Harry Potter VI - il film

HARRY POTTER E IL PRINCIPE MEZZOSANGUE ("Harry Potter and The Half Blood Prince"). GB. 2007-2008. Regia di David Yates.

Assieme a "Il Calice di Fuoco", "Il Principe Mezzosangue" è il mio romanzo preferito all'interno dell'intera saga potteriana: ne apprezzo la trama, le sottigliezze nelle quali J.K.Rowling è maestra, e lo trovo insieme drammatico e divertente, la giusta via d'accesso al "gran finale" costituito dal Settimo Volume.
Il relativo film è nettamente inferiore. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma certo non affermerò nemmeno di averlo trovato meraviglioso: troppe le differenze e le omissioni, per poterne restare davvero soddisfatti.
Il romanzo inizia con un tris di episodi il cui tenore spazia dal drammatico all'umoristico, passando per molti particolari che troveranno la loro giusta collocazione nel corso della storia.
C'è innanzitutto il faccia a faccia tra i due Ministri, quello Babbano e quello della Magia, per un aggiornamento sulla difficile situazione: Voldemort è tornato, ormai su questo non è più possibile avere dubbi, e la sua scalata al potere miete vittime e porta distruzione in entrambi i mondi.
Poi c'è Narcissa Malfoy, che assieme alla sempre irosa sorella Bellatrix si reca a casa di Piton per chiedergli di aiutare e proteggere Draco. Il Signore Oscuro intende vendicarsi del fallimento di Lucius (vedi vol. V) affidando a suo figlio un compito apparentemente grondanete di onore, ma in realtà quasi proibitivo per un ragazzino di sedici anni, che rischia dunque di fallire a sua volta, di morire e di rovinare definitivamente l'intera famiglia Malfoy. Anche se Bellatrix stenta a credere ai suoi occhi, Piton promette e si lega a Narcissa con un Voto Infrangibile, la cui rottura implicherebbe la morte.
Infine c'è Silente che va a prendere Harry e lo trascina con sè a casa del professor Lumacorno per convincere quest'ultimo a tornare ad Hogwarts. Il professore è inizialmente riluttante ma la somiglianza di Harry con la madre Lily - che Lumacorno aveva molto amato come sua allieva - risolve la situazione: cosa che del resto Silente aveva perfettamente previsto.
Il film inizia invece con qualche spettacolare distruzione a Londra, dove si trova anche Harry che sta per rimorchiare la cameriera di un bar quando viene distratto dall'arrivo di Silente, in procinto di trascinarlo da Lumacorno.

Poi la storia cinematografica, benchè alquanto sfrondata, segue più o meno quella del romanzo: il sesto anno ad Hogwarts alterna le normali attività scolastiche e sportive a qualche inquietante mistero. Mentre Draco si affanna attorno all'Armadio Svanitore e cerca di eliminare Silente, Harry trova il libro del Principe Mezzosangue e - con grave frustrazione di Hermione - in Pozioni diventa imbattibile.
Tutto intorno c'è un vivace sfarfallio di ormoni, che porta Ron tra le braccia di Lavanda Brown e Ginny tra le braccia di due o tre boyfriends, mentre Hermione ed Harry si sentono molto infelici.
Al termine di un turbine di ricordi recuperati che servono a ricostruire la vita e le imprese di Tom Riddle sino alla sua trasformazione in Lord Voldemort, c'è il drammatico episodio in cima alla Torre: Draco assale il già ferito Silente ma non si risolve ad ucciderlo. Al suo posto lo farà il tetro Piton.
Il film si conclude poi, come il libro, con Harry che decide di non tornare ad Hogwarts per il suo ultimo anno: si dedicherà piuttosto al difficile compito che gli ha affidato Silente, la ricerca degli Horcrux. Hermione e Ron, naturalmente, non lo lasceranno solo.
Pare che questo finale sospeso in generale non abbia incontrato il favore degli spettatori in sala, ma direi che si tratta di un momento ragionevole, dal punto di vista narrativo, non privo di una buona intensità.
A mio giudizio, sono ben altri i particolari discutibili del film, in primis la quasi totale eliminazione di quel tipico sense of humour che a J.K.Rowling serve sempre per ammorbidire - senza annullarli - molti dei momenti più difficili e drammatici.
In parte ciò deriva dalla compressione della storia e dalla riduzione dei personaggi, alcuni dei quali somigliano ben poco a se stessi: nel film solo Ron mantiene intatto il suo lato leggero (e Rupert Grimes potrebbe diventare un buon interprete di commedie), mentre personaggi come Silente, Lumacorno o i Wesley lo perdono quasi interamente.
In un paio d'ore c'è posto solo per i fatti più rilevanti, e questa storia di fatti rilevanti ne contiene parecchi. Così il film, con atmosfere cupe e colori lividi che inducono a chiedersi perchè mai il tutto non sia stato semplicemente girato in b/n, si concentra piuttosto sul lato drammatico: e si concentra così intensamente, che alla fine è difficile credere che narrativamente sia passato tanto tempo. Draco ad esempio, impegnato nell'ardua impresa di riparare l'Armadio e di sembrare un accettabile Mangiamorte, non dimostra certo lo sforzo di lunghi mesi di tentativi: ogni tanto è lì che ci prova, e alla fine ci riesce. Però mancano del tutto il sudore e lo stress provocati dall'incertezza e dalla durezza di un compito da affrontare giorno dopo giorno come obbligo mortale, senza poter fallire.
Senza contare poi che l'Armadio stesso "cade" un po' dal nulla; nei romanzi c'è un precedente che ne spiega le caratteristiche e l'uso che i Mangiamorte decidono di farne (cfr. vol. V), nel film c'è e basta.
Allo stesso modo, altri particolari vengono fortemente ridimensionati nel passaggio dalla la pagina scritta allo schermo: moltissimi dei ricordi sull'infanzia e la famiglia di Voldemort scompaiono, anche se nel romanzo costituiscono la parte forse più bella e significativa; è del tutto assente il peso dell'interazione malvagia che invade il mondo babbano, e non venitemi a dire che basta distruggere il Millennium Bridge per rappresentarlo (tra l'altro quel ponte non esisteva ancora al tempo degli eventi romanzeschi - anno '96); nè Silente nè Harry affrontano tutte le sofferenze e i dubbi del caso, Hermione è troppo marginale, e relativamente a Piton, non viene nemmeno giustificato il fatto che sia lui, il Principe Mezzosangue: la cosa viene affermata ma senza spiegazioni.
Il film insomma, benchè più che sufficiente dal punto di vista spettacolare ed interpretativo, inaridisce la storia originale, e ottiene il medesimo effetto dei precedenti: lo si può vedere - forse addirittura gustare ed apprezzare - se non si ha voglia di leggere il romanzo; una volta letto il romanzo, invece, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno.

- Divenuta più adulta, la voce italiana di Harry Potter (Alessio Puccio) mi piace maggiormente, anche se quella originale di Daniel Radcliffe possiede un'intensità soffice che le è superiore.

LadyJack || 18:21 || giovedì, 15 ottobre 2009
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IL MERCANTE DI VENEZIA

IL MERCANTE DI VENEZIA ("The Merchant of Venice", 1594 / 1597), di William Shakespeare

E' molto difficile spiegare in poche parole cosa abbia rappresentato William Shakespeare nell'ambito della mia formazione mentale: dato che la brevità non è uno dei migliori talenti di cui dispongo, ci rinuncio in partenza. Dirò soltanto che in gran parte proprio a lui è dovuto il mio amore per la lettura: giudicate voi l'entità del debito...
Tra le opere shakespeariane mi piacciono soprattutto le tragedie e i drammi storici, non posso quindi affermare che "Il Mercante di Venezia" sia tra le mie preferite in assoluto: tuttavia si tratta di una cosa interessante e piena di spunti affascinanti che una recente visione dell'omonimo film (perso all'epoca, recuperato in DVD) ha ulteriormente impreziosito. Del film parlerò più sotto, ora soffermiamoci sulla storia in quanto tale.
Nella migliore tradizione shakespeariana la commedia presenta una trama principale a cui si affiancano numerose sottotrame minori, ad essa intrecciate. La trama principale è rappresentata dalla storia d'amore e di amicizia che lega il mercante Antonio al giovane Bassanio e alla donna da questi amata, la bella Porzia. Le trame minori riguardano altri innamoramenti paralleli, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie e proprie conseguenze.
La storia è ambientata nella Venezia del pieno Rinascimento, opulenta, vitalissima e per certi versi pericolosa; malgrado il fatto che il tema amoroso venga declinato in varie forme assieme a quelle complicazioni umane che all'autore riuscivano tanto bene, alla fin fine uno degli elementi più determinanti per l'intreccio è qualcosa di assai più prosaico: l'economia.

