
I Classici del Giallo Mondadori n. 1219 del 7/5/2009 - Trad. Alfredo Pitta.
Attenzione: spoilers.
Di sicuro Archie Goodwin non si sarebbe mai aspettato di venire a sapere che il suo geniale signore avesse una figlia, ancorché adottiva.
E certamente Nero Wolfe non avrebbe immaginato che una storia di furti di gioielli e delitti avrebbe coinvolto la sua vita privata, riportandolo indietro nel tempo, quando era un giovane (magro!) combattente idealista in Montenegro.
Il placido ritmo quotidiano del nostro investigatore preferito viene interrotto dall'arrivo della misteriosa Carla Lovchen, dall'accento straniero, che si comporta in modo strano, lasciando un documento tra le pagine di un volume della biblioteca di Nero Wolfe, per indurlo ad aiutarla a scagionare un'amica finita in un pasticcio. Carla e la sua altezzosa compagna di avventura, Neya Tormic, sono da poco negli Stati Uniti e lavorano come insegnanti di scherma e di danza nella scuola del signor Miltan. Secondo le allusioni di Carla Lovchen, Neya sarebbe la figlia adottiva di Nero Wolfe, ora accusata di avere rubato alcuni diamanti dalla tasca della giacca di un cliente, mentre questa era appesa nello spogliatoio durante una lezione di scherma. Che poi si trattasse di un equivoco e che le preziose pietre, in realtà, si trovassero al sicuro e non ci fosse stato alcun furto passa in secondo piano quando uno degli allievi della scuola di scherma viene trovato morto, trafitto da una punta acuminata, chiamata "col de mort", utilizzata per rendere fatale un fioretto.
Neya finisce fra i sospettati, ma i possibili assassini sono più di uno.
L'ispettore Cramer ha le mani legate, perché nella faccenda intervengono imperscrutabili relazioni internazionali, veti diplomatici ed intrighi politici, per cui non gli resta che affidarsi all'acume di Nero Wolfe, che delle dinamiche bosniache e montenegrine si intende parecchio.
Archie, come sempre, si distingue per prontezza mentale e senso dell'umorismo, facendosi anche grasse risate per l'insolita situazione in cui si trova il ciccione del suo cuore. Nero Wolfe, alle prese con i ricordi del suo passato, è un po' più umano e vulnerabile, ma non perde comunque la padronanza delle proprie meningi e gestisce l'indagine con la consueta maestria, riuscendo persino a difendersi da un attacco fisico con impensabile prontezza ed agilità per un uomo della sua mole. La scena finale è memorabile, nella sua macabra ironia.
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La penna di Rex Stout, a mio parere, non ha paragoni nel giallo classico.
Attenzione: il post rivela il finale del romanzo
NERO WOLFE APRE LA PORTA AL DELITTO ("A Family Affair", 1975), di Rex Stout
[ Mondadori ed., 1976, 1988; Oscar Mondadori n°.1981, 2008 ]
Quasi quasi sarei tentata di dire che il romanzo non mi è piaciuto, ma non sarebbe del tutto esatto; piuttosto, l'ho trovato spiazzante, meno divertente del solito e in qualche modo spiacevolmente definitivo. Probabilmente c'entra il fatto che sia l'ultimo romanzo di Rex Stout, pubblicato pochissimo tempo prima della sua morte; ma la trama stessa non aiuta a distrarsi, grigia e crepuscolare com'è: in sostanza il romanzo è valido, non meno bello o interessante dei precedenti, ma accumula così tanti particolari tristi da risultare lievemente deludente per il lettore che si fosse invece aspettato una delle solite briose commedie narrate da Archie Goodwin.
C'è lo sfondo, innanzitutto: la storia è ambientata negli anni Settanta, e l'America è quella dello scandalo Watergate, dell'austerity e della presidenza Ford. In Rex Stout persino il maccartismo era riuscito ad assumere toni più movimentati, ma questa epoca a noi più vicina è solo molto stanca e pesante.
Tra l'altro, a ben guardare, il romanzo mostra alcuni sfasamenti cronologici che si potrebbero anche considerare "licenze poetiche" ma che comunque ci sono: siamo nel '75, il che vuol dire che Archie dovrebbe avere più di sessant'anni e Wolfe dovrebbe veleggiare nel decennio successivo. In apparenza però i due personaggi sono sempre uguali a se stessi, mentre Fritz, Theodore, Saul, Fred, Orrie e persino l'ispettore Cramer palesano una longevità occupazionale che da queste parti raccoglierebbe il plauso dell' INPS. Lily Rowan poi continua a mangiare schfezze... in compenso però di lei non viene citata nemmeno una ruga! Capisco la Heron, che ormai potrebbe essere diventata un'auto d'epoca e un pezzo da museo: ma per i Nostri il tempo narrativo è stato sin troppo benevolo.
