IL MERCANTE DI VENEZIA

IL MERCANTE DI VENEZIA ("The Merchant of Venice", 1594 / 1597), di William Shakespeare

E' molto difficile spiegare in poche parole cosa abbia rappresentato William Shakespeare nell'ambito della mia formazione mentale: dato che la brevità non è uno dei migliori talenti di cui dispongo, ci rinuncio in partenza. Dirò soltanto che in gran parte proprio a lui è dovuto il mio amore per la lettura: giudicate voi l'entità del debito...
Tra le opere shakespeariane mi piacciono soprattutto le tragedie e i drammi storici, non posso quindi affermare che "Il Mercante di Venezia" sia tra le mie preferite in assoluto: tuttavia si tratta di una cosa interessante e piena di spunti affascinanti che una recente visione dell'omonimo film (perso all'epoca, recuperato in DVD) ha ulteriormente impreziosito. Del film parlerò più sotto, ora soffermiamoci sulla storia in quanto tale.
Nella migliore tradizione shakespeariana la commedia presenta una trama principale a cui si affiancano numerose sottotrame minori, ad essa intrecciate. La trama principale è rappresentata dalla storia d'amore e di amicizia che lega il mercante Antonio al giovane Bassanio e alla donna da questi amata, la bella Porzia. Le trame minori riguardano altri innamoramenti paralleli, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie e proprie conseguenze.
La storia è ambientata nella Venezia del pieno Rinascimento, opulenta, vitalissima e per certi versi pericolosa; malgrado il fatto che il tema amoroso venga declinato in varie forme assieme a quelle complicazioni umane che all'autore riuscivano tanto bene, alla fin fine uno degli elementi più determinanti per l'intreccio è qualcosa di assai più prosaico: l'economia.

TRAMA
: Per poter corteggiare adeguatamente la ricca Porzia, di cui è perdutamente innamorato, Bassanio - giovanotto di bell'aspetto e belle speranze, perennemente squattrinato - chiede aiuto all'amico Antonio. Questi è un ricco mercante, legato a Bassanio da grande affetto, per cui la richiesta dovrebbe trovare sicura ed immediata soddisfazione. Sfortuna vuole però che tutti i beni di Antonio siano impegnati in quel momento in un trasporto marittimo di merci pregiate: impresa rischiosa ma potenzialmente fruttuosa e per l'epoca piuttosto normale. Tuttavia Antonio è così interessato alla felicità di Bassanio che non esita a fare l'unica cosa possibile: si rende garante del prestito che il giovane chiederà ad un noto usuraio, Shylock.
Gran personaggio, quest'ultimo: in lui Shakespeare è riuscito a dipingere la realtà storica (ai cristiani era proibita l'usura, agli ebrei era vietato commerciare: ergo, erano gli ebrei che facevano circolare il denaro), coniugandola con una dimensione tragica non comune, se applicata ad una figura che il pubblico avrebbe inevitabilmente avvertito come negativa.
Shylock accetta il contratto, ovviamente, ma impone una strana clausola che lì per lì sembra una specie di scherzo anche se in realtà è dettata dall'odio che l'usuraio nutre per il ricco mondo veneziano e per tutti coloro che lo disprezzano, pur utilizzandone i servigi: Shylock chiede dunque che se il prestito non verrà rimborsato entro i tre mesi previsti, Antonio paghi con una libbra delle propria carne.
L'affare viene concluso, il denaro passa di mano e Bassanio può provvedere a tutto ciò che gli occorre per cercare di conquistarel a bella Porzia.
L'impresa amorosa ha una dimensione favolistica, dato che i pretendenti della gentildonna devono affidarsi ad una scelta fortunata fra tre scrigni per poterla sposare: così ha stabilito il defunto padre di lei e la stessa Porzia non ha voce in capitolo. In realtà Bassanio le è tutt'altro che indifferente, quindi la prova risulta molto stressante per entrambi: grande è però la felicità quando Bassanio sceglie lo scrigno giusto e ottiene il diritto di impalmare l'ereditiera.
Le nozze vengono celebrate e nello stesso giorno si sposano anche Graziano e Nerissa: lui famiglio di Bassanio, lei ancella di Porzia, fulminati da Cupido in occasione della prova dei tre scrigni.
Prima che i matrimoni vengano consumati arrivano però brutte notizie: in un naufragio Antonio ha perduto tutte le navi e le ricchezze, il prestito richiesto a Shylock è scaduto e l'ebreo reclama il proprio diritto.
Anche quando la notizia del naufragio si rivelerà poi falsa, Shylock continuerà a rifiutare il rimborso in denaro, esigendo una libbra della carne di Antonio. Poichè la carne è da prelevarsi da un punto del corpo a discrezione di Shylock e poichè Shylock ha deciso di tagliare vicino al cuore, la sorte del povero Antonio pare segnata: l'uomo non potrà sopravvivere alla ferita e l'ebreo godrà della propria sanguinosa vendetta.
La questione viene portata in giudizio davantoi al Consiglio presieduto dal Doge, ma sembra che non vi sia nulla da fare: il contatto va rispettato.
Quando già il coltello di Shylock è levato contro Antonio interviene però a salvare la situazione un giovane avvocato (che in realtà è Porzia travestita): poichè il patto menziona carne e non altro, Shylock dovrebbe colpire Antonio senza farlo sanguinare e senza prelevare nè più nè meno che una libbra esatta di carne. Data l'impossibilità dell'impresa Shylock fa allora marcia indietro e dichiara di volersi accontentare del denaro, ma a quel punto il giovane avvocato gli ritorce contro il contratto stesso: con la sua pretesa Shylock ha attentato alla vita di un cittadino della Repubblica Veneziana, reato che prevede per il colpevole la pena di morte e la confisca dei beni.
Shylock è annientato, ma non si infierisce contro di lui: il Doge lo grazia, e i suoi beni finiscono metà allo Stato e metà ad Antonio, il quale però vi rinuncia destinandoli generosamente - quando Shylock sarà morto - a Lorenzo, un altro dei suoi famigli che ha rapito e sposato Jessica, la figlia (consenziente) dello stesso Shylock.
Poichè Jessica aveva già provveduto a sottrarre al padre un bel po' di monete d'oro, e poichè in seguito al giudizio l'ex usuraio è costretto a farsi cristiano, Shylock è in definitiva il tragico e assoluto predente dell'intera storia.
Storia che poi si conclude con qualche schermaglia amorosa e con la rivelazione del ruolo avuto da Porzia e Nerissa nel salvataggio di Antonio.

- Tra i personaggi, come ho già detto, grandeggia Shylock.
A me però piace molto Antonio, il cui carattere sta tutto nell'amore e nell'abnegazione tributati a Bassanio: il suo comportamento andrebbe considerato imprudente e quasi stolto, non fosse per il fatto che Antonio è mosso da una generosità assolutamente sovrumana.
Come spesso accade in Shakespeare, poi, in questa vicenda il mondo viene fatto girare dagli uomini in apparenza, dalle donne in sostanza: e sono le donne, nella gioia e nel dolore, a risultare alla fine più vive. Porzia e Nerissa e Jessica sarebbero limitate dalla loro natura femminile, ma provvedono a travalicare utilmente e con intelligenza.
Bassanio, attorno al quale ruota gran parte della storia, è invece un po' come il Principre Azzurro delle fiabe: un bell'accessorio.


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"The Merchant of Venice", di Michael Radford [ 2004; distibuito in Italia da Istituto Luce ]
con Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Heather Goldenhersh (Nerissa), Zuleikha Robson (Jessica).

