EMMA [ id.; iniziato intorno al 1814; pubblicato anonimo nel 1815 ]
Confesso che Miss Emma Woodhouse non mi è troppo simpatica. Ma a ben guardare, nessuno dei personaggi di Jane Austen mi piace veramente: i romanzi in sè - intendo le storie e il modo in cui sono costruite - sono fantastici; i personaggi però hanno sempre qualcosa di eccessivo che li rende ameni oggetti di un interesse storico-archeologico più che veramente umano.
Sono troppo introversi, troppo modesti o al contrario troppo vivaci, o troppo stupidi, o troppo pomposi, o troppo ligi all'etichetta. O troppo ricchi e orgogliosi. O troppo qualcos'altro.
Emma è decisamente troppo piena di sè e risulterebbe francamente insopportabile se la sua autrice per prima non la rendesse bersaglio della propria ironia, oltre che della propria indulgente simpatia.
Il personaggio infatti ci viene così presentato: "Bella, intelligente, ricca, con una casa fatta per viverci bene e un'indole felice, Emma Woodhouse sembrava riunire alcuni dei beni più preziosi della vita. [ ... ] In realtà, il guaio vero della situazione di Emma erano la possibilità di fare un po' troppo a modo suo e una certa tendenza a pensare un po' troppo bene di se stessa - due svantaggi che minacciavano ormai di turbare i suoi molti diletti ma che, il pericolo essendo ancora inavvertito, non avevano peraltro assunto l'aspetto di malanni". [trad. di Bruno Maffi]
Si noti l'accorta ironia di quel "sembrava" e di quegli "un po'", per non parlare poi dell'altrettanto accorta scelta di termini quali "preziosi", "svantaggi" e "diletti", quest'ultimo in accostamento al verbo "turbare".
Emma insomma, che a differenza di altre eroine austeniane non ha problemi economici nè avverte minacce al proprio status sociale, ha un unico vero cruccio: si annoia da morire. E data la sua nature fattiva ed impicciona, non può astenersi dal combinare un sacco di guai, nessuno dei quali - per fortuna - è davvero irreparabile.
Dall'alto della profonda esperienza conferitale dai suoi ventun anni, Emma si crede molto accorta e attenta, furba persino: in realtà è vittima di molti fraintendimenti, false convinzioni ed errori di valutazione che la portano quasi sempre a capire poco di tutto e di tutti.
In particolare, si è messa in testa di essere bravissima a combinare matrimoni, a capire chi sia l'uomo più giusto per la donna più giusta, e di tale convinzione fanno allegramente le spese amici e nemici. E (qui sta l'ironia) ne fa le spese lei stessa, che sino all'ultimo non si accorge di essere profondamente amata da quel bel campione del sesso forte che è Mr. Knightley... il quale, sia detto per inciso, grazie alla sua forza morale e al suo buon senso, non meno che grazie al suo sense of humour, è probabilmente l'unica creatura al mondo in grado di apprezzare, arginare ed eventualmente correggere Miss Emma Woodhouse.
In un certo senso, comunque, il comportamento di Emma è comprensibile: non tanto perchè sia abituata ad essere libera e viziata, ma piuttosto perchè si trova in una situazione forse esilarante per il lettore, ma certo per lei abbastanza difficile.
Orfana di madre sin da piccola, perde anche la sua amica-governante, che si sposa ed inizia una nuova vita (alla distanza di un paio di chilometri... ). Sua sorella vive a Londra con il prosaico marito e un mare di bambini.
Ad Emma cosa rimane? Una grande casa da governare, un vecchio padre ipocondriaco e rompiballe (da lei comunque molto amato), l'amicizia della frigida Miss Jane Fairfax, troppo perfetta per essere vera (e infatti si scopre poi che perfetta non è) e infine il presunto e da molte parti auspicato corteggiamento di quel simpatico cretino che è Frank Churchill.
Per non parlare poi dell'atmosfera generale del villaggio di Highbury, che vorrebbe a tutti i costi sembrare molto meno provinciale di quel che in realtà è.