La clemenza è invece venuta del tutto a mancare nel momento in cui l'autore ha costruito la trama: non solo piena di delitti e di mosse misteriose (il che sarebbe normale in un poliziesco), ma soprattutto dotata di un colpevole in grado di schiantare moralmente le migliori speranze di Wolfe e dei suoi, nonchè quelle del lettore. E' vero che Orrie Cather non è mai stato un personaggio particolarmente simpatico, e forse neppure affidabile: ma da qui a pensarlo davvero capace di commettere tre omicidi, ce ne corre.
Invece l'oscuro segreto del romanzo è proprio questo: l'assassino è Orrie Cather, e la cosa più interessante è vedere come Wolfe, Archie e gli altri gestiscono - e infine risolvono - la dolorosa questione.
Ma andiamo con ordine. Tutto inizia quando in una notte di fine ottobre si presenta alla porta della vecchia casa di arenaria Pierre Ducos, uno dei camerieri del ristorante Rusterman. Ad Archie che gli ha aperto, l'uomo dice di essere in pericolo di vita; però vuole parlare solo con Wolfe. Data l'ora tarda e l'evidente terrore di Pierre, Archie si risolve a farlo dormire lì, nella stanza sud del secondo piano; Wolfe, che già dorme, sarà informato il mattino seguente. Ma passano solo pochi minuti da quando Archie lascia Pierre nella stanza, e la casa viene scossa da una specie di terremoto: è esplosa una bomba e Pierre è rimasto ucciso.
La morte dell'uomo è per Wolfe un intollerabile affronto, ancor prima che un crimine da risolvere: un ottimo cameriere e potenziale cliente fatto fuori sopra la sua testa e sotto il suo tetto! Archie in più deve affrontare i sospetti di quanti - polizia compresa - ritengono che l'assassino possa essere proprio lui.
Questa volta per i Nostri non ci sono clienti nè pingui onorari, ma solo indagini private (difficili) allo scopo di lavare l'onta subita.
Si scopre che la morte di Ducos è forse legata ad una cena d'affari offerta al Rusterman dal ricchissimo Harvey H. Bassett, interessato all'industria elettronica, e forse anche al ritrovamento e alla successiva sparizione di un biglietto misterioso che Bassett avrebbe passato a qualcuno proprio quella sera.
Che ci siano di mezzo agganci con il Watergate? Wolfe quasi quasi ci spera...
Nel frattempo anche Bassett è già morto, ucciso a colpi di pistola nella sua auto; di lì a poco muore pure Lucile Ducos, la figlia di Pierre, che Archie aveva sospettato - senza poterlo provare - di essere una ricattatrice.
Tutto ciò mette i Nostri in una posizione difficile, perchè alla polizia sono state taciute molte cose; inoltre Wolfe non parla nemmeno con i suoi. Il grand'uomo infatti ha capito prima di chiunque altro chi sia il colpevolo, e il senso di tradimento subito va a mescolarsi con la preoccupazione per ciò che potrebbe fare Archie: in occasione della morte di Isabel Kerr infatti (cfr. "Invito ad un'Indagine" ovvero "Death of a Dude") Wolfe si era fidato dell'istinto per convincersi dell'innocenza di Orrie, ma adesso che palesemente questa innocenza non c'è più, si tratta anche di limitarne le spiacevoli conseguenze.
In ogni caso, ad un certo punto tutti i dubbi vengono spazzati via, mentre Archie, Saul e Fred si trovano insieme a guardare in faccia l'orribile verità, e la necessità di prendere una decisione su cosa farne di Orrie, un uomo con cui hanno lavorato e giocato a carte per anni.
La soluzione finale del problema, per quanto inevitabile e persino brillante, non sarà in definitiva molto migliore del problema stesso. 
Non dirò mai abbastanza quanto amo Rex Stout e quanto gli sono grata per le ore piacevolissime che mi fa trascorrere in compagnia di Nero Wolfe e Archie Goodwin.
Ogni romanzo uscito dalla penna di questo geniale scrittore è una perla e anche l'ultimo che mi è capitato fra le mani ne è un fulgido esempio.
