1001 LIBRI DA LEGGERE PRIMA DI MORIRE, a cura di Peter Boxall, 2007 [ ed. Atlante S.r.l., 2007; trad.di A.A.V.V.; all'interno del volume manca l'indicazione del titolo originale ]
Si tratta di un voluma che Francesca ed io abbiamo adocchiato cento volte, nel corso delle nostre scorribande per librerie: in genere lo si trovava sigillato, per cui non lo abbiamo mai analizzato a fondo, benchè ci incuriosisse. Di recente ho finalmente avuto l'occasione di studiarlo con agio, dal momento che si trova anche nella mia biblioteca: confesso che mi ha un po' deluso.
Il volume è ponderosissimo, sotto molti aspetti: non so se contenga veramente indicazioni relative a 1001 libri (non li ho contati), di sicuro però pesa qualche chilo e costa la bellezza di 38 euro. In biblioteca è disponibile solo per la consultazione e non per il prestito: credo abbiano pensato che nessuno sarebbe mai riuscito a trascinarselo sino a casa!
Analizzato a fondo, in ogni caso, il volume qualche difetto lo presenta anche all'interno: è una guida letteraria, e come tale ha già in sè il proprio limite (i libri proposti sono tanti... ma se il vero capolavoro mondiale da leggere prima di morire dovesse ancora essere scritto?!); e c'è soprattutto da chiedersi a quale criterio si sia ispirato il curatore per stilare la sua lista di preferenze, che pare interessante ma a tratti ben poco omogenea.
L'edizione originale del volume è inglese, infatti la letteratura anglosassone è presente in maniera massiccia: tra gli altri compare persino quello straordinario inglese di adozione che è Kazuo Ishiguro (con "Quel che resta del giorno" e ben altri tre romanzi), tuttavia è stato compiuto qualche serio sforzo per considerare altre letterature mondiali, di tutti i Continenti. C'è poca Africa però, così come ci sono poche autrici; a mio parere c'è anche un po' di indecisione tra passato e presente, come se certi libri antichi andassero comunque considerati (diamine, sono "classici", in fondo!) anche se poi l'attenzione vera preferisce essere calamitata da tempi più recenti.
Ad ogni libro è dedicata una breve scheda che contiene tanto una parte riassuntiva quanto una parte critica; i volumi sono presentati in ordine cronologico, disposti in quattro grandi sezioni: Età Premoderna, l'Ottocento, il Novecento, il Duemila.
Come accennavo, ci sono i classici: dai "Racconti di Canterbury" al "Decameron", passando per il "Dialogo dei Massimi Sistemi" di Galileo o il "Moby Dick" di Melville. Capisco l'inserimento di un testo giapponese come il "Genji Monogatari" molto particolare, è vero, e tuttavia ormai abbastanza celebre; ma - al di fuori di qualcuno che come la sottoscritta abbia avuto modo di studiare letteratura spagnola - chi mai avrebbe preso in considerazione anche un testo castigliano del '500 come "La Celestina"?
Manca invece (e ciò è assolutamente imperdonabile) la "Commedia" dantesca: e dire che gli inglesi ne hanno a disposizione varie ottime traduzioni, compresa la più classica tra i classici, quella realizzata da Dorothy Sayers.
Anche la restante letteratura italiana, alla quale ovviamente ho prestato un pizzico di attenzione in più, è rappresentata in maniera non meno zoppicante: ci sono "I Vicerè" (De Roberto), "I Malavoglia" (Verga), "Il Piacere" (D'Annunzio) e persino le "Confessioni di un Italiano" (Nievo), ma si ha quasi l'impressione che il curatore sia andato a sfogliare un'antologia scolastica, senza eccessiva brama di originalità. Tra i più moderni ci sono Primo Levi, Umberto Eco, Niccolò Ammaniti e Baricco (con "Seta", grazie al cielo... ). Compare persino Camilleri, con "La concessione del Telefono": un solo romanzo, bello sì, ma insufficiente.
In ogni caso, se può servire da consolazione, bisogna notare come con questo gusto "one shot" siano stati trattati molti degli autori, indipendentemente dalla loro nazionalità: qualcuno ha effettivamente scritto un solo romanzo (Oscar Wilde, "Il Ritratto di Dorian Gray") o un solo romanzo che valga la pena di essere considerato (Harper Lee, "Il Buio Oltre la Siepe"), altri però, ben altrimenti prolifici, sono stati evidentemente ridimensionati per motivi diversi.
