Namaste, Sahib!

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C'era una volta il giallo classico, per lo più inglese, al quale ad un certo punto si affiancò quello americano. Ora in pratica tutti quanti scrivono gialli e il genere - almeno per ciò che riguarda l'ambientazione - ha assunto una connotazione etnica alquanto variegata.
Lasciando da parte i gialli italiani, che spesso presentano a loro volta connotazioni regionali e per i quali bisognerebbe fare un lungo discorso, possiamo citare alcuni dei casi più noti.
Ci sono innanzitutto i gialli nordici (Henning Mankell, Anne Holt, Stieg Larsson) che concorrono a dimostrare quanto sia ormai sorpassata l'idea di una Scandinavia paradisiaca ed esente dal crimine.
Ci sono i gialli spagnoli di Alicia Giménez-Bartlett, che mostrano un'Iberia da cronaca nera all'altezza del resto dell'Europa.
Ci sono i gialli greci di Petros Markaris, dove le atmosfere fanno ancora i conti con la mai troppo lontana epoca della Dittatura.
Ci sono i gialli africani di Alexander McCall Smith, dove il Botswana e l'amabile signora Precious Ramotswe - titolare della prima e unica Agenzia investigativa femminile del Continente - riconciliano con il lato più umano della vita.
Perchè dunque stupirsi se alla fine sono arrivati anche i gialli indiani di Tarquin Hall, dove l'antica saggezza è più che disposta a fondersi con la piena modernità.

"Compiere il proprio dovere deve imporsi
sopra ogni altra impresa, sia essa
spirituale o materiale"

- Krishna ad Arjuna, prima della
battaglia di Kurukshetra -


VISH PURI e il caso della domestica scomparsa ("The Case of the Missing Servant", 2009), di Tarquin Hall [ Mondadori ed., 2009; trad. di Anna Luisa Zazo ]

Vish Puri è un cinquantunenne indiano, gli piace il cibo, specialemnte se piccante, ha qualche eccentricità nel vestire. E' felicemente sposato ed ha tre figlie. Vive nella moderna India, un Paese che affronta il proprio progresso e ne soffre gli eccessi, tuttavia è ancora legato alle migliori tradizioni del passato. E' un indù razionale e benestante. E' soprattutto il fondatore e Boss assoluto della miglior Agenzia investigativa di tutta l'India: lo dice lui con orgoglio, ma nell'affermazione c'è molto di vero. La "Detective Privatissimi Ltd" è un'organizzazione efficiente e assolutamente discreta che si serve tanto della più avanzata tecnologia quanto della più profonda intelligenza.
Figlio di un poliziotto ormai defunto, Vish Puri vive l'investigazione come dharma, come retta via: il suo contributo ad un mondo migliore perchè scoprire la verità implica sempre un ritorno - magari doloroso ma necessario - all'equilibrio.
Non gli si parli però di Sherlock Holmes. Vish Puri si sente infinitamente superiore ad un personaggio inventato (sic!) che per di più sfoggiava tecniche investigative che la tradizione indiana conosceva già da millenni... persino le sue considerazioni sulle ceneri, in India erano già state fatte qualche secolo prima dell'Ottocento.
Il guru di Vish è infatti Chanakya, un saggio del IV secolo a.C., autore del mitico "Arthashastra", un trattato rivolto ai governanti ma già contenente i principi di quello che in seguito sarebbe stato definito metodo deduttivo.
L'Agenzia di Vish ha un'interessante specializzazione: si occupa di investigare sui futuri sposi in occasione di matrimoni combinati.
Il matrimonio combinato è ancora un'istituzione nel Paese: sposarsi è una cosa troppo importante perchè la faccenda possa essere lasciata nelle mani di ragazzi inesperti. Ma se un tempo le grandi famiglie si conoscevano tutte o erano comunque in grado di stabilire dei legami, la modernità è ora un ostacolo: nessuno conosce più nessuno e il marito per una figlia nubile lo si cerca mettendo magari un annuncio su Internet.
All'esigenza di sapere risponde allora Vish Puri, che va di volta in volta a verificare se il futuro sposo è ciò che dice di essere, se ha studiato dove sostiene, se ha o meno vizi e amichette. Insomma, si tratta di verificare se il fidanzato ha probabilità di trasformarsi in un marito decente, anzichè essere un uomo pronto a sparire con la dote il giorno successivo alle nozze.
Non sembri poco, perchè alcune delle investigazioni si rivelano davvero delicate e complesse!
Tuttavia un giorno si presenta a Vish un cliente con un problema del tutto inedito, che impegnerà l'Agenzia in nuove direzioni.
Il signor Ajay Kasliwal è un avvocato: benestante, socialmente e politicamente impeganto, noto per la sua rara onestà. Ora però sta per essere accusato dell'omicidio di una ragazza che lavorava come domestica in casa sua; manca il corpo, la ragazza è effettivamente scomparsa in circostanze poco chiare e Kasliwal pensa che il tutto possa essere una mossa dei suoi nemici per toglierlo di mezzo.
Il caso si presenta difficile perchè della ragazza non si sa quasi nulla, a parte il fatto che era un'indigena delle colline, cristiana, di nome Mary. Di lei non esistono foto o registrazioni ufficiali, nè informazioni utili: Mary faceva la cameriera, una notte è scomparsa senza nemmeno ritirare l'ultima paga, e questo è tutto.
Vish Puri si mette al lavoro, assieme ai suoi aiutanti dai bizzarri soprannomi: Freno A Mano, ex taxista ed ora autista ufficiale, frustratissimo dal non poter più infrangere il codice stradale come tutti gli altri; Sciacquone, l'esperto di tecnologia, che deve il nomignolo al fatto che la sua casa è stata una delle prime in cui l'utile "strumento" è stato installato; e Crema Da Viso, la bella e opulenta ex simpatizzante maoista, ora esperta di travestimenti e infiltrazioni.
Quest'ultima, sotto il falso nome di Seema, si fa assumere come domestica in casa Kasliwal, al posto della scomparsa Mary. Gli altri seguono tracce diverse.
La situazione peggiora nettamente quando viene individuato un cadavere che potrebbe essere quello di Mary: si tratta di una ragazza giovane che prima di essere uccisa è stata violentata. Il corpo però, che era privo delle mani, è ormai stato cremato e l'unico allegato al referto autoptico è una fotografia sgranata in base alla quale nessuno si sente in grado di fare un riconoscimento sicuro.
L'accusa tuttavia sostiene fermamente che si tratta di Mary: Kasliwal infatti viene accusato di omicidio.
Per quanto difficile sia la situazione, Vish e i suoi, con tenacia e pazienza, riescono tuttavia a ricostruire una storia molto diversa: ugualmente dolorosa per i Kasliwal, ma almeno in grado di scagionare Ajay dalla pesante accusa. In effetti Mary è ancora viva, viene rintracciata e sarà lei stessa a riempire i pochi vuoti ancora rimasti nella ricostruzione dei fatti.
Portata felicemente a termine l'ennesima indagine, Vish Puri può dedicarsi a festeggiare con la sua famiglia l'atteso Diwali, la Festa delle Luci (una sorta di Capodanno, con pantagrueliche mangiate e fuochi artificiali).
Orgoglioso ed egocentrico com'è, non saprà mai che mentre lui si occupava di Mary e dei Kasliwal, la sua energica mammina in combutta con il vecchio amico d'infanzia Rinku Kohli - ora intrallazzatore mafioso - lo ha liberato dal rischio di essere ucciso da uno dei suoi tanti nemici.