Emma in definitiva deve fare qualcosa: peccato però che quasi tutto ciò che fa sia praticamente sbagliato. Errare humanum est, perseverare diabolicum... ma si suppone che con il matrimonio Emma si darà una calmata.
Il romanzo, la cui forma possiede la consueta straordinaria eleganza, è insomma una specie di divertente commedia degli errori.
Molti sono gli incroci degli eventi, molte le coincidenze. Anche se poi alla fine ci si accorge con una punta di sorpresa che l'ineffabile Jane Austen ha costruito un bellissimo e lunghissimo romanzo quasi sul nulla.
LadyJack || 10:57 ||
mercoledì, 09 luglio 2008
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RAGIONE E SENTIMENTO (iniziato intorno al 1794 come "Elinor e Marianne"; successivamente pubblicato anonimo nel 1811 come "Sense and Sensibility")
Sino a tempi piuttosto recenti la mia conoscenza di "Ragione e Sentimento" riguardava soprattutto il bel film del 1995, che possiede almeno tre ottime ragioni per piacermi: 1) è un film di Ang Lee, uno dei miei registi preferiti a partire dalla visione de "Il Banchetto di Nozze" 2) tra i protagonisti c'è Emma Thompson, una delle mie "madri spirituali" per ciò che riguarda la recitazione femminile 3) il dolente ruolo del colonnello Brandon è rivestito da Alan Rickman, così dolce quando fa il buono, così malvagio quando fa il cattivo... così Piton quando fa Piton!
A parte tutto ciò, mi piace la storia e il modo in cui venne realizzata: per quel film Emma Thompson vinse l'Oscar come sceneggiatrice, e il premio fu più che meritato. Lo si capisce bene confrontando la storia originale con quella condensata eppure completa della versione cinematografica: in Jane Austen ci sono più personaggi, più eventi, riflessioni e descrizioni, il film però conserva e illustra il cuore della storia senza trascurare nulla di ciò che è importante, dai paesaggi infiniti della campagna inglese alle storie d'amore delle sorelle Dashwood, così diverse ma ugualmente affascinanti.
Qualche giorno fa sono andata a leggermi il romanzo e devo dire che mi è piaciuto moltissimo; malgrado la mole non proprio leggera (Jane Austen non sta mai sotto i 50 capitoli, nè rinuncia a dialoghi o paragrafi correttamente forbiti... ), sono rimasta sveglia sin quasi all'alba pur di finirlo in un'unica e continuativa lettura.
Protagoniste della storia sono le due maggiori sorelle Dashwood, Elinor e Marianne, che rimaste orfane si trasferiscono con la madre e la sorella minore Margaret nel modesto cottage offerto da un cugino.
La loro condizione femminile, in congiunzione con un testamento ingiusto ed un fratellastro stupido e meschino, le ha danneggiate economicamente. Ma le Dashwood sono piene di risorse spirituali, si vogliono molto bene, sono buone, amabili e intelligenti, per cui riescono ad organizzare la loro nuova vita in maniera abbastanza soddisfacente.
I veri problemi riguardano però il lato sentimentale: Elinor (è lei la RAGIONE, il buon senso) è perdutamente ma silenziosamente innamorata dell'altrettanto silenzioso Edward Ferrars; Marianne (l'impeto travolgente del SENTIMENTO) pare trovare la romantica anima gemella nel bellissimo Willoughby. Ma nessuna delle due riesce a coronare facilmente il proprio sogno d'amore: Edward risulta giù impegnato in un avventato fidanzamento giovanile con la bella (ma sciocca e ineducata) Lucy, mentre Willoughby abbandona Marianne a favore di un più lucroso matrimonio e, come se non bastasse, rivela un imbarazzante passato libertino.