Il film è fedelissimo alla commedia originale, il cui testo è stato in pratica usato come sceneggiatura. Ha il pregio di rendere allettante l'opulenza dell'epoca, con ricchi costumi e colori caldissimi; completa il quadro la vera città di Venezia, utilizzata come scenografia naturale: magari l'acqua dei canali è stata ripulita a fondo (niente inquinamento, nel '500!), ma i cieli, le pietre e i marmi sono assolutamente autentici.
Perfetti gli interpreti: Al Pacino come bieco Shylock (doppiato in italiano dal sempre magnifico Giancarlo Giannini), Jeremy Irons come umanissimo Antonio, Joseph Fiennes come dolce ed imperterrito Bassanio. Porzia ha una bellezza magica e un po' inquietante, Nerissa un simpatico musetto da madonna birichina.
Particolarmente ben riuscita la parte del processo, con il lungo succedersi di momenti drammatici. Sulla scena, in epoca elisabettiana, doveva essere un delirio: ruoli femminili ricoperti da ragazzi che alla fine fingevano di essere ciò che in effetti erano, ovvero maschietti; nel film però persino il travestimento di Porzia e di Nerissa risulta abbastanza convincente.
E in ogni caso è proprio il processo il grande momento tanto per Shylock quanrto per Antonio: il primo rivela finalmente tutta la propria strisciante cattiveria (e Shakespeare, che poteva rendere il personaggio grandioso ma non certo accettabile, lo asseconda con perizia); l'altro invece suscita partecipazione e pietà. Antonio è terrorizzato dall'idea di essere in punto di morte, ma si sforza di manatenere la propria dignità e comunque il suo pensiero dominante è ancora e sempre Bassanio: se deve morire, morirà, ma vuole evitare all'amico tanto amato qualunque senso di colpa.
Uno dei pregi del film consiste nell'essere riuscito a renere palese, con equilibrio e sobrietà, un elemento già contenuto nel testo ma per ragioni di discrezione lasciato all'intuizione e ai sottintesi: il fatto che il rapporto tra Antonio e Bassanio sia un rapporto d'amore vero e proprio. Un amore come quelli classici dell'antica Grecia tra un adulto (Antonio) e un giovane (Bassanio), destinato a durare finchè il giovane non fosse a sua volta cresciuto e maturato: e qui infatti Antonio si fa da parte per lasciare il posto a Porzia, al matrimonio e a tutta una vita piena di possibilità.
Uno dei momenti più significativi (e tristi) del film coincide con il finale, quando i due grandi avversari si ritrovano ad affrontare in parallelo ma separatamente la proproia solitudine. Shylock sconfitto e umiliato, viene escluso dalla comunità che era stata sua: per lui, che comunque non sarà mai un vero cristiano, si chiudono per sempre le porte del Ghetto.
Antonio, dopo aver rischiato e sofferto, viene escuso da quella stessa felicità che ha contribuito a costruire: tutti si allontanano e le allegre risate sfumano in lontananza fuori dalla stanza nella quale lui si ritrova solo, in silenzio.


CURIOSITA'. Gli appassionati di assurdi collegamenti cinematografici sarranno lieti si apprendere che Zuleikha Robson (Jessica) può essere vista anche nella Quinta Stagione di "Lost": è la cacciatrice di taglie che riesce a catturare Sayid dopo averlo sedotto in un bar di Los Angeles e che per sua sfortuna si ritrova poi con lui sull'aereo che gli "Oceanic Six" utilizzano per tornare sull'Isola dopo aver vissuto tre anni nel mondo normale.

LadyJack || 18:01 || martedì, 01 settembre 2009
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Umane e Divine Cose

LE TORRI DI BARCHESTER ("Barchester Towers", 1857), di Anthony Trollope [ Sellerio ed., 2004; trad. di Rossella Cazzullo ]

Secondo dei sei romanzi che costituiscono il cosiddetto "ciclo ecclesiastico", "Le Torri di Barchester" è per certi versi delizioso e per altri difficoltoso.
Il moderno lettore (intendo un lettore di tipo medio) potrebbe faticare un po' nell'appassionarsi ad una storia vittoriana, priva di elementi eclatanti, così lontana nel tempo e nello spirito da risultare vagamente aliena. Tuttavia Trollope non a caso ha conquistato la propria fama: leggendo il suo romanzo, arduo ma non privo di soddisfazioni, sembra di avere a che fare con un avo bonario e benevolo che mette a disposizione dei nipoti il proprio enorme talento narrativo. Una specie di Dickens, dotato però di maggiore umorismo e abbastanza lontano dalle caligini londinesi.
Anthony Trollope, a dire il vero, è anche un creatore di mondi, perchè le sue cronache ecclesistiche si svolgono in una contea (il Barsetshire) e in una cittadina vescovile (Barchester) del tutto inventate, eppure così credibili e così britanniche da risultare assolutamente realistiche.
Ma ciò che più colpisce nel suo romanzo è l'apparente facilità narrativa, lo stile scorrevole e leggero in cui persino un'ombra di paternalistico umore non può che risultare adeguata.
Di lui non avevo ancora letto niente, ma è probabile che il nostro rapporto non si esaurisca qui.
- La trama del romanzo non è particolarmente complessa da riassumere, più complesse sono invece le sfumature degli eventi narrati e le motivazioni nel comportamento dei personaggi.
Sostanzialmente il romanzo, ambientato poco dopo la metà del XIX secolo, racconta un'accanita lotta di potere, ai margini della quale si sviluppa una sobria storia d'amore.

TRAMA: Nella cittadina di Barchester, nell'Inghilterra meridionale, muore serenamente l'anziano vescovo Grantly. Meno serena è però l'atmosfera che il defunto lascia dietro di sè: c'è la questione della successione, alla quale aspira lo stesso figlio del vescovo, l'arcidiacono Grantly, e che coinvolge la possibile transizione da un governo conservatore ad un governo liberale.
L'arcidiacono rimane deluso nelle sue speranze perchè come nuovo vescovo di Barchester il rinnovato governo nomina il dottor Proudie, non solo progressista, debole e vanaglorioso, ma anche circondato da inquietanti e pericolosi personaggi: la signora Proudie, innanzitutto, tremenda e ambiziosa virago che desidera arrivare ad essere il "vero" vescovo di Barchester, e il signor Slope, il cappellano.
Quest'ultimo (nelle parole della stessa signora Proudie, prima sua alleata poi implacabile nemica) è "un uomo falso, intrigante, squallido, invadente". Un verme ipocrita, insomma, al quale persino l'autore non risparmia la propria antipatia, ricca di ironici picchi.
Le due fazioni ecclesiastiche, quella conservatrice di Grantly e quella social-liberale di Proudie e Slope, sono in disaccordo su di un'enorme quantità di questioni, ma finiscono per scontrarsi soprattutto sulla nomina del nuovo amministratore del Ricovero di Hiram, un'istituzione benefica a favore dei poveri che già aveva trovato largo spazio nel primo romanzo della saga, "L'Amministratore".
Sullo sfondo intervengono però altre vicende umane e sentimentali, in primis quella che porterà Eleanor Bold, giovane e bella vedova madre di un bambino, al nuovo e felicissimo matrimonio con il signor Arabin, inizialmente semplice curato di una parrocchia rurale, poi decano della stessa Barchester.
E' assolutamente impossibile ripercorrere in maniera compiuta tutte le vicende che si dipanano lungo le 674 pagine del romanzo, oppure seguire i personaggi nelle varie fasi della narrazione. Basti dire che Trollope è capace di riportare alla calma e alla serenità le più terribili tempeste, quindi la parte politica della vicenda, con la sua lotta per il potere, sfocia in accettabili aggiustamenti; per ciò che riguarda invece la vicenda sentimentale, l'autore stesso afferma ad un certo punto che "non c'è felicità nell'amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese"... e naturalmente non può smentirsi. Eleanor e Arabin attraversano qualche complicazione, poi però approdano ad un porto sicuro.
Il nucleo principale della vicenda è in gran parte giocato sulle sfumature dottrinali tipiche dell'Inghilterra e dell'epoca: non è facile per un moderno lettore (magari cresciuto più vicino alle tradizioni cattoliche) cogliere pienamente le differenze tra Chiesa Bassa e Chiesa Alta, tra Chiesa Alta e Chiesa Alta e Secca, come non è facile districarsi nella moltitudine di titoli ecclesistici di cui le pagine rigurgitano: vescovi, arcidiaconi, decani, curati, prebendari di vario livello e di varia competenza... tuttavia dopo un po' la familiarità aumenta, e con essa l'accettazione.
Bisogna dire in ogni caso che questa abbondanza di cose ecclesistiche non si traduce mai in discussione dottrinale: la Fede in un certo senso viene data per scontata e il fatto che alcuni personaggi siano ipocriti più che veri credenti appartiene alla sfera dell'umana imperfezione. In altre parole, malgrado gli ecclesiastici, in Trollope si possono trovare personaggi per tutti i gusti e l'abito stesso non si traduce automaticamente in serena santità, anche se in genere i suoi personaggi nutrono implicite e serie speranze di Paradiso.
Trollope in verità possiede un tocco particolarmente felice quando si tratta di delineare caratteri e personaggi.
A parte quelli già citati - i coniugi Proudie, il signor Slope, Eleanor Bold (che come vedova gode di un'indipendenza sconosciuta alle normali signorine dell'epoca) - ci sono altri personaggi memorabili che animano le pagine del romanzo: il signor Headling ad esempio, debole e attaccato all'onore tanto da sembrare sciocco, eppure dotato di una sensibilità non comune, quando ci si mette; Madeline Neroni, maliarda zoppa che vive praticamente sdraiata su di un divano ma che è riuscita a rendere affascinante persino la propria invalidità; Bertie Stanhope, fratello di Madeline ed artista pigrissimo, un'abulica nullità che non riesce ad essere cattiva...
E poi i personaggi di contorno, non esclusi alcuni ricchi possidenti terrieri le cui origini sassoni - orgogliosamente sempre presenti alla memoria - li fanno vivere idealmente nell' XI secolo o giù di lì... e si potrebbe continuare ancora e ancora, perchè le pagine di Trollope sono parecchio affollate.

