo ormai consueto: frequentando la biblioteca e lasciandomi trascinare dalla curiosità. A volte sono rimasta delusa (come nel caso di Stieg Larsson), a volte incerta (come nel caso di Ann Holt), a volte ho invece trovato dei piccoli tesori (come nel caso di Maj Sjöwal e Per Wahlöö). Per ciò che riguarda in particolare Henning Mankell, ho avuto modo di leggere tutti i romanzi della serie dedicata al commissario Wallander, e mi sono piaciuti; si tratta di storie contemporanee, narrate con stile scarsamente enfatico, ma con grande attenzione per i particolari. Storie con il gusto dei paesaggi, siano essi urbani o naturali, e con un forte senso delle cose umane, quotidiane: tutto ciò che un crimine - un delitto - turba e sconvolge.
Lo stesso commissario è un uomo, oltre che un poliziotto: ha una vita personale (il divorzio, la moglie che si risposa, una figlia problematica, amici che sono anche colleghi), tante cose che spesso devono essere accantonate nell'urgenza delle indagini, ma che comunque continuano a far parte di lui.
Wallander non è veramente simpatico, certo non è un eroe nè desidera esserlo, ma le sue avventure - spesso articolate e complicatissime - si leggono bene. Purtroppo devo dire che altri romanzi di Henning Mankell non mi sono sembrati altrettanto felici: abbandonato Wallander, il panorama cambia completamente e (almeno per me) l'interesse cala vertiginosamente.
E' così anche per "Il Cinese", romanzo ponderoso (587 pagine), troppo complicato e per me di scarso interesse: la storia si sposta dalla Svezia, alla Cina, e addiruittura a Londra e all'Africa, ma nemmeno questo salva dalla noia.
L'inizio in realtà è promettente: una strage misteriosa che ha quasi interamente spopolato un piccolo villaggio della campagna svedese. Poi però lo sviluppo della storia non è all'altezza: il lettore apprende certi particolari prima dei personaggi, i quali dal canto loro agiscono in maniera spesso poco convincente, arrivando infine ad una soluzione dell'enigma che è insieme semplice e complessa, ma non tanto interessante da richiedere centinaia di pagine ricolme di descrizioni prolisse e approfondimenti un po' superflui.
Un romanzo inutile, a mio parere, e inutilmente faticoso.
TRAMA: Verso la metà di gennaio dell'anno 2006 un fotografo interessato a documentare lo stato degli antichi villaggi della Svezia arriva a Hesjövallen; il luogo è immerso nel silenzio ovattato della neve, ma l'uomo avverte che c'è qualcosa di strano. I suoi timori sono confermati quando in quasi tutte le case del villaggio vengono ritrovati i corpi senza vita degli abitanti: tranne un'unica eccezione - un ragazzino - si tratta di persone anziane, uccise con grande brutalità. Alla fine i corpi rinvenuti saranno diciannove, i supersiti (che non si sono accorti di nulla) solo tre.
La polizia brancola nel buio. Ad un certo punto viene identificato un possibile colpevole, un uomo con precedenti di violenza e squlibrio che confessa e poi si uccide in carcere; molti però non sono convinti della facilità di questo epilogo... ed hanno ragione.
Per arrivare a scoprire l'intera verità, parzialmente sepolta nel lontano passato, sarà necessaria la cocciutaggine di Birgitta Roslin, giudice di mezza età, lontanamente imparentata con due delle vittime di Hesjövallen.
L'indagine della donna, svolta durante un periodo di inattività dovuta a problemi di salute, inizia quasi per caso, quando Birgitta si rende conto di aver scoperto informazioni che possono condurre la polizia su di una pista del tutto inesplorata.
Solo gradualmente Birgitta capisce l'entità enorme della quastione in cui è andata a cacciarsi, e ci vorrà un bel po' di aiuto e una gran fortuna perchè anche lei non rientri nel novero delle vittime.
In realtà l'indagine di Birgitta segue un andamento altalenante e un po' svogliato: la polizia non gradisce interferenze e lei stessa per lungo tempo non sa bene se continuare o meno. A tratti dubita non solo di essere sulla strada giusta, ma addirittura del fatto che una strada esista.
Nel frattempo il lettore viene sballottato nel tempo e nello spazio, tra le varie sezioni del romanzo: la Cina e l'America del XIX secolo (con le ferrovie del Nuovo Mondo fatte costruire ad operai cinesi praticamente ridotti in schiavitù), la Svezia moderna (meno priva di limiti e problemi rispetto a ciò che si potrebbe pensare dall'esteno) e infine la nuova Cina, dilaniata da tentazioni giustificate dal progresso, benchè ancora fortemente consapevole delle proprie tradizioni.