- Il romanzo costituisce una piacevolissima lettura, anche se non è privo di qualche difetto. La trama gialla ad esempio non è impossibile da penetrare e un lettore che ne abbia voglia può ricostruire da sè le probabili cause e circostanze della scomparsa di Mary. Il personaggio di Vish Puri inoltre, benchè ambisca ad essere originale, non può fare a meno di portarsi dietro tutta una serie di omaggi alla tradizione (le eccentricità, il narcisismo, e persino i rigogliosi e curatissimi baffoni); tuttavia è anche un personaggio coerente e ben costruito, che nella storia occupa lo spazio più giusto.
Ma la cosa migliore del romanzo, quella che senz'altro mi è piaciuta di più, è l'ambientazione: non tanto perchè si tratta di un'ambientazione esotica, dislocata su lontani scenari orientali, bensì per il modo normale e tranquillo con il quale il tutto viene presentato.
L'India che compare nel romanzo non è fiabesca nè interamente realistica: è una sorta di ricostruzione mentale che parte dalla tradizione e dalla realtà. Il Paese è caotico eppure vitale, ancorato alla Storia ma irrimediabilmente trascinato dal progresso, e quindi soggetto ai suoi sviluppi negativi: l'edilizia selvaggia, il traffico incredibile, la criminalità, il crescente divario tra i ricchi e i poveri. Ci sono campi da golf e fogne a cielo aperto, c'è chi può permettersi l'aperitivo al Club e chi chiede l'elemosina coperto di stracci. C'è corruzione in alcuni e perdurante devozione in altri. C'è un sistema giudiziario farraginoso, burocratizzato e labirintico a petto del quale persino il sistema giudiziario italiano acquista fama di snellezza e rapidità.
C'è un'umanità variegata e interessante, e la cosa migliore che l'autore sia riuscito a fare è l'aver assolutamente evitato di cadere in un trito folklore.

LadyJack || 16:56 || venerdì, 09 ottobre 2009
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Henning Mankell e l' "onda svedese"

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IL CINESE ("Kinesen", 2006), di Henning Mankell [ Marsilio ed., 2009; trad. di Giorgio Puleo ]

E' un fatto innegabile che molti dei romanzi gialli circolanti in Italia negli ultimi tempi siano stati scritti da autori nordici, quasi sempre svedesi. Ciò può essere dovuto ad una produzione oggettivamente abbondante, oppure ad una maggiore attenzione del mercato editoriale, forse trainato in parte dal "fenomeno Stieg Larsson".
Resta comunque altrettanto innegabile il fatto che non tutti questi romanzi risultano poi di alto livello o di grande interesse: l'origine relativamente esotica non è sufficiente a garantirne la qualità.
Personalmente mi è capitato di imbattermi in alcuni autori svedesi nel modo ormai consueto: frequentando la biblioteca e lasciandomi trascinare dalla curiosità. A volte sono rimasta delusa (come nel caso di Stieg Larsson), a volte incerta (come nel caso di Ann Holt), a volte ho invece trovato dei piccoli tesori (come nel caso di Maj Sjöwal e Per Wahlöö). Per ciò che riguarda in particolare Henning Mankell, ho avuto modo di leggere tutti i romanzi della serie dedicata al commissario Wallander, e mi sono piaciuti; si tratta di storie contemporanee, narrate con stile scarsamente enfatico, ma con grande attenzione per i particolari. Storie con il gusto dei paesaggi, siano essi urbani o naturali, e con un forte senso delle cose umane, quotidiane: tutto ciò che un crimine - un delitto - turba e sconvolge.
Lo stesso commissario è un uomo, oltre che un poliziotto: ha una vita personale (il divorzio, la moglie che si risposa, una figlia problematica, amici che sono anche colleghi), tante cose che spesso devono essere accantonate nell'urgenza delle indagini, ma che comunque continuano a far parte di lui.
Wallander non è veramente simpatico, certo non è un eroe nè desidera esserlo, ma le sue avventure - spesso articolate e complicatissime - si leggono bene. Purtroppo devo dire che altri romanzi di Henning Mankell non mi sono sembrati altrettanto felici: abbandonato Wallander, il panorama cambia completamente e (almeno per me) l'interesse cala vertiginosamente.
E' così anche per "Il Cinese", romanzo ponderoso (587 pagine), troppo complicato e per me di scarso interesse: la storia si sposta dalla Svezia, alla Cina, e addiruittura a Londra e all'Africa, ma nemmeno questo salva dalla noia.
L'inizio in realtà è promettente: una strage misteriosa che ha quasi interamente spopolato un piccolo villaggio della campagna svedese. Poi però lo sviluppo della storia non è all'altezza: il lettore apprende certi particolari prima dei personaggi, i quali dal canto loro agiscono in maniera spesso poco convincente, arrivando infine ad una soluzione dell'enigma che è insieme semplice e complessa, ma non tanto interessante da richiedere centinaia di pagine ricolme di descrizioni prolisse e approfondimenti un po' superflui.
Un romanzo inutile, a mio parere, e inutilmente faticoso.

TRAMA: Verso la metà di gennaio dell'anno 2006 un fotografo interessato a documentare lo stato degli antichi villaggi della Svezia arriva a Hesjövallen; il luogo è immerso nel silenzio ovattato della neve, ma l'uomo avverte che c'è qualcosa di strano. I suoi timori sono confermati quando in quasi tutte le case del villaggio vengono ritrovati i corpi senza vita degli abitanti: tranne un'unica eccezione - un ragazzino - si tratta di persone anziane, uccise con grande brutalità. Alla fine i corpi rinvenuti saranno diciannove, i supersiti (che non si sono accorti di nulla) solo tre.
La polizia brancola nel buio. Ad un certo punto viene identificato un possibile colpevole, un uomo con precedenti di violenza e squlibrio che confessa e poi si uccide in carcere; molti però non sono convinti della facilità di questo epilogo... ed hanno ragione.
Per arrivare a scoprire l'intera verità, parzialmente sepolta nel lontano passato, sarà necessaria la cocciutaggine di Birgitta Roslin, giudice di mezza età, lontanamente imparentata con due delle vittime di Hesjövallen.
L'indagine della donna, svolta durante un periodo di inattività dovuta a problemi di salute, inizia quasi per caso, quando Birgitta si rende conto di aver scoperto informazioni che possono condurre la polizia su di una pista del tutto inesplorata.
Solo gradualmente Birgitta capisce l'entità enorme della quastione in cui è andata a cacciarsi, e ci vorrà un bel po' di aiuto e una gran fortuna perchè anche lei non rientri nel novero delle vittime.
In realtà l'indagine di Birgitta segue un andamento altalenante e un po' svogliato: la polizia non gradisce interferenze e lei stessa per lungo tempo non sa bene se continuare o meno. A tratti dubita non solo di essere sulla strada giusta, ma addirittura del fatto che una strada esista.
Nel frattempo il lettore viene sballottato nel tempo e nello spazio, tra le varie sezioni del romanzo: la Cina e l'America del XIX secolo (con le ferrovie del Nuovo Mondo fatte costruire ad operai cinesi praticamente ridotti in schiavitù), la Svezia moderna (meno priva di limiti e problemi rispetto a ciò che si potrebbe pensare dall'esteno) e infine la nuova Cina, dilaniata da tentazioni giustificate dal progresso, benchè ancora fortemente consapevole delle proprie tradizioni.
Il tema politico è tutt'altro che secondario nell'economia generale del romanzo, la stessa Birgitta in gioventù aveva nutrito ideali pseudorivoluzionari e ambizioni di rinnovamento; l'indagine, fra le altre cose, finisce per metterla di fronte a se stessa e al proprio passato, ma neppure questo serve a fare di lei un personaggio indimenticabile.
Le ambizioni di profondità da parte dell'autore ci sono, ma al pari di tutto il resto questa volta non mi sembrano governate con particolare abilità o capacità di persuasione.
Alla fine la vicenda si riduce ad una vendetta compiuta dopo centotrent'anni, coniugata con una smodata ambizione che non si cura della crudeltà necessaria per essere soddisfatta.
In considerazione di questo, oltre che del gravoso impegno richiesto dalle cinquecento e passa pagine, il romanzo lo si lascia con un sospiro di sollievo.

