IL TE' DELLE TRE VECCHIE SIGNORE ("Der Tee der drei alten Damen", 1941), di Friedrich Glauser [ Sellerio ed., 1985, 2009; trad. di Gabriella de' Grandi ]
Di Glauser ho già avuto modo di apprezzare alcuni romanzi dedicati alle avventure del suo investigatore ricorrente, il sergente Studer
(recensione : booksnotes.splinder.com/post/18432153/Niente+orologi+n%C3%A8+cioccolato. ) ; di questo romanzo invece avevo solo sentito parlare, ma ovviamente mi incuriosiva.
Friedrich Glauser è uno degli autori che all'inizio del secolo scorso, quando il romanzo poliziesco nato a fine '800 iniziò a svilupparsi e a differenziarsi in innumerevoli filoni, scelse di opporsi al giallo classico, razionale e in fondo schematico, il giallo in cui lo scioglimento dell'enigma è spesso più importante dello svolgimento narrativo: egli preferì scrivere romanzi polizieschi che fossero anche un mezzo di interpretazione della realtà e che offrissero al lettore "meditazione e riflessione durante la lettura".
Uno dei suoi personaggi dice ad un certo punto: "Non sottovalutate il racconto poliziesco: oggi è l'unico mezzo per diffondere idee ragionevoli". Glauser dunque non disprezzava il genere in quanto tale, era anzi piuttosto propenso ad omaggiare le tradizione se lo riteneva opportuno, tanto che all'occhi dell'appassinato i suoi romanzi contengono numerose citazioni "holmesiane" più o meno palesi.
Ciò che Glauser disprezzava era soltanto la degenerazione e la banalizzazione di un filone letterario divenuto ormai sin troppo popolare e manieristico.
Per fortuna l'autore era dotato anche di un certo senso dell'umorismo, tanto che ne "Il te' delle tre vecchie signore" uno dei personaggi femminili - che pure è una scienziata, ovvero una persona cosiddetta seria - divora appassionatamente quella stessa letteratura popolare ed ha spesso sottomano un romanzo di Fantomas o di Arsenio Lupin. Ma a posteriori non si può fare a meno di valutare assai positivamente l'intelligente lungimiranza di Glauser, quello stesso gusto per il delitto "significativo" che nel corso del Novecento ha prodotto tra gli altri i romanzi di Simenon o "Il Nome della Rosa" di Umberto Eco (per limitarsi ad un paio di citazioni).
In ogni caso pare che "Il te' delle tre vecchie signore" sia un romanzo abbastanza particolare all'interno dell'intera produzione glauseriana: è l'unico che raccoglie in sè elementi polizieschi veri e propri (una serie di delitti corredati da altri crimini, con relativa indagine), elementi autobiografici (il disagio mentale e i trattamenti psichiatrici che lo stesso autore sperimentò nel corso di una vita difficile) e infine elemnti apparentemente soprannaturali (lo spiritismo fu uno dei suoi grandi interessi).
L'unione e l'interazione di tutti questi elementi producono alla fine un romanzo bello e complesso, dalla trama a tratti un po' oscura e delirante ma sempre giustificata... benchè - ammettiamolo! - in grado di sconcertare i suoi stessi personaggi.
Uno dei più importanti - il giovane Cyrill Simpson O'Key, giornalista del "Globe" e agente dell'Intelligence Service britannico - ad un certo punto riassume così il caso nel quale si è ritovato invischiato: "Un uomo peraltro tranquillo, corretto fino all'eccesso, si spoglia in piena notte su una pubblica piazza e muore. Un farmacista, che gode pessima fama di spacciatore di droghe, viene trovato privo di sensi nel suo negozio dopo una notte di frastuono e canti liturgici, e muore all'ospedale. Un professore che in passato si occupava di fenomeni occulti, ed è morfinomane, conosce questi due. Poi dal farmacista trovo il frammento di una ricetta, balsamo di strega, e una moneta che non lascia dubbi sull'esistenza di una setta gnostica...".
Poco più avanti lo stesso O'Key domanda, lievemente ironico (ma non troppo): "La prego, consigliere, mi spieghi come pensa di conciliare giacimenti petroliferi indiani, missionari americani nelle vesti di delegati della Standard Oil, agenti segreti dei soviet, gnosi basilidiane, erbe velenose, ricette della strega, maharaja indiani, psicologi che fanno esperimenti su materiale umano, psichiatri scomparsi, uomini innocui ricoverati per improvvisa pazzia, il Maestro dei cieli dorati col volto di legno, cartelle rubate e ritrovate, e per finire vecchie signore che bevono il te'!".
Sembra di essere all'interno di "Alice in Wonderland" e per dirla tutta, l'elenco delle cose improbabili potrebbe essere ben più lungo: ad esempio ci sarebbe da considerare anche un maggiordomo che in realtà è un colonnello dell'Intelligence Service, e una grassa governante capace di evocare sciami di vespe e calabroni...
Tuttavia è vero che la storia - ambientata nella Ginevra dell'omonimo lago e della Società delle Nazioni - inizia con una strana morte: un giovane e compassato segretario britannico si spoglia e collassa in presenza di un poliziotto; in seguito muotre all'ospadale e si scopre che è stato avvelenato.
Di lì prende le mosse una complicatissima vicenda che riguarda in parte gli interessi politico-commerciali delle colonie indiane, e in parte un'astrusa rete di inganni e ricatti.
A completare il quadro, agenti segreti non necessariamente fedeli alla causa, avvocati e medici ebrei, ambiziosi funzionari con equivoche mogli e - dulcis in fundo - alcune storie sentimentali, un paio delle quali finiscono addirittura felicemente.
Il tutto espresso con stile articolato eppure fluido, intelligente e non di rado ricco di umorismo.
