No Blood at All

DARKLY DREAMING DEXTER, di Jeff Lindsay [ Orion Books Ltd., 2005 ]

Si tratta del primo romanzo dedicato alle avventure di Dexter Morgan, il killer dei serial killers. Più o meno copre gli eventi narrati anche nella Prima Stagione dell'omonima serie TV; io però ho cercato di leggerlo con mente sgombra e in ciò sono stata aiutata dal fatto che si trattava della versione originale: le mie conoscenze linguistiche sono così limitate che l'inglese può ancora sembrarmi un'eccitante scoperta.
Jeff Lindsay comunque possiede uno stile accessibile, intrigante e ricco di guizzi apprezzabili persino dalla sottoscritta: che ne dite ad esempio di un'affascinanate espressione come "so tantalizingly", che vorrebbe dire più o meno "in modo così appetitoso"... e - pensato da Dexter - vi lascio immaginare a cosa possa riferirsi!
Nell'originale inoltre si può ripetutamente trovare un giochino che la traduzione italiana perde senza rimedio: la tendenza da parte dell'autore ad usare allitterazioni in "d" alle quali accodare il nome di Dexter, quasi dei piccoli tautogrammi, così come avviene anche in tutti i titoli dei romanzi. Tra le pagine si trovano quindi espressioni come:
- dear dazed Dexter
- dull dim Dexter
- dear decimate Dexter
- dear dark Dexter
- deftly dreaming Dexter
- e la mia preferita: deeply dead Dexter dating debutante doxies (in relazione ai suoi dubbi su di un appuntamento con Rita).
Funny silly moments!
La cosa migliore rimane comunque la voce stessa di Dexter, alla quale viene affidata la narrazione: scanzonata, sarcastica, crudele e sincera, capace tanto di descrittività quanto di introspezione. Magnifici panorami e uccisioni rituali si alternano alle considerazioni del protagonista su se stesso, sulle cose e sugli esseri umani, che spesso suscitano perplessità e stupore con i loro alieni comportamenti e le altrettanto aliene emozioni.
Dexter sarà pure una sorta di guscio vuoto, una perfetta imitazione di essere umano, ma quando si tratta di usare le parole, la simbiosi identificativa tra lui ed il suo autore funziona magnificamente, catturando il lettore con ciò che gli viene fatto scorrere sotto gli occhi e nella mente: tiepide notti di plenilunio, afose giornate di traffico omicida, bizzarre indagini su squartamenti dei quali nessuno si stupisce poi troppo, gare di astuzia e di aggiramento in cui l'istinto animale conta quanto - e forse più - dell'intelletto.
Miami al massimo del proprio splendore, ed un simpatico assassino che fa davvero del suo meglio per comportarsi da bravo ragazzo.

TRAMA: Dopo una serie di appostamenti durati alcune settimane Dexter cattura quella che si scoprirà essere la sua trentasettesima vittima: si tratta di Padre Donovan, un pedofilo già responsabile della scomparsa di numerosi bambini, tutti orfani ospitati in una struttura da lui gestita. Solo a Miami, le vittime del prete sono almeno sette: Dexter pone l'uomo di fronte ai cadaveri recuperati, poi (come dice lui) si mette al lavoro.
Questa uccisione, come tutte le altre, risponde al cosiddetto "codice di Harry", l'insieme di regole che il padre adottivo ha inculcato a Dexter per permettergli di essere un assassino di utilità sociale e per impedirgli di essere preso: Dexter uccide altri assassini, è estremamente cauto e cancella ogni traccia, conservando di ciascuna vittima solo una goccia di sangue su di un vetrino.
Del resto, se c'è qualcuno che sa come gestire le prove, quello è proprio Dexter, cha a ventotto anni è un apprezzato agente della Polizia Scientifica, un analista che si occupa di tracce ematiche.
Dexter insomma conduce una interessante doppia vita, mentendo a tutti tranne che a se stesso.
Un giorno riceve una chiamata da parte della sorella Deborah, a sua volta poliziotta della Buoncostume: nella zona dei motels sulla Tamiami Trail sono stati ritrovati dei resti umani, gambe femminili fatte a pezzi.
Il caso è stato affidato al detective LaGuerta, donna ambiziosa ma non molto capace, e Deb, che lavorava in zona sotto copertura, pensa possa essere arrivata l'occasione per una promozione. Deb odia il lavoro alla Buoncostume, che la costringe ad andare in giro abbigliata come una prostituta; vuole passare alla Squadra Omicidi e chiede l'aiuto di Dexter per risolvere il caso.
La ragazza non conosce la reale identità del fratello, sa però che Dexter possiede un istinto infallibile sui serial killers, qualcosa che lei colloca quasi al confine con il paranormale, ma che in realtà gli deriva dal fatto di essere lui stesso un serial killer: Dexter sa esattamente come funziona la mente di un assassino e quali sono tutte le mosse possibili.
Ovviamente Dexter non rifiuta di aiutare Deb perchè conosce i suoi problemi e, come dice lui, vorrebbe vederla felice. Anche se non è disposto ad ammetterlo, per Deb nutre un certo affetto: pensa a lei come "povera piccola" ("poor child") se è in vena di paternalismo, ma più spesso la definisce "my only sister", la mia unica sorella. Dexter crede di non avere sentimenti, ma nei confronti di Deborah, alla quale è unito anche dal ricordo di Harry, ne ha eccome.
Inoltre l'intrigante caso del nuovo serial killer finisce per assumere una valenza molto personale: sin dall'inizio Dexter rimane affascinato dalla "pulizia" nello stile delle uccisioni, dalla precisione chirurgica delle incisioni, dalla totale mancanza di sangue; nel primo ritrovamento, e in quelli che poi seguiranno, riconosce un tocco artistico che gli provoca qualcosa di molto simile all'invidia. Per breve tempo è tentato di trovare il killer per se stesso, per conoscerlo meglio ed imparare da lui, poi però sente il richiamo del dovere e ricorda ciò che ha promesso a Deb.
Mentre il detective LaGuerta si accanisce su piste inconsistenti, Dexter si avvicina molto di più al killer, che ad un certo punto sembra quasi provocarlo, chiamandolo ad una sfida: si fa inseguire, si introduce nel suo appartamento e nella sua auto, gli lascia indizi macabri e misteriosi (la Barbie a pezzi nel frigorifero, che compare anche nella serie TV).
E per Dexter si apre una profonda crisi: inizia a fare sogni strani ed inquietanti che lo fanno sentire sempre più prossimo al killer. C'è una comprensione sin troppo profonda, una sorta di identificazione, tante cose difficili da spiegare: Dexter, che sa di essere "decisamente sociopatico ed occasionalmente omicida", comincia a credere di poter essere anche pazzo; comincia a chiedersi se per caso il killer non è lui stesso che agisce in stato di sonnambulismo e di incoscienza.
Tutto questo avrà poi una spiegazione, perchè in effetti il killer possiede un preciso legame con Dexter e il suo operato non ha fatto altro che riportare alla luce ricordi lontani, un passato sepolto del quele Dexter non era nemmeno consapevole.
Il killer infatti è suo fratello Brian ed il passato sepolto - dal quale entrambi sono usciti con una netta inclinazione omicida - ha a che fare con l'uccisione della loro madre, fatta a pezzi con una sega elettrica all'interno di un container nel porto di Miami. L'unica differenza tra i due fratelli consiste nel fatto che Dexter, adottato da Harry Morgan, è in qualche modo riuscito ad incanalare e a dominare le proprie pulsioni; Brian invece, più grande di due anni e all'epoca della tragedia affidato ai Servizi Sociali, non ha ricevuto nessun tipo di aiuto.
Ora il fratello maggiore vuole riunirsi al minore e ricostituire la famiglia: l'ultima mossa è il rapimento di Deborah, che nelle sue intenzioni dovrebbe diventare la loro prima vittima in comune.
Dexter è fortemente tentato di unirsi al fratello, di abbandonarsi al senso di appartenenza, alla gioia di aver trovato qualcuno che è esattamente come lui, che lo capisce e al quale non sarebbe necessario nascondersi: però si accorge che semplicemente non può uccidere Deb.
In un drammatico epilogo durante il quale Dexter lotta duramente con se stesso e con il ricordo di Harry, si inserisce anche l'arrivo del detective LaGuerta che, insospettita, lo aveva seguito.
Dexter nega definitivamente la possibilità di uccidere la sorella, però lascia fuggire Brian che prima di andarsene avrà comunque la sua vittima: il funerale con il quale si conclude il romanzo è quello del detective LaGuerta, eroicamente caduta nell'adempimento del dovere (anche se in realtà la donna non aveva capito quasi niente e si era soltanto trovata nel posto sbagliato al momento peggiore).
Deb invece, che ora conosce un po' meglio il fratello ma che fingerà di averlo dimenticato, viene finalmente promossa alla Omicidi come aveva desiderato.
Dexter per parte sua, recuperata la tranquillità, si dice che alla fine le cose potranno tornare ad essere come erano sempre state, sotto la luce brillante di quella luna che lui tanto ama.


