NÉ QUI NÉ ALTROVE. Una notte a Bari, di Gianrico Carofiglio
[ Editori Laterza GLF, Collana Contromano, 2008 ]
Non si tratta di un romanzo vero e proprio nè di un racconto, ma piuttosto di una piccola storia in cui l'ispirazione autobiografica e l'immaginazione sconfinano l'una nell'altra senza che sia davvero possibile distinguere dove la voce narrante appartenga all'autore e dove al personaggio principale.
E' una storia affidata all'onda dei ricordi, benchè il personaggio-autore affermi ad un certo punto di non essere troppo soggetto alle nostalgie; una storia che forse proprio attorno al valore dei ricordi costruisce il suo perchè. Dice la voce a pag.156: "Chi lo sa quanto i nostri ricordi dipendono dal ricordo e quanto invece dalla fantasia e dal nostro bisogno di confortarci. Con le bugie, con le illusioni, con le storie".
E per fortuna che a scrivere questa storia è Gianrico Carofiglio, il cui stile inconfondibile può tranquillamente permettersi di scavare nelle gioie, nel dolore e in generale nella vita senza mai e poi mai scadere nel patetico. Variando invece dalla tenerezza alla comicità, passando anche per certe asprezze, ma costringendo comunque il lettore a seguirlo pagina dopo pagina come in un breve viaggio che in altre mani sarebbe semplicemente banale.
La trama della storia è in effetti un piccolo viaggio: viaggio nel tempo (la giovinezza è ormai finita, e bisogna dirselo ad un certo punto) nonchè nello spazio (una città - Bari - conosciuta eppure anche adatta ad essere guardata con occhi nuovi), un viaggio che coinvolge tre personaggi e le poche ore da loro passate insieme.
L'autore (mai esplicitamente nominato) ha l'imprevista occasione di ritrovarsi con due ex compagni d'Università che non aveva più incontrato nè sentito da almeno vent'anni ("E che ci faceva Giampiero Lanave nel mio telefono quella sera di dicembre del 2007?").
Lui, Giampiero Lanave e Paolo Morelli si incontrano per iniziativa di Giampiero: c'è un po' di imbarazzo, un po' di disagio per il tempo trascorso e per la noncuranza della separazione. Pian piano qualcosa si scioglie, ma sostanzialmente i tre ex amici si sentono estranei, faticano a recuperare il rapporto interrotto. Fatica specialmente Paolo, che ormai vive e lavora in America ed è tornato a Bari solo per un brevissimo periodo; fra lui e l'autore tra l'altro si interpongono fraintendimenti ed esperienze non sempre piacevoli, certi rancori e cose mai dette... tutta roba che non aiuta.
I tre vanno a cena, poi iniziano a vagare per la città in cui erano stati ragazzi insieme; salgono e scendono dall'auto un'infinità di volte, vedono cose e intrecciano silenzi. Fanno qualche tappa di pellegrinaggio per permettere a Paolo di ricreare immagini da portarsi via, oltreoceano.
E intanto l'autore ne approfitta per rinverdire le proprie memorie di bambino e poi di ragazzo appartenente ad una famiglia borghese, la moderata felicità che ha riempito il suo passato, gli stupori travasati nel presente, il privilegio di aver avuto quasi sempre il mare a portata di mano.
In tutto ciò c'è molto amore per Bari, una città di cui vengono rievocati i cambiamenti epocali e i cambiamenti minimi, quelli vissuti dalla collettività e quelli vissuti a livello personale. E c'è molto amore per tutto ciò che è umano, fragile, aspro, allegro, momentaneo o duraturo.
Sono divagazioni che vanno dalle palme sul lungocorso (viste quella notte come se non fossero mai esistite prime) alle trasgressive e francamente comiche esperienze sessuali da anni Sattanta, passando magari per il vecchio Randy, che "era vissuto a lungo ed era stato un cane felice".
Intanto sullo sfondo si delinea, per frammenti, anche il recupero di ciò che gli amici sono diventati: uomini con presunte certezze ed evidenti problemi, uomini con qualche segreto e - ovviamente - non esenti da molto dolore. Esseri umani, insomma, che come l'autore non sono più giovanissimi, non hanno ottenuto tutto ciò che avevano sperato e devono comunque continuare a vivere, cercando magari di confortarsi con ciò che di bello hanno ancora a disposizione: un pensiero, un profumo, la rievocazione di un pomeriggio lontano che si vorrebbe rivivere "perchè quella è stata una delle poche volte della mia vita in cui sono stato perfettamente felice, e me ne sono accorto mentre succedeva".