TRAMA
: Per poter corteggiare adeguatamente la ricca Porzia, di cui è perdutamente innamorato, Bassanio - giovanotto di bell'aspetto e belle speranze, perennemente squattrinato - chiede aiuto all'amico Antonio. Questi è un ricco mercante, legato a Bassanio da grande affetto, per cui la richiesta dovrebbe trovare sicura ed immediata soddisfazione. Sfortuna vuole però che tutti i beni di Antonio siano impegnati in quel momento in un trasporto marittimo di merci pregiate: impresa rischiosa ma potenzialmente fruttuosa e per l'epoca piuttosto normale. Tuttavia Antonio è così interessato alla felicità di Bassanio che non esita a fare l'unica cosa possibile: si rende garante del prestito che il giovane chiederà ad un noto usuraio, Shylock.
Gran personaggio, quest'ultimo: in lui Shakespeare è riuscito a dipingere la realtà storica (ai cristiani era proibita l'usura, agli ebrei era vietato commerciare: ergo, erano gli ebrei che facevano circolare il denaro), coniugandola con una dimensione tragica non comune, se applicata ad una figura che il pubblico avrebbe inevitabilmente avvertito come negativa.
Shylock accetta il contratto, ovviamente, ma impone una strana clausola che lì per lì sembra una specie di scherzo anche se in realtà è dettata dall'odio che l'usuraio nutre per il ricco mondo veneziano e per tutti coloro che lo disprezzano, pur utilizzandone i servigi: Shylock chiede dunque che se il prestito non verrà rimborsato entro i tre mesi previsti, Antonio paghi con una libbra delle propria carne.
L'affare viene concluso, il denaro passa di mano e Bassanio può provvedere a tutto ciò che gli occorre per cercare di conquistarel a bella Porzia.
L'impresa amorosa ha una dimensione favolistica, dato che i pretendenti della gentildonna devono affidarsi ad una scelta fortunata fra tre scrigni per poterla sposare: così ha stabilito il defunto padre di lei e la stessa Porzia non ha voce in capitolo. In realtà Bassanio le è tutt'altro che indifferente, quindi la prova risulta molto stressante per entrambi: grande è però la felicità quando Bassanio sceglie lo scrigno giusto e ottiene il diritto di impalmare l'ereditiera.
Le nozze vengono celebrate e nello stesso giorno si sposano anche Graziano e Nerissa: lui famiglio di Bassanio, lei ancella di Porzia, fulminati da Cupido in occasione della prova dei tre scrigni.
Prima che i matrimoni vengano consumati arrivano però brutte notizie: in un naufragio Antonio ha perduto tutte le navi e le ricchezze, il prestito richiesto a Shylock è scaduto e l'ebreo reclama il proprio diritto.
Anche quando la notizia del naufragio si rivelerà poi falsa, Shylock continuerà a rifiutare il rimborso in denaro, esigendo una libbra della carne di Antonio. Poichè la carne è da prelevarsi da un punto del corpo a discrezione di Shylock e poichè Shylock ha deciso di tagliare vicino al cuore, la sorte del povero Antonio pare segnata: l'uomo non potrà sopravvivere alla ferita e l'ebreo godrà della propria sanguinosa vendetta.
La questione viene portata in giudizio davantoi al Consiglio presieduto dal Doge, ma sembra che non vi sia nulla da fare: il contatto va rispettato.
Quando già il coltello di Shylock è levato contro Antonio interviene però a salvare la situazione un giovane avvocato (che in realtà è Porzia travestita): poichè il patto menziona carne e non altro, Shylock dovrebbe colpire Antonio senza farlo sanguinare e senza prelevare nè più nè meno che una libbra esatta di carne. Data l'impossibilità dell'impresa Shylock fa allora marcia indietro e dichiara di volersi accontentare del denaro, ma a quel punto il giovane avvocato gli ritorce contro il contratto stesso: con la sua pretesa Shylock ha attentato alla vita di un cittadino della Repubblica Veneziana, reato che prevede per il colpevole la pena di morte e la confisca dei beni.
Shylock è annientato, ma non si infierisce contro di lui: il Doge lo grazia, e i suoi beni finiscono metà allo Stato e metà ad Antonio, il quale però vi rinuncia destinandoli generosamente - quando Shylock sarà morto - a Lorenzo, un altro dei suoi famigli che ha rapito e sposato Jessica, la figlia (consenziente) dello stesso Shylock.
Poichè Jessica aveva già provveduto a sottrarre al padre un bel po' di monete d'oro, e poichè in seguito al giudizio l'ex usuraio è costretto a farsi cristiano, Shylock è in definitiva il tragico e assoluto predente dell'intera storia.
Storia che poi si conclude con qualche schermaglia amorosa e con la rivelazione del ruolo avuto da Porzia e Nerissa nel salvataggio di Antonio.

- Tra i personaggi, come ho già detto, grandeggia Shylock.
A me però piace molto Antonio, il cui carattere sta tutto nell'amore e nell'abnegazione tributati a Bassanio: il suo comportamento andrebbe considerato imprudente e quasi stolto, non fosse per il fatto che Antonio è mosso da una generosità assolutamente sovrumana.
Come spesso accade in Shakespeare, poi, in questa vicenda il mondo viene fatto girare dagli uomini in apparenza, dalle donne in sostanza: e sono le donne, nella gioia e nel dolore, a risultare alla fine più vive. Porzia e Nerissa e Jessica sarebbero limitate dalla loro natura femminile, ma provvedono a travalicare utilmente e con intelligenza.
Bassanio, attorno al quale ruota gran parte della storia, è invece un po' come il Principre Azzurro delle fiabe: un bell'accessorio.


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"The Merchant of Venice", di Michael Radford [ 2004; distibuito in Italia da Istituto Luce ]
con Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Heather Goldenhersh (Nerissa), Zuleikha Robson (Jessica).

Il film è fedelissimo alla commedia originale, il cui testo è stato in pratica usato come sceneggiatura. Ha il pregio di rendere allettante l'opulenza dell'epoca, con ricchi costumi e colori caldissimi; completa il quadro la vera città di Venezia, utilizzata come scenografia naturale: magari l'acqua dei canali è stata ripulita a fondo (niente inquinamento, nel '500!), ma i cieli, le pietre e i marmi sono assolutamente autentici.
Perfetti gli interpreti: Al Pacino come bieco Shylock (doppiato in italiano dal sempre magnifico Giancarlo Giannini), Jeremy Irons come umanissimo Antonio, Joseph Fiennes come dolce ed imperterrito Bassanio. Porzia ha una bellezza magica e un po' inquietante, Nerissa un simpatico musetto da madonna birichina.
Particolarmente ben riuscita la parte del processo, con il lungo succedersi di momenti drammatici. Sulla scena, in epoca elisabettiana, doveva essere un delirio: ruoli femminili ricoperti da ragazzi che alla fine fingevano di essere ciò che in effetti erano, ovvero maschietti; nel film però persino il travestimento di Porzia e di Nerissa risulta abbastanza convincente.
E in ogni caso è proprio il processo il grande momento tanto per Shylock quanrto per Antonio: il primo rivela finalmente tutta la propria strisciante cattiveria (e Shakespeare, che poteva rendere il personaggio grandioso ma non certo accettabile, lo asseconda con perizia); l'altro invece suscita partecipazione e pietà. Antonio è terrorizzato dall'idea di essere in punto di morte, ma si sforza di manatenere la propria dignità e comunque il suo pensiero dominante è ancora e sempre Bassanio: se deve morire, morirà, ma vuole evitare all'amico tanto amato qualunque senso di colpa.
Uno dei pregi del film consiste nell'essere riuscito a renere palese, con equilibrio e sobrietà, un elemento già contenuto nel testo ma per ragioni di discrezione lasciato all'intuizione e ai sottintesi: il fatto che il rapporto tra Antonio e Bassanio sia un rapporto d'amore vero e proprio. Un amore come quelli classici dell'antica Grecia tra un adulto (Antonio) e un giovane (Bassanio), destinato a durare finchè il giovane non fosse a sua volta cresciuto e maturato: e qui infatti Antonio si fa da parte per lasciare il posto a Porzia, al matrimonio e a tutta una vita piena di possibilità.
Uno dei momenti più significativi (e tristi) del film coincide con il finale, quando i due grandi avversari si ritrovano ad affrontare in parallelo ma separatamente la proproia solitudine. Shylock sconfitto e umiliato, viene escluso dalla comunità che era stata sua: per lui, che comunque non sarà mai un vero cristiano, si chiudono per sempre le porte del Ghetto.
Antonio, dopo aver rischiato e sofferto, viene escuso da quella stessa felicità che ha contribuito a costruire: tutti si allontanano e le allegre risate sfumano in lontananza fuori dalla stanza nella quale lui si ritrova solo, in silenzio.


CURIOSITA'. Gli appassionati di assurdi collegamenti cinematografici sarranno lieti si apprendere che Zuleikha Robson (Jessica) può essere vista anche nella Quinta Stagione di "Lost": è la cacciatrice di taglie che riesce a catturare Sayid dopo averlo sedotto in un bar di Los Angeles e che per sua sfortuna si ritrova poi con lui sull'aereo che gli "Oceanic Six" utilizzano per tornare sull'Isola dopo aver vissuto tre anni nel mondo normale.

LadyJack || 18:01 || martedì, 01 settembre 2009
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CALIFORNIA SUITE

Nella categoria : humour, from books to screen - Permalink

I lavori di Neil Simon, commediografo statunitense nato nella seconda metà degli anni Venti, sono stati spesso trasposti per il cinema; non di rado la sceneggiatura di quei film era poi opera dello stesso Simon.
Chi non ricorda pellicole come "A piedi nudi nel parco", "La strana coppia", "I ragazzi irresistibili" o "Il prigioniero della Seconda Strada"? Commedie umoristiche tipiche degli anni Sessanta e storie più introspettive appartenenti al periodo successivo, intrecci brillanti con picchi decisamente comici, personaggi normali, piccoli antieroi in perenne lotta contro le insidie della vita moderna o della sorte.
Sono film entrati a loro modo nella storia del cinema, arricchiti dal talento di attori "d'epoca" come Robert Redford, Jane Fonda, Walter Matthau o Jack Lemon... quel tipo di film che - come si dice con un pizzico di rimpianto - non si fanno più.
Ce n'è uno in particolare al quale mi sento molto legata, con l'affetto e la memoria: un gioiellino che dopo l'uscita nelle sale si caricò di premi grazie all'interpretazione di una delle sue attrici. Il film è "California Suite", e l'attrice è Maggie Smith.

CALIFORNIA SUITE (Columbia Pictures, 1978). Regia di Herbert Ross; sceneggiatura di Neil Simon, dalla sua omonima commedia del 1976. [ Distribuito in Italia da CEIAD ].
Per la sua partecipazione al film in un ruolo di attrice non protagonista, nel 1979 Maggie Smith vinse l'Oscar, il Golden Globe e il Kansas City Film Critics Circle Award.