Quando scorrendo l'indice di autori e titoli si rileva che Anne Rice compare solo per "Intervista con il Vampiro", Arturo Pérez-Reverte solo per "Il Club Dumas" e Stephen King (il più che fertile Stephen King!) solo per "Shining", sorge il forte sospetto che in certi momenti il curatore abbia confuso la letteratura con il cinema: quei romanzi hanno prodotto altrettanti film che forse le nuove generazioni conoscono meglio degli originali... ma agli originali (nettamente superiori) bisognerebbe tornare con un po' più di attenzione e convinzione.
La letteratura gialla è rappresentata da Conan Doyle in compagnia di qualche altro autore classico: Agatha Christie c'è solo per "L'assassinio di Roger Ackroyd", Raymond Chandler invece compare tanto per "Il Grande Sonno" quanto per "Il Lungo Addio". Per fortuna viene citata anche Patricia Highsmith con quel gioiello senza tempo che è "Il Talento di Mr Ripley".
Solo discreta la rappresentanza della letteratura fantastica, che trova le sue punte in H.P.Lovecraft, ne "Il Signore degli Anelli" di Tokien e in poco altro.
Capisco perfettamente che qualunque tipo di selezione letteraria non può che risultare soggettiva, incompleta e forse insoddisfacente per il curatore stesso, oltre che per i suoi lettori: provate a stilare una minilista dei vostri "dieci libri irrinunciabili" e vedrete com'è difficile individuare, scegliere ed escludere (io l'ho fatto... e stavo per avere una crisi!). Però un volume di tale mole e di tale ambizione avrebbe potuto trovare il modo di risultare un po' più equilibrato. Oppure avrebbe dovuto trovare il coraggio di stabilire che ciascun autore non potesse essere citato per più di un'opera, facendo però valere il principio per TUTTI.
L'unica cosa che mi è piaciuta davvero e senza riserve è l'apparato iconografico: quasi tutte le schede sono arricchite da illustrazioni. Ci sono foto degli autori più recenti, varie copertine moderne o d'epoca, stampe o disegni relativi ai romanzi proposti, illustrazioni tratte dalle edizioni originali, in b/n o a colori, fotogrammi di film e locandine.
Molto bella e intensa la foto di Dashiell Hammett che, come dice giustamente la didascalia, sembra il protagonista di uno dei suoi romanzi.
LadyJack || 14:22 ||
venerdì, 14 agosto 2009
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LA CASTA di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli ed., 2007)
Documentata inchiesta sul delirante stato della politica italiana e sul modo in cui, da queste parti, la politica si è trasformata da attività animata da spirito di servizio in sicura ed ambita fonte di reddito e potere.
Alla faccia degli ideali ereditati dall'Illuminismo e dalla nostra storia più recente; alla faccia soprattutto del cittadino medio-basso, che avrebbe diritto di essere governato e non solo sfruttato come votante.
Pagine e pagine colme di cifre che il lettore normale stenta un po' persino a raffigurarsi, tra guadagni leciti ma esagerati, illeciti eppure spesso impuniti, e sprechi la cui entità basterebbe da sola a risollevare le sorti economiche di un paio di Paesi del cosiddetto Terzo Mondo.
Lettura resa agevole da uno stile ironico, ricco di aneddoti, e tristissima da contenuti di cui non si era proprio ignari, ma che messi nero su bianco producono una certa impressione.
Un libro da consigliare come sussidiario nelle scuole... benchè le recenti elezioni politiche anticipate lo abbiano già reso lievemente obsoleto.
Degli stessi autori esce in questi giorni
LA DERIVA (perchè l'Italia rischia il naufragio).
LadyJack || 16:12 ||
venerdì, 06 giugno 2008
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IL MIO GIRO D'ITALIA ("Jamie's Italy"), di Jamie Oliver [ Penguin Book Ltd., 2005 - TEA S.p.A., 2007 ]
Non possiedo Raisat e di conseguenza non ho modo di seguire il Gambero Rosso Channel; inoltre nemmeno nei miei momenti più perversi ho mai e poi mai pensato di andare a Londra per frequentare un ristorante, fosse pure il rinomato Fifteen.
