L'arte fina di gettare le reti

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LA RIZZAGLIATA, di Andrea Camilleri [ Sellerio ed., 2009 ]

Questa volta Andrea Camilleri accentua il proprio realismo narrativo e dà vita ad un romanzo bello e deprimente, nel quale la cronaca più nera si sposa perfettamente ad un'immaginazione che poi tanto fantastica non è.
L'autore rinuncia persino alla consueta ambientazione vigatese per spostare l'azione a Palermo: anche questo particolare, a mio giudizio, ha un suo preciso significato.
La storia prende l'avvio attorno ad un fatto di cronaca nera: l'omicidio di una giovane studentessa, probabilmente uccisa dal fidanzato geloso e possessivo. Se durante la lettura la vicenda vi ricorda l'omicidio di Garlasco, la vostra memoria funziona: mutatis mutandis il riferimento è quello, anche se poi il tutto viene contestualizzato in maniera differente.
Il nodo principale della questione, i cui confini eccedono ben presto quelli della pura cronaca e persino quelli della morbosa attenzione mediatica, è identificabile nel "sottotesto" politico: la vittima, Amalia Sacerdote, era figlia di Antonio Sacerdote, segretario capo dell'assemblea regionale siciliana e fratello di un noto mafioso; il fidanzato, Manlio Caputo, è invece figlio di Ignazio Caputo, uomo politico di grande peso nell'Isola, proprietario terriero a sua volta immanicato (ma sono solo voci... ) con mafiosi e latitanti. Sacerdote e Caputo, ovviamente, si collocano da avversari ideali su opposte sponde politiche.
Le prove contro Manlio Caputo, che nel frattempo è stato raggiunto da un avviso di garanzia, sono piuttosto leggere e non certo decisive: tutto dipende da dichiarazioni contrastanti di presunti testimoni e dall'interpretazione che gli inquirenti decideranno di applicare al caso.
Si tratta insomma di verificare come e sino a che punto le pressioni sul giovane sospetto possano essere indirettamente usate per colpire il suo potente genitore: da un lato si collocano tutti coloro che senz'altro proveranno il colpo, dall'altro tutti coloro che vorranno cercare di stornarlo. Gli uni e gli altri pronti ad entrare in azione, ma solo nella maniera più tacita e indiretta: niente compromissioni personali, tutto apparentemente alla luce del sole e sotto l'egida della Giustizia... e se c'è da sacrificare qualche pedina, ciò accadrà nell'ombra, con ben poco scramazzo.
Come avviene ad un certo punto per Gabriele Lamantia, sedicente giornalista ed effettivo informatore delle varie parti in causa, che per aver cercato di essere troppo astuto guadagna una rapida sparizione senza ritorno; invano la polizia indagherà sulla sua scomparsa, benchè essa risulti veramente "misteriosa" solo per chi sia rimasto all'oscuro dei fatti e del loro riverbero.
In ogni caso - questo bisogna ammetterlo - i fatti sono tutt'altro che chiari e semplici: costituiscono anzi un intricatissimo groviglio all'interno del quale persino il protagonista Michele Caruso, che pure è a suo modo un bravo picciotto, è costretto a muoversi accorto e leggero, sempre pronto a schivare insidie più sottintese che palesi.
Michele Caruso è il direttore della testata Rai regionale, quindi la sua responsabilità si concentra tutta sul "COME" e sul "SE" dare al pubblico televisivo certe notizie.
Michele però è anche genero del senatore Gaetano Stella, che alla fin fine si palesa come regista dell'intera vicenda, quindi il suo coinvolgimento - malgrado la separazione dalla moglie Giulia - assume anche una colorazione assai personale. Il povero Michele, che oltretutto possiede una vita ulteriormente complicata da frequentazioni e rapporti variamente rischiosi (un'amante fedifraga, il nuovo compagno della moglie che è anche avvocato di una delle parti in causa... ), si ritrova catapultato in una situazione complicata nella quale i suoi doveri professionali sfumano, collidono o al contrario risultano identificabili con i suoi obblighi di fedeltà e moralità.
Intendiamoci: Michele non è un santo e non è nemmeno un illuso. E' un uomo pieno di sofferenze private, ma per ciò che riguarda il suo ruolo pubblico, per lui la strada da seguire è una soltanto: quella dell'opportunità e dell'aggiramento.
Non si può chiedere a nessuno di essere un eroe per forza, e Michele non ne ha la vocazione. Tuttavia non lo si può sbrigativamente bollare come personaggio negativo, perchè alla fin fine Michele è semplicemente un uomo abbastanza intelligente da aver capito ciò che bisogna o non bisogna fare per restare a galla nel modo migliore. Da condannare sono semmai le acque in cui lui, come tanti, rimane immerso: quel panorama tutto italico e ormai storicamente radicato, fatto di poteri occulti, accordi e disaccordi politici tresversali, perversione delle normali regole del vivere cosiddetto civile. Il tutto - come se non bastasse! - espresso in linguaggi altrettanto oscuri e pervertiti, dove spesso la parola è segno del proprio contrario e dove è tanto necessario saper ascoltare i silenzi quanto cogliere velocemente il non detto o il sottinteso.
Ossequi alla distorsione, insomma, e non mi pare una gran bella vita.
La vicenda infine si chiude così come era previsto: attraverso scambi incrociati di favori e applicazione di tacite minacce, sino a favorire chi doveva essere favorito, dopo aver tolto di mezzo gli ostacoli più fastidiosi.
Persino l'omicidio di Amalia viene risolto identificando un colpevole di comodo, che altrettanto comodamente si "suicida" prima dell'arresto: chi sia stato il vero assassino, ad un certo punto non interessa più a nessuno perchè il cadavere in sè ha ormai esaurito la propria utilità.
Non ci sono ragioni, in questa storia, tranne quelle legate all'interesse; non ci sono sentimenti autentici, nemmeno quelli suscitati da una giovane vita spenta dall'egoismo.
La parte più umana, in definitiva, risulta così quella relativa ai problemi famigliari di Michele, che ancora innamorato della moglie malgrado l'abbandono di lei, alla fine scopre che anche per Giulia l'amore è tutt'altro che morto. I due tornano insieme e ben presto avranno anche un bambino, per la gioia del senatore-padrino Gaetano Stella che si commuove all'idea di diventare nonno.
Ennesima soddisfazione nella sua vita di appagato settantenne, dopo quella di aver saputo orchestrare ben bene 'na bella rizzagliata: la pesca sorniona che ha fruttato un così pingue bottino.



