Orizzonti georgiani ingombri di porcospini

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UNA QUESTIONE ACCADEMICA ("An Accademic Question", 1986 - scritto fra il 1970 e il 1972, pubblicato postumo)
[ La Tartaruga ed., 1996 ]

Rispetto ad altri romanzi di Barbara Pym che ho avuto tra le mani, questo risulta un po' diverso: non saprei esattamente definire in che modo; ma la storia è più moderna e più piatta (ambientata nel 1970 come "Qualche Foglia Verde", tanto che vi compare lo stesso funerale), riguarda una crisi accademico-coniugale e presenta personaggi meno marcati e simpatici, anche se la svanita Dolly, e l'egocentrica Kitty con il suo indolente e narcisistico figliolo sono tutte figure notevoli.
Forse però la diversità più evidente - quella nell'atmosfera della storia - è dovuta anche al tortuoso percorso editoriale seguito dal romanzo prima di essere pubblicato, così come racconta una nota introduttiva di Hazel Holt, la curatrice di questa e di altre opere di Barbara Pym, alla quale dedicò poi una biografia.
La stesura del romanzo risale infatti ai primi Anni Settanta, quando già da tempo gli editori avevano smesso di accettare per la pubblicazione i lavori della Pym. Una originaria versione narrata in prima persona fu giudicata inadatta alla pubblicazione da parte della stessa autrice: troppo intima e sentimentale per gli impegnati gusti dell'epoca. Una seconda versione narrata in terza persona non conobbe però miglior fortuna, e continuò ad essere rifiutata. La versione finalmente pubblicata nel 1986 recupera l'uso della prima persona nella voce narrante della protagonista, ma deriva dalla fusione che Hazel Holt realizzò dalle due stesure precedenti, cercando di rispettare al meglio la volontà dell'autrice.
Il romanzo che ne esce non è frammentario, risulta al contrario fluido e formalmente corretto: ma è proprio la storia ad essere - almeno a mio giudizio - ben poco coinvolgente.
Come altre "eroine" di Barbara Pym anche la ventottenne Caroline è una donna graziosa, insoddisfatta e alquanto frustrata. Moglie dell'antropologo Adam Grimstone, alleva (con scarso senso materno) una figlia ancora piccola, spesso affidata alla tata svedese. La sua frustrazione deriva essenzialmente dalla noia, e dal fatto di essere costretta a vivere in un ambiente accademico senza farne veramente parte.
Caroline infatti è laureata, ha una buona cultura ma non la usa; non lavora, non è particolarmente dedita alla casa ed ha ben poche amicizie: la languida Kitty, sessantenne ancora piacente, e suo figlio Corcoran detto Coco, i quali si nutrono di nostalgici ricordi caraibici e coloniali, legati alle Indie Occidentali dove hanno vissuto per anni. E poi c'è Dolly, la sorella di Kitty, sciatta e svampita, circondata da un indecente numero di porcospini che lei - estimatrice della Vita e della Natura in tutti i loro aspetti - alleva con amore.
Tutti quanti vivono in una cittadina universitaria di provincia, ex stazione termale del XVII secolo, con graziose costruzioni georgiane morbidamente adagiate sulle verdi colline. La modernità comincia a fare breccia, sotto forma di sculture non certo classiche, di capigliature maschili un po' troppo lunghe, e di qualche (moderata) protesta studentesca; in ogni caso il clima di cui si avverte un'implicita nostalgia è quello vittoriano: pacato ed elegante, privo di eccessi e volgarità.
Ma anche nella quiete è in agguato qualche turbamento.
In seguito ad una disputa accademica di carattere socio-antropologico che oppone suo marito al pensionando decano dell'università, Crispin Maynard, Caroline viene coinvolta suo malgrado nell'indebita sottrazione, poi nel successivo occultamento, di un ambito manoscritto.
Tuttavia per lei il colpo più duro viene dall'inattesa scoperta del tradimento del marito, che non si è portato a letto - come aveva temuto - la bella ricercatrice con la quale lavora, bensì un'oscura redattrice incontrata per caso a Londra.
Sotto il peso degli eventi Caroline deve raccogliere i pezzi della propria esistenza e cercare di rimetterli insieme nel miglior modo possibile. Fortunatamente sembra riuscirci abbastanza bene, anche se non senza dolore: si convince che l'occasionale tradimento di Adam è poco importante e meno umiliante per lei di quanto avesse creduto, e in quanto al manoscritto (che torna al suo posto prima di essere incenerito dalle fiamme appiccate alla biblioteca dai fuochi d'artificio del 5 novembre), l'uso che ne è stato fatto finisce per diventare un legame con Adam, legame che però conferisce a Caroline una certa superiorità morale.
E nel futuro di Caroline, che decide di non lasciare nè la famiglia nè la cittadina, forse entreranno l'accettazione e piccole cose nuove, utili a farla sentire meglio e più adeguata a se stessa.
Dal punto di vista del lettore però Caroline e i suoi problemi suscitano un interesse ben poco empatico: tutt'altra cosa rispetto a personaggi come Harriet e Belinda, o come Jane.