- Una delle cose interessanti del romanzo è che vi sono due livelli narrativi: uno per i personaggi ed uno per i lettori. L'autore li governa entrambi con abilità: è consapevole del fatto che sta scrivendo un romanzo, una cosa che ha regole e convenzioni ma che non è reale, così come è consapevole del fatto che al di fuori del romanzo, spettatori che è suo compito interessare e coinvolgere, ci sono i lettori.
I personaggi sono creature a sua discrezione, e con i lettori si può amabilmente dialogare.
Alla fine di tutto risulta soprattutto palese che a Trollope scrivere piaceva da matti.

"Finchè non riusciremo a diventare divini
dobbiamo accontentarci di essere umani,
per evitare che nella fretta di cambiare non
ci si riduca a qualcosa di inferiore"

LadyJack || 16:58 || martedì, 25 agosto 2009
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Consigli per gli acquisti

La tv britannica è da sempre la mia fonte principale di godimento. Fin dalla più tenera età, sono stata avvinta dagli sceneggiati made in U.K., che la nostra Rai trasmetteva in bianco e nero, spesso e volentieri. Erano tempi gloriosi, in cui la televisione aveva gli indici di gradimento e la qualità prevaleva sempre e comunque. Oggi ci sono frequenti cadute di tono, perché il mondo è cambiato ovunque, ma la BBC e la ITV continuano ugualmente a proporre meravigliosi sceneggiati in costume, tratti da classici della letteratura, che sono tipici del gusto e della tradizione di quel Paese.
Purtroppo per noi, a parte qualche incursione ad opera di Sky, difficilmente riusciamo ad avere sui nostri schermi le versioni tradotte di queste piccole perle e dobbiamo ricorrere ai dvd in lingua originale. Acquistarli è abbastanza agevole anche online, attraverso i tanti siti disponibili, fra cui uno dei più famosi è
www.amazon.co.uk/ , anche se, personalmente, preferisco farmi una piccola lista e attendere il prossimo (spero!) viaggio oltremanica.

I consigli per i miei acquisti comprendono questi dvd:


BRIDESHEAD REVISITED - Complete Series [DVD] [1981]
prodotto dalla ITV
Un capolavoro basato sul romanzo di Evelyn Waugh,
che lanciò Jeremy Irons e che aveva nel cast Laurence Olivier e Claire Bloom





















THE COMPLETE FORSYTE SAGA - [DVD] [2003]
La curiosità, per avere letto recentemente lo stupendo romanzo
di John Galsworthy, mi porta a desiderare di vedere questa serie della BBC.










Elizabeth Gaskell è una scrittrice purtroppo sconosciuta ai più in Italia,
dove i suoi romanzi non sono stati mai tradotti.
Eppure è molto amata in Inghilterra e fa parte dei classici
anche per quanto riguarda le versioni televisive delle sue opere.
Di lei possiedo i libri (in inglese) da cui sono tratti questi due sceneggiati,
ma sono colpevole di non averli ancora letti.
Mi riprometto di farlo quanto prima e, nel frattempo, metto in lista questi dvd:

NORTH AND SOUTH - Complete BBC Series [DVD] [2005]
CRANFORD - Complete BBC Series [2007] [DVD]



Non tratto da un romanzo, ma caro alla mia memoria,
perché trasmesso in Rai quando ero molto giovane,
questo classico farà parte della mia bacheca.
UPSTAIRS, DOWNSTAIRS - The Complete Series [DVD] (2008)









THE DUCHESS OF DUKE STREET 
Series 1 Vol. 1 & 2
Series 2 Vol. 1 & 2
[DVD] [1976]  (2003)


Era in onda alla fine degli anni '70 anche sulla Rai, ma non l'ho mai visto.
Basato sulla vera storia di Rosa Lewis,
che da semplice cuoca finì per gestire il Cavendish Hotel di Jermyn Street a Londra,
luogo a me assai caro, perchè vi ho alloggiato per ben due volte durante le mie escursioni in quella città.


Consigli per i vostri acquisti, perché io ce li ho già:

WIVES AND DAUGHTERS -  [1999]  DVD
Di questo sceneggiato bellissimo, tratto dal romanzo incompiuto
di Elizabeth Gaskell, ho la VHS.









E, per chi ancora non lo sapesse, il mio non plus ultra resta sempre questo:

POLDARK
Series 1 - Part 1 [DVD] [1975] (2003)
Series 1 - Part 2 [DVD] [1975] (2003)
Series 2 - Part 1 [DVD] [1975] (2003)
Series 2 - Part 2 [DVD] [1975] (2003)
Tratto dai romanzi di Winston Graham.
Compratelo, vedetelo e rivedetelo. Non ve ne pentirete!!!!






Ovviamente, gli sceneggiati che amo sono anche le varie versioni dei romanzi di Jane Austen e la Jane Eyre di recente produzione BBC, ma ne parlerò in un'altra occasione. Per fortuna li ho tutti, anche grazie a Sky che li ha riproposti da poco.

