Questa fiction, per me, N. 1!!!!



Ne ho già parlato nell'altro blog effeciblog.splinder.com/post/21348761/Coliandro%2C+mio+idolo%21 e non mi stanco di guardare le scene più divertenti su You Tube. Coliandro forever!

ArchieGoodwin || 19:44 || domenica, 11 ottobre 2009
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Una storia di Coliandro

COME IL SOVRINTENDENTE COLIANDRO RIUSCI' A DIVENTARE ISPETTORE, INVECE DI ESSERE TRASFERITO A CATANZARO...

Confesso che gli sceneggiati TV dell'ispettore Coliandro non li ho visti quasi per niente: c'è a chi piacciono molto, e c'è chi li considera un'operazione furbetta. Personalmente non saprei, ma due cose non si possono discutere: l'ambientazione a Bologna, che anche in versione criminale resta pur sempre una città meravigliosa, e la faccia di Morelli, uno che sembra nato per "essere" Coliandro. Il che, a mio parere, non è per lui una buona cosa in assoluto. Coliandro è un personaggio assurdo ed esagerato, divertente e a tratti persino commovente, tuttavia fa venir voglia di assumere atteggiamenti violenti finalizzati al desiderio di toglierlo dal panorama...
Qui in ogni caso ci dedicheremo ad un romanzo.


IL GIORNO DEL LUPO, di Carlo Lucarelli [ Granata Press, 1994; Einaudi Stile Libero, 1998 ]

Incipit: "Primo: io di fatture non capisco un cazzo. Vabbè che ho fatto ragioneria, ma sono passato con trentasei e all'esame ho copiato da Bresciani, che stava nel banco davanti. E mi hanno pure beccato, merda".

Questo inizio è particolarmente illuminante riguardo a parecchie cose: lo stile "elegante" di Coliandro, innanzitutto, e poi la sua tendenza al monologo interiore, al recupero di cose passate per aver modo di mugugnare meglio sul presente. Se non trova parole adeguate, infila nel discorso una citazione da Clint Eastwood: una a caso, tanto sono tutte "bestiali".
A metà degli anni Novanta, in una Bologna che sta per diventare teatro di una guerra di mafia e ancora non lo sa, il sovrintendente Marco Coliandro medita sulla sua vita da schifo. E' in polizia da sette anni ma data la sua tendenza a combinare casini non ha una carriera da sviluppare. Attualmente lavora in Questura, allo Spaccio: nulla a che veder con la Narcotici, lo hanno messo in amministrazione pensando che lì potesse essere poco pericoloso. Una imbarazzante faccenda coinvolgente diecimila vasetti di yogurt ai mirtilli più millecinquecento alla banana, ha sventuratamente dimostrato il contrario...
Ma la vera storia inizia un giorno in cui Coliandro, perdutosi nei corridoi della Questura, si trova per caso in un ufficio vuoto della Mobile nel momento in cui vi entra Nikita (al secolo Stanzani Simona), una ragazza punkettara da lui conosciuta in precedenza.
Nikita ha un problema e malgrado Coliandro non le vada proprio bene ("Ecco... non è che abbia una gran fiducia in te come poliziotto"), ritenendolo un agente in normale servizio, si confida con lui.
La ragazza lavora consegnando pacchi per una ditta di pony express; un piccolo incidente ha provocato l'apertura di uno dei pacchi: dentro c'erano una cassetta Sony senza etichetta, un dischetto da computer e la bellezza di duecento milioni di lire in biglietti di taglio variabile.
Simona è sveglia ed ha subito capito che sotto ci deve essere qualcosa di poco chiaro: prima di restituire i soldi vorrebbe capire di che cosa si tratta. La prima mossa ragionevole consisterebbe nell'andare all'indirizzo del destinatario del pacco, ed è qui che Coliandro entra in gioco, come accompagnatore.
La visita alla grande villa sui colli si rivela però il primo passo di un percorso molto rischioso: Nikita e Coliandro trovano un cadavere vecchio di alcuni giorni e compiono una folle strage di cani da guardia... poi iniziano a fuggire, e sostanzialmente continueranno a farlo per un altro centinaio di pagine, ombreggiando di rosso e di nero luoghi che per chi conosce Bologna (dalla Barca a San Lazzaro, passando per via Saragozza) in teoria non dovrebbero essere così inquietanti.
La storia intera - in parte delineata dalla narrazione in prima persona di Coliandro, in parte arricchita da documenti e trascrizioni di intercettazioni telefoniche - è troppo complessa per poter essere ricostruita nei dettagli.
Alla fine lo stesso Coliandro, al sostituto procuratore che gli domanda quanto abbia capito della faccenda, è costretto a rispondere: "Poco". E naturalmente intende dire che non ci ha capito un cazzo (parole sue).
In sostanza si tratta comunque di una guerra scoppiata tra fazioni mafiose per il controllo del territorio, in base ad un equivoco: i soldi spariti, che un improvvido delinquente ha prima sottratto e poi cercato di restituire per posta (il pacco del pony express), sono stati interpretati come sgarro e provocazione. Da lì un'interminabile fila di attentati, esplosioni e morti ammazzati, botte e risposte e tradimenti, che finiscono per coinvolgere anche un procuratore un tempo eroico, ora corrotto e frignone.
La mafia è quella nuova e sbrigativa, spesso organizzata come un'impresa, che combatte contro una versione più arcaica di se stessa: uno stato di cose spesso illustrato e discusso anche nei romanzi di Camilleri.
In tutto questo Coliandro e Nikita rischiano grosso, passando continuamente dalla tragedia sfiorata all'aneddoto grottesco: quello su cui si ride, anche se non si dovrebbe.
A parte i quattordici colpi scaricati contro i cani della villa in collina, Coliandro attraversa varie (dis)avventure: attacca un virus ai computer della Questura; finisce in ospedale dopo esser stato accoltellato in un PornoShop; fugge dall'ospedale e diventa un latitante; è costretto a dormire con Nikita tra le braccia, praticamente nuda, senza poterci fare niente insieme; perde camicia e calzini e quando sfinito si siede sotto un semaforo, viene scambiato per un albanese lavavetri...
Alla fine comunque la faccenda si risolve al meglio, con la partecipazione di un finto pentito che racconta un sacco di fatti veri, e con il riconoscimento a Coliadro del "positivo" ruolo svolto nella vicenda. Riluttanti, i superiori sono costretti ad encomiarlo e a promuoverlo ispettore (però lo confinano all'Autoparco, sezione pezzi di ricambio).
E con Nikita, niente da fare: Coliandro ha riscoperto un'antica debolezza per lei, ma la ragazza aspetta un bambino dal suo compagno Massimo, un improbabile fricchettone new age con il quale vive ormai da tempo. Lo bacia, lo saluta, se ne va e a Coliandro non resta che una breve, tipica considerazione: "Merda".