LadyJack || 14:33 || lunedì, 08 settembre 2008
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Rose a Novembre

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QUALCHE FOGLIA VERDE ("A Few Green Leaves", 1980)
[ La Tartaruga ed., 1989 ]

Il titolo del romanzo questa volta non è una citazione poetica, ma più semplicemente riassume il concetto fondamentale del romanzo, concetto peraltro tipico di Barbara Pym: sono le piccole cose, i piccoli tocchi poco vistosi a rendere migliore la vita, come accade a qualche ramo verde inserito tra le rose che decorano un altare (cfr. cap. 25).
Protagonista del romanzo è la quasi trentenne Emma Howick, antropologa che si è rifugiata in un villaggio dell'Oxfordshire per terminare un suo lavoro di ricerca. Inizialmente Emma avrebbe intenzione di rimanere isolata per lavorare in pace, poi però viene trascinata nel vortice delle iniziative comunitarie (feste, gite parrocchiali, beneficenza, conferenze, raccolta di more... ), integrandosi perfettamente in mezzo agli altri abitanti. Emma dice a se stessa che il suo interesse è pur sempre di carattere scientifico, dettato dal desiderio di svolgere una ricerca antropologica avente come oggetto la comunità rurale; ed in effetti la ricerca vede la luce... ma accanto a questo c'è per Emma qualcosa di più profondo, la necessità di far prendere alla sua vita una direzione precisa e possibilmente felice.
Dal punto di vista personale non si è mai curata troppo di se stessa, e dal punto di vista sentimentale il tentativo di riallacciare una vecchia relazione si risolve in maniera deludente (e secondo me è meglio così, perchè il lui in questione, l'antropologo Graham Pettifer, è noiosissimo e troppo egoista). Per cui Emma, quasi distrattamente, guarda altrove ed i suoi occhi incontrano Tom Dagnall, il parroco del villaggio, vedovo cinquantenne di bell'aspetto, appassionato di storia locale del XVII secolo, quasi perennemente circondato dal gregge di anziane signore che lo aiutano a copiare registri ed iscrizioni antiche.
A Tom Emma è tutt'altro che indifferente, e malgrado il loro non possa definirsi un grande amore passionale, l'epilogo del romanzo suggerisce con precisa fermezza che insieme saranno felici.
Il villaggio è ovviamente popolato dai soliti tipi e personaggi minori: vecchie zitelle, ora sottomesse ora autoritarie, spesso amanti degli animali; uno scapolo esigente di mezza età, il cui lavoro è quello di ispettore culinario, pronto a demolire la credibilità di motel e trattorie (mi ha ricordato un episodio de "L'ispettore Barnaby"... ); e i medici condotti, il vecchio e il giovane: ed è quest'ultimo ad essere specializzato in geriatria.
Il villaggio vive nel ricordo delle antiche glorie della residenza signorile del luogo, e nella semileggendaria ricerca dei resti del villaggio di epoca medioevale: le antiche glorie sono definitivamente passate, ma i ruderi ad un certo punto saltano fuori davvero.
E tra una pagina e l'altra saltano fuori anche le ormai consuete citazioni di personaggi da altre storie: l'ambiente accademico e un funerale fanno riemergere alcune figure di "Un po' meno che Angeli", mentre un necrologio fa riemergere l'ex vedovo Driver di "Jane e Prudence".
E' una novità, questo riemergere dei personaggi attraverso la loro morte, ma del resto si tratta di un particolare molto in carattere con il tono crepuscolare dell'intera storia, più dimessa del solito e a mio parere meno interessante di altre.
E' ambientata negli Anni Settanta ed ormai sono cambiate molte cose: la TV è una presenza costante e spesso fastidiosa, il passato è patrimonio degli anziani e degli studiosi di Storia, e la moglie del giovane dottore ha messo gli occhi sulla canonica (troppo grande per il solo Tom, dopo la partenza della sorella Daphne), dal momento che la sua casetta è troppo piccola per la famiglia con tre bambini e per la suocera-babysitter che vive con loro...

Questo è praticamente l'ultimo romanzo di Barbara Pym, che sarebbe morta appunto nel 1980, un po' sul filo del rasoio, tanto che il copyright originale è già attribuito alla sorella Hillary; i seguenti romanzi furono tutti pubblicati postumi.
Forse è anche questo che fa scendere un velo di lieve ed ulteriore malinconia su di una storia che già in sè è relativamente più moderna ma meno confortevole.


LadyJack || 15:57 || sabato, 30 agosto 2008
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Vite borghesi ed altre garbate calamità

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UN SACCO DI BENEDIZIONI ("A Glass of Blessings", 1958)
[ La Tartaruga ed., 1995 ]

La storia è di nuovo ambientata nella periferia di Londra, dove "la linea di demarcazione tra eleganza e squallore è spesso esigua". Sono passati circa dieci anni dalla fine della guerra, e certe architetture ne mostrano ancora le conseguenze. La città non è pienamente la "swinging London" che poi sarà, ma già si prepara ad esserlo.
Il titolo del romanzo ricalca un verso del poema "The Pully" di George Herbert:

"Quando Dio creò l'uomo,
aveva vicino un sacco di benedizioni;
versiamo (disse) su di lui quanto più possiamo:
lasciamo che i beni del mondo, ora sparsi,
si raccolgano nella durata di una vita.
"