Pur senza essere un vero e proprio film ad episodi, "California Suite" riesce comunque ad intrecciare cinque storie di altrettante coppie che alla vigilia della consegna degli Oscar si ritrovano ad occupare alcune stanze nello stesso Hotel di Los Angeles.
Da un punto di vista pratico la maggior parte delle storie si mantengono indipendenti le une dalle altre: l'unica cosa che le accomuna davvero è il luogo ove si svolgono, un Hotel di lusso (ma senza nome) in quella città adrenalinica e un po' isterica che è Los Angeles.
Analizzate meglio risultano però storie che hanno in comune anche qualcosa di più profondo: ciascuna a suo modo, sono tutte storie di piccole o grandi sconfitte a cui i personaggi reagiscono (e sopravvivino) in maniera diversa. Alcune più divertenti, altre semplicemente umane, tutte dotate di un certo significato.
C'è la storia di Bill e Hannah Warren (Alan Alda e Jane Fonda): sono divorziati e non si vedono da nove anni, ma lei è volata in California dove vive lui per recuperare la figlia diciassettenne Jenny, fuggita da New York (con i propri risparmi!) ed evidentemente molto scontenta del rapporto con la madre.
Hannah è un'intellettuale, una giornalista, una donna dura che copre con il sarcasmo le proprie paura. Bill dopo il divorzio è molto più rilassato, ringiovanito, persino preoccupato per la propria salute: la California gli fa bene, e tutto sommato lui pensa che potrebbe far bene anche a Jenny.
Alla fine di una stressante giornata costellata di caustiche battute e illuminata a sorpresa da affetti riscoperti, Hannah si convince a lasciare Jenny con il padre: supera la propria intansigenza e il proprio dolore per il bene della figlia. Capisce che ora deve continuare a vivere con lei lontana, anche se la California le sembra un posto davvero pessimo in cui crescere!
Nel frattempo sono sbarcate all'Hotel dove Hannah ha occupato una stanza anche due coppie di colore: i dottori Willis Panama (Bill Cosby) e Chauncey Gump (Richard Pryor) con le rispettive consorti. I due sono amici, lavorano nello stesso ospedale ed ora stanno concludendo a Los Angeles una vacanza che hanno passato insieme.
Il loro soggiorno è costellato da un'incredibile serie di disavventure e incidenti che ad un certo punto sfociano in aperta ostilità: una disgraziata partita a tennis finisce per diventare il catalizzatore di rancori sopiti e reciproche accuse. Finisce in rissa, ma quando i quattro - malconci e incerottati - salgono sull'aereo che li riporterà a casa, tutto sommato sono tornati amici, ancora disposti a sopportarsi a vicenda.
Un po' peggio invece rischia di andare per un altro personaggio: Marvin Michaels (Walter Matthau), giunto a Los Angeles per presenziare alla cresima di un nipote.
Marvin e sua moglie Millie (Elaine May) evitano sempre di volare insieme, in modo che - in caso di incidente aereo - i loro figli non si ritrovino orfani di entrambi i genitori. Millie quindi arriverà il mattino successivo.
In sua assenza fa compagnia a Marvin il fratello Henry, un erotomane di mezza età che dopo cena, pensando di fare una cosa utile e divertente, spedisce in camera dello stesso Marvin una giovane squillo per allietargli la nottata di solitudine.
Il povero Marvin fronteggia male la sorperesa, ma cede. In realtà il mattino dopo, con i postumi di una brutta sbronza, non ricorda quasi niente; la ragazza però, decisamente ancor più ubriaca, è ancora nel suo letto e non accenna minimamente a svegliarsi. Arriva Millie e Marvin cerca di fare l'impossibile per nasconderle l'imbarazzante presenza, alla fine però è costretto a confessare.
Millie la prende abbastanza bene: è incazzata nera ma decide di comportarsi dignitosamente e di "dimenticare" l'accaduto. Intanto però si vendica prosciugando la carta di credito del marito in abiti e cure estetiche: alla festa sarà bellissima ed elegante come forse non era mai stata. Dulcis in fundo: per recarsi alla festa, dato che sono in ritardo, Millie costringe un imbarazzato Marvin a dividere il taxi con la simpatica squillo, finalmente sveglia.
In questa parte del film ho sempre apprezzato molto la partecipazione di Elaine May, caratterista relativamente famosa che presta a Millie le sue sembianze apparentemente scialbe e dimesse. Come direbbe Camilleri, ha proprio la faccia che dovrebbe avere una moglie... ma (aggiungo io) possiede anche la fermezza e la simpatia di una gran donna.
Sin qui, quattro storie amene e interessanti. Ma la mia preferita, quella per cui cerco di rivedere il film ogni volta che passa in TV, è la quinta (che poi sarebbe in realtà la prima e ultima, la storia con cui il film si apre e si chiude). Si tratta di un episodio interpretato da Maggie Smith e Michael Caine, che tra passato e presente sono forse i miei attori più amati in assoluto, ma si tratta anche di una storia buffa, tenera e agrodolce che già da sola varrebbe la visione per chiunque.
Nei panni di Diana Barrie, Maggie Smith è entrata nella storia del cinema come la prima ed unica attrice a vincere un Oscar per aver interpretato il ruolo di un'attrice che l'Oscar NON lo vince.
Nei panni di Sidney Cochran, Michael Caine ha invece affrontato una delle tre interpretazioni di un personaggio gay riscontrabili nella sua lunghissima carriera. (Maggie e Michael in ogni caso torneranno ad essere "sposati" anche in "Amori e Ripicche" ovvero "Curtain Call", un film del 1999).
In "California Suite" i due sono coniugi londinesi che approdano a Los Angeles perchè lei, affermata e famosissima attrice, è candidata all'Oscar. Diana Barrie in realtà è una grande attrice teatrale, capace (come il personaggio che si trova in uno dei romanzi di Rex Stout!) di recitare tanto Shakespeare quanto Ibsen, ma il premio potrebbe conquistarlo per "Niente Curve a Sinistra", uno stupido film comico interpretato al fianco di James Coburn (che nel ruolo di se stesso fa un divertito cameo).
Sidney Cochran invece è solo un antiquario; esiste all'ombra della celebre moglie e la cosa pare non turbarlo affatto.
Come quasi tutto il resto del film, anche questa parte vive di battute ora aspre ora brillanti, tanto più riuscite quanto più sorprendenti: e il meglio della vicenda consiste appunto nel fatto che solo gradualmente lo spettatore è messo in grado di cogliere la natura profonda del rapporto tra Diana e Sidney.
Lei ostenta indifferenza, in realtà fibrilla e forse vincere non le dispiacerebbe affatto; dopo un po' però si inizia a comprendere che il suo nervosismo, il suo sarcasmo e la sua saltuaria cattiveria hanno ben poco a che fare con il premio e il noioso contorno. Diana è una donna frustrata e profondamente infelice: lei e Sidney hanno un matrimonio agiato e brillante che dura ormai da dodici anni, ma che è anche un'enorme e comoda finzione: Diana si appoggia umanamente a Sidney, capace di assecondarla senza essere servile, e in cambio lei lo lascia libero di vivere - con grande discrezione - la propria omossessualità.
Il problema consiste nel fatto che Diana è perdutamente innamorata di Sidney; anche lui l'ama, a suo modo, però non è in grado di offrirle tutto ciò di cui lei avrebbe bisogno.
Qualche occasionale "gin & tonic" serve solo a rappezzare una situazione che per Diana si va facendo difficoltosa.
Le cose non migliorano quando l'Oscar le sfugge: la mancata vittoria in sè non è importante ma diventa elemento scatenante di una crisi che potrebbe trasformarsi in tragedia se Diana e Sidney non fossero quegli ineffabili personaggi che in effetti sono. Lei muta la rabbia e il dolore represso in un'accorata richiesta d'aiuto alla quale lui per una volta risponde sino in fondo: i due si parlano apertamente come non facevano da tempo e alla fine Diana avrà una tenera notte d'amore californiano, come se il suo matrimonio fosse un matrimonio vero.
Il giorno seguente, ripartiti alla volta di Londra, Diana e Sidney tornano ad "interpretare" se stessi: caustici o imperturbabili, a seconda delle circostanze, perfettamente consapevoli dei limiti imposti alla loro convivenza, e di nuovo disposti ad accettarli. Forse non proprio felici, ma nemmeno più infelici rispetto alla media dei normali esseri umani.

- Limitarsi a dire che in questo film Maggie Smith e Michael Caine sono perfetti non rende ancora sufficiente giustizia al loro talento. Stanno benissimo insieme e lo spettatore arriva ad amarli entrambi allo stesso modo, con le loro dolci debolezze ed i loro isterismi soavi.

Nota a margine:
- Forse risponde a verità che la California sia un luogo intellettualmente piuttosto discutibile, però ci sarebbe lo stesso da farci un pansierino. Se non altro, per motivi climatici: il film comprende la cerimonia degli Oscar, dunque è solo la fine di marzo... eppure Hannah Warren riesce a fare un bagno nell'Oceano, e indossa un bikini!

LadyJack || 11:09 || venerdì, 31 luglio 2009
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Sole Nero

HANNIBAL LECTER - LE ORIGINI DEL MALE ("Hannibal Rising", 2006), di Thomas Harris [ A. Mondadori ed., 2007 ]

Il mio rapporto con Thomas Harris è stato spesso fruttuoso, ma mai particolarmente stretto. Concordo con quanti hanno sempre considerato "Il Silenzio degli Innocenti" (libro e film) un piccolo gioiello; ho letto "Drago Rosso" che lo precede ed "Hannibal" che lo segue; ne ho apprezzato - anche se in maniere molto diverse - i relativi film, ed anzi in tempi lontani, ben prima che l'autore diventasse famoso, vidi persino "Manhunter" che è la versione povera ma bella di "Red Dragon", rifatto in tempi più recenti con tutt'altro stile... e tutt'altro budget.
"Drago Rosso" o "Red Dragon" che dir si voglia è tra l'altro il mio preferito, tanto per la storia e i personaggi, quanto per le citazioni da William Blake.
Tuttavia quando uscì "Hannibal Rising", il romanzo dedicato alla giovinezza di Hannibal Lecter, la storia in cui si spiegavano i come ed i perchè della sua dimensione mostruosa, non provai la benchè minima curiosità nè il desiderio di leggere il libro. Pensavo probabilmente che una figura formidabile come quella di Hannibal Lecter non avesse bisogno di essere illustrata e spiegata; a lui si addiceva un velo di mistero, di incertezza, piuttosto che un recupero biografico, il quale del resto era già in parte contenuto nel terzo romanzo della serie: quell' "Hannibal" così discusso - e forse discutibile - che mi aveva causato seri problemi di accettazione per il trattamento riservato al personaggio di Clarice Sterling e per l'insoddisfacente finale.
Insomma: lì per lì accantonai la faccenda, non sentii la mancanza dell'esperienza e non ci pensai più... almeno sino ad una decina di giorni fa, quando particolari circostanze che sarebbe troppo lungo specificare hanno riportato il romanzo alla mia attenzione. Spinta da quella curiosità che era mancata in precedenza, l'ho cercato in biblioteca, l'ho trovato senza difficoltà, l'ho letto in due notti: ed ora posso dire che mi è piaciuto più di quanto avessi creduto possibile. Ha certi limiti, è vero, ma possiede anche un suo grande fascino, dovuto - io credo - in larga misura al fatto che lì il mistero attorno al personaggio di Hannibal Lecter viene a tratti precisato ma non certo dissipato. Chi si aspettasse un chiarimento definitivo rimarrebbe deluso: nel romanzo persino uno psichiatra che lo ha avuto come paziente, riferendosi al Lecter "interiore", ammette di non essere mai riuscito a trovarlo.
Disseminate tra le pagine il lettore si imbatte in frasi come queste: "Hannibal sta crescendo e cambiando, o forse realizzandosi per quello che è sempre stato" (pag. 173); "Il piccolo Hannibal è morto nel 1945 là fuori nella neve [...] Che cos'è ora? Non c'è una parola per dirlo. In mancanza di meglio, possiamo chiamarlo mostro" (pag. 299); "Dormì profondamente e non fu visitato dai sogni come succede agli umani" (pag. 328).
Hannibal viene descritto come "la bestia che [...] lavorando per emergere, appare al mondo", ma anche come qualcuno che è capace di colpire duramente i prepotenti, mentre i piccoli e gli indifesi suscitano in lui ciò che in una persona più normale e meno controllata sarebbe pietà.
Negli occhi di Hannibal, inoltre, la luce si riflette sempre rossa, demoniaca: ma i dubbi riguardanti la sua natura, il suo essere profondo, rimangono irrisolti, e alla fine spetta dunque al lettore decidere se Hannibal Lecter sia un essere umano raggelato, perduto da un dolore indicibile, o piuttosto un'anomalia della realtà, unica ed inquietante. E mortale.
D'altra parte in questo tipo di romanzi sono molte le cose che finiscono per spettare all'immaginazione del lettore, e in ciò c'è del buono e del meno buono.
Malgrado gli argomenti sui quali esercita la propria creatività, Thomas Harris non è un grande scrittore, non possiede una potente capacità evocativa. La sua scittura è anzi abbastanza piatta, molto descrittiva ma priva della volontà di arricchirsi con i particolari o di profondersi in analisi e spiegazioni; l'autore è molto bravo a tessere le sue trame, poi però all'interno di esse i personaggi si limitano ad agire in maniera un po' meccanica. Scenografia e coreografie non mancano, ma spesso è il lettore che deve aggiustare il tono dei colori e la portata dei movimenti. Ciò che riesce meglio a Thomas Harris in genere sono le frasi conclusive dei capitoli: frasi ad effetto, dalle conseguenze sospese, che in sottofondo sembrano sempre avere un drammatico crescendo musicale.
Al di fuori di questo abbondano invece le allusioni, le elisioni, gli accenni: ed è compito di chi legge riempire gli spazi liberi. Forse è una scelta stilistica o forse si tratta di un limite caratteristico, in ogni caso dev'essere per questo che Thomas Harris e il cinema si aiutano volentieri a vicenda: il primo fornisce le storie, il secondo mette a fuoco le immagini.

