SHERLOCK HOLMES CONTRO DRACULA ("Sherlock Holmes vs Dracula, or The Adventure of The Sanguinary Count", 1978), di Loren D.Estleman
[ Gargoyle Books ed., 2008 ]
Il titolo del romanzo farebbe pensare ad una delle solite operazioni commerciali, deprecabili nella loro ricerca di un facile mercato, tipo "Alien contro Predator"; e del resto, leggendo le note conclusive, si scopre che l'autore era ed è tuttora molto affezionato al sottotitolo, trascurato oppure addirittura omesso da alcuni editori proprio per ragioni commerciali.
In ogni caso, tralasciando il titolo per immergersi nel pieno della storia, si trova un romanzo abbastanza soddisfacente. All'inizio potrebbe sembrare un po' scontato, specialmente per i lettori che abbiano grande familiarità con il "Dracula" di Bram Stoker: poi però il tutto si trasforma in una vera e propria storia alla Conan Doyle, una tra le più classiche, solidamente narrate dal buon dottor Watson... e allora il lettore si trova in una posizione decisamente migliore. Per scoprire, alla fine, che l'autore ha realizzato qualcosa di prevedibile eppure interessante, sfruttando ciò che la tradizione e il romanzo di Stoker mettevano a disposizione, facendolo però in maniera intelligente e solo apparentemente semplice. Mettendo in atto, tra l'altro, un buon mimetismo rispetto allo stile originale di Watson, del quale vengono rievocati i limiti e le debolezze, ma anche la straordinaria generosità.
In pratica l'idea di base è semplicissima ma efficace: in "Dracula" vengono narrate soprattutto le gesta di coloro che - capitanati dal professor Van Helsing - danno la caccia al sanguinario Conte per impedirgli di portare il terrore in Inghilterra; Loren D. Estleman, che si finge curatore del manoscritto originale di Watson, riempie i vuoti del romanzo di Stoker immaginando che nei suoi periodi di assenza o di relativa presenza il Conte sia alle prese con Sherlock Holmes, che per caso si è posto sulle sue tracce e non intende abbandonare la caccia, malgrado l'irrazionalità del caso in questione e a dispetto del fatto che Van Helsing ha rifiutato il suo aiuto.
Holmes infatti viene originariamente ingaggiato dal Dailygraph, il quotidiano di Whitby, per fare luce sui tragici eventi che circondano l'approdo in porto del veliero Demeter con il suo sinistro carico di morte e mistero (i lettori di "Dracula" sanno già che quell'evento corrisponde all'arrivo del Conte in Inghilterra). Seguendo indizi strani ed inquietanti ma inconfutabili Holmes arriva alla cripta dei Godalming proprio la notte in cui Lucy Westenra viene liberata dalla maledizione; segue un fruttuoso colloquio con Van Helsing, che colma le lacune, poi ognuno va per la sua strada. E mentre i personaggi di Bram Stoker agiscono fuori scena così come si sa, Holmes e Watson proseguono la loro indagine... e si trovano ad affrontare l'orrore.
Il poco fantasioso Watson, in particolare, ha molti problemi ad accettare la situazione, ma alla fine il suo senso dell'onore e l'amicizia indistruttibile per Holmes hanno la meglio.
Fra nebbie soprannaturali, sciami di topi, forsennate corse in carrozza, ghinee profuse senza risparmio ed azioni brillanti quanto energiche, i Nostri riescono ad intralciare i piani del Conte quel tanto che basta a farlo fuggire dall'Inghilterra, malgrado ad un certo punto l'Avversario abbia addirittura rapito la dolce Mary, moglie di Watson.
L'epilogo della vicenda, verificatosi nei Carpazi, verrà loro comunicato in seguito da un telegramma di Van Helsing.
In sostanza il romanzo - ambientato fra l'agosto e l'ottobre del 1890 - riesce abilmente ad incastrarsi tanto nella cronologia del romanzo di Bram Stoker (che sarebbe dunque gravemente lacunoso a proposito del ruolo svolto da Holmes nella vicenda) quanto in quella ben più complicata del "canone" holmesiano, fornendo al lettore appassionato un inedito punto di vista con cui considerare fatti sin troppo noti.
E' molto bello inoltre (e non certo consueto) trovare una storia che finalmente colga i personaggi di Holmes e di Watson non solo nelle rispettive caratteristiche ma anche nelle loro vere età: il cinema ci ha abituato ad Holmes e Watson troppo maturi tanto da far dimenticare ciò che dice Conan Doyle: all'epoca della loro fama Holmes e Watson erano giovanotti a malapena trentenni.
NOTA - La migliore e più affidabile cronologia holmesiana è ancora quella di John Hall, "I Remember the Date Very Well" (1993).
LadyJack || 10:51 ||
lunedì, 01 settembre 2008
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Da tempo desideravo scrivere qui qualcosa su Oscar Wilde, lo scrittore per eccellenza, uno di coloro con cui ho passato mezza vita.