I versi che seguono subito dopo ricordano che in fondo alla coppa, dopo tutte le benedizioni elagite, rimane il riposo. L'originale inglese in ogni caso è più poetico, perchè il termine glass al di là del senso della quantità contenuta, dà l'idea di qualcosa da cui sia possibile versare con grazia... oltre che con Grazia.
Il succo del romanzo è in apparenza veramente semplice: la storia di una donna forse un po' annoiata che crede di essere felice, poi crede invece che le manchi qualcosa e infine riconosce, accettandolo, il valore del suo tipo di vita.
"Forse avevo già tutte le benedizioni, e non me ne accorgevo", si dice ad un certo punto, lievemente sorpresa.
La protagonista della storia - che narra in prima persona - è Wilmet (il nome le deriva da un romanzo di Charlotte Yonge, autrice amata da sua madre): trentatreenne elegante, bella, rispettabile, languidamente conservatrice e molto inglese. Moglie di Rodney Forsyth, solido impiegato ministeriale che non ritiene decoroso per lei lavorare, Wilmet riempie le sue giornate con la disposizione dei fiori, le visite agli amici, le lezioni di portoghese e, soprattutto, con le attività parrocchiali.
Attorno a lei ruotano molti personaggi diversi, caratterizzati da Barbara Pym con la solita mescolanza di affettuosa ironia. Ci sono parecchi ecclesiastici, ovviamente, dall'anziano Padre Oswald Thames, amante delle cose belle, al pacioso e rubicondo Padre Bode, che come canonico è meno rinomato, ma è molto più confortevole e convincente. C'è il loro cuoco-governante Wilfred Bason, pieno di sussiego, petulante, loquace, permaloso ed effusivo: una vera "zitella", non fosse per il suo vizietto - a metà fra desiderio di bravate e cleptomania - di "prendere in prestito" oggetti d'antiquariato esteticamente eccitanti.
E ci sono le amiche: Rowena, abbastanza somigliante a Wilmet, e la pia Mary Beamish, che pensa di entrare in convento ma poi sposa il bel curato Marius Ransome, forse non del tutto indifferente ai suoi soldi, ma per il quale lei è perfettamente adatta come moglie.
C'è la distaccata ed energica suocera Sybil, con cui Wilmet va molto d'accordo, malgrado l'agnosticismo della vecchia signora e la sua passione per l'archeologia.
E ci sono gli uomini che hanno un debole per Wilmet, come Harry, il marito di Rowena, o per i quali Wilmet ha un debole, come il cinico e pigro fratello della stessa Rowena, Piers Longridge.
Bel giovane di scarso successo ed umore ombroso e mutevole, quest'ultimo richiama l'attenzione di Wilmet che pensa abbia bisogno di lei per imparare ad essere migliore e più felice. Ma una più approfondita conoscenza e la scoperta che Piers abita con un gentile giovanotto di nome Keith che fa il fotomodello (e con il quale probabilmente ha una relazione, anche se l'autrice è molto elittica in proposito), procurano a Wilmet una delusione cha la guarisce dall'infatuazione e la riporta sulla retta via. Con l'aiuto del marito, che sceglie proprio quel momento per riavvicinarsi a lei.
In sostanza nella vita di Wilmet non c'è nulla di veramente clamoroso, nemmeno i ricordi del tempo passato in Italia durante la guerra come ausiliaria della Marina. Non c'è un figlio e si avvicina la mezza età, ma l'autrice finisce lo stesso per donare al suo personaggio quella serenità che deriva dalla quiete e dalle piccole cose: la migliore perchè più duratura.

- Curiosità. Anche in questo romanzo vengono citati brevemente alcuni personaggi di storie precedenti: l'Arcidiacono Hoccleve di "Qualcuno da amare", che ha una lontana parentela con Wilmet per parte di madre, viene ricordato per i suoi classici sermoni, e la bella e intelligente Prudence Bates di "Jane e Prudence" evidentemente colleziona ancora amori sbagliati. Dopo aver rotto il suo ultimo promettente fidanzamento (proprio quello auspicato da Jane nel finale del loro romanzo) ha un breve flirt con il marito di Wilmet, che dunque non è poi così frigido e posato come sembrava.
E questa è una strana sorpresa per Wilmet, più abituata a pensare di essere amata che a considerare gli amori degli altri, e comunque lontana mille miglia dal sospettare che il marito potesse guardare un'altra donna!