- Coliandro è un protagonista anomalo e per questo interessante, benchè insopportabile. E' impulsivo e non particolarmente intelligente, quindi risulta tremendo come poliziotto; ma come essere umano è anche peggio: cafone, sboccato, macho e maschilista.
Tuttavia nei meandri del suo animo Coliandro nasconde anche carattersitiche ben diverse: una certa dolcezza, pasticciona come tutto il resto, ma in grado di renderlo più simaptico, e una buona dose di insicurezza che in fondo è ciò che lo rende esteriormente aggressivo.
Tra le righe si evince che Coliandro non è diventato poliziotto per caso e non è uno dei tanti meridionali che nelle forze dell'ordine hanno solo trovato la loro nicchia esistenziale. Coliandro è figlio di un poliziotto morto in servizio mentre era di scorta ad un magistrato: in qualche modo vorrebbe essere all'altezza di un così alto senso del dovere e della giustizia... ma la strada è dura, per le sue sgangherate forze!
Lui fa del suo meglio, a volte proprio si impegna: ma le cose hanno la sgradevole tendenza a rovesciarglisi addosso come una pioggia di mattoni (avete presente Paperino?!).
E nemmeno con i sentimenti è agile o fortunato: di sicuro non è ciò che vorrebbe, ma Coliandro pare destinato alla solitudine, come uno degli eroi negli action movies che gli piacciono tanto.

CURIOSITA' - Tra i personaggi del romanzo Lucarelli ci mette anche se stesso, nel ruolo di un giovane e ingenuo cronista della Bassa. Avendo riportato in uno dei suoi articoli le parole di un padrino mafioso con troppa precisione - la parte ufficiosa accanto a quella ufficiale - il giornalista rimane vittima di una strana "caduta" sulla soglia di casa ("Lo so che sono soltanto tre gradini e che sotto c'è il prato" - dice Lucarelli dal suo letto all'Ospedale Nuovo di Imola... ).
La redazione unanime gli invia caldi auguri di pronta guarigione.

LE STORIE DI COLIANDRO:

- "Nikita" - racconto (1992)
- "Falange Armata "(1994)
- "Il Giorno del Lupo" (1994)
- "Coliandro" - fumetto (1994)
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LadyJack || 15:42 || martedì, 06 ottobre 2009
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"Questa è una guerra in cui si fucilano i poeti"

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GUERNICA, di Carlo Lucarelli [ Einaudi ed., Stile Libero Noir, 2000 ]