Superfluo aggiungere che il romanzo è vivamente consigliato, specialmente a quel tipo di lettori che non si lasciano spaventare da un po' di eccentrico caos.
"Oggigiorno vige ovunque il principio:
perchè semplificare le cose se vanno
bene anche complicate?"
- consigliere di Stato, signor Martinet -
LadyJack || 11:03 ||
lunedì, 12 ottobre 2009
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I Classici del Giallo Mondadori n. 1219 del 7/5/2009 - Trad. Alfredo Pitta.
Attenzione: spoilers.
Di sicuro Archie Goodwin non si sarebbe mai aspettato di venire a sapere che il suo geniale signore avesse una figlia, ancorché adottiva.
E certamente Nero Wolfe non avrebbe immaginato che una storia di furti di gioielli e delitti avrebbe coinvolto la sua vita privata, riportandolo indietro nel tempo, quando era un giovane (magro!) combattente idealista in Montenegro.
Il placido ritmo quotidiano del nostro investigatore preferito viene interrotto dall'arrivo della misteriosa Carla Lovchen, dall'accento straniero, che si comporta in modo strano, lasciando un documento tra le pagine di un volume della biblioteca di Nero Wolfe, per indurlo ad aiutarla a scagionare un'amica finita in un pasticcio. Carla e la sua altezzosa compagna di avventura, Neya Tormic, sono da poco negli Stati Uniti e lavorano come insegnanti di scherma e di danza nella scuola del signor Miltan. Secondo le allusioni di Carla Lovchen, Neya sarebbe la figlia adottiva di Nero Wolfe, ora accusata di avere rubato alcuni diamanti dalla tasca della giacca di un cliente, mentre questa era appesa nello spogliatoio durante una lezione di scherma. Che poi si trattasse di un equivoco e che le preziose pietre, in realtà, si trovassero al sicuro e non ci fosse stato alcun furto passa in secondo piano quando uno degli allievi della scuola di scherma viene trovato morto, trafitto da una punta acuminata, chiamata "col de mort", utilizzata per rendere fatale un fioretto.
Neya finisce fra i sospettati, ma i possibili assassini sono più di uno.
L'ispettore Cramer ha le mani legate, perché nella faccenda intervengono imperscrutabili relazioni internazionali, veti diplomatici ed intrighi politici, per cui non gli resta che affidarsi all'acume di Nero Wolfe, che delle dinamiche bosniache e montenegrine si intende parecchio.
Archie, come sempre, si distingue per prontezza mentale e senso dell'umorismo, facendosi anche grasse risate per l'insolita situazione in cui si trova il ciccione del suo cuore. Nero Wolfe, alle prese con i ricordi del suo passato, è un po' più umano e vulnerabile, ma non perde comunque la padronanza delle proprie meningi e gestisce l'indagine con la consueta maestria, riuscendo persino a difendersi da un attacco fisico con impensabile prontezza ed agilità per un uomo della sua mole. La scena finale è memorabile, nella sua macabra ironia.








La penna di Rex Stout, a mio parere, non ha paragoni nel giallo classico.
ArchieGoodwin || 19:14 ||
domenica, 11 ottobre 2009
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In larga parte il post fa riferimento al seguente volume:
I Grandi del Mistero - R.Austin Freeman (A.Mondadori ed., 1985) che contiene i romanzi L'IMPRONTA SCARLATTA ("The Red Thumb-Mark", 1907), L'OCCHIO DI OSIRIDE ("The Eye of Osiris", 1911) e il racconto PREMEDITAZIONE ("A Case of Premeditation", originariamente inserito nella raccolta "Dr. Thorndyke's Casebook", 1923).
R. Austin Freeman (Londra 1862 - Gravesend 1943) fu un popolarissimo autore di romanzi polizieschi. Oggi ricordato quasi esclusivamente dagli appassionati, andrebbe invece tenuto più presente come una delle pietre miliari del genere, al pari di molti altri Grandi.
Superficialmente i suoi romanzi, veramente classici per ciò che riguarda intrecci e personaggi, subiscono l'influsso di Arthur Conan Doyle e i suoi stessi personaggi principali non sono che una intelligente variazione di Holmes e Watson. Nelle storie di R. Austin Freeman il ruolo dell'investigatore è rivestito dal dottor Thorndyke, un uomo alto, magro, di nobile aspetto e di misurata parola, coadiuvato dal dottor Christopher Jarvis, uno dei suoi ex allievi, fortunosamente reincontrato (e salvato dall'indigenza... ) nella prima delle loro comuni avventure.
Anche le trame riportano a quella Londra tra fine Ottocento e inizi Novecento, così cara ai fans di Holmes, nonchè agli intrecci classici del giallo d'epoca: clamorosi furti, omicidi eccellenti, misteriose sparizioni, romantiche - benchè sobrie - storie d'amore.
Ne L'IMPRONTA SCARLATTA ad esempio, che fu il primo romanzo della serie dedicata al dottor Thorndyke, un uomo viene accusato di furto nell'agenzia dove lavora perchè nella cassaforte è stata rinvenuta una chiarissima (ma molto sospetta... ) impronta insanguinata che vine identificata come appartenenete al suo pollice sinistro.
Ne L'OCCHIO DI OSIRIDE invece la sparizione di un gentiluomo ricco ed asppassionato di Egittologia si intreccia con le particolarità legali presentate dal suo testamento. Poi la sparizione misteriosa diventa un sospetto omicidio e il ritrovamento di ossa umane in vari stagni della campagna vicina e lontana complicano ulteriormente la faccenda.
Sin qui nulla di clamoroso, anche se bisogna sottolineare come R. Austin Freeman possedesse una scrittura fluida e intelligente, unita ad una certa originalità di ispirazione.