LadyJack || 15:43 || sabato, 30 agosto 2008
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Barbara Pym: tre romanzi

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Continua la mia curiosa esplorazione dell'opera di Barbara Pym. Onestamente non credo di poter affermare che l'autrice diventerà mai la mia preferita in assoluto, ma i pregi dei suoi libri sono comunque tali e tanti da darmi il desiderio di leggerli tutti.
"Abbiate fiducia nella Pym, e presto o tardi ne sarete ripagati", ha affermato quel grand'uomo e grande critico che è Masolino d'Amico. E questo è vero: personalmente - con il mio amore per i gialli e per la narrativa fantastica - sono abituata a trame più movimentate, foriere di ben altre emozioni. La mia conoscenza dei classici però (e per "classici" intendo tanto quelli antichi quanto quelli più moderni) mi fa sospettare fortemente che Barbara Pym non sia estranea alla categoria; le sue trame sono apparentemente dimesse ma a ben guardare anche profondamente significative: illustrano un mondo - l'Inghilterra fra gli anni '30 e gli anni '60 - che per noi è già Storia ma che ha avuto connotazioni così evidenti e precise da risultare interessante in ogni tempo: qualcosa di "classico", appunto. Senza contare poi che la fluidità, la sobrietà e l'ironia nello stile della Pym rendono innanzitutto le sue storie piacevoli da leggere in sè.
Dopo aver letto altri tre romanzi (vedi oltre) mi pare ormai di aver identificato alcuni elementi che appartengono largamente al mondo caro all'autrice e che quindi tornano con una certa insistenza. "Molti autori tendono a scrivere sempre lo stesso libro", afferma più o meno Barbara Pym da qualche parte, ma in lei nemmeno questo pregiudica l'eleganza: perchè se è vero che storie e personaggi a volte si somigliano, è anche vero che la cosa più importante per il lettore è accorgersi delle differenze e stimarle nel loro giusto valore.
Facciamo dunque una breve ricognizione:

IL TE' - nei romanzi della Pym il tè scorre a fiumi, e le tazze sono così numerose che a volte anche qualche personaggio ne risulta esasperato. Pensando all'Inghilterra il tè è un abusato clichè, ma per Barbara Pym e per alcuni dei suoi personaggi è piuttosto un'ancora, un conforto, un utile riempitivo, un rito corroborante, una delle poche salde certezze in un mondo che cambia.

L'ANTROPOLOGIA - aver fatto cenno al "rito" non è casuale. L'autrice lavorò per un Istituto ed una rivista che si occupavano di problemi africani, sviluppando conoscenze antropologiche che poi ricomparvero nei suoi libri. Nel '55, in occasione dell'uscita di "Un po' meno che Angeli", il romanzo dove i protagonisti sono in larga parte linguisti ed etnografi, Barbara Pym affermò in un'intervista: "Mi sembra giusto che gli antropologi, che passano il loro tempo a studiare vita e costumi di altri popoli, siano a loro volta studiati". E all'interno di un altro romanzo paragona gli stessi scrittori agli antropologi perchè entrambe le categorie hanno come oggetto di studio una parte di mondo con i suoi abitanti, e i loro comportamenti.
Il tè è dunque il rito caratteristico di un certo tempo e di un certo mondo, ed i consolidati ruoli sociali nell'Inghilterra del XX secolo rispondono all'evoluzione non meno di quelli riscontrabili nelle tribù africane.
In ogni caso si ha l'impressione che gli antropologi nei romanzi della Pym non vedano l'ora di partire per lontani Paesi soprattutto perchè non si trovano a proprio agio nel loro mondo, nè sanno gestire con fluidità i normali ma complessi rapporti interni alla cosiddetta "civiltà".

UOMINI & DONNE - naturalmente sono le donne che fanno girare il mondo: e non per una pretesa superiorità di stampo femminista, ma piuttosto perchè in loro si coniugano saggezza e capacità di valutazione pratica, oltre a certe tipologie di abnegazione che rimangono sconosciute persino agli uomini migliori.
Certo, nei romanzi ci sono anche personaggi femminili deboli, fragili, incapaci, o addirittura antipatici: ma è la tendenza generale che conta.
In parallelo ci sono uomini buoni, intelligenti, a volte addirittura utili, ma per loro costituzione gli uomini tendono piuttosto ad essere un tantino egocentrici.
In sostanza si ha l'impressione che l'autrice, affettuosamente e con ironia, la pensi come uno dei suoi personaggi: gli uomini all'inizio possono identificarsi con il grande amore romantico, ma poi finiscono invariabilmente per diventare mariti leggermente noiosi.

LA CHIESA - la fede in sè non è mai messa in discussione: nei romanzi ci sono anche personaggi agnostici o non praticanti, ma coloro che vanno in chiesa (e sono molti) non hanno bisogno di spiegare il perchè. Naturalmente si parla della Chiesa nella sua variante anglo-cattolica, con le sottili differenze tra Chiesa Alta e Chiesa Bassa, ed il polemico antagonismo contro il cattolicesimo romano. In "Una Relazione Sconveniente" persino un gatto viene ironicamente valutato come "fieramente protestante"!
La parte divertente può avere a che fare con le rivalità tra i parrocchiani o tra le varie parrocchie; ma la parte seria della questione consiste nel fatto che la comunità parrocchiale è (per continuare ad usare termini antropologici) una piccola tribù, con legami fortissimi fatti di conoscenza reciproca e reciproca assistenza. Altra grande ed utile certezza in una realtà spesso troppo fluida e sfuggente.

