OSCAR WILDE E IL GIOCO DELLA MORTE ("Oscar Wilde and the Ring of Death", 2008), di Gyles Brandreth [ Sperling & Kupfer ed., 2008 ]
Seconda avventura di Oscar Wilde "investigatore" nella Londra vittoriana di fine Ottocento. La copertina liberty (disegnata da Jitesh Patel) è uguale alla precedente, cambiano solo i colori: verdino, viola e bianco anzichè rosso, verde e nero. La frase di copertina questa volta è LO SCHERZO PEGGIORE CHE GLI DEI VI POSSANO FARE E' QUELLO DI ESAUDIRE I VOSTRI DESIDERI: altro aforisma famoso, ovviamente.
E' di nuovo Robert Sherard, quasi cinquant'anni dopo i fatti, a rievocare le memorie della giovinezza, costruendo la cronaca eccentrica ed affascinante di giorni ben poco conosciuti all'interno della biografia di Oscar: in verità, come nel romanzo precedente c'è molta fantasia, ma anche un rigore storico e narrativo che rivela una conoscenza profonda, da parte dell'autore, di numerose fonti biografiche: in primis il volume di Richard Ellmann, che pur essendo del 1987 è tuttora una delle fonti più estese ed attendibili, ma anche testimonianze diverse, parzialmente citate in coda al romanzo (ad es. Gyles Brandreth è stato in contatto con Merlin Holland, il nipote ancora vivente di Oscar).
Insomma: un altro romanzo godibilissimo, che si legge golosamente, tutto d'un fiato.
Rispetto al precedente avanza però l'epoca che fa da sfondo alla vicenda, e questa è una gran bella (o brutta... ) differenza, dato che in tal modo ci si avvicina pericolosamente al momento dello scandalo e del disastro che travolsero Oscar ed i suoi.
Già è cambiata l'atmosfera in cui sono immersi i personaggi: ancora brillante, eppure più rarefatta e crepuscolare. Oscar è all'apice della fama e della ricchezza, il pubblico ha appena scoperto il suo raro talento di commediografo e "Il Ventaglio di Lady Windermere" è la piéce della stagione; Oscar guadagna cifre astronomiche e sa come spenderle; il suo matrimonio con la dolce Constance pare ancora solido: lui l'ama (a giudizio di molti l'amerà sino alla fine) e ci sono i bambini, ma Oscar si annoia, la mancanza di novità, il grigiore quotidiano lo sconcertano.
Nella sua vita è già entrato Bosie Douglas, il piccolo bastardo egocentrico e affascinante che con la propria tirannia lo porterà al disastro; nel romanzo ce ne sono già tutti i segnali premonitori (Oscar che sta sempre fuori di casa, Oscar che offre cene, Oscar che fa persino i compiti di Bosie per Oxford... ), ma uno degli aspetti più apprezzabili della narrazione è l'equilibrio assoluto, l'assoluta mancanza di una presa di posizione. L'autore si limita a raccontare, ad illustrare situazioni e personaggi, a costruire dialoghi e momenti senza mai esprimere un giudizio. Così nel romanzo compaiono non solo Bosie, ma anche l'odiatissimo padre, il Marchese di Queensberry, e persino l'infelice fratello Francis, Lord Drumlanring: storicamente è noto il ruolo rivestito da tutti loro in rapporto alla vita di Oscar (almeno, per chi sia interessato all'argomento), ma nel romanzo ciascuno è soprattutto se stesso, un uomo, un personaggio animato da sentimenti, intenzioni e scopi che si traducono in parole e azioni. Come se il romanzo fosse un copione teatrale breve e concentrato, il ritaglio prezioso di un arazzo magnifico e - in prospettiva - un po' triste.
Si tratta comunque di un arazzo molto movimentato e particolarmente affollato, in cui numerose figure realmente esistite o inventate riempiono la scena, tra Londra e Eastbourne, nel Sussex.
