L'UOMO CHE ANDO' IN FUMO ("Mannen som gick upp i rök ", 1966), di Maj Sjöwall e Per Walhöö [ Sellerio ed., 2009; trad. di Renato Zatti ]
Continua la caotica pubblicazione dei volumi di Maj Sjöwall e Per Walhöö. "L'Uomo che andò in fumo" dovrebbe essere il secondo romanzo della saga dedicata dai coniugi svedesi alle avventure del commissario Martin Beck: lo si capisce dalle date (la storia è ambientata nell'estate del '65) e da alcuni particolari interni (la sede del commissariato non è ancora stata spostata, Martin non è separato, Lennart Kollberg si è appena sposato e qundi sua moglie non aspetta ancora il bambino). Ma è il quinto o sesto volume ad essere uscito.
Non mi è chiaro, lo confesso, perchè i dieci bellissimi romanzi che compongono la saga non vengano pubblicati in ordine cronologico: e dire che Sellerio dovrebbe essere uno degli editori più seri in attività, senza contare che il recupero di questi autori interessanti e trascurati è già di per sè un'opera altamente meritoria.
Eppure, così stanno le cose: i dieci volumi continuano ad uscire senza alcun ordine, costringendo l'appassionato lettore a compiere qualche acrobazia mentale, logica e mnemonica. Non si tratta ovviamente di una cosa difficile, però la trovo fastidiosa.
TRAMA: Inizio di agosto del 1965. Persino Stoccolma è oppressa dal calore estivo e Martin Beck pregusta le imminenti vacanze: raggiungerà moglie e figli nella casa al mare, su una delle isole dell'Arcipelago, e potrà lasciarsi per un po' alle spalle i problemi di lavoro.
Ma non è destino cha la vacanza possa essere goduta a lungo: Martin Back è sull'isola da nemmeno due giorni quando viene richiamato a Stoccolma per occuparsi dell'ennesimo caso difficile; in verità, gli viene lasciata l'opportunità di rifiutare, ma il commissario è troppo ligio (e forse anche troppo curioso) per approfittarne.
In ogni caso, il problema che gli viene sottoposto potrebbe risolversi in una bolla di sapone come potrebbe invece rivelare rischiosi aspetti politico-diplomatici, quindi il pacato e abile commissario è la persona più indicata da sguinzagliare.
Il problema consiste in questo: Alf Matsson, giornalista indipendente noto per l'acutezza e la giusta "cattiveria" delle sue inchieste, è scomparso verso la fine di luglio. Data la meticolosità e la precisione che lo caratterizzavano sul lavoro, la rivista per la quale scriveva ha presentato denuncia e si riserva di svolgere indagini per proprio conto.
L'ultimo incarico di Matsson lo aveva infatti portato a Budapest, in Ungheria (ovvero al di là di quella che negli anni Sessanta era ancora la saldissima Cortina di Ferro) e la sua scomparsa apre uno scenario di vaste possibilità, compresa quella che metterebbe in campo spionaggio e servizi segreti dell'Europa dell'Est.
Se c'è qualcosa di politicamente losco dietro la sparizione i Matsson, ci sono molte persone che vorrebbero saperlo con certezza: alcune interessate ad insabbiare la questione, altre interessate a renderla pubblica nonchè economicamente fruttuosa.
Non troppo entusiasta, ma spinto da curiosità e senso del dovere, Martin Beck parte per Budapest; in città soggiornerà nello stesso Hotel dal quale Matsson è sparito.
Giunto a destinazione, il commissario si rende conto della difficoltà del compito che gli è stato affidato: non ci sono vere e proprie tracce da seguire e del resto, non fosse per le possibili implicazioni internazionali, Alf Matsson non interesserebbe a nessuno. Il giornalista era una persona dal carattere sgradevole e da ubriaco era assolutamente insopportabile: qualcuno si chiede infatti se non stia semplicemente smaltendo una lunga sbornia da qualche parte.