I POETI - dell'amore di Barbara Pym per le citazioni ho già fatto cenno in un precedente post. L'autrice fa dire ad uno dei suoi personaggi qualcosa che ben spiega e giustifica questo amore: è bellissimo trovare al momento giusto le parole più adatte per esprimere il proprio pensiero, i propri sentimenti, le proprie emozioni. Naturalmente ciò presuppone una vasta conoscenza della cultura letteraria del passato e del presente: ma la cosa non sembra rappresentare un problema nè per l'autrice nè per i suoi personaggi. Una tacita lezione, se mai Barbara Pym aspirasse ad essere didattica...

LA SCRITTURA - si scrive per mangiare e si scrive per piacere personale: se le due cose vanno insieme, tanto meglio. Ma ciò forse vale più per l'autrice che per i suoi personaggi, i quali - se sono scrittori o editorialisti - guardano alla propria attività con un certo distacco, presi come sono da ben altri problemi esistenziali.
Qua e là però compaiono notazioni sulla scrittura che per Barbara Pym sembrano avere connotazioni personali, come il paragone tra gli scrittori e gli antropologi, o ciò che si dice dell'esile Catherine in "Un po' meno che Angeli": "Lei si guadagnava da vivere scrivendo [...], traendo ispirazione dalla vita quotidiana anche se, a volte, era una vita troppo violenta e grossolana che andava ammorbidita con la fantasia, un po' come ammorbidire la carne macinandola".
In Barbara Pym anche la poesia si traduce in prosa, e ciò ha un suo senso: perchè l'idealità è meravigliosa ma la praticità è indispensabile.

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JANE E PRUDENCE ("Jane and Prudence", 1953)
[ La Tartaruga ed., 1993 ]
Malgrado la differenza di età e di temperamento, Jane e Prudence sono amiche. "Prudence Bates aveva ventinove anni, un'età spesso estrema per una donna che non si sia ancora sposata. Jane Cleveland aveva quarant'un anni, un'età che può recare con sè compensazioni insospettate da una ventinovenne ansiosa".
Jane, moglie di un mite vicario, ha abbandonato il diletto studio dei poeti del XVII secolo: la cosa le provoca occasionali rimpianti, ma lei sa dove cercare altre fonti di serenità. E' una donna loquace e trasandata, il cui capo di abbigliamento preferito è un cappotto di tweed, "il tipo di soprabito che avrebbe potuto usare per dar da mangiare alle galline". In confronto la più giovane Prudence, che colleziona amori sbagliati ed è un po' troppo piena di sè, pare molto più infelice e in fondo incapace di cambiare.
Ad un certo punto Prudence mette gli occhi su Fabian Driver, vedovo "inconsolabile" e narcisista, molto portato a "recitare" per convincere se stesso e gli altri; lui però le preferisce Jessie Morrow, zitella bruttina ma astuta, e soprattutto di meno pretese.
E forse alla fine della storia Prudence ha imparato qualcosa...
- Per il nome di una delle protagoniste e per la sua tendenza a voler combinare matrimoni, il romanzo costituisce un labile omaggio a Jane Austen. Rispetto a Emma Woodhouse però la signora Jane Cleveland è decisamente recidiva!

UN PO' MENO CHE ANGELI
("Less than Angels", 1955)
[ La Tartaruga ed., 1988 ]
Il titolo del romanzo questa volta coincide con un verso di Alexander Pope; in larga parte la storia è ambientata nella Londra suburbana.
Personaggio centrale e affascinante (ma non per il lettore, che prova interesse per ben altre figure) è Tom Mallow, giovane di buona famiglia che ha rinunciato a tutto per dedicarsi, in maniera molto promettente, all'antropologia.
Attorno a lui ruotano le donne della sua vita: Catherine, con la quale ha scandalosamente e comodamente convissuto per alcuni anni; Deirdre, fragile e adorante, a sua volta studiosa di antropologia; Elaine, allevatrice di cani da riporto e suo primo (forse mai dimenticato) amore.
Malgrado le enormi differenze di carattere ciascuna delle tre donne deve fare i conti con i sentimenti suscitati da Tom: Catherine è stata lasciata, Deirdre è insperabilmente diventata la nuova fidanzata, Elaine crede di essere stata dimenticata. In tutto questo c'è sofferenza e c'è gioia.
Ma quando Tom, tornato in Africa, viene accidentalmente ucciso in un tumulto di piazza, le tre donne cominciano finalmente a guardare al "dopo" e persino Deirdre, nel ricordo, ridimensiona il suo amore per Tom.
Catherine trove una specie di nuova famiglia (quella di Deirdre) e altre persone cui affiancarsi con la propria vitalità; Elaine, alla quale è stata indirizzata l'ultima lettera incompiuta di Tom, può forse riconciliarsi meglio con il passato.
Tra i miei personaggi preferiti, il giovane e divertente antropologo Digby, più Mabel e Rhoda, rispettivamente madre vedova e zia zitella di Deirdre: la prima svagata e inefficente, la seconda ansiosamente amante dell'ordine, tanto da scendere in silenzio tutte le notti per verificare cosa manchi sul tavolo della colazione... e qualcosa manca sempre!