Poi la notte sfuma nell'alba e i tre si separano, dopo aver parlato ancora un po', dopo aver litigato e riappianato, senza aver davvero risolto nulla ma anche senza più doversi qualcosa.
La notte finisce e tutti se ne vanno, probabilmente per non rivedersi mai più, nè lì nè altrove.
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Alla stessa collana Contromano appartiene anche un'altra storia che ho letto tempo fa e che ha qualche punto di contatto ideale con quella di Carofiglio:
LA VITA QUOTIDIANA A BOLOGNA AI TEMPI DI VASCO, di Enrico Brizzi (2008).
Intrecciando il passato e il presente sullo sfondo dei ricordi e delle sperienze in una città molto amata - Bologna, questa volta - l'autore costuisce una specie di autobiografia romanzata eppure reale, la cui immaginaria colonna sonora è indubbiamente data dalla musica di Vasco. Ma non solo...
"Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bologna
non è più quella frizzante e anticonformista di una volta, vorrei
domandargli piccato: Perchè, te sì? Hai ancora il sorriso e il cuore
leggero di quando avevi vent'anni?"

LadyJack || 16:56 ||
martedì, 17 febbraio 2009
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Pare che in questo periodo Gianrico Carofiglio stia diventando di moda: riedizione dei romanzi, conferenze, interviste...poi ad un certo punto anche il suo (e nostro) Guido è finito in TV. Probabilmente era inevitabile.
Su CANALE 5, tra fine 2007 ed inizio 2008, sono infatti andati in onda due sceneggiati tratti da altrettanti romanzi, e registrati alcuni anni fa: "Testimone inconsapevole" e "Ad occhi chiusi".
La serie nel suo complesso, con minimo sfoggio di originalità ma con agevolata possibilità di identificazione, si intitolava L'AVVOCATO GUERRIERI.
Frutto del tentativo non nuovo di creare fictions televisive di qualità ambientate nell'Italia contemporanea (tentativo che a volte riesce, a volte no), gli sceneggiati in questione sono risultati dignitosi anche se non memorabili; direi che la cosa migliore è stata la scelta di Emilio Solfrizzi per interpretare Guido. La mia immagine mentale dell'avvocato Guerrieri sarebbe diversa, e in fondo è sempre rischioso trasporre un personaggio dalla pagina scritta allo schermo; Emilio Solfrizzi inoltre continua ad essere considerato un attore comico, o comunque leggero, più che un attore tout court: a mio parere però è bravo, ha un aspetto normale e soprattutto possiede una sensibilità che gli è stata utilissima per identificarsi con Guido senza prevaricarlo.
Per il resto, le storie sono risultate abbastanza fedeli a quelle originali (ma ho da ridire sul finale edulcorato del secondo episodio: nel romanzo, quel bastardo infame di Gianluca riesce ad ucciderla, Martina). Immagino comunque che la partecipazione di Gianrico Carofiglio alle sceneggiature sia appunto servita a rispettare le idee ed i particolari che nei racconti sono importanti: il senso di umanità, la Giustizia ardua ma possibile, il fatto stesso che Guido - pur con tutti i suoi limiti e le sue nevrosi - si sforzi di fare del proprio meglio per sentirsi utile ed in pace con la coscienza.
Come spesso accade, la realtà cinematografica sembra "reale" sino ad un certo punto: quanti saranno gli avvocati che si comportano davvero come Guido? (e del resto, quanti saranno i commissari che si comportano davvero come Montalbano...tanto per rimanere ad esempi recenti). Ma si tratta di un fatto ormai acquisito ed equiparabile ad una sorta di licenza poetica, dunque non troppo fastidioso.
Ad ogni modo, tra il libro e lo sceneggiato in questo come in molti altri casi scelgo di preferire il libro: la pagina scritta è sempre più convincente, meno sforzata, e tra le righe i personaggi possiedono spessore, fascino e colori che spesso sullo schermo vanno irrimediabilmente perduti.
Sarà perchè il rapporto con la pagina e con la lettura mette in moto una fantasia che l'immagine preconfezionata tende invece ad addormentare...senza TV posso vivere alla grande, ma senza libri sarei morta!
