Irlanda bella e proletaria

LA TETRALOGIA DI AGNES BROWNE
- di Brendan O'Carroll -

Ci sono pochi autori capaci di commuovere sino alle lacrime o di farti piegare in due dalle risate (e alla fine ti ritrovi in lacrime comunque... ); attualmente me ne vengono in mente solo due: Andrea Camilleri e Brendan O'Carroll.
Quest'ultimo è uno scrittore irlandese, classe 1955: sceneggiatore, giornalista, regista, attore teatrale, dalle nostre parti è noto soprattutto come autore della serie di romanzi dedicati ad Agnes Browne, la bella e tostissima irlandese della cui vita e delle cui avventure rigurgitano ben quattro romanzi. Il più recente, da noi uscito da poco, è "Agnes Browne ragazza", che pur essendo il quarto in ordine di pubblicazione, narrativamente costituisce il prequel degli altri tre.
Sono contenta di averlo letto, non solo perchè il romanzo è bello e divertente, ma anche perchè la recensione che lo riguarda mi fornisce l'occasione per parlare dell'intera saga: una delle cose migliori e più umane che io abba mai letto.




AGNES BROWNE RAGAZZA ("The Young Wan", 2003). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli

Dublino, anni Cinquanta. Il romanzo inizia alla vigilia del matrimonio di Agnes (nata Agnes Reddin) con Rosso Browne.
Dietro la porta del povero ma dignitoso appartamento nel centro della città è appeso l'abito bianco con cui già si sono sposate la madre e la nonna: uno splendore, anche se lo strascico - originariamente lungo tre metri - è ora ben più corto. Nel tempo è servito per confezionare gli abitini di Battesimo tanto per Agnes quanto per sua sorella Dolly.
Al fianco di Agnes, la cui madre è ancora viva benchè scivolata in una tranquilla follia dopo la morte del marito, c'è la damigella d'onore, l'amica di sempre: l'ineffabile Marion. Per quanto Agnes è bella, flessuosa e bruna (la nonna paterna era spagnola), Marion è tozza e bruttina: eppure è lei ad essersi sposata per prima, senza perdere un grammo del suo energico buonumore, del suo incrollabile ottimismo e di quella tenace curiosità che già aveva fatto disperare le suore ai tempi della scuola.
Il lettore che abbia familiarità con la saga sa che Marion morirà di cancro di lì a meno di quindici anni: eppure la vitalità del personaggio è tale, che il dispiacere per la sua dipartita riesce ad essere accantonato.
Quasi lo stesso accade con Agnes, altrettanto intensa e vitale: il lettore affezionato conosce tutte le traversie della su vita adulta ma qui, tra queste pagine, rimane soprattutto affascinato dalla versione giovane del personaggio, dall'insieme dei particolari che - visti in retrospettiva - spiegano tante cose future.
Le radici di Agnes, del resto, sono piuttosto solide e la storia della sua famiglia si svolge in gran parte sullo sfondo delle lotte politiche che hanno insanguinato l'Irlanda sino a tempi abbastanza recenti. Agnes nasce alla metà degli anni Quranta, ma prima di lei c'erano state la Rivolta, l'opera e l'uccisione di Michaele Collins, le dure lotte sindacali che avevano causato non meno scontri e non meno morti.
Anche suo padre, Bosco Reddin, era un operaio ed un sindacalista; sua madre Connie invece era la figlia zitella del padrone della fonderia in cui Bosco lavorava. Il matrimonio con un proletario rompiscatole aveva significato per Connie l'ostracismo sociale e la perdita dei rapporti famigliari: il padre l'aveva diseredata, rifiutandosi poi di conoscere le nipotine. Ma il matrimonio dei Reddin era stato molto felice, almeno sino alla morte di Bosco, ucciso durante uno sciopero.
In seguito un'Agnes ancora adolescente aveva dovuto tenere tra le sue mani le redini della famiglia: prendersi cura della madre, sempre più anziana e svanita; prendersi cura della sorella minore, in apparenza destinata ad una precoce carriera criminale e ad un certo punto rinchiusa per furto in un carcere minorile; e intanto continuare ad andare a scuola, a vivere e a sognare.
Sì, perchè la caratteristica migliore di Agnes è proprio questa: la capacità di rimanere ancorata ai propri sogni. Per lei la vita sarà ardua, piena di gioie ma anche di enormi sacrifici, di duro lavoro e spesso di amarissime sconfitte: Agnes saprà affrontare tutto questo senza tirasi indietro, facendo ciò che c'è da fare e prendendo in genere le decisioni più giuste, non importa quanto difficili. Ma nemmeno per un momento, nei suoi cinquant'anni scarsi di vita, abbandonerà i sogni e le speranze per sè e per coloro che ama.
E' sempre piena di energia, a volte di umorismo, è testarda, un po' rozza, ha poca cultura e porta alla disperazione gli interlocutori più disponibili (alcuni dei quali dopo aver avuto a che fare con lei, hanno bisogno di un Valium... ), ma non è certo una donna leggera.
Sarà una gran madre e persino una nonna... questo romanzo però ce la mostra non ancora ventenne, impegnata sì nel lavoro (un banco di frutta e verdura al locale mercato) ma anche nei divertimenti tipici del tempo e dell'età: sono gli anni Cinquanta, nasce il rock'n'roll, e Marion trascina Agnes tra feste e sale da ballo.
Sarà lì che entrambe incontreranno i futuri mariti: il taciturno Tommo Monks per Marion, e il bell'ubriacone Rosso Browne per Agnes.
Rimasta presto incinta Agnes, dopo aver chiesto una bicicletta al posto dell'anello di fidanzamento, mette in cantiere l'inevitabile matrimonio con Rosso, il quale del resto non fa obiezioni.
Il romanzo, dopo aver assunto un largo andamento circolare, torna così al suo inizio.
Da par suo, per Agnes il giorno delle nozze non sarà un giorno privo di eventi collaterali: innanzitutto una licenza concessa alla carecrata Dolly si trasforma in occasione per far evadere la ragazza e farla emigrare in Canada. Il viaggio Oltreoceano sarebbe stato in realtà il sogno di Agnes che però, bloccata dalla sua situazione, vi rinuncia a favore della disastrata sorella: nel futuro, mentre Agnes continuerà a barcamenarsi nella natìa Irlanda, Dolly farà un ottimo matromonio e diventerà una tranquilla borghese, continuando a vivere felice in Canada, ben lontana dalle proprie origini.
E poi per Agnes c'è il problema del vestito: tutti sanno che è già incinta e sposarsi in bianco - come lei ostinatamente vuol fare - risulta contrario alle norme canoniche. Ma un vecchio debito di riconoscenza contratto dal prete con la famiglia Reddin farà sì che il matrimonio possa avvenire ugualmente.
Il prete responsabile di aver disobbedito rimane disoccupato, ma intanto Agnes può comparire nella chiesa di St. Jarlath in tutto lo straordinario splendore del suo storico abito bianco, suscitando l'ammirazione della folla lì convenuta per vedere come si sarebbe risolta la spinosa faccenda.
Comincia così la vita di Agnes come Agnes Browne: ma questo, appunto, è solo l'inizio.


 

 

GLI ALTRI ROMANZI




AGNES BROWNE MAMMA ("The Mammy", 1994). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Si avvicina la fine degli anni Settanta: a soli trentaquattro anni, e con sette figli di varie età da mantenere, Agnes Browne rimane vedova. Dopo tredici anni di matrimonio Rosso non è un marito molto rimpianto: lavoratore pigro, ubriacone entusista, picchiava la moglie e non serviva a granchè. Finito il funerale (con un corteo "dislocato" degno de "La Coscienza di Zeno" e delle sue implicazioni psicologiche), Agnes si rituffa nella vita e nella necessità di crescere bene i suoi figli.
Ad un certo punto conosce Pierre, il pizzaiolo francese (sic!) che pur senza diventare mai suo marito sarà l'uomo più amato della vita. I ragazzi finiranno per considerarlo come il loro vero padre.
Ad Agnes piace la musica di Cliff Richards e nell'epilogo del romanzo - per una fortunosa serie di circostanze - riesce a realizzare l'assurdo sogno di ballare con lui.

 

 


 I MARMOCCHI DI AGNES ("The Chisellers", 1995). Neri Pozza ed., 2008; trad. di Gaja Cenciarelli
Tre anni dopo la morte di Rosso, Agnes è ancora alle prese con la necessità di prendersi cura della sua numerosa prole. Ma i ragazzi iniziano a sottrarsi al controllo, a fidanzarsi, a trovare la propria strada umana e professionale.
Non per tutti si tratta di una strada buona: se il primogenito Mark è per Agnes un valido sostegno morale ed economico, il fratello Frankie diventa invece un punk simpatizzante neonazista, un piccolo delinquente che fugge a Londra e là muore di stenti, dopo un breve intermezzo di furti e droghe.
Intanto i Browne affrontano il doloroso distacco dal Jarro, il quartiere operaio nel centro di Dublino nel quale erano sempre vissuti: la riqualificazione urbana della zona li costringe all'emigrazione forzata nella periferica e "selvaggia" Finglas.
La corte di Pierre si fa più serrata, e alla fine Agnes gli cede (con grande soddisfazione di entrambi... ).
Malgrado la sua rapida degenerazione criminale, prima di morire Frankie riesce a compiere un'ultima azione che sarà molto utile alla sua lontana famiglia: ma nessuno di loro lo saprà mai.

 


AGNES BROWNE NONNA ("The Grannie", 1996). Neri Pozza ed., 2009; trad. di Gaja Cenciarelli
Nel corso del secondo romanzo Mark, il maggiore dei Browne, si era sposato: all'inizio del terzo romanzo nasce suo figlio Aaron, il primo nipotino per Agnes.
Tra la nostalgia per la mancanza del povero Frankie e il trauma di sentirsi chiamare nonna, Agnes non attraversa momenti particolarmente felici e in ogni caso ci sono sempre da considerare le preoccupazioni causatele dagli altri suoi figli.
In seguito Agnes acquisterà altri nipoti e Pierre, ispirato da alcune riviste, cercherà di fare di lei "un animale sessuale": il pover'uomo si scontrerà con l'energica reazione dell'amata, per la quale il massimo del sexy è un nuovo reggiseno Playtex, e non ci proverà mai più.
Gradualmente i ragazzi sistemano i casini delle rispettive vite, ed è quasi tutto a posto quando Agnes subisce improvvisamente l'ictus che se la porterà via.
Alle tre del pomeriggio del 6 dicembre 1992, a nemmeno cinquant'anni, Agnes Browne muore serenamente nel suo letto d'ospedale, circondata da tutti i suoi cari, per i quali lei era sempre stata la Mamma, così, con la "M" maiuscola.
E circondata dai suoi lettori, che non l'hanno amata di meno.


 

I FIGLI DI AGNES

 

Mark, è il primogenito. Dopo la morte di Rosso, a nemmeno quattordici anni, diventa lui il capofamiglia. Per fortuna di tutti quanti è buono, onesto, tenace e lavoratore.
Con l'aiuto di un mobiliere ebreo che lo prende a benvolere farà carriera e, una volta ereditata l'azienda, saprà farla crescere e prosperare con grande intelligenza.
Sposa la dolce sartina Betty, che gli dà il figlio Aaron. Betty, orfana di padre, era stata accompagnata all'altare da un Pierre grondante di orgoglio.


Frances, detto Frankie. Irrequieto e irresponsabile, prende una brutta strada.
Ancora giovanissimo muore a Londra di fame e di freddo, come un vagabondo. Per sua madre rimarrà comunque e per sempre "il piccolo Frankie", anche se prima di scappare le ha svaligaito l'appartamento.


Dermot e Simon, i gemelli. Il primo ha una certa inclinazione al crimine, ma in modo meno pericoloso e più creativo rispetto a Frankie. Tra alti e bassi si ritroverà con una ex ragazza morta per droga e un figlio (Cormac) da recuperare.
Dermot troverà poi la sua strada come autore di libri per bambini.
Simon invece è molto diverso: balbuziente e introverso, diventa uno stimato inserviente ospedaliero. Mette su famiglia con Fiona, che gli dà il figlio Thomas.


Rory, è gay. Da adolescente rischia di essere ucciso dalla banda naziskin di suo fratello Frankie; poi diventa un bravissimo parrucchiere e intreccia una relazione stabile con l'amico e socio Dino.
Malgrado gli atteggiamenti di Rory ed i suoi abiti (con predilezione per il rosso ciliegia... ), Agnes ignorerà per lungo tempo la reale condizione del figlio. Quando se ne renderà più o meno conto, ci passerà semplicemente sopra.


Cathy, l'unica femmina. Cresce dolce e senza paura, ha i suoi guai scolastici con le suore, poi diventa una bellezza bruna al pari della madre.
Con lieve scandalo dei Browne, sposa un poliziotto, che si rivela infine un marito dannoso e manesco. Cathy lo lascia, prendendo con sè la sua bambina, e in seguito diventa più felicemente la compagna di "Bomba" Bradley, storico amico ed ex complice di bravate di suo fratello Dermot.


Trevor, il più piccolo: all'inizio della storia ha solo tre anni.
Silenzioso ed introverso, manifesta uno straordinario talento per il disegno. Diventa infatti illustratore, fondando poi con la moglie Maria una piccola casa editrice che si avvale della preziosa collaborazione di suo fratello Dermot.
Malgrado nei romanzi, tra una cosa e l'altra, ci sia una certa abbondanza di bellissime storie d'amore, quella di cui sono protagonisti Trevor e Maria è una delle più gentili e poetiche.


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E' difficile dare un'idea esatta di quanto siano belli e divertenti questi romanzi perchè la saga è veramente densa di eventi e di personaggi; si può dire tuttavia che le storie finiscono per essere una riuscita mescolanza di pathos e di umorismo.
Ci si affeziona ai personaggi così come ci si affeziona ai luoghi: il Jarro, Il pub di Foley's, il mercato, la stessa città di Dublino.
L'autore usa storia, fantasia, e persino un pizzico di autobiografia. Nelle sue pagine molteplici sono gli intrecci, gli alti e bassi, le fortunose coincidenze e le strane circolarità: alla fine però i conti tornano perfettamente, escludendo in modo categorico noia o delusione.
E' vero, quella di Agnes Browne potrebbe sembrare in apparenza la tipica vicenda della povera vedova irlandese, cattolica, carica di figli, destinata a combattere con la vita come San Giorgio contro il Drago.
Eppure a me pare che in questi libri ci sia qualcosa di più: un'onestò di cuore e un'amabile scioltezza che fanno di Agnes Browne, dei suoi figli e del loro autore un gruppo interessante di gran bella gente.

LadyJack || 15:09 || lunedì, 19 ottobre 2009
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America, anni Cinquanta

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REVOLUTIONARY ROAD (id., 1961), di Richard Yates [ Minimum Fax ed., 2003, 2009; trad. di Adriana Dell'Orto, rivista rispetto a quella utilizzata per la precedente edizione Bompiani del 1964 ]

A parte Stephen King e pochi altri autori, la letteratura americana non è in cima alle mie classifiche di interesse; sono però consapevole del fatto che la tradizione narrativa statunitense ha radici fortissime e pregevoli, e del resto nel corso della mia adolescenza ho amato molto John Steinbeck ("I Pascoli del Cielo" l'avrò letto venti volte... ), nè sono rimasta del tutto ignara riguardo ad altri autori epici ed importanti come Faulkner, Salinger o Hemingway, benchè questi mi entusiasmino in misura minore.
Lo stesso Stephen King in fondo, con la crescente bravura stilistica e la vasta conoscenza della realtà culturale dalla quale la sua opera deriva, mi ha più volte aperto insospettabili squarci di comprensione rigurdanti le radici di un mondo che se non ha avuto un Medioevo o un Rinascimento, ha avuto in compenso tanta e rapida modernità comunque densa di Storia (dall'Indipendenza alle lotte per i diritti civili), di poesia (i grandi spazi rurali e il grigio sporco delle città) e anche di grandi ed epocali tragedie (la Depressione, la guerra, le morti illustri del secolo scorso, l'Undici Settembre).
Affrontare un romanzo americano significa dunque per me affrontare un campo da un lato basato su tutte le conoscenze acquisite con la letteratura generica e il cinema, e dall'altro un argomento ignoto quel tanto da suscitare un'onesta curiosità; tanto più in questo caso, dove il romanzo in questione è stato scritto da Richard Yates, colui che venne definito - e con ragione! - il "miglior autore dimenticato d'America".
Un autore poco commerciale, insomma, malgrado la sua opera stia subendo un buon processo di rivalutazione, anche grazie al film omonimo che di recente è stato tratto da "Revolutionary Road", e che io non ho visto; pare che lo stesso Yates (scomparso nel 1992) avesse più volte affermato di preferire i lettori al successo, ma anche quelli gli sono arrivati in maggior numero dopo la morte.
Di lui non avevo mai letto niente, e non è detto che leggerò qualcos'altro, ma almeno "Revolutionary Road" è entrato nelle mia esperienza, e ne sono abbastanza felice.
Il romanzo è oggettivamente molto significativo, sggettivamente un po' meno: la storia è tutto sommato lineare, ma anche triste e piuttosto deprimente, per quanto a tratti narrata con un sarcasmo acidissimo capace di svirgolare con facilità nel comico.
Gli stessi personaggi sono insoddisfatti, negativi, limitati, parlano tanto e cercano di sviscerare spiegazioni razionali e convincenti per qualunque cosa, ma non fanno che coprire il vuoto e l'enormità delle loro paure. L'unico personaggio esente da iposcrisie e illusioni è un ex matematico stremato da un esaurimento nervoso: ma essendo pazzo, è facile trovare in lui una spiegazione per la cattiveria senza peli sulla lingua, e infatti passerà il resto della vita in manicomio.
Gli altri (almeno, i sopravvissuti) continueranno a barcamenarsi tra insoddisfazioni e rimpianti, consentendo al lettore - come ha notato un critico intelligente - di "provare sollievo al pensiero di non essere loro".
Brutte sensazioni, per lettori eventualmnete dotati di eccessive capacità empatiche... ma mentre la storia finisce per essere umanamente terrificante, la cosa migliore del libro, quella che me lo ha fatto ammirare se non veramente amare, è soprattutto la qualità della scrittura, assolutamente magnifica.
Lo stile di Richard Yates possiede una scorrevolezza e insieme una puntigliosità stupefacenti. Le sue frasi, i suoi paragrafi, le sue pagine, per quanto descrittive o dense di significati "pesanti", si lasciano leggere con una facilità che pare incredibile, quasi innaturale.
Nel 1992 Kurt Vonnegut, amico e estimatore di Yates, parlando del suo lavoro ebbe a dire: "Non solo non mi è riuscito di trovare neppure un punto e virgola che fosse stao adoperato in maniera imprudente; ma non ho trovato un solo paragrafo che, a leggerlo oggi, non entusiasmasse per la sua forza, intelligenza e chiarezza". Kurt Vonnegut aveva ragione.

La storia del romanzo si svolge durante la primavera-estate del 1955, nella zona residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale.
E già l'ambientazione mi ha fatto tornare in mente una battuta di Glenn Close ne "La Donna Perfetta" (film mediocre ma non privo di elementi interessanti). Dice infatti la scienziata pazza che avrebbe voluto creare una società serena e perfetta: "Mi sono chiesta: dove mai potrebbe passare del tutto inosservata una popolazione di automi? Oh, ma nel Connecticut!".
Infatti la comunità di Revolutionary Hill è quanto di più tipicamente borghese potesse offrire l'America del periodo: casette unifamigliari con giardino in sobborghi campestri ad un'oretta di treno dalla città, mariti pendolari al lavoro, mogli casalinghe, serate di chiacchiere e alcolici dopo che i bambini sono andati a letto.
E' questo il panorama in cui si trovano a vivere i coniugi Wheeler, Frank e April, con i loro figli Jennifer e Michael e gli amici, i coniugi Campbell.
Esteriormente sembra tutto a posto: i Wheeler hanno solo ventinove anni, sono privi di problemi finanziari, hanno rapporti perlomeno cordiali con gli altri abitanti della zona e Frank svolge un lavoro impiegatizio a New York, nell'azienda elettronica dove già aveva lavorato il padre e che è in procinto di ristrutturare le sue antiquate linee produttive in coincidenza con la nascente era informatica.
Senonchè nulla è a posto davvero: Frank e April si portano dietro storie di crescita infelici e nella realtà più profonda dei loro caratteri sono persone irrisolte, insoddisfatte, impegnate in una continua finzione. A ben guardare, non si amano nemmeno: i loro destino si sono incrociati e li hanno portati a formare una famiglia, però sotto non c'è quasi nulla. Persino i bambini a volte avvertono inquieti che qualcosa non va come dovrebbe: e dall'esterno c'è da compatirli per come - probabilmente - cresceranno.
Tuttavia nulla di ciò emerge mai in superficie, ed anzi i Wheeler sembrano proprio impegnati a vivere una vita felice.
Gran parte della loro insoddisfazione nasce però dal fatto che si sentono circondati dalla più inutile mediocrità: April è un'aspirante attrice fallita e Frank svolge un lavoro ridicolo, entrambi vorrebbero invece partecipare a qualcosa di vivace, di significativo, di culturalmente rilevante e appagante. A "cosa" di preciso, non lo sanno nemmeno loro, ma l'aspirazione c'è e rimane, resa solo più amara dalle ripetute delusioni e dal quotidiano confronto con lo squallore delle loro esistenze.
E' così che un bel giorno April concepisce quello che dovrebbe essere un ambizioso piano di "fuga" (ma che in realtà è soltanto l'espressione di un desiderio nebuloso e immaturo): i Wheeler partiranno per Parigi dove lei lavorerà come segretaria per qualche Organizzazione Mondiale mentre Frank si prenderà una pausa necessaria a decidere quale sia l'attività alla quale vuole dedicarsi davvero.
L'Europa, un mondo nuovo pieno di cultura e di fresche possibilità! Per April è un sogno... ma per Frank, terrorizzato dalla prospettiva di doversi assumere precise responsabilità è un incubo; finge ovviamente di condividere l'entusiasmo della moglie, ma nel segreto del suo animo vorrebbe morire. Le circostanze tuttavia sembrano giocare a suo favore perchè inaspettatamente April si scopre incinta (un diaframma birichino che non ha svolto al meglio la sua funzione... ) e con un terzo figlio Parigi diventa meta irraggiungibile.
Passano giorni, settimane e mesi di sfiancanti discussioni perchè April vorrebbe abortire mentre Frank fa ricorso a tutte le sue migliori qualità di persuasione per dissuaderla: le sue motivazioni comunque sono false.
Alla fine la questione sembra risolta e il progetto europeo fa mestamente marcia indietro. April però, nell'ennesimo momento di sconforto causato dal disgusto per se stessa e per quanto la circonda, finisce per tentare ugualmente di abortire: i mezzi sono artigianali, la gravidanza è già troppo avanzata ed April ci rimette la pelle... eventualità che del resto lei aveva preso in considerazione, ma c'è da chiedersi se alla fin fine morire le sia poi dispiaciuto.
A Frank, annientato dall'evento, incerto persino sui propri sentimenti e pensieri, non resta comunque che raccogliere i pezzi e tirare vanti: April è scomparsa, ma si ha l'impressione che Frank continui a fingere lo stesso. Tuttavia gli altri lo vedono ormai in maniera diversa rispetto al passato.

Storia terrificante, come dicevo. Un enorme e tristissimo caos: e da questo punto di vista si nutre una certa invidiosa ammirazione per il personaggio di Howard Givings, il marito di un'iperattiva agente immobiliare, che quando non ne può davvero più di quanto lo circonda, spegne l'apparecchio acustico e - all'insaputa di tutti - si immerege placidamente in un gran silenzio.

LadyJack || 10:56 || giovedì, 04 giugno 2009
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I sogni son Desideri / di Felicità

IL RAGAZZO CHE SOGNAVA KIM NOVAK ("Kim Novak badade aldrig i Genesarets sjö, 1998), di Håkan Nesser [ Ugo Guanda ed., 2007]

Ci sono molti scrittori, americani e non, capaci di descrivere l'infanzia e l'adolescenza, con la loro bellezza e la loro crudele momentaneità, mostrando nel contempo nel ragazzo o nel bambino che è l'uomo che sarà: da Mark Twain a Stephen King - per citare due esempi che mi sono famigliari - ma sarei tentata di aggiungere anche J.K.Rowling, per via di Harry Potter.
Håkan Nesser è svedese e di lui non avevo mai letto niente: l'ho trovato tuttavia capace di scrivere la storia di un'adolescanza usando la stessa leggerezza e la stessa profondità degli esempi citati più sopra, unendo serietà ed umorismo in quel binomio che tanto mi piace e che come lettrice mi ha già procurato numerose soddisfazioni.
Il lato duro, serio e realistico del romanzo è dato dal fatto che il protagonista, quattordicenne all'inizio della storia, non ha una vita nè facile nè piena di cose belle; inoltre, nell'estate che costituisce il fulcro della vicenda, si trova a dover fronteggiare un omicidio, con le sue drammatiche conseguenze.
Il lato umoristico invece è dato dal fatto che l'autore riesce a rendere simpatico il protagonista stesso attraverso tante piccole cose: i suoi bizzarri amici, la sua abitudine di citare frasi fatte (un po' per difendersi dalla durezza della realtà... ), la sua capacità di "leggere" cose e persone in modo apparentemente svagato eppure abbastanza preciso.
Il piccolo Erik è capace di dire - e di dirsi - che "la situazione era quella che era", ma ciò non gli impedisce di fare o di pensare: di vivere, insomma, e di diventare grande abbastanza per continuare a guardare con affetto e disincanto il se stesso di un tempo, regalandosi infine quella felicità che aveva sognato senza sperare di poterla raggiungere.

"Avevo capito che le risate erano difficili da imparare"
- Erik -

TRAMA: Inizio estate del 1962. Erik Wassman è un quattordicenne che vive in una città svedese di pianura. Va a scuola, ha qualche amico (come lo sboccato Benny, che non è capace di incrociare due parole senza imprecare), fuma di nascosto e di nascosto crea fumetti di una serie avventurosa, dedicata al formidabile colonnello Darkin.
Ha un fratello maggiore, Henry, che ha lasciato la scuola per andare per mare e che ora fa il giornalista freelance; ha un padre che è secondino nel carcere cittadino ed una madre che sta morendo di cancro all'ospedale.
Gli ultimi giorni di scuola prima della chiusura estiva vengono illuminati dall'arrivo di una bella e giovane supplente, subito accostata nel pensiero a Kim Novak: è così splendida e intensa che al suo apparire un ragazzino debole ed epilettico cade svenuto in cortile... e tutti quanti benedicono il momento in cui l'anziana insegnante di cui lei ha preso il posto si è fratturata un femore, durante la sua lezione di ginnastica per casalinghe!
Ewa Kaludis - così si chiama la sovrumana visione - è un sogno, ma bisogna considerare la realtà: come organizzare le vacanze, ad esempio.
Data la situazione famigliare viene deciso che Erik ed il suo meditativo amico Edmund andranno a trascorrere l'estate nella casetta sul lago, assieme ad Henry e alla sua prosperosa fidanzata Emmy.
Il programma subisce una lieve variazione perchè poco prima della partenza Henry ed Emmy si lasciano; tuttavia Erik, Edmund ed Henry partono ugualmente con armi e bagagli e si insediano felicemente nella casetta: la vita è spartana ma il paesaggio è incantevole. Ci sono tante cose da fare e tra gite in bici o in barca, riparazioni e feste campestri il tempo trascorre tranquillo; Henry si dedica alla stesura del suo primo libro, Erik ed Edmund invece parlano o tacciono, secondo i casi, e scoprono di stare bene insieme anche grazie alle rispettive particolarità.
C'è tanta musica, ci sono i libri (da Agatha Christie a Jules Verne) e l'estate pare varamente fantastica; poi però interviene qualche inquietante mutamento e, come dice Edmund, "non può andare avanti così e basta [ ... ] presto andrà tutto a puttane. E' un po' ... come aspettare un temporale".
Il fatto è che i ragazzi si trovano di fronte ad una strana faccenda: Henry ha iniziato una nuova relazione e LEI è nientemeno che Ewa Kaludis in persona, la quale è non solo bellissima e quant'altro, ma è pure fornita di un fidanzato famoso e violento, la stella della pallamano nazionale Berra Albertsson, detto il Cannone.
Non è dunque una vera sorpresa, per quanto dolorosa, ritrovarsi un giorno di fronte Ewa che è stata picchiata senza risparmio.
E' invece un po' più sorprendente ritrovare, un altro giorno, il cadavere di Berra Albertsson, colpito alla testa da un corpo contundente e abbandonato non lontano dalla castta sul lago.
Malgrado la reticenza di tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda, la polizia non tarda moltissimo a concentrare i suoi sospetti su Henry, che in  effetti viene arrestato. E' un periodo grigio ed incerto, tuttavia alla fine Henry viene rilasciato perchè contro di lui ci sono solo indizi: manca ancora l'arma del delitto e in definitiva non è possibile provare niente. Il delitto rimane irrisolto.
Dopo di che, il tempo inizia a passare, le cose a disperdersi, le persone a procedere.
Erik cresce, i suoi genitori muoiono; Henry ed Ewa Kaludis si lasciano e lui finisce in Uruguay. Erik perde la verginità, studia filosofia, diventa insegnante, sposa Ellinor e al'inizio degli anni Ottanta ha già tre figli. Dopo quindici anni ritrova Edmund, con il quale i rapporti si erano prima allentati poi interrotti, e scopre che è diventato prete.
Ritrova anche Ewa, ormai quarantenne, divorziata con una figlia: e l'antico amore si riaccende d'incanto... ma questa volta è possibile realizzarlo. Erik divorzia da Ellinor e si mette con Ewa; non avranno figli perchè l'età di lei lo rende rischioso, ma avranno comunque un'intensa vita sessuale. Sono felici e con il tempo, quando i rancori di Ellinor si sono assopiti, anche i figli del primo matrimonio di Erik entrano più pienamente nella loro esistenza. (L'aspetto più miracoloso del romanzo consiste nel fatto che questa parte della storia, lungi dal risultare forzata e sentimentale, sia invece funzionale e convincente).
Dopo venticinque anni il vecchio omicidio di Berra Andersson cade in prescrizione.
Di lì a poco Erik, e il lettore con lui, scopre per caso ma definitivamente chi si era reso responsabile dell'omicidio. Ormai non ha più molta importanza, eppure si capisce che per Erik è ugualmente bello accantonare tutti i dubbi o i sospetti che poteva aver nutrito in silenzio, per riuscire finalmente a concentrarsi sulla propria felicità.

"Non bisogna mai perdere il coraggio. E' così
pesante da risollevare, una volta che lo si è
lasciato cadere"
- la signora Wassman, dal suo
letto d'ospedale -


- Il pregio maggiore della storia consiste nello stile dell'autore, fluido e avvolgente, divertente: senza parere, mette insieme una storia difficile che si legge con grande rapidità.
Sentitissima lode alla brava traduttrice Carmen Giorgetti Cima che ha travasato le stesse cose nella versione italiana.
Bello, anche se volutamente minimalista come il resto, il personaggio di Edmund: taciturno quanto e più degli altri, ha tuttavia moltissime cose da "dire"... leggere per credere.

LadyJack || 16:22 || mercoledì, 25 marzo 2009
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Krishna è al nostro fianco, e combatte con noi

   IL "MAHABHARATA":
   DAL POEMA ANTICO
   AD UN ROMANZO MODERNO

   
 
IL PALAZZO DELLE ILLUSIONI ("The Palace of Illusions", 2008), di Chitra Banerjee Divakaruni [ Einaudi ed., 2008 ]

Per coloro che come me amano le storie, il "Mahabharata" è una specie di dono divino. Al pari dei poemi omerici, della Bibbia, del ciclo arturiano o dell'epica ariostesca (prima di arrivare alla saga di "Dark Tower" o a quella di "Harry Potter"), il più famoso poema moitologico indiano somiglia ad una pianta rigogliosa che non esita ad espandersi ad ogni livello e in ogni direzione: dalla storia principale si diramano altre storie e da queste altre ancora, intrecciando fatti e personaggi in una cosmogonia complessa e affascinante da cui mente, cuore e memoria vengono gioiosamente avvolti e travolti.
Schematicamente il "Mahabharata" (letteralmente "il grande poema epico dei discendenti di Bharat", eroe eponimo delle stirpi indiane) sviluppa la propria principale linea narrativa attorno allo scontro epocale che coinvolge i Kaurava e i Pandava, i due rami della stirpe regale dei Kuru che si contendono il trono di Hastinapur. A monte di questa linea - ed intrecciata ad essa - l'altro grande odio che oppone Drona (bramino alla corte dei Kaurava ma anche maestro d'armi dei Pandava) a Drupad, re del Panchaal: i due, cresciuti insieme e un tempo amici, si trasformano poi in mortali avversari. Tutte le vicende suddette sono collocabili in un'epoca compresa - a seconda delle interpretazioni - fra il 5000 e il 3000 a.C.
Al di là di questo il "Mahabharata" è virtualmente impossibile da riassumere (è stato calcolato che equivale a otto volte l'"Iliade" e l'"Odissea" riunite) e anche comprenderlo a fondo è tutt'altro che facile: lo si può però accostare da tante angolazioni diverse e personali, attraverso qualcuno dei suoi personaggi o dei suoi momenti salienti, magari sorvolando un po' sulle parti prettamente filosofiche, arrivando lo stesso ad amarlo e ad apprezzarlo senza riserve.
In Occidente il poema è stato reso noto e popolare dalla sintetica versione in prosa realizzata dallo scrittore indiano R.K.Narayan, e successivamente dal regista inglese Peter Brook che ne trasse una versione teatrale e il celebre omonimo film del 1989: una cosa bellissima che si colloca tra i miei migliori e più duraturi ricordi.
La versione cinematografica già realizzava ciò di cui parlavo più sopra, ovvero una scelta antologica delle vicende che potesse però risultare anche coerente; operazione analoga avviene all'interno del romanzo "Il Palazzo dell Illusioni", che ripercorre la linea narrativa fondamentale del poema, accennando soltanto alle sue mille diramazioni ed evitando - grazie al cielo - tanto il puro folklore quanto la banalizzazione.
L'autrice fra l'altro sceglie un inedito punto di vista attraverso cui interpretare la storia: la voce narrante, in un mondo fittamente popolato di uomini, è quella di una donna: la principessa Draupadi (più tardi chiamata anche Panchaali), colei che secondo una profezia avrebbe "cambiato la Storia", ma che più pragmaticamente è innanzitutto una donna - appunto - una moglie e una regina, una madre, una sorella, un essere umano trascinato dal proprio destino affascinante e terribile.
Si potrebbe pensare che quella dell'autrice sia stata una scelta di stampo femminista, ed in effetti Draupadi soffre a fondo le limitazioni del suo essere donna, vorrebbe essere un uomo per disporre di maggiore libertà e potere decisionale, e in sostanza si ritrova personaggio di seconda linea rispetto alla moltitudine di guerrieri, eroi e divinità che popolano il "Mahabharata". Tuttavia prestare a Draupadi una voce privilegiata, più che scelta femminista pare una scelta originale ma dettata dal buon senso: solo lei infatti è veramente a contatto con ogni aspetto della vicenda, il lato grandioso come il quotidiano, e solo lei è dunque in grado di fornire al lettore - anche quello più superficiale e sprovveduto - una visione utile a comprendere. In alternativa, rimane solo la consultazione del poema originale.

LA TRAMA (secondo il romanzo): Il mondo del "Mahabharata" mescola senza problemi il reale e l'immaginario, l'umano e il divino, la magia e i miracoli: e infatti uno dei personaggi più interessanti della storia è Krishna; già nel film lo amavo moltissimo. Re di un piccolo regno di scarsa importanza, è comunque un grande guerriero ed un amico altrettanto grande per altri personaggi: Arjun soprattutto, ma anche Draupadi, alla quale si rivolge con molti appellativi ironici ed affettuosi. Contemporaneamente però Krishna è anche l'ottava incarnazione di Vishnu, la parte conservatrice della Trimurti (laddove Shiva è invece la parte distruttrice e Brahama quella creatrice), e come tale ha non solo natura umana - tanto che verrà ucciso per sbaglio da un cacciatore - ma anche divina.
Altra conferma della mescolanza di cui sopra è data dal fatto che i figli del re Drupad, Draupadi e il suo gemello Dhristadyumna, nascono direttamente dalle fiamme sacre di uno yagna, un sacrificio rituale. Ma mentre Dhristadyumna è la risposta ad una preghiera (il re affida a lui la speranza di potersi vendicare contro il suo nemico Drona), Draupadi è inattesa e non voluta: un di più che viene ugualmente accolto ma senza particolare entusiasmo.
Per i lunghi anni dell'infanzia e dell'adolescenza la principessa è solo una delle tante donne nel palazzo reale, diversa dalle altre in virtù della profezia che ha accompagnato la sua nascita: profezia che lei però non sa come realizzare. Crescendo, Draupadi diventa bellissima e sempre più consapevole di se stessa, continuamente confortata dall'amicizia di Krishna, ma l'ambizione di "cambiare la Storia" non smette di rimanere astratta. Il suo cuore però continua a nutrirsene - anche troppo, forse - finchè l'incontro con il saggio Vyasa indirizza più precisamente le sue speranze. Secondo la tradzione Vyasa è colui che csrisse il "Mahabharata" dettandolo al dio Ganesh in funzione di scrivano: Draupadi scopre che in effetti Vyasa ha già scritto tutta la stiria prima che essa si realizzi, ma ciò non contrasta con il presente e il suo divenire futuro. Dall'incontro con Vyasa la principessa trae solo possibilità, non certezze.
La sua vita continua e al momento opportuno per lei viene organizzato uno swayamvar, ovvero una celebrazione durante la quale, come nobile fanciulla, avrà la possibilità di scegliersi uno sposo. In realtà però il re mette in palio la sua mano in una pressochè impossibile gara di abilità nel tiro con l'arco (l'episodio ricorda molto quello di Ulisse al ritorno ad Itaca); l'unico possibile vincitore sarebbe Arjun, uno dei cinque fratelli Pandava, così chiamati perchè nominalmente figli del principe Pandu, benchè i loro veri padri siano altrattanti dei. L'intenzione di re Drupad è insomma quella di procurarsi un utile alleato per la vendetta che occupa tutti i suoi pensieri.
Ma inaspettatamente un altro pretendente si fa avanti: Karna, un valoroso guerriero dallo sguardi triste e antico, e purtroppo molto amico del malvagio principe Duryodhan, il maggiore dei Kaurava (che sono i cento figli del re cieco Dhritarashtra che siede sul trono di Hastinapur).
A Karna viene inizialemte impedito di gareggiare perchè i suoi natali sono ignoti e a quel tempo non possiede ancora un regno; ma anche quando la prova ha finalmente luogo, è Arjun ad avere la meglio. In seguito si scoprirà che le origini di Karna sono più che rispettabili (in sostanza sarebbe il maggiore dei Pandava), ma ormai sarà troppo tardi: l'umiliazione subita allo swayamvar e l'amore frustrato per Draupadi faranno di Karna una delle armi più forti e fedeli a disposizione dei Kaurava, la cui causa finisce per essere quella sbagliata: ma Karna è uomo d'onore.
Lui e Draupadi si ameranno a distanza per tutta la vita, senza dirselo e senza riconoscerlo nemmeno con se stessi; le alterne vicende infine travolgeranno entrambi.
Draupadi sposa Arjun e di lì a poco, seguendo una raccomandazione della suocera (quanto involontaria, lo si può discutere all'infinito... ), sposa anche tutti gli altri Pandava: la principessa è infatti nota nella tradizione come la donna che ebbe contemporaneamente cinque mariti (e per fortuna una sola suocera: la temibile Kunti basta e avanza!).
Il mènage famigliare è complesso, obbligatoriamente regolato da rigide norme, tanto più che i Pandava hanno - o avranno poi - anche altre mogli: in particolare Arjun, attraverso Subhadra (sorella di Krishna) diventerà padre di Abhimanyu e nonno di Pariksit, entrambi eroi semidivini.
Per il momento comunque la situazione non è certo migliorata dal fatto che in quel periodo i Pandava sono poveri esiliati costretti a vivere in una misera capanna.
In seguito il re Dhritarashtra riconoscerà parzialmente il loro diritto regale, ma li befferà concedendo loro un territorio aspro e sterile. Tuttavia i Pandava riescono a piegare anche questo limite apparente a loro favore: bruciano una foresta, rendono fertile il suolo e fondano il primo nucleo di quella che diventerà la capitale del regno, Indra Prastha.
Costruiranno inoltre un palazzo magico e bellissimo nel quale finalmente Draupadi sarà libera di sentirsi felice: il cosiddetto Palazzo delle Illusioni, nome simbolico... e purtroppo non totalmente di buon auspicio.
Dopo qualche anno di serenità, infatti, l'invidioso Duryodhan trascina il cugino-avversario Yudhishtir, il maggiore dei Pandava, in una fatale partita a dadi al termine della quale tutto viene perduto: il regno, i sudditi, le ricchezze, il Palazzo e persino la libertà dei Pandava e della stessa Draupadi. Quest'ultima, sottoposta ad un'umiliazione dalla quale viene salvata solo per intervento divino, fa voto di non acconciarsi più i capelli finchè avrà potuto lavarli nel sangue dei Kaurava e lancia una terribile maledizione che convince Duryodhan a scendere ad un compromesso: i Pandava trascorreranno dodici anni di esilio nella foresta più un tredicesimo in incognito: se durante l'ultimo anno non verranno scoperti, alla fine saranno liberi e il regno verrà loro restituito.
Inizia il lunghissimo esilio, pieno di eventi e di avventure; non sarebbe stato necessario che Draupadi seguisse gli sposi nella foresta, lei però decide di farlo: non solo per fedeltà, ma anche - con i suoi capelli scomposti e sempre più intricati - per continuare ad essere il ricordo vivente dell'umiliazione subita, la voce che incita alla vendetta. E forse è qui che veramente Draupadi compie il proprio destino, sino alle più tragiche conseguenze: perchè è lei che facendo leva sui sensi di colpa dei Pandava con il proprio inestinguibile risentimento, li spinge a rendere inevitabile lo scontro finale.
Scontro che in effetti avviene dopo il tredicesimo anno, quando le promesse fatte ai Pandava non vengono mantenute.
Si fanno i preparativi, si radunano gli eserciti. Infine a Kurukshetra, nella piana tra le colline, inizia una terribile battaglia che durerà diciotto giorni. Avrebbe dovuto essere una guerra giusta, condotta secondo regole onorevoli, lo scontro della ragione contro il torto: ma così non è... forse proprio perchè una delle cose più importanti che il "Mahabharata" dice è che il confine tra il Bene e il Male è troppo labile per poter essere colto davvero in tutte le sue sfumature. Il poema originale infatti si spegne nel silenzio perchè il peso degli eventi e dei lutti impedisce di individuare una parte autenticamente vincente.
Nessuno dei personaggi è totalmente positivo o negativo, nemmeno Yudhisthir, che pure alla fine ottiene il suo diritto regale; in realtà, secondo uno sguardo superficiale, Yudhisthir sfiora quasi la stupidità e la stessa Draupadi - che ha dovuto anche "coltivarselo" un po' per ciò che concerne la loro vita sessuale - a volte lo trova esasperante. Yudhisthir infatti è formalista all'eccesso, ossessionato dalla rettitudine, alieno dai compromessi e dalla scortesia, tanto che la fatale partita a dadi che segna la rovina è frutto della sua incapacità di rifiutare il cortese invito del cugino (quello che sembra un cortese invito... ) quanto della sua passione per il gioco. Eppure Yudhisthir, che ama la filosofia, incarna la riflessione che porta alla saggezza e infine alla beatitudine: alla fine dei suoi giorni, con il corpo oltre che con l'anima, sarà l'unico ad entrare direttamente in paradiso accanto agli dei.
La battaglia è comunque veramente terribile e nel romanzo occupa pagine che - non scherzo - portano sull'orlo delle lacrime: a quel punto il lettore si è così immedesimato da riuscire a cogliere sin troppo bene quelle che saranno le conseguenze. E anche la battaglia viene letteralmente vissuta attraverso lo sguardo di Draupadi, alla quale il saggio Vyasa ha concesso una vista miracolosa che le permette di assistere ad ogni episodio saliente come se fosse lì presente: dono a doppio taglio, ovviamente, perchè in tal modo Draupadi assiste tanto agli eroismi quanto ai tradimenti e alle morti, compresa quella dell'amato Karna.
Nel furoore degli scontri suo fratello Dhristadyumna compie finalmente il destino per il quale era nato, mettendo però in moto un'ulteriore rappresaglia che avverrà addirittura quando la guerra dovrebbe considerarsi finita: lì Draupadi perde non solo l'amato fratello, ma anche tutti i suoi figli.
L'episodio forse più tragico e coinvolgente è quello della morte di Abhimanyu, figlio di Arjun: celebraziuone di onore ed eroismo che nel film (ma solo nella versione integrale) compariva come un momento coreografico simile ad una danza. La morte della giovinezza, della bellezza, dell'energia, la fine tristissima di tutto ciò che possiede un intrinseco splendore.
Prima dell battaglia lo stesso Arjun aveva avuto un momento di sconforto: pur essendo un guerriero invincibile al limite della condizione divina, aveva dubitatato del meccanismo che era stato messo in moto. Nel romanzo è necessariamente appena accennato, e anche il film lo riduceva al minimo, ma nel poema originario l'episodio apre una delle sottosezioni (diciamo così... ) più famose: il "Bhagavadgita" detto anche "Canto del Beato Signore". E' una parte che si estende per ben XVIII canti nella quale Krishna - che in quel momento è l'auriga del carro da guerra di Arjun - ammaestra l'amico sulla necessità di applicare la saggezza alla vita nei suoi vari aspetti. Al termine del discorso, in un'esplosione di luce che sfida l'intuizione, Krishna manifesta per un attimo la propria natura divina. Poi inizia il combattimento.



Nel "Mahabharata" l'azione con le sue conseguenze è altrettanto importante della riflessione che magari apre il bivio del giudizio: e di ciò non potrebbe esserci dimostrazioone migliore del "Bhagavadgita", che a volte viene anche letto come poema a sè stante.
Formalmente la vittoria finale spetta comunque ai Pandava, che finalmente conquistano il trono di Hastinapur. La città però è piena di vedove e di orfani, la distruzione è stata immane; in pratica è quasi interamente scomparsa un'intera generazione di giovani guerrieri. Sono rimasti solo alcuni vecchi guerrieri e la speranza migliore è un bambino non ancora nato: Pariksit, figlio di Abhimanyu e nipote di Arjun, che di lì a trentacinque anni diventerà effettivamente re, ma che in seguito avrà anche lui un tragico destino.
Prima che questo si compia però i Pandava e Draupadi riconoscono di aver esaurito il loro ruolo: ormai sono vecchi, stanchi e decidono di intraprendere il mahaprasthan, la via della grande partenza, ovvero la rinuncia al mondo e alla vita. Metaforicamente è la morte, concretamente è l'ascesa di un aspro sentiero fra le nevi per raggiungere la cima dei monti dell'Himalaya: sul sentiero periscono tutti uno dopo l'altro, e la prima ad andarsene è Draupadi. Al suo fianco, anche nel momento del trapasso, c'è Krishna, l'amico di una intera vita, che la conduce infine alla piena pace e al fulgore del tutto.
Dissolvimento che non è altro che un nuovo inizio perchè non c'è nulla, compreso l'amore, che possa morire davvero.


Anche la mia sintesi ha dovuto necessariamente tralasciare almeno metà dei fatti e dei personaggi presenti nel romanzo. Già solo la storia della genesi dei Pandava - la storia di un re che paga con la vita la propria incontinenza, con vari momenti fittamente intrecciati di amori, odii, divinità e maledizioni - richiederebbe una trattazione a sè stante.
E poi ci sono personaggi magari secondari ma interessanti che andrebbero ugualmente considerati a fondo. Beehma ad esempio, il secondo dei Pandava, che pur avendo già una moglie bellissima e selvaggia - la guerriera Hidimba - è l'unico a ritrovarsi davvero innamorato di Draupadi (la quale a volte non esita ad approffittarne!). Oppure Beeshma, il nonno dei Pandava, che adora i nipoti ma combatte contro di loro perchè ha giurato di difendere il trono di Hastinapur: a Kurukshetra sarà lui stesso ad insegnare ad Arjun come ucciderlo e avrà poi una lunghissima agonia - scontata su di un letto di punte di freccia - durante la quale continuerà a ricevere la visita di amici e avversari, dispensando a tutti la medesima tranquilla saggezza.
E come dimenticare l'episodio in cui Duryodhan e Arjun si contendono l'alleanza di Krishna? quando dovendo scegliere tra l'avere il solo Krishna oppure tutto il suo fortissimo esercito, Arjun sceglie con il cuore ma sceglie bene, perchè "dove c'è Krishna c'è la vittoria".
Insomma: si potrebbe continuare a lungo... all'infinito, forse. Ma la verità di base non cambia: in qualunque forma lo si accosti, con qualunque grado di affinità o di conoscenza lo si voglia affrontare, il "Mahabharata" dispensa un'irripetibile magia.
LadyJack || 17:49 || venerdì, 30 gennaio 2009
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"Ora di andare a letto, cowboy"

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN

Una decina di giorni fa su Rai2 in orario notturno è andato in onda "Brokeback Moutain", uno dei miei film preferiti, uno dei nove che attualmente costituiscono la mia personalissima Golden Hit. E' stato oscenamente tagliato, in un modo che ancora mi offende, mi irrita e mi disgusta. Non mi ero più tanto infuriata da quando al film venne negato l'Oscar. Sono stati censurati tre momenti importanti per capire la storia: tre momenti di sesso, va da sè, ma tutt'altro che spinti o volgari; magari anche così si capiva ugualmente che il film parlava di qualcosa di più delle pecore, ma tagliare quelle parti è stato come mutilare l'anima vera e profonda di una cosa fragile e bellissima.
E' scomparsa la prima volta di Jack ed Ennis su a Brokeback; è scomparsa la loro seconda volta, quando Ennis dopo aver deciso che tutto finiva lì, si ritrova invece letteralmente in ginocchio ad implorare di tornare tra le braccia di Jack; è scomparso il reincontro dei due dopo quattro anni di separazione, quella scena intensa e strappacuore che agli MTV Movie Awards vinse il premio nella categoria "Best Kiss". E' rimasto invece il sesso poco "regolare" che Ennis impone poi a sua moglie Alma, così come è rimasta Lureen che si toglie il reggiseno e si sbatte Jack sul sedile posteriore dell'auto di papà ben prima di sposarlo: per cui, ditemi un po' se i tagli possono essere imputati ad altro che non sia sporchissima ipocrisia.
Mi chiedo come mai non sia stata censurata la sequenza di caccia al cervo: gli animalisti non costituiscono una categoria sufficientemente considerata?!

- A Brokeback, a Jack, a Ennis e a me stessa dedico il seguente post.
Oh: se mai qualcuno avesse concepito idee maliziose riguardo il titolo più sopra, sappia che quella è solo la frase che veniva pronunciata dalla madre di Ennis quando lui era piccolo, per esortarlo ad andare a nanna (cfr. pag. 42 del racconto). "Honi soit qui mal y pense".

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Il libro: I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN ("Brokeback Mountain", 1998), di E.Annie Proulx [ Baldini Castoldi Dalai editore, 1999 ]
Originariamente uscito il 13 ottobre 1997 su The New Yorker, in seguito inserito nella raccolta  "Gente del Wyoming"

Il film: BROKEBACK MOUNTAIN (id.), di Ang Lee
[ Bim Distribuzione, 2006 ] - Il cast: Heat Ledger (Ennis Del Mar), Jake Gyllenhaal (Jack Twist), Michelle Williams (Alma Beers), Anne Hathaway (Lureen Twist), Randy Quaid (Joe Aguirre), Linda Cardellini (Cassie Cartwright)


Ben prima di arrivare a "Brokeback Mountain", di Annie Proulx avevo già letto "The Shipping News - Avviso ai Naviganti", romanzo dal quale nel 2001 Lasse Hallström trasse l'omonimo film con Kevin Spacey, Julianne Moore e Judy Dench. Bello il film, benchè visto da pochi intimi, e ancor più bello il romanzo: ambientato in gran parte a Terranova è un libro nel quale tira un gran vento freddo, reale e metaforico. Ma il piccolo miracolo della storia consiste poi nel fatto che il gelo lascia gradualmente il posto ad un tepore tranquillo, umanamente molto vero e confortante. Il romanzo vinse un sacco di premi, tra cui il Pulitzer, e leggendolo non si possono aver dubbi sul perchè.
Poi per me è arrivato "Brokeback Mountain", il film ed il libro, e la magia si è ripetuta ma con portata infinitamente maggiore. Sicuramente Annie Proulx ha scitto una cosa meravigliosa, nella sua apparente semplicità, ma è stata anche fortunata nel fatto che il film sia stato affidato ad un regista sensibile e capace come Ang Lee. Paragonando le due opere, ciò che colpisce maggiormente è che da un racconto scarno, lineare, concentato in circa cinquanta pagine (per di più scritte in grande!), sia stato possibile trarre quel film, la cui silente bellezza fa trattenere il respiro agli angeli... o almeno, alle anime dotate di occhi, di cervello e di cuore.
Sarebbe possibile stilare un minuzioso elenco delle differenze tra libro e film, ma in sostanza si può affermare che al di là di qualche piccolo cambiamento il film riesce a rendere caldo e vivo ciò che il racconto descrive con uno stile volutamente asciutto e parco, eppure mai arido; inoltre le immagini, con la soverchiante amenità dei paesaggi e la commovente bellezza dei protagonisti (che invece Annie Proulx dipinge come molto più normali) riescono anche a riempire quei vuoti, o quei sottintesi, che tra le pagine sono non solo adeguati, ma a volte addirittura essenziali. Il racconto pone le basi della difficile storia, abbozza eventi e personaggi; il film rende espliciti pensieri e moti interiori, lascia largo spazio anche alle vicende famigliari dei protagonisti e si spinge sino a fare di un personaggio femminile che nel racconto occupa meno di tre righe, una ragazza in carne ed ossa con un nome, un carattere ed un suo importantissimo perchè (da affezionata seguace di "E.R." fui molto contenta di ritrovare nel ruolo di Cassie Cartwright l'energica dolcezza di Linda Cardellini... alias l'infermiera Sam Taggart, per i non iniziati).
Come base per un copione teatrale il racconto sarebbe bastato a se stesso: me lo immagino, un robusto pas de deux recitativo fatto tanto di parole quanto di silenzi, qualcosa che sulla scena avrebbe avuto il giusto impatto. Ma come traccia per la sceneggiatura cinematografica è un bene che lo si sia accresciuto e modificato quel tanto che era necessario: di sicuro non lo si è tradito.

- La storia è fondalmentalmente molto semplice: una storia d'amore tra due persone che non riescono a viverla pienamente a causa dei condizionamenti e delle circostanze. Che si tratti di due uomini pare abbastanza incidentale, e nè Annie Proulx nè Ang Lee si sono proposti di costruire qualcosa di scandalosamente dirompente. Qualcosa di bello e significativo, questo sì.
Tutto inizia nell'estate del 1963, nei pressi di un posto sperduto del Wyoming: Signal.
Lì si ritrovano Ennis Del Mar e Jack Twist, due ragazzi non ancora ventenni: sono poveri, hanno già alle spalle esperienze dure e difficili, non hanno solidi punti di riferimento e stanno cercando un lavoro. Vengono assunti dal laconico Joe Aguirre come guardiani del suo gregge di pecore: passeranno l'estate sui pascoli di Brokeback Mountain, cercando di risultare regolari ai controlli della Guardia Forestale e di perdere il minor numero possibile di capi. Il lavoro è duro e impegna ad un tipo di vita alquanto spartano, ma i due accettano senza esitazioni: non possono far altro.
Salgono in quota e cominciano la forzata convivenza, che in breve tempo trova il proprio ritmo e il proprio equilibrio; del resto i ragazzi sembrano fatti apposta per essere complementari: Jack estroverso, pronto alle chiacchiere e alle lamentele; Ennis taciturno e chiuso, introverso al limite del mutismo. Eppure dopo un po' Ennis impara a parlare e Jack impara ad ascoltare.
Sin da subito però per Jack c'è anche qualcos'altro: sapremo più avanti che in fatto di esperienze sessuali è lui il più ricco ed esplorativo, tuttavia la sua attrazione per Ennis ci mette qualche tempo a manifestarsi. E in ogni caso, se è vero che l'iniziativa viene presa da Jack, in una fredda notte stellata durante la quale l'ultima cosa da desiderare è la solitudine, è altrettanto vero che l'azione vera e propria spetta invece ad Ennis. Entrambi comunque vengono colti di sorpresa, e forse anche lievemente impreparati, da una passione che rompe gli argini e per un momento non si cura di nient'altro al di fuori di sè.
La loro prima volta è spiccia e violenta, esclusivamente fisica, diretta e silenziosamente brutale: in questo punto il film rispetta perfettamente il racconto. Se ne discosta maggiormente di lì a poco, introducendo un livello di dolcezza che Annie Proulx preferisce invece dilazionare ed affidare all'intuizione. Infatti, con una delle battute più celebri del film Ennis, poco dopo quella notte, dice a Jack: "It's a one shot thing we got goin' here" ("E' una cosa che inizia e finisce qui"); poi però, vinto da se stesso, si ritrova ad essere proprio lui quello che desidera, che rivolge una muta ed eloquente preghiera alla quale Jack è sin troppo felice di rispondere. La loro seconda volta è totalmente differente, lenta e quieta; è lì che i due si scambiano il primo bacio, mentre già alla passione va sostituendosi un sentimento meno effimero.
Il resto di quella estate passa così, tra il lavoro e il contatto che Jack ed Ennis hanno stabilito: e sullo sfondo, l'incanto dei pascoli, dei boschi, dei torrenti (sia detto per inciso: Brokeback Mountain, anche se la location in realtà si trova in Canada e non nel Wyoming, si avvicina parecchio alla mia personalissima idea del Paradiso... miti pecorelle comprese).
Ad un certo punto però il lavoro finisce, il gregge viene ricondotto a valle, e Jack ed Ennis si separano. In verità, Jack avrebbe voluto continuare la relazione e addirittura concretizzare il sogno romantico di comprare un ranch per viverci insieme, ma Ennis ha paura e rifiuta, allontanandosi per tornare alla propria vita.
I due non avranno più reciproche notizie per i quattro anni seguenti, un tempo lunghissimo e vuoto durante il quale Ennis mette su famiglia con la sua fidanzata Alma, continuando a barcamenarsi tra mille difficoltà economiche ed umane, mentre Jack torna ai rodei ed infine sposa Lureen, la bella figlia di un ricco industriale texano. Ennis avrà due bambine, Jack un unico figlio maschio.
Poi un giorno, inaspettatamente, Ennis riceve una cartolina da Jack, che lo ha rintracciato; i due si incontrano di nuovo, si riabbracciano, ritrovano ancora intatto quel qualcosa che letteralmente li fa tremare da capo a piedi... e il tempo dopo Brokeback sembra non essere mai trascorso.
Da quel momento, per i successivi sedici anni, Ennis e Jack continueranno ad incontrarsi sporadicamente - e segretamente - fingendo di andare a caccia o a pesca: non si diranno mai esplicitamente di amarsi, ma così è. Solo Jack nella sua insoddisfazione ci andrà abbastanza vicino, senza tuttavia riuscire a comunicare veramente con Ennis, spiegandogli un bisogno che anche l'altro avverte ma del quale non vuole sentir parlare.
Jack è più pronto a farsi trascinare dai sensi e quando non trova soddisfazione con Ennis lo fa altrove, nei bordelli oltreconfine magari; per Ennis invece Jack rimane il primo e l'unico, ma per lui è tutto più difficile da capire, e soprattutto da accettare.
I due non possono stare insieme ma non riescono nemmeno a rimanere separati, finchè ad un certo punto la vita decide per loro: una delle periodiche cartoline che Ennis invia a Jack torna indietro con la stampigliatura DECEASED - DECEDUTO: Ennis apprende così che Jack è morto. Ufficialmente si è trattato di un incidente, ma c'è il forte sospetto (per lo spettatore o il lettore è una certezza) che in realtà Jack sia stato ucciso a causa del suo modo di essere. Il profondo Sud si è liberato di un imbarazzante figlio adottivo; in fondo è ciò che Ennis aveva sempre temuto.
E' come se alle spalle di Jack si fosse richiuso - intappolandolo - quel tunnel fatto di ombre nel quale Ang Lee fa inoltrare il personaggio durante una delle sue "fughe" messicane.
In sostanza il film - che grazie al cielo è un film a tematica gay per una volta privo di complicazioni legate all'AIDS, dato che i tempi non coincidono - alla fine riesce comunque ad essere un dramma privo di lieto fine: Edward Morgan Forster, il grande scrittore che a inizio Novecento con il romanzo "Maurice" aveva costruito la prima - se non unica - storia gay dall'esito felice, forse non avrebbe pienamente approvato. Tuttavia "Brokeback Mountain" nel suo epilogo risponde ad una necessità che fa molto male ma non può essere respinta: bisogna ammettere che quello è l'unico modo credibile in cui la storia avrebbe potuto spegnersi.
Dopo la morte di Jack, Ennis ormai divorziato, ancora povero e privo di prospettive, stanco, ben più vecchio dei suoi quarant'anni, rimane solo. Non riesce a portare le ceneri di Jack a Brokeback come lui avrebbe desiderato; alla fine però ha la confortante rivelazione di quanto fosse vero e profondo il sentimento che Jack provava per lui: e a quello si aggrappa per continuare a vivere. Ma non sarà una vita meravigliosa, come non lo è mai stata.
"If you can't fix it, you gotta stand it".
Se non puoi cambiarla, devi prenderla com'è.

 
"Quel che Jack ricordava e rimpiangeva con un'intensità che non poteva soffocare nè capire era la volta che, in quella lontana estate sulla Brokeback, Ennis gli era andato alle spalle attirandolo a sè, il silenzioso abbraccio che placava una sete condivisa e asessuata.
Erano rimasti così per un pezzo davanti al fuoco, le fiamme che lanciavano sprazzi rossastri di luce e l'ombra dei loro corpi che era un'unica colonna sulla roccia. I minuti scanditi dal cipollone rotondo nella tasca di Ennis, dai rami accesi che si trasfornavano in tizzoni. Le stelle trpassavano gli ondulati strati di calore al di sopra del falò. Il respiro di Ennis era lento e tranquillo
[ ... ], e Jack si addossava a quel battito regolare di cuore, alle vibrazioni sonore simili a corrente elettrica [ ... ].
In seguito quell'assonnato abbraccio si era solidificato nella sua memoria come l'unico momento di autentica, incantata felicità nelle loro separate e difficili esistenze. Niente l'offuscava, neppure sapere che Ennis allora non l'aveva abbracciato di fronte perchè non voleva vedere o sentire che si trattava di Jack. E forse, pensava, non erano mai andati più in là di quello. Va bene, non importa". [ trad. di Mariapaola Dèttore ]

LadyJack || 11:45 || giovedì, 18 dicembre 2008
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Quando Cupido scocca dardi al fornmaggio

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LATTE E MIELE, di Sarah-Kate Lynch ("Blessed are the Cheseemakers", 2002)
[ Sperling & Kupfer ed., 2003; ed. paperback, 2007 ]