UNA RELAZIONE SCONVENIENTE ("An Unsuitable Attachmente", 1982 - scritto nel 1963, pubblicato postumo)
[ Leonardo Paperback ed., 1992 ]
Storia interamente ambientata nella periferia di Londra: una Londra che va sempre più popolandosi di poveri e di stranieri, soprattutto indiani. Come nota uno dei personaggi, con un certo rimpianto: ora non c'è più l'Impero, bensì il Commonwealth.
La trentenne bibliotecaria Ianthe Broome si trasferisce, dopo la morte della madre, nelle sua nuova elegante casetta. Da brava figlia di un canonico e nipote di un pastore qual è entra e subito si sente a proprio agio nella comunità parrocchiale di St. Basil, retta dal vicario Mark Ainger, la cui moglie Sophia cerca di ignorare una certa insoddisfazione esistenziale dedicando tutte le cure più affettuose alla gatta Faustina. Sophia è un'altra specie di Emma Woodhouse, e tutti i suoi sforzi per combinare matrimoni dovrebbero andare a beneficio della sorella Penelope - eccentrica ed emotiva - che per parte sua è un'altra delle tante ansiose giovani zitelle che popolano i romanzi della Pym.
In realtà è però la quieta Ianthe che finisce per accentrare su di sè le mire sentimentali di parecchi pretendenti: John Callow, più giovane di lei e discretamente spiantato, la ama dal primo momento; il dirimpettaio antopologo Rupert Stonebird la ama per la sua elegante "inglesità"; il direttore della biblioteca Mervyn Cantrell la ama per gli splendidi mobili d'epoca che arredano la sua casa.
Dato che Penelope ha messo gli occhi su Rupert, all'orizzonte si profila un possibile dramma della gelosia: scongiurato però in parte da un viaggio parrocchiale a Roma (l'Italia, il caldo e passionale meridione, etc... ) e soprattutto dal fatto che Ianthe - sfidando le convenienze - si innamora di John e alla fine se lo sposa. Del resto lui è bravissimo a montare le mensole...
E forse Rupert, a cui la solitudine pesa, si armerà di dolce pazienza per riconquistare Penny e magari farla felice.
- Curiosità: nel romanzo compaiono brevemente alcuni personaggi di storie precedenti.
Tra i colleghi di Rupert Stonebird ci sono molti degli antropologi che già comaprivano in "Un po' meno che Angeli" e a Roma la comitiva di St. Basil incontra le signorine Bede ("Qualcuno da Amare"), ormai ultrasettantenni. Belinda legge ancora i suoi poeti romantici; Harriet - alla quale il conte ha lasciato in eredità una proprietà in Italia - porta ancora i tacchi alti... e ancora si tira dietro un giovane religioso di salute cagionevole per coccolarlo e tiranneggiarlo com'è nel suo inconfondibile stile.


LadyJack || 11:01 || giovedì, 21 agosto 2008
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"Un eco in ogni cuore"

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QUALCUNO DA AMARE ("Some Tame Gazelle", 1950) di Barbara Pym
[ La Tartaruga ed. tascabile, 1994, 2008 ]

Tanto nella versione originale quanto nella traduzione italiana il titolo di questo delizioso romanzo deriva da alcuni (orrendi) versi, che per fortuna l'autrice - con un pizzico di sarcasmo - ci informa essere opera di "un poeta inglese minore":

                                                           "
Una mite gazzella, o una dolce colomba:
                                                         qualcuno da amare, oh, qualcuno da amare!
".