DIFFERENZE - Accanto al filone principale della trama che illustra gli omicidi del serial killer di turno e la relativa indagine, il romanzo lascia largo spazio anche per la costruzione del personaggio protagonista, tanto per ciò che riguarda il presente di Dexter quanto per ciò che riguarda il suo passato.
Ci sono numerosi flashback nei queli viene recuperato lo straordinario rapporto che Harry Morgan aveva saputo instaurare con il figlio adottivo, c'è la rievocazione del primo omicidio di Dexter ai danni dell'infermiera assassina e c'è - verso l'epilogo - la rivelazione del traumatico episodio riguardante la morte della madre: ricordi prima confusi, poi via via più precisi.
Ma c'è anche il Dexter del presente che - sorpreso e perplesso - si trova a meditare sul come e sul perchè ha finito per fare sesso con Rita.
Tutte queste cose compaiono anche nella serie, con l'unica differenza data dalla necessità di estendere trecento pagine in una ventina di episodi: in TV gli eventi procedono più lentamente e si svolgono in maniera ben più articolata, molti di essi tuttavia rispettano il significato originario.
Nel passaggio dalla pagina scritta allo schermo ci sono però un paio di personaggi che subiscono cambiamenti abbastanza radicali.
Uno è il personaggio del detective Migdia LaGuerta: tra romanzo e serie TV le uniche cose di lei che rimangono invariate sono il nome, la professione e l'origine cubana: per il resto, potrebbe trattarsi di donne appartenenti a due pianeti diversi. Mentre LaGuerta letteraria è una maneggiona ambiziosa e politicamente abile, un detective mediocre, con un gran gusto per l'abbigliamento ma scarsa inclinazione per l'investigazione intelligente, il suo corrispondente televisivo risulta ben più positivo: si tratta sempre di una donna bella, forte ed elegante, ma anche di un buon poliziotto, benchè la sua carriera non sia del tutto priva di ombre.
In TV il detective LaGuerta viene silurata per motivi politici e perde il suo posto a capo del Dipartimento, nel libro il personaggio viene fatto fuori in maniera un po' più letterale.
L'altra grande differenza riguarda poi il personaggio di Brian, che in TV beneficia di un interessante e graduale sviluppo (è un chirurgo ortopedico ed instaura una forte relazione con Deborah) mentre nel romanzo viene allo scoperto solo nella parte finale: è un importatore, è stato in prigione e fisicamente somiglia a Dexter molto più di quanto non accada nella serie.
Benchè il romanzo sia bello e ben costruito, direi che relativamente all'epilogo la soluzione televisiva risulta quasi superiore: lì Brian non fugge, ma viene elegantemente "punito" dal fratello. Al pari di tutti i serial killers nei quali si è già imbattuto, Dexter lo uccide con un'arma da taglio, per una volta simulando un suicidio anzichè smembrare e disperdere il corpo.
Nell'uno e nell'altro caso le azioni di Dexter rispondono comunque alla necessità di mettere al sicuro Deborah, anche se in TV la soluzione è più certa e definitiva. Inoltre, mentre nella serie Deborah dopo esser stata rapita viene drogata e non può quindi vedere o sentire ciò che passa tra i due fratelli, nel libro la ragazza è sì immobilizzata ma perfettamente cosciente: ha dunque modo di assistere a ciò che sta accadendo e di capire che Dexter non ha esattamente le mani pulite.
Sarà un "piccolo" grumo di polvere nascosto sotto il tappeto...
Qui le due versioni della storia finiscono insomma per collocarsi in ambiti nettamente separati; sembra infatti che a partire dalla Seconda Stagione la serie non sia più basata sui romanzi, ma su trame originali appositamente sviluppate.
Sono curiosa di verificare.


- Il romanzo è disponibile anche in versione italiana: "La Mano Sinistra di Dio", Sonzogno ed. (2009), che corrisponde a "Dexter il Vendicatore", Giallo Mondadori n.°2971 (2009).