LadyJack || 11:09 || mercoledì, 26 agosto 2009
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Un gatto a tre zampe

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IO SONO DIO, di Giorgio Faletti [ Baldini e Castoldi Dalai ed., 2009 ]

Come già accade a proposito di altri autori, anche il mio rapporto con Giorgio Faletti è controverso. Di lui ho letto tutto sin dall'inzio, ma ancora non mi convince a fondo. Intendiamoci: il problema non ha nulla a che vedere con il fatto che ci troviamo in presenza di un comico che si è messo a scrivere libri: io rispetto i talenti multiformi e Faletti mi è sempre sembrato una persona intelligente, però nei suoi romanzi avverto certi limiti.
"Io Uccido" lo lessi perchè ne parlavano tutti, era un caso letterario che nel bene o nel male non potevo certo trascurare. Lo trovai interessante ma decisamente faticoso e prolisso.
"Nulla di Vero Tranne gli Occhi" mi è piaciuto di più, non tanto per la storia in sè quanto piuttosto per i protagonosti.
"Fuori da un Evidente Destino" mi ha deluso molto perchè dopo due thrillers, una storia mistica grondante di maledizioni indiane è dura da mandare giù.
"Pochi Inutili Nascondigli" è una raccolta di racconti diversi e disomogenei, che come tali andrebbero valutati singolarmente. Il tema del pittore che attraverso i propri disegni modifica la realtà lo avrei poi ritrovato - con altro spessore e in un più soddisfacente contesto - in "Duma Key" di Stephen King.
Il quarto romanzo di faletti "Io Sono Dio" conferma sostanzialmente le mie impressioni e i miei giudizi: interessante la storia, buoni i personaggi, accurata la scrittura fatta di belle frasi tornite e levigate (a volte anche troppo); globalmente però si tratta di una lettura che non lascia un'eredità profonda nè il reale desiderio di riprendere in mano il volume, prima o poi.
Nel corso di uno dei nostri scembi di idee letterarie a Michele (cfr. il suo blog) è capitato di accostare Giorgio Faletti a Patricia Cornwell: per quanto possa suonare molto o poco lusinghiero a seconda dei casi (ed io sto sul versante del "poco"), il paragone regge abbastanza bene.
Entrambi gli autori appartengono ad un ambito popolare, i loro romanzi sono leggibilissimi ma non possiedono valori assoluti.
Entrambi scrivono storie aggrovigliate e complesse, piene di sovrastrutture (ben costruite certo, ma pur sempre sovrastrutture), con personaggi più o meno gradevoli (dipende dai gusti) e con una tendenza all'epilogo melenso che personalmente giudico molto limitata e un po' fastidiosa. Dopo centinaia di pagine in cui non vengono risparmiate crudeltà e nefandezze, il cielo torna a sorridere, il fiume scorre di nuovo tranquillo, le cose tornano più a posto di prima e a dispetto della scia di morti e feriti tutti gli altri si ritrovano felici e contenti.
Si potrebbe obiettare che il romanzesco non ha l'obbligo di ripercorrere la realtà dal momento che il più delle volte serve sostanzialmente ad evaderne: ed io sono d'accordo. Però gradirei un pizzico di maggior credibilità e coerenza: i conflitti e i nodi esistenziali che si sciolgono così dolcemente e serenamente qualche perplessità la provocano. Immagino comunque che gli estimatori dell'happy end possano essere di opinione nettamente contraria.

La trama di "Io Sono Dio" è imperniata su di un'atroce vendetta: un reduce del Vietnam, che da quella guerra è uscito sfigurato nel corpo e nello spirito, ha deciso di sfogare la sua rabbia contro l'umanità facendo saltare una lunga serie di edifici nella città di New York.
Sulle tracce del reduce, o meglio sulle tracce di chi ne ha accolto la pericolosa eredità, si mettono Vivien Light, poliziotta giovane ma esperta, e Russell Wade, un reporter dal passato più che problematico.
Attorno a loro, la città segnata dall'Undici Sttembre, una tragedia che ancora per un'intera generazione continuerà a sembrare recente.
Anche ai personaggi potrebbe essere applicata la stessa obiezione sul romanzesco cui accennavo più sopra: non ce n'è uno che il lettore avrebbe occasione d incontrare davvero, a New York come in qualunque altro posto. Basterebbe guardare al modo in cui parlano: con un'incisività che tira fuori le parole da una lunga meditazione, piuttosto che dall'improvvisa necessità di replica.
Stessa cosa per i loro comportamenti e le loro caratteristiche.
Lasciamo infatti da parte l'assurdità di una vendetta come quella concepita dal reduce: se uno ha sviluppato problermi mentali di tale entità, sarebbe forse capace di questo ed altro.
Il poveretto però, dopo essersela presa negli anni Settanta con due o tre persone direttamente responsabili dei suoi guai, ci mette la bellezza di trent'anni (sic!) a minare New York; poi, proprio prima di decidersi a far saltare la bomba iniziale, il cancro se lo porta via e la vendetta deve essere passata di mano. Per sua "fortuna" il reduce può disporre di un figlio che a problemi mentali a sua volta non scherza, e il piano feroce comincia a svolgersi.
Vivien, anche lei nella migliore tradizione romanzesca, è forte e fragile nello stesso tempo. Le disgrazie che le competono riguardano una sorella precocemente stroncata dall'Alzheimer, un cognato stronzo e assente, una nipote tossicomane aspirante prostituta. Inoltre come cuoca Vivien è un po' monocorde: solo spaghetti con pomodoro e basilico (tributo ovviamente alle immancabili origini italiche).
Russell, con il quale Vivien darà il via ad una storia d'amore appena appena tormentata ma in seguito felice, non è da meno: i tanti soldi di papà non possono fargli dimenticare l'adorato fratello - a sua volta reporter - perito in Bosnia, nè il Premio Pulitzer perso per demerito. Il caso e l'incontro con Vivien frenano appena in tempo la spirale distruttiva in cui si era buttato Russell, che alla fine riesce addirittura a riconquistare l'affetto e la stima di papà.
Da qualche parte c'è un povero micio di nome Waltzer a cui un incidente ha sottratto una zampina.
Persino il mio personaggi preferito, quello marginale di Carmen, la vedova inconsapevole di Mitch Sparrow, nel suo piccolo è un'enciclopedia del disastro esistenziale: i due uomini che ha amato e che l'hanno amata sono entrambi morti, suo figlio è gay (ma grazie al cielo almeno lui è felice), sua figlia è un'idiota punk. E' di origine messicana e appartenere ad una minoranza, negli Stati Uniti come altrove, non è mai facile. Inoltre non dimentichiamo ciò che Carmen ha dovuto fare per entrare a suo tempo nella scuola infermiere.
Insomma, in caso di rivolta cruenta dei personaggi letterari contro gli autori che li abbiano angariati con troppi guai, Giorgio Faletti dovrebbe stare attento perchè senza dubbio il suo nome comparirebbe in cima alle liste di proscrizione: e il poveretto non avrebbe scampo.