Chi mi conosce sa che non ho difficoltà a rileggere senza tregua i libri che amo: ogni volta mi offrono qualcosa di nuovo, di bello, e rinnovano con me l'antico patto di amicizia. Carlo Lucarelli, con il fulgore avvolgente della sua prosa e la densità delle sue storie, è uno degli autori che tendo a frequentare più spesso: e "Guernica", romanzo breve di nemmeno cento pagine, era e sarà per sempre un piccolo sorprendente tesoro che varrebbe quasi la pena di imparare a memoria.
La storia è ambientata durante la Guerra Civile Spagnola (aprile del 1937) e la trama è apparentemente tanto semplice da poter essere riassunta in un paio di frasi: il giovane capitano Degl'Innocenti, Reali Bersaglieri, arriva dall'Italia a Teruel per riportare in Patria il corpo dell'amico e compagno di corso, il tenente Vittorio Emanuelli, "colpito al petto dalla mitraglia" ed eroicamente caduto - ovviamente dalla parte dei franchisti - nella battaglia di Gudalajara. A lui viene affiancato come attendente il volontario Filippo Stella, che ha il compito di guidarlo e proteggerlo sino al momento della ripartenza.
Si direbbe un banale e poco rilevante fatto appartenente ad una guerra lontana... e lo sarebbe, in effetti, se il talento dell'autore non avesse collocato questo incipit dimesso in un contesto di ben altro spessore, capace di conferire alla vicenda toni tanto fiabeschi quanto crudi, tutti comunque molto universali.
Detto con altre parole: come in quasi tutti i romanzi lucarelliani di ambientazione bellica, anche "Guernica" concorre a dimostrare che la guerra è cosa talmente assurda e disumana che per essere non dico spiegata, ma almeno vagamente intuita, necessita il ricorso ad elementi altrettanto assurdi ed esterni all'umano (in un precedente post dedicato a Lucarelli già ho parlato della figura del lupo o del lupo mannaro che con la sua ferocia incarna lo spirito stesso della guerra: il lupo infatti compare anche qui).
E poi ci sono i personaggi. Filippo Stella non è un semplice attendente, ma "un sicario, puttaniere, contrabbandiere, ladro e spia", un doppiogiochista entrato nella questione non certo come vero "volontario": lo hanno arrestato e gli hanno affidato il capitano dicendogli in sostanza: se qualcosa va storto facciamo una soffiata su di te ai franchisti e un'altra agli anarchici... poi aspettiamo di vedere quale delle due parti ti trova per prima.
Stella pertanto non è mosso da lealtà o senso del dovere, bensì da cinico opportunismo: finisce ugualmente per sviluppare un atteggiamento molto protettivo verso Degl'Innocenti, ma ogni volta che parlando di lui dice "il mio capitano" sembra esprimere la fatalità, non il lato emotivo, del compito che lo aspetta.
Bisogna ammettere però che la presenza di Stella, "esperto di vita, di guerra e di Spagna" al fianco del capitano è assolutamente provvidenziale perchè Degl'Innocenti è solo un ragazzino ingenuo e privo di esperienza: non capisce lo spagnolo, non ha fatto un giorno di servizio attivo e i suoi gradi probabilmente li ha conquistati "giocando a tennis con il Duce". Appartiene ad una ricca famiglia fiorentina e non è nobile come il suo amico Vittorio, tuttavia possiede pienamente il romantico e dannoso idealismo tipico della jeunesse dorèe dell'epoca. Vede la guerra come una bella avventura (astratta) ed è per lui un duro colpo venire in contatto diretto con il sangue, il sudore, il fango e la merda che essa comporta.
A suo merito va detto che in lui non vengono mai meno la determinazione, l'aplomb e il passo da bersagliere... alla fine in ogni caso la strana avventura di cui si è ritrovato protagonista sfuma nella tranquilla follia prima di essere definitavamente travolta dalla epocale tragedia e - forse - dalle bombe stesse di Guernica.
Come spesso accade con i romanzi di Lucarelli, la fine del libro non coincide esattamente con la fine della storia, e dopo l'ultima pagina i lettori restano relativamente liberi di scrivere mentalmente l'ultimo verso della poesia, proiettando i personaggi verso il loro incerto futuro. Qui però tutto e tutti convergono a Nord, verso la fatale città basca alla cui distruzione mancano ormai pochi giorni (il bombardamento iniziò alle ore 16 e 35  del 26 aprile 1937), quindi gli spazi di immaginazione risultano quanto mai ristretti: è triste ma ragionevole pensare che le fiamme di Guernica - già viste in un sogno premonitore tanto da Stella quanto dal capitano - consumeranno l'epilogo della storia con i suoi protagonisti.
Già perduti in una sfumata e delirante incertezza, il capitano (mutato alla fine in una sorta di allucinato Don Chisciotte) e Stella (il suo rassegnato Sancho Panza) non torneranno mai in Italia; alla fine però, forse troveranno ciò di cui si erano messi alla ricerca.
Il loro viaggio attraverso una Spagna riarsa dalla distruzione è infatti iniziato da un dubbio poi fattosi certezza: Vittorio Emanuelli, l'amico amatissimo caduto a Gudalajara, eroicamente morto, forse non è morto affatto.
Il corpo che viene consegnato a Degl'Innocenti potrebbe essere quello di chiunque e tracce sempre più consistenti sembrano dimostrare che il tenente fosse ancora vivo ben dopo il 10 marzo del '37, giorno della sua presunta scomparsa. Stella e il capitano rintracciano l'ultimo superstite del Quinto plotone comandato da Vittorio e persino il cecchino che aveva decimato sul campo gli ultimi sopravvissuti (il quale sta per essere fucilato). Nulla di ciò che essi dicono ha un valore conclusivo, tuttavia il dubbio è ormai già quasi sgretolato: Vittorio è vivo e forse impazzito, forse infestato dal maligno spirito della guerra - come in una specie di leggenda gitana al confine con l'incubo - si è messo ad uccidere e decapitare nazionalisti e repubblicani, sullo sfondo di terrificanti ululati da lupo.
La cosa in sè non va spiegata ma solo accolta; forse però non è un caso se la ferocia della guerra si è incarnata stavolta nei panni improbabaili di un bel tenente "generoso, valoroso e ardito", un conte fiorentino capace di suscitare l'affetto di una dolcissima gentildonna amata anche da Degl'Innocenti. Infatti non è dato sapere il grado di pragmatismo della signora; ma se il capitano ha dell'amico una conoscenza ed un ricordo tutti venati di romantica nostalgia e sognante perfezione, ben diversa è l'opinione di chi lo ha conosciuto in Spagna, come uomo e come soldato.
Per altri combattenti Vittorio Emanuelli era "un hombre muy malo, un porco sanguinario": l'entità malvagia si è limitata insomma a trovare lo spirito a sè più affine.
Ma il capitano ignora la realtà, e procede in quella che ritiene essere la sua missione sospinto soltanto dal sogno: e nel sogno annegherà l'esistenza propria e quella di Stella.

 

"Torniamo indietro, signor capitano?"
"No, Stella, no. Andiamo avanti"

 

- Carlo Lucarelli scrive piuttosto bene: credo di averne già elogiato lo stile fluido e poetico in numerose occasioni. "Guernica" contiene alcune delle sue pagine più belle e difficili: basterebbe leggere ad esempio il brano in cui Stella descrive un combattimento al quale assiste dall'alto di una collinetta, con lo sguardo a pelo d'erba per restare nascosto e la vista offuscata dalle gocce d'acqua che ricoprono gli steli, per avere immediatamente il senso di cose normali che si fanno straordinarie.
A parte la bellezza della storia, il pregio maggiore del romanzo risiede nella capacità da parte dell'autore di fondere gli aspetti più crudi e realistici delle situazioni o delle descrizioni con aspetti quasi diametralmente opposti: lirici e fantasiosi al limite del fiabesco.
Nella storia ci sono molti morti e molte rovine, ma anche nebbie inquietanti, notti rossastre e pleniluni che durano tre giorni. C'è un convento ormai diruto abitato soltanto dai cadaveri mummificati delle suore, pieno di topi e di ali d'angelo, e di altre cose in agguato.
I sicari catalani che dovrebbero spacciare il capitano e Stella fatalmente si chiamano Rosencranz e Guildenstern, e il cecchino che viene fucilato mentre ancora tiene tra le mani il violino con cui ha cercato di suonare l'Ave Maria, nella sua vita civile era stato un musicista del Teatro Comunale di Bologna.
A Madrid, in un Hotel che sembra perpetuare gli stucchi dorati della belle époque, si radunano nel fragore di un cicaleccio internazionale molti di coloro che realmente parteciparono o presenziarono a quella guerra: dal fotografo Robert Capa a Tina Modotti, passando per una nutrita schiera di intellettuali forniti di accredito giornalistico.
Tra di loro anche "l'americano Ernesto", ovvero Ernest Hemingway, nella cui stanza finisce per dormire il capitano, in seguito ad una solenne sbronza che si è preso in compagnia dello scrittore.
Guernica è a poche centinaia di chilometri da quella notte.