Quindi sì, lo confesso: prima di avere tra le mani questo libro non sapevo precisamente chi Jamie Oliver fosse.
Ora ho le idee più chiare: malgrado la giovane età, si tratta di un cuoco ormai molto popolare a livello internazionale, che basa la sua cucina sui concetti di semplicità e sperimentazione. Il soprannome con cui è noto -
The Naked Chef - rimanda tanto al titolo di uno dei suoi libri più famosi, quanto all'idea di essenzialità e divertimento che circonda la sua attività.
Delle più di 120 ricette che compongono il recente volume non ne ho ancora provata nessuna, quindi il mio giudizio sull'argomento specifico rimane sospeso, tuttavia sono disposta ad ammettere due o tre cosette: 1) un uomo che chiama le proprie figlie Daisy e Poppy DEVE avere un animo sensibile 2) un cuoco che organizza corsi di cucina per disoccupati merita la nostra considerazione 3) un cuoco che si impegna nella riforma delle mense scolastiche inglesi si avvicina pericolosamente alla canonizzazione.
Pare che Jamie Oliver sia un tipetto giocoso ed entusiasmante - e questo probabilmente si nota di più dal vivo o in TV; in ogni caso il suo libro, che è insieme ricettario e diario di viaggio, trabocca di punti esclamativi (mai visti tanti tutti insieme!!!) e di espressioni quali "
cavolo", "
geniale" o "
che figata" le quali non saranno il massimo dell'ortodossia stilistica, ma che tuttavia rendono bene l'idea del felice incontro tra l'esuberante cuoco nordico e la cucina mediterranea.
Il volume, frutto di sei settimane
on the road che hanno condotto Jamie Oliver dalle Alpi alla Sicilia a bordo di un minivan Volkswagen, contiene ricette da lui raccolte e/o rielaborate, appunti e note di viaggio sui luoghi e le persone incontrate, nonchè un magnifico apparato iconografico costituito tanto dalle foto dei piatti presentati, quanto da ritratti di persone e di angoli paesaggistici nascosti.
Guardando la copertina, ove il Nostro è ritratto fra un piatto di spaghetti, un bicchiere di vino ed una gloriosa FIAT 500 (per non dire dell'altarino sul muro), avevo temuto che l'operazione corrispondesse ad uno dei soliti folkloristici ripescaggi di quell'Italia sospesa tra cartolina e trattato di antropologia che in realtà esiste solo per gli stranieri. Forse il rischio non è stato del tutto evitato, ma almeno è stato fatto in maniera simpatica.
Inoltre bisogna ammettere che quegli scatti dai toni accesi, suntuosi o sfumati e pieni di calore, sono davvero molto molto belli.
In sintesi, direi che Jamie Oliver si sente perfettamente a suo agio con la passione quasi naturale che gli italiani hanno per la cucina: quella povera (da lui preferita, perchè la necessità porta virtù e fantasia) quanto quella più ricca.
Il campanilismo regionale frutto della nostra Storia divisa egli lo vede come un dato favorevole alla conservazione delle tradizioni e dello spirito locale (e della varietà, ovviamente), anche se poi a volte - per non dire sempre - il campanilismo sfocia nella testarda difesa ad oltranza di quella stessa tradizione. Un po' come per il calcio, insomma...
Secondo Oliver, inoltre, per gli italiani la cucina è un qualcosa che appartiene allo spirito ancor prima che all'esperienza, tanto è vero che perle di saggezza sull'argomento possono saltar furori nei posti e nei momenti più impensati: dai bambini, ad es., o da vecchi fruttivendoli un po' strambi, nelle grandi città come nei borghi più sperduti.
Venuto in Italia per imparare e capire, Jamie Oliver crede di esserci riuscito e ne è felice; ha accumulato esperienze, poi ha scritto un libro interessante e polposo che costa €.25,00 e che probabilmente li vale quasi tutti (in ogni caso, io l'ho preso dalla biblioteca...).
Impariamo da lui a nostra volta: la cosa risulterà comunque divertente.