Giorno dopo giorno Beck scopre ben poco, però entra in contatto con una città bellissima: il Danubio, le grandi piazze, le colline, il clima mite al quale non è abituato, il cibo... tutto gli piace, tutto entrerà nei suoi più duraturi ricordi e (forse) nei suoi rimpianti.
Tuttavia Martin Beck è pur sempre un poliziotto cha sa fare bene il proprio lavoro per cui, pazientemente, riesce infine a scoprire quel tanto che gli farà rischiare addirittura di essere ucciso. La conclusione più importante alla quale arriva, con l'aiuto della polizia locale, è che Matsson era da lungo tempo implicato in un traffico di droga: questo però non ne spiega interamente la scomparsa, a meno di non voler ipotizzare che l'uomo sia stato ucciso dai suoi complici, ai quali però mancherebbe un chiaro movente.
Infatti il destino di Matsson è stato un altro, e Martin Beck lo scoprirà soltanto dopo aver fatto ritorno in Svezia: lontanissimo dal paventato scenario politico, l'omicidio di Matsson - perchè di questo si tratta - rivelerà alla fine cause ben più semplici e assolutamente umane.
Di solito si uccide per denaro, per vendetta, per autodifesa... Alf Matsson è morto perchè era uno stronzissimo verme.

- Al di là dell'interesse suscitato dalla vicenda, narrata con la consueta perizia, la parte più bella del romanzo coincide con l'ambientazione a Budapest.
Il lettore moderno deve sforzarsi di ricordare quali fossero gli scenari mondiali a metà degli anni Sessanta ma la città, descitta con sguardo "svedese" ovvero privo di eventuali preconcetti da "Ovest contro Est", emana un fascino tranquillo ed attraente, profuma di storia e di sole, e in definitiva pare un luogo che una volta lasciato rimarrà comunque nel cuore.
LadyJack || 11:23 ||
giovedì, 03 settembre 2009
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L'UOMO AL BALCONE ("Mannen på balkongen", 1967) di Maj Sjöwall e Per Walhöö [ Sellerio ed., 2008; trad. di Renato Zatti ]
Terzo romanzo dedicato dai coniugi svedesi alle indagini del commissario Martin Beck della Squadra Omicidi di Stoccolma. Sto leggendo la serie in maniera un po' disordinata, tuttavia le acquisizioni della mia biblioteca lasciano sperare che prima o poi riuscirò a mettere le mani su tutti i dieci volumi che la compongono. Questo particolare romanzo, in ogni caso, mi è piaciuto molto.
TRAMA: inizio di giugno del 1967. Martin Beck si concede qualche giorno di vacanza e va a trovare un collega conosciuto un paio d'anni prima (nel corso dell'indagine narrata nel precedente romanzo, "Roseanna"). Il suo matrimonio va di male in peggio e la stanchezza accumulata sul lavoro pesa negativamente. Al suo ritorno a Stoccolma comunque Martin Beck viene immediatamente ripreso nel gorgo delle indagini in corso: una serie di cruente rapine ai danni di soggeti deboli (donne, persone anziane e indifese), e soprattutto quello che sembra l'inizio di un gran brutto caso: il ritrovamento, in parchi cittadini, dei cadaveri di due bambine. Le piccole hanno subito violenza e sono state strangolate: il modus operandi, le circostanze e i particolari coincidono. Si inizia a parlare di un serial killer.
Le tracce sono praticamente inesistenti, i poliziotti si spremono in ogni direzione al massimo delle loro possibilità, la città cade preda di un terrore irrazionale: vengono persino istituite delle ronde di volontari armati, che rischiano soltanto di aggravare la situazione.
Beck, coadiuvato dai soliti Lennart Kollberg (appena distratto dal fatto che sua moglie sta per partorire il loro primo figlio) e Melander (la cui mostruosa memoria continua ad essere utilissima), non trascura la benchè minima indicazione: ma nulla risulta mai conclusivo.
