
MORTE & C., di Dashiell Hammett [ Leonardo ed., 1990; trad. di Hilia Brinis ]
Un altro volume di racconti di Dashiell Hammett, questa volta caratterizzati da ciò che in uno scrittore io
sono sempre disposta ad apprezzare: il senso dell'umorismo.
Si tratta infatti di nove racconti, di nuovo collocabili negli anni Venti, che come quelli dell'altro volume da me già recensito riguardano per lo più vicende criminali ed investigative. Ricompare molte volte il detective senza nome dell'Agenzia Continental di San Francisco e ci sono delitti sufficienti a dare lavoro a parecchi Dipartimenti di Polizia sparsi per gli Stati Uniti... eppure quasi tutte le storie di questi racconti presentano anche risvolti decisamente ironici. Non che si tratti sempre di un umorismo leggero: molte vicende rimangono drammatiche e un omicidio non può certo diventare cosa su cui ridere, tuttavia in queste pagine Dashiell Hammett sembra essersi sbizzarrito ad illustrare gli aspetti più risibili della vita, a volte sarcastici, a volte tragicomici, a volte soltanto divertenti.
Divertenti per il lettore, intendo, perchè alcuni dei personaggi dei racconti non possono affatto dire di essersi sganasciati.
Ad esempio non si è divertita Eloise (in "Eloise beffata"), moglie acida e petulante accusata dell'omicidio del marito anche se in realtà lui si è suicidato. Eloise, egoista e spocchiosa, rimane vittima di se stessa e forse è giusto così perchè anche se non è stata lei a premere il grilletto, è comunque responsabile del gesto fatale.
Non va molto bene nemmeno al protagonista de "L'uomo che aveva ucciso Dan Odams", il quale, in una terra di frontiera che sembra ancora il Vecchio West, riesca ad evadere di prigione solo per finire tra le mani della donna che ha reso vedova, facendo ovviamente una brutta fine.
Ugualmente, tanti altri personaggi credono di essersela cavata, ma in seguito finiscono vittime della loro sorte: l'assassino che ha trovato il modo di truccare le proprie impronte insanguinate ("Dita scivolose"), l'uomo d'affari che ha cercato di fare del proprio socio il capro espiatorio per una ammanco di cui lui stesso è responsabile, in combutta con la segretaria ("Il cappello nero che non c'era"), il marito che ha cercato di occultare l'omicidio della moglie dietro un falso rapimento e che viene eliminato dall'amante di lei ("Morte & C."), il ladro di gioielli che si è fatto passare per una delle sue vittime, travestendosi credibilmente da ragazza, ma che poi viene steso senza cerimonie da un gran cazzotto del detective ("Tom, Dick o Harry").
Altri due racconti indulgono invece maggiormente all'avventura e all'intrigo internazionale: favolose concessioni minerarie tra Asia e Sudamerica ("L'inafferrabile siamese") e addirittura le conseguenze della Rivoluzione d'Ottobre ("Quando la fortruna è dalla tua"),
Ma il mio racconto preferito in assoluto è il terzo dell'antologia: non tanto per la vicenda in sè - un ricatto sullo sfondo di beghe politico-affaristiche nella lontana Cina di inizio Novecento - quanto piuttosto per la simpatia del protagonista, e per l'ameno spirito (e linguaggio) di cui l'autore ha saputo dotarlo.
Il racconto si intitola "Chiodi" ed inizia così: "Come a volte succede, ero in difficoltà con l'ottavo verso di un rondò quando, fuori dalla mia porta, risonò il passo fermo e inconfondibile di papà".
Dopo che il lettore ha superato un guizzo di perplessità (che cavolo c'entrano i versi di un rondò!?), può immergersi nella vicenda e comprendere che Robin Thin, il trentenne narratore e protagonista del racconto, è sì un detective che lavora alle dipendenze del padre (altro gran personaggio!) ma è anche - e soprattutto - un aspirante poeta.