Su "Piccole Donne" e il "David Cpperfield" in pratica ho imparato a leggere. William Shakespeare mi ha condotto dall'amore per il teatro a quello per la letteratura. Stephen King è un padre spirituale al quale ormai non saprei più rinunciare. Ma Oscar... è Oscar: non ci sono abbastanza parole per descriverlo compiutamente e per parlare del rapporto che mi unisce a lui e alle sue opere.
Desideravo scrivere qualcosa, dicevo: e l'occasione mi viene ora fornita da un bizzarro romanzo giallo che ho scovato un po' per caso sullo scaffale in libreria. La copertina vagamente liberty era promettente, la frase di accompagnamento (LA VERITA' E' RARAMENTE PURA E QUASI MAI SEMPLICE) intrigante, e il nome di Oscar nel titolo era garanzia - se non altro - del fatto che quel libro dovevo averlo.
Poi l'ho anche letto, e...
OSCAR WILDE E I DELITTI A LUME DI CANDELA ("Oscar Wilde and the Candlelight Murders", 2007) di Gyles Brandreth [Sperling & Kupfer, 2008]
Come per ogni cronaca storica che si rispetti, a monte ci sono un evento, un narratore, e spesso un documento. Qui si immagina che nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Robert Sherard che di Oscar fu amico e biografo, narri una strana vicenda che cinquant'anni prima aveva coinvolto il grand'uomo, stilando una specie di diario che va ad aggiungersi alle altre testimonianze letterarie da lui già consegnate alle stampe e all' esame dei posteri.
La storia si svolge, nella memoria, fra il 31 agosto 1889 ed il 30 gennaio 1890: contiene molte cose vere e molte cose inventate, fondendole con un certo buon gusto e con non minore buon senso.
Persino alcuni famosi aforismi wildiani, sparsi nei dialoghi, risultano abbastanza naturali, tanto più che è storicamente accertato che Oscar usasse le conversazioni con gli amici per saggiare frasi e idee che avrebbe poi inserito nei suoi scritti.
Diciamo subito che malgrado quella che durante la lettura risulta essere l'abilità di Gyles Brandreth nel comporre la storia, a priori il romanzo era rischioso: poteva attirarsi le ire di varie categorie di lettori, tra cui gli ammiratori di Oscar e quelli di Conan Doyle (io appartengo ad entrambe... ), e fors'anche più in generale degli estimatori del giallo d'epoca, dato che in realtà l'operazione su cui si basa sembra molto semplice e molto strana: costruire una trama poliziesca ambientata nella Londra vittoriana che tutti noi amiamo, all'interno della quale le indagini fossero svolte non da Sherlock Holmes - grande personaggio ma immaginario - bensì da Oscar Wilde, grande personaggio che fu invece alquanto reale.
All'origine di questa idea apparentemente eccentrica c'è in verità un fatto abbastanza noto avvenuto nel settembre del 1889: ad una cena offerta da J.M.Stoddart, editore americano del "Lippincott's Magazine" che richiese loro due racconti da pubblicare, Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle si incontrarono davvero. Da quella serata poi nacquero tanto la prima stesura del "Dorian Gray" quanto "Il Segno dei Quattro", seconda avventura di Sherlock Holmes.
Il romanzo in esame però si spinge oltre, immaginando che dietro la suggestione letteraria e su incoraggiamento dello stesso Conan Doyle, Oscar prenda nelle sue mani un'indagine che alla polizia sembra non interessare troppo.
Il bello è che funziona.
Voglio dire, all'interno della storia non è che Oscar si limiti ad essere una grottesca caricatura di Holmes, con lo stesso Robert Sherard nei panni del più classico tra i Watson: no, Oscar è soprattutto se stesso, con convincenti motivi che lo spingono ad indagare e a voler scoprire la verità.
A ben guardare non è poi così strano: non solo perchè l'indagine si svolge in ambiti che ad Oscar dovevano essere più famigliari che ad Holmes, ma soprattutto perchè davvero Oscar era generoso e molto intelligente, aveva una memoria formidabile ed era perfettamente in contatto con tutti gli aspetti del mondo nel quale viveva. E' lui infine che nel "Dorian Gray" di lì a poco avrebbe scritto: "Nessuno compie un delitto senza commettere anche qualche sciocchezza".
Così, alla fin fine, non è una incredibile sorpresa il fatto che Oscar potesse osservare, trarre deduzioni ed agire di conseguenza, anche se poi nella storia persino i segreti e il coinvolgimento personale tanto dello stesso Oscar quanto di Conan Doyle finiscono per avere il loro peso.
Giudico questo romanzo una scommessa sostanzialmente vinta, per l'autore e per me. Sono grata a Gyles Brandreth per aver ri-creato un Oscar insolito ma possibile, esente da eccessi di ogni genere, umano com'era, energico come riusciva ad essere, frivolo come gli piaceva sembrare, accentratore come lo vedevano gli altri.
Onestamente, non credo che il vero Robert Sherard (il quale aveva molte qualità accanto a qualche limite) avrebbe saputo scrivere una cronaca altrettanto buona. Brandreth però gli presta una voce amichevole, obbiettiva e convincente, che possiede tra l'altro il vantaggio dell'immaginazione: per cui, anche Robert Sherard riesce qui a servire degnamente la causa.