Le due sorelle reagiscono alle sciagure in maniera molto diversa in base ai loro differenti temperamenti, ed è questa la parte più bella e significativa del romanzo: Elinor, riflessiva e introversa, resiste coraggiosamente senza parlare ad alcuno delle sue pene, mentre Marianne, morbosamente sensibile ed aliena alle mezze misure, quasi impazzisce e finisce per ammalarsi gravemente. La crisi arriva al culmine, poi recede gradualmente e Marianne, entrata in convalescenza, poco a poco ritrova una più equilibrata pace dello spirito.
Alla fine di una serie infinita di guai e complicazioni Elinor riesce a sposare il suo Edward, che del resto aveva sempre inclinato verso di lei, mentre Marianne accetta di sposare il maturo colonnello Brandon, da sempre innamorato di lei anche quando Marianne nutriva ideali estremi atti a scoraggiarlo. E la felicità arriva per tutti.
Raccontata così la storia può addirittura sembrare banale perchè perde tutti i particolari, i dialoghi e le sorprese che invece la rendono molto interessante: ma "Ragione e Sentimento" è davvero un romanzo che vale la pena di essere letto.
Jane Austen vi profonde tutte le sue migliori qualità di narratrice, la fluidità nel comporre una trama complessa e la grande ironia che la contraddistingue.
I personaggi possono assomigliare un po' a personaggi di altri suoi romanzi: la bella vivace, la bella introversa, la furba sciocca e superficiale, l'uomo buono ma indeciso, l'uomo bellissimo e traditore... eppure rimane ugualmente straordinaria la capacità di variazione dell'autrice, la sua attitudine a farli muovere bene, quei personaggi.
Sullo sfondo, naturalmente, c'è la critica nei confronti di una società le cui ingiuste convenzioni danneggiano soprattutto le donne, destinate quasi esclusivamente al matrimonio. A quel tempo raramente una donna era ricca di suo perchè raramente poteva ereditare; raramente una donna riusciva ad essere libera e indipendente. Non decideva di se stessa, della propria educazione, a volte nemmeno del proprio matrimonio: e poteva ritenersi soddisfatta se riusciva a mantenere, o ancor più a migliorare, la propria condizione sociale ed economica.
Per loro fortuna però le protagoniste nei romanzi di Jane Austen hanno la capacità di pensare, di capire, di giudicare, e in certa misura di agire: pur senza essere ribelli o rivoluzionarie riescono così ad essere ugualmente grandi donne, scavandosi una nicchia più giusta di reale felicità nel mondo difficile - e solo apparentemente allegro - che le circonda.
A volte ciò vale anche per altri personaggi, seppur in modo diverso: ad esempio, ho molto apprezzato il fatto che l'ignorante e maligna Lucy, alla ricerca del proprio benessere, si sia autodirottata là dove erano finiti i soldi di Edward, ovvero presso il frivolo fratello Robert, lasciando così libero lo stesso Edward di sposare la sua Elinor.
LadyJack || 16:43 ||
venerdì, 20 giugno 2008
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ORGOGLIO E PREGIUDIZIO ("Pride and Prejudice"), di Jane Austen
[iniziato nel 1796 come "First Impressions"; terminato nel 1797; pubblicato nel 1813]
Pare che Benjamin Disraeli, il grande letterato e uomo politico inglese di età vittoriana, abbia letto "Orgoglio e Pregiudizio" per ben diciassette volte. Ed è noto che quel lettore "difficile" che era Nero Wolfe apprezzava molto Jane Austen, anche se il nostro beneamato ciccione non lo avrebbe mai pubblicamente ammesso (diamine... si trattava pur sempre di una donna!).
Confortata da questi e da molti altri augusti esempi di gradimento, recentemente anch'io mi sono riavvicinata a Jane Austen dopo parecchi anni di oblio: ed ovviamente ho voluto farlo con il suo romanzo più famoso e popolare.
Confesso che il primo impatto è stato traumatico: per un lettore contemporaneo i sessantun capitoli di questo romanzo in cui a ben guardare non succede quasi nulla, sono un duro cimento. Quel panorama inglese di fine Settecento, con le sue rigide convenzioni sociali, i suoi pregiudizi, le sue grettezze e le onnipresenti mire matrimoniali di gran parte dei personaggi coinvolti appartengono ad un mondo abbastanza lontano da poter riuscire indifferente.