Come già mi era accaduto con i precedenti romanzi, anche qui la parte che mi risulta più divertente è quella dei ringraziamenti: Faletti riesce a trasformare il "rito" ormai dovuto in qualcosa di ameno e scorrevole... forse persino sincero. Ma sono solo due pagine su cinquecento.
 

LadyJack || 10:26 || lunedì, 29 giugno 2009
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Indagine su un Crimine / 3

L'UOMO AL BALCONE ("Mannen på balkongen", 1967) di Maj Sjöwall e Per Walhöö [ Sellerio ed., 2008; trad. di Renato Zatti ]

Terzo romanzo dedicato dai coniugi svedesi alle indagini del commissario Martin Beck della Squadra Omicidi di Stoccolma. Sto leggendo la serie in maniera un po' disordinata, tuttavia le acquisizioni della mia biblioteca lasciano sperare che prima o poi riuscirò a mettere le mani su tutti i dieci volumi che la compongono. Questo particolare romanzo, in ogni caso, mi è piaciuto molto.
TRAMA: inizio di giugno del 1967. Martin Beck si concede qualche giorno di vacanza e va a trovare un collega conosciuto un paio d'anni prima (nel corso dell'indagine narrata nel precedente romanzo, "Roseanna"). Il suo matrimonio va di male in peggio e la stanchezza accumulata sul lavoro pesa negativamente. Al suo ritorno a Stoccolma comunque Martin Beck viene immediatamente ripreso nel gorgo delle indagini in corso: una serie di cruente rapine ai danni di soggeti deboli (donne, persone anziane e indifese), e soprattutto quello che sembra l'inizio di un gran brutto caso: il ritrovamento, in parchi cittadini, dei cadaveri di due bambine. Le piccole hanno subito violenza e sono state strangolate: il modus operandi, le circostanze e i particolari coincidono. Si inizia a parlare di un
serial killer.
Le tracce sono praticamente inesistenti, i poliziotti si spremono in ogni direzione al  massimo delle loro possibilità, la città cade preda di un terrore irrazionale: vengono persino istituite delle ronde di volontari armati, che rischiano soltanto di aggravare la situazione.
Beck, coadiuvato dai soliti Lennart Kollberg (appena distratto dal fatto che sua moglie sta per partorire il loro primo figlio) e Melander (la cui mostruosa memoria continua ad essere utilissima), non trascura la benchè minima indicazione: ma nulla risulta mai conclusivo.
Ad un certo punto la polizia si convince - a ragione- che il rapinatore, avendo agito in vari parchi, possa aver visto qualcosa di utile in almeno una occasione: forse ha visto una delle vittime, forse ha addirittura visto l'assassino.
Diventa dunque essenziale arrestare il rapinatore: cosa che in effetti viene fatta, grazie ad una serie di coincidenze ed eventi favorevoli.
Una volta identificato e preso, venuto a conoscenza di ciò che si vuole da lui, il rapinatore collabora al massimo: cerca appena un accordo, ma sostanzialmente si rende conto che le informazioni in suo possesso hanno una valore inestimabile, quindi non esita a rivelare tutto ciò che sa.
Il che è qualcosa ma non basta; l'altro unico testimone di cui dispone la polizia è un bimbo di tre anni che forse ha visto l'assassino, ma che in concreto è tutto contento perchè un signore somigliante al marito della sua ex babysitter gli ha regalato un biglietto usato della metroplitana.
Eppure sono questi esitanti passi che portano Martin Beck e i suoi sulla strada giusta. Grazie ad una segnalazione apparentemente estranea ai fatti, l'omicida viene finalmente identificato al di là di ogni ragionevole dubbio: tuttavia bisogna ancora prenderlo... e purtroppo, mentre la rete poliziesca si stringe sempre più attorno al vero obiettivo, viene rinvenuto un terzo cadavere: un'altra bambina, e questa volta le modalità dell'omicidio sono addirittura più brutali.
Alla fine, dopo vani tentativi e altrettanto vane speranze, sarà una specie di colpo di fortuna a mettere nelle mani della giustizia il colpevole: un paio di increduli ed incazzatissimi poliziotti si imbattono nell'assassino qualche momento prima che commetta il suo quarto omicidio.
Così, almeno per questa volta, è finita.

I poliziotti nei romanzi di Maj Sjöwall e Per Walhöö sono tutto fuorchè eroi invincibili: possono essere bravi e coscienziosi, antipatici, insofferenti, entrati nel corpo per i motivi più disparati... ma essenzialmente sono uomini che svolgono un lavoro ingrato e poco spettacolare.
In occasione dell'inchiesta sull'omicidio delle bambine ovviamente la pressione pubblica e mediatica è enorme, eppure gli autori mostrano i loro poliziotti in quella che continua ad essere il quotidiano adempimento di un dovere: spesso sono stanchissimi, sfiduciati, oppressi da ciò che vorrebbero fare e che non riescono a fare... però lavorano con tenacia e pazienza, augurandosi magari l'arrivo delle svolta decisiva.
In teoria i polizioti sarebbero il "baluardo della società", ma la definizione fa sorridere proprio loro per primi. Le alte sfere, la stessa opinione pubblica, pensano che la soluzione a tutti i problemi possa essere qualche aumento nell'organico, ma i poliziotti sanno che non è tanto il numero l'elemento vincente, quanto piuttosto l'atteggiamento di base. I poliziotti sono i necessari tamponi per una società malata che rompe continuamente gli argini, quindi la soluzione vera consisterebbe nel curare la società... ma ormai, anche per la moderna e lodatissima Svezia degli anni Sessanta, pare già troppo tardi.
Il progresso è arrivato anche per il corpo di polizia che ormai dispone di calcolatori che rendono più agevoli le ricerche e di metodi scientifici che in genre danno i loro frutti: ma contro le manifestazioni di disagio che si traducono in altrettanti crimini, contro la malvagità o contro l'imponderabile esplosione della follia, nulla di tutto ciò serve davvero.
Diventa utile allora la pazienza, la memoria, l'esperienza: il fatto stesso che i poliziotti esistano. Ma come suggerisce il finale del libro, la guerra è interminabile.

Lo stile del romanzo è in apparenza asciutto e didascalico, descrittivo quanto basta. L'incipit ad esempio ("A un quarto alle tre il sole si alzò") è un concentrato essenziale... eppure, quanti elementi possono esserne estratti: in meno di dieci parole il lettore è già stato catapultato in un'atmosfera precisa, quella di un'alba urbana che evidentemente ha luogo molto a Nord, e da lì la luce del sole si espande ad inquadrare cose e azioni, una grande città che si risveglia ed inizia a fare rumore.
Più avanti la storia mostrerà chiaramente di essere ambientata in un tempo particolare: ci sono minigonne e LSD, manca invece qualunque riferimento al DNA (che infatti diventerà realtà conosciuta e giuridicamente accettata non prima di altri vent'anni).
Tuttavia il romanzo, grazie all'importanza del lato umano e all'utile peso della critica sociale, risulta ben poco datato. Quando Martin Beck rimprovera ufficialmente due membri di una milizia volontaria che hanno causato uno stupido guaio, lo fa con le seguenti parole: "Quel che avete fatto è imperdonabile. La sola idea della milizia comporta un pericolo sociale superiore a quello di singoli criminali o di una gang. Spiana la strada a una mentalità del linciaggio e a una giustizia arbitraria. Rompe il meccanismo di protezione della società. Capite cosa voglio dire?".
I due ci mettono un'oretta ad interiorizzare, ma un lettore italiano appena appena sveglio può capire al volo.