ArchieGoodwin || 22:08 || sabato, 04 aprile 2009
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Krishna è al nostro fianco, e combatte con noi

   IL "MAHABHARATA":
   DAL POEMA ANTICO
   AD UN ROMANZO MODERNO

   
 
IL PALAZZO DELLE ILLUSIONI ("The Palace of Illusions", 2008), di Chitra Banerjee Divakaruni [ Einaudi ed., 2008 ]

Per coloro che come me amano le storie, il "Mahabharata" è una specie di dono divino. Al pari dei poemi omerici, della Bibbia, del ciclo arturiano o dell'epica ariostesca (prima di arrivare alla saga di "Dark Tower" o a quella di "Harry Potter"), il più famoso poema moitologico indiano somiglia ad una pianta rigogliosa che non esita ad espandersi ad ogni livello e in ogni direzione: dalla storia principale si diramano altre storie e da queste altre ancora, intrecciando fatti e personaggi in una cosmogonia complessa e affascinante da cui mente, cuore e memoria vengono gioiosamente avvolti e travolti.
Schematicamente il "Mahabharata" (letteralmente "il grande poema epico dei discendenti di Bharat", eroe eponimo delle stirpi indiane) sviluppa la propria principale linea narrativa attorno allo scontro epocale che coinvolge i Kaurava e i Pandava, i due rami della stirpe regale dei Kuru che si contendono il trono di Hastinapur. A monte di questa linea - ed intrecciata ad essa - l'altro grande odio che oppone Drona (bramino alla corte dei Kaurava ma anche maestro d'armi dei Pandava) a Drupad, re del Panchaal: i due, cresciuti insieme e un tempo amici, si trasformano poi in mortali avversari. Tutte le vicende suddette sono collocabili in un'epoca compresa - a seconda delle interpretazioni - fra il 5000 e il 3000 a.C.
Al di là di questo il "Mahabharata" è virtualmente impossibile da riassumere (è stato calcolato che equivale a otto volte l'"Iliade" e l'"Odissea" riunite) e anche comprenderlo a fondo è tutt'altro che facile: lo si può però accostare da tante angolazioni diverse e personali, attraverso qualcuno dei suoi personaggi o dei suoi momenti salienti, magari sorvolando un po' sulle parti prettamente filosofiche, arrivando lo stesso ad amarlo e ad apprezzarlo senza riserve.
In Occidente il poema è stato reso noto e popolare dalla sintetica versione in prosa realizzata dallo scrittore indiano R.K.Narayan, e successivamente dal regista inglese Peter Brook che ne trasse una versione teatrale e il celebre omonimo film del 1989: una cosa bellissima che si colloca tra i miei migliori e più duraturi ricordi.
La versione cinematografica già realizzava ciò di cui parlavo più sopra, ovvero una scelta antologica delle vicende che potesse però risultare anche coerente; operazione analoga avviene all'interno del romanzo "Il Palazzo dell Illusioni", che ripercorre la linea narrativa fondamentale del poema, accennando soltanto alle sue mille diramazioni ed evitando - grazie al cielo - tanto il puro folklore quanto la banalizzazione.
L'autrice fra l'altro sceglie un inedito punto di vista attraverso cui interpretare la storia: la voce narrante, in un mondo fittamente popolato di uomini, è quella di una donna: la principessa Draupadi (più tardi chiamata anche Panchaali), colei che secondo una profezia avrebbe "cambiato la Storia", ma che più pragmaticamente è innanzitutto una donna - appunto - una moglie e una regina, una madre, una sorella, un essere umano trascinato dal proprio destino affascinante e terribile.
Si potrebbe pensare che quella dell'autrice sia stata una scelta di stampo femminista, ed in effetti Draupadi soffre a fondo le limitazioni del suo essere donna, vorrebbe essere un uomo per disporre di maggiore libertà e potere decisionale, e in sostanza si ritrova personaggio di seconda linea rispetto alla moltitudine di guerrieri, eroi e divinità che popolano il "Mahabharata". Tuttavia prestare a Draupadi una voce privilegiata, più che scelta femminista pare una scelta originale ma dettata dal buon senso: solo lei infatti è veramente a contatto con ogni aspetto della vicenda, il lato grandioso come il quotidiano, e solo lei è dunque in grado di fornire al lettore - anche quello più superficiale e sprovveduto - una visione utile a comprendere. In alternativa, rimane solo la consultazione del poema originale.