La vera innovazione per la quale è rimasto famoso riguarda però un altro elemento dei suoi romanzi, ovvero il ruolo della scienza esatta. Il dottor Thorndyke innanzitutto non è un investigatore dilettante, bensì un medico legale e come tale è attivo in tribunale ed insegna all'Università. In casa possiede un fornitissimo laboratorio e le sue nozioni teorico-pratiche di anatomia, biologia, chimica e simili sono spaventosamente numerose: ciò che non sa con certezza, si dà poi da fare per apprenderlo sperimentando.
Inoltre - ed è questo l'aspetto più moderno delle sue storie - un tale empirismo viene applicato costantemente nel corso delle indagini che lo coinvolgono, al fine di stabilire la verità vera, provata e non una verità apparente o di comodo.
Per intenderci: se l'impronta scarlatta è sospetta, bisogna lavorare per vedere se sia stato possibile falsificarla (ed Austin Freeman fu il primo a dimostrare che le impronte digitali hanno seri limiti, come prove); se le ossa ritrovate presentano troppe stranezze, bisogna lavorare per cercare di spiegarle (e le osservazioni di Thorndyke sull'aspatto delle ossa o sul ruolo degli insetti in relazione alla cronologia del delitto sono degne di CSI o dei romanzi di Kathy Reichs).
Quindi Thorndyke, che ha una grande capacità di osservazione e di riflessione, finisce costantemente per tradurre il pensiero in azione, e l'azione in qualcosa di utilmente dimostrabile: il perfetto percorso scientifico come lo conosciamo ancor oggi, insomma, seppur inserito in romanzi che rimangono sostanzialmente di fantasia.
Ma che R. Austin Freeman fosse un Grande, lo dimostra anche un altro particolare, forse sconosciuto ai
più o comunque trascurato: fu lui l'inventore della cosiddetta inverted detection... gli appassionati seguaci del Tenenete Colombo in TV dovrebbero sapere bene di cosa si tratta; per i non addetti si può invece dire che la "investigazione rovesciata" è quel meccanismo per cui in una storia poliziesca PRIMA di tutto si assiste al crimine nei suoi minimi particolari, tanto che nemmeno il colpevole rimane occulto; il detective entra in scena solo IN SEGUITO e grazie alla propria abilità e alle proprie osservazioni ricostruisce ciò che noi già sappiamo, sino allo scioglimento del caso. Esattamente come fa da almeno quarant'anni il Tenente Colombo; ma il dottor Thorndyke lo aveva già fatto negli anni Venti, e PREMEDITAZIONE dimostra in che modo.
- Il racconto è diviso in due parti: la prima (programmatica al massimo!) si intitola "L'eliminazione del signor Pratt" e la seconda, corrispondente alla relazione sul caso stilata dal dottor Jarvis, è "Segugi a confronto".
L'inizio del racconto vede il distinto e normalissimo signor Rufus Pembury salire su di un treno e manifestare mentalmente il proprio disappunto per il fatto che il suo tranquillo scompartimento di Prima Classe è stato invaso da un altro viaggiatore rozzo e fastidioso, la cui presenza risulta alquanto urtante.
Di lì a poco però i problemi del signor Pembury si aggravano drammaticamente: lo sconosciuto attacca discorso e gradualmente, tra una cosa e l'altra, si propone come ricattatore.
Dice di essere il signor Pratt, ora intendente nella tenuta del generale O'Gorman ma nel passato secondino del penitenziario di Portland. Nel signor Pembury ha riconosciuto Francis Dobbs, un detenuto evaso qualche anno prima che si pensava fosse morto annegato durante il tentativo di fuga. Ciò che chiede Pratt è ovvio: denaro in cambio del proprio silenzio.
Per Rufus Pembury, che dopo l'evasione ha cambiato vita ed ha raggiunto una dignitosa posizione sociale, il colpo è durissimo da incassare. Prò non può far altro che accettare l'appuntamento per un primo pagamento, consapevole del fatto che la la cosa non finirà mai. I due si accordano per trovarsi all'inizio del viale che conduce alla proprietà del generale, dato che la tenuta non dista molto dal villaggio di Baysford dove Pembury vive.
Ma l'ex galeotto, con una prontezza davvero invidiabile, ha già elaborato un suo piano alternativo che mira naturalmente all'eliminazionedll'importuno signor Pratt. Piano complicatissimo (il racconto ne segue passo passo la realizzazione) il cui punto di forza è il seguente: false tracce da dare quasi letteralmente in pasto alla muta di cani da caccia del generale porteranno gli inseguitori lontani dalla scena del delitto, dando all'assassino il tempo di nascondersi e di fuggire, celando per di più la vera arma del delitto.
Il piano riesce perfettamente e del delitto viene accusato Jack Ellis, tuttofare alla Stazione di Polizia, mentre Rufus Pembury torna alla propria vita.
Qualcuno però è molto preoccupato dal modo in cui il caso sembra essersi concluso e da Londra viene chiamato in causa il dottor Thorndyke, che ha fama di essere un abile risolutore di casi bizzarri.
Il dottore infatti non delude le aspettative: osservando solo gli elementi concreti (impronte di scarpe, macchie di sangue, rami spezzati) ed ignorando ciò che l'assassino ha voluto "far vedere" tanto ai cani quanto agli investigatori, ricostruisce il vero andamento dell'omicidio e punta il dito contro il probabile colpevole. Il quale comunque non verrà arrestato perchè nel frattempo il distinto signor Pembury ha fatto le valige, ha realizzato i suoi titoli bancari ed è partito per destinazione ignota.
Il dottor Thorndyke, che non è del tutto sprovvisto di spirito sportivo, non se la prende più di tanto: a lui basta aver ricostruito la verità.