LadyJack || 16:05 || martedì, 26 maggio 2009
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Le opache scogliere del Dorset

LA TORRE NERA ("The Black Tower", 1975), di P. D. James [ Mondadori ed., 1992; trad. di Anna Solinas ]

E' sempre bello ritrovare i vecchi amici, e P.D.James è una vecchia amica. In passato ho letto - e riletto -   tutti i suoi romanzi, e anche se di recente l'ho un po' trascurata, non ho comunque smesso di apprezzarla.
Tra i suoi romanzi i miei preferiti sono sempre stati quelli con l'ispettore Dalgliesh (Cordelia Gray mi è un po' meno simpatica) e tra questi "La Torre Nera" è senz'altro uno dei migliori. E' tutt'altro che recente, ma già vi si trovano quasi tutti gli elementi pregevoli che compariranno qua e là anche nei libri successivi: l'indagine poliziesca poco spettacolare, quotidiana e quasi minimalista; lo sguardo sui fatti affidato al protagonista, che ne è interprete e filtro contemporaneamente; l'attenzione al lato umano e psicologico; la bellezza dei paesaggi (qui in una zona costiera, altrove in campagna, ma qualche volta anche in piena Londra); la concentrazione della vicenda in una piccola e spesso ambigua comunità; il peso della tradizione, sia essa religiosa, storica o letteraria.
Nei romanzi di P.D.James c'è tutta l'Inghilterra del secondo Novecento, ci sono un sacco di ecclesiastici e tanti ricordi di Trollope (le due cose ovviamente hanno uno stretto rapporto). Ci sono infinite memorie vittoriane e quasi altrettante architetture (vere o apocrife) di Christopher Wren.
Ci sono soprattutto numerosi crimini, tra cui naturalmente moltissimi delitti... sennò che gialli sarebbero?! Ma anche su questo l'autrice, alla quale interessa il Male nelle sue varie e sfuggenti manifestazioni, riesce ad esercitare la propria intelligente ambivalenza: ci sono delitti creuenti - a volte quasi casuali, a volte addirittura opera di serial killers - delitti comunque palesi, ma anche delitti così lineari e impalpabili da far dubitare della loro effettiva natura.
Nel romanzo in questione ad esempio, quattro dei cinque omicidi che vi compaiono potrebbero essere nell'ordine: suicidio, morte naturale, di nuovo morte naturale, suicidio. E persino l'ultimo, se l'assassino fosse riuscito a portare a termine il suo piano, avrebbe potuto passare come un gran brutto incidente...

TRAMA: L'ispettore Adam Dalgliesh è in convalescenza: ha trascorso in ospedale un lungo e brutto periodo, credendosi condannato a morte da una diagnosi snza speranza che tuttavia alla fine si è rivelata errata. La malattia lo ha comunque indebolito nel fisico e nello spirito, tanto che l'ispettore ha maturata la decisone di lasciare la polizia: ormai si sente troppo stanco per continuare ad indagare, fronteggiando le debolezze ele cattiverie umane. Il suo lavoro gli sembra un peso eccessivo, non lo interessa più.
Prenderà un paio di settimane per riposare e riflettere, poi rassegnerà le dimissioni. Nel frattempo coglierà l'occasione per recarsi sulla costa del Dorset a trovare un vecchio ecclesiastico che conosceva da ragazzo e che ora, dopo tanti anni di silenzio e di lontananza, gli ha scritto chiedendo un incontro. Padre Baddeley ha vagamante accennato ad un problema su cui vorrebbe avere l'opinione di un esperto, ma per lettera non ha aggiunto nient'altro.
Dalgliesh parte così per il Dorset e per Toynton Grange, l'istituto dove l'anziano padre svolge le sue mansioni ecclesiastiche.
Toynton Grange, non lontano da Wareham, è in realtà una vasta tenuta di proprietà dell'ascetico Wilfred Anstley: c'è un grande edificio principale in stile georgiano (con molte aggiunte successive) adibito a residenza per malati cronici ed incurabili, poi dal lato più vicino alla costa ci sono quattro cottages affittati ad altrettanti inquilini più o meno legati all'istituto: nel cottage Speranza abita padre Baddeley, nel cottage Fede abita Millicent Hammitt, la sorella vedova di Wilfred, e nel cottage Carità abita il dottor Eric Hewson con la moglie Maggie.
Nel quarto e ultimo cottage abita invece un ricco scansafatiche londinese, Julius Court, al quale occasionalmente piace ostentare arie da filantropico benefattore. Nella parte più impervia, quasi a ridosso della scogliera, sorge infine la Torre Nera, uno strano edificio rivestito di scaglie di scisto (da cui il nome e il colore), gravato dal ricordo di un'antica tragedia: il nonno di Wilfred vi si era suicidato, murandosi vivo nella stanza più alta, dopo aver sviluppato - così pare - un millenarismo cupo e apocalittico.
Le questioni religiose in ogni caso continuano ad aver un certo peso per gli Anstley: lo stesso istituto corrisponde ad una specie di voto fatto da Wilfred che, miracolato a Lourdes e guarito da una sclerosi multipla, non si è converito al cattolicesimo (semmai alla New Age... ), ma ha comunqua voluto dare a Dio qualcosa in cambio: la sua tenuta e la sua opera a favore dei malati.
Tutto questo, assieme a molto altro, Adam Dalgliesh lo apprenderà durante il soggiorno a Toynton; appena arrivato però lo attende sostanzialmente solo una brutta sorpresa: pochi giorni prima padre Baddeley, da tempo malato di cuore, è morto serenamente nel sonno. Non sarà più possibile sapere perhè lo aveva chiamato, e forse è queta la cosa che disturba maggiormante l'ispettore: il dolore per la morte di padre Baddeley è relativo dato che i loro rapporti non erano più particolarmente stretti, ma l'incertezza sulla reale portata del problema che desiderava sottoporgli è peggiore.. anche se probabilmente non si trattava di una cosa davvero importante.
Accanto alla perplessità iniziale ben presto compare però qualcosa di diverso: benchè non voglia ammetterlo nemmeno con se stesso, Dalgliesh ha colto tanti piccoli particolari discordanti che non lasciano del tutto tranquillo il suo istinto di poliziotto: potrebbero avere spiegazioni normalissime... oppure potrebbero indicare che la morte di padre Baddeley non è poi stata così naturale come pretendono i testimoni e la stessa autopsia.
Approffitando del fatto che il padre gli ha lasciato in eredità la sua biblioteca - parecchie centinaia di augusti tomi che vanno catalogati e selezionati - Dalgliesh decide di fermarsi qualche giorno al cottage Speranza, per vedere come evolvono le circostanze. Anche se la cosa non lo riempie di entusiasmo, fa così la conoscenza con tutti gli abitanti di Toynton: Wilfred, Millicent e Julius, innanzitutto, ma anche i malati ed il personale.
I pazienti ricoverati sono soltanto quattro: la pia ed anziana signorina Grace Willison; la giovane Ursula Hollis, alla quale la malattia ha rovinato un matrimonio che sembrava felice; Jennie Pegram, petulante egocentrica e frustrata; e infine Henry Carwardine, al quale la malattia ha troncato una brillante carriera diplomatica. Un quinto invalido, Victor Holroyd - cinico e insopportabile, ridotto come tutti gli altri a vivere su di una sedia a rotelle - si è suicidato poco tempo prima, gettandosi dalla scogliera.
Il personale è poi costituito dal tuttofare Philby, dagli infermieri Dorothy Moxon, Helen Rainer e Dennis Lerner, e dal dottor Eric Hewson, un medico incerto e spaurito, la cui moglie Maggie, una bionda tinta ed esuberante, non nasconde il desiderio di andarsene al più presto per cambiare vita.
Mam mano che approfondisce la conoscenza dei luoghi e delle persone Dalgliesha trova ulteriori motivi di dubbio e di riflessione: l'istituto non naviga in buone acque e la piccola eredità di padre Baddeley è solo una boccata di ossigeno; Philby, Dot Moxon e lo stesso dottor Hewson non hanno un passato irreprensibile e si trovano lì solo perchè costano poco, dato che nessun altro vorrebbe mai impiegarli. Forse tra l'infermiera Rainer e il dottore c'è una tresca amorosa; l'infermiera Moxon ha un debole per Wilfred, il quale dal canto suo ha avuto una disputa con la sorella a proposito del testamento del nonno. Infine Maggie Hewson credeva che avrebbe ereditato da Victor Holroyd abbastanza soldi per andarsene, ma è rimasta delusa.
Nell'istituto circolano lettere anonime oscene e cattive ma apparentemente prive di scopo, e intanto permangono i dubbi su ciò che stia davvero succedendo.
Poi accadono altri fatti spiacevoli: Wilfred rischia di morire bruciato all'interno della Torre Nera, Grace Willison muore nel sonno (e il lettore sa chiaramente che è stata uccisa), Maggie Hewson si impicca nella cucina del suo cottage, una preziosa scultura appartenete a Julius Court viene fatta a pezzi con un martello.
Wilfred Anstley decide infine di portare a termine ciò già da tempo progettava: la cessione di Toynton ad una Fondazione che ne proseguirà l'opera, con mezzi più ampi e scopi più precisi.
Mentre i residenti di Toynton Grange si apprestano a partire per quello che sarà il loro ultimo pellegrinaggio collettivo a Lourdes, l'ispettore coglie finalmente il disegno criminoso in atto nella sua interezza: metterà a repentaglio la vita per fermare il colpevole, ma l'epilogio della vicenda gli ridarà anche forza ed entusiasmo sufficienti per continuare a voler essere un poliziotto.
Un buon poliziotto all'altezza della propria missione.