Ad un certo punto la polizia si convince - a ragione- che il rapinatore, avendo agito in vari parchi, possa aver visto qualcosa di utile in almeno una occasione: forse ha visto una delle vittime, forse ha addirittura visto l'assassino.
Diventa dunque essenziale arrestare il rapinatore: cosa che in effetti viene fatta, grazie ad una serie di coincidenze ed eventi favorevoli.
Una volta identificato e preso, venuto a conoscenza di ciò che si vuole da lui, il rapinatore collabora al massimo: cerca appena un accordo, ma sostanzialmente si rende conto che le informazioni in suo possesso hanno una valore inestimabile, quindi non esita a rivelare tutto ciò che sa.
Il che è qualcosa ma non basta; l'altro unico testimone di cui dispone la polizia è un bimbo di tre anni che forse ha visto l'assassino, ma che in concreto è tutto contento perchè un signore somigliante al marito della sua ex babysitter gli ha regalato un biglietto usato della metroplitana.
Eppure sono questi esitanti passi che portano Martin Beck e i suoi sulla strada giusta. Grazie ad una segnalazione apparentemente estranea ai fatti, l'omicida viene finalmente identificato al di là di ogni ragionevole dubbio: tuttavia bisogna ancora prenderlo... e purtroppo, mentre la rete poliziesca si stringe sempre più attorno al vero obiettivo, viene rinvenuto un terzo cadavere: un'altra bambina, e questa volta le modalità dell'omicidio sono addirittura più brutali.
Alla fine, dopo vani tentativi e altrettanto vane speranze, sarà una specie di colpo di fortuna a mettere nelle mani della giustizia il colpevole: un paio di increduli ed incazzatissimi poliziotti si imbattono nell'assassino qualche momento prima che commetta il suo quarto omicidio.
Così, almeno per questa volta, è finita.
I poliziotti nei romanzi di Maj Sjöwall e Per Walhöö sono tutto fuorchè eroi invincibili: possono essere bravi e coscienziosi, antipatici, insofferenti, entrati nel corpo per i motivi più disparati... ma essenzialmente sono uomini che svolgono un lavoro ingrato e poco spettacolare.
In occasione dell'inchiesta sull'omicidio delle bambine ovviamente la pressione pubblica e mediatica è enorme, eppure gli autori mostrano i loro poliziotti in quella che continua ad essere il quotidiano adempimento di un dovere: spesso sono stanchissimi, sfiduciati, oppressi da ciò che vorrebbero fare e che non riescono a fare... però lavorano con tenacia e pazienza, augurandosi magari l'arrivo delle svolta decisiva.
In teoria i polizioti sarebbero il "baluardo della società", ma la definizione fa sorridere proprio loro per primi. Le alte sfere, la stessa opinione pubblica, pensano che la soluzione a tutti i problemi possa essere qualche aumento nell'organico, ma i poliziotti sanno che non è tanto il numero l'elemento vincente, quanto piuttosto l'atteggiamento di base. I poliziotti sono i necessari tamponi per una società malata che rompe continuamente gli argini, quindi la soluzione vera consisterebbe nel curare la società... ma ormai, anche per la moderna e lodatissima Svezia degli anni Sessanta, pare già troppo tardi.
Il progresso è arrivato anche per il corpo di polizia che ormai dispone di calcolatori che rendono più agevoli le ricerche e di metodi scientifici che in genre danno i loro frutti: ma contro le manifestazioni di disagio che si traducono in altrettanti crimini, contro la malvagità o contro l'imponderabile esplosione della follia, nulla di tutto ciò serve davvero.
Diventa utile allora la pazienza, la memoria, l'esperienza: il fatto stesso che i poliziotti esistano. Ma come suggerisce il finale del libro, la guerra è interminabile.