CURIOSITA': Ancor prima che in Italia il romanzo è stato pubblicato in Spagna con il titolo "La Muerte de Amalia Sacerdote".

LadyJack || 15:50 || sabato, 07 novembre 2009
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I romanzi di Montalbano / 2

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IL CANE DI TERRACOTTA, di Andrea Camilleri [ Sellerio ed., 1996 ]

Secondo romanzo dedicato dall'autore siciliano al suo ormai notissimo personaggio. Non è certo la prima volta che lo leggo (e nemmeno la seconda... o la decima), ma ho deciso che lentamente andrò a riprendere e a recensire tutti i romanzi della serie: lavoro lungo, giustificato però dall'immutabile piacere con il quale possono essere lette - e rilette - le opere di Camilleri. Lo stesso principio non vale invece per gli sceneggiati: belli sì, ma visti una volta o due, li si può accantonare.


TRAMA: Un pericoloso latitante, Gaetano Bennici detto Tano "u grecu", stanco e malato, decide di consegnarsi alla giustizia: o meglio, decide di farsi arrestare, per salvare la faccia.
Prende così contatto con il commissario Montalbano, "uno che le cose le capisce", ed è quindi la persona più indicata per organizzare un po' di onesto "tiatro".
L'operazione riesce a meraviglia e l'arresto di Tano u grecu diventa in breve il fiore all'occhiello dell'Antimafia e della Procura di Palermo, tanto che Montalbano comincia seriamente a preoccuparsi di poter essere promosso vicequestore, cosa che lo terrorizza perchè comporterebbe l'abbandono di quel tipo di vita su misura che con fatica è andato ritagliandosi negli anni (già l'egocentrismo di Montalbano si appresta a diventare leggendario... ).
Di lì a poco però il commissario avrà ben altro di cui preoccuparsi: Tano deve essere punito per l'affronto fatto all'Organizzazione e durante un trasferimento viene ferito a morte. Prima di spirare in ospedale, in un ultimo colloquio con Montalbano, riesce a vendicarsi rivelando l'ubicazione di un deposito di armi della mafia di enormi proporzioni.
Le conseguenze negative dell'arresto però si allargano a macchia d'olio, inoltre i trafficanti d'armi, finiti nel mirino del commissariato, devono tutelarsi al meglio. Iniziano a farne le spese tutti coloro che in qualche modo sono stati coinvolti nell'operazione, e ad un certo punto cadono in un agguato anche lo stesso Montalbano e il suo amico Gegè (già incontrato nel romanzo precedente), l'informatore che era stato il collegamento originario con Tano. Gegè muore sul colpo, Montalbano rimane ferito in modo molto grave: riesce ugualmente a rispondere al fuoco che lo ha falciato e ad uccidere uno degli aggressori, poi però entra nel buio.
Si risveglia in ospedale circondato dalle sue donne affrante: Livia, Ingrid e Anna (in un'inedita composizione del tipo le "Tre Marie"). In seguito saprà che Catarella gli ha donato il sangue, ma inizierà soprattutto a preoccuparsi di dover mangiare in bianco per il resto della vita... cosa che poi invece gli sarà risparmiata.
Montalbano comunque se la cava: la ripresa è lenta ma sicura e alla fin fine la convalescenza gli sarà molto utile per dedicarsi a cose che altrimenti avrebbe dovuto fare con difficoltà. Va in vacanza assieme a Livia, che con grande disperazione di Adelina è rimasta per un po' in Sicilia, ma soprattutto dà vita a quella che in seguito sarà nota come l'indagine "del cane di terracotta".
Nella grotta che fungeva da deposito per le armi di contrabbando era stata fatta un'altra interessante scoperta: l'esistenza di una seconda grotta dall'ingresso murato, nella quale riposavano i corpi mummificati di un ragazzo e di una ragazza abbracciati.
Circondati da strani oggetti, tra cui un cane di terracotta a grandezza naturale, i cadaveri mostravano segni di violenza: un omicidio commesso cinquant'anni prima però - perchè di questo si tratta - non riveste grande interesse; solo qualche giornale ci ricama sopra, sfornando storie romantiche quanto improbabili. 
Montalbano invece è di diverso avviso: la cosa lo affascina, lo inquieta, lo incuriosisce e in sostanza attrae quelle parti della sua mente e del suo carattere che appartengono sì ad  uno sbirro, ma ad uno sbirro la cui abile intelligenza preferisce in genere esercitarsi ai margini, anzichè al centro.
L'indagine diventa una sorta di ossessione. Si tratta tra l'altro di un'impresa difficile perchè il tempo trascorso ha cancellato molte tracce: lo stesso assassino, se mai fosse ancora vivo, sarebbe solo un vecchio rudere.
E' qui comunque che il romanzo trova la propria inusuale bellezza, perchè l'unico modo per risolvere il caso consiste nell'usare la fortuna e la memoria: la prima in effetti non viene a mancare e una serie di circostanze favorevoli e di coincidenze aiutano molto. Ma è con il recupero della seconda che si ottengono poi i risultati migliori: soccorso dai ricordi - e dalle nostalgie - di un gruppo di ormai anziani signori, Montalbano riesce gradualmente a scoprire tutto ciò che gli occorre.
Dà vita a quella che lui stesso definisce "un'indagine in pantofole", fatta di lunghi e meditativi colloqui, ricerca di foto e vecchi diari, recupero di ricordi non propriamente felici. Ritorna idealmente agli ultimi anni di guerra, ai bombardamenti che avevano quaisi spopolato Vigata, allo sbarco alleato nell'Isola, e ad una tragica storia d'amore che malgrado il suono gentile dei nomignoli di alcuni protagonisti (Lillo, Lisetta) è una storia di violenza privata all'interno di quella più grande violenza che era stata la guerra.
Montalbano identifica i corpi nella grotta e ricostruisce la loro vita. Poi, usando la fantasia - che certo non gli manca! - nonchè cinque milioni delle vecchie lire tratte dai suoi personali risparmi, riesce anche a far uscire allo scoperto il responsabile dell'occultamento: non l'assassino, bensì colui che aveva compiuto un delirante atto d'amore.
Un altro anziano signore, che in un lungo e faticoso faccia a faccia rivelerà infine le poche cose che Montalbano non avesse giò scoperto o dedotto.
Il romanzo può così chiudersi dolcemente, nella pace un po' stanca che i suoi personaggi stemperano nel sonno.