TRAMA: La storia inizia sullo scorcio della Seconda Guerra Mondiale.
E' il secondo giorno dell'Operazione Barbarossa, il tentativo tedesco di invasione dell'URSS attraverso l'Europa Orientale; in Lituania la famiglia del conte Lecter è in procinto di abbandonare il castello avito per sfuggire all'avanzata dei nazisti: la Lituania si trova molto ad Ovest e il loro arrivo è imminente. La famiglia Lecter - il conte, sua moglie Simonetta (una Sforza-Visconti, nientemeno!), i figli Hannibal e Mischa, più il precettore Jakov - riesce a raggiungere il casino di caccia nascosto in un bosco difficilemte penetrabile; i Lecter non riescono invece a portare via gran parte dell loro patrimonio.
Nel casino di caccia vivono relativamente tranquilli per tre anni e mezzo, ma quando nel '44 crolla il fronte orientale e l'Armata Rossa dà inizio alla controffensiva, il Paese cade preda del caos, tra nazisti in fuga e truppe locali ex collaborazioniste (i cosiddetti Hiwis) ormai allo sbando.
Proprio un gruppo di Hiwis depreda il castello Lecter e infine raggiunge il casino di caccia. Un incidente uccide i coniugi Lecter e il signor Jakov, rimangono solo i bambini: il tredicenne Hannibal e la piccola Mischa, verso la quale il fratello è sempre stato molto affettuoso e protettivo.
Inizia qui quella fase della vita di Hannibal che per anni resterà confusamente nei suoi incubi, sino a farne - probabilmente - l'Hannibal Lecter poi conosciuto da Clarice Sterling e da milioni di lettori e cinefili nel mondo.
Gli Hiwis, guidati da quello che per Hannibal sarà sempre Occhiblu - al secolo Vladis Grutas - fanno ormai parte per se stessi e non hanno scrupoli per ciò che riguarda la loro sopravvivenza o la loro possibilità di arricchirsi. Un giorno, pressati dalla fame, uccidono la già morente Mischa e se la mangiano; Hannibal non può far niente per salvare la sorellina, su di lui scende un velo nero  e il gelo totale entra nel suo cuore.
Riuscito a fuggire e raccolto dai sovietici, sarà poi trasferito di nuovo al castello Lecter riconvertito in orfanotrofio (altra esperienza non priva di dolore). Dopo la guerra il fratello di suo padre - Robert Lecter, un famoso pittore - va alla ricerca della famiglia e trovato soltanto il nipote, lo prende con sè.
Il nuovo conte Lecter e la sua bellissima moglie giapponese, Lady Murasaky, offrono ad Hannibal tutto ciò che possono: un tetto (abitano in Francia), cure mediche, la scuola e soprattutto il loro amore più autentico. Hannibal non rifiuta di vivere così, però per lungo tempo è come se di lui esistesse e fosse presente nient'altro che il corpo fisico; non parla, urla nel sonno e solo molto gradualmente diventa - almeno esteriormente - una persona normale, un giovane colto, fine, educato e piuttosto attraente.
Sin da piccolo in reatà Hannibal aveva posseduto qualità intellettuali non comuni: intelligenza, logica, capacità di osservazione, memoria, immaginazione. Ora si scopre bravissimo anche a disegnare e a dipingere; dopo qualche anno, trasferitosi ormai a Parigi, diventa uno dei più abili e promettenti studenti della Scuola di Medicina.
Nel frattempo sono accadute molte altre cose: Robert Lecter è morto e la famiglia si è ridotta ai soli Hannibal e Lady Murasaky, che negli anni rafforzeranno il loro straordinario legame sino ad evolverlo in amore e - almeno sino ad un certo punto - in complicità.
Descrivendo la relazione fra Lady Murasaky e Hannibal la capacità allusiva di Thomas Harris raggiunge forse il suo apice: a dispetto di un paio di scene di delicato erotismo, in base a ciò che si trova scritto non è possibile affermare con certezza se i due siano effettivamente amanti oppure se il loro amore sia esclusivamente intellettuale e platonico. Il lettore potrebbe anche nutrire il dubbio che Hannibal arrivi intacta virtute ad incontrare Clarice Sterling, tanto più che il sesso puro e semplice non pare proprio essere in cima alle sue inclinazioni. Personalmente però ho il sospetto che Hannibal perda la verginità poco dopo il termine del capitolo 26...
Hannibal ha già anche compiuto il suo primo omicidio, con annesso episodio di cannibalismo: ha eliminato un bruto, sospetto criminale di guerra, che aveva pesantemente offeso e minacciato Lady Murasaky. Come il John Doe di "Seven", Hannibal non sopporta la volgarità e la stupidità... e vogliamo anche rilevare l'ironia del fatto che la sua prima vittima sia un macellaio?
In verità la storia del romanzo, seppur abbastanza cruda e violenta, non rinuncia a far apprezzare al lettore anche caratteristiche del tutto differenti: la bellezza, la grazia e l'eleganza, innanzitutto, che permeano e circondano i personaggi di Hannibal e di Lady Murasaky, e poi l'ironia, il sorriso un po' colpevole e fugace suscitato a sorpresa fra le righe. Come non apprezzare ad esempio l'umorismo implicito nel fatto che Hannibal, nei suoi silenziosi pensieri, sia capace di valutare ad occhio le dimensioni e il peso della testa dei suoi interlocutori?
In fondo, in ogni caso, c'è un tristissimo contrasto fra ciò che poteva esser e ciò che invece è: Hannibal, così pieno di potenzialità, così dotato, così straordinario, avrebbe dovuto avere una vita meravigliosa. Nessuno garantisce che in circostanze diverse l'avrebbe avuta - sta qui infatti il grande nodo misterioso della storia: quel che è certo però è che NON l'avrà. E si pensa con rabbiosa angoscia al tempo lunghissimo in cui, nel futuro, lui sarà rinchiuso nel Manicomio Criminale di Baltimora.
Hannibal è morto dentro, è freddo, non crede in niente e niente lo spaventa più; si propone degli obiettivi e li raggiunge: tutto il resto non conta, il calore, il mondo, gli esseri umani... è come se in realtà non esistesse più niente. Nemmeno Lady Murasaky, che pure lo ama moltissimo e che anche lui ama infinitamente, sarà in grado di riportarlo alla vita. Lo proteggerà al massimo delle sue forze e rischierà per lui la vita, la libertà e la posizione sociale: ma non potrà convincerlo a rinunciare alla sua vendetta, nè riportarlo a pieni titolo tra gli esseri umani. Alla fine, triste e sconfitta, lo lascerà per tornare in Giappone ad una vita diversa.
A Parigi, infatti, l'ormai diciottenne Hannibal finisce per avere un unico obiettivo: ricordare esattamente ciò che è accaduto nel suo passato, identificare i responsabili della orribile morte di Mischa (e dei suoi incubi dolorosi) e punirli. In una persona normale questa sarebbe un'intenzione forse condannabile ma comprensibile; in Hannibal invece, che esteriormente non manifesta nulla di ciò che lo uccide dentro, che è capace di mantenere inalterati i battiti del proprio cuore e che in effetti ha cessato di essere veramente umano, una tale fredda ossessione assume toni assolutamente spaventosi. Non si può fare a meno di parteggiare per lui, ma la mente urla ad ogni pagina.
A fianco dell'idea di vendetta c'è poi anche la questione del patrimonio dei Lecter: sul mercato parigino sono apparsi alcuni quadri provenienti dal castello e per Hannibal diventa possibile cercare di reclamarne la proprietà. In realtà per lui quei quadri non hanno valore, o meglio non hanno un valore materiale: li apprezza solo in quanto gli ricordano i suoi genitori, che li hanno guardati insieme a lui e li hanno avuti tra le mani, o perchè gli ricordano Mischa, che un giorno ha lasciato sul retro di una cornice le impronte delle sue dita di bambina. Li apprezza perchè sono belli. I quadri inoltre costituiscono una delle piste da seguire per ritrovare gli uomini a cui Hannibal ha aperto la caccia.
Il patrimonio dei Lecter avrà l'incerta sorte riservata al recupero dei beni delle vittime nel dopoguerra, e una buona parte dei quadri scompariranno per sempre, rinchiusi a marcire nella tomba svedese di un anziano ed inconsapevole signore; la vendetta di Hannibal, invece, sarà compiuta sino in fondo. Tra Lituania e Francia, con una breve coda in Canada, tutti gli ex Hiwis - che si sono sistemati e rifatti una vita - pagano in maniera alquanto sanguinosa il debito contratto con Hannibal nel passato. In parte gli facilitano addirittura il compito, andandolo a cercare.
Alla fine di tutto Hannibal viene arrestato, ma le prove contro di lui sono incerte e l'opinione pubblica - piuttosto incline a giustificare l'eliminazione di due o tre criminali di guerra - gli è favorevole. Quindi, a sorpresa, non viene incriminato: con grave frustrazione di un poliziotto francese, il commissario Pascal Popil, che ne seguiva le tracce sin dai tempi del suo primo omicidio, quello del macellaio. Popil è tenace, e in alcuni momenti della storia si fa pericoloso: ma non si renderà mai conto di esser stato probabilmente graziato dalla sorte (tanto più che nutre un debole per Lady Murasaky... ), dato che Hannibal ha ben altre cose da fare e possiede inoltre un forte senso di autoconservazione, per cui in quel momento l'eliminazione di un poliziotto non era certo la cosa migliore da prendere in considerazione. Nel futuro, a Firenze, il compianto commissario Pazzi non sarà altrettanto fortunato!
Uno dei suoi insegnanti alla Scuola di Medicina, un dottore che ne ha sempre ammirato le capacità, procura ad Hannibal una borsa di studio per la Johns Hopkins di Baltimora. Così Hannibal Lecter, ormai solo, si mette in viaggio e porta negli Stati Uniti la sua imperturbabilità, il suo raffinato senso estetico e la sua inclinazione per il cannibalismo: il resto è storia, e già la conosciamo.