E per il resto, lasciamolo ad alcune delle sue pie illusioni, rallegrandoci ad es. che egli non abbia mai avuto occasione di vedere in TV quella gente che quotidianamente
crede di fare la sfoglia ne "La Prova del Cuoco"...la cosa avrebbe sferrato un colpo mortale alla sua fiducia nelle nostre ancestrali abilità! In questo caso, meglio la strada e un
quid di sana ignoranza...
Il volume è diviso in varie sezioni:
ANTIPASTI: al Nord prevalgono gli insaccati, al Sud le carni; ma in realtà qualunque cosa calda o fredda può diventare un antipasto.
STREET FOOD & PIZZA: su alcuni degli esempi di
street food è meglio sorvolare (lo stesso Jamie Oliver parla apertamente di "
porcate peggiori di quelle che trovi in Giappone"...La cucina nipponica si ritrova spesso ad essere la sua pietra di paragone).
In quanto alla pizza, è un po' ridicolo che un inglese (seppur cuoco rinomato) insegni agli italiani come farla. Ma lo si può perdonare, se non altro perchè insegna anche come trasformare il normale forno di cucina nell'accettabile equivalente del forno a legna (pag.51).
PRIMI: sono argomento di grande soddisfazione per Jamie Oliver.
Le zuppe, spesso rudi e piene di personalità, lo hanno piacevolmente sorpreso. La pasta, ovviamente in Inghilterra non esiste, a meno di non voler considerare come pasta certi agglomerati mollicci e insulsi: quindi tutto ciò che è italiano, in questo campo conquista facilmente il primato, ma lo merita.
In quanto ai risotti, invece, il capitolo raccoglie soprattutto ricette inventate da Oliver, dietro ispirazione degli ingredienti reperiti nei vari mercatini.
INSALATE: guai a che le considera un piatto insignificante!
Jamie Oliver ha da poco iniziato a coltivare personalmente alcune verdure.
Fondamentale l'uso di un buon olio da condimento. Gradita qualche eccentrica aggiunta per sorprendere il palato, ad es. il pane raffermo.
SECONDI: il capitolo è diviso tra pesce ("
più semplice è, meglio è") e carne, la cui qualità deve assolutamente essere rivalutata. Carne buona e sana di cui si conosce la provenienza (da allevamento libero o biologico): magari non spesso, dati gli alti costi, ma è a questa che è necessrio limitarsi.
La sezione non contiene le mie foto preferite.
CONTORNI: la parola d'ordine è di nuovo "semplicità": dato che in genere il menù italiano si articola in molte portate, non è il caso di appesantirlo. I contorni devono soltanto arriccchire il gusto, non sopraffarlo. Ovviamente si tratta di verdure.
DOLCI E DESSERT: sono la cosa a cui Jamie Oliver si dedica di meno, e gli italiani pure, a suo dire. Forse perchè in questa categoria è facile trovarne di già fatti in pasticceria o in gelateria.
Le ricette fornite comprendono moltissima frutta.
Le torte però non sembrano niente di speciale: probabilmente le mie sono più interessanti.
Il sito di Jamie Oliver è:
www.jamieoliver.com.
LadyJack || 10:50 ||
giovedì, 24 gennaio 2008
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L'ARTE DEL DUBBIO di Gianrico Carofiglio (Sellerio ed., 2007)
Non si tratta di un romanzo giallo nè di un testo di narrativa, bensì di un manualetto di giurisprudenza pratica.
Più precisamente il volume è il rifacimento di un testo che Gianrico Carofiglio scrisse qualche anno fa, indirizzandone il contenuto ad avvocati e addetti ai lavori all'interno delle aule giudiziarie. Già quel testo però conteneva agili ed interessanti esempi pratici riguardanti l'arte dell'interrogatorio e - ancor più - del controinterrogatorio dei testimoni chiamati a deporre nel corso di un processo, preferibilomente di tipo penale; esempi verosimilmente tratti dall'esperienza più o meno diretta dell'autore, in grado di interessare ed incuriosire: il libro infatti finì per essere letto da un pubblico ben più vasto di quello dei semplici avvocati ed ottenne un ottimo successo.
Da qui l'idea di stamparlo di nuovo, sfrondando la parte puramente tecnica e teorica a favore di quella pratico-narrativa, con l'intento (non dichiarato ma sottinteso) di farne ora uno strumento in grado di illuminare i lettori non soltanto sui meccanismi interni che regolano l'andamento dei processi, ma anche su quelli che in particolare governano i processi che si trovano nei romanzi di Carofiglio aventi come protagonista l'avvocato Guido Guerrieri.