Lo stile del romanzo è in apparenza asciutto e didascalico, descrittivo quanto basta. L'incipit ad esempio ("A un quarto alle tre il sole si alzò") è un concentrato essenziale... eppure, quanti elementi possono esserne estratti: in meno di dieci parole il lettore è già stato catapultato in un'atmosfera precisa, quella di un'alba urbana che evidentemente ha luogo molto a Nord, e da lì la luce del sole si espande ad inquadrare cose e azioni, una grande città che si risveglia ed inizia a fare rumore.
Più avanti la storia mostrerà chiaramente di essere ambientata in un tempo particolare: ci sono minigonne e LSD, manca invece qualunque riferimento al DNA (che infatti diventerà realtà conosciuta e giuridicamente accettata non prima di altri vent'anni).
Tuttavia il romanzo, grazie all'importanza del lato umano e all'utile peso della critica sociale, risulta ben poco datato. Quando Martin Beck rimprovera ufficialmente due membri di una milizia volontaria che hanno causato uno stupido guaio, lo fa con le seguenti parole: "Quel che avete fatto è imperdonabile. La sola idea della milizia comporta un pericolo sociale superiore a quello di singoli criminali o di una gang. Spiana la strada a una mentalità del linciaggio e a una giustizia arbitraria. Rompe il meccanismo di protezione della società. Capite cosa voglio dire?".
I due ci mettono un'oretta ad interiorizzare, ma un lettore italiano appena appena sveglio può capire al volo.
LadyJack || 16:05 ||
martedì, 26 maggio 2009
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OMICIDIO AL SAVOY ("Polis polis potatismos", 1969), di Maj Sjöwall e Per Wahlöö [ Sellerio ed., 2008 ]
Continuo a leggere la serie di gialli dedicati dai coniugi svedesi alle inchieste del commissario Martin Beck; lo faccio secondo le altalenanti acquisizioni della biblioteca più che secondo l'ordine rigorosamente cronologico, ma non credo che il piacere della lettura ne esca veramente danneggiato.
A parte la trama in sè, ciò che colpisce di questi romanzi è la loro attualità: sono ambientati quasi quarant'anni fa, in un Paese abbastanza lontano dall'esperienza quotidiana - e mitizzato sino al recente passato - eppure il lettore italiano ha modo di verificare come certi principi, certi comportamenti, lo scontro stesso fra stupidità burocratica e giustizia, rimangano in fondo valori universali: tanto nella letteratura, quanto (purtroppo) nella realtà.
TRAMA: All' Hotel Savoy di Malmö è avvenuto uno strano omicidio: durante una cena d'affari, mentre stava brindando con i suoi ospiti, Viktor Palmgren è stato ucciso da un uomo che, entrato nel salone da pranzo, gli ha sparato un unico colpo in testa, poi è fuggito approfittando di una finestra aperta. Non è chiaro se si tratti di un attentato di tipo politico, in cui l'omicida aveva preventivato di poter essere preso o addirittura abbattuto, oppure se si tratti di qualcos'altro.
Dato che Palmgren era un importante capitalista, un industriale con le mani in pasta in affari leciti ed illeciti coinvolgenti Paesi di mezzo mondo, le autorità propendono per il movente politico. La polizia segreta si mette a scandagliare gli ambienti dell'estrema sinistra. E Martin Beck viene inviato da Stoccolma a dar man forte al suo collega Månsson, titolare dell'inchiesta.
I due, di vedute più larghe ed intelligenti rispetto ai burocrati di palazzo, si accorgono subito che parecchi particolari non tornano, e che il movente politico è poco credibile. Ciò comunque non risolve il problema perchè i possibili colpevoli e i possibili mandanti sono molti (compresi i partecipanti alla cena della sera fatale): i direttori delle imprese di Palmgren, che potrebbero aver sottratto soldi o aver aspirato alla successione; la bella e giovane moglie di Viktor, che ha un amante e che ora nuota tutta sola nell'ingente patrimonio di famiglia; concorrenti negli affari sporchi riguardanti il traffico d'armi nel Terzo Mondo; e via di questo passo...