LadyJack || 17:36 || martedì, 16 giugno 2009
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Con le unghie e con i denti

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LUPO MANNARO, di Carlo Lucarelli (Einaudi Tascabili Stile Libero, 2001)
Sino a pochi anni fa l'opinione dominante era che in italia non esistessero serial killers: gli assassini seriali erano roba per gli schizofrenici Stati Uniti, o per epoche e luoghi particolari come la depravata Inghilterra vittoriana (Jack Lo Squartatore) o la Russia affamata del dopoguerra (il Mostro di Rostov): casi comunque in cui pesava soprattutto la patologia.
Poi i fatti (Donato Bilancia) ed una più accurata analisi storica (Leonarda Cianciulli, tra gli altri) si sono presi la briga di dimostrare che i serial killers possono esistere ovunque, compresa la provincialissima Italia. Che la loro esistenza venga riconosciuta come tale dagli investigatori, è poi tutto un altro discorso. In ogni caso, chi fosse interessato all'argomento potrebbe utilmente consultare il saggio di C.Lucarelli e M.Picozzi, "Serial Killer - Storie di ossessione omicida" (Oscar Mondadori, 2003).
Qualche anno prima del suddetto libro Carlo Lucarelli aveva comunque già scritto un romanzo incentrato appunto su di un serial killer italico, che oltretutto agiva sul più improbabile dei territori: l'opulenta Emilia-Romagna, lungo la Via Emilia.
Stranezze su stranezze, si direbbe: ma alla fine tutti i conti tornano... sin troppo.
Il romanzo ha una trama semplice e robusta: ci sono gli omicidi in serie a danno di giovani donne, prostitute occasinali, e ci sono le indagini di due cocciuti e coraggiosi poliziotti: il commissario Romano della Questura di Bologna - infelice, nevrotico, tormentato - e la sua giovanissima assistente, Grazia Negro (il cui personaggio, più maturo e coriaceo, tornerà in altri successivi gialli lucarelliani).
C'è la dimensione poliziesca, dunque; la storia però diventa quasi immediatamente anche una metafora dei brutti tempi, rampanti e menefreghisti, vissuti dall'Italia nei primi anni '90: e in questo senso l'inedito serial killer può essere interpretato come il sintomo (o il prodotto?) del nuovo deleterio corso imboccato a quell'epoca dalle sorti del Bel Paese. Del resto in Lucarelli la figura del LUPO, o più precisamente del LUPO MANNARO, è già in sè e da sempre il simbolo della parte peggiore che l'uomo possiede e che alcuni individui lasciano più libera di altri, non sempre in modo palese.
Stavolta infatti l'assassino è un insospettabile sotto tutti i punti di vista: è l'ingegner Velasco, manager di una grande azienda di successo, posato e mellifluo ma molto sicuro di sè, fornito di regolare famiglia (l'agile ed elegante moglie Veronica, più due figli) e di un eloquio forbito e preciso, ricco di espressioni come "un attimino" e "mi consenta" che fanno venir voglia (quelle sì!) di uccidere.
E' tanto sicuro di sè, l'ingegner Velasco, che quando i sospetti iniziano a sfiorarlo (per via della sua auto, notata sul luogo di uno dei delitti ma senza prove certe), si spinge addirittura a confessare tutto in presenza di Romano... e in totale assenza di testimoni.
Romano e Grazia che già erano pienamente convinti della colpevolezza di Velasco, non possono far altro che incassare la momentanea umiliazione, mentre continuano a chiedersi se ci sia un modo per incastrare quello che tutti già chiamano il Lupo Mannaro.
La cosa però sembra ardua, non solo per la difficoltà di convincere chi di dovere che nel corso di qualche anno Velasco ha ucciso ventidue giovani donne (tante alla fine risultano), straziandone poi i cadaveri a morsi, ma soprattutto perchè nell'ingegnere manca totalmente quello che potrebbe essere il suo unico punto debole: ovvero, il senso di colpa.
Velasco infatti non si chiede" perchè" ha fatto ciò che ha fatto, ma piuttosto "perchè non" avrebbe dovuto farlo.
Uccide per assecondare un proprio egoistico impulso e tanto basta, dato che il suo mondo ruota attorno a lui stesso: il resto è costituito da accessori e strumenti atti a servirlo. Si sente del tutto tranquillo, intoccabile, mille miglia lontano dalla possibilità di essere preso.
Queso però rimane vero solo fino al momento in cui l'ispettore, continuando ad indagare e compulsando pazientemente l'intera documentazione del caso, non si accorge di una piccola discrepanza, una minuscola leva su cui forse è possibile agire per demolire la fortezza di Velasco.
Si apre così l'ultima fase della lotta, che per Romano è ormai diventata un'ossessione. Velasco ha finalmente paura, ma in extremis riesce imprevedibilmente a parare la mossa a suo danno. Ciò purtroppo dà il colpo decisivo all'animo nevrotico e ormai vacillante di Romano, al quale Grazia impedisce per un pelo di ammazzare l'avversario; e mentre l'ispettore viene internato in un casa di cura dove finalmente può trovare riposo, spetterà proprio a Grazia - che in Romano ha perduto l'uomo che amava e non soltanto il maestro di vita professionale - vendicare lui, se stessa e tutte le giovani vittime dell'imperturbabile ingegnere.
Il quale - lo si intuisce soltanto, ma è sufficiente - dopo l'ultima riga del romanzo non avrà più modo di nuocere ad alcuno.
Grazia, che già era intelligente ma anche dolce e in fondo timida, impara ad essere spietata; i lettori di Lucarelli sanno che ciò le servirà, in futuro: questa però è una delle tante tristi conseguenze del fatto che se vuoi prendere il mostro, se vuoi prenderlo davvero costi quel che costi, devi essere pronto ad entrare nel suo mondo.
Rischiando magari di rimanerci intrappolato.
LadyJack || 11:17 || giovedì, 25 settembre 2008
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Incipit, più o meno

INDAGINE NON AUTORIZZATA di Carlo Lucarelli (1993)
Non si tratta del primissimo romanzo scritto e pubblicato da Carlo Lucarelli, ma è senz'altro quello che lo rese popolare e lo fece conoscere al grande pubblico - come si dice.
Come in altri romanzi polizieschi ambientati nel Ventennio che aveva già scritto o avrebbe scritto in seguito, Lucarelli riversò nella storia le sue conoscenze del periodo: anche la sua tesi di laurea verteva sullo stesso argomento, la Repubblica di Salò e la polizia in epoca fascista.
Nel 1993 il romanzo vinse il Premio Tedeschi per il Miglior Giallo italiano inedito, e come da regolamento fu pubblicato nella collana Gialli Mondadori (n.°2339); in seguito diventò disponibile anche in edizione HOBBY & Work, e lo è tuttora.