Ma è il romanzo in sè che a tratti pare una piccola orgia di citazioni: gli uomini di Chiesa citano le Scritture, ovviamente (anche se poi l'Arcidiacono Henry Hoccleve venera soprattutto i "Pensieri Notturni" di Young), e le mature zitelle citano poeti latini o poeti inglesi a seconda dell'educazione più o meno classica ricevuta, ma naturalmente non disdegnano i loro Inni preferiti.
In ogni caso mi pare che questo amore per le citazioni (amore che peraltro io approvo in pieno) appartenga a Barbara Pym, ancor prima che ai suoi personaggi. Già in TUTTE LE VIRTU' ogni capitolo si apriva con versi opportunamente scelti da "Le Stagioni", poema ottocentesco di J.Thomson e lettura serale di Adam e Cassandra, mentre citazioni di Wordsworth da parte di Adam chiudevano di solito le discussioni tra i coniugi Marsh-Gibbon: perchè in fondo, come dice Cassandra, cosa mai si può ribattere a Wordsworth?!
Ovviamente il tutto non si esaurisce con le citazioni e con la poesia: nel romanzo in questione vi sono un gran numero di personaggi e i loro sentimenti, le loro attitudini, le loro manie trovano largo spazio all'interno di una narrazione gentile, spesso sommessa ma non priva di ironia. In definitiva direi che a suo modo Barbara Pym è riuscita a realizzare piccoli miracoli letterari analoghi a quelli di cui era capace Jane Austen: nei loro romanzi non accade quasi nulla, e quel poco che accade in genere scatena soltanto ciò che un acuto critico ha definito "tempesta in una tazza di tè", prima che la situazione venga richiamata ad un beato stato di quiete. Eppure non si tratta di romanzi noiosi, nè tantomeno vuoti ed insulsi: anzi, le loro caratteristiche sono esattamente l'opposto.
In QUALCUNO DA AMARE le tante piccole storie degli abitanti del villaggio e dei loro occasionali ospiti ruotano attorno ad un'inedita coppia di protagoniste: le signorine Bede, mature zitelle dalle molte virtù e dalle molte fissazioni. La minore, Harriet, è una donna schietta, allegra, robusta e ancora piacente, attentissima all'eleganza e alle apparenze; la sua occupazione principale consiste nel coccolare i giovani (e preferibilmente patiti) curati che si succedono nella parrocchia e che lei considera in pratica sua proprietà personale. Niente di peccaminoso, ovviamente! Harriet li invita a pranzo e a cena, confeziona loro calze e sciarpe, e li assiste nel rimanere sulla retta via.
La maggiore delle sorelle Bede, Belinda, è invece molto diversa: timida, timorosa, sentimentale, non bella, ha di sè un'opinione piuttosto bassa. Eppure è una persona ragionevolmente colta, buona, sin troppo leale e disponibile: una di quelle persone la cui costanza e devozione possono risultare noiose, ma non vengono mai meno.
Belinda, attraverso il cui sguardo sono filtrate le vicende del romanzo, vive ancora nell'illusione del suo amore per l'Arcidiacono Hoccleve, che trent'anni prima avrebbe potuto sposarla, scegliendo però il matrimonio con la più vivace Agatha, donna in grado di favorire la sua carriera ecclesiastica e di promettere una vita meno limitata.
Non è dato sapere con sicurezza se l'Arcidiacono si sia in seguito pentito o meno della propria scelta, ma certamente la vita e le fantasticherie di Belinda ancora ruotano in larga parte attorno a lui. Solo Belinda possiede abbastanza pazienza e reale interesse per reggere le lunghe letture e i sermoni letterari del "caro Henry"; solo Belinda lo considera bello, distinto, interessante, sempre in possesso delle migliori ragioni per i suoi irosi o eccentrici comportamenti, mentre quasi tutti gli altri parrocchiani nutrono addirittura qualche dubbio sulla sanità mentale dell'esimio Arcidiacono! Ma l'amore è cieco e Belinda è leale, per cui "il caro Henry" continua a svettare indisturbato sul suo piedistallo.
L'amore di Belinda tra l'altro è non solo ormai purgato dagli eccessi delle passioni terrene (l'età dei protagonisti non è più molto verde... ), ma superiore e disinteressato in ogni senso, tanto da farla preoccupare di Agatha quasi quanto di Henry... benchè Agatha basti e avanzi a se stessa senza problemi.
Ma il vero centro della narrazione, la cosa che alla fine persino Belinda riconosce con gioia (e con l'aiuto di un bicchiere di champagne) consiste proprio in questo: l'affetto va riposto da qualche parte e non necessariamente in qualcosa di eccezionale, perchè l'amore è già in se stesso una consolazione tale da riempire un'esistenza. Insomma, avere "qualcuno da amare" corrisponde già alla più semplice e piena felicità. Per questo Belinda ammirerà sempre "il caro Henry", per questo Harriet continuerà a coccolare il nuovo curato (reduce da una malattia nervosa che lo rende ancor più pallido e bello!) dopo che il signor Edgar Donne - il curato precedente - ha addirittura osato sposarsi.
Per questo il conte Bianco continuerà a ricordare con nostalgia il caro amico ormai perduto da decenni, e a rinnovare periodicamente le sue proposte matrimoniali ad Harriet che non ci pensa proprio ad accettarle, ma che rimarrebbe molto male se le proposte stesse cessassero. Per questo il legnoso matrimonio dei coniugi Hoccleve continuerà nell'abitudine e nella convenienza. Per queto il vescovo "africano" Theodore Grote si sceglie una moglie a caso da riportare con sè alle missioni, dopo essere stato dignitosamente rifiutato da Belinda per la quale lui era comunque la persona sbagliata.
I grandi poeti romantici probabilmente sarebbero rimasti inorriditi da un tale minimalismo sentimentale, da questa linearità sfrondata di ogni eccesso: ma in Barbara Pym anche chi si accontenta di leggere i grandi poeti romantici può raggiugere la propria serena felicità.

Una lode particolare alla bella traduzione italiana di Lidia Zazo, che credo sia figlia di Anna Luisa: buon sangue non mente!

LadyJack || 14:51 || sabato, 09 agosto 2008
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Alla scoperta di Barbara Pym