TRAMA: la vicenda si estende da domenica 1° maggio 1892 a sabato 14 maggio dello stesso anno.
Per occupare la domenica - giorno tradizionalmente "difficile" per i bon vivants londinesi - Oscar ha preso l'abitudine di riunire per cena gli amici: ogni prima domenica del mese i membri del cosiddetto "Circolo di Socrate" si ritrovano al Cadogan Hotel per mangiare bene, chiacchierare piacevolmente e godere della reciproca compagnia; ciascuno ha diritto di portare un ospite; le donne sono escluse.
La sera del 1° maggio 1892 nella saletta privata del Cadogan si ritrovano quattordici commensali, una buona e democratica rappresentanza della società medio-alta dell'epoca:
- Oscar, anfitrione e "direttore di scena", ospita Edward Heron-Allen, padrino del piccolo Vyvyan, avvocato dai molteplici interessi, nonchè fervente ammiratore della bella Constance.
- Robert Sherard ospita il reverendo George Daubeney, figlio minore del conte di Bridgewater, divenuto famoso in quei giorni per aver rotto la promessa di matrimonio con la signorina Elizabeth Scott-Rivers che lo ha infatti citato in giudizio. Daubeney, strano ed umorale individuo che Robert ha conosciuto solo a Tite Street, rischia di perdere il suo intero patrimonio.
- Arthur Conan Doyle ospita l'esile e mite Willie Hornung, giornalista, a sua volta futuro scrittore di romanzi polizieschi e aspirante cognato dello stesso Arthur.
- Bosie Douglas ospita il fratello Francis, al quale lo accomuna l'insofferenza nei confronti del padre.
- Bram Stoker, non ancora autore di "Dracula" ma già sposato con la ex fidanzata di Oscar (la bellissima Florence Balcombe) ospita Charles Brookfield, un attore che per Oscar nutre un complesso sentimento di invidia e ammirazione (autore di una commedia satirica anti-wildiana, Brookfield recitò in "An Ideal Husband" nell'immortale ruolo di Phipps , l'ineffabile cameriere di Lord Goring; in seguito però aiutò l'accusa nel corso del processo del 1895).
- Walter Sickert, famoso pittore che fu veramete amico di Oscar, ospita un altro attore, Bradford Pearse, in quei giorni un po' oppresso dai debiti.
- Infine , Alphonse Byrd direttore del Cadogan Hotel e organizzatore della cena, ospita un suo ex collaboratore dei tempi del Circo (Byrd era stato un buon illusionista): David McMuirtree, figlio di un maggiordomo e di una gentildonna, ex poliziotto attualmente pugile, un gran bel pezzo d'uomo nel quale l'incerta estrazione sociale non riesce a danneggiare la naturale eleganza.
Al termine della cena, come sempre, Oscar propone un gioco; questa volta si tratta del "Gioco della Morte": ogni commensale deve scrivere in segreto su di un biglietto il nome di qualcuno che vorrebbe uccidere. Poi i biglietti verranno letti e si cercherà di indovinare l'aspirante assassino di ciascuna vittima.
Al momento della lettura le "vittime" risultano essere: la signorina Scott-Rivers, Lord Abergordon (un anziano parlamentare), il Capitano Flint (il molesto pappagallo che staziona come attrazione nell'atrio del Cadogan Hotel), Sherlock Holmes, Bradford Pearse, David McMuirtree (con quattro voti!), il Tempo, Eros, Oscar Wilde... e infine Constance, sua moglie. In più uno dei biglietti risulta bianco.
La lista è dunque tanto inquietante quanto imbarazzante, e la maggioranza degli ospiti rifiuta di continuare il gioco. Dopo che George Daubeney si è fatto venire un attacco isterico, confessando di aver voluto "uccidere" la sua ex fidanzata, la riunione si scioglie senza ulteriori rivelazioni.