Ma qundo Beck e Månsson arriveranno alla soluzione, ricercata con tenace pazienza, troveranno qualcosa di molto più triste: un piccolo uomo danneggiato e umiliato al quale la non premeditata vendetta frutterà solo il carcere a vita.
- Come credo di aver già scritto in passato, questi gialli non appartengono al genere movimentato ed eclatante in cui il lettore è chiamato a mettersi in gara con l'investigatore di turno per risolvere il caso. Il valore di questi romanzi, articolatissimi eppure sorprendentemente semplici, va ricercato altrove: nella denuncia socio-politica sostenuta dagli autori, nella credibilità delle storie e dei personaggi, nella fluidità con la quale si lasciano leggere.
Qualcuno ha accostato Maj Sjöwall e Per Wahlöö a Simenon, per il minimalismo dello stile e delle atmosfere, ma ha ragione Camilleri (grande sponsor dei coniugi svedesi) quando fa notare anche le differenze: questi gialli hanno uno sfondo storico ed un'attenzione ai personaggi che in Simenon non si trovano. La Francia di Maigret non compare, mentre qui c'è (ad esempio) esattamente la Svezia della prima metà di luglio del 1969; attorno a Maigret non c'è quasi nessun altro, mentre qui ciascun personaggio ha la propria vita, le proprie caratteristiche: hobby, famiglie, amanti, relazioni, lutti... tutto ciò che rende i poliziotti innanzitutto uomini e donne.
LadyJack || 10:44 ||
sabato, 08 novembre 2008
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UN ASSASSINO DI TROPPO ("Polismördaren", 1974) di Maj Sjöwall e Per Wahlöö
[Sellerio ed., 2008]
Nono volume nella serie di dieci romanzi dedicati dai coniugi svedesi alle avventure di Martin Beck e della Squadra Omicidi di Stoccolma, tra gli anni '60 e gli anni '70.
La pubblicazione italiana non segue rigidamente l'ordine cronologico, nè lo seguono le acquisizioni della biblioteca nel mio Comune: in fondo però la cosa non riveste una grande importanza dato che le storie, pur presentando agganci interni che riguardano luoghi, fatti e personaggi, sembrano in generale abbastanza indipendenti l'una dall'altra. Probabilmente l'ordine cronologico servirebbe per seguire meglio l'evoluzione del personaggio di Martin Beck attraverso le sue vicende professionali (le promozioni, i successi, i fallimenti) o personali (le frustrazioni, il divorzio, la nuova relazione con Rhea Nielsen), ma in questo aiutano molto gli accenni interni che si trovano sparsi tra le pagine.
Così come per capire al meglio le intenzioni degli autori e lo sfondo socio-politico su cui si muovono i loro personaggi, risultano utilissime le note, le prefazioni o le postfazioni di cui ogni volume viene corredato: in sostanza, l'editore è consapevole di quanto questi romanzi polizieschi, seppur molto interessanti, rischino di risultare geograficamente o cronologicamente alieni al medio lettore italiano, e ha provveduto di conseguenza.
Il resto lo fanno le storie in sè. Ad esempio, per alcuni critici Martin Beck è diventato il cosiddetto "Maigret svedese" ma agli autori, più interessati alle loro tesi socio-politiche che all'introspezione di un unico personaggio, una tale definizione va decisamente stretta: tanto che in questo nono romanzo lo stesso Martin Beck, leggendola fra i titoloni che i quotidiani dedicano alla sua inchiesta, getta via il giornale, sbuffando disgustato.
In questo caso il protagonista si fa portavoce dei suoi creatori, così come più in generale le storie tendono ad illustrare la visione negativa che gli autori hanno del mondo e della società in cui si trovano a vivere: cosa che ovviamente pesa anche nei confronti del crimine, in tutte le sue espressioni.