- Trama a parte, la cosa migliore del romanzo è l'ambientazione. All'inizio compare un sapore quasi fiabesco, con le foreste innevate, il castello, i cigni neri dello stagno; poi, come spesso accade nelle fiabe, arrivano gli orchi, il sangue e l'orrore. Infine si passa alla relativa quiete del panorama europeo postbellico, dove in realtà i traumi, i rancori ed i brutti ricordi sono più vivi che mai: non solo Hannibal, ma quasi tutti i personaggi del libro sono tormentati da fantasmi e sensi di colpa, anche se alcuni riescono a conviverci meglio di altri.

"Ricordare non è sempre una benedizione"
- signor Jakov (1941) -



CURIOSITA'


- A stretto rigore di logica narrativa nè Anthony Hopkins nè Gaspard Ulliel avrebbero dovuto interpretare Hannibal Lecter, a causa dei loro occhi chiari. Secondo l'autore, infatti, il vero Hannibal ha gli occhi marroni (vedi conferma nell'illustrazione di copertina).


 





                                                                                                                  

- Il romanzo è pieno di elementi giapponesi, molto di moda nella Parigi della metà del secolo scorso. Sullo sfondo c'è il tragico ricordo di Hiroshima, però ci sono anche i significati simbolici delle piante, il valore dei profumi, un grillo suzumushi dal dolce canto, e più in generale quell'attenzione alle piccole cose tenui che è tipica tanto dell'arte quanto dello spirito nipponico.
La naturale eleganza interiore ed esteriore di Hannibal (che - non dimentichiamolo - è pur sempre un nobile della vecchia Europa descritto da un autore americano) va a fondersi in maniera perfetta con la straordinaria armonia della tradizione orientale.
In quanto a Lady Murasaky, il suo personaggio è un tributo a Murasaky Shikibu, la dama di corte che nel secolo XI compose il "Genji Monogatari", ovvero la "Storia di Genji il Principe Splendente": forse il primo romanzo della letteratura mondiale, nonchè mirabile trattato di arte, di storia e di vita. Appartenente ad un'epoca - quella Heian - nella quale la poesia era ancora strumento privilegiato di comunicazione. Io ho avuto la fortuna di conoscere il testo grazie ad un'amica che qualche anno fa vi dedicò la sua tesi di laurea in "Lingua e Letteratura Giapponese". Sino a non molto tempo fa il romanzo era al massimo disponibile in traduzione inglese, ma ora ne esiste anche la versione italiana per le edizioni Einaudi.


"Non ti turba stranamente il canto dell'uccello d'amore,
in questa notte in cui, come la neve che il vento
sospinge, i ricordi si accumulano sui ricordi?"
LadyJack || 11:03 || sabato, 14 marzo 2009
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"MAURICE": il romanzo e il film

IL ROMANZO

MAURICE (id.), di Edward Morgan Forster
[ iniziato nel 1913; terminato nel 1914. L'autore lo dedico ad un Anno più Felice.
Il romanzo fu pubblicato postumo nel 1970 ]
- edizioni italiane: Garzanti (1972, 1983); Mondadori (1986) -

"Una volta al trimestre il collegio al completo faceva una gita: vale a dire che i tre maestri vi partecipavano insieme a tutti gli alunni. Di solito era una passeggiata piacevole e i ragazzi attendevano con impazienza il gran giorno, dimenticavano i vecchi rancori e usufruivano di una discreta libertà. Per evitare che ci andasse di mezzo la disciplina, la gita aveva luogo immediatamente prima delle vacanze, quando l'indulgenza non fa male a nessuno [ ... ]".
Non sembra l'incipit di un romanzo prettamente eversivo, vero? E infatti non lo è.
E.M.Forster fu molte cose, era uno scrittore a suo modo ribelle, ma certamente il suo stile rispondeva a quello che io definisco "minimalismo edoardiano", anche se dubito cher  l'espressione esista: intendo dire comunque che l'autore era capace di esprimere qualunque cosa senza urlare o stravolgere, affidandosi all'illustrazione e alla persuasione, piuttosto che alle forti scosse provocate nel lettore. E in maniera pacata e sommessa finiva poi per affrontare le storie più difficili e complesse, dove inevitabilmente gli animi dei suoi personaggi si scontravano fra loro e con il mondo nel quale vivevano, rivelando falsità sociali e ipocrisie storiche, queste sì ben più pericolose perchè capaci di mettere in luce molte cose di cui parecchia gente avrebbe preferito non sentir parlare.
Personalmente ho sempre visto E.M.Forster come il cantore di personaggi la cui interiorità tende a vivere bloccata: come accade in "Camera con Vista" a Lucy Honeychurch, che dentro di sè sente Beethoven ma che in pubblico è costretta a limitarsi ad eseguire Schumann.
Come accade in "Casa Howard" alla prima signora Wilcox, che il marito considera solo una gran brava donna perchè non ne sospetta nemmeno le potenzialità umane ed intellettuali.
E come accade a Maurice Hall nel romanzo a lui dedicato, corrispondente al lungo e doloroso viaggio intrapreso da un uomo che nutre l'onesta ambizione di riconciliare il corpo e lo spirito. Cosa che può sembrare banale, ma non lo è: perchè invischiato tra le leggi umane e quelle celesti, di solito un individuo ha scarso controllo tanto del corpo quanto dello spirito.
La storia del romanzo in sè è abbastanza semplice ed è parzialmente ispirata alle vicende personali di E.M.Forster, che scoprì la propria omossessualità senza poterla mai manifestare nè in famiglia (era orfano di padre e l'amata madre non avrebbe certo capito) nè tantomeno in pubblico, al di fuori di una ristretta cerchia di amici, alcuni dei quali erano più ottimisti e liberati di lui.
Da un certo punto di vista il romanzo è un po' datato - come notava lo scrittore già intorno al 1960 - e forse oggi lo si legge soprattutto come cimelio dell'epoca edoardiana e dell'Inghilterra che fu. Umanamente parlando però la storia è ancora molto viva, si lascia leggere con piacere, con interesse, e invita a riflettere su questioni che in fondo sono molto meno inattuali di quanto si potrebbe pensare: l'omossessualità non ha del tutto cessato di essere un problema.
Certamente era un problema nell'Inghilterra all'inizio del secolo scorso... e che problema!
In sostanza non esistevano nemmeno le parole per esprimere una tale condizione, ed infatti nel romanzo ciò che affleigge Maurice per gran parte della sua giovinezza è un acuto senso di solitudine, la sensazione di essere maledetto senza nemmeno riuscire a capire bene ciò che gli sta succedendo. Da un punto di vista intellettuale l'omossessualità era "l'innominabile vizio dei greci"; la religione condannava il vizio come peccato gravissimo e la legge non era più clemente: la condotta immorale, se manifesta, portava dritti in carcere. A vent'anni dallo scandalo era ancora molto vivo il ricordo tremendo di ciò che era accaduto ad Oscar Wilde, e quelli della sua "razza" non avevano certo voglia di fare la stessa fine; le norme giuridiche usate a suo tempo contro di lui a fine Ottocento sarebbero però rimaste in vigore sino agli anni Sessanta del XX secolo.
Nel migliore dei casi l'omossessualità veniva considerata una malattia da curare, ma la cosa più importante era non cedere all'impulso contro natura, rispettare il corpo, se stessi e la società.
Anche Maurice, nella sua disperazione, finisce per consultare alcuni medici: ma nè l'incapace dottor Barry nè il condiscendente dottor Lasker Jones costituiscono la soluzione al suo problema. E in quanto al giovane dottor Jowitt, il medico di famiglia abbordato in maniera molto indiretta, da lui Maurice si sente recisamente rispondere che agli innominabili "grazie a Dio ci pensano i colleghi del manicomio".
In questa prospettiva Maurice, che alla fine - con un po' di fortuna e molta benevolenza da parte dell'autore - riesce ugualmente a cavarsela e a venirne fuori, è un piccolo misconosciuto eroe: ha combattuto da solo contro se stesso e contro il drago... e il drago non ha potuto incenerirlo.