LA TRAMA: 1936, anno XIV dell'Era Fascista (ma lo sceneggiato corrispondente ambienta l'azione nel 1938).
Sulla spiaggia di Riccione viene rinvenuto il cadavere di Palmina Tabanelli, in arte Miranda Rubino detta la Bella Culona. Una prostituta. Le hanno sparato in un occhio ed il cadavere è senza mutande.
Date le premesse, l'omicidio potrebbe rivestire ben poco interesse: non fosse per il fatto che in vista della spiaggia del ritrovamento sorge l'anonima villetta in cui il Duce in persona sta trascorrendo le sue abituali vacanze.
Allo scopo di dimostrare la massima efficienza il Commissariato di Rimini, competente per territorio, si mobilita e in poche ore identifica il colpevole nel protettore della ragazza, Oscar Tabanelli, lo arresta e lo induce a confessare. Seguono vive congratulazioni da parte del Duce (prontamente informato, è ovvio... ), e tutto sembrerebbe finito.
Ma c'è almeno un poliziotto che nutre seri dubbi sulla veridicità della soluzione trovata: ed è l'ispettore  Marino.
A differenza di quasi tutti gli altri, che sono più che altro burocrati opportunisti sempre pronti a dire di sì al momento giusto e quindi destinati  a fare carriera, Marino è semplicemente un buon poliziotto ed un uomo onesto, i cui principi personali - con qualche lieve ed occasionale tentennamento - valgono ancora più della politica e delle verità di comodo. E in fondo, anche più del dolore per la perdita della moglie, che lo ha abbandonato proprio perchè ambiziosa e desiderosa di un'altra vita.
Nell'omicidio di Miranda Rubino ci sono parecchi dettagli che non lo convincono, e a quelli Marino si attacca per continuare l'indagine: ma deve farlo autonomamente, senza autorizzazione alcuna, perchè ufficialmente il caso è già stato brillantemente risolto.
Trova l'aiuto di un giornalista di simpatie comuniste dall'incredibile nome di Gabriele Dannunzio (senza l'apostrofo...), e di un magistrato al quale la Giustizia interessa ancora: ma nemmeno grazie a loro - che del resto dichiarano anche scopi personali - il suo lavoro diventa più semplice.
Ben presto Marino si perde in un labirinto di sospetti che coinvolgono personaggi troppo in vista, si trova a dover valutare tracce confuse o contaddittorie, e ad un certo punto comprende di dover fare molta attenzione, perchè in gioco potrebbe esserci non solo la carriera ma la sua stessa vita.
Nel corso dell'indagine incontra numerosi personaggi, letterariamente interessanti ma narrativamente ambigui e pericolosi: il conte Utimperger, probabilissimo candidato-colpevole; le cosiddette "Streghe", al secolo Valeria Utimperger, la sorella del conte, e la sua strana amica Giovanna; "il Biondo" e "Amedeo Nazzari", delinquenti di mezza tacca che frequentavano il giro di Oscar Tabanelli; Mario Silvestro, il Console Generale della Milizia, che pare molto interessato al caso.
E infine Laura Utimperger, moglie del conte e altra probabile colpevole, non fosse per il fatto che la sera del delitto si trovava impegnata (nientemeno!) a giocare a tennis con Mussolini.
Di lei Marino si innamora perdutamente, e forse lei di lui; in Laura però, ex profuga fiumana uscita dalla miseria più nera a caro prezzo, prevale senza esitazione la volontà di rimanere una ricca contessa, moglie di un futuro Ambasciatore. Senza contare il fatto, inoltre, che la vicenda in cui tutti quanti sono coinvolti presenta aspetti ben più numerosi e complicati di quanto Marino avesse potuto sospettare sin dall'inizio.
Così alla fine, l'ispettore capisce perfettamente come siano andate le cose e chi sia il colpevole: ma non può far nulla, tranne lasciar perdere... ed essere in seguito promosso e trasferito a Roma in premio della forzata acquiescienza.
Nel suo ufficio romano, un giorno in cui gli capitano tra le mani le segnalazioni riguardanti i simpatizzanti comunisti che cercano di espatriare per combattere in Spagna nelle Brigate Internazionali, Marino trova e fa sparire la scheda di Dannunzio: e finalmente sorride.
Leggendo ho sorriso anch'io parchè Dannunzio mi sta veramente simpatico: e a quel punto è confortante pensare che Marino - malgrado tutto - sia riuscito a fare qualcosa di bello.
Non è escuso infatti che Dannunzio ci muoia, in Spagna, ma nel caso lo avrà fatto da uomo libero.
E' questo che intendevo in un post precedente, parlando dei finali sospesi o aperti di Lucarelli: dopo l'ultima pagina di quasi tutti i romanzi c'è ancora un mondo che aspetta solo di essere immaginato.
LadyJack || 16:54 || mercoledì, 28 maggio 2008
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Commissario De Luca, poliziotto (i romanzi)

I romanzi di Carlo Lucarelli si leggono e si rileggono nel tempo senza problemi: su questi ho perduto il conto....

CARTA BIANCA (Sellerio ed., 1990)
Seconda metà di aprile del 1945. Reduce da una fruttuosa ma ambigua esperienza lavorativa nella Brigata Ettore Muti, la sezione speciale della Polizia Politica, il commissario - ex comandante - De Luca si è fatto ritrasferire alla Squadra Mobile presso la Questura di Bologna.
Subito gli viene affidato un caso di omicidio: un difficile e confuso caso di omicidio che a rigor di termini nessuno dovrebbe veramente aspettarsi di vedere risolto.
Bello, biondo e agiato, il cittadino italiano di origine trentina Vittorio Rehinard è stato ucciso con due coltellate, una (mortale) al cuore ed una (superflua ma significativa) all'inguine. Come stallone, spacciatore di morfina o come faccendiere Rehinard era in contatto con almeno metà della Bologna-bene dell'epoca; è quindi probabile che ad assassinare il non perfetto gentiluomo sia stata una gentildonna delusa o tradita in qualche modo: qualcuno insomma fornito dei necessari agganci utili a coprirsi le spalle e a sfuggire alla Giustizia. In queste condizioni nè De Luca nè la squadra che collabora con lui, guidata dal maresciallo Pugliese, si aspettano di mantenere per lungo tempo la responsabilità del caso.
Invece, con grande sorpresa di tutti, la ricerca del colpevole viene appoggiata in pieno dal Questore ed anche dal locale Segretario del Fascio: anzi, soprattutto da quest'ultimo, che garantisce uomini, mezzi e carta bianca nelle procedure d'indagine... anche se nel frattempo non manca di suggerire qualche "utile" indizio.
E' così che De Luca e i suoi capiscono di essere precipitati, come strumenti eventualmente sacrificabili, nel pieno di una brutta faccenda che riguarda non tanto l'omicidio in sè, quanto piuttosto una lotta di potere, e una prova di forza da parte del PNF nei confronti di quei gerarchi ormai apertamente doppiogiochisti che in vista della Liberazione (gli Alleati sono quasi arrivati al Po) cercano di prepararsi al "dopo".
La soluzione ufficiale del caso infatti andrà in direzione di uno scandalo atto a coinvolgere la famiglia del Conte Alberto Maria Tedesco, il vero bersaglio sin dall'inizio: e poco importa che ci siano andati di mezzo, come cadaveri, due vecchi coniugi sprovveduti ed una ragazzina infelice e squilibrata, nonchè uno dei poliziotti di De Luca.
La soluzione vera invece, trovata dallo stesso De Luca e dai suoi, sarebbe molto più semplice e banale: ma questa non interessa a nessuno.
Alla fine, a malincuore, non interessa più nemmeno al commissario che, deposte le ingenue speranze di poter dimostrare la propria estraneità ai peggiori eccessi del regime sotto il quale ha comunque servito, viene indotto alla fuga dal rapidissimo avanzamento del fronte verso Bologna.
L'inutile indagine è durata tre giorni. E' il 20 aprile del 1945.

