
Nel corso del 2007 il canale Antena 3 della televisione spagnola ha prodotto una miniserie in sei episodi, basata sui personaggi de "La Pelle del Tamburo". In omaggio al titolo di uno dei capitoli del romanzo è stata chiamata "QUART - EL HOMBRE DE ROMA".
Ne parlo per dovere di cronaca e come curiosa rarità, dato che in Italia è ancora inedita... e probabilmente lo rimarrà anche in furturo.
Vedere un po' di paesaggi ispanici, la gente, e soprattutto sentir parlare castigliano - una lingua che mi piace moltissimo - è stata una bella ed utile esperienza: avendo amato tanto il romanzo originale, però, non ho potuto fare a meno di gridare al consumistico tradimento.
Volendo essere generosi si può dire che la serie in sè - benchè non del tutto priva di momenti francamente risibili - è per lo meno dignitosa; di certo però non è eccezionale nè dal punto di vista poliziesco (ci sono congiure, misteri e reliquie perdute che a mio parere denuciano la nefasta influenza de "Il Codice Da Vinci") nè dal punto di vista generale: le storie, le situazioni, i personaggi e i loro atteggiamenti non brillano certo per originalità, benchè alcuni degli interpreti - non tutti - abbiano fatto evidentemente del loro meglio.
Il problema di fondo, tuttavia, consiste per lo spettatore in una certa spiacevole sorpresa data dalla constatazione che in sostanza e malgrado gli accrediti, il rapporto della serie con il romanzo di Arturo Pérez-Reverte è molto labile: sono stati conservati i nomi di quasi tutti i personaggi, e il fatto che Lorenzo Quart è un prete... ma non molto altro.
Forse ancor più grave, poi, è la banalizzazione dei personaggi, delle loro motivazioni, dei loro rapporti: gran parte di ciò che nel romanzo era sottile, umanamente sofferto ed esistenzialmente significativo, nella serie TV diventa superficiale, lineare, possibilmente tendente allo spettacolare.
La banalizzazione coinvolge tanto l'aspetto spirituale della vicenda quanto quello erotico; padre Quart è un prete e in certi momenti se lo ricorda meglio che in altri: ma se nel romanzo Lorenzo Quart è soprattutto un uomo tormentato che riesce a riavvicinarsi alla dimensione sacerdotale attraverso le proprie debolezze non meno che grazie al proprio coraggio, nelle serie tutti i suoi problemi sembrano concentrarsi in qualche languido sguardo colpevole scambiato con Macarena. E non tira nemmeno aria di "Uccelli di Rovo" perchè se nel romanzo Macarena si porta a letto Quart per inserirlo nei suoi complessi progetti (e lui si lascia usare consapevolmente perchè la solitudine gli pesa da morire), nella serie lei vorrebbe ma lui ha altro da fare, e a domanda diretta finisce per rispondere più o meno: "No puedo... no quiero... es lo mismo".
Mancanza di determinazione nelle sceneggiature, insomma, con un'incertezza erotica che è solo vagamente pruriginosa e in fondo alquanto noiosa: il sesso di prammatica Macarena se lo concede solo con il leggitimo fidanzato Pedro e - se vi interessa saperlo - mostra di non avere preferenze tra il bianco e il nero per ciò che riguarda i completini intimi.
A differenza di ciò che accade nel libro infatti lei non è sposata nè separata, non è una duchessa ma si interessa di oggetti d'arte in quanto restauratrice: ed è in veste di consulente per le indagini riguardanti reliquie rubate o scomparse che la Macarena televisiva si affianca al ritrovato Quart, suscitando i sospetti e le ire di Pedro (ex ladro e ricettatore) che alla fine ne avrà abbastanza e abbandonerà la presunta fedifraga e vera mentitrice.
Il filo conduttore della storia, insomma, risulta infinitamente diverso dall'originale. Volendo riassumere al massimo si potrebbe dire che consiste in questo: lavorando a vari casi misteriosi, nella sua qualità di agente vaticano inviato in Spagna, Quart scopre una cospirazione interna alla Chiesa; al problema politico-spiritual-poliziesco si accompagnano poi i suoi problemi personali, nei rapporti con le istituzioni, con gli amici e con gli avversari.
Tra questi ultimi va annovarato soprattutto Monsignor Aguirre, il nunzio della diocesi madrilena, paternamente disponibile in apparenza, ma in realtà eversivo e pericolosamente ambizioso. Al fine di controllare meglio Quart, Monsignor Aguirre gli affianca come aiutante il nipote Judas, giovane seminarista ancora ingenuo e inesperto, che nel V episodio si scopre poi essere suo figlio, e che nel VI episodio rinverdisce l'antico legame con una sexy cuginetta, dimostrando di possedere ancora una sana libido adolescenziale, ma anche "freni" molto potenti.
Nel momento del bisogno, in ogni caso, Judas tira fuori sufficiente giudizio e passa dalla parte giusta, diventando uno dei Nostri (la cosa è un vago omaggio al padre Óscar Lobato del romanzo).
Per non sporcarsi le mani, pertanto, a Monsignor Aguirre non rimane che ricorrere all'aiuto di quel killer in tonaca che è Rodrigo: uno sguardo e una pistola che mai e poi mai si vorrebbero incontrare in qualche vicolo isolato e oscuro.
In base ad alcuni accenni interni si deduce che gli eventi della serie sono successivi a quelli di Siviglia narrati nel romanzo, ma non è possibile stabilire di quanto.
D'altra parte è ormai chiaro che le preoccupazioni contenutistiche non sono una delle caratteristiche di questo trascurabile prodotto televisivo, per cui la cronologia un po' vaga non è nemmeno particolarmente fastidiosa.
Rimane piuttosto il rimpianto per tutte le piccole e le grandi cose scomparse, escluse o trascurate: l'ambiguo fascino di Macarena, la "templarità" di Quart, la mimica fantasiosa del viceispettore Navajo...