TRAMA: Inghilterra, inizi del Novecento. Dai quattordici ai ventiquattro, la storia del romanzo copre dieci anni di vita di Maurice Hall: prima scolaretto imberbe a cui un benintenzionato maestro cerca di spiegare i fatti della vita; poi giovane studente a Cambridge, dove se non altro ha l'occasione di sperimentare qualche apertura mentale; infine giovane gentiluomo apparentemente ben integrato nella sua classe e nel suo mondo. Piccolo tiranno in una famigli tutta di donne (che a mala pena lo sopportano e che in definitiva si curano poco di lui), abile agente di cambio nella società che già era stata di suo padre.
Fin da bambino però Maurice nasconde un segreto: non si sente attratto dalle donne come dovrebbe e sogna invece un imprecisato "amico" che potrebbe arrivare e vivere con lui e per lui.
E' una strada difficile da percorrere e infatti Maurice, che crescendo diventa piuttosto bello senza saperlo, inciampa continuamente. Per lunghi anni soddisfa al massimo quella che lui identifica come lussuria (e dalla quale si sente comunque minacciato), ma non quel qualcosa in più a cui aspira e che non sa spiegare.
Non lo aiuta il suo carattere: interiormente Maurice possiede la solida praticità che ha fatto grande l'Impero; è prosaico non certo poetico, e ciò che lui vuole dovrebbe essere altrettanto concreto. Quando a Cambridge inconta finalmente l'amore corrisposto, è invece di nuovo costretto a reprimersi e quindi a non realizzarsi: Clive Durham, con il quale ha una relazione che dura tre anni, lo costringe a rimanere su di un frustrante piano platonico. Clive ha attraversato fasi di consapevolezza differenti; ora vive la propria condizione solo intellettualmente e la fonda ovviamente sul "Convito": testo effettivamente pericoloso in quanto pone allo stesso livello di importanza la procreazione e il piacere... ma Clive  non si sogna nemmeno di trarne le estreme conseguenze nè si accorge che Cambridge non è l'Arcadia. In lui - ribelle solo a parole - tendono a predominare la paura e il rispetto delle convenzioni: infatti Clive ad un certo punto lascia Maurice, si sposa e inizia a dedicarsi alla propra carriera politica.
Dopo l'abbandono, Maurice torna all'inferno dal quale credeva di essere uscito; si ritrova a pezzi, medita il suicidio e solo molto lentamente ritorna ad una parvenza di normalità: ma come essere umano è del tutto spento, trascinato da correnti che non gli interessano.
lo salverà infine l'inatteso incontro con Alec Scudder, il giovane guardiacaccia nella tenuta dei Durham (ironia della sorte... ). Alec è rozzo, incolto, istintivo (e non disdegna le cameriere... ), eppure riesce finalmente a dare a Maurice quella felicità - anche fisica - che lui sognava da una vita. Per entrambi è amore.
Dopo qualche incomprensione e qualche resistenza i due rinunciano coraggiosamente a tutto ciò che hanno e che potrebbero avere; fuggono insieme e scompaiono in quel limbo narrativo che l'autore ha deciso di creare per loro. Poichè si tratta di un romanzo, Alec e Maurice riusciranno a vivere felici, anche se non è dato sapere nè dove nè come.
Dietro l'angolo incombe la modernità, la scomparsa della vecchia Inghilterra piena di foreste "o valli abbandonate dove fuggire, per coloro che non vogliono nè riformare nè corrompere la società, ma semplicemente essere lasciati in pace".
dietro l'angolo incombe la guerra... ma questa è decisamente un'altra storia.

IL FILM

"Maurice" (id.), GB (1987). Regia di James Ivory; sceneggiatura di Kit Hesketh-Harvey e James Ivory.
Il cast: James Wilby (Maurice), Hugh Grant (Clive Durham), Rupert Graves (Alec Scudder), Phoebe Nicholls (Anne Woods).

A detta di molti, all'interno della produzione ivoriana "Maurice" è un film un po' freddo, inferiore e meno riuscito rispetto a "Camera con Vista" ("Casa Howard" sarebbe venuto solo in seguito); può darsi che ciò sia vero, ma a mio giudizio la difficoltà di rendere la storia riscatta qualunque piccolo difetto il film possa avere.
La produzione stessa incontrò seri problemi iniziali: all'epoca James Ivory aveva in cantiere altri progetti, la sua sceneggiatrice storica Ruth
Prawer Jhabvala non era disponibile (ma offrì comunque una consulenza) e gli esecutori testamentari di E.M.Forster erano dubbiosi sull'opportunità di richiamare l'attenzione su di un romanzo tanto particolare. Altrettanto poco entusiaste, in vista delle riprese, erano le autorità di Cambridge. In seguito però tutto si pose su di un piano migliore, piùà realizzativo... tanto che poi un sacco di veri studenti del King's College finirono addirittura per partecipare al film in veste di comparse, nella sezione che riguarda il periodo universitario dei protagonisti e che fu girata nei luoghi reali a cui la storia si riferise.
Le locations sono davvero meravigliose: qualche angolo della Londra antiquaria, Cambridge (non solo il King's ma anche il "rarissimo" Trinity), il Wiltshire e persino la Sicilia che si "traveste" da Grecia.
Uno dei punti di forza del progetto è comunque il cast. Al film hanno partecipato alcuni nomi di rilievo della scena britannica (Ben Kingsley nel ruolo del dottor Lasker Jones, Judy Parfitt nel ruolo della madre di Clive, Patrick Godfrey nel ruolo di Simcox, lo snervante maggiordomo dei Durham), e attori abbastanza abituali nei film di Ivory (Simon Callow che è Mr Ducie, Billie Whitelaw cheè la madre di Maurice, e il compianto Denholm Elliott che è il dottor Barry; lo stesso Rupert Graves era già stato Freddy in "Camera con Vista"). All'epoca Hugh Grant, ancora giovane e poco famoso - non era nemmeno finito in galera! - era comunque già promettente. E poi soprattutto c'è lui, James Wilby: scelto all'ultimo istante perchè Julian Sands non era disponibile (meno male... ), l'attore, di provenienza teatrale, non avrebbe potuto essere più adeguato.
Il film attua un "rovesciamento di colori" tra Maurice e Clive rispetto al romanzo (il primo dovrebbe essere bruno, l'altro biondo), ma a parte l'aspetto più chiaro e nordico di quanto lo avesse pensato E.M.Forster, il Maurice di James Wilby è perfetto: abbastanza bello e virile da scongiurare qualunque caduta di gusto, incerto e cinico, non proprio simpatico, convinto e convincente.

A differenza di altri membri del cast o della produzione, nella realtà nessuno dei tre interpreti principali era gay: anche questo aspetto dovette essere preso in considerazione e curato adeguatamente,data la particolarità della storia. Il risultato finale ci dice comunque che i tre riuscirono ad essere davvero bravi (e forse James Ivory riuscì ad essere molto convincente... ); non dimentichiamo che per la loro interpretazione Wilby e Grant avrebbero poi vinto ex aequo la Coppa Volpi al Festival di Venezia. L'intera produzione conquistò il Leone d'Argento.
Nato nell'incertezza - in fondo erano trascorsi meno di vent'anni dalla pubblicazione del romanzo - il film alla fu esattamente ciò che si era proposto di essere.
Ripercorrendo il libro, la versione cinematografica riesce a rimanergli straordinariamente fedele; ci sono variazioni di poco conto - Maurice biondo, la tenuta di Penge che cambia nome in Pendersleigh - un paio di soppressioni e una sola vistosa differenza, che però essendo ben motivata sostanzialmente corregge la storia in meglio. Riguarda la "conversione" di Clive, quando il ragazzo incomincia a dirsi di essere diventato normale.
Nel romanzo ciò avviene - in maniera un po' nebulosa e a detta di molti insoddisfacente - durante il viaggio che Clive compie in Grecia: è stato malato, una di quelle malattie psicosomatiche su cui un analista avrebbe tanto da dire, poi un bel giorno si scopre inevitabilmente cambiato; passa ad una nuova fase della propria evoluzione, incontra la dolce Anne e al suo ritorno in Patria la sposa. Non fa una piega, ma costringe il lettore ad indagare per conto proprio tutti i possibili sottintesi.
Il film invece compie una scelta più radicale e si costruisce in modo da mostrare Clive per quello che è, senza mezzi termini: non solo confuso ma anche discretamente vigliacco, desideroso di non mettere a repentaglio nulla di ciò che possiede, e non importa se ciò implica un soffocante conformismo. In particolare l'episodio che lo atterrisce e provoca il cambiamento è l'arresto e la successiva condanna del Visconte di Risley, suo ex compagno a Cambridge, al cui processo Clive rifiuta di testimoniare per la difesa: il nobiluomo, riconosciuto colpevole di condotta indecente, tronca sul nascere una promettente carriera diplomatica, evita la fustigazione ma dovrà farsi sei mesi di carecere duro e alla fine non sarà comunque mai più socialmente presentabile. Lo scandalo è enorme e riempie le prime pagine dei giornali.
Nel romanzo il personaggio di Risley, logorroico, esuberante e un tantino imprudente, è vagamente ispirato allo scrittore Lytton-Strachey, amico di E.M.Forster; la sua vicenda nel film è invece pesantemente ispirata a quella di Oscar Wilde, il cui "fantasma" aleggia più volte fra le pagine del libro. In ogni caso a Lord Risley va ancora "bene": Oscar, che a differenza di lui non aveva nemmeno il tenue riparo di un titolo nobiliare, era stato condannato ad una pena quattro volte superiore.
Nel film, qualunque riferimento allo scandalo del 1895 è ovviamente del tutto intenzionale; è sulle modifiche di questa parte infatti che intervenne l'intelligente acume di Ruth Prawer, alla quale la prima stesura della sceneggiatura era parsa buona ma incompleta.
Furono anche girate scene riguardanti il suicidio di Risley, ma poi si decise per un finale dell'episodio più sfumato, benchè ugualmente tragico: dopo il verdetto Risley scende la scala interna dell'aula giudixziaria e sprofonda nel suo inferno personale. Clive Durham invece sprofonda nelle crisi che lo porterà ad entrare in un diverso tipo di prigione: quella del matrimonio borghese e delle più trite convenzioni sociali. Lo mostra chiaramente l'epilogo visivo della pellicola quando Clive, dopo l'ultimo colloquio con Maurice, rientra in casa e spranga una ad una tutte le imposte di Pendersleigh, ritrovandosi infine solo con Anne (e con i suoi pensieri e ricordi), separato da tutto il mondo che c'è fuori: è la metafora perfetta dell'uomo che costruisce da sè il proprio carcere, dal quale uscire sarà poi impossibile.
E' un'immagine angosciante, tristissima: per Clive però non si possono provare pene eccessive.
Anche James Ivory ed E.M.Forster, ciascuno a suo modo, stigmatizzano il personaggio, mostrandone i limiti. Nel film Clive assume un aspetto sempre più banale man mano cha la storia procede: quella che all'inizio era una fresca e luminosa bellezza si scioglie poi in un'opaca mediocrità. Nel romanzo invece l'autore lo condanna ad una precoce calvizie: Clive ha solo venticinque anni, ma già si prepara a diventare un vecchio rudere un po' cadente... come Pendersleigh, la sua tenuta, che mostra tutti i tristi segni dell'incuria e dell'appartenenza ad un passato ormai remoto.