TRAMA: Nel tardo pomeriggio del 31 agosto 1889 Oscar Wilde, in forte ritardo per un appuntamento, trova nella stanza di Cowley Street in cui entra una brutta e macabra sorpresa: il cadavere nudo di un sedicenne con la gola tagliata e l'espressione serena, circondato da candele accese come se l'omicidio fosse stato un rito sacro. La vittima è Billy Wood, un ragazzo di vita bello e intelligente che Oscar conosce: non è lui però che doveva incontrare.
Billy avrebbe dovuto essere da tutt'altra parte, e del resto l'appuntamento di Oscar aveva a che fare con questioni ben diverse dalla soddisfazione sessuale, come infatti sarà assodato più avanti.
Incerto ed inquieto Oscar lascia non visto la stanza e l'edificio. Non riesce però a smettere di pensare all'accaduto, anche perchè a Billy era sinceramente affezionato.
Il giorno successivo torna così sul luogo in compagnia di due amici con i quali si è confidato, Robert Sherard e Conan Doyle, conosciuto di recente e da lui molto apprezzato. La stanza però è vuota, perfettamente pulita e i tre non trovano la benchè minima prova che vi sia avvenuto un delitto... a parte Conan Dolye, che a fatica crede di distinguere qualche goccia di sangue schizzata sulla carta da parati.
Ma è sufficiente: Oscar decide di andare alla polizia e lo stesso Conan Doyle lo mette in contatto con il suo amico Aidan Fraser, Ispettore di Scotland Yard. Le loro speranze vengono però ben presto deluse perchè malgrado le promesse, l'Ispettore non fa nulla e l'indagine non viene nemmeno avviata: la mancanza del cadavere è l'elemento decisivo persino per stabilire se un omicidio sia realmente avvenuto.
Ma Oscar non può arrendersi: lo deve in parte a se stesso e in parte a Billy. Inizia così lentamente a seguire le labili tracce di cui dispone, coadiuvato e assistito da Robert il quale, tra una cosa e l'altra (da buon "Watson" romantico!) trova persino il modo di innamorarsi follemente di Veronica Sutherland, la fidanzata dell'Ispettore Fraser, resa degna di comparire in un quadro preraffaelita dalla delicata bellezza e dalla chioma fulva.
L'indagine riece a fare qualche passo avanti, ma si tratta di passi piccoli e incerti. E intanto il corpo di Billy continua a sfuggire alle ricerche, malgrado Oscar si sia addirittura assogettato a visitare tutti gli obitori e le sale anatomiche della città (tributo alla sua caparbietà, se non illustrazione di qualcosa che avrebbe potuto realmente fare!). Si è persino recato a Broadstairs, dove ancora vive la madre di Billy: e anche questo depone a favore della sua buona volontà... dato che Broadstairs è un paesino traboccante di memorie dell'aborrito Dickens, che tra le altre cose vi ha scritto il "David Copperfield".
In ogni caso, malgrado le difficoltà, ad un certo punto Oscar riesce a ricostruire l'accaduto e ad addurre convincenti prove contro i colpevoli, scandalizzando e sconvolgendo il povero Robert, tanto a causa dei metodi quanto a causa delle conclusioni.
Poi si appresta a rispettare una pietosa promessa fatta alla madre di Billy, prima di riprendere appieno la propria vita.
La bizzarra avventura contiene dialoghi brillanti e molti ameni particolari; ma non tragga in inganno l'idea del brioso mondo fin de siécle perchè vi sono anche elementi cupi e risvolti decisamente macabri.
A parte la storia poliziesca di buon livello, a me personalmete è piaciuto soprattutto il fatto che come sfondo sia stato scelto un momento ancora molto felice e produttivo nella biografia wildiana. Nel romanzo infatti c'è sì la composizione del "Dorian Gray", ma ancha la vita famigliare di Oscar accanto alla dolce Constance in Tite Street: vita famigliare che comprende persino la celebrazione delle Festività natalizie del 1889.
Tra il 1889 e il 1890 inoltre Bosie era ancora lontano: non molto, purtroppo, però l'orizzonte pareva sgombro; nel romanzo c'è invece John Gray, ma in fase ancora positivamente adorante nei confronti di Oscar, dal quale si sarebbe staccato un po' più tardi.
A quell'epoca, insomma, Oscar era un uomo sostanzialmente sereno che sapeva bene come rapportarsi al proprio spirito, non meno che alla propria carne.
A volte però nel romanzo ci si imbatte anche in qualche frase che ferisce il cuore dell'ammiratore wildiano come una stilettata. Quando alla fine dell'agiografia (parzialmente apocrifa... ) di santa Batilda, rievocata da Oscar, si legge: "Morì a Parigi, come fanno le persone migliori", pare di udire in lontananza l'inquieto rombo dei tuoni.
LadyJack || 15:54 ||
venerdì, 20 giugno 2008
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LA SCIENZA DI SHERLOCK HOLMES
Da Baskerville Hall alla Valle Della Paura, la scienza forense dietro ai più celebri casi del Grande Detective.