E nemmeno il lettore è scontento del finale: un po' perchè il personaggio di Pembury non è del tutto antipatico (viene costuito come un ometto normale che diventa tremendo solo in quanto messo alle strette da qualcuno che è peggiore di lui) e un po' perchè di Pembury si finisce per ammirare l'ingegnosità e soprattutto la prontezza mentale.
Chi si trovasse in difficoltà dovrebbe veramente augurarsi di riuscire ad essere bravo come Pembury ad elaborare soluzioni ai problemi improvvisi. Anche se poi - almeno nei romanzi - la Giustizia tende lo stesso a trionfare: generazioni di astuti assassini smascherati da innumerevoli investigatori (compreso il Tenente Colombo) lo hanno imparato a proprie spese!
LadyJack || 17:22 ||
martedì, 24 febbraio 2009
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Il Sergente Studer indaga. Tre romanzi polizieschi, di Friedrich Glauser (Sellerio ed., 2008)
[ tutte le traduzioni sono di G.de' Grandi e V.Valenza ]
Da un po' di tempo in qua la già benemerita casa editrice Sellerio ha iniziato a pubblicare volumi di prezzo relativamente contenuto, ciascuno dei quali raggruppa almeno tre romanzi di autori già in catalogo; tra coloro che sono stati coinvolti nell'iniziativa ci sono Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Giménez-Bartlett... ed ora anche Friedrich Glauser, autore del quale non sapevo nulla e che ho incontrato per la prima volta proprio grazie ad uno dei succitati volumi.
A dire il vero, oggettivamente si tratta piuttosto di una riscoperta o di un ritorno, in quanto Glauser scrisse gran parte dei suoi romanzi negli Anni Trenta, quando il genere iniziava a diventare veramente popolare e già si diversificava in molte correnti. C'era il giallo classico, eclatante, capace di coinvolgere il lettore nel gioco dell'indagine e della scoperta (nei romanzi di Glauser si trovano vari accenni più o meno palesi alle storie di Sherlock Holmes); c'era il giallo psicologico, basato sui frutti dell'analisi interiore, attento soprattutto alle motivazioni; e c'era il giallo che ai fatti - comunque importanti - affiancava il peso delle considerazioni reali, umane, magari apparentemente dimesse eppure non trascurabili.
E' quest'ultimo, direi, il filone in cui a pieno titolo si può inserire Glauser, che infatti viene in genere paragonato a Simenon (lui stesso, in un articolo del '37 mai pubblicato, afferma di ritenerlo un maestro) o anche a Dürrenmatt (lo fece L.Sciascia in uno scritto del 1985). Insomma, Friedrich Glauser si colloca tra coloro che scrissero romanzi, ancor prima che romanzi gialli, prestando attenzione agli eventi e ai modo diversi in cui essi possono venir illuminati dalla consapevolezza, piuttosto che alla mera scoperta dell'assassino, la cui identità è del tutto marginale.
Le atmosfere di fondo risultano pertanto essenziali, sobrie, ridotte, un po' grigie forse, e lo stile è accostabile a quello lineare e rigoroso di certi film espressionisti; Glauser però di suo ci aggiunge una scritture fluida e avvolgente che riesce senza sforzo ad essere ora interamente descrittiva, ora venata di poesia, non priva inoltre di qualche divertente tocco ironico (cosa alla quale invece Simenon era ben poco interessato).
La produzione di Glauser può essere divisa in due filoni principali: quello poliziesco (comprendente i romanzi che ho letto) e quello dei romanzi di ispirazione autobiografica; c'è poi un unico romanzo, "Il te' delle tre vecchie Signore" ("Der tee der drei alten Damen", 1941) che unisce elementi polizieschi ed autobiografici, con l'aggiunta di elementi paranormali - altro argomento di grande interesse per l'autore.
In ogni caso anche nei gialli compaiono numerose reminescenze delle esperienze di Glauser, che ebbe vita breve, travagliata e avventurosa.
Friedrich Glauser (Vienna, 1896 - Nervi, 1938) da ragazzo passò alcuni anni in riformatorio; in seguito frequentò a varie riprese case-alloggio, case-lavoro ed ospizi per giovani disagiati, e fu internato diverse volte in ospedali e manicomi, a causa della sua tossicodipendenza da morfina.
Nel 1921 fuggì da casa e si arruolò nella Legione Staniera, poi continuò a viaggiare e ad accumulare esperienze, nomade irrequieto in giro per l'Europa: tra le altre cose fu minatore, infermiere, aiuto-giardiniere, e a Parigi entrò in contatto con le avanguardie dell'epoca, soprattutto sul versante dadaista. Parte di questa amara ma vibrante anarchia si riversa anche nei romanzi, dove i personaggi si trovano a confronto con l'insopportabile tristezza del quotidiano, ma anche con i piccoli gioiosi sollievi offerti da ciò che, per un momento, si volge al meglio. Vengono oppressi dal grigiore burocratico, dall'insoddisfazione del desiderio, dall'accettazione di ciò che non si può evitare; a volte vengono però sostenuti dalla loro caparbietà, dai loro sogni o magari dalla contemplazione di qualche paesaggio di imprevedibile bellezza.
Non si può dunque affermare che i romanzi di Glauser risultino particolarmente briosi o allegri (e nemmeno vorrebbero esserlo), tuttavia in quelle pagine non manca una certa pacata dolcezza, una tensione che si stempera positivamente e che rende i romanzi stessi - eccentrici eppure interessanti - molto leggibili e più che degni di considerazione.