PEGGIO CHE MORTO ("Might as well be dead" - 1956) comincia così:
" La maggior parte della gente che viene a consultare Nero Wolfe dopo avergli chiesto un appuntamento, specialmente se viene da un paese lontano come il Nebraska, ha tutta l'aria di essere nei guai; ma quell'uomo no. Con la pelle chiara e senza rughe, un paio di occhi castani e la bocca dritta e sottile, non dimostrava neppure la sua età. Io, però, la sapevo: sessantun anni. Quando era giunto un telegramma da un certo James R. Herold, da Omaha nel Nebraska, che domandava un appuntamento per il lunedì pomeriggio, avevo preso, come il solito, accurate informazioni sul conto di quel signore. "
(Traduzione: Lidia Ballanti)
James R. Herold si reca da Nero Wolfe per chiedergli di ritrovare suo figlio Paul, che undici anni prima aveva cacciato di casa, accusandolo di avere sottratto ventiseimila dollari dall'azienda di famiglia. Paul, da allora, manda solo gli auguri di Natale alla madre e alla sorella, spedendoli da New York, ma nessuno sa dove si trovi di preciso. Il caso non è uno di quelli che fanno entusiasmare Nero Wolfe, tanto più che c'è di mezzo anche la polizia, dato che il signor Herold è giunto fino alla vecchia casa di arenaria del megainvestigatore su suggerimento del tenente Murphy dell'Ufficio Persone Scomparse. Ma pecunia non olet e l'idea di Nero Wolfe è quella di mettere un'inserzione di questo tenore sulla Gazette: "A P.H. La vostra innocenza è provata e l'ingiustizia infertavi riconosciuta con deplorazione. Non permettete che il rancore impedisca alla giustizia di trionfare. Non vi si costringerà a nessun incontro indesiderato, ma è necessaria la vostra collaborazione per scoprire il vero colpevole. M'impegno a rispettare la vostra avversione a riallacciare qualsiasi legame a cui avete rinunciato".
Un'impresa semidisperata, anche perché una serie di P.H. cominciano a telefonare, a scrivere e a presentarsi di persona alla porta di Nero Wolfe. Un simile annuncio fatto dall'infallibile Nero Wolfe, non passa inosservato nemmeno alla stampa e alla polizia, che si fanno subito l'idea che il P.H. in questione sia un certo Peter Hays, condannato per l'omicidio di un agente immobiliare di nome Michael M. Molloy. L'avvocato di Hays, convintissimo dell'innocenza del suo assistito, si fionda a casa di Nero Wolfe, chiedendo conto di quanto egli sappia in merito alla faccenda. Archie e il suo signore e padrone negano la relazione fra il P.H. dell'avvocato e il loro P.H., ma un dubbio si insinua nelle loro menti e il prode Goodwin fa una capatina in carcere per dare un'occhiata al recluso. Di qui parte una sequela di avvenimenti che inducono Nero Wolfe ad occuparsi del caso di Peter Hays, essendosi convinto che si tratti in realtà di Paul Herold.
Le indagini portano Archie a contatto con la bellissima e fragile moglie del defunto Molloy e, se questa non fosse tanto innamorata di Peter Hays, forse assisteremmo alla capitolazione dello scapolo d'oro di casa Wolfe...
Un considerevole numero di vittime viene seminato sulla strada della soluzione dell'enigma e, fra queste, vi è anche uno degli investigatori privati che Nero Wolfe usa assoldare per le indagini complesse: Johnny Keems scopre qualcosa di più del dovuto e ci lascia le penne.
E' un romanzo molto ben costruito, che ha la solita notevole dose di umorismo e commedia, ma contiene anche momenti emotivamente efficaci e ha un gran ritmo.
Quest'altra scena è da incorniciare:
"Selma Hays si avvicinò alla scrivania di Wolfe e gli disse che doveva baciarlo. Disse inoltre che dubitava che lui volesse lasciarsi baciare, ma lei doveva proprio farlo.
Il mio principale scosse negativamente la testa.
-- Lasciamo andare. Non sarebbe un piacere né per voi, né per me. Baciate il signor Goodwin, invece, la cosa sarà, senza alcun dubbio, più appropriata.
Io ero lì. Selma si voltò verso di me e per un attimo credette che l'avrebbe fatto, e lo credetti anch'io. Ma quando le sue gote cominciarono a tingersi di rosa, lei si ritrasse e io mormorai qualcosa. Non ricordo che. Quella figliola ha del buon senso. Certi grossi rischi è meglio non correrli."