LA TRAMA (secondo il romanzo): Il mondo del "Mahabharata" mescola senza problemi il reale e l'immaginario, l'umano e il divino, la magia e i miracoli: e infatti uno dei personaggi più interessanti della storia è Krishna; già nel film lo amavo moltissimo. Re di un piccolo regno di scarsa importanza, è comunque un grande guerriero ed un amico altrettanto grande per altri personaggi: Arjun soprattutto, ma anche Draupadi, alla quale si rivolge con molti appellativi ironici ed affettuosi. Contemporaneamente però Krishna è anche l'ottava incarnazione di Vishnu, la parte conservatrice della Trimurti (laddove Shiva è invece la parte distruttrice e Brahama quella creatrice), e come tale ha non solo natura umana - tanto che verrà ucciso per sbaglio da un cacciatore - ma anche divina.
Altra conferma della mescolanza di cui sopra è data dal fatto che i figli del re Drupad, Draupadi e il suo gemello Dhristadyumna, nascono direttamente dalle fiamme sacre di uno yagna, un sacrificio rituale. Ma mentre Dhristadyumna è la risposta ad una preghiera (il re affida a lui la speranza di potersi vendicare contro il suo nemico Drona), Draupadi è inattesa e non voluta: un di più che viene ugualmente accolto ma senza particolare entusiasmo.
Per i lunghi anni dell'infanzia e dell'adolescenza la principessa è solo una delle tante donne nel palazzo reale, diversa dalle altre in virtù della profezia che ha accompagnato la sua nascita: profezia che lei però non sa come realizzare. Crescendo, Draupadi diventa bellissima e sempre più consapevole di se stessa, continuamente confortata dall'amicizia di Krishna, ma l'ambizione di "cambiare la Storia" non smette di rimanere astratta. Il suo cuore però continua a nutrirsene - anche troppo, forse - finchè l'incontro con il saggio Vyasa indirizza più precisamente le sue speranze. Secondo la tradzione Vyasa è colui che csrisse il "Mahabharata" dettandolo al dio Ganesh in funzione di scrivano: Draupadi scopre che in effetti Vyasa ha già scritto tutta la stiria prima che essa si realizzi, ma ciò non contrasta con il presente e il suo divenire futuro. Dall'incontro con Vyasa la principessa trae solo possibilità, non certezze.
La sua vita continua e al momento opportuno per lei viene organizzato uno swayamvar, ovvero una celebrazione durante la quale, come nobile fanciulla, avrà la possibilità di scegliersi uno sposo. In realtà però il re mette in palio la sua mano in una pressochè impossibile gara di abilità nel tiro con l'arco (l'episodio ricorda molto quello di Ulisse al ritorno ad Itaca); l'unico possibile vincitore sarebbe Arjun, uno dei cinque fratelli Pandava, così chiamati perchè nominalmente figli del principe Pandu, benchè i loro veri padri siano altrattanti dei. L'intenzione di re Drupad è insomma quella di procurarsi un utile alleato per la vendetta che occupa tutti i suoi pensieri.
Ma inaspettatamente un altro pretendente si fa avanti: Karna, un valoroso guerriero dallo sguardi triste e antico, e purtroppo molto amico del malvagio principe Duryodhan, il maggiore dei Kaurava (che sono i cento figli del re cieco Dhritarashtra che siede sul trono di Hastinapur).
A Karna viene inizialemte impedito di gareggiare perchè i suoi natali sono ignoti e a quel tempo non possiede ancora un regno; ma anche quando la prova ha finalmente luogo, è Arjun ad avere la meglio. In seguito si scoprirà che le origini di Karna sono più che rispettabili (in sostanza sarebbe il maggiore dei Pandava), ma ormai sarà troppo tardi: l'umiliazione subita allo swayamvar e l'amore frustrato per Draupadi faranno di Karna una delle armi più forti e fedeli a disposizione dei Kaurava, la cui causa finisce per essere quella sbagliata: ma Karna è uomo d'onore.
Lui e Draupadi si ameranno a distanza per tutta la vita, senza dirselo e senza riconoscerlo nemmeno con se stessi; le alterne vicende infine travolgeranno entrambi.
Draupadi sposa Arjun e di lì a poco, seguendo una raccomandazione della suocera (quanto involontaria, lo si può discutere all'infinito... ), sposa anche tutti gli altri Pandava: la principessa è infatti nota nella tradizione come la donna che ebbe contemporaneamente cinque mariti (e per fortuna una sola suocera: la temibile Kunti basta e avanza!).
Il mènage famigliare è complesso, obbligatoriamente regolato da rigide norme, tanto più che i Pandava hanno - o avranno poi - anche altre mogli: in particolare Arjun, attraverso Subhadra (sorella di Krishna) diventerà padre di Abhimanyu e nonno di Pariksit, entrambi eroi semidivini.
Per il momento comunque la situazione non è certo migliorata dal fatto che in quel periodo i Pandava sono poveri esiliati costretti a vivere in una misera capanna.
In seguito il re Dhritarashtra riconoscerà parzialmente il loro diritto regale, ma li befferà concedendo loro un territorio aspro e sterile. Tuttavia i Pandava riescono a piegare anche questo limite apparente a loro favore: bruciano una foresta, rendono fertile il suolo e fondano il primo nucleo di quella che diventerà la capitale del regno, Indra Prastha.
Costruiranno inoltre un palazzo magico e bellissimo nel quale finalmente Draupadi sarà libera di sentirsi felice: il cosiddetto Palazzo delle Illusioni, nome simbolico... e purtroppo non totalmente di buon auspicio.
Dopo qualche anno di serenità, infatti, l'invidioso Duryodhan trascina il cugino-avversario Yudhishtir, il maggiore dei Pandava, in una fatale partita a dadi al termine della quale tutto viene perduto: il regno, i sudditi, le ricchezze, il Palazzo e persino la libertà dei Pandava e della stessa Draupadi. Quest'ultima, sottoposta ad un'umiliazione dalla quale viene salvata solo per intervento divino, fa voto di non acconciarsi più i capelli finchè avrà potuto lavarli nel sangue dei Kaurava e lancia una terribile maledizione che convince Duryodhan a scendere ad un compromesso: i Pandava trascorreranno dodici anni di esilio nella foresta più un tredicesimo in incognito: se durante l'ultimo anno non verranno scoperti, alla fine saranno liberi e il regno verrà loro restituito.
Inizia il lunghissimo esilio, pieno di eventi e di avventure; non sarebbe stato necessario che Draupadi seguisse gli sposi nella foresta, lei però decide di farlo: non solo per fedeltà, ma anche - con i suoi capelli scomposti e sempre più intricati - per continuare ad essere il ricordo vivente dell'umiliazione subita, la voce che incita alla vendetta. E forse è qui che veramente Draupadi compie il proprio destino, sino alle più tragiche conseguenze: perchè è lei che facendo leva sui sensi di colpa dei Pandava con il proprio inestinguibile risentimento, li spinge a rendere inevitabile lo scontro finale.
Scontro che in effetti avviene dopo il tredicesimo anno, quando le promesse fatte ai Pandava non vengono mantenute.
Si fanno i preparativi, si radunano gli eserciti. Infine a Kurukshetra, nella piana tra le colline, inizia una terribile battaglia che durerà diciotto giorni. Avrebbe dovuto essere una guerra giusta, condotta secondo regole onorevoli, lo scontro della ragione contro il torto: ma così non è... forse proprio perchè una delle cose più importanti che il "Mahabharata" dice è che il confine tra il Bene e il Male è troppo labile per poter essere colto davvero in tutte le sue sfumature. Il poema originale infatti si spegne nel silenzio perchè il peso degli eventi e dei lutti impedisce di individuare una parte autenticamente vincente.
Nessuno dei personaggi è totalmente positivo o negativo, nemmeno Yudhisthir, che pure alla fine ottiene il suo diritto regale; in realtà, secondo uno sguardo superficiale, Yudhisthir sfiora quasi la stupidità e la stessa Draupadi - che ha dovuto anche "coltivarselo" un po' per ciò che concerne la loro vita sessuale - a volte lo trova esasperante. Yudhisthir infatti è formalista all'eccesso, ossessionato dalla rettitudine, alieno dai compromessi e dalla scortesia, tanto che la fatale partita a dadi che segna la rovina è frutto della sua incapacità di rifiutare il cortese invito del cugino (quello che sembra un cortese invito... ) quanto della sua passione per il gioco. Eppure Yudhisthir, che ama la filosofia, incarna la riflessione che porta alla saggezza e infine alla beatitudine: alla fine dei suoi giorni, con il corpo oltre che con l'anima, sarà l'unico ad entrare direttamente in paradiso accanto agli dei.
La battaglia è comunque veramente terribile e nel romanzo occupa pagine che - non scherzo - portano sull'orlo delle lacrime: a quel punto il lettore si è così immedesimato da riuscire a cogliere sin troppo bene quelle che saranno le conseguenze. E anche la battaglia viene letteralmente vissuta attraverso lo sguardo di Draupadi, alla quale il saggio Vyasa ha concesso una vista miracolosa che le permette di assistere ad ogni episodio saliente come se fosse lì presente: dono a doppio taglio, ovviamente, perchè in tal modo Draupadi assiste tanto agli eroismi quanto ai tradimenti e alle morti, compresa quella dell'amato Karna.
Nel furoore degli scontri suo fratello Dhristadyumna compie finalmente il destino per il quale era nato, mettendo però in moto un'ulteriore rappresaglia che avverrà addirittura quando la guerra dovrebbe considerarsi finita: lì Draupadi perde non solo l'amato fratello, ma anche tutti i suoi figli.
L'episodio forse più tragico e coinvolgente è quello della morte di Abhimanyu, figlio di Arjun: celebraziuone di onore ed eroismo che nel film (ma solo nella versione integrale) compariva come un momento coreografico simile ad una danza. La morte della giovinezza, della bellezza, dell'energia, la fine tristissima di tutto ciò che possiede un intrinseco splendore.
Prima dell battaglia lo stesso Arjun aveva avuto un momento di sconforto: pur essendo un guerriero invincibile al limite della condizione divina, aveva dubitatato del meccanismo che era stato messo in moto. Nel romanzo è necessariamente appena accennato, e anche il film lo riduceva al minimo, ma nel poema originario l'episodio apre una delle sottosezioni (diciamo così... ) più famose: il "Bhagavadgita" detto anche "Canto del Beato Signore". E' una parte che si estende per ben XVIII canti nella quale Krishna - che in quel momento è l'auriga del carro da guerra di Arjun - ammaestra l'amico sulla necessità di applicare la saggezza alla vita nei suoi vari aspetti. Al termine del discorso, in un'esplosione di luce che sfida l'intuizione, Krishna manifesta per un attimo la propria natura divina. Poi inizia il combattimento.



Nel "Mahabharata" l'azione con le sue conseguenze è altrettanto importante della riflessione che magari apre il bivio del giudizio: e di ciò non potrebbe esserci dimostrazioone migliore del "Bhagavadgita", che a volte viene anche letto come poema a sè stante.
Formalmente la vittoria finale spetta comunque ai Pandava, che finalmente conquistano il trono di Hastinapur. La città però è piena di vedove e di orfani, la distruzione è stata immane; in pratica è quasi interamente scomparsa un'intera generazione di giovani guerrieri. Sono rimasti solo alcuni vecchi guerrieri e la speranza migliore è un bambino non ancora nato: Pariksit, figlio di Abhimanyu e nipote di Arjun, che di lì a trentacinque anni diventerà effettivamente re, ma che in seguito avrà anche lui un tragico destino.
Prima che questo si compia però i Pandava e Draupadi riconoscono di aver esaurito il loro ruolo: ormai sono vecchi, stanchi e decidono di intraprendere il mahaprasthan, la via della grande partenza, ovvero la rinuncia al mondo e alla vita. Metaforicamente è la morte, concretamente è l'ascesa di un aspro sentiero fra le nevi per raggiungere la cima dei monti dell'Himalaya: sul sentiero periscono tutti uno dopo l'altro, e la prima ad andarsene è Draupadi. Al suo fianco, anche nel momento del trapasso, c'è Krishna, l'amico di una intera vita, che la conduce infine alla piena pace e al fulgore del tutto.
Dissolvimento che non è altro che un nuovo inizio perchè non c'è nulla, compreso l'amore, che possa morire davvero.