E, sia detto per inciso, mi sento felicemente orgogliosa di aver "scoperto" Gianrico Carofiglio ed i suoi meriti per conto mio, prima che - appunto - diventasse una specie di moda.
LadyJack || 15:49 ||
martedì, 15 gennaio 2008
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L'ARTE DEL DUBBIO di Gianrico Carofiglio (Sellerio ed., 2007)
Non si tratta di un romanzo giallo nè di un testo di narrativa, bensì di un manualetto di giurisprudenza pratica.
Più precisamente il volume è il rifacimento di un testo che Gianrico Carofiglio scrisse qualche anno fa, indirizzandone il contenuto ad avvocati e addetti ai lavori all'interno delle aule giudiziarie. Già quel testo però conteneva agili ed interessanti esempi pratici riguardanti l'arte dell'interrogatorio e - ancor più - del controinterrogatorio dei testimoni chiamati a deporre nel corso di un processo, preferibilomente di tipo penale; esempi verosimilmente tratti dall'esperienza più o meno diretta dell'autore, in grado di interessare ed incuriosire: il libro infatti finì per essere letto da un pubblico ben più vasto di quello dei semplici avvocati ed ottenne un ottimo successo.
Da qui l'idea di stamparlo di nuovo, sfrondando la parte puramente tecnica e teorica a favore di quella pratico-narrativa, con l'intento (non dichiarato ma sottinteso) di farne ora uno strumento in grado di illuminare i lettori non soltanto sui meccanismi interni che regolano l'andamento dei processi, ma anche su quelli che in particolare governano i processi che si trovano nei romanzi di Carofiglio aventi come protagonista l'avvocato Guido Guerrieri.
Detto in breve: "
L'Arte del Dubbio" illustra i fondamenti teorici, filosofici, deontologici, psicologici e giurisprudenziali su cui Gianrico Carofiglio ha probabilmente fondato la sua attività di avvocato e a cui ha sicuramente appoggiato la sua creatività di romanziere.
La posizione di Gianrico Carofiglio è quella di un'ottimistica fiducia nel processo come strumento dialettico: forse un'aula di tribunale non può sempre essere teatro del
trionfo della Giustizia, ma certamente può e deve essere il luogo in cui ne viene attuata la
ricerca. E tale ricerca ovviamente viene effettuata attraverso l'escussione dei testimoni, i quali raccontano la loro verità; ciò permette all'autore di costruire nel suo manualetto vari capitoli dedicati agli altrettanto vari tipi di testimoni possibili: ostili, in buona fede, soggetti deboli (bambini, anziani, minorati), ufficiali giudiziari...con ciascuno di essi l'avvocato incaricato del controinterrogatorio (l'interrogatrorio puro e semplice è spesso meno significativo) deve saper assumere il giusto atteggiamento e sviluppare il giusto rapporto. Deve insomma riuscire a fare le domande giuste nel modo più appropriato: mai seguendo una vaga casualità e sempre avendo dinnanzi il proprio obiettivo, che a seconda dei casi sarà quello di sostenere l'accusa o di impostare la difesa.
Qualche volta si tratterà più banalmente di cercare una ragionevole limitazione dei danni: anche saper tacere al momento necessario rientra fra le doti del "perfetto" avvocato.
In linea teorica, almeno, perchè - a mio parere - non senza fondamento uno dei personaggi di Shakespeare sosteneva la necessità di uccidere per prima cosa tutti gli avvocati...
Carofiglio in ogni caso preferisce sempre e comunque un atteggiamento propositivo a quello distruttivo ed il suo credo, nonchè il significato del libro, è ben riassunto dalla frase di Norberto Bobbio con cui la trattazione si chiude: "
La teoria dell'argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e la non-verità degli scettici c'è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza".
LadyJack || 15:44 ||
martedì, 11 dicembre 2007
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IL PASSATO E' UNA TERRA STRANIERA, di Gianrico Carofiglio (2004)
Le storie di Guido mi piacciono di più, mi coinvolgono maggiormente perchè in fondo il protagonista è un personaggio positivo, pur con tutti i suoi limiti e difetti.
In questo romanzo invece è più difficile affezionarsi al protagonista - Giorgio - perchè il personaggio è volutamente negativo, debole per gran parte della storia e certo non esattamente degno di approvazione. Con l'autore mantiene rapporti ancora vagamente autobiografici nelle iniziali "G" del nome e "C" del cognome, e nel fatto di essere studente di giurisprudenza e quindi futuro magistrato: è sperabile però che Carofiglio non abbia dovuto attraversare le sue stesse esperienze, per scoprire che non è solo la forza di gravità che attira verso il basso.