Tra l'altro, benchè la traduzione italiana sia eccellente ed accurata, ho l'impressione che anche la scrittura originale di Glauser abbia parecchi mariti linguistici che andrebbero ugualmente considerati; i romanzi sono scritti in tedesco, ma le storie fanno riferimento al territorio svizzero ove al tedesco si mescolano anche il francese e l'italiano, mentre persino la lingua-base si differenzia ora in tedesco colloquiale ora in tedesco corretto e preciso (lo segnala lo stesso autore), oppure cade negli accenti più aspri e dialettali della sua variante bernese.
Il personaggio principale di Glauser infatti - il sergente investigativo Jakob Studer della Polizia Cantonale - viene da Berna, e anche questo a volte ha la sua importanza.
Jakob Studer è un quasi sessantenne con baffi e capelli grigi; il suo fisico massiccio unito ad una testa piccola e ad un'espressione saggia lo fa assomigliare ad una tartaruga ritta sulle zampe posteriori. Fuma sigari sottili e pestilenziali, i Brissago; in origine era commissario nella Polizia Municipale, ma poi una brutta faccenda coinvolgente una banca (faccenda spesso citata ma mai a chiare lettere) lo ha messo di fronte alla scelta fra compromesso ed onestà: avendo optato per quest'ultima Studer è passato alla Polizia Cantonale e non ha fatto carriera.
"Köbu dà i numeri", dicono di lui i colleghi, facendo riferimento ai suoi atteggiamenti svagati e poco ortodossi; ed in effetti Studer si astrae, medita, a volte sogna o ha addirittura qualche "visione" interiore. Si fa intenerire da tristi fanciulle in difficoltà, delle quali però non manca di notare anche l'astuzia o l'attitudine a mentire. Alla fine comunque sono la sua pacata intelligenza, la sua straordinaria memoria, la sua stessa esperienza di uomo e di poliziotto ad avere il peso decisivo nalla soluzione del caso a lui affidato (o di cui, più spesso, lui ha finito per appropriarsi).
Studer è pieno di dubbi e di incertezze, i romanzi traboccano delle domande che nel corso dell'indagine lui pone agli altri e ancor più a se stesso: eppure ad un certo punto i fatti vengono accertati e i colpevoli riconosciuti come tali.
Non sono, quelli di Glauser, romanzi che invitino particolarmente il lettore a mettersi in competizione con il detective per arrivare alla soluzione del caso: gli indizi però vengono lealmente forniti, e se a volte c'è una sorpresa, si tratta sempre di qualcosa che salta fuori al momento giusto e che non dimostra nient'altro, se non l'ammirevole abilità di Friedriche Glauser come scrittore.
Jakob Studer forse ha una capacità di osservazione particolarnmte penetrante, ma ciò non ne fa un uomo straordinario, superiore alla media: ne fa semplicemente un buon poliziotto e un personaggio interessante.
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IL SERGENTE STUDER ("Wachtmeister Studer")
Studer arresta Erwin Schlumpf, accusato di aver ucciso il padre della sua fidanzata Sonja, Wendelin Witschi. Il sergente però non è molto convinto della colpevolezza di Schlumpf e la sua idea non cambia nemmeno quando il giovane tenta di impiccarsi nella propria cella. Alla ricerca della verità, Studer parte per Gerzenstein, il paesino dove è avvenuto l'omicidio; lì si scontra con una realtà apparentemente semplice ed invece molto ambigua, e con parcchi personaggi ora amabili ora ostili, nessuno dei quali sembra essergli davvero utile nell'indagine.
I fatti setssi poi si complicano in maniera inquietante: Witschi forse non è stato ucciso ma si è suicidato; i colpi di pistola uditi la sera fatale sarebbero due e non uno; forse gli stessi famigliari della vittima non vogliono che la verità venga scoperta; una (o due?!) pistole appaiono e scompaiono.
Ma Studer non molla e riesce pazientemente a ricostruire una brutta vicenda imperniata su sensi di colpa, debiti, speculazioni errate e crediti inesigibili.
Finchè nell'epilogo il confronto con il colpevole si conclude in modo tragico e non pienamente riconoscibile, almeno a livello ufficiale.
Studer però sa bene cosa è successo; non può esserne soddisfatto ma sa anche di aver agito per il meglio.
KNOCK & Co.("Knock & Co.")
La figlia di Studer si sposa con Albert Guhl, a sua volta agente di polizia, e il ricevimento di nozze ha luogo in un paesino dell'Appenzell dove Albert è nato. Dopo la cerimonia gli invitati si riuniscono all'albergo "Il Cervo", di proprietà di Anni Rechsteiner, antica fiamma ed ex compagna di scuola di Studer, il cui marito infermo dà molte preoccupazioni.
Di lì a poco però Anni ha ben altro di cui preoccuparsi perchè nel suo albergo viene ucciso uno degli ospiti stanieri, e l'arma è quanto mai insolita: un raggio di bicicletta limato e reso appuntito, conficcato quasi interamente nel corpo dell'uomo.
Studer ovviamente si dà da fare per aiutare Anni e con grande difficoltà - dopo un secondo omicidio avvenuto per avvelenamento - ricostruisce la vicenda che ha condotto alle due morti: una storia di strozzinaggio e sfruttamento di cui la stessa Anni è in parte vittima, e di cui suo marito è parzialmente responsabile.
Ma non è tutto qui, perchè i colpevoli sono molti e gli assassini vanno cercati anche tra coloro che non erano presenti in albergo sin dall'inizio.
Squarci bucolici e simil-francescani tra animaletti resi domestici dalla gratitudine per essere stati salvati; ma la squallida vicenda portata alla luce dall'indagine è tutt'altro che gentile.
Curioso notare come ad un certo punto Studer, per stanare un colpevole, si serva dello stesso stratagemma già posto in opera da Sherlock Holmes in una delle sua avventure. Viene detto indirettamente, ma l'appassionato se ne accorge anche da solo.