Anche la mia sintesi ha dovuto necessariamente tralasciare almeno metà dei fatti e dei personaggi presenti nel romanzo. Già solo la storia della genesi dei Pandava - la storia di un re che paga con la vita la propria incontinenza, con vari momenti fittamente intrecciati di amori, odii, divinità e maledizioni - richiederebbe una trattazione a sè stante.
E poi ci sono personaggi magari secondari ma interessanti che andrebbero ugualmente considerati a fondo. Beehma ad esempio, il secondo dei Pandava, che pur avendo già una moglie bellissima e selvaggia - la guerriera Hidimba - è l'unico a ritrovarsi davvero innamorato di Draupadi (la quale a volte non esita ad approffittarne!). Oppure Beeshma, il nonno dei Pandava, che adora i nipoti ma combatte contro di loro perchè ha giurato di difendere il trono di Hastinapur: a Kurukshetra sarà lui stesso ad insegnare ad Arjun come ucciderlo e avrà poi una lunghissima agonia - scontata su di un letto di punte di freccia - durante la quale continuerà a ricevere la visita di amici e avversari, dispensando a tutti la medesima tranquilla saggezza.
E come dimenticare l'episodio in cui Duryodhan e Arjun si contendono l'alleanza di Krishna? quando dovendo scegliere tra l'avere il solo Krishna oppure tutto il suo fortissimo esercito, Arjun sceglie con il cuore ma sceglie bene, perchè "dove c'è Krishna c'è la vittoria".
Insomma: si potrebbe continuare a lungo... all'infinito, forse. Ma la verità di base non cambia: in qualunque forma lo si accosti, con qualunque grado di affinità o di conoscenza lo si voglia affrontare, il "Mahabharata" dispensa un'irripetibile magia.
LadyJack || 17:49 || venerdì, 30 gennaio 2009
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La Saga dei Forsyte in tv e al cinema

Un capolavoro della letteratura, un'opera così tipicamente inglese e impregnata di riferimenti storici e culturali, merita che il piccolo e grande schermo se ne occupino a più riprese e così è stato, negli anni.

The Forsyte Saga (2002) miniserie
I primi due libri ed il primo interludio furono adattati dalla Granada Television per il network ITV, anche se, come nella produzione BBC del 1967, la miniserie presenta numerose licenze poetiche rispetto all'opera originale di John Galsworthy.

   

The Forsyte Saga: To Let (2003) miniserie
Immediatamente dopo il successo dell'adattamento televisivo del 2002, fu realizzata una seconda miniserie nel 2003, che ritrae il terzo libro della saga, "To let". La maggior parte del cast riprese i propri ruoli, ma la vecchia generazione di Forsytes era morta nella precedente serie. I principali personaggi, interpretati da Damian Lewis, Gina McKee, Rupert Graves, e Amanda Root sono presenti.
La scena finale, che si vede nel secondo video qui inserito da YouTube, non rispecchia il romanzo originale di Galsworthy: Irene non stringe la mano a Soames e i due non si dicono addio con il sorriso sulle labbra. Questa è la versione addolcita dalla ITV, che però incontra la mia approvazione, in quanto  Soames meriterebbe più clemenza da parte di Irene, dopo che il tempo e la vita hanno sicuramente fatto scontare ad entrambi qualunque colpa essi abbiano commesso l'uno nei confronti dell'altra...

Le due serie sono uscite anche in DVD (non reperibili in italiano, dato che la nostra tv preferisce materiale come "I Cesaroni"...), che sono già nella mia lista della spesa londinese.




La vecchia serie del 1967, in onda sulla BBC, è ormai un ricordo un po' scolorito:




E poi c'è il film del 1949: "That Forsyte woman".
Regia di Compton Bennet, con:
(Soames Forsyte) Errol Flynn, (Irene Forsyte) Greer Garson, (June Forsyte) Janet Leigh, (Wilson) Gerald Oliver Smith, (Philip Bosinney) Robert Young, (Vecchio Jolyon Forsyte) Harry Davenport

ArchieGoodwin || 23:14 || domenica, 04 gennaio 2009
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LA SAGA DEI FORSYTE di John Galsworthy

Incipit:
Quanti hanno avuto il privilegio di assistere a una festa familiare in casa Forsyte possono ben dire di essersi goduto uno spettacolo piacevole e istruttivo insieme: quello di una famiglia dell'alta borghesia in grande parata. Ma per chiunque di codesti privilegiati si fosse trovato a possedere il dono dell'analisi psicologica (dono privo di valore monetario e come tale ignorato dai Forsyte) lo spettacolo, oltre che divertente per se stesso, sarebbe valso ad illuminare uno dei più oscuri problemi umani. In parole povere, nella riunione di quella famiglia - di cui nessun ramo vedeva di buon occhio l'altro, e fra i membri della quale non ne esistevano tre che fossero stretti da un sentimento degno d'esser chiamato simpatia - egli avrebbe potuto riscontrare quella misteriosa, concreta coesione che fa di una famiglia una così formidabile unità sociale, una così esatta riproduzione della società in miniatura.
(Traduzione: Elio Vittorini)

LA SAGA DEI FORSYTE (“The Forsyte Saga”) è un’opera composta da tre romanzi:
- IL POSSIDENTE (“A man of property” – 1906)
- NELLA RAGNATELA (“In chancery” – 1920)
- TO LET (“Affittasi” – 1921)

JOHN GALSWORTHY
ha continuato a tessere le fila della storia attraverso due racconti, detti “interludi”, che si collocano fra un romanzo e l’altro:
- L’ESTATE DI SAN MARTINO (“Indian summer of a Forsyte” – 1918)
- RISVEGLIO (“Awakening” - 1920)


Il seguito della storia è contenuto in una successiva trilogia, intitolata A MODERN COMEDY, scritta fra il 1924 e il 1928. Essa è composta da un romanzo: THE WHITE MONKEY, un interludio: A SILENT WOOING, un secondo romanzo: THE SILVER SPOON, un secondo interludio: PASSERS BY e un terzo romanzo: SWAN SONG. I personaggi principali sono i superstiti della Saga: Soames e Fleur e il tutto si conclude con la morte di Soames nel 1926.
Galsworthy scrisse anche un’ulteriore trilogia, END OF THE CHAPTER, formata da tre romanzi: MAID IN WAITING, FLOWERING WILDERNESS, e OVER THE RIVER, conosciuto anche con il titolo di ONE MORE RIVER, il cui personaggio principale è la giovane cugina di Michael Mont, Dinny Cherrell.

John Galsworthy vinse nel 1932 il premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: "Per la sua distinta arte della narrazione che prende le sue più alte forme nella saga "The Forsyte".