BIBLIOGRAFIA
: Mi ha aiutato a ricostruire la vicenda produttiva di "Maurice" un ponderoso volume che costituisce uno dei "tesori" della mia biblioteca privata: Long, "The Films of  Merchant Ivory", Viking Press, 1990.
Altrettanto utili comunque la lettura del romanzo in edizione Meridiani Mondadori (che contiene un'ottima parte critica nonchè la "Nota" scritta dall'autore nel 1966), e la parte di Contenuti Speciali a corredo del film in edizione DVD (2004).



 I "Magnifici Tre": Ismail Merchant, James Ivory

 la sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala.
LadyJack || 11:27 || sabato, 31 gennaio 2009
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Krishna è al nostro fianco, e combatte con noi

   IL "MAHABHARATA":
   DAL POEMA ANTICO
   AD UN ROMANZO MODERNO

   
 
IL PALAZZO DELLE ILLUSIONI ("The Palace of Illusions", 2008), di Chitra Banerjee Divakaruni [ Einaudi ed., 2008 ]

Per coloro che come me amano le storie, il "Mahabharata" è una specie di dono divino. Al pari dei poemi omerici, della Bibbia, del ciclo arturiano o dell'epica ariostesca (prima di arrivare alla saga di "Dark Tower" o a quella di "Harry Potter"), il più famoso poema moitologico indiano somiglia ad una pianta rigogliosa che non esita ad espandersi ad ogni livello e in ogni direzione: dalla storia principale si diramano altre storie e da queste altre ancora, intrecciando fatti e personaggi in una cosmogonia complessa e affascinante da cui mente, cuore e memoria vengono gioiosamente avvolti e travolti.
Schematicamente il "Mahabharata" (letteralmente "il grande poema epico dei discendenti di Bharat", eroe eponimo delle stirpi indiane) sviluppa la propria principale linea narrativa attorno allo scontro epocale che coinvolge i Kaurava e i Pandava, i due rami della stirpe regale dei Kuru che si contendono il trono di Hastinapur. A monte di questa linea - ed intrecciata ad essa - l'altro grande odio che oppone Drona (bramino alla corte dei Kaurava ma anche maestro d'armi dei Pandava) a Drupad, re del Panchaal: i due, cresciuti insieme e un tempo amici, si trasformano poi in mortali avversari. Tutte le vicende suddette sono collocabili in un'epoca compresa - a seconda delle interpretazioni - fra il 5000 e il 3000 a.C.
Al di là di questo il "Mahabharata" è virtualmente impossibile da riassumere (è stato calcolato che equivale a otto volte l'"Iliade" e l'"Odissea" riunite) e anche comprenderlo a fondo è tutt'altro che facile: lo si può però accostare da tante angolazioni diverse e personali, attraverso qualcuno dei suoi personaggi o dei suoi momenti salienti, magari sorvolando un po' sulle parti prettamente filosofiche, arrivando lo stesso ad amarlo e ad apprezzarlo senza riserve.
In Occidente il poema è stato reso noto e popolare dalla sintetica versione in prosa realizzata dallo scrittore indiano R.K.Narayan, e successivamente dal regista inglese Peter Brook che ne trasse una versione teatrale e il celebre omonimo film del 1989: una cosa bellissima che si colloca tra i miei migliori e più duraturi ricordi.
La versione cinematografica già realizzava ciò di cui parlavo più sopra, ovvero una scelta antologica delle vicende che potesse però risultare anche coerente; operazione analoga avviene all'interno del romanzo "Il Palazzo dell Illusioni", che ripercorre la linea narrativa fondamentale del poema, accennando soltanto alle sue mille diramazioni ed evitando - grazie al cielo - tanto il puro folklore quanto la banalizzazione.
L'autrice fra l'altro sceglie un inedito punto di vista attraverso cui interpretare la storia: la voce narrante, in un mondo fittamente popolato di uomini, è quella di una donna: la principessa Draupadi (più tardi chiamata anche Panchaali), colei che secondo una profezia avrebbe "cambiato la Storia", ma che più pragmaticamente è innanzitutto una donna - appunto - una moglie e una regina, una madre, una sorella, un essere umano trascinato dal proprio destino affascinante e terribile.
Si potrebbe pensare che quella dell'autrice sia stata una scelta di stampo femminista, ed in effetti Draupadi soffre a fondo le limitazioni del suo essere donna, vorrebbe essere un uomo per disporre di maggiore libertà e potere decisionale, e in sostanza si ritrova personaggio di seconda linea rispetto alla moltitudine di guerrieri, eroi e divinità che popolano il "Mahabharata". Tuttavia prestare a Draupadi una voce privilegiata, più che scelta femminista pare una scelta originale ma dettata dal buon senso: solo lei infatti è veramente a contatto con ogni aspetto della vicenda, il lato grandioso come il quotidiano, e solo lei è dunque in grado di fornire al lettore - anche quello più superficiale e sprovveduto - una visione utile a comprendere. In alternativa, rimane solo la consultazione del poema originale.

LA TRAMA (secondo il romanzo): Il mondo del "Mahabharata" mescola senza problemi il reale e l'immaginario, l'umano e il divino, la magia e i miracoli: e infatti uno dei personaggi più interessanti della storia è Krishna; già nel film lo amavo moltissimo. Re di un piccolo regno di scarsa importanza, è comunque un grande guerriero ed un amico altrettanto grande per altri personaggi: Arjun soprattutto, ma anche Draupadi, alla quale si rivolge con molti appellativi ironici ed affettuosi. Contemporaneamente però Krishna è anche l'ottava incarnazione di Vishnu, la parte conservatrice della Trimurti (laddove Shiva è invece la parte distruttrice e Brahama quella creatrice), e come tale ha non solo natura umana - tanto che verrà ucciso per sbaglio da un cacciatore - ma anche divina.
Altra conferma della mescolanza di cui sopra è data dal fatto che i figli del re Drupad, Draupadi e il suo gemello Dhristadyumna, nascono direttamente dalle fiamme sacre di uno yagna, un sacrificio rituale. Ma mentre Dhristadyumna è la risposta ad una preghiera (il re affida a lui la speranza di potersi vendicare contro il suo nemico Drona), Draupadi è inattesa e non voluta: un di più che viene ugualmente accolto ma senza particolare entusiasmo.
Per i lunghi anni dell'infanzia e dell'adolescenza la principessa è solo una delle tante donne nel palazzo reale, diversa dalle altre in virtù della profezia che ha accompagnato la sua nascita: profezia che lei però non sa come realizzare. Crescendo, Draupadi diventa bellissima e sempre più consapevole di se stessa, continuamente confortata dall'amicizia di Krishna, ma l'ambizione di "cambiare la Storia" non smette di rimanere astratta. Il suo cuore però continua a nutrirsene - anche troppo, forse - finchè l'incontro con il saggio Vyasa indirizza più precisamente le sue speranze. Secondo la tradzione Vyasa è colui che csrisse il "Mahabharata" dettandolo al dio Ganesh in funzione di scrivano: Draupadi scopre che in effetti Vyasa ha già scritto tutta la stiria prima che essa si realizzi, ma ciò non contrasta con il presente e il suo divenire futuro. Dall'incontro con Vyasa la principessa trae solo possibilità, non certezze.
La sua vita continua e al momento opportuno per lei viene organizzato uno swayamvar, ovvero una celebrazione durante la quale, come nobile fanciulla, avrà la possibilità di scegliersi uno sposo. In realtà però il re mette in palio la sua mano in una pressochè impossibile gara di abilità nel tiro con l'arco (l'episodio ricorda molto quello di Ulisse al ritorno ad Itaca); l'unico possibile vincitore sarebbe Arjun, uno dei cinque fratelli Pandava, così chiamati perchè nominalmente figli del principe Pandu, benchè i loro veri padri siano altrattanti dei. L'intenzione di re Drupad è insomma quella di procurarsi un utile alleato per la vendetta che occupa tutti i suoi pensieri.
Ma inaspettatamente un altro pretendente si fa avanti: Karna, un valoroso guerriero dallo sguardi triste e antico, e purtroppo molto amico del malvagio principe Duryodhan, il maggiore dei Kaurava (che sono i cento figli del re cieco Dhritarashtra che siede sul trono di Hastinapur).
A Karna viene inizialemte impedito di gareggiare perchè i suoi natali sono ignoti e a quel tempo non possiede ancora un regno; ma anche quando la prova ha finalmente luogo, è Arjun ad avere la meglio. In seguito si scoprirà che le origini di Karna sono più che rispettabili (in sostanza sarebbe il maggiore dei Pandava), ma ormai sarà troppo tardi: l'umiliazione subita allo swayamvar e l'amore frustrato per Draupadi faranno di Karna una delle armi più forti e fedeli a disposizione dei Kaurava, la cui causa finisce per essere quella sbagliata: ma Karna è uomo d'onore.
Lui e Draupadi si ameranno a distanza per tutta la vita, senza dirselo e senza riconoscerlo nemmeno con se stessi; le alterne vicende infine travolgeranno entrambi.
Draupadi sposa Arjun e di lì a poco, seguendo una raccomandazione della suocera (quanto involontaria, lo si può discutere all'infinito... ), sposa anche tutti gli altri Pandava: la principessa è infatti nota nella tradizione come la donna che ebbe contemporaneamente cinque mariti (e per fortuna una sola suocera: la temibile Kunti basta e avanza!).
Il mènage famigliare è complesso, obbligatoriamente regolato da rigide norme, tanto più che i Pandava hanno - o avranno poi - anche altre mogli: in particolare Arjun, attraverso Subhadra (sorella di Krishna) diventerà padre di Abhimanyu e nonno di Pariksit, entrambi eroi semidivini.
Per il momento comunque la situazione non è certo migliorata dal fatto che in quel periodo i Pandava sono poveri esiliati costretti a vivere in una misera capanna.
In seguito il re Dhritarashtra riconoscerà parzialmente il loro diritto regale, ma li befferà concedendo loro un territorio aspro e sterile. Tuttavia i Pandava riescono a piegare anche questo limite apparente a loro favore: bruciano una foresta, rendono fertile il suolo e fondano il primo nucleo di quella che diventerà la capitale del regno, Indra Prastha.
Costruiranno inoltre un palazzo magico e bellissimo nel quale finalmente Draupadi sarà libera di sentirsi felice: il cosiddetto Palazzo delle Illusioni, nome simbolico... e purtroppo non totalmente di buon auspicio.
Dopo qualche anno di serenità, infatti, l'invidioso Duryodhan trascina il cugino-avversario Yudhishtir, il maggiore dei Pandava, in una fatale partita a dadi al termine della quale tutto viene perduto: il regno, i sudditi, le ricchezze, il Palazzo e persino la libertà dei Pandava e della stessa Draupadi. Quest'ultima, sottoposta ad un'umiliazione dalla quale viene salvata solo per intervento divino, fa voto di non acconciarsi più i capelli finchè avrà potuto lavarli nel sangue dei Kaurava e lancia una terribile maledizione che convince Duryodhan a scendere ad un compromesso: i Pandava trascorreranno dodici anni di esilio nella foresta più un tredicesimo in incognito: se durante l'ultimo anno non verranno scoperti, alla fine saranno liberi e il regno verrà loro restituito.
Inizia il lunghissimo esilio, pieno di eventi e di avventure; non sarebbe stato necessario che Draupadi seguisse gli sposi nella foresta, lei però decide di farlo: non solo per fedeltà, ma anche - con i suoi capelli scomposti e sempre più intricati - per continuare ad essere il ricordo vivente dell'umiliazione subita, la voce che incita alla vendetta. E forse è qui che veramente Draupadi compie il proprio destino, sino alle più tragiche conseguenze: perchè è lei che facendo leva sui sensi di colpa dei Pandava con il proprio inestinguibile risentimento, li spinge a rendere inevitabile lo scontro finale.
Scontro che in effetti avviene dopo il tredicesimo anno, quando le promesse fatte ai Pandava non vengono mantenute.
Si fanno i preparativi, si radunano gli eserciti. Infine a Kurukshetra, nella piana tra le colline, inizia una terribile battaglia che durerà diciotto giorni. Avrebbe dovuto essere una guerra giusta, condotta secondo regole onorevoli, lo scontro della ragione contro il torto: ma così non è... forse proprio perchè una delle cose più importanti che il "Mahabharata" dice è che il confine tra il Bene e il Male è troppo labile per poter essere colto davvero in tutte le sue sfumature. Il poema originale infatti si spegne nel silenzio perchè il peso degli eventi e dei lutti impedisce di individuare una parte autenticamente vincente.
Nessuno dei personaggi è totalmente positivo o negativo, nemmeno Yudhisthir, che pure alla fine ottiene il suo diritto regale; in realtà, secondo uno sguardo superficiale, Yudhisthir sfiora quasi la stupidità e la stessa Draupadi - che ha dovuto anche "coltivarselo" un po' per ciò che concerne la loro vita sessuale - a volte lo trova esasperante. Yudhisthir infatti è formalista all'eccesso, ossessionato dalla rettitudine, alieno dai compromessi e dalla scortesia, tanto che la fatale partita a dadi che segna la rovina è frutto della sua incapacità di rifiutare il cortese invito del cugino (quello che sembra un cortese invito... ) quanto della sua passione per il gioco. Eppure Yudhisthir, che ama la filosofia, incarna la riflessione che porta alla saggezza e infine alla beatitudine: alla fine dei suoi giorni, con il corpo oltre che con l'anima, sarà l'unico ad entrare direttamente in paradiso accanto agli dei.
La battaglia è comunque veramente terribile e nel romanzo occupa pagine che - non scherzo - portano sull'orlo delle lacrime: a quel punto il lettore si è così immedesimato da riuscire a cogliere sin troppo bene quelle che saranno le conseguenze. E anche la battaglia viene letteralmente vissuta attraverso lo sguardo di Draupadi, alla quale il saggio Vyasa ha concesso una vista miracolosa che le permette di assistere ad ogni episodio saliente come se fosse lì presente: dono a doppio taglio, ovviamente, perchè in tal modo Draupadi assiste tanto agli eroismi quanto ai tradimenti e alle morti, compresa quella dell'amato Karna.
Nel furoore degli scontri suo fratello Dhristadyumna compie finalmente il destino per il quale era nato, mettendo però in moto un'ulteriore rappresaglia che avverrà addirittura quando la guerra dovrebbe considerarsi finita: lì Draupadi perde non solo l'amato fratello, ma anche tutti i suoi figli.
L'episodio forse più tragico e coinvolgente è quello della morte di Abhimanyu, figlio di Arjun: celebraziuone di onore ed eroismo che nel film (ma solo nella versione integrale) compariva come un momento coreografico simile ad una danza. La morte della giovinezza, della bellezza, dell'energia, la fine tristissima di tutto ciò che possiede un intrinseco splendore.
Prima dell battaglia lo stesso Arjun aveva avuto un momento di sconforto: pur essendo un guerriero invincibile al limite della condizione divina, aveva dubitatato del meccanismo che era stato messo in moto. Nel romanzo è necessariamente appena accennato, e anche il film lo riduceva al minimo, ma nel poema originario l'episodio apre una delle sottosezioni (diciamo così... ) più famose: il "Bhagavadgita" detto anche "Canto del Beato Signore". E' una parte che si estende per ben XVIII canti nella quale Krishna - che in quel momento è l'auriga del carro da guerra di Arjun - ammaestra l'amico sulla necessità di applicare la saggezza alla vita nei suoi vari aspetti. Al termine del discorso, in un'esplosione di luce che sfida l'intuizione, Krishna manifesta per un attimo la propria natura divina. Poi inizia il combattimento.