Quello che sembrava soltanto uno stupido gioco organizzato per divertimento assume però tutto un altro aspetto nei giorni immediatamente successivi: a partire dal lunedì le presunte vittime del Cadogan cominciano a morire davvero, in circostanze tutto sommato molto ambigue: Elizabeth Scott-Rivers perisce in un incendio, l'anziano e malandato Abergordon cede all'età, il pappagallo viene ridotto ad un mucchietto di piume e Bradford Pearse scompare a Eastbourne, forse suicida. Proprio in quei giorni inoltre Conan Doyle ha messo in cantiere quella che sarà "L'Ultima Avventura di Sherlock Holmes": dunque anche il personaggio letterario va regolarmente a morire.
A parte le figure mitologiche rimangono quindi tre potenziali vittime, ed Oscar è soprattutto angosciato per via dell'ignara Constance: anche se l'assassino avesse sfruttato il gioco di società e le circostanze favorevoli per eliminare l'unica vera vittima che aveva in mente, non si può escludere che i superstiti rimangano comunque in pericolo. E poi, c'era davvero una vittima designata, o il tutto può essere considerato come un folle progetto privo di scopo?
A conferma dei peggiori timori, infatti, dopo qualche giorno anche David McMuirtree viene ucciso, questa volta con più chiara ed astuta ferocia: durante un'esibizione di pugilato che doveva servire a far conoscere le nuove regole introdotte dal Marchese di Queensberry (regole che sono in parte tuttora in vigore), qualcuno fa in modo che lame taglienti inserite all'interno dei guantoni recidano vene e arterie dei polsi. David McMuirtree muore dissanguato.
A questo punto Oscar comincia a vederci pià chiaro: con l'aiuto di Robert, nel suo modo pacato e fruttuoso, mette ordine negli eventi, separa la probabilità dall'immaginazione e nel corso di una classicissima riunione dei sospettati, rivela il colpevole. O meglio, i colpevoli.
Ad onor del vero, anche il lettore potrebbe riuscire a fare la stassa cosa, forse persino in anticipo rispetto ai personaggi; il fatto però è che il romanzo va letto e apprezzato non solo nella sua dimensione poliziesca, ma più globalmente.
Al di là della catena di morti assurde ci sono da considerare le vicende pubbliche o private dei personaggi, bisogna cogliere accenni e sottintesi, e naturalmente non va trascurato nemmeno lo sfondo costituito dalla Londra vittoriana, città splendida e miserabile in cui l'eleganza coabita con il vizio, il successo e la popolarità non garantiscono a nessuno di durare per sempre, le ragazzine vengono vendute per cinque sterline e le gentildonne rischiano di morire avvolte dai propri abiti in fiamme dopo essersi troppo avvicinate al caminetto (anche le sorellastre di Oscar - Emily e Mary - ebbero questa triste sorte: fatto poco noto, riportato però nell'Ellmann).
Intanto i piccoli Ciril e Vyvyan Wilde imparano il latino fra le erbacce dei campi e il povero Robert, divorziato per la prima ma non ultima volta, langue d'amore colpevole al fianco della dolcissima (e non meno intelligente) Constance...
Il cuore mi dice che malgrado la probabile sofferenza spirituale, di questi romanzi ne vorrei ancora parecchi.
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Nella mia vita non c'è mai stato nè mai ci sarà motivo di lamentazione per aver letto così tanti libri, e così diversi; al contrario, spesso ho avuto motivo di rallegrarmi per aver trovato in un libro riferimenti ad altri libri (la Biblioteca di Babele è nell'anima!) e per essere dunque riuscita ad orientarmi al meglio.
Il romanzo di Gyles Brandreth costituisce proprio uno di questi casi perchè contiene non solo varie citazioni di natura wildiana, ma più in generale un sacco di citazioni: c'è molto Shakespeare, naturalmete, e Sherlock Holmes ma anche un po' di Flaubert, qualcosa di Socrate ed altri filosofi, e "Il Piccolo Lord Fauntleroy".