Roy Marsden, che rivestì in TV i panni dell'ispettore Adam Dalgliesh.

Per maggiori informazioni sul personaggio, si veda: en.wikipedia.org/wiki/Adam_Dalgliesh 

LadyJack || 15:35 || mercoledì, 20 maggio 2009
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"Millennium Trilogy" / 1

Attenzione: il post continene accenni al finale del romanzo.

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE ("Män som hatar kvinnor", 2005), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2007 ]

Un po' di tempo fa Stieg Larsson ha cominciato a "perseguitarmi": trovavo ovunque citazioni e recensioni entusiastiche dei suoi romanzi, l'autore (scomparso ancora giovane nel 2004) sembrava essere una delle pietre miliari della letteratura poliziesca moderna, la mia biblioteca si è comprata in blocco la sua famosa trilogia - che peraltro compariva regolarmente ai vertici delle classifiche - e subito si sono formate lunghissime liste di prenotazione. Svariate persone - fuori e dentro la biblioteca stessa - hanno iniziato a chiedermi cosa ne pensassi dei romanzi (guarda te... sono diventata un guru!). Insomma, per un po' ho avuto la sensazione di essere una delle poche creature dell'universo a non aver ancora letto niente di Stieg Larsson, e alla fine mi sono arresa: come appassionata di libri (e di gialli in particolare, compresi thrillers e noir) non potevo continuare a sentirmi esclusa; e del resto devo ammettere che nel recente passato la letteratura nordica, per quanto lievemente depressa, con Henning Mankell e altri mi aveva già fornito qualche bella soddisfazione.
Un pizzico di diffidenza era in ogni caso sottinteso perchè il passaparola, la popolarità e il consensum gentium possono in effetti riguardare veri capolavori dell'ingegno umano, ma a volte anche polpettine insipide benchè apparentemente ben condite (una citazione a caso: "Il Codice Da Vinci").
Non ho intenzione di offendere il compianto Stieg Larsson paragonandolo a Dan Brown, prima di tutto perchè scrivere volumi di seicento e passa pagine presuppone un certo grado di abilità e passione, e poi anche perchè ben pochi romanzi possono davvero riuscire ad essere brutti ed insulsi quanto "Il Codice Da Vinci"; tuttavia dirò subito la cosa peggiore: "Uomini che Odiano le Donne" mi è piaciuto poco e mi ha interessato ancora meno.
All'inizio l'ho trovato insopportabilmente noioso - cosa piuttosto inquietante, dato che il libro conta la bellezza di 676 pagine! - poi il romanzo migliora gradualmente, per ricadere un po' verso la fine. In sostanza, la parte più sopportabile risulta essere quella riguardante l'enigma centrale (la scomparsa di una ragazza negli anni Sessanta) che comunque ha già in sè molti alti e bassi; ma quando si scopre un colpevole, quando si riesce a capire cosa fosse accaduto e che fine avesse fatto la suddetta ragazza, alla conclusione del romanzo mancano ancora più di cento pagine.
Capisco e approvo l'intenzione dell'autore di inserire il problema poliziesco in un contesto storico, sociale e politico più ampio: ormai lo fanno in molti e qui si affrontano temi importanti come l'etica applicata, la vulnerabilità delle donne, proporzionale al loro peso sociale (se sei una nullità puoi persino scomparire e nessuno se ne accorgerà o se ne preoccuperà), o come il drammatico sfasamento tra economia reale e speculazione selvaggia (da questo punto di vista il romanzo ha persino qualcosa di profetico: basta guardare i TG mondiali degli ultimi dodici mesi). Tuttavia credo anche che un approccio meno effusivo e più asciutto avrebbe snellito la trama, rendendola migliore: così com'è risulta pesantissima, frutto tra l'altro di un "montaggio" non sempre riuscito tra le varie scene che compongono i fili convergenti della trama stessa.
Neanche lo stile aiuta, fatto com'è di lunghe descrizioni e di altrettanto lunghi discorsi indiretti.