Nel "Mahabharata" l'azione con le sue conseguenze è altrettanto importante della riflessione che magari apre il bivio del giudizio: e di ciò non potrebbe esserci dimostrazioone migliore del "Bhagavadgita", che a volte viene anche letto come poema a sè stante.
Formalmente la vittoria finale spetta comunque ai Pandava, che finalmente conquistano il trono di Hastinapur. La città però è piena di vedove e di orfani, la distruzione è stata immane; in pratica è quasi interamente scomparsa un'intera generazione di giovani guerrieri. Sono rimasti solo alcuni vecchi guerrieri e la speranza migliore è un bambino non ancora nato: Pariksit, figlio di Abhimanyu e nipote di Arjun, che di lì a trentacinque anni diventerà effettivamente re, ma che in seguito avrà anche lui un tragico destino.
Prima che questo si compia però i Pandava e Draupadi riconoscono di aver esaurito il loro ruolo: ormai sono vecchi, stanchi e decidono di intraprendere il mahaprasthan, la via della grande partenza, ovvero la rinuncia al mondo e alla vita. Metaforicamente è la morte, concretamente è l'ascesa di un aspro sentiero fra le nevi per raggiungere la cima dei monti dell'Himalaya: sul sentiero periscono tutti uno dopo l'altro, e la prima ad andarsene è Draupadi. Al suo fianco, anche nel momento del trapasso, c'è Krishna, l'amico di una intera vita, che la conduce infine alla piena pace e al fulgore del tutto.
Dissolvimento che non è altro che un nuovo inizio perchè non c'è nulla, compreso l'amore, che possa morire davvero.


Anche la mia sintesi ha dovuto necessariamente tralasciare almeno metà dei fatti e dei personaggi presenti nel romanzo. Già solo la storia della genesi dei Pandava - la storia di un re che paga con la vita la propria incontinenza, con vari momenti fittamente intrecciati di amori, odii, divinità e maledizioni - richiederebbe una trattazione a sè stante.
E poi ci sono personaggi magari secondari ma interessanti che andrebbero ugualmente considerati a fondo. Beehma ad esempio, il secondo dei Pandava, che pur avendo già una moglie bellissima e selvaggia - la guerriera Hidimba - è l'unico a ritrovarsi davvero innamorato di Draupadi (la quale a volte non esita ad approffittarne!). Oppure Beeshma, il nonno dei Pandava, che adora i nipoti ma combatte contro di loro perchè ha giurato di difendere il trono di Hastinapur: a Kurukshetra sarà lui stesso ad insegnare ad Arjun come ucciderlo e avrà poi una lunghissima agonia - scontata su di un letto di punte di freccia - durante la quale continuerà a ricevere la visita di amici e avversari, dispensando a tutti la medesima tranquilla saggezza.
E come dimenticare l'episodio in cui Duryodhan e Arjun si contendono l'alleanza di Krishna? quando dovendo scegliere tra l'avere il solo Krishna oppure tutto il suo fortissimo esercito, Arjun sceglie con il cuore ma sceglie bene, perchè "dove c'è Krishna c'è la vittoria".
Insomma: si potrebbe continuare a lungo... all'infinito, forse. Ma la verità di base non cambia: in qualunque forma lo si accosti, con qualunque grado di affinità o di conoscenza lo si voglia affrontare, il "Mahabharata" dispensa un'irripetibile magia.
LadyJack || 17:49 || venerdì, 30 gennaio 2009
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La Saga dei Forsyte in tv e al cinema

Un capolavoro della letteratura, un'opera così tipicamente inglese e impregnata di riferimenti storici e culturali, merita che il piccolo e grande schermo se ne occupino a più riprese e così è stato, negli anni.

The Forsyte Saga (2002) miniserie
I primi due libri ed il primo interludio furono adattati dalla Granada Television per il network ITV, anche se, come nella produzione BBC del 1967, la miniserie presenta numerose licenze poetiche rispetto all'opera originale di John Galsworthy.

   

The Forsyte Saga: To Let (2003) miniserie
Immediatamente dopo il successo dell'adattamento televisivo del 2002, fu realizzata una seconda miniserie nel 2003, che ritrae il terzo libro della saga, "To let". La maggior parte del cast riprese i propri ruoli, ma la vecchia generazione di Forsytes era morta nella precedente serie. I principali personaggi, interpretati da Damian Lewis, Gina McKee, Rupert Graves, e Amanda Root sono presenti.
La scena finale, che si vede nel secondo video qui inserito da YouTube, non rispecchia il romanzo originale di Galsworthy: Irene non stringe la mano a Soames e i due non si dicono addio con il sorriso sulle labbra. Questa è la versione addolcita dalla ITV, che però incontra la mia approvazione, in quanto  Soames meriterebbe più clemenza da parte di Irene, dopo che il tempo e la vita hanno sicuramente fatto scontare ad entrambi qualunque colpa essi abbiano commesso l'uno nei confronti dell'altra...

Le due serie sono uscite anche in DVD (non reperibili in italiano, dato che la nostra tv preferisce materiale come "I Cesaroni"...), che sono già nella mia lista della spesa londinese.




La vecchia serie del 1967, in onda sulla BBC, è ormai un ricordo un po' scolorito:




E poi c'è il film del 1949: "That Forsyte woman".
Regia di Compton Bennet, con:
(Soames Forsyte) Errol Flynn, (Irene Forsyte) Greer Garson, (June Forsyte) Janet Leigh, (Wilson) Gerald Oliver Smith, (Philip Bosinney) Robert Young, (Vecchio Jolyon Forsyte) Harry Davenport

ArchieGoodwin || 23:14 || domenica, 04 gennaio 2009
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