Chi legge questo romanzo e conosce bene i caratteri di Wolfe e Goodwin, capirà perché mi è piaciuta tanto.
NERO WOLFE FA DUE PIU' DUE ("The Zero Clue", 1953)
Il romanzo risulta lievemente eccentrico all'interno della produzione di Rex Stout, in quanto presenta una struttura ben più usuale in autori come Ellery Queen o Dickson Carr: la trama si basa infatti su di un indizio lasciato dalla vittima in punto di morte per indicare il proprio assassino. L'indizio ovviamente non è troppo scoperto nè facile da interpretare, ma deve essere decrittato per giungere alla soluzione del caso.
Nero Wolfe, le cui funzioni cerebrali in fondo sono tutt'altro che disprezzabili, non è nemmeno l'ultimo candidato consigliabile a cui rivolgersi per una interpretazione del suddetto tipo... il fatto è però che in genere Rex Stout costruisce i suoi romanzi basandosi su ben altri presupposti.
Qui in ogni caso il problema è dato dalla morte di un matematico, famoso probabilista: il dottor Leo Haller, contro il quale Wolfe nutre un rancore ingiustificato ma molto personale.
Haller è diventato famoso applicando la matematica ai problemi di quanti si rivolgono a lui: un'attenta analisi della situazione porta ad un calcolo della probabilità e infine ad una soluzione, che nella maggior parte dei casi si rivela veritiera e utile.
Quando Haller si rivolge a Wolfe perchè teme di aver individuato in uno dei propri clienti il responsabile di un grave crimine, il grand'uomo rifiuta il caso; ma quando lo stesso Haller viene trovato morto nel proprio studio, poco dopo che Archie gli aveva fatto visita, Wolfe rimane inevitabilmente coinvolto.
E spetterà al suo acume dare la giusta interpretazione ad alcune matite disposte ad arte dalla vittima per identificare nel mazzo degli strani clienti di Haller (un'infermiera angosciata, un allibratore scontento, un inventore frustrato, un'ambigua matrona... ) l'astioso responsabile della sua morte.
NERO WOLFE DIETRO LE SBARRE ("Too Many Detectives", 1956)
Nell'epilogo del romanzo "The Golden Spiders" Archie Goodwin fa la sarcastica affermazione che segue, ovviamente diretta a Nero Wolfe: "Sarei lusingatissimo di dividere una cella con voi. E' sempre stato il sogno della mia vita".
Un proverbio cinese ammonisce di stare attenti a ciò che si desidera perchè lo si potrebbe ottenere... e qui Archie, anche se non fa sul serio, avrebbe forse dovuto fare attenzione al suo desiderio che - ahilui! - in "Too Many Detectives" si realizza.
I Nostri infatti finiscono sotto custodia insieme, sospettati nientemeno che di omicidio.
Ma andiamo con ordine.
Wolfe e Archie vengono convocati ad Albany per rispondere ad alcune domande nel corso di un'inchiesta che riguarda l'uso delle intercettazioni telefoniche. Di norma tali intercettazioni sono rigidamente regolamentate e soggette a molte limitazioni, ma sono pienamente legali se qualcuno si rivolge ad un investigatore per mettere sotto controllo il proprio telefono (magari per sorvegliare una moglie fedifraga, un domestico ambiguo o un socio minaccioso).
Pare dunque che qualcuno si sia servito di vari detectives per controllare telefoni solo apparentemente personali, e nella trappola è caduto per un'unica volta lo stesso Nero Wolfe, che comunque si trova in ottima compagnia: con lui ad Albany sono stati convocati parecchi colleghi newyorkesi tra cui si trova anche la fascinosa Dol Bonner.
Quando, prima che l'inchiesta venga condotta a termine, proprio nel Palazzo di Giustizia viene trovato assassinato il responsabile delle truffe, i possibili colpevoli sono numerosi ma Wolfe si trova in prima fila.
Sarà lui dunque, con l'aiuto dei colleghi e di quasi un centinaio dei loro collaboratori, ad avviare una sedentaria indagine (i capi gozzovigliano in un albergo di Albany mentre i collaboratori sgambettano a New York) per arrivare alla più inattesa delle soluzioni.
Archie si sente escluso ma poi perdona il suo signore; rimane però piuttosto inquieto a causa della presenza di Dol Bonner, i cui occhi di miele dardeggiano troppo da vicino Wolfe, per i suoi gusti. E poi, se Doll si installasse davvero nella magione della Trentacinquesima Strada, cosa mai direbbe il povero Fritz?!