LadyJack || 15:16 || sabato, 31 ottobre 2009
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Irlanda bella e proletaria

LA TETRALOGIA DI AGNES BROWNE
- di Brendan O'Carroll -

Ci sono pochi autori capaci di commuovere sino alle lacrime o di farti piegare in due dalle risate (e alla fine ti ritrovi in lacrime comunque... ); attualmente me ne vengono in mente solo due: Andrea Camilleri e Brendan O'Carroll.
Quest'ultimo è uno scrittore irlandese, classe 1955: sceneggiatore, giornalista, regista, attore teatrale, dalle nostre parti è noto soprattutto come autore della serie di romanzi dedicati ad Agnes Browne, la bella e tostissima irlandese della cui vita e delle cui avventure rigurgitano ben quattro romanzi. Il più recente, da noi uscito da poco, è "Agnes Browne ragazza", che pur essendo il quarto in ordine di pubblicazione, narrativamente costituisce il prequel degli altri tre.
Sono contenta di averlo letto, non solo perchè il romanzo è bello e divertente, ma anche perchè la recensione che lo riguarda mi fornisce l'occasione per parlare dell'intera saga: una delle cose migliori e più umane che io abba mai letto.




AGNES BROWNE RAGAZZA ("The Young Wan", 2003). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli

Dublino, anni Cinquanta. Il romanzo inizia alla vigilia del matrimonio di Agnes (nata Agnes Reddin) con Rosso Browne.
Dietro la porta del povero ma dignitoso appartamento nel centro della città è appeso l'abito bianco con cui già si sono sposate la madre e la nonna: uno splendore, anche se lo strascico - originariamente lungo tre metri - è ora ben più corto. Nel tempo è servito per confezionare gli abitini di Battesimo tanto per Agnes quanto per sua sorella Dolly.
Al fianco di Agnes, la cui madre è ancora viva benchè scivolata in una tranquilla follia dopo la morte del marito, c'è la damigella d'onore, l'amica di sempre: l'ineffabile Marion. Per quanto Agnes è bella, flessuosa e bruna (la nonna paterna era spagnola), Marion è tozza e bruttina: eppure è lei ad essersi sposata per prima, senza perdere un grammo del suo energico buonumore, del suo incrollabile ottimismo e di quella tenace curiosità che già aveva fatto disperare le suore ai tempi della scuola.
Il lettore che abbia familiarità con la saga sa che Marion morirà di cancro di lì a meno di quindici anni: eppure la vitalità del personaggio è tale, che il dispiacere per la sua dipartita riesce ad essere accantonato.
Quasi lo stesso accade con Agnes, altrettanto intensa e vitale: il lettore affezionato conosce tutte le traversie della su vita adulta ma qui, tra queste pagine, rimane soprattutto affascinato dalla versione giovane del personaggio, dall'insieme dei particolari che - visti in retrospettiva - spiegano tante cose future.
Le radici di Agnes, del resto, sono piuttosto solide e la storia della sua famiglia si svolge in gran parte sullo sfondo delle lotte politiche che hanno insanguinato l'Irlanda sino a tempi abbastanza recenti. Agnes nasce alla metà degli anni Quranta, ma prima di lei c'erano state la Rivolta, l'opera e l'uccisione di Michaele Collins, le dure lotte sindacali che avevano causato non meno scontri e non meno morti.
Anche suo padre, Bosco Reddin, era un operaio ed un sindacalista; sua madre Connie invece era la figlia zitella del padrone della fonderia in cui Bosco lavorava. Il matrimonio con un proletario rompiscatole aveva significato per Connie l'ostracismo sociale e la perdita dei rapporti famigliari: il padre l'aveva diseredata, rifiutandosi poi di conoscere le nipotine. Ma il matrimonio dei Reddin era stato molto felice, almeno sino alla morte di Bosco, ucciso durante uno sciopero.
In seguito un'Agnes ancora adolescente aveva dovuto tenere tra le sue mani le redini della famiglia: prendersi cura della madre, sempre più anziana e svanita; prendersi cura della sorella minore, in apparenza destinata ad una precoce carriera criminale e ad un certo punto rinchiusa per furto in un carcere minorile; e intanto continuare ad andare a scuola, a vivere e a sognare.
Sì, perchè la caratteristica migliore di Agnes è proprio questa: la capacità di rimanere ancorata ai propri sogni. Per lei la vita sarà ardua, piena di gioie ma anche di enormi sacrifici, di duro lavoro e spesso di amarissime sconfitte: Agnes saprà affrontare tutto questo senza tirasi indietro, facendo ciò che c'è da fare e prendendo in genere le decisioni più giuste, non importa quanto difficili. Ma nemmeno per un momento, nei suoi cinquant'anni scarsi di vita, abbandonerà i sogni e le speranze per sè e per coloro che ama.
E' sempre piena di energia, a volte di umorismo, è testarda, un po' rozza, ha poca cultura e porta alla disperazione gli interlocutori più disponibili (alcuni dei quali dopo aver avuto a che fare con lei, hanno bisogno di un Valium... ), ma non è certo una donna leggera.
Sarà una gran madre e persino una nonna... questo romanzo però ce la mostra non ancora ventenne, impegnata sì nel lavoro (un banco di frutta e verdura al locale mercato) ma anche nei divertimenti tipici del tempo e dell'età: sono gli anni Cinquanta, nasce il rock'n'roll, e Marion trascina Agnes tra feste e sale da ballo.
Sarà lì che entrambe incontreranno i futuri mariti: il taciturno Tommo Monks per Marion, e il bell'ubriacone Rosso Browne per Agnes.
Rimasta presto incinta Agnes, dopo aver chiesto una bicicletta al posto dell'anello di fidanzamento, mette in cantiere l'inevitabile matrimonio con Rosso, il quale del resto non fa obiezioni.
Il romanzo, dopo aver assunto un largo andamento circolare, torna così al suo inizio.
Da par suo, per Agnes il giorno delle nozze non sarà un giorno privo di eventi collaterali: innanzitutto una licenza concessa alla carecrata Dolly si trasforma in occasione per far evadere la ragazza e farla emigrare in Canada. Il viaggio Oltreoceano sarebbe stato in realtà il sogno di Agnes che però, bloccata dalla sua situazione, vi rinuncia a favore della disastrata sorella: nel futuro, mentre Agnes continuerà a barcamenarsi nella natìa Irlanda, Dolly farà un ottimo matromonio e diventerà una tranquilla borghese, continuando a vivere felice in Canada, ben lontana dalle proprie origini.
E poi per Agnes c'è il problema del vestito: tutti sanno che è già incinta e sposarsi in bianco - come lei ostinatamente vuol fare - risulta contrario alle norme canoniche. Ma un vecchio debito di riconoscenza contratto dal prete con la famiglia Reddin farà sì che il matrimonio possa avvenire ugualmente.
Il prete responsabile di aver disobbedito rimane disoccupato, ma intanto Agnes può comparire nella chiesa di St. Jarlath in tutto lo straordinario splendore del suo storico abito bianco, suscitando l'ammirazione della folla lì convenuta per vedere come si sarebbe risolta la spinosa faccenda.
Comincia così la vita di Agnes come Agnes Browne: ma questo, appunto, è solo l'inizio.


 

 

GLI ALTRI ROMANZI




AGNES BROWNE MAMMA ("The Mammy", 1994). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Si avvicina la fine degli anni Settanta: a soli trentaquattro anni, e con sette figli di varie età da mantenere, Agnes Browne rimane vedova. Dopo tredici anni di matrimonio Rosso non è un marito molto rimpianto: lavoratore pigro, ubriacone entusista, picchiava la moglie e non serviva a granchè. Finito il funerale (con un corteo "dislocato" degno de "La Coscienza di Zeno" e delle sue implicazioni psicologiche), Agnes si rituffa nella vita e nella necessità di crescere bene i suoi figli.
Ad un certo punto conosce Pierre, il pizzaiolo francese (sic!) che pur senza diventare mai suo marito sarà l'uomo più amato della vita. I ragazzi finiranno per considerarlo come il loro vero padre.
Ad Agnes piace la musica di Cliff Richards e nell'epilogo del romanzo - per una fortunosa serie di circostanze - riesce a realizzare l'assurdo sogno di ballare con lui.

 

 


 I MARMOCCHI DI AGNES ("The Chisellers", 1995). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Tre anni dopo la morte di Rosso, Agnes è ancora alle prese con la necessità di prendersi cura della sua numerosa prole. Ma i ragazzi iniziano a sottrarsi al controllo, a fidanzarsi, a trovare la propria strada umana e professionale.
Non per tutti si tratta di una strada buona: se il primogenito Mark è per Agnes un valido sostegno morale ed economico, il fratello Frankie diventa invece un punk simpatizzante neonazista, un piccolo delinquente che fugge a Londra e là muore di stenti, dopo un breve intermezzo di furti e droghe.
Intanto i Browne affrontano il doloroso distacco dal Jarro, il quartiere operaio nel centro di Dublino nel quale erano sempre vissuti: la riqualificazione urbana della zona li costringe all'emigrazione forzata nella periferica e "selvaggia" Finglas.
La corte di Pierre si fa più serrata, e alla fine Agnes gli cede (con grande soddisfazione di entrambi... ).
Malgrado la sua rapida degenerazione criminale, prima di morire Frankie riesce a compiere un'ultima azione che sarà molto utile alla sua lontana famiglia: ma nessuno di loro lo saprà mai.

 


AGNES BROWNE NONNA ("The Grannie", 1996). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli
Nel corso del secondo romanzo Mark, il maggiore dei Browne, si era sposato: all'inizio del terzo romanzo nasce suo figlio Aaron, il primo nipotino per Agnes.
Tra la nostalgia per la mancanza del povero Frankie e il trauma di sentirsi chiamare nonna, Agnes non attraversa momenti particolarmente felici e in ogni caso ci sono sempre da considerare le preoccupazioni causatele dagli altri suoi figli.
In seguito Agnes acquisterà altri nipoti e Pierre, ispirato da alcune riviste, cercherà di fare di lei "un animale sessuale": il pover'uomo si scontrerà con l'energica reazione dell'amata, per la quale il massimo del sexy è un nuovo reggiseno Playtex, e non ci proverà mai più.
Gradualmente i ragazzi sistemano i casini delle rispettive vite, ed è quasi tutto a posto quando Agnes subisce improvvisamente l'ictus che se la porterà via.
Alle tre del pomeriggio del 6 dicembre 1992, a nemmeno cinquant'anni, Agnes Browne muore serenamente nel suo letto d'ospedale, circondata da tutti i suoi cari, per i quali lei era sempre stata la Mamma, così, con la "M" maiuscola.
E circondata dai suoi lettori, che non l'hanno amata di meno.


 

I FIGLI DI AGNES

 

Mark, è il primogenito. Dopo la morte di Rosso, a nemmeno quattordici anni, diventa lui il capofamiglia. Per fortuna di tutti quanti è buono, onesto, tenace e lavoratore.
Con l'aiuto di un mobiliere ebreo che lo prende a benvolere farà carriera e, una volta ereditata l'azienda, saprà farla crescere e prosperare con grande intelligenza.
Sposa la dolce sartina Betty, che gli dà il figlio Aaron. Betty, orfana di padre, era stata accompagnata all'altare da un Pierre grondante di orgoglio.


Frances, detto Frankie. Irrequieto e irresponsabile, prende una brutta strada.
Ancora giovanissimo muore a Londra di fame e di freddo, come un vagabondo. Per sua madre rimarrà comunque e per sempre "il piccolo Frankie", anche se prima di scappare le ha svaligaito l'appartamento.


Dermot e Simon, i gemelli. Il primo ha una certa inclinazione al crimine, ma in modo meno pericoloso e più creativo rispetto a Frankie. Tra alti e bassi si ritroverà con una ex ragazza morta per droga e un figlio (Cormac) da recuperare.
Dermot troverà poi la sua strada come autore di libri per bambini.
Simon invece è molto diverso: balbuziente e introverso, diventa uno stimato inserviente ospedaliero. Mette su famiglia con Fiona, che gli dà il figlio Thomas.


Rory, è gay. Da adolescente rischia di essere ucciso dalla banda naziskin di suo fratello Frankie; poi diventa un bravissimo parrucchiere e intreccia una relazione stabile con l'amico e socio Dino.
Malgrado gli atteggiamenti di Rory ed i suoi abiti (con predilezione per il rosso ciliegia... ), Agnes ignorerà per lungo tempo la reale condizione del figlio. Quando se ne renderà più o meno conto, ci passerà semplicemente sopra.


Cathy, l'unica femmina. Cresce dolce e senza paura, ha i suoi guai scolastici con le suore, poi diventa una bellezza bruna al pari della madre.
Con lieve scandalo dei Browne, sposa un poliziotto, che si rivela infine un marito dannoso e manesco. Cathy lo lascia, prendendo con sè la sua bambina, e in seguito diventa più felicemente la compagna di "Bomba" Bradley, storico amico ed ex complice di bravate di suo fratello Dermot.


Trevor, il più piccolo: all'inizio della storia ha solo tre anni.
Silenzioso ed introverso, manifesta uno straordinario talento per il disegno. Diventa infatti illustratore, fondando poi con la moglie Maria una piccola casa editrice che si avvale della preziosa collaborazione di suo fratello Dermot.
Malgrado nei romanzi, tra una cosa e l'altra, ci sia una certa abbondanza di bellissime storie d'amore, quella di cui sono protagonisti Trevor e Maria è una delle più gentili e poetiche.


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E' difficile dare un'idea esatta di quanto siano belli e divertenti questi romanzi perchè la saga è veramente densa di eventi e di personaggi; si può dire tuttavia che le storie finiscono per essere una riuscita mescolanza di pathos e di umorismo.
Ci si affeziona ai personaggi così come ci si affeziona ai luoghi: il Jarro, Il pub di Foley's, il mercato, la stessa città di Dublino.
L'autore usa storia, fantasia, e persino un pizzico di autobiografia. Nelle sue pagine molteplici sono gli intrecci, gli alti e bassi, le fortunose coincidenze e le strane circolarità: alla fine però i conti tornano perfettamente, escludendo in modo categorico noia o delusione.
E' vero, quella di Agnes Browne potrebbe sembrare in apparenza la tipica vicenda della povera vedova irlandese, cattolica, carica di figli, destinata a combattere con la vita come San Giorgio contro il Drago.
Eppure a me pare che in questi libri ci sia qualcosa di più: un'onestò di cuore e un'amabile scioltezza che fanno di Agnes Browne, dei suoi figli e del loro autore un gruppo interessante di gran bella gente.

LadyJack || 15:09 || lunedì, 19 ottobre 2009
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Harry Potter VI - il film

HARRY POTTER E IL PRINCIPE MEZZOSANGUE ("Harry Potter and The Half Blood Prince"). GB. 2007-2008. Regia di David Yates.

Assieme a "Il Calice di Fuoco", "Il Principe Mezzosangue" è il mio romanzo preferito all'interno dell'intera saga potteriana: ne apprezzo la trama, le sottigliezze nelle quali J.K.Rowling è maestra, e lo trovo insieme drammatico e divertente, la giusta via d'accesso al "gran finale" costituito dal Settimo Volume.
Il relativo film è nettamente inferiore. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma certo non affermerò nemmeno di averlo trovato meraviglioso: troppe le differenze e le omissioni, per poterne restare davvero soddisfatti.
Il romanzo inizia con un tris di episodi il cui tenore spazia dal drammatico all'umoristico, passando per molti particolari che troveranno la loro giusta collocazione nel corso della storia.
C'è innanzitutto il faccia a faccia tra i due Ministri, quello Babbano e quello della Magia, per un aggiornamento sulla difficile situazione: Voldemort è tornato, ormai su questo non è più possibile avere dubbi, e la sua scalata al potere miete vittime e porta distruzione in entrambi i mondi.
Poi c'è Narcissa Malfoy, che assieme alla sempre irosa sorella Bellatrix si reca a casa di Piton per chiedergli di aiutare e proteggere Draco. Il Signore Oscuro intende vendicarsi del fallimento di Lucius (vedi vol. V) affidando a suo figlio un compito apparentemente grondanete di onore, ma in realtà quasi proibitivo per un ragazzino di sedici anni, che rischia dunque di fallire a sua volta, di morire e di rovinare definitivamente l'intera famiglia Malfoy. Anche se Bellatrix stenta a credere ai suoi occhi, Piton promette e si lega a Narcissa con un Voto Infrangibile, la cui rottura implicherebbe la morte.
Infine c'è Silente che va a prendere Harry e lo trascina con sè a casa del professor Lumacorno per convincere quest'ultimo a tornare ad Hogwarts. Il professore è inizialmente riluttante ma la somiglianza di Harry con la madre Lily - che Lumacorno aveva molto amato come sua allieva - risolve la situazione: cosa che del resto Silente aveva perfettamente previsto.
Il film inizia invece con qualche spettacolare distruzione a Londra, dove si trova anche Harry che sta per rimorchiare la cameriera di un bar quando viene distratto dall'arrivo di Silente, in procinto di trascinarlo da Lumacorno.

Poi la storia cinematografica, benchè alquanto sfrondata, segue più o meno quella del romanzo: il sesto anno ad Hogwarts alterna le normali attività scolastiche e sportive a qualche inquietante mistero. Mentre Draco si affanna attorno all'Armadio Svanitore e cerca di eliminare Silente, Harry trova il libro del Principe Mezzosangue e - con grave frustrazione di Hermione - in Pozioni diventa imbattibile.
Tutto intorno c'è un vivace sfarfallio di ormoni, che porta Ron tra le braccia di Lavanda Brown e Ginny tra le braccia di due o tre boyfriends, mentre Hermione ed Harry si sentono molto infelici.
Al termine di un turbine di ricordi recuperati che servono a ricostruire la vita e le imprese di Tom Riddle sino alla sua trasformazione in Lord Voldemort, c'è il drammatico episodio in cima alla Torre: Draco assale il già ferito Silente ma non si risolve ad ucciderlo. Al suo posto lo farà il tetro Piton.
Il film si conclude poi, come il libro, con Harry che decide di non tornare ad Hogwarts per il suo ultimo anno: si dedicherà piuttosto al difficile compito che gli ha affidato Silente, la ricerca degli Horcrux. Hermione e Ron, naturalmente, non lo lasceranno solo.
Pare che questo finale sospeso in generale non abbia incontrato il favore degli spettatori in sala, ma direi che si tratta di un momento ragionevole, dal punto di vista narrativo, non privo di una buona intensità.
A mio giudizio, sono ben altri i particolari discutibili del film, in primis la quasi totale eliminazione di quel tipico sense of humour che a J.K.Rowling serve sempre per ammorbidire - senza annullarli - molti dei momenti più difficili e drammatici.
In parte ciò deriva dalla compressione della storia e dalla riduzione dei personaggi, alcuni dei quali somigliano ben poco a se stessi: nel film solo Ron mantiene intatto il suo lato leggero (e Rupert Grimes potrebbe diventare un buon interprete di commedie), mentre personaggi come Silente, Lumacorno o i Wesley lo perdono quasi interamente.
In un paio d'ore c'è posto solo per i fatti più rilevanti, e questa storia di fatti rilevanti ne contiene parecchi. Così il film, con atmosfere cupe e colori lividi che inducono a chiedersi perchè mai il tutto non sia stato semplicemente girato in b/n, si concentra piuttosto sul lato drammatico: e si concentra così intensamente, che alla fine è difficile credere che narrativamente sia passato tanto tempo. Draco ad esempio, impegnato nell'ardua impresa di riparare l'Armadio e di sembrare un accettabile Mangiamorte, non dimostra certo lo sforzo di lunghi mesi di tentativi: ogni tanto è lì che ci prova, e alla fine ci riesce. Però mancano del tutto il sudore e lo stress provocati dall'incertezza e dalla durezza di un compito da affrontare giorno dopo giorno come obbligo mortale, senza poter fallire.
Senza contare poi che l'Armadio stesso "cade" un po' dal nulla; nei romanzi c'è un precedente che ne spiega le caratteristiche e l'uso che i Mangiamorte decidono di farne (cfr. vol. V), nel film c'è e basta.
Allo stesso modo, altri particolari vengono fortemente ridimensionati nel passaggio dalla la pagina scritta allo schermo: moltissimi dei ricordi sull'infanzia e la famiglia di Voldemort scompaiono, anche se nel romanzo costituiscono la parte forse più bella e significativa; è del tutto assente il peso dell'interazione malvagia che invade il mondo babbano, e non venitemi a dire che basta distruggere il Millennium Bridge per rappresentarlo (tra l'altro quel ponte non esisteva ancora al tempo degli eventi romanzeschi - anno '96); nè Silente nè Harry affrontano tutte le sofferenze e i dubbi del caso, Hermione è troppo marginale, e relativamente a Piton, non viene nemmeno giustificato il fatto che sia lui, il Principe Mezzosangue: la cosa viene affermata ma senza spiegazioni.
Il film insomma, benchè più che sufficiente dal punto di vista spettacolare ed interpretativo, inaridisce la storia originale, e ottiene il medesimo effetto dei precedenti: lo si può vedere - forse addirittura gustare ed apprezzare - se non si ha voglia di leggere il romanzo; una volta letto il romanzo, invece, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.

- Divenuta più adulta, la voce italiana di Harry Potter (Alessio Puccio) mi piace maggiormente, anche se quella originale di Daniel Radcliffe possiede un'intensità soffice che le è superiore.

LadyJack || 18:21 || giovedì, 15 ottobre 2009
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Stricnina e Vecchi Merletti

IL TE' DELLE TRE VECCHIE SIGNORE ("Der Tee der drei alten Damen", 1941), di Friedrich Glauser [ Sellerio ed., 1985, 2009; trad. di Gabriella de' Grandi ]

Di Glauser ho già avuto modo di apprezzare alcuni romanzi dedicati alle avventure del suo investigatore ricorrente, il sergente Studer
(recensione  : booksnotes.splinder.com/post/18432153/Niente+orologi+n%C3%A8+cioccolato. ) ; di questo romanzo invece avevo solo sentito parlare, ma ovviamente mi incuriosiva.
Friedrich Glauser è uno degli autori che all'inizio del secolo scorso, quando il romanzo poliziesco nato a fine '800 iniziò a svilupparsi e a differenziarsi in innumerevoli filoni, scelse di opporsi al giallo classico, razionale e in fondo schematico, il giallo in cui lo scioglimento dell'enigma è spesso più importante dello svolgimento narrativo: egli preferì scrivere romanzi polizieschi che fossero anche un mezzo di interpretazione della realtà e che offrissero al lettore "meditazione e riflessione durante la lettura".
Uno dei suoi personaggi dice ad un certo punto: "Non sottovalutate il racconto poliziesco: oggi è l'unico mezzo per diffondere idee ragionevoli". Glauser dunque non disprezzava il genere in quanto tale, era anzi piuttosto propenso ad omaggiare le tradizione se lo riteneva opportuno, tanto che all'occhi dell'appassinato i suoi romanzi contengono numerose citazioni "holmesiane" più o meno palesi.
Ciò che Glauser disprezzava era soltanto la degenerazione e la banalizzazione di un filone letterario divenuto ormai sin troppo popolare e manieristico.
Per fortuna l'autore era dotato anche di un certo senso dell'umorismo, tanto che ne "Il te' delle tre vecchie signore" uno dei personaggi femminili - che pure è una scienziata, ovvero una persona cosiddetta seria - divora appassionatamente quella stessa letteratura popolare ed ha spesso sottomano un romanzo di Fantomas o di Arsenio Lupin. Ma a posteriori non si può fare a meno di valutare assai positivamente l'intelligente lungimiranza di Glauser, quello stesso gusto per il delitto "significativo" che nel corso del Novecento ha prodotto tra gli altri i romanzi di Simenon o "Il Nome della Rosa" di Umberto Eco (per limitarsi ad un paio di citazioni).
In ogni caso pare che "Il te' delle tre vecchie signore" sia un romanzo abbastanza particolare all'interno dell'intera produzione glauseriana: è l'unico che raccoglie in sè elementi polizieschi veri e propri (una serie di delitti corredati da altri crimini, con relativa indagine), elementi autobiografici (il disagio mentale e i trattamenti psichiatrici che lo stesso autore sperimentò nel corso di una vita difficile) e infine elemnti apparentemente soprannaturali (lo spiritismo fu uno dei suoi grandi interessi).
L'unione e l'interazione di tutti questi elementi producono alla fine un romanzo bello e complesso, dalla trama  a tratti un po' oscura e delirante ma sempre giustificata... benchè - ammettiamolo! - in grado di sconcertare i suoi stessi personaggi.
Uno dei più importanti - il giovane Cyrill Simpson O'Key, giornalista del "Globe" e agente dell'Intelligence Service britannico - ad un certo punto riassume così il caso nel quale si è ritovato invischiato: "Un uomo peraltro tranquillo, corretto fino all'eccesso, si spoglia in piena notte su una pubblica piazza e muore. Un farmacista, che gode pessima fama di spacciatore di droghe, viene trovato privo di sensi nel suo negozio dopo una notte di frastuono e canti liturgici, e muore all'ospedale. Un professore che in passato si occupava di fenomeni occulti, ed è morfinomane, conosce questi due. Poi dal farmacista trovo il frammento di una ricetta, balsamo di strega, e una moneta che non lascia dubbi sull'esistenza di una setta gnostica...".
Poco più avanti lo stesso O'Key domanda, lievemente ironico (ma non troppo): "La prego, consigliere, mi spieghi come pensa di conciliare giacimenti petroliferi indiani, missionari americani nelle vesti di delegati della Standard Oil, agenti segreti dei soviet, gnosi basilidiane, erbe velenose, ricette della strega, maharaja indiani, psicologi che fanno esperimenti su materiale umano, psichiatri scomparsi, uomini innocui ricoverati per improvvisa pazzia, il Maestro dei cieli dorati col volto di legno, cartelle rubate e ritrovate, e per finire vecchie signore che bevono il te'!".
Sembra di essere all'interno di "Alice in Wonderland" e per dirla tutta, l'elenco delle cose improbabili potrebbe essere ben più lungo: ad esempio ci sarebbe da considerare anche un maggiordomo che in realtà è un colonnello dell'Intelligence Service, e una grassa governante capace di evocare sciami di vespe e calabroni...
Tuttavia è vero che la storia - ambientata nella Ginevra dell'omonimo lago e della Società delle Nazioni - inizia con una strana morte: un giovane e compassato segretario britannico si spoglia e collassa in presenza di un poliziotto; in seguito muotre all'ospadale e si scopre che è stato avvelenato.
Di lì prende le mosse una complicatissima vicenda che riguarda in parte gli interessi politico-commerciali delle colonie indiane, e in parte un'astrusa rete di inganni e ricatti.
A completare il quadro, agenti segreti non necessariamente fedeli alla causa, avvocati e medici ebrei, ambiziosi funzionari con equivoche mogli e - dulcis in fundo - alcune storie sentimentali, un paio delle quali finiscono addirittura felicemente.
Il tutto espresso con stile articolato eppure fluido, intelligente e non di rado ricco di umorismo.
Superfluo aggiungere che il romanzo è vivamente consigliato, specialmente a quel tipo di lettori che non si lasciano spaventare da un po' di eccentrico caos.