- Malgrado sia stato pubblicato più di dieci anni fa, è interessante notare come il romanzo, per ciò che riguarda lo sfondo, sembri scritto oggi o ieri: la disastrosa e scoraggiante situazione politica, il becerume dei mass media, sono gli stessi da cui ancora ci troviamo circondati.
Le differenze riguardano piuttosto altri elementi della narrazione: personaggi di cui poi si perderanno le tracce (Anna Ferrero) o personaggi che cambieranno nel tempo (qui Catarella è solo un poliziotto raccomandato e coglione, non ancora "l'angilu 'nnucenti" del futuro). Il commissariato di Vigata invece è già un'entità plasmata ad immagine e somiglianza di Montalbano, e così rimarrà anche in seguito. Montalbano e Mimì sono già legati da un saldo vincolo di fratellanza e antagonismo; Montalbano e Fazio già sono più che amici e colleghi. Livia già posside la sua stressante capacità dialettica, ma ancora non è stata inasprita dai dolorosi eventi relativi alla maternità frustrata: lei e il commissario progettano addirittura di sposarsi, ma se lo dicono così, senza una profonda convinzione e tuttavia senza ansia o sofferenza.
Nella storia c'è ancora il vecchio questore, persona dignitosa e onesta che Montalbano stima immensamente, e c'è ancora Jacomuzzi, l'ineffabile capo della Scientifica con un debole per le pubbliche relazioni: in seguito entrambi i personaggi verranno sostituiti, e il cambiamento non sarà per il meglio.
Soprattutto poi c'è Montalbano, già fortemente caratterizzato in un modo che non incontrerà contraddizioni, bensì ulteriori conferme.
Svariando tra il drammatico e il suo contrario (il finto arresto di Tano è un pezzo di irresistibile comicità) il romanzo risulta alla fine abbastanza singolare.
Romanzo più poetico che giallo, si potrebbe dire, non fosse per il fatto che Camilleri si sottrae a qualunque tipo di rigida classificazione.
Romanzo di memoria, e questo lo si può sostenere più tranquillamente: perchè la MEMORIA, sia essa storica e nazionale o privata e personale, è per Camilleri uno dei pochi autentici valori da preservare con feroce determinazione.


LadyJack || 17:43 || venerdì, 11 settembre 2009
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Da Vigata a Caporetto... e oltre

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LA TRIPLA VITA DI MICHELE SPARACINO, di andrea Camilleri [ Rizzoli ed., 2009 ]

Sarà l'urgenza data dall'età, sarà la potenza di un'ispirazione apparentemente inesauribile, ma ormai Camilleri ci ha abituato ad uscite editoriali frequentissime che rendono perfettamente plausibile ciò che già sappiamo accadrà dopo la sua scomparsa: l'uscita di almeno un romanzo postumo, l'ultimo di Montalbano.
Il grande vecchio però si scoccia da matti a scrivere soltanto le storie del commissario: lo dice apertamente e lo dimostra con il resto dei suoi lavori, romanzi storici che continuano a girare attorno a Vigata, ma anche romanzi del tutto diversi, al limite della provocazione sperimentale, come "Un sabato, con gli amici".
Personalmente non ho difficoltà ad ammettere che i miei romanzi preferiti sono quelli con Montalbano; parimenti però ammetto che Camilleri ha diritto di usare come meglio crede o sente quella libertà che - di nuovo lo afferma lui stesso - è uno dei frutti migliori del suo successo.
La popolarità gli permette di pubblicare anche cose non recenti, scritte in passato più per se stesso che per altri: è il caso de "La tripla vita di Michele Sparacino", uno di tredici racconti realizzati da Camilleri solo come sfogo personale alla propria creatività, senza preoccupazioni editoriali di alcun tipo.
Il risultato comunque non è certo inferiore al solito, e forse l'unico rimpianto da parte del lettore è che il racconto sia così corto.

La trama della storia può essere narrata in breve, la densità dei significati invece è un po' più articolata.
Nel 1898, non si sa bene se il 3 oppure il 4 gennaio, nasce a vigata Michele Sparacino, ultimo figlio in una numerosa famiglia di poveracci.
L'epoca è quella  degli scontri tra lavoratori e padroni, del perdurante brigantaggio meridionale e del nascente inviso socialismo.
Mentre Michele è ancora bambino, per una serie di casuali circostanze, il nome di Michele Sparacino diventa quello di un pericoloso agitatore, un malvivente ed eversore temuto ma imprendibile... perchè in realtà non esiste. Un giornalista alla disperata ricerca di una storia ha frainteso alcune cose che gli sono state raccontate e ha creato dal nulla questa figura, che non tarda ad assumere i contorni di una minacciosa leggenda.
L'inizio è quindi fortuito, ma in seguito per anni e anni altri giornalisti sfrutteranno con maggior cinismo e malizia la stessa storia.
Tanto che, divenuto adulto, Michele Sparacino (quello vero) finirà per scontare alcune conseguenze della spiacevole leggenda. Lui in realtà si limita a vivere una vita semplice, mediocre, del tutto priva di elementi notevoli; non è nemmeno conscio del peso negativo del suo nome, a livello storico, spesso però gli altri lo sono sin troppo.
Il povero Michele finisce in prigione e poi nell'esercito, sino a Caporetto. Scampa, sempre inconsapevolmente, a numerose insidie ma alla fine - poco più che ventenne - la sua esistenza fisica viene troncata da un colpo in fronte.
Ed è qui che comincia quella che l'autore definisce la "terza vita di Michele Sparacino", eventi post mortem che lo vedono protagonista inconsapevole, così come inconsapevole era stato per tutti i suoi vent'anni di vita concreta.
Dal momento che poco prima di essere ucciso Michele aveva perduto le piastrine di riconoscimento, il suo corpo viene sepolto nel cimitero dei senza nome. Dalla tomba verrà poi tratto, dopo esser stato scelto a caso, per essere sepolto a Roma ai piedi dell'Altare della Patria, in rappresentanza di tutte le sconosciute vittime della Prima Guerra. Michele Sparacino, insomma, diventa il Milite Ignoto.