E naturalmente l'irripetibile trio per cui solo le pagine del romanzo hanno potuto trovare un giusto e nostalgico spazio: don Ibrahim, la Niña, il Potre. Ma forse per loro è meglio così, meglio che si siano fermati all'immagine creata dall'autore per il lettore sulla pagina: al mondo non ci sono attori che avrebbero potuto interpretarli come meritano.
E del resto, dal punto di vista della resa tanto globale quanto visiva, nemmeno gli altri personaggi corrispondono seppur lontanamente alla grandezza degli originali: Macarena è carina ma non speciale, le mancano il fascino bruno e ambrato della vera Macarena, nonchè le sue morbide curve. L'ispettore Navajo non ha nulla dello pseudo-hippy e somiglia piuttosto ad un borghese pacioccone (ma mi è simpatico lo stesso, se non altro perchè capisco tutto quello che dice... ).
E in quanto a Lorenzo Quart (Roberto Enríquez che lo interpreta è troppo dolce e non molto espressivo), dov'è mai finito l'uomo al quale le turiste americane a Roma chiedono inutili informazioni solo per avere il piacere di guardarlo da vicino?!
QUART - EL HOMBRE DE ROMA
Capítulo 1 - EL HOMBRE DE ROMA
Il cardinale Spada invia Quart di nuovo in Spagna, a Madrid, per investigare sul furto della Croce di Caravaca. La scomparsa della preziosa reliquia ha provocato la morte di una persona ed ha aperto spazi per inquietanti ipotesi.
Quart, che a Madrid ritrova vecchie conoscenze (Macarena, Pedro) e stabilisce nuovi rapporti umani (Judas), scopre che dietro il furto si nascondono incredibili egoismi privati, e l'inizio di una cospirazione interna alla Chiesa.
Capítulo 2 - TRITONUS
A Santiago de Compostela alcuni omicidi che si rivelano correlati tra loro pongono Quart sulle tracce di una "seconda tomba" dell'Apostolo Giovanni, che dovrebbe racchiudere una profezia agognata tanto da forze eretiche quanto da forze ortodosse ma eversive.
Espostosi ad un rischio mortale pur di proteggere una vita (anche se si tratta di quella dell'assassino), padre Quart non è nemmeno premiato dal ritrovamento della leggendaria reliquia, che all'ultimo gli viene sottratta dall'agente dei cospiratori.
Capítulo 3 - MANADA DE LOBOS
Una famiglia viene sterminata all'interno della propria casa e l'unico superstite, un bambino di dieci anni, scompare.
Affiancando l'ispettore Navajo nelle indagini, prima per ritrovare poi per proteggere il piccolo, Quart scopre una setta di neonazisti, forse custodi dell'ennesima inquietante reliquia: la Lancia di Longino.
Capítulo 4 - PROFECÍAS
Di nuovo in gara con i cospiratori capeggiati da Monsignor Aguirre, Quart si pone alla ricerca di un antico rotolo contenente profezie scritte da un monaco del XV secolo.
Dopo aver scoperto e decifrato il codice necessario ad individuare il nascondiglio delle profezie (e il nascondiglio è una delle cose più intelligenti e logiche dell'intera serie), Quart cerca di impadronirsene, ma viene di nuovo battuto, anche a causa del tradimento di uno dei membri del suo gruppo di ricerca.
Capítulo 5 - EL SECRETO DE LOS BORGIAS
Un convento di monache di clausura al quale è annesso anche uno studentato possiede una ricca collezione di oggetti e documenti riconducibili alla famiglia Borgia.
Uno di questi oggetti - il dito di San Vincenzo Ferrer, ancora ornato dell'anello con cui si dice il santo operasse i suoi miracoli - scompare, e nella sala in cui è avvenuto il furto viene ritrovato il cadavere di una delle studentesse.
Chiamato a far luce, Quart dimostra che furto ed omicidio sono solo indirettamente collegati; purtroppo però scopre anche che alla vicenda non è del tutto estraneo Pedro, il fidanzato di Macarena.
Capítulo 6 - LOS HIJOS DE LOKI
Monsignor Aguirre affida a Quart un incarico "speciale", allo scopo di tenerlo occupato e lontano da Madrid: la profanazione della chiesa di San Damiano a Toledo fa sospettare l'esistenza in loco di una setta satanica, sulla quale è opportuno indagare.
La realtà che Quart scopre è poi diversa (si tratta di neopagani e non di veri e propri satanisti), ma qui più che mai non è la trama la cosa più importante dell'episodio, con il quale si conclude la miniserie.
Ben più centrali sono i rapporti che si sviluppano o si concludono fra tutti i personaggi principali, illuminandoli definitivamente: Judas riscopre una parte della propria infanzia felice nella persona della cugina Teresa, ma contemporaneamente rafforza anche la propria vocazione al sacerdozio. Lorenzo e Macarena si separano, forse per sempre, proprio mentre Pedro - ormai stanco di menzogne e sotterfugi - lascia la stessa Macarena.
Monsignor Aguirre infine, sempre più preso dal proprio occulto orgoglio di padre non meno che dalla propria sete di potere, è in procinto di essere nominato cardinale. Cosa questa che lascia presagire un futuro difficile per i suoi nemici, Monsignor Spada e padre Quart, e forse per l'intera Chiesa.
NOTA PARTICULAR:
Quiero agradecerle a mi amiga Loly de Vitoria el envío del DVD con todos los capítulos de la serie.
Es sólo en gracia de su cortesía que pude ver y sobre todo oír la versión original de la serie (¡ sin publicidad !), verificando cómo la tele maltrató y falló la novela de Arturo Pérez-Reverte.