L’unico romanzo attualmente in catalogo in italiano è “Il possidente”, perciò mi ritengo fortunata ad avere trovato qualche anno fa, tra le rimanenze di una libreria, l’edizione integrale della “Saga dei Forsyte”, comprensiva dei due interludi, pubblicata nel 1998 nella collana “I Mammut” dalla Newton Compton.
Nel mio immaginario questi romanzi, dai quali la BBC e la ITV hanno tratto memorabili serie televisive negli anni ’60 (di cui ho un vago ricordo) e fra il 2002 e il 2003, rappresentavano una specie di scorta iconografico-sociale dell’Inghilterra di fine ottocento e inizio novecento, che tenevo da parte con il proposito di abbeverarmene alla prima occasione propizia. Il momento è giunto con queste vacanze natalizie e la lettura del ponderoso volume di 688 pagine si è rivelata un’esperienza meravigliosa, coinvolgente e inaspettatamente commovente. Non sono in grado di fare una disquisizione intellettuale sul valore letterario e poetico di questi romanzi, ma il mio cuore mi dice che si tratta di capolavori che consiglio di leggere a chiunque ami come me l’Inghilterra, la sua storia, il mondo che rappresenta e che ha rappresentato durante l’epoca vittoriana e tutto ciò che è legato al costume e alle tradizioni di un mito traboccante di fascino.
Nei romanzi e negli interludi della “Saga” si entra nel cuore, nella mente e nell’anima di un’intera classe sociale: i Forsyte sono l'alta borghesia d'Inghilterra, nel quarantennio che l'autore comprende nella sua storia. Numerosissimi, essi invadono tutte le professioni - "collezionisti, procuratori, giurati, commercianti, editori, amministratori terrieri - persino soldati"; tutti in prospere condizioni finanziarie, hanno solidi investimenti in miniere, ferrovie e stabili. Abili uomini d'affari, conservatori, cocciuti, vivono in modo estremamente confortevole in case ben attrezzate, con stuoli di servitori, prendendo il meglio della vita come una cosa naturale. Eton o Harrow, Oxford o Cambridge, gli esclusivi club di Londra, buon gusto nei cibi, nei vini, nel fumo e nell'abbigliamento, mecenatismo di buona lega nelle arti – tutto ciò fece anche parte del mondo dello stesso Galsworthy ed è preso enormemente sul serio da lui, come dai Forsyte. Sia la forza, sia la debolezza dei Forsyte sono da ricercarsi nella loro caratteristica dominante, il senso della proprietà. "Un Forsyte prende le cose sotto l'aspetto pratico - dice uno di essi - e una visione pratica delle cose è fondamentalmente basata sul senso della proprietà". Anche quando John Galsworthy fa sui Forsyte dell'ironia - come spesso gli succede e ci sono considerazioni e scene memorabili in molti passi dei suoi romanzi - essa è generalmente temperata e non si spinge mai a investirli di ridicolo. Più volte lo scrittore traccia il quadro del Forsytismo, fa addirittura la “diagnosi del Forsyte”. Un Forsyte è decisamente più o meno uno schiavo della proprietà. Egli riconosce una cosa buona, riconosce una cosa conveniente e la sua presa sulla proprietà - sia essa costituita da donne, case, denaro o reputazione - è la sua etichetta. Non per niente il protagonista assoluto della trilogia è Soames Forsyte, il possidente, come lo aveva sarcasticamente definito suo zio Joylon senior, colui che incarna in ogni sua cellula l’essenza del Forsyte, avviluppato al senso della proprietà, del profitto, sempre accorto, misurato, avido collezionista di quadri, che sono il suo investimento e il suo rifugio mentale. Soames pare non rendersi conto della propria staticità, resta legato ai principi saldi della vecchia generazione, teme il nuovo, cerca vanamente un equilibrio domestico che il solo possesso delle cose non gli può dare e rappresenta una figura tragica che, pur ribellandosi contro ciò che non riesce a concepire, ottiene solo l’isolamento e una cocente, ineluttabile delusione. Soames è il personaggio chiave ed io non posso fare a meno di amarlo per quello che è, senza giudicarlo e resto dalla sua parte, che è quella perdente, soprattutto per quelle ultime, struggenti pagine in cui lui va a far visita allo zio Timothy, ormai ultracentenario e reso demente dall'età e rivede nelle ombre delle stanze, stracolme di desuete suppellettili vittoriane, i visi di tutti gli zii e e delle zie che hanno animato la sua infanzia e tutta la sua vita, in quelle riunioni di famiglia fatte di mezze frasi affettuose, pettegolezzi, banalità e consuetudini e che ora sono state spazzate via dalla morte e dalla fine di un’epoca.
La “Saga” parte da un ricevimento tenuto a casa di Joyolon senior per il fidanzamento della nipote June, il 15 giugno 1886 e arriva fino al matrimonio di Fleur, figlia di Soames,  con Michael Mont, nel 1920. Durante tutti questi anni l’alta borghesia vittoriana cede lentamente il passo alle prime bordate del mondo moderno: la democrazia che avanza, il laburismo, i sindacati, le automobili, la tassa di successione che minaccia la proprietà, le guerre. Un Forsyte muore nella guerra boera in Sudafrica, poi, nel 1901, c’è una toccante descrizione del funerale della regina Vittoria, che accompagna il crepuscolo del Forsytismo e poi la prima guerra mondiale dà il colpo di grazia alle vestigia del passato.
La “Saga” è corredata da un albero genealogico che aiuta moltissimo a districarsi nelle prime, complicate pagine, che servono a presentare i molti personaggi e a dare un affresco d’insieme al cuore della grande famiglia. La vecchia generazione dei Forsyte, dieci figli discendenti da Joylon “Superior Dosset, il primo che si trasferì a Londra, a sua volta figlio di Joylon, contadino di Hays, è uno spettacolo di caratteri, tutti splendidamente delineati da John Galsworthy. Joylon senior, che nel 1886 era il patriarca e il maggiore dei fratelli, è il più saggio e sensibile, quello che tutti guardano con rispetto, perché con un solo sguardo è capace di mettere chiunque al suo posto. Mirabili i ritratti delle vecchie zie: la zia Ann, la più anziana e le due pettegole, svanite e dolci Julia (Juley) e Hester. Lo zio Timothy, il più “giovane” dei fratelli, è anche quello che si vede di meno, il più individualista e misantropo, resta sempre nell’ombra e le sue inaspettate e rare apparizioni lasciano il segno. Roger e il figlio George sono i burloni della famiglia. George è il responsabile di tutti i nomignoli e delle definizioni ironiche dei parenti, anche nelle situazioni più scabrose (è lui che affibbia a Bosinney il soprannome "il bucaniere", che tutta la famiglia adotta perché sembra tanto azzeccato...). James è il padre di Soames. Lui e Swithin sono gemelli, ma James è quello secco, mentre Swithin è corpulento. Nicholas, anche lui padre di numerosa prole, è un esempio di solidità e lungimiranza.
Grande rilievo nei romanzi hanno la contrapposizione fra il senso della bellezza, l’amore per l’arte e l’anelito alla libertà individuale, pur circoscritta dal criterio di compostezza e decoro che mai abbandona un vero Forsyte, rappresentati da Joylon senior e dal figlio Joylon junior ed il senso del dovere, del possesso, della posizione e di tutto ciò che si può comprare con il denaro, incarnato dal vecchio James e da suo figlio Soames. Tutti i Forsytes sono straricchi e accumulano centinaia di migliaia di sterline, ma solo per Soames il significato di questa ricerca di possesso si infrange nella disperazione quando l’unica creatura al mondo che egli desideri con passione e struggimento gli si nega e lo disprezza fino alla fine. Irene Heron, che lui ha corteggiato ossessivamente e che gli ha ceduto solo perché povera e affidata ad una matrigna desiderosa di liberarsi del suo peso economico, è la donna più bella, raffinata e irraggiungibile che egli abbia mai incontrato. Soames è consumato dal desiderio di essere amato da lei e non riesce a comprendere perché, avendole offerto tutto e dato tutto ciò che il denaro può consentire, la donna continui a ritrarsi e a subire il matrimonio con lui come una condanna a morte.
Ecco, tutti sicuramente, leggendo questo romanzo, tenderanno a parteggiare per la meravigliosa, sensibile e algida Irene, che, incontrato l’architetto Philip Bosinney (a cui, per uno scherzo beffardo del fato, Soames affida la costruzione della casa sulla collina di Robin Hill, alla periferia di Londra, che nella sua mente avrebbe dovuto costituire il ritiro nel quale cementare la sua unione con la recalcitrante Irene), all'epoca fidanzato con June Forsyte, si innamora perdutamente di lui ed esplode in una passione irrefrenabile, che giunge ad un finale tragico quando l’uomo muore in un incidente stradale, mentre vaga delirante di gelosia, dopo avere saputo da Irene del patetico tentativo di affermare i propri diritti coniugali, effettuato da Soames la notte precedente.
Io, invece, per tutti e tre i libri non ho mai provato alcuna compassione, né solidarietà per la meravigliosa Irene, così superiore a Soames da non essere mai stata capace di spiegargli a parole la propria avversione e tutta presa dai propri sentimenti di donna offesa, di fenomeno di virtù oltraggiata dal “possidente”, avido e privo di umanità. Più volte Soames le chiede con il cuore in mano che cosa ha fatto per meritarsi tanto odio, tanto disgusto, ma lei rimane in silenzio e, al massimo, freme interiormente. Solo alla fine del romanzo, nella lettera che Joylon junior, secondo marito di Irene e cugino di Soames, scrive al figlio Jon per spiegare la terribile frattura fra le due famiglie, riusciamo a capire l’orrore fisico che attanaglia Irene alla sola vista di Soames e al pensiero delle, per lei, insopportabili unioni carnali alle quali ha dovuto sottostare nel primo periodo del matrimonio con lui. Comprendiamo che siamo negli ultimi due decenni dell’ottocento e ancora in pieno vittorianesimo, che le donne non hanno ancora il diritto di voto (che in Inghilterra venne loro concesso nel 1917 e solo per chi aveva compiuto trent'anni - n.d.r.) e che sono lontane dall’emancipazione, sappiamo che Soames è estremamente limitato nella sua visione della realtà e dei sentimenti di Irene, ma questa donna è esasperante proprio perché è lei stessa che tortura il marito e non gli dà alcuna possibilità di esprimerle affetto fino alla fine, rifiutandogli persino una stretta di mano quando si vedono per l’ultima volta per redimere la tormentata faccenda della storia d’amore nata fra i loro due figli, Jon (figlio di lei e Joylon junior) e Fleur (figlia di lui e di Annette), alla fine del terzo romanzo.
No, a me Irene non piace.
Invece mi piace molto Joylon junior: lui sì veramente scevro da egoismi e compiaciuti ripiegamenti in se stesso. Joylon junior vive le sue passioni con coraggio, consapevolezza, gentilezza e ironia, non si prende mai sul serio, vive, lascia vivere e ama senza riserve. Stupendamente descritta è la sua riconciliazione con il padre, dopo che per tanti anni aveva vissuto emarginato dalla famiglia per essere fuggito con la governante della piccola figlia June ed avere abbandonato la prima moglie. Joylon junior ha cresciuto i suoi figli nel rispetto e nella gioia dei reciproci sentimenti e per Irene, una volta libera dal ricordo della folle storia con Bosinney, egli, rimasto vedovo della seconda moglie, rappresenta il porto sicuro a cui approdare per sottrarsi alle ossessive ricerche da parte di Soames.
Dovrei parlare anche di June, la figlia maggiore di Joylon junior, colei che era originariamente fidanzata con Bosinney e che rimane scottata a tal punto dal votare il resto della propria esistenza alla cura dei suoi “anatroccoli”, artisti incompresi che lei patrocina e cerca di rendere famosi, vanamente. E dovrei parlare di Winifred Dartie, la sorella di Soames, sposata con Montague Dartie, “uomo di mondo”, ovvero nullafacente, scommettitore, scialacquatore dei soldi con cui il padre di lei li mantiene, destinato ad una fine poco dignitosa. Padre di quattro figli, fra cui Val, che sposerà Holly, figlia di Joylon junior e quindi sua cugina di secondo grado. E di Jolly, sfortunato fratello di Holly, che si lancia in una folle sfida con Val, arruolandosi nella guerra boera e perendovi a soli vent’anni. E, infine, di Fleur e Jon, anch’essi cugini di secondo grado, vittime di un passato che impedisce loro di amarsi ed avere un futuro insieme.
Dovrei anche leggere la seconda trilogia, che purtroppo si trova solo in inglese e che, so già, non è all’altezza della “Saga”, anche perché si occupa di una storia più moderna e meno coinvolgente, dove la vecchia generazione non è che un lontano ricordo e il solo Soames non può riportarla in vita. Forse lo farò, perché questi romanzi sono davvero straordinari, fortemente evocativi, pieni di lirismo, mai scontati, né retorici, perché ricchi della sobria ironia tutta inglese che John Galsworthy ha saputo infondervi.