Senza contare poi che il linguaggio, tanto da parte dell'autrice quanto da parte dei suoi personaggi, appare così puntigliosamente corretto, abbondante e preciso da provocare qualche fitta di panico.
Che un pomposo leccapiedi come il signor Collins si abbandoni a sproloqui magniloquenti lunghi mezza pagina può persino sembrare normale e narrativamente funzionale; ma che ogni riga ed ogni dialogo del romanzo assuma un aspetto così formalmente rigoroso (e per noi démodé) finisce piuttosto per sembrare vagamente minaccioso.
Romanzo potenzialmente formidabile e pesante, dunque, gravato per di più dalla tradizione che lo ha ormai reso un "classico" indiscusso? Sì, forse... non fosse per il fatto che tutta questa ingombrante paccottiglia Jane Austen è riuscita a trattarla con le qualità supreme che evidentemente non facevano difetto alla sua straordinaria intelligenza: il sarcasmo e l'ironia.
La storia può essere apparentemente semplice (ed in effetti è sostanzialmente una lineare vicenda d'amore con qualche patema collaterale), i personaggi possono essere gradevoli o sgradevoli (ed in effetti a me nessuno di essi piace veramente), il mondo descritto può non essere per noi oggetto di grande interesse e curiosità: dopo due secoli abbondanti, però, "Orgoglio e Pregiudizio" è ancora un romanzo che vale la pena di essere letto.
Il nucleo principale della storia è abbastanza noto, e verte sull'incontro-scontro dell'aristocratico Darcy (suo è l'ORGOGLIO) con la socialmente più modesta ma intelligente Elizabeth Bennett. Di lei sono invece i PREGIUDIZI, in quanto il comportamento dello spocchioso giovanotto, che guarda tutti dall'alto e pare sentirsi troppo speciale per concedere confidenza a chiunque, inizialmente non la predispone certo a considerarlo con favore.
Saranno necessari molti e vari eventi riguardanti loro stessi, gli amici, i parenti e persino i semplici conoscenti, perchè Darcy e Liz mutino radicalmente le rispettive opinioni: lui, conquistato dalla bellezza quanto dalla bontà e dall'arguzia, si scoprirà talmente innamorato da voler trascurare le differenze sociali; e lei, colpita da qualche inattesa iniziativa del giovane quanto dallo splendore della sua tenuta di Pemberly, gli perdonerà volentieri il poco lieto esordio della loro conoscenza.
Pare poi che i due vadano davvero a vivere felici e contenti.
Naturalmente le vicende ed i personaggi di contorno sono numerosi, ma è in Elizabeth che si concentra l'attenzione tanto dell'autrice quanto del lettore. Secondogenita in una famiglia con cinque femmine da accasare e qualche problema economico, Elizabeth è una specie di fiore nel deserto: appartengono a lei le considerazioni più brillanti ed umoristiche, gli atteggiamenti più razionali e l'altruismo più autentico.
Solo la sorella maggiore Jane le si avvicina per positività di sentimento e di pensiero, benchè la sua frigidità, dettata da eccesso di modestia, sia poi una delle cause di parte dei guai che i Bennett devono affrontare nel romanzo.
In effetti l'enorme differenza esistente tra le maggiori e le minori delle sorelle Bennett (Mary, Lydia e Kitty) - queste ultime somiglianti alla madra, frivole e scarsamente affidabili a causa della loro leggerezza - fa pensare che Somerseth Maugham avesse ragione nell'ipotizzare che Liz e Jane potessero essere figlie di un primo, non specificato matrimonio del signor Bennett.
Signor Bennett che, disilluso ed assente, ormai pienamente consapevole delle magagne della sua vita domestica e coniugale, almeno non è del tutto esente da quell'ironia e da quel sarcasmo che evidentemente ha trasmesso ad Elizabeth, la sua preferita.