("The Science of Sherlock Holmes", 2006), di E.J.Wagner
La prima cosa che non va in questo libro è il prezzo: 20 euro per un agile volumetto di circa 200 pagine sono molti, anche se a monte del saggio l'autrice avrà indubbiamente fatto un gran lavoro di ricerca.
La seconda cosa che non va è che tutto quell'indubitabile gran lavoro di ricerca alla fin fine ha prodotto un risultato abbastanza modesto. In teoria l'argomento è molto interessante, ma la trattazione - di carattere eccessivamente divulgativo - mi è parsa inferiore a ciò che ci si poteva legittimamente aspettare: a tratti superficiale e un po' sconnessa, con riferimenti a Sherlock Holmes e ai suoi racconti che si limitano ad essere poco più di un pretesto da cui partire per sviluppare i vari argomenti, qualcosa di scarsamente amalgamato all'insieme.
Vengono citati molti casi del passato, tra cui alcuni celeberrimi: Jack Lo Squartatore (1888), Lizzie Borden (1892), l'
affaire Dreyfus (1894), il rapimento Lindbergh (1934), e persino l'omicidio dell'esperto di bridge Joseph Bowne Elwell, caso irrisolto che ispirò la prima avventura di Philo Vance. Ma questi e tutti gli altri esempi minori, affrontati in maniera più o meno approfondita, danno spesso l'impressione di essere stati scelti un po' a caso.
In sostanza il volume vuole offrire una breve storia della scienza applicata all'investigazione criminale, ma la profondità della trattazione risulta alquanto scarsa, e perciò deludente.

L'unica cosa veramente chiara è che la nascita e lo sviluppo di tale scienza sono stati difficili, opera di singoli individui che innovando si scontravano con il sistema e che spesso continuavano ad essere sconfitti: per nostra fortuna, però, non si sono mai arresi.
Il saggio è diviso in 13 capitoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto della questione:
1 -
Dialogo con i morti (tutto ciò che il corpo può "dire" sul proprio decesso)
2 -
Storie bestiali e cani neri (persistenza del folklore che ostacola la scienza)
3 -
Un pugno di mosche (l'entomologia come supporto per l'investigazione)
4 -
La prova del veleno (sull'identificazione delle sostanze tossiche)
5 -
Il travestimento e il detective (simulazione e dissimulazione per rei e poliziotti)
6 -
Scena del crimine sotto i lampioni a gas (sull'inadeguatezza dei vecchi metodi d'indagine)
7 -
Il ritratto della colpa (sul "
bertillonage" e sulle impronte digitali)
8 -
Spari nel buio (sullo sviluppo della balistica)
9 -
Cattive impressioni (gli indizi sono utili solo se valutati correttamente)
10 -
Sporcizia preziosa (sull'importanza di tutti i residui associati al crimine)
11 -
Appunti diabolici (sulla falsificazione e la grafologia)
12 -
La voce del sangue (sulle tracce ematiche palesi o latenti)
13 -
Mito, medicina e omicidio (i falsi miti che hanno a lungo ostacolato la scienza)
LadyJack || 17:03 ||
martedì, 06 novembre 2007
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John Dickson Carr amava le storie ed i personaggi creati da Sir Conan Doyle, al quale negli anni '40 dedicò una biografia che viene tuttora considerata magnifica.
Amava quei personaggi ma non li adorava al punto da reputarli persone reali, come molti fans erano - e sono ancora - tentati di fare.
Dickson Carr ebbe modo di descrivere Holmes e Watson come "il dottore dal cuore saldo e l'investigatore più grande di tutti", ma anche di affermare: "Nemmeno per scherzo dobbiamo permettere che la fede nella reale esistenza di Sherlock Holmes e di John H.Watson si trasformi in un'ossessione che rasenta la mania religiosa".
Il suo entusiasmo, insomma, era tanto genuino quanto criticamente impostato, e la cosa lo mise in condizione di contribuire al canone holmesiano e ai suoi sviluppi in maniera molto fattiva e intelligente.
Nel 1959 ad es., in occasione del centenario della nascita di Conan Doyle, Dickson Carr curò una nuova edizione dei racconti; nell'introduzione al volume dichiarò la sua profonda ammirazione con le seguenti parole: "Troverete in queste storie quel senso del meraviglioso che mantiene in vita la gioia e l'entusiasmo, e quel gusto del pittoresco che noi abbiamo quasi smarrito del tutto, oltre all'umanità che (si spera) non perderemo mai".
In precedenza, sempre nel corso degli anni '50, Dickson Carr aveva curato per la BBC alcuni adattamenti radiofonici delle storie di Holmes, e nel 1954 aveva dato alle stampe "The Exploits of Sherlock Holmes", una raccolta di racconti scritti a quattro mani assieme al figlio di Conan Doyle, Adrian.