"Oggigiorno vige ovunque il principio:
perchè semplificare le cose se vanno
bene anche complicate?"

- consigliere di Stato, signor Martinet -

LadyJack || 11:03 || lunedì, 12 ottobre 2009
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Questa fiction, per me, N. 1!!!!



Ne ho già parlato nell'altro blog effeciblog.splinder.com/post/21348761/Coliandro%2C+mio+idolo%21 e non mi stanco di guardare le scene più divertenti su You Tube. Coliandro forever!

ArchieGoodwin || 19:44 || domenica, 11 ottobre 2009
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NERO WOLFE E SUA FIGLIA ("Over my dead body" - 1939) by REX STOUT

I Classici del Giallo Mondadori n. 1219 del 7/5/2009 - Trad. Alfredo Pitta.

Attenzione: spoilers.

Di sicuro Archie Goodwin non si sarebbe mai aspettato di venire a sapere che il suo geniale signore avesse una figlia, ancorché adottiva.
E certamente Nero Wolfe non avrebbe immaginato che una storia di furti di gioielli e delitti avrebbe coinvolto la sua vita privata, riportandolo indietro nel tempo, quando era un giovane (magro!) combattente idealista in
Montenegro.
Il placido ritmo quotidiano del nostro investigatore preferito viene interrotto dall'arrivo della misteriosa Carla Lovchen, dall'accento straniero, che si comporta in modo strano, lasciando un documento tra le pagine di un volume della biblioteca di Nero Wolfe, per indurlo ad aiutarla a scagionare un'amica finita in un pasticcio. Carla e la sua altezzosa compagna di avventura, Neya Tormic, sono da poco negli Stati Uniti e lavorano come insegnanti di scherma e di danza nella scuola del signor Miltan. Secondo le allusioni di Carla Lovchen, Neya sarebbe la figlia adottiva di Nero Wolfe, ora accusata di avere rubato alcuni diamanti dalla tasca della giacca di un cliente, mentre questa era appesa nello spogliatoio durante una lezione di scherma. Che poi si trattasse di un equivoco e che le preziose pietre, in realtà, si trovassero al sicuro e non ci fosse stato alcun furto passa in secondo piano quando uno degli allievi della scuola di scherma viene trovato morto, trafitto da una punta acuminata, chiamata "col de mort", utilizzata per rendere fatale un fioretto.
Neya finisce fra i sospettati, ma i possibili assassini sono più di uno.
L'ispettore Cramer ha le mani legate, perché nella faccenda intervengono imperscrutabili relazioni internazionali, veti diplomatici ed intrighi politici, per cui non gli resta che affidarsi all'acume di Nero Wolfe, che delle dinamiche bosniache e montenegrine si intende parecchio.
Archie, come sempre, si distingue per prontezza mentale e senso dell'umorismo, facendosi anche grasse risate per l'insolita situazione in cui si trova il ciccione del suo cuore. Nero Wolfe, alle prese con i ricordi del suo passato, è un po' più umano e vulnerabile, ma non perde comunque la padronanza delle proprie meningi e gestisce l'indagine con la consueta maestria, riuscendo persino a difendersi da un attacco fisico con impensabile prontezza ed agilità per un uomo della sua mole. La scena finale è memorabile, nella sua macabra ironia.



La penna di Rex Stout, a mio parere, non ha paragoni nel giallo classico.

ArchieGoodwin || 19:14 || domenica, 11 ottobre 2009
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Namaste, Sahib!

Nella categoria : giallo contemporaneo - Permalink

C'era una volta il giallo classico, per lo più inglese, al quale ad un certo punto si affiancò quello americano. Ora in pratica tutti quanti scrivono gialli e il genere - almeno per ciò che riguarda l'ambientazione - ha assunto una connotazione etnica alquanto variegata.
Lasciando da parte i gialli italiani, che spesso presentano a loro volta connotazioni regionali e per i quali bisognerebbe fare un lungo discorso, possiamo citare alcuni dei casi più noti.
Ci sono innanzitutto i gialli nordici (Henning Mankell, Anne Holt, Stieg Larsson) che concorrono a dimostrare quanto sia ormai sorpassata l'idea di una Scandinavia paradisiaca ed esente dal crimine.
Ci sono i gialli spagnoli di Alicia Giménez-Bartlett, che mostrano un'Iberia da cronaca nera all'altezza del resto dell'Europa.
Ci sono i gialli greci di Petros Markaris, dove le atmosfere fanno ancora i conti con la mai troppo lontana epoca della Dittatura.
Ci sono i gialli africani di Alexander McCall Smith, dove il Botswana e l'amabile signora Precious Ramotswe - titolare della prima e unica Agenzia investigativa femminile del Continente - riconciliano con il lato più umano della vita.
Perchè dunque stupirsi se alla fine sono arrivati anche i gialli indiani di Tarquin Hall, dove l'antica saggezza è più che disposta a fondersi con la piena modernità.

"Compiere il proprio dovere deve imporsi
sopra ogni altra impresa, sia essa
spirituale o materiale"

- Krishna ad Arjuna, prima della
battaglia di Kurukshetra -


VISH PURI e il caso della domestica scomparsa ("The Case of the Missing Servant", 2009), di Tarquin Hall [ Mondadori ed., 2009; trad. di Anna Luisa Zazo ]