C'è anche la Libreria Francese di monsieur Hirsch, dalla quale - in altri tempi e in modi particolari - uscirà quel singolare romanzo pornografico che è "Teleny".
Tuttavia il riferimento letterario migliore - che mi sarei appunto persa se non fossi stata l'eclettica lettrice che sono - si trova a pagina 125 del romanzo.
Oscar e gli amici stanno parlando del fatto che non si può accusare qualcuno di assassinio in base a pure apparenze e prove circostanziali. Walter Sickert ribadisce il concetto con un aneddoto di carattere personale: "Un paio d'anni fa sono stato inseguito nei vicoli dietro King's Cross da un manipolo di prostitute al grido di "Jack lo Squartatore!" [ ... ] E io non sono Jack lo Squartatore".
Oscar, scrutando l'aspetto dell'amico, lo dileggia: "Eri vestito come ora? E il cappello? E quei baffi? Non mi stupisce che la squadra di King's Cross delle figlie della gioia abbia trovato preoccupante il tuo aspetto!".
- Se si considera che un paio d'anni fa Patricia Cornwell pubblicò un'inchiesta a suo dire risolutiva in cui, con dovizia di particolari e deduzioni ardite, identificava proprio Sickert come lo Squartatore, si può capire in qual modo subdolo ma divertente Brandreth abbia deciso di prendere per i fondelli la presunzione un po' eccessiva della scrittrice americana.
Bravo Gyles: Patricia Cornwell non sta simpatica neppure a me!
LadyJack || 17:10 ||
martedì, 18 novembre 2008
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Da tempo desideravo scrivere qui qualcosa su Oscar Wilde, lo scrittore per eccellenza, uno di coloro con cui ho passato mezza vita.
Su "Piccole Donne" e il "David Cpperfield" in pratica ho imparato a leggere. William Shakespeare mi ha condotto dall'amore per il teatro a quello per la letteratura. Stephen King è un padre spirituale al quale ormai non saprei più rinunciare. Ma Oscar... è Oscar: non ci sono abbastanza parole per descriverlo compiutamente e per parlare del rapporto che mi unisce a lui e alle sue opere.
Desideravo scrivere qualcosa, dicevo: e l'occasione mi viene ora fornita da un bizzarro romanzo giallo che ho scovato un po' per caso sullo scaffale in libreria. La copertina vagamente liberty era promettente, la frase di accompagnamento (LA VERITA' E' RARAMENTE PURA E QUASI MAI SEMPLICE) intrigante, e il nome di Oscar nel titolo era garanzia - se non altro - del fatto che quel libro dovevo averlo.
Poi l'ho anche letto, e...
OSCAR WILDE E I DELITTI A LUME DI CANDELA ("Oscar Wilde and the Candlelight Murders", 2007) di Gyles Brandreth [Sperling & Kupfer, 2008]
Come per ogni cronaca storica che si rispetti, a monte ci sono un evento, un narratore, e spesso un documento. Qui si immagina che nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Robert Sherard che di Oscar fu amico e biografo, narri una strana vicenda che cinquant'anni prima aveva coinvolto il grand'uomo, stilando una specie di diario che va ad aggiungersi alle altre testimonianze letterarie da lui già consegnate alle stampe e all' esame dei posteri.
La storia si svolge, nella memoria, fra il 31 agosto 1889 ed il 30 gennaio 1890: contiene molte cose vere e molte cose inventate, fondendole con un certo buon gusto e con non minore buon senso.
Persino alcuni famosi aforismi wildiani, sparsi nei dialoghi, risultano abbastanza naturali, tanto più che è storicamente accertato che Oscar usasse le conversazioni con gli amici per saggiare frasi e idee che avrebbe poi inserito nei suoi scritti.
