"MAURICE": il romanzo e il film

IL ROMANZO

MAURICE (id.), di Edward Morgan Forster
[ iniziato nel 1913; terminato nel 1914. L'autore lo dedico ad un Anno più Felice.
Il romanzo fu pubblicato postumo nel 1970 ]
- edizioni italiane: Garzanti (1972, 1983); Mondadori (1986) -

"Una volta al trimestre il collegio al completo faceva una gita: vale a dire che i tre maestri vi partecipavano insieme a tutti gli alunni. Di solito era una passeggiata piacevole e i ragazzi attendevano con impazienza il gran giorno, dimenticavano i vecchi rancori e usufruivano di una discreta libertà. Per evitare che ci andasse di mezzo la disciplina, la gita aveva luogo immediatamente prima delle vacanze, quando l'indulgenza non fa male a nessuno [ ... ]".
Non sembra l'incipit di un romanzo prettamente eversivo, vero? E infatti non lo è.
E.M.Forster fu molte cose, era uno scrittore a suo modo ribelle, ma certamente il suo stile rispondeva a quello che io definisco "minimalismo edoardiano", anche se dubito cher  l'espressione esista: intendo dire comunque che l'autore era capace di esprimere qualunque cosa senza urlare o stravolgere, affidandosi all'illustrazione e alla persuasione, piuttosto che alle forti scosse provocate nel lettore. E in maniera pacata e sommessa finiva poi per affrontare le storie più difficili e complesse, dove inevitabilmente gli animi dei suoi personaggi si scontravano fra loro e con il mondo nel quale vivevano, rivelando falsità sociali e ipocrisie storiche, queste sì ben più pericolose perchè capaci di mettere in luce molte cose di cui parecchia gente avrebbe preferito non sentir parlare.
Personalmente ho sempre visto E.M.Forster come il cantore di personaggi la cui interiorità tende a vivere bloccata: come accade in "Camera con Vista" a Lucy Honeychurch, che dentro di sè sente Beethoven ma che in pubblico è costretta a limitarsi ad eseguire Schumann.
Come accade in "Casa Howard" alla prima signora Wilcox, che il marito considera solo una gran brava donna perchè non ne sospetta nemmeno le potenzialità umane ed intellettuali.
E come accade a Maurice Hall nel romanzo a lui dedicato, corrispondente al lungo e doloroso viaggio intrapreso da un uomo che nutre l'onesta ambizione di riconciliare il corpo e lo spirito. Cosa che può sembrare banale, ma non lo è: perchè invischiato tra le leggi umane e quelle celesti, di solito un individuo ha scarso controllo tanto del corpo quanto dello spirito.
La storia del romanzo in sè è abbastanza semplice ed è parzialmente ispirata alle vicende personali di E.M.Forster, che scoprì la propria omossessualità senza poterla mai manifestare nè in famiglia (era orfano di padre e l'amata madre non avrebbe certo capito) nè tantomeno in pubblico, al di fuori di una ristretta cerchia di amici, alcuni dei quali erano più ottimisti e liberati di lui.
Da un certo punto di vista il romanzo è un po' datato - come notava lo scrittore già intorno al 1960 - e forse oggi lo si legge soprattutto come cimelio dell'epoca edoardiana e dell'Inghilterra che fu. Umanamente parlando però la storia è ancora molto viva, si lascia leggere con piacere, con interesse, e invita a riflettere su questioni che in fondo sono molto meno inattuali di quanto si potrebbe pensare: l'omossessualità non ha del tutto cessato di essere un problema.
Certamente era un problema nell'Inghilterra all'inizio del secolo scorso... e che problema!
In sostanza non esistevano nemmeno le parole per esprimere una tale condizione, ed infatti nel romanzo ciò che affleigge Maurice per gran parte della sua giovinezza è un acuto senso di solitudine, la sensazione di essere maledetto senza nemmeno riuscire a capire bene ciò che gli sta succedendo. Da un punto di vista intellettuale l'omossessualità era "l'innominabile vizio dei greci"; la religione condannava il vizio come peccato gravissimo e la legge non era più clemente: la condotta immorale, se manifesta, portava dritti in carcere. A vent'anni dallo scandalo era ancora molto vivo il ricordo tremendo di ciò che era accaduto ad Oscar Wilde, e quelli della sua "razza" non avevano certo voglia di fare la stessa fine; le norme giuridiche usate a suo tempo contro di lui a fine Ottocento sarebbero però rimaste in vigore sino agli anni Sessanta del XX secolo.
Nel migliore dei casi l'omossessualità veniva considerata una malattia da curare, ma la cosa più importante era non cedere all'impulso contro natura, rispettare il corpo, se stessi e la società.
Anche Maurice, nella sua disperazione, finisce per consultare alcuni medici: ma nè l'incapace dottor Barry nè il condiscendente dottor Lasker Jones costituiscono la soluzione al suo problema. E in quanto al giovane dottor Jowitt, il medico di famiglia abbordato in maniera molto indiretta, da lui Maurice si sente recisamente rispondere che agli innominabili "grazie a Dio ci pensano i colleghi del manicomio".
In questa prospettiva Maurice, che alla fine - con un po' di fortuna e molta benevolenza da parte dell'autore - riesce ugualmente a cavarsela e a venirne fuori, è un piccolo misconosciuto eroe: ha combattuto da solo contro se stesso e contro il drago... e il drago non ha potuto incenerirlo.