Vish Puri è un cinquantunenne indiano, gli piace il cibo, specialemnte se piccante, ha qualche eccentricità nel vestire. E' felicemente sposato ed ha tre figlie. Vive nella moderna India, un Paese che affronta il proprio progresso e ne soffre gli eccessi, tuttavia è ancora legato alle migliori tradizioni del passato. E' un indù razionale e benestante. E' soprattutto il fondatore e Boss assoluto della miglior Agenzia investigativa di tutta l'India: lo dice lui con orgoglio, ma nell'affermazione c'è molto di vero. La "Detective Privatissimi Ltd" è un'organizzazione efficiente e assolutamente discreta che si serve tanto della più avanzata tecnologia quanto della più profonda intelligenza.
Figlio di un poliziotto ormai defunto, Vish Puri vive l'investigazione come dharma, come retta via: il suo contributo ad un mondo migliore perchè scoprire la verità implica sempre un ritorno - magari doloroso ma necessario - all'equilibrio.
Non gli si parli però di Sherlock Holmes. Vish Puri si sente infinitamente superiore ad un personaggio inventato (sic!) che per di più sfoggiava tecniche investigative che la tradizione indiana conosceva già da millenni... persino le sue considerazioni sulle ceneri, in India erano già state fatte qualche secolo prima dell'Ottocento.
Il guru di Vish è infatti Chanakya, un saggio del IV secolo a.C., autore del mitico "Arthashastra", un trattato rivolto ai governanti ma già contenente i principi di quello che in seguito sarebbe stato definito metodo deduttivo.
L'Agenzia di Vish ha un'interessante specializzazione: si occupa di investigare sui futuri sposi in occasione di matrimoni combinati.
Il matrimonio combinato è ancora un'istituzione nel Paese: sposarsi è una cosa troppo importante perchè la faccenda possa essere lasciata nelle mani di ragazzi inesperti. Ma se un tempo le grandi famiglie si conoscevano tutte o erano comunque in grado di stabilire dei legami, la modernità è ora un ostacolo: nessuno conosce più nessuno e il marito per una figlia nubile lo si cerca mettendo magari un annuncio su Internet.
All'esigenza di sapere risponde allora Vish Puri, che va di volta in volta a verificare se il futuro sposo è ciò che dice di essere, se ha studiato dove sostiene, se ha o meno vizi e amichette. Insomma, si tratta di verificare se il fidanzato ha probabilità di trasformarsi in un marito decente, anzichè essere un uomo pronto a sparire con la dote il giorno successivo alle nozze.
Non sembri poco, perchè alcune delle investigazioni si rivelano davvero delicate e complesse!
Tuttavia un giorno si presenta a Vish un cliente con un problema del tutto inedito, che impegnerà l'Agenzia in nuove direzioni.
Il signor Ajay Kasliwal è un avvocato: benestante, socialmente e politicamente impeganto, noto per la sua rara onestà. Ora però sta per essere accusato dell'omicidio di una ragazza che lavorava come domestica in casa sua; manca il corpo, la ragazza è effettivamente scomparsa in circostanze poco chiare e Kasliwal pensa che il tutto possa essere una mossa dei suoi nemici per toglierlo di mezzo.
Il caso si presenta difficile perchè della ragazza non si sa quasi nulla, a parte il fatto che era un'indigena delle colline, cristiana, di nome Mary. Di lei non esistono foto o registrazioni ufficiali, nè informazioni utili: Mary faceva la cameriera, una notte è scomparsa senza nemmeno ritirare l'ultima paga, e questo è tutto.
Vish Puri si mette al lavoro, assieme ai suoi aiutanti dai bizzarri soprannomi: Freno A Mano, ex taxista ed ora autista ufficiale, frustratissimo dal non poter più infrangere il codice stradale come tutti gli altri; Sciacquone, l'esperto di tecnologia, che deve il nomignolo al fatto che la sua casa è stata una delle prime in cui l'utile "strumento" è stato installato; e Crema Da Viso, la bella e opulenta ex simpatizzante maoista, ora esperta di travestimenti e infiltrazioni.
Quest'ultima, sotto il falso nome di Seema, si fa assumere come domestica in casa Kasliwal, al posto della scomparsa Mary. Gli altri seguono tracce diverse.
La situazione peggiora nettamente quando viene individuato un cadavere che potrebbe essere quello di Mary: si tratta di una ragazza giovane che prima di essere uccisa è stata violentata. Il corpo però, che era privo delle mani, è ormai stato cremato e l'unico allegato al referto autoptico è una fotografia sgranata in base alla quale nessuno si sente in grado di fare un riconoscimento sicuro.
L'accusa tuttavia sostiene fermamente che si tratta di Mary: Kasliwal infatti viene accusato di omicidio.
Per quanto difficile sia la situazione, Vish e i suoi, con tenacia e pazienza, riescono tuttavia a ricostruire una storia molto diversa: ugualmente dolorosa per i Kasliwal, ma almeno in grado di scagionare Ajay dalla pesante accusa. In effetti Mary è ancora viva, viene rintracciata e sarà lei stessa a riempire i pochi vuoti ancora rimasti nella ricostruzione dei fatti.
Portata felicemente a termine l'ennesima indagine, Vish Puri può dedicarsi a festeggiare con la sua famiglia l'atteso Diwali, la Festa delle Luci (una sorta di Capodanno, con pantagrueliche mangiate e fuochi artificiali).
Orgoglioso ed egocentrico com'è, non saprà mai che mentre lui si occupava di Mary e dei Kasliwal, la sua energica mammina in combutta con il vecchio amico d'infanzia Rinku Kohli - ora intrallazzatore mafioso - lo ha liberato dal rischio di essere ucciso da uno dei suoi tanti nemici.

- Il romanzo costituisce una piacevolissima lettura, anche se non è privo di qualche difetto. La trama gialla ad esempio non è impossibile da penetrare e un lettore che ne abbia voglia può ricostruire da sè le probabili cause e circostanze della scomparsa di Mary. Il personaggio di Vish Puri inoltre, benchè ambisca ad essere originale, non può fare a meno di portarsi dietro tutta una serie di omaggi alla tradizione (le eccentricità, il narcisismo, e persino i rigogliosi e curatissimi baffoni); tuttavia è anche un personaggio coerente e ben costruito, che nella storia occupa lo spazio più giusto.
Ma la cosa migliore del romanzo, quella che senz'altro mi è piaciuta di più, è l'ambientazione: non tanto perchè si tratta di un'ambientazione esotica, dislocata su lontani scenari orientali, bensì per il modo normale e tranquillo con il quale il tutto viene presentato.
L'India che compare nel romanzo non è fiabesca nè interamente realistica: è una sorta di ricostruzione mentale che parte dalla tradizione e dalla realtà. Il Paese è caotico eppure vitale, ancorato alla Storia ma irrimediabilmente trascinato dal progresso, e quindi soggetto ai suoi sviluppi negativi: l'edilizia selvaggia, il traffico incredibile, la criminalità, il crescente divario tra i ricchi e i poveri. Ci sono campi da golf e fogne a cielo aperto, c'è chi può permettersi l'aperitivo al Club e chi chiede l'elemosina coperto di stracci. C'è corruzione in alcuni e perdurante devozione in altri. C'è un sistema giudiziario farraginoso, burocratizzato e labirintico a petto del quale persino il sistema giudiziario italiano acquista fama di snellezza e rapidità.
C'è un'umanità variegata e interessante, e la cosa migliore che l'autore sia riuscito a fare è l'aver assolutamente evitato di cadere in un trito folklore.

LadyJack || 16:56 || venerdì, 09 ottobre 2009
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