LA PELLE DEL TAMBURO ("La Piel del Tambor", 1995), di Arturo Pérez-Reverte
In Italia Arturo Pérez-Reverte è noto soprattutto per aver scritto il romanzo "Il Club Dumas", da cui Roman Polansky ha poi tratto il film "La Nona Porta" con Johnny Depp: il libro l'ho letto con piacere, il film non l'ho mai visto, ma in ogni caso il romanzo di Arturo Pérez-Reverte che preferisco in assoluto è un altro. Si tratta de "La Pelle del Tamburo", una storia bella e difficile che non si può dimenticare: una sorta di giallo ecclesiastico - dato che c'è un enigma da risolvere e che in più di un modo c'entra la Chiesa - anche se in realtà è un po' limitativo voler inserire il romanzo in una categoria troppo definita. L'inizio è interessante: un hacker riesce ad infiltrarsi nel computer personale del Santo Padre, lasciandovi un messaggio che è anche una richiesta d'aiuto. Il messaggio dice, un po' cripticamente, che a Siviglia esiste una chiesa che "uccide per difendersi" e suggerisce che sarebbe opportuno fare qualcosa in proposito.
L'hacker, al quale viene dato il nome in codice di Vespro (perchè è all'ora dei vespri che effettua le sue incursioni) preoccupa molto i Servizi Segreti vaticani sia per la facilità con cui si è infiltrato, sia per ciò che il suo messaggio implica: a Siviglia c'è davvero una chiesetta in cui sono accaduti un paio di spiacevoli incidenti mortali, e dato che l'edificio si trova al centro di una complicata controversia alla quale non è estranea la Chiesa locale, forse è il caso di andare a fondo della questione.
Monsignor Spada, combattivo cardinale a capo dell'Istituto per le Opere Esteriori - ovvero dei Servizi Segreti del Vaticano - perennemente in lotta con le frange più conservatrici e tradizionaliste della Santa Sede, decide di inviare in Spagna uno dei suoi uomini migliori: padre Lorenzo Quart, trentottenne sacerdote di grande esperienza diplomatica, non alieno però dalle azioni sul campo.
Padre Quart è uno dei personaggi più belli ed intensi della letteratura di tutti i tempi, e non solo spagnola: riduttivamente lo si potrebbe definire come una specie di James Bond ecclesiastico, ma in realtà egli è molto di più.
Bello ed elegante, è un uomo complicato che porta con sè (e soffoca) molti rimorsi; è un sacerdote al quale in fondo manca il conforto della fede. Costantemente spinto dall'orgoglio, nella Chiesa ha trovato ordine e rifugio dopo un'infanzia povera e vuota; nemmeno ora è felice - "felicità" non è una parola a cui pensa coscientemente - però può saldamente aggrapparsi al senso del dovere, agli ordini che gli vengono impartiti, alle missioni che gli vengono affidate. Lui agisce, non discute: il che non equivale alla fede, ma ne è un discreto surrogato.
Personalmente Quart si vede come un buon soldato o meglio, come un onesto e solido templare. Nei rari momenti di libertà mentale legge non a caso "L'Elogio della Milizia " di Bernardo di Chiaravalle, ma la sua convinzione ha valenza più generale: oppresso dal caos e soprattutto dal vuoto, Quart tende ad identificarsi non solo con un templare, ma più precisamente con uno stanco templare che ancora impugna la spada benchè circondato dagli amici morti, sotto le mura di Hattin.
Per chi conosce minimamente la storia, o semplicemente per chi ha sufficiente immaginazione, si tratta di una visione di struggente bellezza e di grande dolore: dal punto di vista cristiano Hattin (luglio 1187) fu un arido inferno, una battaglia disperata ed un massacro colossale.
Padre Quart viene dunque inviato a Siviglia per investigare e stendere un rapporto sulla questione della chiesa: non è suo compito intervenire in alcun modo, lui deve solo osservare e riferire.
E questo egli vorrebbe fare, senonchè la situazione sul campo si rivela ben più complessa di quanto si potesse supporre da Roma e Quart, malvisto da tutte le parti in causa, si trova presto in difficoltà.
La chiesa di Nostra Signora delle Lacrime, cadente edificio barocco che si trova in un angolo della vecchia Siviglia, è strenuamente difesa da un piccolo gruppo di anime, e fortemente minacciata da quanti vorrebbero demolirla per ragioni di interesse: il comune, una banca che ha varato progetti di riconversione edilizia, e forse la stessa diocesi, che in apparenza si dichiara neutrale e tuttavia non è estranea a prospettive di guadagno.
Tra coloro che si oppongono all'annientamento, anche qui per ragioni molto differenti, ci sono il parroco, il cocciuto don Príamo Ferro, per il quale ogni chiesa - e particolarmente la sua chiesa - è un piccolo ed intoccabile pezzo di Cielo; e poi Gris Marsala, una suora architetta di origine americana, anticonformista e sempre alla ricerca di una buona causa per cui impegnarsi; e don Óscar Lobato, un giovane sacerdote che la curia avrebbe introdotto in Nostra Signora come spia, ma che si è "ravveduto" ed ha scoperto la sua vocazione di prete scomodo.
Infine, non meno importanti di tutti gli altri, Macarena Bruner e sua madre Cruz, la duchessa vedova del Nuevo Extremo, dodici volte Grande di Spagna, donna anziana e dolcissima, saldamente ancorata al passato ma anche intelligentemente consapevole del presente. Le due gentildonne sono interessate alla questione in quanto amiche di don Príamo, ed anche perchè Nostra Signora delle Lacrime fu fatta costruire dai Bruner nel XVII secolo: contiene sepolture e reliquie di famiglia, e dopo più di tre secoli ogni giovedì viene ancora celebrata una Messa di suffragio per l'antenato fondatore: questo è il fatto migliore in difesa della chiesa. Finchè la Messa verrà regolarmente celebrata, ottemperando alla clausola di un vecchio contratto, l'edificio rimarrà infatti sotto il controllo dei Bruner, il comune non potrà espropriarlo, la curia non potrà venderlo nè la banca demolirlo.
La bella Macarena, tra l'altro, si serve della propria posizione di forza per vendicarsi dell'ex marito Pencho Gavira, che è il rampante vicedirettore della banca in questione; per lo stesso scopo, ad un certo punto, Macarena si servirà anche di Lorenzo Quart, al quale non saranno sufficienti i buoni propositi e le docce fredde per resisterle più di tanto. I due avranno un'unica notte indimenticabile, e per un po' Quart cesserà di essere un buon soldato...
Il problema di fondo, in ogni caso, è dato dal fatto che padre Quart, inizialmete osservatore ed investigatore imparziale, ben presto (ed anche prima di conoscere Macarena) non può fare a meno di rimanere coinvolto: pensava di avere a che fare con un gruppuscolo di beghine testarde, capitanate da un prete ignorante, ed invece si trova a fare i conti con pochi ma agguerriti personaggi, le cui ragioni gli diventano via via più chiare e condivisibili.
In pratica padre Quart finisce per capire ed accettare il fatto che Nostra Signora delle Lacrime è un simbolo di resistenza fortissimo: non è necessario avere fede per assistere ed affiancare chi la fede ce l'ha e ne ha bisogno per superare il dolore, i problemi, la solitudine, lo sconforto.
La Chiesa come istituzione è ormai troppo distante dalle sue radici puramente umane, ma luoghi come Nostra Signora non se ne sono mai allontanati.
Ed è così vero il convincimento di padre Quart che in occasione della forzata assenza di don Príamo (prima rapito da sicari della banca, poi accusato delle morti avvenute nella chiesa) sarà lui a rivestire - dopo tanto tempo - i paramenti sacerdotali per celebrare l'immancabile Messa del giovedì. Si tratta solo di una dilazione perchè comunque quella celebrazione sarà l'ultima, ma Quart ha ormai scoperto tutta la forza e il valore dei simboli. E del resto di lì a poco anche la Santa Sede deciderà che Nostra Signora vale la pena di essere difesa e salvata.
Vincono i "buoni", insomma, anche se Quart pagherà poi la sua disobbedienza con l'esilio in un paio di oscure nunziature cilene, senza contare la rinnovata solitudine ed il dolore ancora presente.
Via da Siviglia, comunque, Quart porta con sè anche un paio di segreti che rimarranno ben custoditi: l'identità del vero assassino, al quale don Príamo ha fatto scudo, e l'ancor più incredibile identità di Vespro. Cose trascurabili, nell'economia dell'equilibrio universale e personale che tutti i personaggi hanno cercato e cercano di perseguire, ma che all'attento lettore possono interessare.
Come dicevo all'inizio, in ogni caso, il romanzo non è semplicemente un giallo, seppur di altissimo livello: è piuttosto una grande storia, nel senso migliore che si può attribuire al termine.
E' una celebrazione piena di amore nei confronti di Siviglia, città arsa dal sole ma ingentilita dal profumo degli aranci e dei gelsomini non meno che dal Guadalquivir, e dalle memorie secolari che scorrono sulle sue acque.
Ed è un grande palcoscenico su cui si esibiscono numerosi e vari personaggi del passato e del presente, ognuno dei quali parla alla fantasia in modo potentissimo ed avvincente.
A parte i protagonisti, io amo particolarmente un trio di comprimari che è assolutamente impossibile non amare.
Si tratta di tre patetiche figure di piccoli delinquenti, anche se loro non si definirebbero mai in questo modo: quel gran signore di don Ibrahim il Cubano, corpulento falso ex avvocato ed equivoco pseudoavventuriero caraibico; la Niña Puñales, vistosa ed avvizzita ex cantante flamenca con la voce arrocchita dall'alcool e le speranze disidratate dall'attesa; e infine il Potre del Mantenil, ex pugile, ex torero ed ex ladruncolo, un po' tardo di mente e di parola ma dotato di una granitica fedeltà agli ideali.
Il sogno di don Ibrahim e del Potre è quello di far soldi per aprire un locale notturno in cui potrà tornare a rifulgere il talento misconosciuto della Niña: e questo è il motivo per cui vengono coinvolti nella faccenda riguardante Nostra Signora, dato che qualcuno (abbastanza disperato per farlo...) si rivolge a loro prima per incendiare la chiesa, poi per rapire il parroco.
Ciò che ottengono è solo di creare guai, con alcuni intermezzi dolenti ma anche molto umoristici: nel frattempo però il lettore ha avuto modo di conoscerli meglio, adottandoli senza esitazione nel giardino del proprio cuore, con il sottofondo delle bislacche massime di cui don Ibrahim è prodigo, quando traduce liberamente dal latino o cita altrettanto liberamente dai classici.
Nei tre personaggi si concentrano tutto l'amore, l'empatia e gli ideali nostalgici di cui l'autore è capace.
Con loro Arturo Pérez-Reverte sembra riassumere e comunicare il senso finale del romanzo, senza bisogno di sprecare inutili ed inadeguate parole: gli esseri umani soffrono, lottano, disperano ma in genere tengono duro.
Vivono, in breve, e questo è tutto ciò che possono fare.
[ Due romanzi ancora inediti in Italia, ma disponibili in lingua originale in edizione El Punto de Lectura o Alfaguara, quest'ultima più curata: illustrata e corredata di introduzione critica ]
EL CABALLERO DEL JUBÓN AMARILLO (2003)
Pur senza venir meno al carattere avventuroso che contraddistingue i volumi della saga, questo romanzo è soprattutto un grande tributo al teatro spagnolo del secolo XVII: teatro qui rappresentato (anche attraverso numerosissime citazioni) soprattutto da Lope de Vega.
Benchè uomo d'armi e di azione, il Capitano tiene nel dovuto conto la cultura, legge moltissimo, insiste continuamente perchè Íñigo faccia altrettanto e come molti altri nel suo tempo non perde nemmeno una delle molte rappresentazioni teatrali che vengono organizzate a Madrid: momenti d'incontro (e qualche volta, come nel vol.1, di scontro...), ma soprattutto momenti in cui l'ameno divertimento si coniuga alla capacità da parte degli autori di interpretare al meglio il proprio tempo. E' il teatro infatti che riesce a dipingere nella maniera più convincente la società, la politica, l'economia e i giochi di potere di quell'epoca, di qualunque epoca: e per il Seicento spagnolo, Lope de Vega fu indubbiamente un maestro.
Fatto salvo il lato spirituale della questione, bisogna comunque ammettere che per il Capitano il teatro rappresenta anche un'attrazione di tipo ben più terreno, incarnata da María de Castro, la bella attrice con la quale intreccia una breve ma sensualissima relazione.
Relazione che finisce poi per metterlo nei guai, non tanto per l'esistenza di un marito (al quale le corna non fanno nè caldo nè freddo) quanto piuttosto per il fatto che ad un certo punto il sovrano in persona mette gli occhi sull'affascinante María: e con il re, in campo o a letto, non si compete se non a rischio della vita.
Da par suo il Capitano non è disposto a cedere, non solo per ragioni di principio ma anche perchè di María si è innamorato: lo sorprende, lo eccita e lo esalta che una donna come lei, i cui favori di solito costano parecchio in termini di denaro e di obblighi, lo abbia invece scelto unicamente per se stesso.
Tutto questo comunque cade in secondo piano quando viene scoperta una congiura ai danni del re che finisce poi per coinvolgere anche i Nostri: Íñigo trascinatovi da Angélica, il cui zio è uno dei mandanti, e il Capitano proprio a causa di María.
Sarebbe troppo lungo scendere nei particolari: qui basti dire che la congiura dovrebbe portare alla morte del re e all'incriminazione della regina (di origine francese, con la Francia ostilissima alla Spagna), alla conseguente destabilizzazione e alla probabile apertura di un conflitto.
Con l'aiuto dell'amico Quevedo ed alienandosi purtroppo l'appoggio dell'altro amico Guadalmedina, il Capitano riesce infine a sventare l'attentato decisivo, che avrebbe dovuto verificarsi durante una battuta di caccia.
In seguito, con sussiego non privo di ammirazione, il re gli riconosce la propria gratitudine: una vuota gratitudine su cui il Capitano ironizza a denti stretti, ma per la quale - ormai avvezzo alle disillusioni - egli non se la prende più di tanto.
Tra una cosa e l'altra (e in questo romanzo di cose ce ne sono davvero tante), nel corso della vicenda Íñigo e Angélica affrontano la loro "prima volta", con passione travolgente e qualche tocco di sadomasochismo. Entrambi innamorati, benchè ciascuno a suo modo, a mio parere incarnano alla perfezione l'ambiguo motto latino nec tecum nec sine te.
CORSARIOS DE LEVANTE (2006)
Durissimo e poetico come sempre, questa volta Arturo Pérez-Reverte ha prodotto uno di quei romanzi in grado di soddisfare la critica ed i fans più accaniti: per i lettori occasionali potrebbe invece risultare più difficile apprezzare l'insieme.
Del resto però l'attività di scrittore di Arturo Pérez-Reverte sembra ormai essersi definitivamente orientata verso quel tipo di romanzo in cui la pura narrazione si pone al servizio della cronaca storica, come dimostrano le sue più recenti creazioni, "Cabo Trafalgar" e "Un día de cólera": per cui "Corsarios de Levante" a ben guardare risulta più una coerente conferma che una strana eccezione.
Nell'ambito della saga dedicata al Capitano Alatriste è comunque un romanzo importantissimo. Dato l'argomento (la guerra di corsa sulle acque del Mediterraneo, dove turchi e cristiani vanno scambiandosi insulti e cannonate) confesso che all'inizio l'ho trovato un po' noioso, forse somigliante a "El Sol de Breda" per il predominio degli eventi bellici, descritti con tecnicismi perfetti in tutta la loro crudezza; dopo alcuni capitoli però mi si sono aperti orizzonti diversi, perchè in realtà il romanzo riesce anche a diventare una tappa fondamentale nello sviluppo dei rapporti fra Íñigo e il Capitano, nella crescita dello stesso Íñigo e più in generale nella loro vicenda di uomini e di soldati spagnoli del secolo XVII.
La vicenda si svolge tra il maggio e il settembre del 1627: Íñigo ha diciassette anni, il Capitano quarantacinque, ed entrambi vanno alla deriva in quel loro tempo splendido e miserabile.
Il re ha dimenticato in fretta di esser stato salvato da Alatriste, mentre la congiura che doveva portare alla sua morte è stata discretamente soffocata nel silenzio: fra Emilio Bocanegra è stato internato in un ospedale per malati mentali, alcune figure minori sono state giustiziate e Luis de Alquézar - del quale non si è potuto provare la responsabilità - è partito con la nipote per le Indie, dove ha comunque trovato modo di esercitare il proprio potere, continuando ad accumulare ricchezze.
In quanto al bieco Malatesta, si dice sia stato torturato e giustiziato, anche se un'altra voce - forse ben più attendibile - lo vorrebbe salvo in cambio della rivelazione di gravi segreti di Stato.
Alatriste e Íñigo sono tornati alla loro solita vita, e alla necessità di sbarcare il lunario.
Tra le altre cose, bisogna provvedere al futuro del ragazzo, a quella carriera militare che Íñigo vuole intraprendere. Non essendo nè nobile nè ricco, è opportuno che egli accumuli almeno qualche utile esperienza sul campo.
Ed è così che i due lasciano Madrid (il Capitano anche per sottrarsi alle mire matrimoniali della Lebrijana) e tornano ad un'esperienza che Alatriste ha già attraversato da giovane: entrano nel battaglione di fanteria spagnola di stanza a Napoli, in servizio sulle galere che solcano il Mediterraneo per contrastare i pirati turchi. Il che significa condizioni di vita terribili e precarie, ben al di là dei pericoli bellici di cui pure qualunque soldato è pienamente consapevole.
Partiti dalla costa spagnola a bordo della Mulata, il loro viaggio li porterà a toccare varie tappe: Orano ad esempio, sulla costa africana, dove ritrovano Sebastián Copons - il vecchio amico, veterano delle Fiandre - e dove entrano in contatto con la difficile realtà delle guarnigioni di confine. Lì si unisce a loro un nuovo personaggio che nel futuro della narrazione avrà un certo peso: Aixa Ben Gurriat, detto poi il Moro Gurriato.
In seguito ci saranno Malta, Lampedusa, e infine Napoli, dove i Nostri vivono molte avventure prima di ripartire per le isole greche e il Levante.
Alla fine, presso le coste dell'Anatolia, il convoglio di tre galere di cui fa parte la Mulata sosterrà un epico e sanguinosissimo scontro contro soverchianti forze turche: e gli spagnoli dovranno ricorrere a tutto il loro disperato valore.
Pochi saranno i sopravvissuti, dopo una battaglia durata quasi due giorni, descritta da Pérez-Reverte con grande perizia tecnica e con dovizia di particolari cruenti, ma senza morbosi compiacimenti: tra essi Alatriste e Íñigo, che prima nell'attesa della morte poi nel sollievo e nella malinconia per la dubbia vittoria si riavvicinano, dopo aver avuto qualche grave contrasto.
Uno dei "cuori" del romanzo è dato infatti dal rapporto tra i due, che non sono più padrone e servitore, bensì qualcosa di molto simile a padre e figlio.
Íñigo però si trova nell'ingrata terra di mezzo tra infanzia ed età adulta, è insofferente, si mette spesso nei guai e arriva al punto di parlare al Capitano, che vorrebbe offrire qualche utile suggerimento nato dall'esperienza, mancandogli di rispetto su argomenti importanti.
Íñigo si dice che con il Capitano non è più come un tempo, "non è più come guardare a Dio", e vorrebbe sentirsi pienamente libero ma eccede; chiunque altro che non fosse il ragazzo non l'avrebbe passata liscia, con lui invece Diego riesce a trattenersi.
Tutto questo però incrina gravemente i loro rapporti, e ci vorrà del tempo per rimettere insieme i pezzi. La riconciliazione avviene poi per gradi, senza parole, con il pentimento di Íñigo e qualche gesto dolcissimo di cui il Capitano, a dispetto della sua fama di duro, è sempre capace nei confronti di coloro che ama.
E sullo sfondo il sangue, la violenza, il senso del dovere e dell'onore, la consapevolezza stessa da parte di Íñigo - per cui solo due anni prima le Fiandre erano state una sorta di bella avventura - che vivere e combattere non è più un gioco.
La bellezza più profonda del romanzo è qui: nel senso di fatalità che pervade la storia di Spagna e l'esistenza individuale dei personaggi, confondendo l'una nell'altra sino a sfumare nel nulla, non prima però di essersi confrontate con il tutto.
I ROMANZI (in Italia editi da Salani-Tropea; in Spagna editi da El Punto de Lectura e da ALFAGUARA).
CAPITANO ALATRISTE ("El Capitán Alatriste", 1996)
Anno 1623: tornato dalla campagna militare nelle Fiandre ed uscito dalla prigione per debiti, il Capitano è costretto a guardarsi intorno, cercando qualcosa da fare. La sua convivenza con Íñigo è già iniziata, ed anche di lui egli si sente responsabile.
Per vie traverse ottiene un contatto, ed un paio di gentiluomini mascherati lo incaricano - assieme all'altro sicario Gualterio Malatesta - di rapinare e spaventare due giovani viaggiatori inglesi in transito per Madrid.
L'incarico sembra facile, ma le cose si complicano quando il tetro fra Emilio Bocanegra ordina agli stessi sicari di uccidere i due inglesi.
Messo in sospetto dalle contraddizioni, Alatriste invece di eseguire l'incarico, finisce per soccorrere le sue potenziali vittime, attirandosi per sempre l'odio di Malatesta e di Bocanegra. Malgrado ciò significhi soltanto guai, Alatriste scopre di aver fatto la cosa giusta, perchè i due viaggiatori in incognito sono il futuro re d'Inghilterra Carlo I e il suo amico, il futuro duca di Buckingham (la presenza di questo personaggio è forse l'omaggio più palese di Pérez-Reverte a Dumas e ai suoi Moschettieri): la loro morte avrebbe portato al probabile scoppio di una guerra.
Fiancheggiato dall'amico Álvaro de la Marca, conte di Guadalmedina, e dal duca di Olivares in persona (era lui, uno dei due gentiluomini mascherati) Alatriste si toglie a fatica dai guai.
Nel frattempo però Íñigo ha incontrato per la prima volta quello che sarà per sempre il suo diabolico amore: Angélica de Alquézar, all'epoca soltanto undicenne.
PUREZZA DI SANGUE ("Limpieza de sangre", 1997)
La "purezza di sangue" è una delle ossessioni dell'epoca: è ciò che determina o meno l'essenza del buon suddito spagnolo e del "cristiano viejo", ovvero di colui nelle cui vene scorre da sempre un cattolicissimo sangue. A questa condizione sono ovviamente estranei gli ebrei e i "giudaizzanti", cioè coloro che con gli ebrei simpatizzano.
L'accusa di eterodossia era particolarmente grave e poteva portare dritti al rogo benchè, dati i lunghi intrecci genetici, ben poche famiglie potessero realmente vantare - e dimostrare - un'ascendenza perfettamente cattolica. Ma questa come molte altre questioni era più un problema di facciata e di apparenza, che di sostanza: i ricchi non esitavano a comprarsi una genealogia rispettabile, se credevano di averne bisogno, mentre su tutti gli altri incombeva il potere decisionale e ricattatorio della Chiesa.