Giorgio ha ventitrè anni, sta per laurearsi brillantemente, gli piacciono i libri, il cinema e la musica, ha una ragazza ed è un bravo figliolo, orgoglio dei genitori e gradito persino alla futura suocera. Famiglia proletaria, politicamente impegnata: non gli è mai mancato nulla. Giorgio però vive nella Bari (ovvero nell'Italia) degli anni '80, ed anche se non se ne è mai reso conto prima, ormai lo aspetta al varco una brutta crisi motivata dall'insoddisfazione di fondo unita ad una certa curiosità per i mondi diversi dal suo.
E la crisi precipita, facendosi poi disastro, quando Giorgio incontra Francesco: bello, disinvolto, elegante, forse persino ricco ma soprattutto così intrigante e diverso. I due diventano amici poi soci, quando pian piano Francesco coinvolge Giorgio in quelle che si rivelano esssere le sue "imprese": partite di poker truccate, all'inizio, e Giorgio rimane affascinato, preso nel vortice dell'entusiasmo per i soldi facili, per lo sfoggio segreto di abilità che il barare richiede, per la stessa alleanza che lo unisce a Francesco.
Gradualmente però il rapporto di dipendenza si fa sempre più forte e profondo, ed allarga i suoi confini sino a sfiorare il plagio: Giorgio è succube di Francesco, delle sue menzogne, delle sue invenzioni, e finisce per seguirlo su di una strada in rapida discesa: dal gioco d'azzardo ai contatti con la malavita, allo spaccio di droga ed oltre.
Intanto Giorgio ha rimosso dalla sua vita tutto ciò che lo infastidiva: il buon rapporto con i genitori, ai quali ormai mente in continuazione e senza ritegno, la sua ragazza e lo studio. In cambio ha un'auto nuova e tanti soldi che non sa nemmeno come riuscire a spendere; entra ed esce da un sacco di letti inutili e vive solo per il momento presente, senza progetti e - anche se non se ne rende conto - senza speranze.
Più che a se stesso, più che ai dubbi che ogni tanto ancora lo assalgono, ha deciso di prestare fede all'amico: crede a Francesco anche quando Francesco scompare per settimane, senza mai spiegare dove sia e cosa stia facendo.
Poi Francesco - che è alla fin fine un sociopatico di ottimo livello - tocca uno dei suoi tanti fondi, e una volta di più cerca di portare con sè anche Giorgio: dopo un festino a base di droga e alcool, esce di casa con la ferma intenzione di andare a stuprare una ragazza. Una qualunque, e forse non sarebbe nemmeno la prima volta.
Ma è a questo punto che finalmente Giorgio si risveglia e pur cercando di salvare capra e cavolo, recupera quel tanto di buon senso che lo riporta faticosamente tra gli esseri umani.
Non è il caso di parlare di "redenzione", perchè agendo come agisce Giorgio risponde all'eccesso di orrore che improvvisamente lo assale, più che ad un meditato richiamo della coscienza: e tuttavia è da lì che incomincia a risalire la china. Quasi inconsciamente recupera un po' di se stesso, riprende a studiare e si apre una prospettiva di vita più equilibrata.
In fondo, non è che gli esseri umani possano mediamente aspirare a qualcosa di molto diverso.
Come dicevo all'inizio, le storie di Guido mi piacciono di più, sono più facili da digerire. In questo romanzo, invece, la parte più bella è anche la più dura, con l'accurata descrizione di tutti gli stati d'animo di Giorgio, i suoi pensieri, le sue confessioni. E Giorgio non risparmia nulla, nè a se stesso nè tantomeno al lettore. Attraverso di lui, l'autore è spietato.
In ogni caso, anzi forse proprio per questo, nessuno potrà mai negare a Gianrico Carofiglio la qualità di ottimo scrittore e costruttore di storie: uno di quegli autori i cui romanzi vanno attesi come una festa per la mente ed il cuore.
LadyJack || 16:30 ||
lunedì, 10 settembre 2007
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RAGIONEVOLI DUBBI di Gianrico Carofiglio (Sellerio ed., 2006)
Terzo romanzo con protagonista l'avvocato barese Guido Guerrieri: una conferma meravigliosa.