TRAMA: Inghilterra, inizi del Novecento. Dai quattordici ai ventiquattro, la storia del romanzo copre dieci anni di vita di Maurice Hall: prima scolaretto imberbe a cui un benintenzionato maestro cerca di spiegare i fatti della vita; poi giovane studente a Cambridge, dove se non altro ha l'occasione di sperimentare qualche apertura mentale; infine giovane gentiluomo apparentemente ben integrato nella sua classe e nel suo mondo. Piccolo tiranno in una famigli tutta di donne (che a mala pena lo sopportano e che in definitiva si curano poco di lui), abile agente di cambio nella società che già era stata di suo padre.
Fin da bambino però Maurice nasconde un segreto: non si sente attratto dalle donne come dovrebbe e sogna invece un imprecisato "amico" che potrebbe arrivare e vivere con lui e per lui.
E' una strada difficile da percorrere e infatti Maurice, che crescendo diventa piuttosto bello senza saperlo, inciampa continuamente. Per lunghi anni soddisfa al massimo quella che lui identifica come lussuria (e dalla quale si sente comunque minacciato), ma non quel qualcosa in più a cui aspira e che non sa spiegare.
Non lo aiuta il suo carattere: interiormente Maurice possiede la solida praticità che ha fatto grande l'Impero; è prosaico non certo poetico, e ciò che lui vuole dovrebbe essere altrettanto concreto. Quando a Cambridge inconta finalmente l'amore corrisposto, è invece di nuovo costretto a reprimersi e quindi a non realizzarsi: Clive Durham, con il quale ha una relazione che dura tre anni, lo costringe a rimanere su di un frustrante piano platonico. Clive ha attraversato fasi di consapevolezza differenti; ora vive la propria condizione solo intellettualmente e la fonda ovviamente sul "Convito": testo effettivamente pericoloso in quanto pone allo stesso livello di importanza la procreazione e il piacere... ma Clive  non si sogna nemmeno di trarne le estreme conseguenze nè si accorge che Cambridge non è l'Arcadia. In lui - ribelle solo a parole - tendono a predominare la paura e il rispetto delle convenzioni: infatti Clive ad un certo punto lascia Maurice, si sposa e inizia a dedicarsi alla propra carriera politica.
Dopo l'abbandono, Maurice torna all'inferno dal quale credeva di essere uscito; si ritrova a pezzi, medita il suicidio e solo molto lentamente ritorna ad una parvenza di normalità: ma come essere umano è del tutto spento, trascinato da correnti che non gli interessano.
lo salverà infine l'inatteso incontro con Alec Scudder, il giovane guardiacaccia nella tenuta dei Durham (ironia della sorte... ). Alec è rozzo, incolto, istintivo (e non disdegna le cameriere... ), eppure riesce finalmente a dare a Maurice quella felicità - anche fisica - che lui sognava da una vita. Per entrambi è amore.
Dopo qualche incomprensione e qualche resistenza i due rinunciano coraggiosamente a tutto ciò che hanno e che potrebbero avere; fuggono insieme e scompaiono in quel limbo narrativo che l'autore ha deciso di creare per loro. Poichè si tratta di un romanzo, Alec e Maurice riusciranno a vivere felici, anche se non è dato sapere nè dove nè come.
Dietro l'angolo incombe la modernità, la scomparsa della vecchia Inghilterra piena di foreste "o valli abbandonate dove fuggire, per coloro che non vogliono nè riformare nè corrompere la società, ma semplicemente essere lasciati in pace".
dietro l'angolo incombe la guerra... ma questa è decisamente un'altra storia.