Il tema politico è tutt'altro che secondario nell'economia generale del romanzo, la stessa Birgitta in gioventù aveva nutrito ideali pseudorivoluzionari e ambizioni di rinnovamento; l'indagine, fra le altre cose, finisce per metterla di fronte a se stessa e al proprio passato, ma neppure questo serve a fare di lei un personaggio indimenticabile.
Le ambizioni di profondità da parte dell'autore ci sono, ma al pari di tutto il resto questa volta non mi sembrano governate con particolare abilità o capacità di persuasione.
Alla fine la vicenda si riduce ad una vendetta compiuta dopo centotrent'anni, coniugata con una smodata ambizione che non si cura della crudeltà necessaria per essere soddisfatta.
In considerazione di questo, oltre che del gravoso impegno richiesto dalle cinquecento e passa pagine, il romanzo lo si lascia con un sospiro di sollievo.
LE TORRI DI BARCHESTER ("Barchester Towers", 1857), di Anthony Trollope [ Sellerio ed., 2004; trad. di Rossella Cazzullo ]
Secondo dei sei romanzi che costituiscono il cosiddetto "ciclo ecclesiastico", "Le Torri di Barchester" è per
certi versi delizioso e per altri difficoltoso.
Il moderno lettore (intendo un lettore di tipo medio) potrebbe faticare un po' nell'appassionarsi ad una storia vittoriana, priva di elementi eclatanti, così lontana nel tempo e nello spirito da risultare vagamente aliena. Tuttavia Trollope non a caso ha conquistato la propria fama: leggendo il suo romanzo, arduo ma non privo di soddisfazioni, sembra di avere a che fare con un avo bonario e benevolo che mette a disposizione dei nipoti il proprio enorme talento narrativo. Una specie di Dickens, dotato però di maggiore umorismo e abbastanza lontano dalle caligini londinesi.
Anthony Trollope, a dire il vero, è anche un creatore di mondi, perchè le sue cronache ecclesistiche si svolgono in una contea (il Barsetshire) e in una cittadina vescovile (Barchester) del tutto inventate, eppure così credibili e così britanniche da risultare assolutamente realistiche.
Ma ciò che più colpisce nel suo romanzo è l'apparente facilità narrativa, lo stile scorrevole e leggero in cui persino un'ombra di paternalistico umore non può che risultare adeguata.
Di lui non avevo ancora letto niente, ma è probabile che il nostro rapporto non si esaurisca qui.
- La trama del romanzo non è particolarmente complessa da riassumere, più complesse sono invece le sfumature degli eventi narrati e le motivazioni nel comportamento dei personaggi.
Sostanzialmente il romanzo, ambientato poco dopo la metà del XIX secolo, racconta un'accanita lotta di potere, ai margini della quale si sviluppa una sobria storia d'amore.
TRAMA: Nella cittadina di Barchester, nell'Inghilterra meridionale, muore serenamente l'anziano vescovo Grantly. Meno serena è però l'atmosfera che il defunto lascia dietro di sè: c'è la questione della successione, alla quale aspira lo stesso figlio del vescovo, l'arcidiacono Grantly, e che coinvolge la possibile transizione da un governo conservatore ad un governo liberale.
L'arcidiacono rimane deluso nelle sue speranze perchè come nuovo vescovo di Barchester il rinnovato governo nomina il dottor Proudie, non solo progressista, debole e vanaglorioso, ma anche circondato da inquietanti e pericolosi personaggi: la signora Proudie, innanzitutto, tremenda e ambiziosa virago che desidera arrivare ad essere il "vero" vescovo di Barchester, e il signor Slope, il cappellano.
Quest'ultimo (nelle parole della stessa signora Proudie, prima sua alleata poi implacabile nemica) è "un uomo falso, intrigante, squallido, invadente". Un verme ipocrita, insomma, al quale persino l'autore non risparmia la propria antipatia, ricca di ironici picchi.
Le due fazioni ecclesiastiche, quella conservatrice di Grantly e quella social-liberale di Proudie e Slope, sono in disaccordo su di un'enorme quantità di questioni, ma finiscono per scontrarsi soprattutto sulla nomina del nuovo amministratore del Ricovero di Hiram, un'istituzione benefica a favore dei poveri che già aveva trovato largo spazio nel primo romanzo della saga, "L'Amministratore".