C'è un sottile umorismo che serpeggia nel racconto: le traversie di un essere umano caratterizzato solo dall'equivoco che lo avvolge, la mancanza di adeguate reazioni perchè Michele non sa nemmeno di doversi difendere.
Però c'è anche una profonda malinconia insita nel peso di un destino così preponderante, tanto che non si sa decidere se addolorarsi di più per la prematura morte del giovane Michele o per l'assoluta inconsistenza della sua vita, il cui epilogo postumo dipende dalla variabilità della sorte non meno che dall'incidenza delle scelte altrui. E' storicamente vero, infatti, che il corpo da seppellire a Roma venne scelto da una madre che la guerra aveva privato della consolazione di una tomba per il figlio morto: ma addensare sul povero Michele Sparacino tutte queste calamità (il cinismo giornalistico, l'antipatia di chi lo giudica senza conoscerlo, e infine persino il dolore vicario di una madre a sua volta casuale) ne fa una figura tragica e insieme surreale.
Camilleri insomma, non contento degli omaggi ripetutamente già porti a Luigi Pirandello, in questo racconto ne eleva all'ennesima potenza le disconnessioni esistenziali: se il povero Michele Sparacino avesse mai avuto modo di rivolgersi una qualche domanda, probabilmente si sarebbe chiesto con sgomento, e senza possibilità di ricevere una risposta: "Ma io dunque chi sono? Uno nessuno o centomila?".

- Lo smilzo volumetto contiene anche una "conversazione" tra Andrea Camilleri e Francesco Piccolo (a sua volta scrittore): libera e interessante, verte sulla scrittura, sui problemi della lingua e sulle esperienze dello stesso Camilleri come autore di tardo ma saldo successo.

- La copertina riproduce un orrendo dipinto di Balthus intitolato "La strada". Dico orrendo, perchè rappresenta un luogo sottilmente inquietante e respingente in cui non vorrei trovarmi mai.

LadyJack || 10:56 || venerdì, 07 agosto 2009
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Montalbano e lo "sconcerto metafisico"

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LA DANZA DEL GABBIANO, di Andrea Camilleri [ Sellerio ed., 2009 ]

Quindicesimo volume dell'ormai lunga (e sempre bella) saga dedicata alle avventure del commissario Montalbano. Uno dei più complessi e sfumati, direi: la vicenda del romanzo è abbastanza stratificata e coinvolge umanamente i personaggi - in primis il commissario - quanto e più del solito.
Ci sono molte cose: Montalbano che lotta contro le conseguenze delle "vicchiaglie", immerso in una tarda primavera ancora un po' troppo fredda; il suo rapporto con Livia, che si fa eterno ma non certo più facile; il confronto a distanza (molto pirandelliano... ) tra lui-personaggio, l'attore Zingaretti che lo interpreta in TV e lo stesso Andrea Camilleri, autore di storie che lo sopraffanno.
C'è anche una durissima e difficile indagine su alcuni omicidi legati ad un caso di contrabbando.
Ma prima di tutto c'è la "danza del gabbiano" che dà il titolo al romanzo e che diventa metafora della nostra inadeguatezza di fronte alla morte altrui. E' un gabbiano che precipita dal cielo - così, senza causa apparente - sulla spiaggia di Marinella, poco lontano dalla verandina. Montalbano ne vede la breve agonia, le ultime stentate e disperate movenze quando l'uccello sembra danzare prima di restare immobile per sempre, con le piume appena mosse dal vento. E' una visone che lo colpisce a fondo, nemmeno lui sa bene il perchè; continuerà ad esserne ossessionato a lungo, sino al momento in cui avrà l'occasione di accostare mentalmente la danza del gabbiano all'agonia di uno dei cadaveri dell'indagine: un uomo bestialmente torturato e costretto a danzare a sua volta la propria morte.
E' un mondo sempre più ostile, quello in cui vive e agisce il commissario: mondo di nature stravolte, di realtà importanti sommerse e imbalsamate dalle chiacchiere televisive, di pensieri che vorrebbero essere stanchi e non possono permetterselo.
Montalbano avanza con l'età e ha in vista la fine della propria carriera: ma non è ancora da lui l'abbandonarsi all'illusione di non aver più nulla da perdere.