L'ESTATE TORBIDA (Sellerio ed., 1991)
Estate del 1945: nel clima incerto e ancora pericoloso che è seguito alla Liberazione, De Luca si allontana ulteriormente da Bologna e si dirige a Sud, continuando il suo tentativo di fuga.
Pur non essendo mai stato fascista per convinzione il commissario è sin troppo consapevole di essere - come poliziotto e soprattutto come ex appartenente alla Sezione Politica - ugualmente compromesso con il passato regime. Proprio in quei giorni il suo ex superiore, il capitano Rassetto, viene sottoposto ad un processo che inevitabilmente si chiuderà con la condanna a morte.
Nei pressi del paese di Sant' Andrea in Romagna purtroppo De Luca viene riconosciuto dal brigadiere Leonardi del CNL. L'uomo, che non può vantare una grande esperienza ma che desidera fare carriera come agente nel nuovo mondo post-bellico, si permette di giocare un po' con De Luca, tenendolo sulla corda; infine però gli propone chiaramente un patto: è disposto a tacere sull'identità del commissario in cambio dell'aiuto per risolvere un caso di omicidio avvenuto di recente in paese. L'intera famiglia Guerra è stata ammazzata a bastonate, il capofamiglia Delmo è stato anche torturato.
De Luca non può che accettare. Inizialmente lo fa per paura: sa bene cosa lo aspetta se viene riconosciuto ed identificato; poi però in lui prende il sopravvento l'istinto del poliziotto, e nell'indagine ritrova un po' di vita, dimenticando quasi tutto il resto.
I problemi comunque rimangono molti, anche perchè il possibile colpevole dei delitti viene scoperto abbastanza rapidamente (si tratta dell'ex partigiano Learco Padovani, detto Carnera), mentre assolutamente misterioso rimane l'eventuale movente.
Carnera inoltre è un duro che spaventa, ed è un eroe, per cui Leonardi si mostra piuttosto riluttante a seguire De Luca nella pista contro di lui. A ciò si aggiungono le omertà dei compaesani, la maggioranza dei quali è soprattutto interessata alla ricostruzione, i delicati incroci degli equilibri politici, ed anche la presenza di Francesca detta la Tedeschina, la donna sulla quale a Carnera piace pensare di avere qualche diritto, ma che in realtà si sottrae a lui come a tutti gli altri.
Alla fine comunque, di fronte all'evidenza delle prove che De Luca riesce faticosamente ad accumulare, Leonardi è costretto ad arrendersi all'idea che Carnera sia colpevole.
E continuando ad indagare, i due iniziano anche ad intuire quale possa essere il movente della strage: Delmo Guerra aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, forse un tentativo di corromperlo non è andato a buon fine, e allora lui ed i suoi famigliari sono stati eliminati come testimoni scomodi.
Tutto sembra ricondurre all'uccisione del Conte - il ricco possidente del paese - e alla sparizione di alcuni gioielli. Ma il Conte era un noto collaborazionista, per cui non può essere la sua eliminazione a preoccupare tanto Carnera.
Alla fine, scavando ai margini di un campo minato, De Luca e Leonardi riusciranno a far luce su tutti gli aspetti della vicenda, scoprendo finalente qual è "la cosa terribile" che tanto spaventava l'ex partigiano.
In seguito però Leonardi non riuscirà (e forse nemmeno vorrà veramente) sottrarre De Luca all'arresto da parte dei carabinieri, che lo prendono e se lo portano via.
Leggendo per la prima volta questo inatteso epilogo della storia il mio cuore si accartocciò miserabilmente nell'angoscia...