Detto in breve: "
L'Arte del Dubbio" illustra i fondamenti teorici, filosofici, deontologici, psicologici e giurisprudenziali su cui Gianrico Carofiglio ha probabilmente fondato la sua attività di avvocato e a cui ha sicuramente appoggiato la sua creatività di romanziere.
La posizione di Gianrico Carofiglio è quella di un'ottimistica fiducia nel processo come strumento dialettico: forse un'aula di tribunale non può sempre essere teatro del
trionfo della Giustizia, ma certamente può e deve essere il luogo in cui ne viene attuata la
ricerca. E tale ricerca ovviamente viene effettuata attraverso l'escussione dei testimoni, i quali raccontano la loro verità; ciò permette all'autore di costruire nel suo manualetto vari capitoli dedicati agli altrettanto vari tipi di testimoni possibili: ostili, in buona fede, soggetti deboli (bambini, anziani, minorati), ufficiali giudiziari...con ciascuno di essi l'avvocato incaricato del controinterrogatorio (l'interrogatrorio puro e semplice è spesso meno significativo) deve saper assumere il giusto atteggiamento e sviluppare il giusto rapporto. Deve insomma riuscire a fare le domande giuste nel modo più appropriato: mai seguendo una vaga casualità e sempre avendo dinnanzi il proprio obiettivo, che a seconda dei casi sarà quello di sostenere l'accusa o di impostare la difesa.
Qualche volta si tratterà più banalmente di cercare una ragionevole limitazione dei danni: anche saper tacere al momento necessario rientra fra le doti del "perfetto" avvocato.
In linea teorica, almeno, perchè - a mio parere - non senza fondamento uno dei personaggi di Shakespeare sosteneva la necessità di uccidere per prima cosa tutti gli avvocati...
Carofiglio in ogni caso preferisce sempre e comunque un atteggiamento propositivo a quello distruttivo ed il suo credo, nonchè il significato del libro, è ben riassunto dalla frase di Norberto Bobbio con cui la trattazione si chiude: "
La teoria dell'argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e la non-verità degli scettici c'è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza".
LadyJack || 15:44 ||
martedì, 11 dicembre 2007
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LA SCIENZA DI SHERLOCK HOLMES
Da Baskerville Hall alla Valle Della Paura, la scienza forense dietro ai più celebri casi del Grande Detective.
("The Science of Sherlock Holmes", 2006), di E.J.Wagner
La prima cosa che non va in questo libro è il prezzo: 20 euro per un agile volumetto di circa 200 pagine sono molti, anche se a monte del saggio l'autrice avrà indubbiamente fatto un gran lavoro di ricerca.
La seconda cosa che non va è che tutto quell'indubitabile gran lavoro di ricerca alla fin fine ha prodotto un risultato abbastanza modesto. In teoria l'argomento è molto interessante, ma la trattazione - di carattere eccessivamente divulgativo - mi è parsa inferiore a ciò che ci si poteva legittimamente aspettare: a tratti superficiale e un po' sconnessa, con riferimenti a Sherlock Holmes e ai suoi racconti che si limitano ad essere poco più di un pretesto da cui partire per sviluppare i vari argomenti, qualcosa di scarsamente amalgamato all'insieme.
Vengono citati molti casi del passato, tra cui alcuni celeberrimi: Jack Lo Squartatore (1888), Lizzie Borden (1892), l'
affaire Dreyfus (1894), il rapimento Lindbergh (1934), e persino l'omicidio dell'esperto di bridge Joseph Bowne Elwell, caso irrisolto che ispirò la prima avventura di Philo Vance. Ma questi e tutti gli altri esempi minori, affrontati in maniera più o meno approfondita, danno spesso l'impressione di essere stati scelti un po' a caso.
In sostanza il volume vuole offrire una breve storia della scienza applicata all'investigazione criminale, ma la profondità della trattazione risulta alquanto scarsa, e perciò deludente.

L'unica cosa veramente chiara è che la nascita e lo sviluppo di tale scienza sono stati difficili, opera di singoli individui che innovando si scontravano con il sistema e che spesso continuavano ad essere sconfitti: per nostra fortuna, però, non si sono mai arresi.