L'autrice comunque non si limita ad esprimere il proprio umorismo direttamente, attraverso le parole dei suoi personaggi, ma lo fa anche in maniera più sottile, attraverso tutta una serie di note, di situazioni ed atteggiamenti che sta al lettore cogliere nel loro pieno valore.
Guardiamo ad esempio l'austero e sostenuto Darcy, che proprio per non venir meno a se stesso cerca virilmente di resistere all'attrazione fatale esercitata su di lui da Elizabeth; poi quando decide di cedere, inframmezza ad azioni congrue e meritevoli anche tutta una serie di passaggi che sfiorano la comicità: per dichiararsi ad Elizabeth, a parte un sacco di parole sbagliate, sceglie l'unico momento in cui lei ha mal di testa. E di lì a poco, per rientrare nelle sue grazie durante una riunione mondana, si spinge sino ad osare avvicinamenti tattici con la sua sedia a quella di lei: recedendo poi come un cucciolo con la coda tra le gambe di fronte allo sguardo tra il gelido e il perplesso che parte dagli occhi belli della stessa Elizabeth.
Data la corposa complessità del romanzo, potrebbero essere portati molti altri amenissimi esempi...
Recita il famoso incipit del romanzo: "E' verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi". [trad. di M.L.Agosti Castellani]
Di lì a poco fa la sua comparsa nel paesotto di Longbourn e nella tenuta di Netherfield Park il signor Bingley - scapolo bello ricco e signorile, dunque matrimoniabile quant'altri mai - sul quale disparate aspettative femminili convergono immediatamente come formiche attorno ad un pezzo di zucchero.
Poi il resto è storia, o fors'anche leggenda.
LadyJack || 11:02 ||
sabato, 19 aprile 2008
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incipit:
Orgoglio e pregiudizio
È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell'una o dell'altra delle loro figlie.
(Traduzione: Isa Maranesi)
Pride and Prejudice - JANE AUSTEN (1813)
It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune must be in want of a wife. However little known the feelings or views of such a man may be on his first entering a neighbourhood, this truth is so well fixed in the minds of the surrounding families, that he is considered as the rightful property of some one or other of their daughters.
scene iniziali dal primo episodio di "PRIDE AND PREJUDICE" - BBC 1995
Questa versione televisiva di "Pride and prejudice" è, a mio parere, la migliore in assoluto. Protagonisti: Colin Firth, nel ruolo di Darcy e Jennifer Ehle, che interpreta Elizabeth.
incipit:
Emma
Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun'anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere.
Era la più giovane delle due figlie di un padre estremamente affettuoso e indulgente e, in seguito al matrimonio della sorella, aveva assunto molto presto il ruolo di padrona di casa. La madre era morta da troppi anni perché lei potesse conservare più che un confuso ricordo delle sue carezze, e il suo posto era stato preso da una governante, una bravissima donna, che quanto ad affetto non si era mostrata da meno di una vera madre.
(Traduzione: Pietro Meneghelli)
Emma - JANE AUSTEN (1815)
Emma Woodhouse, handsome, clever, and rich, with a comfortable home and happy disposition, seemed to unite some of the best blessings of existence; and had lived nearly twenty-one years in the world with very little to distress or vex her.
She was the youngest of the two daughters of a most affectionate, indulgent father; and had, in consequence of her sister's marriage, been mistress of his house from a very early period. Her mother had died too long ago for her to have more than an indistinct remembrance of her caresses; and her place had been supplied by an excellent woman as governess, who had fallen little short of a mother in affection.
scene da "EMMA" - ITV / A&E 1996
Anche in questo caso, preferisco questa versione della tv inglese, rispetto al film con Gwyneth Paltrow dello stesso anno. Protagonisti: Kate Beckinsale, che interpreta Emma e Mark Strong, nei panni di Mr. Knightley.
Qui si può guardare la scena finale: http://www.youtube.com/watch?v=bH9Gjs-0oMw
ArchieGoodwin || 22:03 ||
domenica, 06 gennaio 2008
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