IL GRAFICO DELLA FEBBRE ("Der Fiebercurve")
A Parigi, dove Studer è ospite del collega commissario Madelin, uno strano frate racconta un'ancor più strana storia. Proveniente dal Nord Africa, dove svolge opera di missione, Padre Matthias narra di aver incontrato un legionario, un "caporale veggente" come lo definisce, che ha preconizzato la morte di due anziane signore: due sorelle che erano entrambe state sposate con lo stesso uomo, il geologo Cleman, fratello di Padre Matthias, ormai morto da quindici anni.
Il religioso è incerto e turbato, ma dice di volersi recare a Berna e a Basilea dove vivono le sue ex cognate per sincerarsi che tutto vada bene.
Inizialmente tanto Studer quanto Madelin prestano scarsa attenzione alla strana storia; devono però ricredersi quando le anziane signore in questione, Josepha e Sophie, vengono effettivamente trovate morte nelle rispettive case per aver inalato il gas di cucina, in circostanze tali che rendono difficile decidere se si tratti di omicidio o di suicidio.
Studer però crede poco ai fantasmi, e ancor meno alle coincidenze: si mette pertanto su di una pista tutta umana che comunque non risulta più semplice
Il passato si intreccia con il presente, e forse con il futuro (dove un vecchio testamento potrebbe portare molti molti soldi); ingarbugliati legami famigliari si intrecciano con l'incertezza su "chi" sia veramente "chi" e su "cosa" stia veramente accadendo; tutto e tutti si nascondono e si muovono troppo velocemente.
Alla fine, accantonando la gioia ma anche la mestizia per la nascita del suo primo nipotino, Studer parte per il Nord Africa sotto mentite spoglie.
Da giovane - come molti - aveva sognato la Legione: e proprio nella Etrangére il vecchio sergente troverà le ultime risposte alle sue tante domande.
LadyJack || 11:08 ||
giovedì, 18 settembre 2008
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Il mio primo incontro con Georgette Heyer in veste di giallista si è risolto abbastanza felicemente. I romanzi regency sono senz'altro superiori per il brio degli intrecci e per la verve dei dialoghi, ma anche i due polizieschi che ho avuto modo di leggere sono soddisfacenti nel loro genere. Si tratta di gialli molto classici, ambientati nella campagna inglese fra gli anni '30 e i '40; romanzi in cui la storia - malgrado la bellezza ingegnosa di alcune soluzioni - risulta un po' subordinata agli ambienti e soprattutto ai personaggi. La creazione di "caratteri" resta uno dei punti di forza dell'autrice, che qui si firma Georgette Heyer Rougier, aggiungendo al proprio il cognome del marito Roger, sposato nel 1925.
DELITTO IMPERIALE ("Envious Casca", 1941) - (Sperling & Kupfer, 2008)
La trama si inserisce felicemente nella lunga tradizione letteraria dei delitti ambientati durante il periodo natalizio. La stessa Agatha Christie, con la scusa di un Natale celebrato in maniera tipicamente inglese, un paio di volte ha messo Poirot in una situazione analoga: una "felice" riunione di famiglia, con dovizia di dolci e di decorazioni natlizie, poi lievemente turbata da almeno un delitto.
Qui è la famiglia Herriad che si riunisce a Lexham Manor, grande casa di campagna di proprietà del burbero e ricco Nathaniel. Con lui già vivono lo svagato fratello Joseph e l'impenetrabile cognata Maud; per le Feste la casa viene raggiunta anche dai nipoti di Nat, Stephen e la sua artistica sorella Paula, ognuno dei quali porta un ospite. Stephen è accompagnato dalla bella e stupida fidanzata Valerie, Paula si tira dietro Willoughby Roydon, commediografo inedito ma da lei altamente apprezzato. Paula ambisce a recitare il ruolo principale nella sua nuova commedia, e naturalmente vorrebbe che lo zio la finanziasse.
Completano la compagnia la cugina Mathilda, donna non appariscente ma di grande buon senso, e Edgar Mottisfont, socio d'affari di Nat.
La riunione di famiglia è in realtà un'idea di Joseph, che vorrebbe appianare i numerosi contrasti esistenti; la forzata convivenza e la totale mancanza di spirito natalizio ottengono però il risultato esattamente opposto e Nat, di carattere ombroso e irritabile, al termine dell'ennesima discussione si ritira in camera sua, dopo aver lanciato fulmini e saette su tutti i presenti.
Naturalmente sarà lui a rivestire il ruolo della vittima, ucciso da una pugnalata all'interno della più classica tra le camere chiuse: un delitto impossibile, insomma.
Ma i probabili colpevoli sono molti, almeno stando al movente, perchè per ragioni di soldi, di paura o di vendetta praticamente chiunque potrebbe aver ucciso Nat. La vera sfida per il bravo ispettore Hemingway di Scotland Yard sarà tuttavia riuscire a capire le modalità del delitto, visto che di sicuro Nat non si è suicidato.
In effetti è questa la parte migliore e più astuta della trama, perchè in quanto al colpevole persino il lettore non può nutrire il benchè minimo dubbio: dato che il delitto è evidentemente premeditato, e dato il comportamento dei personaggi, c'è davvero una sola persona che può risultare responsabile: però bisogna dimostrarlo. Cosa che ovviamente Hemingway farà con maestria.
- Nella traduzione italiana il titolo è un po' troppo rivelatore, nel senso che attrae ulteriormente l'attenzione su di un particolare che già nella trama viene sottolineato ben bene.
DOPPIO MISTO CON LA MORTE ("Detection Unlimited", 1961) - (Sperling & Kupfer, 2008)
Rispetto al precedente, questo romanzo mi è parso più convincente per ciò che riguarda la trama poliziesca; anche qui però ci sono moltissimi particolari il cui scopo è evidentemente quello di fuorviare l'attenzione del lettore, e alla fine il colpevole è davvero il meno sospettabile in teoria, e dunque il più sospettabile in pratica. Ma la trama regge ed è soddisfacente; belli tutti i personaggi.