LA STORIA è assolutamente contemporanea (le citazioni interne ne collocano lo sviluppo tra il novembre 2002 e il novembre 2003) ed è data tanto dall'accumulo di vicende passate che si allungano sino al presente, quanto dall'intreccio tra le vite dei due personaggi principali, Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander.
Mikael Blomkvist è un giornalista economico quarantenne, idealista e capace, fondatore assieme alla socia (ed amante estemporanea) Erika Berger della rivista mensile "Millennium": un giornale che gode giusta fama di onestà e intraprendenza. La sua più recente inchiesta - quella dedicata al faccendiere e imprenditore Hans-Erik Wennerström - lo ha messo nei guai e gli ha procurato una condanna per diffamazione, con tanto di salatissima multa da pagare e tre mesi di carcere da scontare (carcere light, ma è il principio che conta!). Si vedrà poi che Mikael era stato incastrato ed aveva agito in buona fede, tanto più che Wennerström è davvero una carogna senza scrupoli: resta però il fatto che il processo e la cattiva pubblicità che ne è derivata hanno messo in difficoltà tanto lui quanto il giornale, e gran parte del romanzo è in sostanza dedicato alla lenta risalita dell'uno e dell'altro.
Mikael preferisce allontanarsi per un po' dalla sua vita di un tempo, e l'occasione gli viene fornita dalla strana proposta di un ricco ed anziano industriale: Henrik Vanger, ormai in pensione, ex capo e amministratore delegato del Gruppo Vanger.
Henrik vive lo scorcio della propria vita così come ha vissuto gran parte dell'esistenza: ossessionato dalla scomparsa della sedicenne Harriet Vanger, avvenuta nel 1966. Harriet era soltanto la nipote di uno dei suoi fratelli, ma per Henrik era diventata una figlia; la ragazza tra l'altro, nel deprimente panorama costituito dai numerosi membri della stirpe, grazie al carattere e all'intelligenza prometteva di essere la più seria candidata alla guida futura dell'azienda. Però Harriet è scomparsa il 24 settembre del 1966 e per tre decnni abbondanti di lei non si è saputo più nulla... o quasi: ogni anno nel giorno del proprio compleanno Henrik continua a ricevere un fiore essicato in cornice, il regalo tipico che gli faceva Harriet. In sostanza non è nemmeno possibile stabilire se la ragazza sia stata uccisa (Henrik lo crede ma il corpo manca), forse però c'è un assassino che si sta ancora prendendo gioco dell'anziano e addolorato signore.
Le singolari circostanze della scomparsa di Harriet, avvenuta sull'isola di Hedeby dove ancora vive Henrik, fanno del mistero qualcosa di simile ad un "enigma della stanza chiusa": di un autore che in proposito è capace di citare solo Dorothy Sayers però non ci si può fidare, e infatti Stieg Larsson trova ben presto il modo di allargarsi fuori della "porta" di quella "stanza", affidando le ardue indagini del vecchio caso a Mikael, la cui integrità ha favorevolmente colpito il vecchio Vanger.
In verità Henrik ha fatto controllare a fondo la vita e le imprese di Bomkvist e in cambio del suo aiuto gli fornisce alcuni interessanti incentivi: uno stipendio principesco, un sostegno per "Millennium" e soprattutto (esca perfetta per Mikael) le prove per dimostrare la corruzione e le colpe di Wannerström. Resta comunque il fatto che impegnandosi a fondo e seriamente Mikael, coerente con se stesso e ormai affezionato al vecchio malandato signore, riesce laddove nessun altro era riuscito per trentasette anni: scopre i collegamenti della scomparsa di Harriet con altri inquietanti vicende che riguardano tanto la cronaca nera quanto la storia dei Vanger, e infine scopre anche cose ne è stato di Harriet.
Certo, viene soccorso dai prodigi della tecnica che si è parecchio sviluppata dopo gli anni Sessanta e non è nemmeno da sottovalutare l'aiuto che gli deriva da Lisbeth Salander, la hacker che lo aveva originariamente controllato per conto di Henrik Vanger: bisogna dire però che Mikael è anche molto fortunato... in alcuni momenti persino troppo. Deve ringraziare una "sensazione" che lo porta a scoprire come l'inizio del mistero sulla scomparsa di Harriet vada collocato fuori dai confini dell'isola, deve ringraziare una serie di coincidenze per il fatto di riuscire a verificare quella sensazione dopo un tempo così lungo, e infine deve ringraziare la "dritta" biblica ricevuta assolutamente per caso da sua figlia Pernilla: senza quaesti elementi il suo tentativo non avrebbe potuto reggersi, ciascuno di essi tuttavia si presta a qualche dubbio.
Nemmeno il finale offre una vera soddisfazione: i colpevoli di tanti omicidi vecchi e nuovi vengono identificati ma l'informazione rimarrà patrimonio di pochi intimi, e quando la tostissima e tutt'altro che defunta Harriet ricompare, si ha la sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato: questa tizia scompare per mezza vita e alla fine, passando su tutto e su tutti, riprende tranquillamente il proprio posto... le cose vanno così, ma non avrebbero dovuto.

Se la storia è insoddisfacente, altrettanto dicasi per I PERSONAGGI: non ne sopporto uno, e alcuni li trovo francamente irritanti.
Non chiedetemi ad esempio di trovare simpatica quella cucciola randagia e disturbata che è Lisbeth Salander; me la immagino come una sorta di Sinead O'Connor dei poveri ma i suoi problemi, il suo comportamento e il mistero stesso che si innesta nel suo passato (e che, non ne dubito, verrà ripreso nei volumi seguenti) sfidano ciò che persino come lettrice possiedo in grado minimo: la pazienza.
Mikael è interessante per certi versi, ma per altri mostra un'ingenuità degna di Paperino.
Erika per fortuna ha Mikael e "Millennium" perchè sennò morirebbe di noia.
Henrik Vanger sembrerebbe un anziano signore in grado di commuovere con la propria sofferente ossessione, ma alla fine sembra più che altro un normale essere umano snob e ipocrita. Ed è in buona compagnia: si può infatti capire - se non approvare - il desiderio di tacere moltii fatti passati per proteggere il presente ed il futuro di Harriet; mi chiedo però come se la caveranno i Vanger e il loro affranto avvocato nel momento in cui (secondo il patto preteso da Mikael) avranno almeno a che fare con le famiglie delle vittime più recenti.
L'unico personaggio in grado di dare una certa soddisfazione sarebbe quell'acida strega di Isabella Vanger: quando si fa venire un colpo si comporta finalmente in maniera credibile! La cosa però è alquanto vanificata dal fatto che di lei il lettore non conosce quasi niente, nemmeno la faccia... ma forse è meglio così.

In conclusione il romanzo, con il suo disomogeneo intreccio di storie, luoghi e livelli temporali, mi ha deluso e affaticato.
Inoltre, fra i capitoli 5 e 6, mi è rimasto un dubbio: perchè Plague a Wasp che gli chiede un appuntamento risponde"20", se poi i due si trovano alle sei? E non è che lui abbia inteso qualcosa come "ti concedo venti minuti" perchè l'incontro dura più di un'ora...

Direi che l'unico elemento veramente pregevole del libro è la traduzione di Carmen Giorgetti Cima: già conosciuta e lodata in relazione al romanzo di H. Nesser da me recensito la settimana scorsa. A volte i traduttori italiani sono come i doppiatori: i migliori del mondo.