TRAMA: Dopo tre mesi di lontananza, Livia si è presa qualche giorno di ferie ed è volata in Sicilia; il commissario ne è molto contento. Insieme visiteranno quelle parti dell'Isola che ancora lei non conosce.
Intanto in commissariato si presenta un tal Adolfo Rizzica, propietario di una piccola flotta di motopescherecci: sospetta che una delle sue barche, in costante ritardo quando si tratta di far ritorno a Vigata dopo la notte di pesca, possa essere immischiata in un traffico di droga.
Montalbano ascolta distrattamente il racconto dell'uomo, poi lo scarica a Mimì perchè la cosa non lo interessa; di lì a poco comunque avrà ben altro a cui pensare perchè all'improvviso Fazio (il nostro Fazio!) risulta scomparso, e in circostanze tali da far temere il peggio. Io stessa mi sono detta: ecco, ci siamo: ho temuto a lungo che Camilleri scrivesse qualcosa di irreparabile ed ora l'irreparabile è qui...
A detta della moglie (gran donna) una sera Fazio è stato convocato al porto da una telefonata di Montalbano poi, contrariamente alle sue abitudini, non ha più dato notizie di sè. E' semplicemente scomparso.
La telefonata di Montalbano a Fazio non c'è mai stata, ma ci sono state altre telefonate di un vecchio amico e insomma, sembra proprio che Fazio abbia iniziato una sua indagine senza confidarsi con nessuno. Di lui non ci sono tracce negli ospedali, nelle cliniche private nè tantomeno (per fortuna) all'obitorio. Quando però il commissario e Mimì, già in fibrillazione per l'ansia, vanno a curiosare al porto, trovano tracce di una sparatoria; niente cadaveri ma molti indizi che incrinano comunque la speranza.
Di lì a poco, dietro segnalazione di un latitante (un informatore di Niccolò Zito, che nel frattempo ha subodorato parte della storia) vengono disposte le ricerche di un corpo in località Tre Pozzi, una zona arida, piena di grotte e fenditure che deve il suo nome a tre profondi sbalanchi che hanno spesso occultato prove di omicidi. E anche questa volta i pozzi non si smentiscono: due di essi ospitano effettivamente altrettanti cadaveri, uno di qualche giorno ed un altro ben più fresco.
Indescrivibile lo stato d'animo di Montalbano mentre i vigili del fuoco organizzano il difficile recupero del secondo corpo: lunghissimi momenti di passione che per fortuna sboccano nel sollievo. Quando si rende conto che non si tratta di Fazio, per la tensione Montalbano sviene tra le braccia di Mimì. Poi però si riprende perchè c'è molto da fare.
Mettendo insieme vari indizi risulta innanzitutto probabile che quel morto ammazzato sia opera dello stesso Fazio, per leggittima difesa e per avere l'occasione di scappare; dunque è verosimile che Fazio - quasi sicuramente ferito - sia nascosto o disperso nelle vicinanze. Un'attenta ricerca lo fa infatti ritrovare dentro una delle gallerie della zona: ha una commozione cerebrale e soffre di momentanee amnesie, tanto che prima di essere preso si mette a sparare contro gli amici e colleghi. Le sue condizioni tuttavia non sono gravi quanto si era temuto: ricoverato in tutta fretta all'ospadale di Fiacca, Fazio viene operato con ottimi risultati.
Nei giorni seguenti, a pezzi e bocconi per non stancarlo, Montalbano verrà a sapere da lui quanto basta per confermare quanto già scoperto, per aprire un'indagine e per identificare i morti dei Tre Pozzi. Ma la questione si rivelerà lunga, diificoltosa e ben più complessa del previsto. Ad un certo punto anche la confusa storia narrata da Adolfo Rizzica assume un suo preciso significato: non quello che potrebbe sembrare a prima vista, però.
Gli eventi hanno persino fatto dimenticare a Montalbano la presenza di Livia: lei, incazzatissima, viene placata solo dalle mezze rivelazioni di un premuroso (e insolitamente "coraggioso") Catarella.
La vacanza però è sfumata e Montalbano dovrà poi ricorrere a tutta la propria teatrale creatività per riuscire a svolgere l'indagine a suo modo e senza interferenze burocratiche. Tra l'altro ad un certo punto Fazio deve essere trasferito e messo sotto protezione perchè gli attentati alla sua vita sono tutt'altro che finiti: il trasferimento con scorta verso Palermo provoca il quasi arresto - ed il sicuro infarto - di un vescovo... ma questa è una piccola disavventura marginale (non per il vescovo, in ogni caso!).
Occorre tempo, sagacia e pazienza, nonchè un pizzico di fortuna e la forzata collaborazione di un'infermiera bella e traditora perchè Montalbano riesca finalmente a ricomporre interamente il rompicapo crudele, che in sostanza svela un traffico di armi chimiche, fornite dalla mafia russa, verso un Paese arabo. C'entra un esponente della famiglia Sinagra e ci sono coinvolgimenti politici di alto livello, per cui l'indagine è di quelle "col botto".
Poichè Camilleri non può rinunciare al suo giusto umorismo nemmeno nelle circostanze più impervie, l'epilogo del caso viene così descritto: "
Fu 'na jurnata di tirribilio. Giornalisti, televisioni, interviste telefoniche, il questore incazzato pirchì quello strunzo d'Arquà gli aviva consignato 'na littra scottante che invici doviva dari a Montalbano e accussì facenno l'aviva mittuto nei guai, Tommaseo che non ci aveva accapito 'na minchia e annava in giro dicenno che era merito sò, la scena di Sinagra in mutanne ammanettato in tutti i telegiornali nazionali...".
Poi il commissario, seduto sulla verandina in compagnia della propria malinconia, cerca di consolarsi sbafando uno dei piatti gioiosi di Adelina.

ANACRONIE (ma niente di grave... )
- A pag.14 del romanzo si trova un brano - a mio giudizio aggiunto in corsa poco prima della pubblicazione - in cui si fa cenno "a 'na coppia 'mportanti che si era separata, un fotografo che fotografava quello che non doviva, l'omo cchiù ricco e potenti del paìsi al quali sò moglieri aviva pubblicamente scivuto per rimproverarlo di certe paroli dette a un'altra fìmmina". Eco di fatti recenti, insomma, che però contrastano con l'altro punto del romanzo da cui si evince che all'epoca della storia Bush era ancora il presidente USA.
Certo, si può obiettare che la libertà romanzesca è libera (appunto... ) e non soggetta a simili pignolerie; inoltre le chiacchiere sono chiacchiere oggi come ieri, ed i presidenti americani per noi alla fin fine sono tutti uguali.
In ogni caso, poichè Montalbano si dice ripetutamente di avere ormai cinquantasette anni, la storia dovrebbe essere ambientata nell'anno 2007, a partire da metà maggio.