Diciamo subito che malgrado quella che durante la lettura risulta essere l'abilità di Gyles Brandreth nel comporre la storia, a priori il romanzo era rischioso: poteva attirarsi le ire di varie categorie di lettori, tra cui gli ammiratori di Oscar e quelli di Conan Doyle (io appartengo ad entrambe... ), e fors'anche più in generale degli estimatori del giallo d'epoca, dato che in realtà l'operazione su cui si basa sembra molto semplice e molto strana: costruire una trama poliziesca ambientata nella Londra vittoriana che tutti noi amiamo, all'interno della quale le indagini fossero svolte non da Sherlock Holmes - grande personaggio ma immaginario - bensì da Oscar Wilde, grande personaggio che fu invece alquanto reale.
All'origine di questa idea apparentemente eccentrica c'è in verità un fatto abbastanza noto avvenuto nel settembre del 1889: ad una cena offerta da J.M.Stoddart, editore americano del "Lippincott's Magazine" che richiese loro due racconti da pubblicare, Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle si incontrarono davvero. Da quella serata poi nacquero tanto la prima stesura del "Dorian Gray" quanto "Il Segno dei Quattro", seconda avventura di Sherlock Holmes.
Il romanzo in esame però si spinge oltre, immaginando che dietro la suggestione letteraria e su incoraggiamento dello stesso Conan Doyle, Oscar prenda nelle sue mani un'indagine che alla polizia sembra non interessare troppo.
Il bello è che funziona.
Voglio dire, all'interno della storia non è che Oscar si limiti ad essere una grottesca caricatura di Holmes, con lo stesso Robert Sherard nei panni del più classico tra i Watson: no, Oscar è soprattutto se stesso, con convincenti motivi che lo spingono ad indagare e a voler scoprire la verità.
A ben guardare non è poi così strano: non solo perchè l'indagine si svolge in ambiti che ad Oscar dovevano essere più famigliari che ad Holmes, ma soprattutto perchè davvero Oscar era generoso e molto intelligente, aveva una memoria formidabile ed era perfettamente in contatto con tutti gli aspetti del mondo nel quale viveva. E' lui infine che nel "Dorian Gray" di lì a poco avrebbe scritto: "Nessuno compie un delitto senza commettere anche qualche sciocchezza".
Così, alla fin fine, non è una incredibile sorpresa il fatto che Oscar potesse osservare, trarre deduzioni ed agire di conseguenza, anche se poi nella storia persino i segreti e il coinvolgimento personale tanto dello stesso Oscar quanto di Conan Doyle finiscono per avere il loro peso.
Giudico questo romanzo una scommessa sostanzialmente vinta, per l'autore e per me. Sono grata a Gyles Brandreth per aver ri-creato un Oscar insolito ma possibile, esente da eccessi di ogni genere, umano com'era, energico come riusciva ad essere, frivolo come gli piaceva sembrare, accentratore come lo vedevano gli altri.
Onestamente, non credo che il vero Robert Sherard (il quale aveva molte qualità accanto a qualche limite) avrebbe saputo scrivere una cronaca altrettanto buona. Brandreth però gli presta una voce amichevole, obbiettiva e convincente, che possiede tra l'altro il vantaggio dell'immaginazione: per cui, anche Robert Sherard riesce qui a servire degnamente la causa.
TRAMA: Nel tardo pomeriggio del 31 agosto 1889 Oscar Wilde, in forte ritardo per un appuntamento, trova nella stanza di Cowley Street in cui entra una brutta e macabra sorpresa: il cadavere nudo di un sedicenne con la gola tagliata e l'espressione serena, circondato da candele accese come se l'omicidio fosse stato un rito sacro. La vittima è Billy Wood, un ragazzo di vita bello e intelligente che Oscar conosce: non è lui però che doveva incontrare.
Billy avrebbe dovuto essere da tutt'altra parte, e del resto l'appuntamento di Oscar aveva a che fare con questioni ben diverse dalla soddisfazione sessuale, come infatti sarà assodato più avanti.
Incerto ed inquieto Oscar lascia non visto la stanza e l'edificio. Non riesce però a smettere di pensare all'accaduto, anche perchè a Billy era sinceramente affezionato.