LadyJack || 15:27 || lunedì, 30 marzo 2009
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I sogni son Desideri / di Felicità

IL RAGAZZO CHE SOGNAVA KIM NOVAK ("Kim Novak badade aldrig i Genesarets sjö, 1998), di Håkan Nesser [ Ugo Guanda ed., 2007]

Ci sono molti scrittori, americani e non, capaci di descrivere l'infanzia e l'adolescenza, con la loro bellezza e la loro crudele momentaneità, mostrando nel contempo nel ragazzo o nel bambino che è l'uomo che sarà: da Mark Twain a Stephen King - per citare due esempi che mi sono famigliari - ma sarei tentata di aggiungere anche J.K.Rowling, per via di Harry Potter.
Håkan Nesser è svedese e di lui non avevo mai letto niente: l'ho trovato tuttavia capace di scrivere la storia di un'adolescanza usando la stessa leggerezza e la stessa profondità degli esempi citati più sopra, unendo serietà ed umorismo in quel binomio che tanto mi piace e che come lettrice mi ha già procurato numerose soddisfazioni.
Il lato duro, serio e realistico del romanzo è dato dal fatto che il protagonista, quattordicenne all'inizio della storia, non ha una vita nè facile nè piena di cose belle; inoltre, nell'estate che costituisce il fulcro della vicenda, si trova a dover fronteggiare un omicidio, con le sue drammatiche conseguenze.
Il lato umoristico invece è dato dal fatto che l'autore riesce a rendere simpatico il protagonista stesso attraverso tante piccole cose: i suoi bizzarri amici, la sua abitudine di citare frasi fatte (un po' per difendersi dalla durezza della realtà... ), la sua capacità di "leggere" cose e persone in modo apparentemente svagato eppure abbastanza preciso.
Il piccolo Erik è capace di dire - e di dirsi - che "la situazione era quella che era", ma ciò non gli impedisce di fare o di pensare: di vivere, insomma, e di diventare grande abbastanza per continuare a guardare con affetto e disincanto il se stesso di un tempo, regalandosi infine quella felicità che aveva sognato senza sperare di poterla raggiungere.

"Avevo capito che le risate erano difficili da imparare"
- Erik -

TRAMA: Inizio estate del 1962. Erik Wassman è un quattordicenne che vive in una città svedese di pianura. Va a scuola, ha qualche amico (come lo sboccato Benny, che non è capace di incrociare due parole senza imprecare), fuma di nascosto e di nascosto crea fumetti di una serie avventurosa, dedicata al formidabile colonnello Darkin.
Ha un fratello maggiore, Henry, che ha lasciato la scuola per andare per mare e che ora fa il giornalista freelance; ha un padre che è secondino nel carcere cittadino ed una madre che sta morendo di cancro all'ospedale.
Gli ultimi giorni di scuola prima della chiusura estiva vengono illuminati dall'arrivo di una bella e giovane supplente, subito accostata nel pensiero a Kim Novak: è così splendida e intensa che al suo apparire un ragazzino debole ed epilettico cade svenuto in cortile... e tutti quanti benedicono il momento in cui l'anziana insegnante di cui lei ha preso il posto si è fratturata un femore, durante la sua lezione di ginnastica per casalinghe!
Ewa Kaludis - così si chiama la sovrumana visione - è un sogno, ma bisogna considerare la realtà: come organizzare le vacanze, ad esempio.
Data la situazione famigliare viene deciso che Erik ed il suo meditativo amico Edmund andranno a trascorrere l'estate nella casetta sul lago, assieme ad Henry e alla sua prosperosa fidanzata Emmy.
Il programma subisce una lieve variazione perchè poco prima della partenza Henry ed Emmy si lasciano; tuttavia Erik, Edmund ed Henry partono ugualmente con armi e bagagli e si insediano felicemente nella casetta: la vita è spartana ma il paesaggio è incantevole. Ci sono tante cose da fare e tra gite in bici o in barca, riparazioni e feste campestri il tempo trascorre tranquillo; Henry si dedica alla stesura del suo primo libro, Erik ed Edmund invece parlano o tacciono, secondo i casi, e scoprono di stare bene insieme anche grazie alle rispettive particolarità.
C'è tanta musica, ci sono i libri (da Agatha Christie a Jules Verne) e l'estate pare varamente fantastica; poi però interviene qualche inquietante mutamento e, come dice Edmund, "non può andare avanti così e basta [ ... ] presto andrà tutto a puttane. E' un po' ... come aspettare un temporale".
Il fatto è che i ragazzi si trovano di fronte ad una strana faccenda: Henry ha iniziato una nuova relazione e LEI è nientemeno che Ewa Kaludis in persona, la quale è non solo bellissima e quant'altro, ma è pure fornita di un fidanzato famoso e violento, la stella della pallamano nazionale Berra Albertsson, detto il Cannone.
Non è dunque una vera sorpresa, per quanto dolorosa, ritrovarsi un giorno di fronte Ewa che è stata picchiata senza risparmio.
E' invece un po' più sorprendente ritrovare, un altro giorno, il cadavere di Berra Albertsson, colpito alla testa da un corpo contundente e abbandonato non lontano dalla castta sul lago.
Malgrado la reticenza di tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda, la polizia non tarda moltissimo a concentrare i suoi sospetti su Henry, che in  effetti viene arrestato. E' un periodo grigio ed incerto, tuttavia alla fine Henry viene rilasciato perchè contro di lui ci sono solo indizi: manca ancora l'arma del delitto e in definitiva non è possibile provare niente. Il delitto rimane irrisolto.
Dopo di che, il tempo inizia a passare, le cose a disperdersi, le persone a procedere.
Erik cresce, i suoi genitori muoiono; Henry ed Ewa Kaludis si lasciano e lui finisce in Uruguay. Erik perde la verginità, studia filosofia, diventa insegnante, sposa Ellinor e al'inizio degli anni Ottanta ha già tre figli. Dopo quindici anni ritrova Edmund, con il quale i rapporti si erano prima allentati poi interrotti, e scopre che è diventato prete.
Ritrova anche Ewa, ormai quarantenne, divorziata con una figlia: e l'antico amore si riaccende d'incanto... ma questa volta è possibile realizzarlo. Erik divorzia da Ellinor e si mette con Ewa; non avranno figli perchè l'età di lei lo rende rischioso, ma avranno comunque un'intensa vita sessuale. Sono felici e con il tempo, quando i rancori di Ellinor si sono assopiti, anche i figli del primo matrimonio di Erik entrano più pienamente nella loro esistenza. (L'aspetto più miracoloso del romanzo consiste nel fatto che questa parte della storia, lungi dal risultare forzata e sentimentale, sia invece funzionale e convincente).
Dopo venticinque anni il vecchio omicidio di Berra Andersson cade in prescrizione.
Di lì a poco Erik, e il lettore con lui, scopre per caso ma definitivamente chi si era reso responsabile dell'omicidio. Ormai non ha più molta importanza, eppure si capisce che per Erik è ugualmente bello accantonare tutti i dubbi o i sospetti che poteva aver nutrito in silenzio, per riuscire finalmente a concentrarsi sulla propria felicità.

"Non bisogna mai perdere il coraggio. E' così
pesante da risollevare, una volta che lo si è
lasciato cadere"
- la signora Wassman, dal suo
letto d'ospedale -


- Il pregio maggiore della storia consiste nello stile dell'autore, fluido e avvolgente, divertente: senza parere, mette insieme una storia difficile che si legge con grande rapidità.
Sentitissima lode alla brava traduttrice Carmen Giorgetti Cima che ha travasato le stesse cose nella versione italiana.
Bello, anche se volutamente minimalista come il resto, il personaggio di Edmund: taciturno quanto e più degli altri, ha tuttavia moltissime cose da "dire"... leggere per credere.

LadyJack || 16:22 || mercoledì, 25 marzo 2009
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