Questa passione, evidentemente disapprovata dal genitore, non impedisce comunque a Robin di avere una grande mente investigativa: infatti alla fine sarà lui a fornire la soluzione del caso, con l'apparente facilità del prestigiatore che estrae dal cappello il più classico dei conigli.
Il personaggio mi ricorda un po' Ellery Queen, un Ellery Queen giovane e forse più capace di azione, ma ugualmente legato al padre da un affetto indulgente, nonchè agile di pensiero e di parola.
Una delle caratteristiche migliori e più interessanti del racconto è data appunto dal tono narrativo che l'autore presta al suo personaggio: Robin, che dopotutto è un poeta ovvero qualcuno che non dovrebbe avere difficoltà ad usare le parole, possiede infatti un eloquio preciso, ricco e un po' pedante che invece di renderlo greve lo fa solo più simpatico.
Si ha l'impressione che Robin stesso, e attraverso di lui anche Dashiell Hammett, vogliano rendere partecipe il lettore di qualcosa che reputano insieme normale e divertente.
Ad un certo punto ad esempio Robin, lievemente esasperato da un colloquio cha va per le lunghe senza mai arrivare al sodo, commenta: "Sentivo, ascoltando le vane metafore, le battute non pertinenti con cui papà e il signor Cayterer giravano attorno alla questione che ci aveva portati lì, sentivo, ripeto, che quelle circonlocuzioni, quei sopravanzi di conciliaboli tra capi indiani o boscimani, sarebbe stato opportuno abbandonarli in favore di una moderna concisione e chiarezza".
Il che, in bocca ad uno che chiaro lo è se vuole, ma conciso proprio no, è un ottimo esempio di ciò di cui parlavo all'inzio: il sorridente umorismo che qui Dashiell Hammett riesce ad effondere tra sparatorie e schizzi di sangue.
Notevole impresa, a mio giudizio, che i moderni scrittori di romanzi polizieschi dovrebbero tenere più spesso presente.
SPARI NELLA NOTTE, di Dashiell Hammett [ Leonardo ed., 1989; trad. di Hilia Brinis ]
Per ciò che riguarda il genere hard-boiled, il mio grande amore è Raymond Chandler (di lui e di Philip Marlowe parlerò a lungo, un giorno o l'altro); il mio primo amore però è stato Dashiell Hammett: dall'adolescenza in avanti ho letto così tante volte "The Dain Curse" che quasi quasi potrei riscriverlo a memoria; negli anni l'ho ripetutamente preso in mano, assieme ad altri suoi romanzi, senza mai stancarmene, continuando anzi a rimanerne affascinata.
"Spari nella Notte" però non è un romanzo, bensì una raccolta di tredici racconti originariamente pubblicati da Hammett in varie riviste e appartenenti alle fasi iniziali della sua carriera di scrittore. Benchè le indicazioni bibliografiche del volume siano piuttosto scarse è probabile che i racconti possano essere collocati negli anni Venti; lo sfondo stesso delle vicende accenna a molti particolari d'epoca: la Depressione, il proibizionismo, e l'emarginazione di cui erano fatte oggetto quelle che oggi il politically correct definisce "persone di colore" ma che a quei tempi erano più semplicemente "i negri".
Meraviglioso, in proposito, il racconto "Notturno", uno dei più brevi della raccolta, le cui poche pagine riescono però a dipingere in maniera efficace e sorprendente un piccolo e affascinante quadro: la vicenda di una ragazza in cerca di avventure che rischia di trovarne più del dovuto. Che il protagonista in grado di tirarla fuori dai guai sia un uomo di colore, lo si scopre improvvisamente solo nelle ultime righe.
Molti dei racconti sono costruiti con una "sorpresa" finale, alla quale comunque si arriva attraverso una narrazione sempre densa e interessante. Ciò che colpisce di più nella scrittura di Dashiell Hammett è la sua capacità di creare con poco le atmosfere, le storie ed i personaggi che le popolano. Era un autore che non si perdeva in descrizioni superflue o in altrettanto superflui approfondimenti psicologici: si dedicava soprattutto all'azione e ai dialoghi, ma era appunto dalla convergenza tra l'azione e i dialoghi che saltava poi fuori tutto il resto, compresa l'interiorità dei personaggi.