Thornden è il tipico villaggio della campagna inglese, immerso nel verde dei prati e dei boschi; gli abitanti si conoscono tutti, sono restii ad accettare cambiamenti e sono diffidenti verso gli stranieri e i nuovi arrivati.
I notabili del luogo sono gli Haswell, la famiglia più ricca dei dintorni, e gli Ainstable, i più aristocratici: Bernard è lo Squire del villaggio, amareggiato dalla morte in guerra dell'unico figlio e dall'incerta salute della moglie Rosamund.
Flora Midgeholme, moglie del maggiore Midgeholme, vive circondata da un improbabile numero di cani pechinesi; Kenelm Lindale e sua moglie Delia vivono l'uno per l'altro, ed entrambi per la loro bambina; Gavin Plenmeller - autore di romanzi gialli - vive per rompere le scatole al prossimo.
Completano il quadro altre figure minori, tra cui non bisogna assolutamente trascurare Sampson Warrenby: parvenu, arrampicatore sociale antipatico e privo di scrupoli, abile e inviso avvocato, probabile ricattatore non per soldi, ma per il gusto di esercitare il propio potere... ovviamente la vittima non può essere che lui. Quando la tiranneggiata nipote Mavis lo trova seduto in giardino, ucciso da un colpo sparatogli in testa, è più facile chiedersi chi non lo ha fatto fuori, invece del contrario!
Anche questa volta dunque il bravo ispettore Hemingway ha un ampio gruppo di persone all'interno del quale cercare il colpevole, tanto più che il delitto è stato appositamente commesso nel momento in cui quasi nessuno era in grado di procurarsi un alibi. L'assassino inoltre ha messo in atto un paio di depistaggi che sarà difficile smontare: ma non impossibile, perchè Hemingway con le sue riflessioni, la sua esperienza e il suo bieco senso dell'umorismo, è davvero un ottimo poliziotto.
Ed un ottimo personaggio: il mio preferito, direi.
LadyJack || 17:19 ||
martedì, 19 agosto 2008
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IL CASO DEI CIOCCOLATINI AVVELENATI ("The Poisoned Chocolates Case", 1929)
di Anthony Berkeley [ ed. Polillo, 2002 ]
Esaltato come una delle pietre miliari nella storia del giallo, questo romanzo mi ha deluso: mi è parso insoddisfacente e un po' noioso. Inoltre anche se la soluzione finale è indubbiamente brillante, non ho trovato nella storia motivi validi per approvarla in pieno: personalmente non gradisco molto i gialli in cui si scopre l'assassino - magari, come qui, mettendoci grande impegno - e tuttavia non lo si può incastrare.
Tutta teoria, poca azione: in definitiva il romanzo è costituito da un gran accumulo di chiacchiere e serve più che altro a dimostrare quanto sia rischioso buttarsi con entusiasmo sulle prove indiziarie: in pratica, è questo ciò che i personaggi fanno.
In ogni caso, il delitto che sta alla base della vicenda ha parecchi aspetti intriganti: al Rainbow Club di Piccadilly sir Eustace Pennefather riceve un pacchetto; si tratta di una scatola-omagggio di cioccolatini inviati dalla rinomata ditta Mason & Son. L'irritabile Lord aborre il cioccolato, quindi cede la scatola ad un altro membro del Club, Graham Bendix, semplicemente perchè se lo ritrova seduto davanti nel momento in cui l'omaggio gli viene consegnato.
Bendix accetta con piacere, specialmente perchè ha di recente perduto una scommessa con la moglie Joan, la cui posta era appunto una scatola di cioccolatini.
Bendix va a casa e pranza con la moglie; come dessert entrambi mangiano alcuni cioccolatini presi dalla scatola portata dal Club, poi Bendix esce di nuovo. In seguito, durante la giornata, sia Graham che Joan si sentono malissimo: lui viene salvato per pura fortuna, lei invece muore. E si scopre, ovviamente, che i cioccolatini - o almeno il primo strato di essi - erano avvelenati.
Quando muore una moglie, il primo sospettato è sempre il marito: ma qui le difficili ed ambigue circostanze (che comunque costituiscono il particolare più interessante dell'intero romanzo) non consentono di accusare Bendix, per cui la polizia ripiega sull'assurda ipotesi di un avvelenatore pazzo.
Tuttavia, proprio perchè le istituzioni brancolano nel buio, dopo qualche tempo l'ispettore capo Moresby di Scotland Yard autorizza il cosiddetto Circolo del Crimine, il cui presidente e fondatore è un suo amico - il detective dilettante Roger Sheringham - ad indagare "ufficiosamente" sull'incidente,
Il Circolo è stato fondato per raccogliere non semplici entusiasti del crimine, bensì persone la cui capacità d'indagine sia reale e dimostrata: i test di ammissione sono così selettivi che soltanto sei membri sui tredici previsti sono riusciti a superarli (anche se alla luce della trama c'è da chiedersi come alcuni di loro abbiano potuto farlo...).
Del Circolo fanno parte: lo stesso Sheringham, sir Charles Wildman (avvocato di grido), la signora Fielder-Flemming (commediografa), Alicia Dammers (romanziera intellettuale), Percy Robinson (giallista famoso che firma i suoi romanzi con lo pseudonimo di Morton Harrogate Bradley), e infine Ambrose Chitterwick, un ometto schivo e timido con la faccia da topo.