E una certezza: letterariamente parlando sono innamorata, perchè l'autore e il personaggio mi sono entrati nel cuore e non ne usciranno.
Questa volta l'atmosfera del romanzo mi è parsa più cupa, non tanto per il reato al centro della vicenda processuale (traffico di droga), ma per gli umori negativi di Guido, per la rievocazione degli anni '70, e per la consapevolezza ormai acquisita sul fatto che quello di Giustizia è un concetto davvero molto astratto.
Di nuovo, magari con maggiore profondità rispetto ai romanzi precedenti, si intrecciano per Guido aspetto personale ed aspetto professionale, tanto che il titolo - RAGIONEVOLI DUBBI - finisce per adattarsi molto bene ad entrambi.
- Margherita, che dopo il divorzio dalla moglie sembrava per Guido l'amore più giusto, decide di partire per ragioni di lavoro, proprio quando Guido si trova a contemplare anzi, ancor di più: a DESIDERARE la nascita di un figlio. Non si sa se e quando lei tornerà; nel frattempo Guido continua a vivere fra il tribunale, i suoi bar e le sue librerie (Feltrinelli esiste anche a Bari).
Per un attimo teme il ritorno della depressione che lo aveva già quasi distrutto, ma ormai è un poco più forte e fa del suo meglio per riprendersi.
Non lo aiuta però la sua vita professionale: Guido è sempre più insoddisfatto, nauseato ("devo trovarmi un lavoro onesto", dice ad un certo punto l'avvocato...) e per di più si trova a difendere un uomo accusato di aver cercato di contrabbandare quaranta chili di cocaina nascosta nella propria auto in transito vacanziero dal Montenegro all'Italia.
In quell'uomo Guido riconosce, senza essere riconosciuto a sua volta, un bieco personaggio. Fabio detto "Raybàn", un picchiatore fascista, forse coinvolto in fatti di sangue, che una volta aveva aggradito anche lui, quando era ancora un ragazzino con l'eskimo, dotato di abbastanza orgoglio per non cedere automaticamente al più forte.
Guido è tentato di rifiutare l'incarico, ma l'uomo già condannato in primo grado, si dichiara innocente. Inizialmente l'avvocato si ritrova a fare semplicemente il proprio lavoro, cercando di ridurre al minimo i danni per il proprio assistito; poi però Guido conosce meglio Fabio, che sempre meno riesce a far coincidere con la vecchia immagine ("Chi cazzo sei tu? Com'è possibile che fossi fascista e ti piacesse il jazz? Com'è possibile che ti piacciano i libri? Chi sei?" - si chiede nella sua mente) e ad un certo punto arriva a fare ciò che per un avvocato difensore è superfluo: si convince che il suo cliente è innocente. Poi con la caparbia abilità che gli è propria si mette alla ricerca di una spiegazione alternativa per quei quaranta chili di droga. E la trova, con l'aiuto del sempre più amico commissario Tancredi.
Solo che nel frattempo Guido ha conosciuto anche la moglie giapponese di Fabio, Natsu, e la loro bambina dagli incredibili occhi blu...e mentre difende un uomo innocente, o meglio innocente in quel caso, Guido per pochi giorni felici gli "ruba" la famiglia. Sapendo perfettamente di essere un "ladro", eppure non potendone fare a meno.
La storia non potrà durare, ovviamente, però è accaduta.
A parte tutte queste cose, che arricchiscono e completano sempre più il lato umano del personaggio, il pezzo forte del romanzo è l'arringa difensiva finale, che verte sulla differenza fra probabilità e verità, e nella quale Guido riversa molti dei suoi sentimenti del momento: segnali che solo il lettore, ma non tutto il suo pubblico, è in grado di cogliere.
Ad un certo punto della sua crisi, Guido rivela a se stesso e ad un amico che gli piacerebbe smettere di fare l'avvocato per scrivere libri; l'autore, di cui Guido è un po' l'alter ego, non ha smesso di fare il magistrato, però ha iniziato a scrivere libri.
Raramente - forse mai - uomo ebbe illuminazione migliore.
"Un filosofo ha detto che i fatti, le azioni in sè, non hanno alcun senso[...].
Le storie, a ben vedere, sono tutto quello che abbiamo".