Il saggio è diviso in 13 capitoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto della questione:
1 -
Dialogo con i morti (tutto ciò che il corpo può "dire" sul proprio decesso)
2 -
Storie bestiali e cani neri (persistenza del folklore che ostacola la scienza)
3 -
Un pugno di mosche (l'entomologia come supporto per l'investigazione)
4 -
La prova del veleno (sull'identificazione delle sostanze tossiche)
5 -
Il travestimento e il detective (simulazione e dissimulazione per rei e poliziotti)
6 -
Scena del crimine sotto i lampioni a gas (sull'inadeguatezza dei vecchi metodi d'indagine)
7 -
Il ritratto della colpa (sul "
bertillonage" e sulle impronte digitali)
8 -
Spari nel buio (sullo sviluppo della balistica)
9 -
Cattive impressioni (gli indizi sono utili solo se valutati correttamente)
10 -
Sporcizia preziosa (sull'importanza di tutti i residui associati al crimine)
11 -
Appunti diabolici (sulla falsificazione e la grafologia)
12 -
La voce del sangue (sulle tracce ematiche palesi o latenti)
13 -
Mito, medicina e omicidio (i falsi miti che hanno a lungo ostacolato la scienza)
LadyJack || 17:03 ||
martedì, 06 novembre 2007
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DIZIONARIO DELL'OPERA
di Gustav Kobbé
edizione rivisitata Mondadori editore
Date, personaggi, interpreti, esecuzioni storiche, giudizi critici e durata di 500 opere: una trattazione puntuale di ognuna, corredata da una ricca sinossi della trama. Esempi musicali, estratti dai libretti. Oltre 160 compositori presentati in ordine alfabetico, con un esame cronologico delle loro opere: tante monografie per una facile consultazione. Librettisti, direttori d'orchestra. Indice analitico. Aggiornamenti e integrazioni all'edizione originale appositamente studiati per la versione italiana.
Very interesting, indeed.

ArchieGoodwin || 21:03 ||
domenica, 23 settembre 2007
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O.K., non tratta il mio amato giallo classico della cosiddetta "golden age", anzi si occupa di tutt'altro. Ma ho da farmi una cultura sul genere ad ampio raggio e alla fine ho deciso di acquistarlo. E' un verio e proprio dizionario del noir e hard-boiled e contiene numerosi saggi di esperti. L'editore è
Delos Books e partecipano molti collaboratori delle riviste
"Thriller Magazine" e
"Sherlock Magazine", i cui interessanti siti sono linkati in questo blog. Per una neofita come me è utilissimo.
Purtroppo in Italia ci sono poche pubblicazioni di approfondimento su questo genere letterario, che è invece molto amato dai lettori. Forse perché, in generale, in questo Paese si legge pochissimo e ancor meno si ha voglia di comprare saggistica. O forse perché sono pochi quelli che scrivono saggi al di fuori dei soliti argomenti. Come sempre, ci facciamo stracciare dagli anglosassoni... Spero che i ragazzi di Delos Books creino un bel volumetto anche sul giallo classico, magari raccogliendo un po' degli scritti della loro rivista.
Dizionoir. Noir, thriller, spy story e zone limitrofe. La più completa guida agli autori e alle storie dell'inquietudine
Più di 600 schede e 25 articoli a firma di grandi esperti del settore, con introduzione di Carlo Lucarelli. Si tratta di un dizionario della letteratura thriller, noir e spy story. L'analisi parte dalla nascita di questo genere con l'hardboiled di Dashiell Hammett e Raymond Chandler, negli anni '20-'30 per arrivare fino ai giorni nostri coprendo non solo la letteratura italiana, anglofona e francofona ma anche dando un'occhiata fino ai paesi orientali e africani. Nella prima parte sono raccolte più di 400 schede, che presentano i vari autori, curate da esperti del settore. Nella seconda parte 25 articoli che approfondiscono tematiche importanti quali il polar (il poliziesco francese), una panoramica sugli italiani, i tipi psicologici nel thriller, il poliziotto nelle storie gialle italiane, thriller e internet, le riviste a tema, il cinema che attinge alla letteratura noir, l'omosessualità nel noir e tanto altro. (fonte IBS).
ArchieGoodwin || 13:32 ||
domenica, 24 giugno 2007
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