Il libro contiene una serie di storie incentrate su quei casi che Watson citava spesso senza poi narrarli per esteso: un'appendice dei racconti originali, insomma, in cui gli autori rispettavano la struttura e lo stile del canone holmesiano,e in cui tuttavia riuscirono anche ad inserire elementi tipicamente dicksoniani: il delitto nella camera chiusa ("L'avventura della camera sigillata") e la sparizione impossibile di un uomo in pubblico ("L'avventura del miracolo a Highgate"):
Per certi versi, come scrittore John Dickson Carr fu un prestigiatore ed un manipolatore, la cui abilità uguagliò quella di alcuni dei suoi personaggi: la "magia" di Holmes non poteva lasciarlo indifferente.
Tuttavia, come si è detto, il suo amore non si trasformò mai in idolatria, e ciò gli permise di comporre anche due brevi commedie che i "fedeli-troppo fedeli" di Holmes considererebbero senz'altro eretiche: le due PARODIE SHERLOCKIANE, composte sul finire degli anni '40 (e in seguito pubblicate) sono impertinenti ed irriverenti quanto si può temere...ma anche umoristiche quanto si può desiderare.
John Dickson Carr negava la sacralità del canone holmesiano, però non volle mai e poi mai mancargli di rispetto; inoltre le suddette parodie sono intrinsecamente legate alla sua vita di uomo e di scrittore.
-Nel 1948 John Dickson Carr si trasferì dall'Inghilterra agli Stati uniti perchè le condizioni politiche del suo Paese nel dopoguerra non lo soddisfacevano più.
Nello Stato di New York entrò a far parte della Società degli Scrittori Polizieschi d'America, di cui fu eletto presidente nel 1949.
La Società teneva un abituale congresso nell'aprile do ogni anno, e nel corso del congresso veniva presentata una breve commedia umoristica dal titolo generico di "La marcia del crimine": autori ed attori della piéce erano gli scrittori stessi - anche i più famosi - che a mio parere si divertivano da matti.
Quando spettò a Dickson Carr presentare un testo, egli scelse l'argomento holmesiano: per due occasioni compose quelle che sono appunto note come PARODIE SHERLOCKIANE, nelle quali è possibile riscontrare una miriade di citazioni palesi ed occulte.
Come ho detto, quella gente si divertiva!
PARODIE SHERLOCKIANE
L'AVVENTURA DEI DOCUMENTI CONK-SINGLETON
Un misterioso e pluridecorato Visitatore (ruolo rivestito all'epoca dallo stesso Dickson Carr) si rivolge ad Holmes per risolvere un delicato enigma: il Primo Ministro Gladstone è stato avvelenato e il principale indiziato è nientemeno che...la Regina Vittoria!
Naturalmente i documenti che indurrebbero al sospetto sono falsi ed Holmes lo capisce subito.
Battute da ricordare:
HOLMES : Vedo che Sua Maestà non era di buon umore.
VISITATORE : [...] Ma come avete fatto a capirlo?
HOLMES : Sua Maestà ha sottolineato due volte la parola "bastardo" [...].
Molto divertente anche la lettera che Gladstone - in stato di progressiva ebrezza alcolica - indirizza alla Regina, ringraziandola per avergli regalato...una cassa di vino!
L'AVVENTURA DEL RIPOSTIGLIO PARADOL
Lord Matchlock, Ministro degli Esteri, è stato notato aggirarsi per Constitution Hill senza calzoni.
Lady Imogene Ferrers, figlia del Ministro, si rivolge ad Holmes, portandogli un paio di calzoni che ha visto precipitare da una finestra di Buckingham Palace e che non sono quelli di suo padre.
L'ambasciatore francese, Marquise de Paradol, si rivolge ad Holmes per recuparare i propri calzoni ed un segretissimo trattato.
Al termine di un'accurata deduzione Holmes ritrova il documento, e restituisce a ciascuno i propri pantaloni.
Battute da ricordare:
PARADOL : Ma sì! All'improvviso ho visto...in uno specchio!...sei uomini mascherati e con barbe false strisciare verso di me con l'intenzione di assalirmi. Allora grido: Viva la France! e faccio il mio dovere. Via i pantaloni!
IMOGENE : Voi avete fatto questo in presenza di Sua Maestà?
PARADOL : Col massimo rincrescimento! Lei [...] è svenuta...bum!...su un sofà [...].
LadyJack || 17:31 ||
martedì, 04 settembre 2007
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Ad un certo punto della sua attività di autore poliziesco Arthur Conan Doyle ne ebbe abbastanza e cercò di liberarsene per passare alle più serie produzioni storiche: per farlo si risolse addirittura ad "uccidere" il suo protagonista, ne L'ULTIMA AVVENTURA.
Tuttavia in seguito dovette tornare sui suoi passi, e riesumare Holmes, con qualche espediente ed un buon coup de thèâtre (si veda il romanzo IL MASTINO DEI BASKERVILLE e il racconto L'AVVENTURA DELLA CASA VUOTA).
Conan Doyle insomma fu costretto dal suo stesso pubblico a rendersi conto della popolarità dei romanzi che aveva pubblicato; ma ciò di cui probabilmente non si rese mai pienamente conto fu il fatto di aver creato non solo dei personaggi, ma dei veri e propri archetipi, non esclusivamente letterari.