Nella categoria : barbara pym - Permalink

In questo blog letterario, improntato alle migliori tadizioni democratiche, i suggerimenti sono ammessi e più che benvenuti; accoglierli poi dipende dalle circostanze e dalla disponibilità di tempo, ma per ciò che mi riguarda mi propongo di fare del mio meglio.
Ecco perchè il commento di un anonimo utente che qualche tempo fa citava il nome di Barbara Pym come autrice da prendere in considerazione non è rimasto inascoltato (a proposito: se quando passate di qui vi degnaste di lasciare uno straccio di nome o un nick, eviteremmo di appellarvi con espressioni troppo simili a "ehi, tu"... ).
Attualmente la mia amica ArchieGoodwin è ancora occupata con Kathleen Woodiwiss, per cui tra un giallo e l'altro, e uno Stephen King, la Pym l'ha presa in carico la sottoscritta: e non è certo uno sforzo sgradevole, perchè io sono una lettrice veloce e mi piace conoscere cose nuove, magari studiandole bene prima di esprimermi qui, in qualche post.
Barbara Pym costituiva un territorio inesplorato, anche se ovviamente il nome dell'autrice non mi era totalmente sconosciuto, così è stato particolarmente divertente iniziare a dedicarsi all'argomento. Ovviamente un solo romanzo non è sufficiente per formarsi un giudizio definitivo, ma lo è per decidere che vale la pena continuare.
Inizialmente non ho potuto mettere le mani su QUALCUNO DA AMARE, per cui ho preso un volume a caso tra quelli disponibili nella mia biblioteca: la scelta è caduta su TUTTE LE VIRTU', che mi è parso di capire sia il secondo romanzo di Barbara Pym, scritto nel '36 ma pubblicato postumo solo nel 1987.
A dire il vero, la cronologia di Barbara Pym ancora presenta per me qualche incertezza, che comunque costituisce solo l'ennesima sfida. Ho intenzione di ristrutturare la pagina della Wikipedia italiana a lei dedicata: quando l'ho cercata, l'ho trovata in uno stato di grave provvisorietà, molto bisognosa di sistemazione: ed avrei io potuto resistere? Assolutamente no: l'impeto per le cose da riordinare è genetico, mi deriva da mia madre! Non sempre lo applico nella vita quotidiana, ma il mio rapporto con Internet è tutta un'altra cosa...

TUTTE LE VIRTU' di Barbara Pym [ romanzo del 1936; pubblicato in USA nel 1987, probabilmente assieme ad altri scritti, sotto il titolo di "Civil to Strangers" ].
Up Callow, nello Shropshire, è il tipico villaggio della campagna inglese: piccolo, pettegolo, conservatore; tutti quanti sanno tutto di tutti, e la velocità delle chiacchiere è superiore a quella della luce.
Personaggi eminenti all'interno della ristretta comunità sono i giovani signori Marsh-Gibbon: lei, Cassandra, è la donna in possesso di tutte le virtù: mai un capello o una parola fuori posto, mai un abito o un comportamento inappropriato. Lui, Adam, è la vera celebrità del luogo, autore di oscuri romanzi e di ancor più oscuri poemi: il fatto che nessuno capisca di cosa parlino le sue opere lo ha proiettato in uno spazio eccelso di considerazione... almeno in apparenza, perchè in cuor loro gli abitanti di Up Callow rimangono piuttosto perplessi nei suoi confronti. La moglie invece lo adora e ne accetta con paziente diligenza i capricci, i malumori, le fasi di depressione ed i momenti di mancanza di ispirazione. Adam è un uomo molto noioso.
Completano il panorama umano del romanzo altri personaggi ugualmente interessanti: la famiglia del reverendo Wilmot e la signorina Gray, una zitella trentenne che ha deciso di braccare il giovane (e scapolo!) curato del luogo. E poi la signora Gowen, vedova di mezza età che attende solo una buona scusa per tornare alle gioie della vita; e il signor Gray, maturo zio della zitella, frustratissimo in tutti i suoi tentativi di sposare qualche ricca ereditiera.
La signora Gowen e il signor Gray finiranno per convolare, uniti da una simpatia nata con l'uso comune di pastiglie digestive e proseguita con il desiderio di una tranquilla compagnia per la vecchiaia. Prima che ciò accada però l'immobile quiete di Up Callow viene improvvisamente scossa dalla vendita di una delle grandi tenute del luogo; il nuovo proprietario fa abbattere un buon numero di alberi e si fa recapitare una strana stufa. In breve di lui si viene a sapere tutto: è ungherese, si trova in Inghilterra per ragioni di lavoro, si chiama Stefan Tilos ed è scapolo. Quest'ultimo particolare induce la signorina Gray ad abbandonare la caccia al curato per aprire quella al più promettente straniero.
Tilos è compito, simpatico e ben presto viene invitato e accolto volentieri ovunque.
Lui però, temperamento romantico, si innamora a prima vista di Cassandra: se ne accorgono tutti, la zitella è distrutta dal dolore e solo Adam - che dà troppo per scontato l'amore della moglie - rimane beatamente ignaro dei drammi sotterranei che si preparano.
Cassandra in effetti non ha la benchè minima intenzione di cedergli, però si spinge sino a flirtare un po' con Stefan allo scopo di ingelosire il frigido Adam: per cui quando Cassandra, avendo fallito nel suo tentativo di scuotere il marito, decide di concedersi una vacanza consolatoria e parte per Budapest, tutti quanti (complice la contemporanea partenza dell'ungherese) sospettano che i due abbiano messo in atto una fuga d'amore. Solo Adam impiega un bel po' di tempo prima di cadere preda del dubbio, alla fine però va a recuperare la moglie... e con l'aiuto della natura in futuro le cose cambieranno un po' per i Marsh-Gibbon!
- Divertente, se non proprio spumeggiante. Per ora gli aggettivi che mi paiono adattarsi maggiormente alla narrazione di Barbara Pym sono "pacata, lieve, ironica".

LadyJack || 15:29 || mercoledì, 06 agosto 2008
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