(dall'arringa di Guido)
LadyJack || 11:20 ||
sabato, 25 agosto 2007
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TESTIMONE INCONSAPEVOLE di Gianrico Carofiglio (ed. Sellerio, 2002)
Detto, fatto: stanotte ho recuperato anche il primo romanzo di Carofiglio. Forse stavolta mi è mancato il lieto senso di sorpresa provato alla lettura di AD OCCHI CHIUSI, però ho avuto la conferma che cercavo: l'autore merita ampiamente di essere considerato ed i suoi "gialli legali", a metà fra immaginazione e cronaca, costituiscono un ottimo capitolo di letteratura italiana.
Il romanzo in questione, inoltre, è importante per riuscire a comprendere meglio il personaggio dell'avvocato Guerrieri: qui si assiste alla sua genesi e al suo sviluppo, qui vengono narrate su di lui cose fondamentali. Qui viene mostrato il divario tra Guido come uomo (con tutti i problemi, i disagi e i ricordi che lo caratterizzano) e Guido come avvocato (non cattivo ma bastardo sì, se le circostanze lo richiedono).
Di nuovo apparentemente semplice la storia: un extracomunitario senegalese, Abdou Thiam, viene accusato del rapimento e dell'uccisione di un bambino di sei anni. Contro di lui alcune prove giudicate incontrovertibili, e la testimonianza di un barista che certo non apprezza "i negri".
L'accusato ha scarsi mezzi, ma Guido ne assume la difesa spinto soprattutto dall'istinto: all'inizio nutre qualche dubbio, poi però si convince che il suo cliente è veramente innocente.
Da quel momento, praticamente dal nulla e ricorrendo a tutte le sue migliori doti di penalista, Guido costruisce pezzo per pezzo un'utile difesa, anche se fino all'ultimo non potrà essere sicuro del risultato.
L'assoluzione di Abdou Thiam è un fatto positivo, certo, tuttavia il centro della questione è un altro: l'importante è che Guido abbia ascoltato una richiesta d'aiuto, rispondendo come richiedono l'umanità e il senso di giustizia.
Come avvocato Guido non nutre illusioni: a volte gli accusati sono davvero colpevoli ma vanno difesi ugualmente. Quando però il meccanismo legale - senza cattiveria, magari, ma con superficialità - si attiva per incastrare un debole, un comodo colpevole, un oggetto utile a mettere a posto la coscienza della maggioranza, allora è lui che non ci sta. Che non vuole più starci.
Sullo sfondo della vicenda processuale c'è infatti la vicenda privata di Guido: il suo divorzio, la sua depressione, tutte le cose inutili e sbagliate che sente di aver fatto, il peso di tutti gli errori cattivi che sa di aver commesso.
Per ritrovarsi come essere umano Guido decide così di cominciare a fare le cose giuste, sul lavoro quanto nel privato. E alla fine riesce a raggiungere un po' di serenità, e una differente capacità di affrontare qualunque tipo di problema possa intervenire nel corso delle sue giornate.
Narrato in questo modo il romanzo potrebbe sembrare cupo e pesante, in realtà però accanto al lato drammatico c'è anche un lato umoristico (proprio del personaggio quanto dell'autore, immagino) che contribuisce a rendere queste trecento pagine agevoli e molto gustose.
A me piace soprattutto l'abitudine che ha Guido di costruire dei doppi discorsi, quando parla o risponde alla gente: il primo e più immediato è il discorso che lui fa nella sua testa, sono le parole - in genere sarcastiche o pepate - che Guido vorrebbe pronunciare, ma non pronuncia.
Il secondo è il discorso verbale, le parole - spesso scialbe, diplomatiche o poco compromettenti - che Guido dice veramente: ciò che i suoi interlocutori si aspettano da lui, insomma.
Nel divario tra l'uno e l'altro tipo di esposizione c'è tutto il lato più divertente del personaggio, quel Guido Guerrieri a cui mi sto davvero affezionando.
Inoltre un uomo che sa citare a memoria l'intero monologo di Roy morente da "Blade Runner" merita consideraziione...anche se è un avvocato!
LadyJack || 10:53 ||
venerdì, 10 agosto 2007
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Ad un certo punto del suo BAUDOLINO, Umberto Eco scrive (cito liberamente) che non è possibile vedere, sperimentare e conoscere ogni cosa al mondo: motivo per cui bisogna leggere tutti i libri.