Favoriti dalla prospettiva temporale, noi oggi ne siamo invece perfettamente consapevoli e dire di qualcuno che sembra un "Holmes" o un "Watson" risulta metafora non eccessivamente rara o ricercata, che vuole semplicemente indicare rispettivamente un tipo sagace, pratico e razionale, in opposizione ad un tipo dotato più di cuore che di cervello.
Effettivamente, per come li ritroviamo nei romanzi e nei racconti originali, Holmes e Watson sono diversi, ma anche complementari. Non di rado Holmes afferma che il buon dottore, con la sua ingenuità e l'integrità di gentiluomo vittoriano, gli serve per far emergere qualche semplice considerazione che può mettere l'indagine sui giusti binari. Watson è insomma la cassa di risonanza per i pensieri di Holmes, l'individuo la cui normalità riporta spesso il "genio" alla quotidianità.
Nei romanzi di Agatha Christie, Poirot dirà esattamente la stessa cosa del Capitano Hastings, che in effetti è il suo "Watson" personale.
La cosa più straordinaria, cui accennavo sopra, è proprio questa: il fatto che all'interno della tradizione poliziesca Holmes e Watson abbiano potuto reincarnarsi in mille modi diversi, magari non troppo uguali agli originali ma comunque riconoscibili.
L'omaggio più vicino e somigliante alla celebre coppia è naturalmente quello contenuto ne IL NOME DELLA ROSA di Umberto Eco: il francescano Guglielmo di Baskerville richiama nel proprio nome il celebre "Mastino" ed i suoi comportamenti sono esattamente sovrapponibili a quelli di Holmes, senza contare che la descrizione fisica che di lui viene data è - mutatis mutandis - presa pari pari da UNO STUDIO IN ROSSO (1887), il primo romanzo in cui Holmes e Watson entrano in contatto.
Il novizio Adso da Melk, per parte sua, è non solo la voce che racconta la storia, l'orecchio in cui Guglielmo riversa le proprie scoperte o il braccio di cui si serve per procedere nelle indagini: Adso persino nel nome ricorda foneticamente il buon dottore, e riveste la sua stessa funzione.
Così è di Hastings per Poirot. Philo Vance invece non aveva un vero e proprio "Watson" perchè Van Dine si limita ad essere il suo biografo senza partecipare attivamente alle vicende; data la sua pretesa superiorità, comunque, sarei tentata di affermare che in realtà Philo Vance non ha un'unica spalla ma risulta letteralmente circondato da "Watson"!
Diverso invece il caso dei romanzi di Rex Stout, perchè se è vero che Archie Goodwin riveste il ruolo di narratore, di lui non si può certo dire che manchi di sagacia o abilità investigativa, e ciò che lo separa da Wolfe è solo l'attitudine all'azione contro il peso (letteralmente inteso!) della riflessione sedentaria.
Ugualmente Ellery Queen e suo padre si collocano su di un piano di sostanziale parità, dove la differenza è data solo dall'età, dall'esperienza e dalle diverse caratteristiche fisiche e mentali in relazione alle indagini.
Nei romanzi di John Dickson Carr infine c'è spesso un narratore che può essere tale perchè ha partecipato, o partecipa, all'azione accanto al detective di turno, Fell o Bencolin che sia: ma in genere la sua funzione si limita a questo; gli elementi importanti nei romanzi dicksoniani sono altri.
Questi ultimi casi dimostrano più che altro come l'investigatore protagonista tenda ad avere necessariamente una spalla di qualche genere, ma il vero rapporto Holmes / Watson è quello che ho descritto all'inizio.
Bisogna ammettere comunque che sui "Watson" e sui loro limiti tendono a prevalere le considerazioni negative. A volte i personaggi finiscono per diventare addirittura un peso per i rispettivi autori: Conan Doyle cercò di accantonare il dottore facendolo sposare, ed interrompendo così la coabitazione con Holmes; Agatha Christie spedì Hastings in Argentina con la moglie (anche lui!) ad occuparsi di una grande fattoria. Ma entrambi i personaggi si "vendicarono" poi, tornando di forza accanto ai rispettivi amici e maestri, come se essi non potessero davvero vivere privi della loro presenza.
Ed in effetti, per quanto a volte i "Watson" possano risultare incapaci o addirittura fastidiosi, in realtà sono utili e necessari.
E non va nemmeno sottovalutato il legame umano e affettivo che lega le celebri coppie: Holmes / Watson, Poirot / Hastings, Guglielmo / Adso, Ellery / Richard Queen e persino Wolfe / Archie sono uniti da vincoli d'amicizia molto profondi, che magari si manifestano in modi assai diversi per quanto vari sono i caratteri e gli umori dei personaggi; eppure sono lì, sotto la superficie, pronti a farsi cogliere dal lettore attento.
Nel racconto L'AVVENTURA DEI TRE GARRIDEB Holmes è disposto ad uccidere quello che crede essere l'assassino di Watson; indicibile e commovente il suo sollievo quando scopre che il dottore è soltanto ferito.