Questi tredici racconti sono piuttosto vari: quasi tutti riguardano vicende criminali ed investigative, ma ce ne sono alcuni che contengono invece echi esotici di isole lontane (e inventate), teatro d'azione per loschi avventurieri.
In un paio di racconti compare già Sam Spade, in seguito protagonista di romanzi (ma non citatemi Humphrey Bogart, perchè Sam Spade è biondo e alto... ); molti altri riguardano invece le avventure di un detective senza nome che lavora per la filiale di San Francisco dell'agenzia Continental e che ovviamente è un po' l'alter ego dello stesso Hammett, il quale ai suoi tempi aveva lavorato per la mitica agenzia Pinkerton.
Altri racconti infine hanno protagonisti diversi e non ricorrenti.
Di solito la parte riguardante il mistero puramente poliziesco (laddove c'è) si amalgama perfettamente con la parte riguardante l'azione: le pagine di Hammett sono piene di spari, sangue, morti e feriti, inseguimenti e crimini assortiti, dalla truffa alla rapina, passando ovviamente per l'omicidio, tuttavia gli indizi che permettono al detective di turno di arrivare alla brillante soluzione del caso non sono nè vaghi nè nebulosi, bensì inseriti nella storia con un certo grado di lealtà.
La tecnica narrativa di Dashiell Hammett è tendenzialmente molto cinematografica, e non a caso negli anni Trenta l'autore divenne anche sceneggiatore: spesso i racconti iniziano con una sorta di primo piano o di immagine isolata che gradualmente si allarga sino a diluirsi nello sviluppo di una storia più o meno complicata.
Dashiell Hammett insomma era uno di quelli che ci sapevano fare, con le parole. Un "classico immortale", se vogliamo affibbiargi una definizione retorica ma vera.
"Frugammo per un poco tra le macerie: non che ci
aspettassimo di trovare qualcosa, ma è nella natura
dell'uomo rovistare tra le macerie"
Amo questo film e non ho ancora letto il libro, che comunque tengo in caldo in libreria...
Non sono una fan del genere "hard boiled", anche se esercita su di me un certo fascino, perché trattasi di letteratura con la maiuscola e certamente approfondirò il tema. In genere ho molta stima per gli scrittori americani del '900 e non sto certo scoprendo l'acqua calda. Ma, in attesa di leggere di Sam Spade e C., mi accontento del mio film preferito, che mette insieme due attori impagabili, uno scottish terrier ormai mitico e tutto il fascino degli anni '30.
In italiano: "L'uomo ombra", interpretato da William Powell e Myrna Loy, è una chicca da amatori del genere e io lo sono. Anno: 1934.
Cito dal Morandini 2007: "Felicemente sposato con la ricca Nora (M. Loy), Nick Charles (W. Powell), ex detective della polizia, è costretto dalle circostanze a occuparsi di un caso difficile: chi ha ucciso Julia Wolf, segretaria dell'eccentrico inventore Clyde Wynant, poi il gangster Nunheim e infine un individuo non identificato, trovato cadavere nell'ufficio di Wynant? Tratto dal romanzo (1932) omonimo di Dashiell Hammett, liberamente adattato da Albert Hackett e sua moglie Frances Goodrich, prodotto dalla M-G-M, girato da W.S. (“One-take” Woody) Van Dyke in 12 giorni, fotografato dal prestigioso James Wong Howe, è una riuscita mistura di racconto a enigma e commedia sofisticata che ebbe grande successo, 4 candidature agli Oscar e 5 seguiti. Lanciò la coppia W. Powell-M. Loy e per qualche anno diede al rough-terrier Asta una popolarità quasi pari a quella di Rin-tin-tin. Seguito da Dopo l'uomo ombra."

Riguardo al romanzo, ho reperito questa recensione: