Il Barone & gli altri

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Io Scarpia ossessionato da Tosca lo capisco, perchè in quanto a fissazioni, nel mio piccolo, non gli sono da meno: vado a periodi, ma con picchi di attaccamento molto intensi. Se l'ossessione è ciò con cui si finisce per ritrovarsi attimo dopo attimo durante l'intera giornata, quando ci si alza, quando si vive, quando si dorme, persino quando si pensa ad altro, perchè la coscienza ha pur sempre i suoi molti livelli e le sue gerarchie...allora una delle mie ossessioni è proprio "Tosca".
Non che il mio interesse per l'opera sia una cosa del tutto nuova, ma ogni tanto si rinnova con grande forza. Non so più nemmeno quante volte l'ho ascoltata; e forse devo smettere di riascoltare la limpida edizione del '53, perchè dopo quella, qualsiasi altra non può che risultare inferiore, e quindi un po' deludente: e tuttavia io possiedo ormai per sempre una mia "Tosca" metafisica, di cui le altre sono manifestazioni magari apprezzabilissime ma pur sempre accidentali. In questo senso ha valore secondario chi canta, di chi è la regia o la scenografia, benchè ciascun elemento sia capace di calibrare una sua differenza.
Mi riecheggia nella mente, la studio, la smonto, la seziono, l'analizzo, la ricostruisco, me la interpreto: la faccio più mia ogni volta che ci trovo una conferma o una novità. E' un piacere infinito a cui non voglio nè posso rinunciare: mi ha catturato per sempre.
Ad un certo punto ho iniziato ad apprezzare nella sua piena totalità il terzetto dei protagonisti, mentre all'inizio mi pareva che in confronto alla grandezza mostruosa di Scarpia, Tosca e soprattutto Mario fossero relativamente pallidi, come personaggi. Se un tempo ascoltavo più che altro l'Atto II, ora prendo in considerazione anche l'Atto I, e in seconda istanza il III, cioè proprio i momenti dove maggiormente vengono illustrati i fondamenti del rapporto fra Tosca e "il suo Mario". Ad ogni modo non posso negare una predilezione ancora vivissima per l'Atto II, che fra l'altro è il momento drammaticamente più efficace, quello dove tutti quanti se ne dicono - e se ne fanno - di tutti i colori.
Così come non mi sogno nemmeno di rinnegare il mio interesse per il Barone Scarpia e l'ammirazone sconfinata per la sua coerenza di personaggio: la strisciante perfidia, la forza straordinaria, la prontezza all'intrigo, un paio di sadici abbandoni alla pura malignità, la cattiveria arrogante, l'avvolgente ipocrisia, la civile urbanità alternata all'esercizio di un potere che ambisce ad affermarsi come assoluto.
Scarpia si dichiara devoto, ma in realtà non fa che usare continuamente la propria coscienza, o meglio la propria volontà, come misura di tutte le cose. Attua in sè la difficilissima convivenza di due livelli divergenti: apparenza imposta sopra una sostanza di cui chiunque può riconoscere la pericolosità. Come quando la sua doppiezza gli fa dire a Tosca "Si adempia il voler vostro" proprio nel momento in cui sta per tagliarle l'ultima via di fuga.
Scarpia è uno che si costruisce i suoi schemi mentali e li applica, e poi si stizzisce (ma non si perde d'animo) se la realtà ne contrasta: non può quasi concepirlo. Tende alla dominazione del tutto nell'esatta misura in cui è invece schiavo delle proprie passioni e dei propri istinti. Di essi però è consapevole, li canta pienamente all'inizio dell'Atto II; erede della degenerata tradizione libertina settecentesca non li combatte, li asseconda. Tanto più soddisfatto quanto più riesce a misurarsi con qualcosa - o qualcuno - che tenta invano di sfuggirgli; ucciso in modo banale per mano di una donna, viene annientato nel pieno della sua insana grandezza: sic transit gloria mundi... Nell'Atto I Mario definisce Scarpia in maniera sin troppo precisa, con disgusto e con rabbia nella quale ribolle un'eco di terrore. Tosca disprezzerà l'aguzzino al punto di farsi strumento della sua dannazione: lei, la cui prima parola è stata "Mario" e l'ultima sarà "Dio", si abbandona per un attimo all'egoistica crudeltà del volersi assicurare che il Barone capisca bene e sino in fondo l'orrore enorme di ciò che gli sta accadendo.
Ma entrambi gli amanti pagheranno cara la loro resistenza: la perfidia del Barone è così totalizzante che, lui morto, continua ugualmente ad operare sino alla distruzione.
LadyJack || 17:25 || venerdì, 02 novembre 2007
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La Tosca

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Il mio rapporto con il melodramma è semplice: di musica capisco ben poco, però so cosa mi piace, e per ciò che riguarda le mie preferenze posso definirmi una simpatizzante verdiana. E' nelle opere di Verdi, infatti, che ho trovato in abbondanza quell'aspetto della lirica che - da profana - mi colpisce maggiormente: la grandiosità della musica unita ad un uso straordinario della parola, magari arcaica, desueta, pressochè obliata, ma proprio per questo anche affascinante ed evocativa.
Le storie fortemente drammatiche ed i personaggi esercitano naturalmente un'attrazione altrettanto grande.
Malgrado le succitate inclinazioni verdiane, devo tuttavia confessare che l'opera lirica da me preferita in assoluto è "Tosca" di Giacomo Puccini: i canoni di giudizio rimangono quelli già esposti, ma in un certo senso ho sempre pensato che quest'opera in particolare fosse anche un unicum perfetto, e dunque irripetibile.
In origine "La Tosca" era un dramma di Victorien Sardou (1887), una delle tante popolarissime pièces teatrali che avevano già fatto guadagnare al loro autore, nel 1877, l'accesso all'Académie Française. Prima e più famosa interprete ne fu la divina Sarah Bernhardt in persona, ed è proprrio lei che Puccini vide recitare nel ruolo, nel 1889 a Milano, e successivamente a Firenze nel 1895.
La storia lo conquistò fin da subito e gli suscitò grandi idee, ma il percorso per arrivare all'opera compiuta sarebbe stato lungo e costellato di alterne vicende; ad un certo punto Puccini stesso comunicò all'editore Ricordi la propria rinuncia e il lavoro venne passato ad Alberto Franchetti, altro compositore di buon successo. Una volta terminati gli ultimi ritocchi a "Bohème", però, Puccini riprese interesse e - dopo la visione teatrale del 1895 - il rinnovato entusiasmo lo portò a reimpossessarsi del contratto: in maniera abbastanza agevole, dato che nel frattempo Franchetti aveva iniziato a mostrare parecchi dubbi sul fatto che quel dramma in particolare potesse adattarsi alle sue caratteristiche compositive.
A quel punto, verso la fine del 1895, era già stata portata a termine una prima riduzione del dramma ad opera di Luigi Illica, uno dei due librettisti che avevano collaborato con Puccini per "Bohème". Di lì a poco il trio si ricostituì intero, quando il contratto si allargò a comprendere anche l'altro librettista, Giuseppe Giacosa: mentre Illica, ostinato e bellicoso, teneva i contati del testo con la musica (o viceversa), il più pacato ed ironico Giacosa si occupava della "dignità letteraria", ovvero della qualità formale che il testo stesso doveva assumere.
Alla fine, in ogni caso, l'ultima parola in fatto di decisioni spettò sempre a Puccini, che riuscì ad imporre la propria visione dell'opera (forte emozionalità e musicalità che si rafforzano vicendevolmente) non solo ai librettisti, ma anche allo stesso Giulio Ricordi e al di lui figlio Tito: su tutta la complessa vicenda compositiva, sugli alti e bassi che la caratterizzarono, esiste un fittissimo epistolario che in certa misura è già in se stesso una piccola opera d'arte, oltre che di memoria.
Pare comunque che Puccini fosse l'unico ad avere le idee abbastanza chiare sulla faccenda, e soprattutto a nutrire una profonda fiducia in ciò che stava realizzando. A Ricordi ad es. piaceva poco l'Atto III e Puccini gli spiegò di averlo voluto apposta così frammentario, per rispecchiare la mancanza di tranquillità dei personaggi e del momento; Giacosa considerava pericolosamente monotono il succedersi di duetti per tutta l'opera, ma secondo Puccini quella era invece la linea vincente: e il tempo gli avrebbe dato ragione.
Il problema, a mio parere, è che con "Tosca" si stava realizzando qualcosa di nuovo e per certi versi qualcosa di estremo: la storia lo richiedeva, non tutti però erano pronti ad accettarlo immediatamente.
Lo stesso Giacosa, ad es., autore del testo cantato da Scarpia sul finale dell'Atto I, in una delle sue lettere afferma più o meno: sì, io l'ho scritto ma ne declino la responsabilità. Ed in effetti il pezzo, con la sua mescolanza di apparente devozione e realissima blasfemia, risulta alquanto forte: non forzato, però, in quanto riesce meravigliosamente a caratterizzare il personaggio.
Personalmente, è uno dei brani che amo di più: dal punto di vista drammatico, la coscienza di Giacosa può sentirsi davvero in pace.
LadyJack || 17:16 || venerdì, 02 novembre 2007
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