Le prime - e quasi le ultime - parole che Poirot rivolge al Capitano Hastings nella lunga saga che li vede protagonisti sono "mon ami": diverse le circostanze, uguale il sentimento che circonda questa semplice espressione.
Rendiamo dunque il giusto omaggio a tutti i "Watson" passati, presenti e futuri: senza di loro la tradizione poliziesca sarebbe ben più povera e noiosa.
LadyJack || 11:35 ||
lunedì, 09 luglio 2007
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SHERLOCK HOLMES e le ombre di GUBBIO
di Enrico Solito
(ed. Hobby&Work, 2006)
Questo romanzo mi incuriosiva molto, non solo perchè Sherlock Holmes mi interessa da sempre, ma anche perchè dopo la recente delusione procuratami da Michael Dibdin volevo verificare se in epoca contemporanea fosse ancora possibile produrre storie holmesiane non eretiche, e magari persino interessanti.
Tutto sommato, devo concludere che si può.
Forse il romanzo in questione non è straordinario, ma possiede una sua dignità e rispetta il cosiddetto "canone" in maniera abbastanza virtuosa; inoltre la storia - in cui si intrecciano arcani misteri, delitti e questioni politiche - ricalca sostanzialmente un modello già adottato da Conan Doyle in parecchi racconti.
Ciò che delude un po' è l'ambientazione italiana: non basta un luogo (Gubbio) carico di storia e a volte persino denso di nebbie per sostituire la Londra vittoriana più tipica, a cui l'appassionato di Holmes è ormai abituato.
Non a caso, la parte migliore e più riuscita del romanzo mi pare quella iniziale, ancora ambientata in Inghilterra, prima della partenza di Holmes e Watson per il Continente.
Tuttavia bisogna anche riconoscere all'autore il merito di aver fatto il possibile perchè la novità ci fosse, ma non offuscasse la tradizione; gli si può piuttosto "rimproverare" di aver ri-creato un Watson troppo acuto e sveglio rispetto all'originale, cosa che non sempre suona accettabilissima.
LA TRAMA: i servigi professionali di Holmes vengono richiesti da Pier Luigi Neri, socialista e studioso eugubino.
Dopo aver verificato che qualcuno vorrebbe invece trattenerlo a Londra (e per cercare di ottenere il proprio scopo non ha esitato ad uccidere), Holmes parte per l'Italia e raggiunge Gubbio, in compagnia di Watson.
Qui si troverà a dover dipanare un fosco intrigo delittuoso, che forse riporta addirittura in campo un mostro simile al Mastino dei Baskerville...
Sullo sfondo, la complessa situazione politica del Regno d'Italia nel 1890.
DOMANDA STORICA: il vecchio Crispi - sì, proprio il Presidente del Consiglio del Gabinetto omonimo - era davvero un fetente, come si evince dal romanzo ?
RISPOSTA STORICA: più che altro Crispi era "soltanto" un politico.
Però lo scandalo della Banca Romana si è verificato realmente.
LadyJack || 11:18 ||
lunedì, 25 giugno 2007
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All'interno dell'ormai vastissimo panorama cine-letterario che riguarda Sherlock Holmes, il romanzo di Jô"O Xangô de Baker Street" ("Un samba per Sherlock Holmes") risulta singolare e mette a dura prova il beneplacito dell'holmesiano più conservatore, perchè uno Sherlock Holmes così lo avrebbero immaginato davvero in pochi. Ma forse ci si ritrova poi così presi dalla storia, e così occupati a sghignazzare, che il tutto scivola via senza dolore.
In fondo si può considerare la storia come una di quelle avventure la cui pubblicazione fu vietata a Watson dallo stesso Holmes: proprio come "The private life". Solo che in quel film il detective somigliava molto di più a se stesso: nel libro di Jô Soares invece è incedibile. Buffo, splendido e incredibile.
Inoltre non lo si vede attraverso gli occhi di Watson, ma in maniera un po' più oggettiva: un giovanotto sveglio e multiforme, conscio di sè e della propria fama, un britannico vittoriano al 100%. Ma anche più umano, vulnerabile e pasticcione, in definitiva, rispetto all'originale: alquanto distratto e persino un poco miope. E - udite udite - innamorato.
La cosa risulta strana, nell'insieme però non stona. Fa parte della dimensione più umoristica, senza contare che è interessante scoprire uno Sherlock Holmes così poco frigido.
Infatti se il romanzo - che è proprio come dovrebbe essere un romanzo vittoriano scritto non da un inglese bensì da un brasiliano - possiede una parte cupa, tragica e macabra per via della serie di delitti al centro della vicenda, possiede anche un umorismo caustico che è senza tempo, nonchè una gaia leggerezza che è invece molto "fin de siécle".
"Belle époque tropicale", come dice il titolo di uno dei tanti libri usati come fonte dall'autore.
In definitiva, le cose più serie del romanzo sono la copertina (ma il titolo italiano lascia a desiderare) e la ricca bibliografia di riferimento. C'è persino una mappa stradale di Rio de Janeiro alla fine del secolo.