VIA DELLE OCHE (Sellerio ed., 1996)
Il romanzo si svolge a Bologna tra mercoledì 14 aprile 1948 (vigilia delle prime elezioni democratiche del dopoguerra) e giovedì 15 luglio 1948: il giorno in cui Bartali conquista la Maglia Gialla al Tour, deviando (quasi incredibile ma storicamente vero) le tensioni sociali e politiche seguite all'attentato contro Togliatti, e soffocando di fatto l'insorgere di una guerra civile.
De Luca, che ha fortunosamente evitato l'epurazione (ma non viene specificato il COME), torna alla Questura di Bologna: è di nuovo vicecommissario (aggiunto) e non è stato assegnato alla Mobile bensì alla Buoncostume, ma almeno è vivo e può continuare a fare il suo mestiere.
In città De Luca ritrova il maresciallo Pugliese, e sin dal suo arrivo si scontra nuovamente con le gerarchie interne al Corpo di Polizia e con gli inevitabili giochi di potere, acuiti in quel momento specifico dal delicato passaggio politico che il Paese sta vivendo.
E tuttavia il caso - non meno della sua ostinazione - mette De Luca in condizione di svolgerlo davvero, il suo mestiere: in un appartamento di Via delle Oche (la via bolognese dei bordelli, sino all'introduzione della Legge Merlin) viene ritrovato un uomo impiccato. Sembra suicidio ma si tratta in realtà di un omicidio. Nel suo ruolo di rappresentante della Buoncostume De Luca viene interessato all'indagine, ed ha così modo di accorgersi come due omicidi successivi (un fotografo sgozzato alla Montagnola e una prostituta soffocata in un alberghetto di San Lazzaro) siano direttamente collegati al primo.
Certo, la cosa non è facile da dimostrare e quando l'indagine si pone su di una strada pericolosamente costellata di aspetti fortemente politici, la sua libertà di pensiero e di movimento viene immediatamente bloccata per ordine dei superiori.
Eppure De Luca, che praticamente non mangia e non dorme, nè sembra poter trovare qualcosa per cui vivere, recupera tutte le proprie forze se si tratta di fare il poliziotto, il buon poliziotto: e così con caparbietà e con l'aiuto di Pugliese, sgusciando abilmente e con prontezza tra ostacoli e divieti, De Luca continua a seguire la sua difficile pista, e alla fine riesce addirittura ad arrestare l'assassino.
Ma poichè dietro gli eventi si celano i soliti giochi politici e la solita italica tendenza all'occultamento di quanto può risultare scomodo (e qui, alla base di tutto, c'è un Onorevole democristiano schiattato in un bordello proprio alla vigilia delle elezioni...figuriamoci!), la soluzione del caso servirà a ben poco. Anzi, danneggerà tanto De Luca quanto Pugliese, il primo di nuovo nei guai a causa del suo passato di poliziotto in epoca fascista, il secondo trasferito d'ufficio in Sicilia a dare la caccia al bandito Giuliano. Nei romanzi di Lucarelli raramente c'è un happy end totalizzante che premia i buoni e punisce i malvagi: e non si tratta di pessimismo, quanto piuttosto di puro e semplice realismo.
Questo romanzo in particolare, comunque, vive meravigliosamente non solo attorno al personaggio di De Luca, ma anche attraverso la convincente ricostruzione d'epoca e d'ambiente.
Per me, che di Bologna amo ogni centimetro, è bellissimo ritrovare tra le pagine tanti elementi così famigliari: la Questura, Piazza Galilei, Via IV Novembre, la Montagnola, e quella Via Marconi che ancor oggi trattiene tante testimonianze architettoniche di epoca fascista.
E poi Via Strazzacappe, Via del Porto, e la stessa Via delle Oche, anche se di lì non ci passo molto spesso.
In Via dell'Orso invece ci sono andata di recente, apposta: mi sono messa sotto l'arco, ho chiuso gli occhi e ho immaginato la pioggia..

LadyJack || 17:29 || sabato, 24 maggio 2008
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Commissario De Luca, poliziotto (in TV)