IL FILM

"Maurice" (id.), GB (1987). Regia di James Ivory; sceneggiatura di Kit Hesketh-Harvey e James Ivory.
Il cast: James Wilby (Maurice), Hugh Grant (Clive Durham), Rupert Graves (Alec Scudder), Phoebe Nicholls (Anne Woods).

A detta di molti, all'interno della produzione ivoriana "Maurice" è un film un po' freddo, inferiore e meno riuscito rispetto a "Camera con Vista" ("Casa Howard" sarebbe venuto solo in seguito); può darsi che ciò sia vero, ma a mio giudizio la difficoltà di rendere la storia riscatta qualunque piccolo difetto il film possa avere.
La produzione stessa incontrò seri problemi iniziali: all'epoca James Ivory aveva in cantiere altri progetti, la sua sceneggiatrice storica Ruth
Prawer Jhabvala non era disponibile (ma offrì comunque una consulenza) e gli esecutori testamentari di E.M.Forster erano dubbiosi sull'opportunità di richiamare l'attenzione su di un romanzo tanto particolare. Altrettanto poco entusiaste, in vista delle riprese, erano le autorità di Cambridge. In seguito però tutto si pose su di un piano migliore, piùà realizzativo... tanto che poi un sacco di veri studenti del King's College finirono addirittura per partecipare al film in veste di comparse, nella sezione che riguarda il periodo universitario dei protagonisti e che fu girata nei luoghi reali a cui la storia si riferise.
Le locations sono davvero meravigliose: qualche angolo della Londra antiquaria, Cambridge (non solo il King's ma anche il "rarissimo" Trinity), il Wiltshire e persino la Sicilia che si "traveste" da Grecia.
Uno dei punti di forza del progetto è comunque il cast. Al film hanno partecipato alcuni nomi di rilievo della scena britannica (Ben Kingsley nel ruolo del dottor Lasker Jones, Judy Parfitt nel ruolo della madre di Clive, Patrick Godfrey nel ruolo di Simcox, lo snervante maggiordomo dei Durham), e attori abbastanza abituali nei film di Ivory (Simon Callow che è Mr Ducie, Billie Whitelaw cheè la madre di Maurice, e il compianto Denholm Elliott che è il dottor Barry; lo stesso Rupert Graves era già stato Freddy in "Camera con Vista"). All'epoca Hugh Grant, ancora giovane e poco famoso - non era nemmeno finito in galera! - era comunque già promettente. E poi soprattutto c'è lui, James Wilby: scelto all'ultimo istante perchè Julian Sands non era disponibile (meno male... ), l'attore, di provenienza teatrale, non avrebbe potuto essere più adeguato.
Il film attua un "rovesciamento di colori" tra Maurice e Clive rispetto al romanzo (il primo dovrebbe essere bruno, l'altro biondo), ma a parte l'aspetto più chiaro e nordico di quanto lo avesse pensato E.M.Forster, il Maurice di James Wilby è perfetto: abbastanza bello e virile da scongiurare qualunque caduta di gusto, incerto e cinico, non proprio simpatico, convinto e convincente.