Discorso a parte, invece, per gli studi anatomici del serial-killer.
La storia, come già accennato, è ambientata a Rio de Janeiro, dove Sherlock Holmes viene chiamato dall'Imperatore Pedro II ad occuparsi del furto di un preziosissimo Stradivari, sottratto alla di lui amante.
Però una volta giunto in Brasile Sherlock Holmes si trova invischiato anche nelle indagini su di una serie di delitti somiglianti a quelli che saranno poi opera di Jack lo Squartatore a Londra (nel libro è ancora solo il 1886).
L'aria di famiglia balza all'occhio per l'appassionato di gialli e mistery, così come la possibile soluzione, ma non è la trama in sè la cosa più importante del romanzo. Voglio dire che solo parzialmente lo si legge per scoprire l'assassino: ci sono molte più cose da indagare. L'autore si mostra capace di mescolare così tanti elementi diversi, che è un piacere ed una sfida, per il lettore, tentare di sciogliere il groviglio dei riferimenti.
C'è persino un breve omaggio - umoristico, tanto per cambiare - a "Il silenzio degli innocenti": e quando arriva lì, l'appassionato si sente a casa da un pezzo.
All'inizio del libro ci si ritova un po' troppo di fronte a Sarah Bernhardt (in tourneé sudamericana) e un po' poco a Sherlock Holmes: la cosa può infastidire. Poi però le proporzioni si invertono e ad un certo punto ci si riconcilia addirittura con il personaggio della grande attrice, considerandolo come qualcosa che appartiene profondamente al paesaggio di fine secolo.
Ma dicevo di Sherlock Holmes e del suo strano aspetto. Per via dell'accento tutti continuano a prenderlo per un portoghese. Ogni tanto agisce come ci si aspetterebbe da lui, leggendo effettivamente la realtà che sta dietro le apparenze. Ma per lo più se ne va in giro facendo strage tra le porcellane dell'Imperatore e sfornando strabilianti deduzioni che lasciano allibiti i presenti, non tanto per la loro eccezionalità, quanto piuttosto per la loro palese assurdità. Altro non è che una divertente parodia delle sue originali capacità deduttive.
E Watson - un Watson abbastanza fido, abbastanza ingenuo ma più disincantato dell'originale - lo affianca, pronto a chiudere un occhio e a glissare sugli errori, quando non a cambiare del tutto la direzione delle conversazioni.
Casualmente, inoltre, è lui che inventa la caipirinha, per evitare che Holmes beva alcool liscio: in fondo è pur sempre il suo medico!
Comunque, sia detto per inciso: tra cene pantagrueliche, prove dal sarto, spettacoli teatrali, inseguimenti in biblioteca, corse alla toilette, ed una grandiosa e improvvisata esibizione al violino, Sherlock Holmes NON arriva alla soluzione del caso. In realtà non solo non poteva, ma nemmeno doveva arrivarci. Il suo personaggio c'è per far parte dell'ambiente, come gli altri, senza contare che per il finale "aperto" del giallo non manca un buon motivo storico-narrativo.
Infine c'è anche la parte erotica cui accennavo: o per meglio dire, la parte pseudo-erotica, che rivela ad ogni modo un Holmes molto più caliente del consueto.
Sarà per via del clima sensuale del luogo (24°C e niente nebbia in inverno possono fare miracoli), sarà per via del fatto che ogni tanto un po' di sesso ci vuole (e i vittoriani erano degli esperti nel fare privatamente il contrario di ciò che propagandavano), sarà perchè Conan Doyle aveva creato un personaggio troppo monastico e troppo escusivo nei suoi interessi ( a parte la straordinaria ma singolare parentesi di Irene Adler in "Uno scandalo in Boemia"): sarà per tutto questo, comunque Holmes si ritrova a sbavare dietro ad una mancata vittima del maniaco, la quale peraltro non può essere definita esattamente insensibile al sottile fascino dell'inglese. E per fortuna, perchè se con i fatti Holmes se la cava benino, in quanto a strategie e tecniche seduttive manca di una certa pratica.
Ma insieme i due non necessitano di grande incoraggiamento...
Solo che la storia d'amore segue quasi in parallelo la vicenda delle indagini: tra alti e bassi, non sempre e non tutto può essere ottenuto nella vita.
Sì, non è che Holmes e Anna ("Mio dolce palindromo!") non ci provino, a consumare la reciproca attrazione (tra l'altro fumando erba quanto un'intera tribù di hippies a Woodstock...), ma c'è sempre e poi sempre qualcosa che va storto.
Il clou arriva quando vengono arrestati nei giardini del Passeio Pùblico per atti osceni in luogo pubblico, appunto...
Insomma: ci è mancato tanto così, ma la tradizionale castità di Holmes ha retto - pur senza alcun merito da parte sua - al più terribile assalto che mai le fosse stato sferrato. Poi Holmes torna a casa in piroscafo con Warson, e il resto è storia...
LadyJack || 11:08 ||
lunedì, 25 giugno 2007
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