Tra la fine di aprile e gli inizi di maggio Rai 1 ha trasmesso quattro sceneggiati tratti da altrettanti romanzi di Carlo Lucarelli: sotto il titolo complessivo de "Il Commissario De Luca" sono stati raggruppati "Indagine non Autorizzata", "Carta Bianca", "L'Estate Torbida" (ma in TV è sparito l'articolo) e "Via delle Oche". In pratica, uno dei primi e più famosi romanzi di Lucarelli più l'intera saga dedicata al commissario De Luca: tutte vicende poliziesche ambientate nell'Italia di epoca fascista.
Quando mi erano giunte le prime notizie sul progetto e sull'imminente programmazione non mi ero ritrovata troppo contenta: sono ormai noti - credo - i miei pregiudizi e la mia sfiducia nei confronti dei libri che diventano immagine. In questo caso, inoltre, si trattava della trasposizione di romanzi che avevo amato moltissimo, e di un personaggio per cui provavo un enorme rispetto e del quale già da anni possedevo una versione mentale sin troppo precisa.
In tali circostanze, come avrei potuto non temere la delusione in agguato?
Forse dovevo tenermi lontana dalla TV...
E poi, cosa c'entrava "Indagine non Autorizzata" con De Luca?! Nel romanzo il Commissario non c'è, ed il protagonista che indaga è diverso, anche se indubbiamnte un po' gli somiglia: a condurre le indagini tra Riccione e Rimini nell'estate del 1936 è il commissario Marino... sicuramente dovevo tenermi lontana dalla TV!
Per un po' sono rimasta incerta, tanto è vero che gli sceneggiati li ho registrati tutti, accantonandoli senza guardarli. Poi ha preso il sopravvento la curiosità, quella buona e positiva che ti spinge ad affrontare le esperienze semplicemente perchè sono esperienze e non perchè debbano necessariamente essere esperienze piacevoli.  Ho riesumato le registrazioni, ho sospirato e le ho guardate: o meglio, ho guardato la prima, poi le altre... ho dovuto abbracciarle!
A volte vale davvero la pena di accendere il nefasto elettrodomestico: questa è stata una di quelle volte, perchè alla fin fine gli sceneggiati sono risultati una delle cose migliori mai prodotte dalla Rai a livello di fiction.
Realizzati con gusto e con grande senso storico, gli sceneggiati non erano privi di spettacolarità, di complessità, nè di sesso o violenza: in realtà però ben poco è stato cambiato rispetto alla pagina scritta (in caso di trasposizioni, il contrario mi irrita sempre parecchio... ), e quel poco non ha influito negativamente: dai titoli di testa si desume una supervisione del lavoro ad opera dello stesso Lucarelli, e anche questo vorrà pur dire qualcosa. Con la lieve eccezione di "Via delle Oche", che infatti mi ha un po' deluso, gli sceneggiati usavano i romanzi originali come robuste sceneggiature di base per i fatti e addirittura per molti dei dialoghi.
Sostanzialmente le modificazioni e gli spostamenti sono stati motivati dal desiderio di dare maggiore continuità alla versione televisiva delle storie, come se i quattro sceneggiati fossero altrettanti momenti di un unico affresco. In questa prospettiva si giustifica persino l'abusivo inserimento di "Indagine non Autorizzata" nella saga del Commissario: non solo perchè già in partenza la storia in sè era sufficientemente coerente con tutto il resto, ma proprio perchè è interessante immaginare quanto De Luca fosse già se stesso sin dagli Anni Trenta, da quella italica breve epoca dorata che precedette l'entrata del Paese nel conflitto mondiale.
L'elemento più importante che permeava l'insieme, non a caso, mi è parso proprio il grande senso di rispetto: rispetto per le storie nei loro valori e nei loro significati, rispetto per la complessità e la profondità dei personaggi, rispetto per l'ambientazione. Rispetto per qui momenti difficili della storia nazionale che ancora oggi - a più di mezzo secolo di distanza - fanno discutere e meditare.
Sullo sfondo delle vicende che - non dimentichiamolo - sono vicende di carattere poliziesco, c'è la guerra, poi la Liberazione e infine la ricostruzione, resa per molti versi più ardua da quella fase del conflitto che si era praticamente risolta in guerra civile.
C'è il Fascismo, ovviamente, con il suo peso storico-politico, e con tutto il suo assurdo apparato normativo e scenografico: forse risibile per noi che lo guardiamo in prospettiva, meno risibile per coloro che si dovettero (o vollero) assoggettarvisi. Certamente fastidioso per De Luca, che crede in poche cose: e la politica ritualizzata non è una di quelle.
Lui ama l'ordine, le cose che funzionano permettendogli di svolgere al meglio il proprio lavoro, e aspira a far tornare tutti i conti; ma il Fascismo con il quale si trova ad avere a che fare è diretto quasi interamente nel senso contrario.
Già... De Luca.
Inizialmente non mi ero nemmeno soffermata a considerare il problema di CHI avrebbe interpretato il personaggio; probabilmete il mio subconscio rifiutava di ammettere che qualcuno avrebbe pur dovuto assumere il ruolo, se gli sceneggiati esistevano. Ed anche quando ho capito che il protagonista era Alessandro Preziosi, non ho pensato nulla di particolare.
All'epoca in cui fu trasmessa credo di non aver visto più di dieci minuti complessivi di "Elisa di Rivombrosa", inoltre tutto ciò che so di gossip mi deriva dai racconti di mia madre, ai quali a volte non riesco proprio a sfuggire.
Per cui, voglio dire: Alessandro Preziosi in sè non pregiudicava nulla perchè per me, a priori, lui o chiunque altro si collocavano su di un medesimo livello di inadeguatezza.
Razionalmente avrei potuto considerare che il curriculum di Alessandro Preziosi, specialmente dal punto di vista teatrale, va un po' al di là del semplice drammone in costume: ma quando si tratta di passioni e di gelosia (sì, perchè io della mia idea di De Luca ero e continuo ad essere veramente gelosa), figuriamoci se rimane spazio per la logica.
Ma anche sul personaggio ammetto di poter fare ammenda: Alessandro Preziosi non si è limitato a rivestire il ruolo del commissario De Luca, bensì è diventato qualcosa di molto vicino al commissario De Luca: per questo non amo di meno il personaggio nè amo di più l'attore, ma certamente l'attore ha tutta la mia gratitudine e tutta la mia ammirazione.
Con Alessandro Preziosi si è in pratica realizzato un piccolo miracolo mimetico: lui, così dannatamente bello, è riuscito a calarsi credibilmente nei panni dimessi e sempre stazzonati di De Luca, nelle sue paure, nei suoi dubbi, nella sua stanchezza ma anche nelle sua forza. Sino a mostrare a volte, quasi distrattamente, quel mordersi l'interno della bocca che in De Luca è un gesto tipico che ricorre nei momenti di tensione o di concentrazione.
Tra le pagine dei romanzi il personaggio di De Luca è a tutti gli effetti quello di un uomo che sembra malato, tanto che si sarebbe portati a ritenerlo molto molto più vecchio dei suoi trentacinque o trentasei anni: dorme pochissimo, non mangia e va avanti a caffè e a vino, ansima, singhiozza, perde quel poco di fiato che sembra mantenere un po' per miracolo. E' sempre stanchissimo, grigio, stropicciato, introverso. Soffre di nausee ricorrenti, e qui non è nemmeno necessrio scomodare Sartre per capire che il suo stato fisico rispecchia semplicemente e dolorosamente uno stato mentale e spirituale, che in parte gli è congenito e in parte viene irrimediabilmente aggravato dal tempo in cui gli è toccato vivere.
De Luca riprende energia e sembra capace di pensare, di agire, di rischiare e di arrivare ad essere veramente cattivo solo se si tratta di fare ciò che lui sa fare: il poliziotto.
Ma anche in questo, anzi soprattutto in questo, il suo tempo non lo aiuta: troppo spesso il senso di giustizia che De Luca avverte e caparbiamnte persegue si scontra con il senso nettamente contrario delle opportunità politiche e degli abusi di potere. Il colpevole, la soluzione dei casi a lui affidati, il Commissario li trova sempre: ma l'unica vera applicazione di giustizia che gli riesce è quella delle intenzioni.
Tra i romanzi di De Luca ho sempre preferito "L'Estate Torbida", forse perchè si tratta di una storia apparentemente semplicissima che è invece molto complicata: dopo non molti capitoli la soluzione dell'enigma poliziesco inizia a profilarsi con crescente intensità; direi però che la parte migliore e più importante non è quella prettamente gialla, ma quella che riguarda la costruzione dei personaggi e dello sfondo in cui essi si muovono.
Tra gli sceneggiati invece mi è piaciuto soprattutto "Carta Bianca" (e in subordine anche "Via delle Oche"), forse perchè è lì che si vede maggiormente Bologna, ricostruita come io non l'ho mai conosciuta, a differenza dei miei genitori e dei nonni.
Nei confronti di Bologna comunque il mio amore non conosce limiti, nemmeno quelli dell'immaginazione: e per fortuna, perchè in TV con venti metri di Via Castiglione (nel caso del primo sceneggiato) e due angoli un po' così, più la piazzetta di San Giovanni in Monte (nel caso dell'altro) sono riusciti a "fare" mezza città: cosa divertentissima per chi conosce i luoghi reali.
In fondo però la scelta deve essere stata abbastanza obbligata: ormai a Bologna anche quegli spazi che maggiormente conservano testimonianze architettoniche di epoca fascista - in primis proprio la Questura, con tanto di colonne, aquile ed una magnifica iscrizione che un vero Romano antico decifrerebbe con qualche esitazione - sono troppo permeati e circondati dalla postmodernità per risultare credibilmente presentabili in un salto cronologico lungo sessant'anni.
Per la Questura poi c'erano anche da considerare i problemi di sicurezza.
Meglio quindi affidarsi ad altro - alla fantasia - per rievocare quell'epoca in un certo senso mitica benchè tutt'altro che lontana, in cui "Il Resto del Carlino" sembrava ancora un giornale serio e in cui il cucchiaino nella tazza del caffè lo si metteva "per bellezza", perchè tanto lo zucchero non c'era...

LadyJack || 15:49 || sabato, 24 maggio 2008
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