Su questo poco allegro sfondo si colloca la vicenda del romanzo.
L'anziano don Vicente de la Cruz si rivolge ad Alatriste per farsi aiutare in una difficile impresa: salvare la propria figlia Elvira, giovane novizia nel convento delle Adoratrici Benedettine a Madrid.
Tra le mura del convento, dominato in tutto e per tutto dal lascivo fra Juan Coroado, accadono fatti poco edificanti sui quali però è impossibile far aprire un'inchiesta ufficiale. L'angosciato padre si propone pertanto di rapire la povera Elvira, sottraendola alla sua triste condizione.
Viene approntato un piano disperato che all'ultimo purtroppo fallisce: durante l'assalto don Vicente rimane ucciso, Alatriste riesce a fuggire per un pelo, ma Íñigo viene catturato e in seguito portato nel carcere dell'Inquisizione a Toledo.
Qui malgrado il terrore e la giovane età, Íñigo riesce a resistere e a non tradire il Capitano, che comunque è costretto a defilarsi e a ritirarsi nell'ombra.
Ma in seguito solo l'aiuto occulto di Olivares e una folle cavalcata dell'amico Quevedo riusciranno ad allontanare il ragazzo dal rogo.
Al termine della vicenda Alatriste avrebbe l'occasione di uccidere Malatesta, che si trovava tra coloro che avevano respinto l'assalto al convento: però rinuncia, riconoscendo nell'altro una specie di beffardo specchio di se stesso.
IL SOLE DI BREDA ("El Sol de Breda", 1998)
All'interno della saga è il romanzo che mi è parso relativamente più "noioso", ma è comunque importante.
Privo di soluzioni alternative per sbarcare il lunario e ritenendo utile scomparire da Madrid dopo il braccio di ferro con l'Inquisizione, nel 1625 Alatriste parte di nuovo per unirsi al Battaglione di Cartagena e combattere nelle Fiandre; questa volta Íñigo è con lui, come saccardo: il ragazzo insomma comincia a ripercorrere le stesse esperienze che furono del giovane Altriste, e si appresta a diventare uomo, in tutti i sensi.
Attraverso una lunga serie di episodi, tra cui il massacro di Oudkerk e il lunghissimo assedio di Breda, il Capitano - in quel suo modo deciso e silenzioso - cementa una solida fratellanza con i suoi commilitoni, trovando nel contempo più di una conferma al senso di vuoto e alla pessimistica rassegnazione che da sempre gli occupano l'animo.
Il 5 giugno 1625 avviene finalmente la resa di Breda, episodio che in seguito avrebbe ispirato a Diego Velázquez il suo grande quadro "Le Lance".
L'ORO DEL RE ("El oro del Rey", 2000)
Un lungo viaggio per mare riporta Alatriste, Íñigo e gli altri soldati sopravvissuti dalle Fiandre alla Spagna.
Durante quegli scomodi giorni, vissuti nel modo più precario e spartano che sia possibile concepire, Alatriste ha tuttavia insistito perchè Íñigo non trascurasse la propria educazione tanto intellettuale quanto fisica: il ragazzo ha così trascorso il tempo leggendo ed imparando ad usare la spada.
Sbarcati a Siviglia nel 1626, li attende una lettera di Quevedo, che intende affidare al Capitano un incarico delicato.
Poco dopo lo sbarco, Quevedo mette in contatto Alatriste con il contabile Olmedilla, un ometto calvo e pallido dalla faccia di topo: è lui che il Capitano deve assistere in una misteriosa faccenda. La qual faccenda, al termine di tortuosi ed oscuri conciliaboli, si rivela come tutt'altro che agevole: si tratta di impadronirsi di un galeone proveniente dalle Americhe, ufficialmente carico di merci destinate ai mercati di Siviglia e Cadice ma in realtà gravato da un carico clandestino d'oro: circa duecentomila scudi, una fortuna.
Il proprietario della nave, il duca di Medina Sidonia, sta in pratica cercando di sottrarre quella fortuna all'erario, finanziando tra le altre cose alcune province ribelli alla Corona.
Un potente personaggio (Olivares? Il re in persona?) trama nell'ombra per far fallire l'impresa, dirottando di nuovo il tesoro nelle casse reali.
Alatriste riceve generosi finanziamenti, carta bianca per agire a sua discrezione, assieme a promesse di ulteriori ricompense (con velate minacce in caso di fallimento...); la prima cosa da fare è reclutare un gruppo di mercenari abili, se non proprio fidati.
Sfuggiti all'ennesima soave trappola tesa da Angélica de Alquézar, Alatriste e Íñigo trovano i loro uomini nel famigerato Corral de los Naranjos, poi si mettono all'opera.
L'impresa verrà portata a termine, benchè non senza tradimenti e spargimento di sangue. E una volta ancora il Capitano verificherà sulla propria pelle e sulla propria coscienza il costo della fedeltà ideale ad un sovrano che scarsamente la merita.
? ("El caballero del jubón amarillo")
? ("Los Corsarios de Levante")
I PERSONAGGI. LE STORIE.
Protagonista della saga di Arturo Pérez-Reverte che al momento attuale comprende sei romanzi, è il Capitano Diego Alatriste y Tenorio: mercenario taciturno dallo sguardo intenso e glauco, veterano di mille battaglie, abile spadaccino, uomo solitario e ormai pienamente disilluso. Nelle primissime righe del primo romanzo ci viene presentato così: "Non sarà forse stato l'uomo più onesto e neanche il più caritatevole della terra, ma era un uomo valoroso". [traduzione di Roberta Bovaia]
A parlare è Íñigo Balboa, ormai anziano, ma che da giovanissimo fu per lungo tempo a fianco del Capitano: inizialmente come domestico e paggio, poi come surrogato di quel figlio che in realtà Altriste non ebbe mai.