Nel corso di varie riunioni e dopo le opportune indagini e/o deduzioni, ciascuno degli appartenenti al Club espone pubblicamente le proprie conclusioni, e benchè di volta in volta il colpevole venga identificato nelle persone più disparate (compresi alcuni degli stessi membri), alla fine lo schema è sempre il medesimo: il relatore del giorno illustra la propria teoria che lì per lì appare convincentissima, ma che poi viene gradualmente smontata e confutata. Per cui si va ad attendere la riunione successiva.
Personalmente, posso dire che la mia teoria coincideva con quella di Sheringham, errata come le altre: razionale però almeno nell'adozione del punto di vista da cui partire.
Alla fine, come forse si poteva ipotizzare da un certo momento in avanti, sarà l'improbabile signor Chitterwick a centrare in pieno il bersaglio: cosa che - come accennavo - non servirà proprio a niente e a nessuno.
LadyJack || 14:52 ||
giovedì, 10 gennaio 2008
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IL MISTERO DELLE DUE CUGINE ("The Leavenworth Case", 1878), di Anna Katharine Greene
Pare che "The Leavenworth Case" - sottotitolato "A Lawyer Story" - sia il primo romanzo giallo mai scritto da una donna: Anna Katharine Greene, americana di Brooklyn (nata nel 1846), figlia di un noto penalista: cosa questa che le fornì solide conoscenze legali, spesso poi riversate nelle sue opere letterarie.
Qualcuno sostiene che in realtà il primato per il giallo "al femminile" spetterebbe piuttosto a "The Dead Letter: An American Romance" di Metta Victoria Fuller Victor, che lo pubblicò nel 1866 sotto lo pseudonimo di Seeley Regester. Questo romanzo però era stato inizialmente pubblicato a puntate su di una rivista, andando così a confondersi con una produzione popolare enorme e variegata, in cui distinguere a posteriori un poliziesco "puro" risulta ormai abbastanza complicato.
Il volume di Katharine Greene invece rappresenta una realtà editoriale storicamente ben più definita: fu un best seller di enorme successo e risonanza, procurò all'autrice una notorietà mai più replicata dall'uscita delle sue opere successive (una trentina di romanzi), venne usato a Yale in un corso giuridico per dimostrare la fallacia delle prove indiziarie e in quindici anni vendette la rispettabilissima cifra di 750.000 copie.
Il nostro gusto e la nostra ormai ampia esperienza di letteratura poliziesca ci portano a giudicare il romanzo in maniera meno postiva di quanto lo giudicarono i contemporanei: i personaggi, i dialoghi e gli ambienti risultano irrimediabilmente datati, la vicenda delittuosa appare abbastanza semplice nelle sue linee principali e la stessa atmosfera fortemente melodrammatica è a tratti davvero irritante.
Tuttavia bisogna considerare che molti degli elementi che come giallisti noi diamo per scontati (l'inchiesta, la deposizione degli esperti, i dati medici e scientifici, il movente ricercabile nelle questioni legali...), all'epoca non lo erano affatto: Katharine Greene ed altri li introdussero per primi nelle loro opere, dando inizio ad una tradizione. Inoltre la vicenda del romanzo, seppur gravata da rigide divisioni sociali, da stereotipi e da alcuni particolari non proprio convincenti, ad un'attenta analisi finisce per risultare meno facile e banale di quanto si poteva pensare all'inizio. E' vero che i possibili colpevoli del delitto sono pochissimi, ed è vero che il movente sembrerebbe lampante: però l'abilità dell'autrice sta tutta nel dipanare una trama in cui, dopo le presunte certezze iniziali, prende piede una suprema ambiguità.
Al pari degli investigatori, il lettore viene informato dei dettagli soltanto in corso d'opera: e infatti il lettore, così come gli investigatori, resta sino all'ultimo incerto riguardo alla vera soluzione.
Quale delle due cugine è colpevole? Gli indizi sembrano adattarsi prima all'una poi all'altra, con uguale peso: e per circa 300 pagine si rimane a questo punto, tanto più che persino le due donne sembrano sospettarsi a vicenda. Poi, al momento supremo in cui finalmente si scopre l'identità del responsabile...si è fortemente tentati di dubitarne ancora, benchè il reo si getti a terra gridando: "Io sono l'assassino! Io, io, io!": in definitiva, un certo eccesso di tortuosità nuoce alla credibilità.
Insomma, direi che questo romanzo sia in grado di fornire maggiore soddisfazione ad un lettore interessato allo studio dei caratteri, che an un fedele seguace di Sherlock Holmes: categoria quest'ultima in cui mi pongo senz'altro.
TRAMA: New York, anno 1876: il giovane avvocato Raymond narra in prima persona una storia nella quale si è trovato invischiato, prima per ragioni professionali, poi anche per ragioni sentimentali.
Il ricchissimo signor Leavenworth è stato trovato seduto nella propria biblioteca, ucciso con una pallottola al capo. A parte la servitù, in casa con lui vivevano solo due nipoti orfane, adottate molti anni prima. C'è la bionda, bellissima e civettuola Mary, e c'è la bruna cugina Eleanor, meno appariscente, più calma e posata (è di lei che Raymond si innamora sin dal primo istante).
Erede dell'enorme fortuna dei Leavenworth - per ragioni che francamente fanno ridere i polli - è soltanto Mary, eppure è attorno ad Eleanor che si concentrano i maggiori sospetti, basati su alcuni indizi incontestabili oltre che sulla sua reticenza in occasione dell'inchiesta.
L'artritico detective Gryce, coadiuvato dallo stesso Raymond e dall'agente Morris (detto "Q" come "quesito", abilissimo nei travestimenti) penerà un bel po' per imboccare la strada giusta e lasciarsi alle spalle gli indizi fuorvianti, identificando invece i fatti davvero rilevanti che lo condurranno alla strana soluzione.
LadyJack || 14:52 ||
martedì, 08 gennaio 2008
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