Sullo sfondo intervengono però altre vicende umane e sentimentali, in primis quella che porterà Eleanor Bold, giovane e bella vedova madre di un bambino, al nuovo e felicissimo matrimonio con il signor Arabin, inizialmente semplice curato di una parrocchia rurale, poi decano della stessa Barchester.
E' assolutamente impossibile ripercorrere in maniera compiuta tutte le vicende che si dipanano lungo le 674 pagine del romanzo, oppure seguire i personaggi nelle varie fasi della narrazione. Basti dire che Trollope è capace di riportare alla calma e alla serenità le più terribili tempeste, quindi la parte politica della vicenda, con la sua lotta per il potere, sfocia in accettabili aggiustamenti; per ciò che riguarda invece la vicenda sentimentale, l'autore stesso afferma ad un certo punto che "non c'è felicità nell'amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese"... e naturalmente non può smentirsi. Eleanor e Arabin attraversano qualche complicazione, poi però approdano ad un porto sicuro.
Il nucleo principale della vicenda è in gran parte giocato sulle sfumature dottrinali tipiche dell'Inghilterra e dell'epoca: non è facile per un moderno lettore (magari cresciuto più vicino alle tradizioni cattoliche) cogliere pienamente le differenze tra Chiesa Bassa e Chiesa Alta, tra Chiesa Alta e Chiesa Alta e Secca, come non è facile districarsi nella moltitudine di titoli ecclesistici di cui le pagine rigurgitano: vescovi, arcidiaconi, decani, curati, prebendari di vario livello e di varia competenza... tuttavia dopo un po' la familiarità aumenta, e con essa l'accettazione.
Bisogna dire in ogni caso che questa abbondanza di cose ecclesistiche non si traduce mai in discussione dottrinale: la Fede in un certo senso viene data per scontata e il fatto che alcuni personaggi siano ipocriti più che veri credenti appartiene alla sfera dell'umana imperfezione. In altre parole, malgrado gli ecclesiastici, in Trollope si possono trovare personaggi per tutti i gusti e l'abito stesso non si traduce automaticamente in serena santità, anche se in genere i suoi personaggi nutrono implicite e serie speranze di Paradiso.
Trollope in verità possiede un tocco particolarmente felice quando si tratta di delineare caratteri e personaggi.
A parte quelli già citati - i coniugi Proudie, il signor Slope, Eleanor Bold (che come vedova gode di un'indipendenza sconosciuta alle normali signorine dell'epoca) - ci sono altri personaggi memorabili che animano le pagine del romanzo: il signor Headling ad esempio, debole e attaccato all'onore tanto da sembrare sciocco, eppure dotato di una sensibilità non comune, quando ci si mette; Madeline Neroni, maliarda zoppa che vive praticamente sdraiata su di un divano ma che è riuscita a rendere affascinante persino la propria invalidità; Bertie Stanhope, fratello di Madeline ed artista pigrissimo, un'abulica nullità che non riesce ad essere cattiva...
E poi i personaggi di contorno, non esclusi alcuni ricchi possidenti terrieri le cui origini sassoni - orgogliosamente sempre presenti alla memoria - li fanno vivere idealmente nell' XI secolo o giù di lì... e si potrebbe continuare ancora e ancora, perchè le pagine di Trollope sono parecchio affollate.
- Una delle cose interessanti del romanzo è che vi sono due livelli narrativi: uno per i personaggi ed uno per i lettori. L'autore li governa entrambi con abilità: è consapevole del fatto che sta scrivendo un romanzo, una cosa che ha regole e convenzioni ma che non è reale, così come è consapevole del fatto che al di fuori del romanzo, spettatori che è suo compito interessare e coinvolgere, ci sono i lettori.
I personaggi sono creature a sua discrezione, e con i lettori si può amabilmente dialogare.
Alla fine di tutto risulta soprattutto palese che a Trollope scrivere piaceva da matti.
"Finchè non riusciremo a diventare divini
dobbiamo accontentarci di essere umani,
per evitare che nella fretta di cambiare non
ci si riduca a qualcosa di inferiore"
Letto nella riduzione italiana edita da I Romanzi Mondadori n. 862 - maggio 2009 - Trad. Francesco Saba Sardi.
Letto nella riduzione italiana edita da I Romanzi Passione Mondadori n. 23 - maggio 2009 - Trad. Marina Pirulli.
Letto nella riduzione italiana edita da I Romanzi Oro Mondadori n. 75 - maggio 2009. Trad. Chiara Vatteroni.
Letto nella riduzione italiana edita da I Romanzi Mondadori n. 869 - luglio 2009. Trad. Carla Pedretti.