LadyJack || 10:28 || lunedì, 27 luglio 2009
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La vita non è una cosa meravigliosa

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UN SABATO, CON GLI AMCI, di Andrea Camilleri (Mondadori ed., 2009)

Il più recente romanzo di Camilleri è scritto "in italiano", questo si sapeva; ciò che non sapevo, e che non avrei mai nemmeno voluto sospettare, è che non mi sarebbe piaciuto.
L'uso diverso della lingua potrebbe anche avere un suo peso, perchè la trasposizione del dialetto siculo con il quale parlano le storie antiche e moderne di Vigata è uno degli elementi che le rendono simpatiche; questo romanzo in particolare però presenta ben altri elementi che me lo rendono indigesto: la storia e i personaggi, in primo luogo... ovvero - a ben pensare - quasi TUTTO.
Dall'infanzia alla maturità passando per l'adolescenza, il romanzo segue le poco esaltanti parabole esistenziali di sette personaggi - Andrea, Anna, Fabio, Gianni, Giulia, Matteo e Renata detta Rena - che tra la scuola, l'università, il lavoro e i matrimoni finiscono per intrecciare le loro vite nel segno dell'amicizia, dell'opportunità e dell'antagonismo.
L'inizio del libro è dedicato ai personaggi bambini, o più precisamente ad esperienze traumatiche da loro vissute, fissate come ricordi che condizioneranno pesantemente il futuro ma anche presentate come momenti rivelatori di un'indole, di un carattere.
Solo la parte finale del romanzo, riprendendo quei flash individuali, quasi luci che si accendono e si spengono in alternanza su di un palcoscenico teatrale, rivela poi pienamente i fatti, la loro portata: e si tratta di episodi uno più spiacevole dell'altro.
La piccola Anna aveva visto il corpo della madre che si era tagliata le vene adagiato in un letto di sangue; il piccolo Andrea aveva assistito all'omicidio della sua babysitter ad opera di un amante abbandonato. I due, crescendo, sviluppano una fascinazione per la morte, che diventa il loro legame più eccitante; per un certo periodo si lasciano, spaventati dall'intensità della cosa (Anna sposa Matteo), poi però si ritrovano, approdando fatalmente all'omicidio.
Fabio bambino aveva assistito all'adulterio della madre, Gianni e Giulia avevano entrambi subito abusi in famigli: Fabio e Giulia continueranno ad avere seri problemi relazionali ed emotivi, finchè si metteranno insieme.
Rena avava ucciso la sorellina per punirla degli scherzi che doveva continuamente subire e aveva fatto in modo che la colpa ricadesse su di un comodo capro espiatorio; cresciuta, è poi diventata un'opportunista manipolatrice, in grado di usare utilmente la propria bellezza e le proprie capacità "recitative" per ricatti ed altro.
Matteo infine da bambino era stato inconsapevolmente crudele con gli animali; cresciuto aveva intrecciato con Gianni, suo compagno di scuola, una relazione fatta di complicità, sesso e droga, per approdare poi a sponde più perverse (pedofilia violenta, pare di intuire).
Andrea ha sposato Rena ed Anna ne è frustrata e gelosa; Rena comunque, coerente con se stessa, non perde un colpo: ha avuto una relazione con Fabio (e i due sono ancora amici), è rimasta in contatto con Gianni, ma non disdegna qualche botta con Matteo.
Le parti riguardanti l'adolescenza e l'età adulta dei personaggi sono narrativamente più discorsive rispetto ai flah riguardanti l'infanzia: la storia ad un certo punto coinvolge le mire politiche di Gianni (candidato per un fantomatico partito di sinistra), un processo per appropriazione indebita in cui è imputato lo stesso Gianni e nel quale l'accusa sarà rappresentata da Fabio, nonchè la ricomparsa di foto compromettenti sulle vecchie attività di Gianni e Matteo, con annesso ricatto ad opera di anonimo.
Poi la storia accellera il proprio andamento: la più recente riunione del sabato, tradizione ormai consolidata nella quale Gianni si inserisce per la prima volta dopo anni di lontananza, mette silenziosamente a fuoco il peggio dei fatti e delle sensazioni: la serata finisce con un omicidio (che con ogni probabilità resterà impunito) e con l'ennesima mossa vincente messa a segno da Rena, una che sarebbe quasi da ammirare per l' intraprendenza e la capacità di cogliere al volo le occasioni, se la sua totale mancanza di scrupoli non la rendesse così inumana.
In conclusione, a parte Gianni al quale va peggio di tutti dato che ci rimette direttamente la pelle, pare di capire che il resto della vita per i personaggi non si svolgerà in maniera molto migliore rispetto al passato: grazie al cielo però il lettore può finalmente liberarsi di loro e lasciarli a se stessi con la fine del capitolo 11. Per ciò che mi riguarda, si tratta di una separazione assolutamente priva di rimpianti.
Capisco la volontà da parte dell'autore di mettere insieme una storia contemporanea e diversa dal solito, una storia di carattere vagamente "teatrale" in cui nemmeno lo status borghese dei personaggi è baluardo sufficiente ad arginare le loro deficitarie attitudini (anzi!... ). E del resto i personaggi stessi non sono tutti uguali: Fabio e Giulia ad esempio somigliano a vittime, più che a qualsiasi altra cosa.
Tuttavia, anche se gli esseri umani di solito non fanno molto per smentire l'esistenza dei peggiori tra loro, ritrovarne esemplari così disgustosi durante una lettura non è stata un'esperienza particolarmente piacevole. 
LadyJack || 10:52 || sabato, 18 aprile 2009
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Dal Mare ai Monti: un Addio ai Pesci

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IL SONAGLIO , di Andrea Camilleri [Sellerio ed., 2009 ]