Ogni promessa è debito: avevo detto che avrei cercato di leggere qualcosa di Sarah-Kate Lynch, e così ho fatto. Malgrado una certa prevenzione a priori, non tanto verso l'autrice, della quale non sapevo niente, quanto piuttosto nei confronti del genere sentimentale che non si può definire da nessun punto di vista uno dei miei preferiti: io adoro Shakespeare, ma nel "Romeo e Giulietta" mi piacciono soprattutto le inquiete tirate di Mercuzio. Leggo gialli, thrillers, Stephen King, storie di vampiri... fate un po' voi!
Tuttavia non è bello negarsi esperienze di tipo diverso, e devo confessare che "Latte e Miele" ( titolo a parte... ) non si è nemmeno rivelato un'esperienza spiacevole: anzi, il romanzo è dolce gentile senza essere melenso e a volte fa persino ridere di cuore. Confesso che sono contenta di averlo letto.
Ci sono momenti drammatici nella trama, ma persino un buon numero di morti che non sono morti, e l'assurdo accumulo di guai che si rovesciano addosso ai personaggi (in particolare quello di Abbey) finiscono per assumere un sapore vagamente comico; in definitiva, sospetto che il romanzo non mi sia dispiaciuto soprattutto perchè la storia d'amore c'è (ed è complessa e tormentata... ) però si trova circondata da una miriade di eventi che se non la fanno poco importante, la rendono però meno esclusiva.
Ma andiamo con ordine.
Joseph Corrigan e Joseph Feehan - detti Corrie e Fee - sono due vecchietti in gamba che gestiscono un caseificio a Coolarney, nella campagna irlandese. Corrie è alto, elegante, vagamente somigliante a James Stewart, mentre Fee è basso, rubizzo e trasandato: sono amici da una vita e la loro attività non potrebbe andare meglio.
Coolarney in realtà non è solo un caseificio, ma un posto magnifico e strano dove la produzione del formaggio simboleggia la tradizione, e tutto ciò che di bello e di importante può esserci nella vita.
Corrie e Fee sono aiutati da Avis O'Regan, una robusta matrona che è un po' assistente e un po' governante. A Coolarney i gatti si chiamano Gesù, Maria e Tutti i Santi (dalle geremiadi resasi necessarie durante la loro crescita... ) e le mucche sono tutte Marie.
Le mungitrici ospitate dal complesso, in genere cinque per volta, sono tutte ragazza all'ultima spiaggia, adolescenti incinte e abbandonate che a Coolarney hanno trovato un tetto, una vita sana e protetta, un lavoro e la possibilità di pensare con calma al loro futuro. Devono essere vegetariane e mungono cantando la colonna sonora di "Tutti Insieme Appassionatamente": sembra sia la migliore per ottenere latte - e dunque formaggio - di qualità. (Ad un certo punto il lettore scopre che è questo il vero scopo di Coolarney, proteggere le ragazze: il caseificio rappresenta un amore e una passione, ma il suo rendimento economico è pari a zero).
Tutto procede bene finchè un brutto giorno la cagliata inacidisce, e Corrie e Fee capiscono che è vicino un cambio della guardia: non se lo dicono apertamente, ma i problemi di salute di Fee devono essere arrivati ad un punto critico. Bisogna così pensare alla successione: ma a chi affidare la preziosa Coolarney?
Con magico tempismo arriva la soluzione ottimale, nelle persone di Abbey, la nipote di Corrie, e di Kit Stephens, un americano che si scoprirà avere con l'Irlanda un forte legame. Ciascuno dei due, a suo modo, sta cercando un rifugio.
Kit, ex brooker di New York licenziato dal suo studio per alcolismo, ha perso la moglie e si è lasciato alle spalle una frenetica vita di stravizi.
Abbey è un disastro ancora peggiore: dopo un'adolescenza difficile (che ha compreso anche una gravidanza indesiderata e un aborto) è andata a vivere con il marito Martin in una sperduta isola del Pacifico, dove l'uomo avrebbe dovuto portare la "civiltà". Senonchè, poco dopo l'arrivo dei missionari, nell'arcipelago era stato scoperto un ricco giacimento minerario che oculatamente amministrato avrebbe portato agiatezza per i secoli a venire. Così mentre Martin continua cocciutamente a dedicarsi ad un acquedotto ormai superfluo, costringendo la moglie ad una vita spartana e senza ricambio di reggiseni, gli indigeni hanno forni a microonde e collegamenti Internet, nonchè due automobili benchè l'isola sia priva di strade.
Abbey è troppo ingenua e devota per lasciare Martin, ma le cose cambiano quando scopre che il marito, non potendo aver figli da lei, ne ha seminati parecchi per tutta l'isola.
Abbey torna a Londra, ma dato che la sua egoista madre Rose è meglio perderla che trovarla, finisce per tornare ai luoghi dell'infanzia, rifugiandosi dal nonno.
Nelle intenzioni di Corrie e Fee, Abbey e Kit costituiscono una coppia perfetta, nella realtà le cose sono un po' più difficili: i due non si piacciono subito, alla loro eventuale relazione si frappongono parecchi ostacoli, e anche quando decidono di riconoscere la reciproca attrazione, infilano una serie di coiti interrotti che scoraggerebbe le più robuste speranze.
Tuttavia Fee (che vede nel futuro e legge nel pensiero... o che forse ha solo una saggezza pari al suo grande cuore) è fiducioso, e alla fine avrà ragione: Abbey e Kit trovano a Coolarney la loro vita ed il loro equilibrio, e quando sarà il momento impareranno a fare un formaggio senza pari.

- Più che un vero romanzo rosa "Latte e miele" è qualcosa di molto simile ad una fiaba contemporanea, e come tale bisogna leggerla per godersela. Agevolano l'impresa una trama simpatica e scorrevole, agili dialoghi e personaggi ben costruiti.
LadyJack || 11:15 || giovedì, 06 novembre 2008
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Torna sugli schermi BRIDESHEAD REVISITED

La 61ma edizione del Festival internazionale del film di Locarno si apre oggi con la proiezione, in prima europea, di un grande film d'autore britannico, che sarà presentato dal regista e dal produttore: BRIDESHEAD REVISITED di Julian Jarrold (Becoming Jane) con Emma Thompson, tratto dal celebre romanzo di Evelyn Waugh.

Regia:
Julian Jarrold

Sceneggiatura:
Jeremy Brock
Andrew Davies
Soggetto:
Evelyn Waugh (Romanzo)
Personaggi:
Emma Thompson (Lady Marchmain)
Michael Gambon (Lord Marchmain)
Matthew Goode (Charles Ryder)
Ben Whishaw (Sebastian Flyte)
Greta Scacchi (Cara)
Felicity Jones (Lady Cordelia Flyte)
Hayley Atwell (Julia Flyte)
Patrick Malahide (Edward Ryder)
Joseph Beattie (Anthony Blanche)
Tom Wlaschiha (Kurt)
Stephane Cornicard (Dottore)
James Bradshaw (Mr. Samgrass)
Thomas Morrison (Hooper)
Anna Madeley (Celia Ryder)
Produzione:
Zakaria Alaoui (Produttore)
Enrico Ballarin (Line Producer)
Robert Bernstein (Produttore)
Nicole Finnan (Produttore esecutivo)
Tim Haslam (Produttore esecutivo)
Hugo Heppell (Produttore esecutivo)
Kevin Loader (Produttore)
Douglas Rae (Produttore)
Rosa Romero (Line Producer)
David M. Thompson (Produttore esecutivo)
Case di Produzione:
BBC Films , UK Film Council , Ecosse Films , HanWay Films , Screen Yorkshire
Montaggio:
Chris Gill
Fotografia:
Jess Hall
Scenografia:
Alice Normington
Costumi:
Eimer Ni Mhaoldomhnaigh
Musiche:
Adrian Johnston

Link alle news sull'evento: http://www.movieplayer.it/film/19729/brideshead-revisited/
Link al trailer ufficiale: http://www.movieplayer.it/trailer/1884/brideshead-revisited-trailer/




Sarà comunque difficile scalfire la perfezione e la bellezza dello sceneggiato prodotto nel 1981 dalla Granada / ITV. Un cast eccezionale e la ricca produzione ne fanno ancora oggi una pietra miliare della tv inglese.
Impossibile dimenticare il Charles Ryder interpretato dall'esordiente Jeremy Irons. L'immagine di Sebastian Flyte resa da Anthony Andrews è difficilmente sostituibile e, se pensiamo che Lord Marchmain aveva il carisma di Laurence Olivier, non necessitano ulteriori commenti.
Per chi non avesse avuto la fortuna di vederlo quando all'epoca fu trasmesso dalla Rai e per coloro che volessero farsene una vaga idea, ecco
alcuni links contenenti informazioni ed immagini del classico della Granada / ITV:
http://www.screenonline.org.uk/tv/id/536563/index.html
http://www.museum.tv/archives/etv/B/htmlB/bridesheadre/bridesheadre.htm
http://www.itv.com/BestofITV/perioddrama/bridesheadrevisited/default.html
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Brideshead_Revisited_(TV_serial)&oldid=233547103
I dvd sono acquistabili solo in lingua originale e fanno parte della mia wishes list.



Sperando che questa nuova versione non ci deluda, dobbiamo segnalare che la firma di Andrew Davies è, di per sé, una garanzia di qualità. Gli adattamenti televisivi usciti dalla penna di questo prolifico e moderno sceneggiatore hanno avuto tutti un enorme successo e sono stati pluripremiati dalla critica, basti citare l'impareggiabile "Pride and Prejudice" del 1995, con Colin Firth.

ArchieGoodwin || 15:49 || mercoledì, 06 agosto 2008
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