Per un riassunto ulteriore della trama dell'opera, si può leggere qui sotto:

ArchieGoodwin || 22:08 || domenica, 04 gennaio 2009
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Torna sugli schermi BRIDESHEAD REVISITED

La 61ma edizione del Festival internazionale del film di Locarno si apre oggi con la proiezione, in prima europea, di un grande film d'autore britannico, che sarà presentato dal regista e dal produttore: BRIDESHEAD REVISITED di Julian Jarrold (Becoming Jane) con Emma Thompson, tratto dal celebre romanzo di Evelyn Waugh.

Regia:
Julian Jarrold

Sceneggiatura:
Jeremy Brock
Andrew Davies
Soggetto:
Evelyn Waugh (Romanzo)
Personaggi:
Emma Thompson (Lady Marchmain)
Michael Gambon (Lord Marchmain)
Matthew Goode (Charles Ryder)
Ben Whishaw (Sebastian Flyte)
Greta Scacchi (Cara)
Felicity Jones (Lady Cordelia Flyte)
Hayley Atwell (Julia Flyte)
Patrick Malahide (Edward Ryder)
Joseph Beattie (Anthony Blanche)
Tom Wlaschiha (Kurt)
Stephane Cornicard (Dottore)
James Bradshaw (Mr. Samgrass)
Thomas Morrison (Hooper)
Anna Madeley (Celia Ryder)
Produzione:
Zakaria Alaoui (Produttore)
Enrico Ballarin (Line Producer)
Robert Bernstein (Produttore)
Nicole Finnan (Produttore esecutivo)
Tim Haslam (Produttore esecutivo)
Hugo Heppell (Produttore esecutivo)
Kevin Loader (Produttore)
Douglas Rae (Produttore)
Rosa Romero (Line Producer)
David M. Thompson (Produttore esecutivo)
Case di Produzione:
BBC Films , UK Film Council , Ecosse Films , HanWay Films , Screen Yorkshire
Montaggio:
Chris Gill
Fotografia:
Jess Hall
Scenografia:
Alice Normington
Costumi:
Eimer Ni Mhaoldomhnaigh
Musiche:
Adrian Johnston

Link alle news sull'evento: http://www.movieplayer.it/film/19729/brideshead-revisited/
Link al trailer ufficiale: http://www.movieplayer.it/trailer/1884/brideshead-revisited-trailer/




Sarà comunque difficile scalfire la perfezione e la bellezza dello sceneggiato prodotto nel 1981 dalla Granada / ITV. Un cast eccezionale e la ricca produzione ne fanno ancora oggi una pietra miliare della tv inglese.
Impossibile dimenticare il Charles Ryder interpretato dall'esordiente Jeremy Irons. L'immagine di Sebastian Flyte resa da Anthony Andrews è difficilmente sostituibile e, se pensiamo che Lord Marchmain aveva il carisma di Laurence Olivier, non necessitano ulteriori commenti.
Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo quando all'epoca fu trasmesso dalla Rai e per coloro che volessero farsene una vaga idea, ecco
alcuni links contenenti informazioni ed immagini del classico della Granada / ITV:
http://www.screenonline.org.uk/tv/id/536563/index.html
http://www.museum.tv/archives/etv/B/htmlB/bridesheadre/bridesheadre.htm
http://www.itv.com/BestofITV/perioddrama/bridesheadrevisited/default.html
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Brideshead_Revisited_(TV_serial)&oldid=233547103
I dvd sono acquistabili solo in lingua originale e fanno parte della mia wishes list.



Sperando che questa nuova versione non ci deluda, dobbiamo segnalare che la firma di Andrew Davies è, di per sé, una garanzia di qualità. Gli adattamenti televisivi usciti dalla penna di questo prolifico e moderno sceneggiatore hanno avuto tutti un enorme successo e sono stati pluripremiati dalla critica, basti citare l'impareggiabile "Pride and Prejudice" del 1995, con Colin Firth.

ArchieGoodwin || 15:49 || mercoledì, 06 agosto 2008
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