Originario di Oñate nei Paesi Baschi, Íñigo è figlio di un antico commilitone del Capitano, morto qualche anno prima nelle Fiandre. La madre lo invia, dodicenne, a Madrid per alleviare le necessità famigliari e da quel momento il ragazzo inizia una vita tutta nuova al fianco dell'antico amico del padre; una vita che lo porterà a contatto con soldati e gente comune, ma anche con i grandi ingegni dell'epoca (Quevedo, Lope de Vega, Calderón, Velázquez) e con gli stessi membri della Corte.
Innumerevoli sono le esperienze materiali e spirituali che quel tipo di vita fa attraversare ad entrambi: le miserie e gli splendori della Capitale, la cruda asperità della guerra, gli amori, gli affetti, l'immortale teatro dell'epoca, i duelli, gli agguati, i tradimenti, le inimicizie mortali...ma c'è una differenza fondamentale: mentre il Capitano - il cui titolo militare tra l'altro è più onorifico che reale - è un uomo adulto che molto ha vissuto e che ormai può rimanere impassibile di fronte a qualsiasi cosa, all'inizio della loro coabitazione Íñigo è invece un ragazzo in procinto di spiccare il volo verso l'adolescenza, e proprio le esperienze condivise con il suo "eroe" e maestro contribuiranno in maniera determinante a renderlo adulto.
Nel suo futuro Íñigo intraprenderà la carriera militare, sarà per lungo tempo al fianco del re - un Filippo IV sempre più triste e amareggiato - e combatterà infinitamente, sino al giorno fatale e maledetto in cui nella battaglia di Rocroi (18-19 maggio 1643) gli spagnoli subiranno una storica crudelissima sconfitta ad opera dei francesi. Quel giorno il Capitano Alatriste chiuderà gli occhi per sempre, e un intero mondo cesserà di esistere.
A grandi linee questi e molti altri eventi vengono a conoscenza del lettore sin dai primi volumi, perchè lo stile narrante di Íñigo segue il filo dei sentimenti e delle sensazioni, oltre quello della memoria: e l'uomo anziano che all'inizio del secolo era ancora un bambino dispiega per noi e per se stesso un arazzo le cui trame non possono seguire un'unica direzione. La morte del Capitano è presente ad Íñigo tanto quanto la prima volta in cui insieme rischiarono la vita, e la rievocazione cronologica è soltanto uno dei modi in cui i fatti possono essere richiamati alla mente e al cuore.
Ugualmente ci viene narrato che ad un certo punto della sua vita Íñigo sposa una ricca e matura vedova; eppure il suo grande amore è la bellissima Angélica de Alquézar, nipote del segretario reale Luis de Alquézar, uno dei più pericoloso nemici del Capitano. Dama della regina, immortalata da Velázquez in un quadro del 1635 e destinata a morire giovane, Angélica è uno dei personaggi più ambigui e affascinanti della saga: a suo modo ama davvero Íñigo, eppure per lei l'ambizione e il potere non passano mai in secondo piano. Íñigo l'amerà a prima vista, resterà suo per sempre e sarà da lei ferito, ingannato, trascinato in trappole mortali, in carcere ed in imprese impossibili. Angélica sarà per lui l'Unica, l'Alfa e l'Omega, lo Zenith e il Nadir: imparerà a conoscerla a fondo, eppure non rinuncerà mai a lei, nemmeno dopo la sua morte.
Ma all'inizio della storia tutto questo è ancora lontano: i romanzi iniziano negli anni '20 del secolo XVII e ci portano gradualmente a conoscenza dei personaggi e delle avventurose vicende che li coinvolgono.
All'epoca Alatriste e Íñigo abitano in un piccolo appartamento sopra la Taverna del Turco, all'angolo tra calle Toledo e calle Arcabuz. La taverna appartiene a Caridad la Lebrijana, florida quarantenne ex prostituta, innamorata persa del Capitano, al quale elargisce generosamente (e oramai in esclusiva) i suoi favori.
Al tavolo d'angolo della taverna il Capitano e Íñigo passano quella parte della loro vita che non è impegnata nei combattimenti o nelle fughe; attorno a loro siedono quei pochi fedeli amici le cui parole e i cui commenti costituiscono per il ragazzo una specie di scuola, e per Alatriste un raro contatto umano.
C'è innanzitutto il poeta (realmente vissuto) don Francisco de Quevedo, "zoppo e spaccone, puttaniere, miope, Cavaliere di San Giacomo, svelto di mente e di lingua quanto di spada, famoso [...] per i suoi bei versi e per il suo caratteraccio" [trad. cit.]. Costantemente in bilico tra esilio e fama immortale, impegnatissimo a sfornare su due piedi i versi più arguti su amici molto amati o avversari mal sopportati (in primis il poeta Góngora), don Francisco è un gran personaggio.
Accanto a lui siedono, bevono, rievocano e commentano altri personaggi altrettano interessanti: l'avvocato Calzas, cinico ed insidioso persino per i propri clienti, dotato di un eloquio provocatorio e pungente; Juan Vicuña, ex sergente di cavalleria che nelle Fiandre ha perduto un braccio ma che ancora si sente un vero soldato; il maestro di latino Pérez, gesuita bonario, prodigo di citazioni calzanti a qualunque occasione; e infine il Guercio Fadrique, famacista.
Sul fronte opposto agli amici, i pericolosi nemici: fra Emilio Bocanegra, innanzitutto, nel quale la religione è essenzialmente strumento di potere; Luis de Alquézar di cui già si è detto; e poi Gualterio Malatesta, spadaccino e sicario di origine palermitana che in un certo senso costituisca l'alter ego oscuro ed inquietante dello stesso Capitano.
Uomini e vicende forgiati da un tempo splendido e terribile: questo si trova nei romanzi di Arturo Pérez-Reverte dedicati al Capitano Altriste.