Il giorno successivo torna così sul luogo in compagnia di due amici con i quali si è confidato, Robert Sherard e Conan Doyle, conosciuto di recente e da lui molto apprezzato. La stanza però è vuota, perfettamente pulita e i tre non trovano la benchè minima prova che vi sia avvenuto un delitto... a parte Conan Dolye, che a fatica crede di distinguere qualche goccia di sangue schizzata sulla carta da parati.
Ma è sufficiente: Oscar decide di andare alla polizia e lo stesso Conan Doyle lo mette in contatto con il suo amico Aidan Fraser, Ispettore di Scotland Yard. Le loro speranze vengono però ben presto deluse perchè malgrado le promesse, l'Ispettore non fa nulla e l'indagine non viene nemmeno avviata: la mancanza del cadavere è l'elemento decisivo persino per stabilire se un omicidio sia realmente avvenuto.
Ma Oscar non può arrendersi: lo deve in parte a se stesso e in parte a Billy. Inizia così lentamente a seguire le labili tracce di cui dispone, coadiuvato e assistito da Robert il quale, tra una cosa e l'altra (da buon "Watson" romantico!) trova persino il modo di innamorarsi follemente di Veronica Sutherland, la fidanzata dell'Ispettore Fraser, resa degna di comparire in un quadro preraffaelita dalla delicata bellezza e dalla chioma fulva.
L'indagine riece a fare qualche passo avanti, ma si tratta di passi piccoli e incerti. E intanto il corpo di Billy continua a sfuggire alle ricerche, malgrado Oscar si sia addirittura assogettato a visitare tutti gli obitori e le sale anatomiche della città (tributo alla sua caparbietà, se non illustrazione di qualcosa che avrebbe potuto realmente fare!). Si è persino recato a Broadstairs, dove ancora vive la madre di Billy: e anche questo depone a favore della sua buona volontà... dato che Broadstairs è un paesino traboccante di memorie dell'aborrito Dickens, che tra le altre cose vi ha scritto il "David Copperfield".
In ogni caso, malgrado le difficoltà, ad un certo punto Oscar riesce a ricostruire l'accaduto e ad addurre convincenti prove contro i colpevoli, scandalizzando e sconvolgendo il povero Robert, tanto a causa dei metodi quanto a causa delle conclusioni.
Poi si appresta a rispettare una pietosa promessa fatta alla madre di Billy, prima di riprendere appieno la propria vita.
La bizzarra avventura contiene dialoghi brillanti e molti ameni particolari; ma non tragga in inganno l'idea del brioso mondo fin de siécle perchè vi sono anche elementi cupi e risvolti decisamente macabri.
A parte la storia poliziesca di buon livello, a me personalmete è piaciuto soprattutto il fatto che come sfondo sia stato scelto un momento ancora molto felice e produttivo nella biografia wildiana. Nel romanzo infatti c'è sì la composizione del "Dorian Gray", ma ancha la vita famigliare di Oscar accanto alla dolce Constance in Tite Street: vita famigliare che comprende persino la celebrazione delle Festività natalizie del 1889.
Tra il 1889 e il 1890 inoltre Bosie era ancora lontano: non molto, purtroppo, però l'orizzonte pareva sgombro; nel romanzo c'è invece John Gray, ma in fase ancora positivamente adorante nei confronti di Oscar, dal quale si sarebbe staccato un po' più tardi.
A quell'epoca, insomma, Oscar era un uomo sostanzialmente sereno che sapeva bene come rapportarsi al proprio spirito, non meno che alla propria carne.
A volte però nel romanzo ci si imbatte anche in qualche frase che ferisce il cuore dell'ammiratore wildiano come una stilettata. Quando alla fine dell'agiografia (parzialmente apocrifa... ) di santa Batilda, rievocata da Oscar, si legge: "Morì a Parigi, come fanno le persone migliori", pare di udire in lontananza l'inquieto rombo dei tuoni.
LadyJack || 15:54 ||
venerdì, 20 giugno 2008
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