Si tratta di un ameno paradosso con il quale mi trovo sostanzialmente d'accordo, perchè ovviamente è impossibile leggere ogni libro esistente quanto conoscere ogni cosa esistente: tuttavia è dovere - e piacere - del buon lettore spaziare al meglio delle proprie possibilità, impossessandosi delle esperienze e della creatività disseminate nella pagina scritta, stratificando un bagaglio di conoscenze che una volta acquisite diventeranno "sue" e non lo abbandoneranno mai più.
Se l'Universo è un libro, ed il libro è un universo, allora il buon lettore è una piccola biblioteca che racchiude mondi e - cosa fondamentale - dev'essere in grado di farli comunicare tra loro.
In questo processo di acquisizione che in genere ha un inizio ma che certamente non ha una fine, io sono ancora "giovane"; è ragionevole pensare che mi rimangano anni di vita e di letture, per cui non dovrei stupirmi se ogni tanto mi capita fra le mani un libro straordinario, superiore alla media: per ragioni statistiche, se non per altro!
Eppure a volte l'esperienza è così gratificante e inattesa che non si può fare a meno di pensare: credevo di aver scelto questo libro per caso, perchè non conoscevo ancora l'autore, perchè mi ha incurisito la copertina, perchè quando sono in crisi d'astinenza da pagina scritta mi accontenterei di leggere persino un'etichetta della birra...invece questo libro aspettava di essere letto da me.
Ed ora che l'ho fatto, un ricco e piacevole pezzettino di "me" come lettrice è andato ad occupare il posto che gli compete.
Tutto questo per introdurre l'elogio di un romanzo che ho letto stanotte d'un fiato, senza inutili pause, e certamente senza noia.
AD OCCHI CHIUSI di Gianrico Carofiglio (ed. Sellerio, 2003)
In realtà è l'opera seconda di questo autore, che nel 2002 aveva già fatto incetta di premi con il suo TESTIMONE INVOLONTARIO; inutile dire che non passerà molto tempo prima che io vada a recuperare anche il romanzo d'esordio.
Il genere a cui appartiene la storia è quello che viene definito "giallo legale": l'autore è un magistrato barese che con il suo protagonista - l'avvocato Guido Guerrieri - si è creato un "doppio" quasi perfetto, nel ruolo di portavoce ed interprete di una questione abbastanza spinosa: lo stato della Giustizia in Italia.
L'argomento è pesante, il romanzo no. La qualità della scrittura è straordinaria, i dialoghi sono fluidi e mai banali, i personaggi sono tutti esattamente come dovrebbero essere, romanzeschi eppure veri, convincenti e molto diversificati.
Lo stesso Guido alterna freddo gergo giudiziario e più articolate capacità riflessive, il tutto condito a volte con gentilezza, a volte con entusiasmo, a volte con un po' di rassegnazione...molto spesso con un divertente sarcasmo.
Apparentemente semplice e lineare la storia: una giovane donna si costituisce parte civile contro l'ex convivente che la maltrattava, e che dopo l'abbandono da parte di lei ha iniziato a perseguitarla e a minacciarla, rendendole la vita un incubo.
L'uomo appartiene ad una famiglia ricca, potente e rispettata, per cui la donna ha faticato parecchio a trovare un avvocato che volesse sobbarcarsi la rogna di rappresentarla.
Guido, che è un bravo avvocato ma anche un forte idealista (benchè egli si ritenga piuttosto un cocciuto rompiscatole), accetta l'incarico e porta la causa in tribunale. Purtroppo con conseguenze parzialmente tragiche.
Tuttavia per Guido, per la vittima, per gli amici di lei, provarci era un imperativo morale: non ci si può limitare a tollerare (o peggio, ad ignorare) l'ingiustizia, per quanto ciò possa costare: altrimenti non si ha diritto al difficile titolo di esseri umani.
Mutatis mutandis con questo romanzo ci troviamo sul versante di Camilleri (per citare un esempio noto), ovvero nell'ambito di storie che illustrano, con grande impegno umano non meno che con grande bravura, vicende che potrebbero appartenere alla nostra cronaca contemporanea, con protagonisti che hanno un presente ed un passato, punti di forza professionale e normalissime debolezze private: personaggi che camminano e respirano nella realtà.
L'avvocato Guerrieri, come il commissario Montalbano, da qualche parte avrebbero potuto sfiorarci, passando per strada.
Anzi, forse lo hanno fatto davvero.
LadyJack || 11:01 ||
giovedì, 09 agosto 2007
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