Gli amplessi con le capre, lo confesso, non prendono molto il mio interesse. Già presenti ne "La Stagione della Caccia" - dove tra le attività del marchesino Federico Maria Santo Peluso di Torre Venerina c'erano la micologia e, appunto, il sesso con una bella capra girgentana - costituiscono uno di quegli elementi che conferiscono a certi racconti camilleriani il loro tipico sapore a metà tra fiaba e mito, con il recupero di un panteismo arcaico del quale l'altrettanto arcaica Sicilia riesce ad appropriarsi senza stridori.
In ogni caso, bisogna ammettere che solo Camilleri e forse pochi altri scrittori possiedono capacità atte ad inserire un tale argomento nei loro romanzi non solo evitando volgari morbosità, ma addirittura facendone una fonte di quasi normalità e di poesia.
Nella realtà le capre sono animali puzzolenti e privi di particolari qualità, ma nei racconti di Camilleri - a volte - diventano veri e propri personaggi, dotati di una loro bellezza e di un loro carattere, in modo tale che il confine tra l'umano e il bestiale si fa veramente sottile e impalpabile.
Non a caso "Il Sonaglio" è il più recente volume di una trilogia fantastica dedicata dall'autore alla rivisitazione dell'antica tradizione sulle metamorfosi: "Maruzza Musumeci" parlava di sirene e "Il Casellante" della trasformazione di esseri umani in arbusti: questo romanzo illustra un'altra specie di travaso o di identificazione tra l'umano e l'inumano, chiudendo dunque un piccolo cerchio al quale Camilleri dichiara di essere molto affezionato.
"Nei tempi antichi le metamorfosi venivano più facili a dirsi e a farsi", commenta nella postfazione: intanto però la sua bella e strana storia giocata tra acque e boschi, tra pescatori e greggi, lui l'ha scritta. E noi, naturalmente, l'abbiamo letta.


TRAMA: Nella Vigata di inizio Novecento la maggioranza degli abitanti sono poveri, con scarse possibilità di riscatto economico e sociale. Non fa eccezione la famiglia di Adelio Savatteri, un pescatore che non possiede nemmeno la barca con cui esce in mare e che ha due figli da mantenere. Il più grande, il quattordicenne Giurlà, per poco non finisce a lavorare nelle miniere di zolfo: lo salva da questo destino infame l'affetto dei genitori che, malgrado la miseria non se la sentono di condannarlo a quel tipo di semi-vita.
Grazie all'interessamento di un notabile del luogo, don Pitrino Vadalà, a Giurlà viene invece offerta una possibilità diversa: quella di diventare pastore di capre nelle terre che lo stesso don Pitrino possiede presso il natìo (e lontano) paese di Castrogiovanni. La cosa in teoria è quasi comica, perchè non si è mai vista una creatura più attaccata al mare di Giurlà: vive più in acqua che fuori, nuota da campione ed è così veloce che riece a pescare con le mani... e tuttavia, per ragioni di bisogno, la proposta viene non solo ascoltata ma anche pienamente accolta.
Giurlà raccoglie le sue cose e parte per l'entroterra; viaggia in treno per la prima volta e la visione del mare che si allontana e infine scompare lo porta a lacrime nascoste ma amarissime.
Il nuovo lavoro lo immerge in un paesaggio totalmente nuovo nelle forme, nei colori e negli odori: la vita di Giurlà cambia radicalmente, ma in meglio. Innanzitutto i suoi guadagni lo fanno sentire finalmente grande e riescono effettivamente ad aiutare la famiglia rimasta a Vigata; inoltre fra boschi e colline il ragazzo cresce, si irrobustisce fisicamente e mentalmente, perfeziona le sue elementari capacità di lettura, incontra gente e fa esperienze (anche sessuali): tutte cose insomma che senza parere lo conducono all'età adulta e a diventare quel diciottenne che il marchese di Santa Brigida, suo protettore, disperando di riuscire a farlo riformare per non perderlo come lavorante, definirà "un cristone alto, bello, robusto e pieno di vita".
Nel tempo Giurlà si immerge così profondamente nella nuova esistenza da rovesciare totalmente il proprio gusto per il paesaggio: il mare, una volta amico e carezzevolmente rumoroso, diventa grigio e fastidioso. Giurlà ormai ama i colori delle colline e dei fiori, per pescare ha ancora i laghi, e persino la famiglia si allontana gradualmente nell'affetto e nel ricordo.
L'elemento che più fortemente áncora Giurlà a tutto questo è la sua relazione (non si può definirla altrimenti) con una capra da lui chiamata Beba; iniziato quasi per caso e senza particolari intenzioni, il legame tra il ragazzo e l'animale si evolve in un vero e proprio rapporto amoroso, con tanto di alti e bassi, sorprese, malumori e gelosie. A Beba manca la parola, ma si fa capire benissimo; inoltre, pur non essendo umana, nei confronti di Giurlà riesce a dimostrare un attaccamento e una fedeltà straordinari.
Sino al momento della sua morte, avvenuta per un incidente sul lago, durante una tempesta: un pomeriggio d'agosto, Beba e la marchesina Anita di Santa Brigida, sorprese dal maltempo, cadono in acqua dalla barca su cui si trovavano come d'abitudine, e Giurlà riesce faticosamente a salvare solo la ragazza.
Ma al momento dell'incidente accade qualcosa di inspiegabile e in effetti di inspiegato: morendo, Beba reicarna qualcosa di sè in Anita, tanto che in seguito la marchesina - dimostrando la stessa cocciuta determinazione già propria della capra - farà le umane e le divine cose e quasi si lascerà morire di fame pur di riuscire ad avere ciò a cui sembra sommamente tenere: ovvero, lo stesso Giurlà.
Alla fine il marchese, per quanto perplesso, non se la sente di porre il veto: Anita e Giurlà si sposano, e tutto lascia prevedere che vivranno ragionevolmente felici e davvero contenti... a dispetto del fatto che Anita, la prima notte di nozze, riveli di avere una piccola deformità, che del resto conferma ciò di cui già dicevo: nelle storie di Camilleri (bravo a prescindere, e bravissimo a trasformare la strana eccezionalità delle situazioni in poetica quotidianità) spesso è difficile disgiungere il realismo fantastico dalla fantastica realtà.
LadyJack || 10:55 || sabato, 21 marzo 2009
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"Principio sì giolivo ben conduce"