A differenza di altri membri del cast o della produzione, nella realtà nessuno dei tre interpreti principali era gay: anche questo aspetto dovette essere preso in considerazione e curato adeguatamente,data la particolarità della storia. Il risultato finale ci dice comunque che i tre riuscirono ad essere davvero bravi (e forse James Ivory riuscì ad essere molto convincente... ); non dimentichiamo che per la loro interpretazione Wilby e Grant avrebbero poi vinto ex aequo la Coppa Volpi al Festival di Venezia. L'intera produzione conquistò il Leone d'Argento.
Nato nell'incertezza - in fondo erano trascorsi meno di vent'anni dalla pubblicazione del romanzo - il film alla fu esattamente ciò che si era proposto di essere.
Ripercorrendo il libro, la versione cinematografica riesce a rimanergli straordinariamente fedele; ci sono variazioni di poco conto - Maurice biondo, la tenuta di Penge che cambia nome in Pendersleigh - un paio di soppressioni e una sola vistosa differenza, che però essendo ben motivata sostanzialmente corregge la storia in meglio. Riguarda la "conversione" di Clive, quando il ragazzo incomincia a dirsi di essere diventato normale.
Nel romanzo ciò avviene - in maniera un po' nebulosa e a detta di molti insoddisfacente - durante il viaggio che Clive compie in Grecia: è stato malato, una di quelle malattie psicosomatiche su cui un analista avrebbe tanto da dire, poi un bel giorno si scopre inevitabilmente cambiato; passa ad una nuova fase della propria evoluzione, incontra la dolce Anne e al suo ritorno in Patria la sposa. Non fa una piega, ma costringe il lettore ad indagare per conto proprio tutti i possibili sottintesi.
Il film invece compie una scelta più radicale e si costruisce in modo da mostrare Clive per quello che è, senza mezzi termini: non solo confuso ma anche discretamente vigliacco, desideroso di non mettere a repentaglio nulla di ciò che possiede, e non importa se ciò implica un soffocante conformismo. In particolare l'episodio che lo atterrisce e provoca il cambiamento è l'arresto e la successiva condanna del Visconte di Risley, suo ex compagno a Cambridge, al cui processo Clive rifiuta di testimoniare per la difesa: il nobiluomo, riconosciuto colpevole di condotta indecente, tronca sul nascere una promettente carriera diplomatica, evita la fustigazione ma dovrà farsi sei mesi di carecere duro e alla fine non sarà comunque mai più socialmente presentabile. Lo scandalo è enorme e riempie le prime pagine dei giornali.
Nel romanzo il personaggio di Risley, logorroico, esuberante e un tantino imprudente, è vagamente ispirato allo scrittore Lytton-Strachey, amico di E.M.Forster; la sua vicenda nel film è invece pesantemente ispirata a quella di Oscar Wilde, il cui "fantasma" aleggia più volte fra le pagine del libro. In ogni caso a Lord Risley va ancora "bene": Oscar, che a differenza di lui non aveva nemmeno il tenue riparo di un titolo nobiliare, era stato condannato ad una pena quattro volte superiore.
Nel film, qualunque riferimento allo scandalo del 1895 è ovviamente del tutto intenzionale; è sulle modifiche di questa parte infatti che intervenne l'intelligente acume di Ruth Prawer, alla quale la prima stesura della sceneggiatura era parsa buona ma incompleta.
Furono anche girate scene riguardanti il suicidio di Risley, ma poi si decise per un finale dell'episodio più sfumato, benchè ugualmente tragico: dopo il verdetto Risley scende la scala interna dell'aula giudixziaria e sprofonda nel suo inferno personale. Clive Durham invece sprofonda nelle crisi che lo porterà ad entrare in un diverso tipo di prigione: quella del matrimonio borghese e delle più trite convenzioni sociali. Lo mostra chiaramente l'epilogo visivo della pellicola quando Clive, dopo l'ultimo colloquio con Maurice, rientra in casa e spranga una ad una tutte le imposte di Pendersleigh, ritrovandosi infine solo con Anne (e con i suoi pensieri e ricordi), separato da tutto il mondo che c'è fuori: è la metafora perfetta dell'uomo che costruisce da sè il proprio carcere, dal quale uscire sarà poi impossibile.
E' un'immagine angosciante, tristissima: per Clive però non si possono provare pene eccessive.
Anche James Ivory ed E.M.Forster, ciascuno a suo modo, stigmatizzano il personaggio, mostrandone i limiti. Nel film Clive assume un aspetto sempre più banale man mano cha la storia procede: quella che all'inizio era una fresca e luminosa bellezza si scioglie poi in un'opaca mediocrità. Nel romanzo invece l'autore lo condanna ad una precoce calvizie: Clive ha solo venticinque anni, ma già si prepara a diventare un vecchio rudere un po' cadente... come Pendersleigh, la sua tenuta, che mostra tutti i tristi segni dell'incuria e dell'appartenenza ad un passato ormai remoto.

BIBLIOGRAFIA
: Mi ha aiutato a ricostruire la vicenda produttiva di "Maurice" un ponderoso volume che costituisce uno dei "tesori" della mia biblioteca privata: Long, "The Films of  Merchant Ivory", Viking Press, 1990.
Altrettanto utili comunque la lettura del romanzo in edizione Meridiani Mondadori (che contiene un'ottima parte critica nonchè la "Nota" scritta dall'autore nel 1966), e la parte di Contenuti Speciali a corredo del film in edizione DVD (2004).



 I "Magnifici Tre": Ismail Merchant, James Ivory

 la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala.
LadyJack || 11:27 || sabato, 31 gennaio 2009
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