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LA FORMA DELL'ACQUA, di Andrea Camilleri (Sellerio ed., 1994)

"Lume d'alba non filtrava nel cortiglio della "Splendor", la società che aveva in appalto la nettezza urbana di Vigàta, una nuvolaglia bassa e densa cummigliava completamente il cielo come se fosse stato tirato un telone grigio da cornicione a cornicione, foglia non si cataminava, il vento di scirocco tardava ad arrisbigliarsi dal suo sonno piombigno, già si faticava a scangiare parole".
Così inizia il primo romanzo della saga camilleriana dedicata al commissario Montalbano; così inizia una brutta storia molto ben scritta.
Sto attraversando una fase di "riletture" che non riguarda soltanto i gialli, ma un po' tutti i generi: ciò mi dà l'occasione di recuperare alcuni libri anche sotto forma di recensione. Infatti, forse mi piacerebbe inserire nel BOOKSnotes testimonianze riguardanti tutto ciò che leggo e che ho letto, ma questo sarebbe veramente impossibile persino se decidessi di dedicarmi all'impresa a tempo pieno: sono arrivata a leggere - o rileggere, appunto - circa tre o quattro libri alla settimana, e se ci mettiamo anche tutti quelli del passato o addirittura quelli collocabili in epoca "storica"... be', non basterebbero le ventiquattro ore del giorno e i sette giorni della settimana per tenere il ritmo!
Come dicevo però, alcuni libri valgono la pena di essere recuperati: non tanto dall'oblio, dato che io ho la memoria lunga, quanto piuttosto da da un archivio mentale che custodisce numerose cose belle. I romanzi di Camilleri rientrano senz'altro nel novero.
Nel caso particolare è anzi molto interessante valutare a posteriori l'incipit di una saga ormai ben più che decennale, eppura ancora tanto viva e freschissima.
"La Forma dell'Acqua", titolo che sta a simboleggiare la fluidità degli accadimenti secondo le varie interpretazioni ad essi applicabili, è imperniato sulla morte di un importante uomo politico siciliano: morte naturale, con ogni probabilità, avvanuta però in circostanze strane e imbarazzanti. Dal che conseguono vari avvenimenti, i quali porteranno infine ad una seconda morte: e questa volta si tratterà sicuramente di omicidio.
TRAMA: Pino Catalano e Saro Montaperto, "giovani geometri debitamente disoccupati come geometri, ma assunti in qualità di operatori ecologici", ricevono l'incarico di ripulire la cosiddetta mànnara: di giorno luogo squallido a ripa di mare, di notte teatro di fiorenti commerci carnali.
Dentro un'auto parcheggiata in un angolo appartato Pino e Saro scoprono un cadavere eccellente: quello dell'ingegner Silvio Luparello, uomo politico di confluenza fra rinnovamento e tradizione, intrallazzatore occulto a tutto campo, recentemente nominato segretario generale del suo partito. Il cadavere è sommariamente vestito, i genitali oscenamente esposti, e l'uomo è morto d'infarto. Mica tanto strano, dato che gli era stato applicato un doppio by-pass cardiaco, che Luparello non era più nel fiore degli anni, e che un'energica scopatina non è il modo migliore per risparmiare la vecchia pompa... il commissario Montalbano, al quale viene affidata l'indagine, nutre però qualche dubbio: perchè l'ingegnere avrebbe dovuto mettere a repentaglio la posizione faticosamente raggiunta, solo per soddisfare un desiderio momentaneo? Non c'erano luoghi più sicuri e meno pubblici per fare sesso? E dove è finita la donna bionda e appariscente che sarebbe stata con Luparello sino al momento della fatale dipartita?
Anche quando scopre numerosi indizi che sembrerebbero portare a Ingrid Sjostrom, la nuora svedese del principale avversario poitico dell'ingegnere, il commissario continua a vederci poco chiaro: ed ha ragione, perchè Ingrid è stata incastrata da qualcuno a cui lo scandalo non sarebbe dispiaciuto.
Così, mentre in TV e nei palazzi del potere si mette in moto il grottesco ed immancabile spettacolo fatto di finto cordoglio e ipocrisie sin troppo vere, Montalbano segue le poche tracce di cui dispone, e dopo la morte dell'avvocato Rizzo, ex braccio destro di Luparello preso a calci nei coglioni e giustiziato con un colpo in testa, capirà finalmente come erano andate le cose, e perchè.
Ma non di tratterà certo di aver raggiunto una luminosa verità apportatrice di giustizia: piuttosto, una verità piccola piccola che ormai non serve più a nessuno.

- Scritto negli anni Novanta del secolo scorso (sic!), dal punto di vista politico il romanzo è insieme cronaca e profezia: superata da poco la tempesta di Mani Pulite, proprio allora l'Italia si metteva sulla strada del "cambiamento", le cui schifosissime conseguenze possiamo ancor oggi osservare con agio.
Dal punto di vista narrativo la storia è molto bella, anche se presenta certe differenze rispetto a quelle che sarebbero venute dopo. Montalbano è già il perno della situazione ma nel Commissariato non si è ancora del tutto creata quell'atmosfera che poi diventerà tipica (non c'è Catarella!); Livia è ancora molto dolce e la triste vicenda di Françoise che l'inasprirà è di là da venire; Ingrid fa la sua comparsa, tra una cosa e l'altra resterà esattamente com'era, ma qui il suo rapporto con Montalbano è appena abbozzato.
Insomma, il romanzo costituisce una sorta di riuscitissima prova d'orchestra: e per fortuna, a nostro beneficio, possiamo anche dire che dopo quindici anni il concerto è tutt'altro che finito.


LadyJack || 14:58 || mercoledì, 17 dicembre 2008
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