In "Un Assassino di Troppo" le accuse principali sono rivolte alla stampa scandalistica, all'incapacità dei vertici, e soprattutto ai metodi fascisteggianti della polizia, quei metodi in cui il posto del dialogo è stato ormai preso dalla violenza e dalla sopraffazione.
Per chi abbia spesso idealizzato la presunta perfezione dei Paesi nordici rispetto al caos mediterraneo, è una brutta sorpresa scoprire che nell'epoca in cui il mondo si trovava a fronteggiare le conseguenze del '68, l'epoca in cui l'Italia era già nel pieno dell'austerity e stava per addentrarsi nei suoi Anni di Piombo, anche la celebrata socialdemocrazia svedese poteva sembrare un tragico fallimento, per chi ci viveva dentro.
TRAMA: In un paesino della Scania meridionale si perdono le tracce di Sigrid Mård, una donna divorziata e abbastanza normale. Sino al ritrovamento del cadavere, un mese dopo la scomparsa, non è certo che si tratti di omicidio; da quel momento però sembra di poter identificare con sicurezza il colpevole. Si tratta di Folke Bengtsson, già assassino di Roseanna McGraw nel primo romanzo della saga.
L'uomo è uscito di prigione e sta ceracndo di rifarsi una vita, dedicandosi alla pesca e alla vendita di uova. Contro di lui ci sono solo sospetti, non prove, ma dati i precedenti il caso viene affidato a Martin Beck, che da Stoccolma raggiunge la Scania in compagnia del suo braccio destro Kollberg.
Beck ad un certo punto è costretto ad arrestare Bengtsson perchè i suoi capi vogliono chiudere il caso. Ma in realtà, come lui stesso sa benissimo, la vera soluzione è ancora piuttosto lontana; sarà necessario che l'inchiesta sull'omicidio si incroci casualmente con un'inchiesta tutta diversa riguardante una sparatoria tra poliziotti e un paio di ladri balordi perchè il vero colpevole venga individuato ed arrestato... poco prima di morire d'infarto.
Nell'epilogo Beck lascia il piacevole paesino di provincia per tornare in città, mentre Kollberg rassegna le sue dimissioni: non è più in grado di affrontare i compromessi richiesti alla coscienza dalla carriera in polizia.
C'è da chiedersi ora che farà Martin Beck nel decimo ed ultimo volume...
LadyJack || 16:39 ||
martedì, 10 giugno 2008
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ROSEANNA - ROMANZO SU UN CRIMINE ("Roseanna. Roman om ett brott", 1965)
di Maj Sjövall e Per Wahlöö [Sellerio ed., 2005]
La prima cosa che ho pensato leggendo le note introduttive di questo romanzo mi si è presentata in forma di domanda: ma perchè mai gli investigatori devono essere sempre malinconici?
Così viene infatti presentato Martin Brock, il poliziotto protagonista: investigatore malinconico.
Ho pensato per un attimo che la sua condizione esistenziale potesse essere determinata dalle origini nordiche: anche l'ispettore Wallander di Henning Mankell, ugualmente svedese, è un personaggio grigio ed intoverso, pur essendo anche un buon poliziotto.
Poi però mi sono resa conto che la letteratura gialla contemporanea è davvero - e più genericamente - piena di tipi non certo allegri, per quanto ottimi ed interessanti: il Philip Marlowe di Raymond Chandler, l'ispettore De Luca di Carlo Lucarelli, l'ispettore Sarti Antonio di Loriano Macchiavelli, l'ispettore Dalgliesh di P.D.James, Maigret in Simenon, Harry Bosch in Michael Connelly, Pepe Carvalho in Manuel Vázquez Montalbán o l'ispettore Salvo Montalbano in Camilleri.
Ho citato così, in ordine sparso e limitandomi agli autori che conosco meglio, ma è indubbio che l'elenco potrebbe essere allungato, anche guardando al passato: ad es. persino Poirot o Sherlock Holmes mostrano spesso tratti malinconici e si abbandonano a malinconiche considerazioni sul mondo che li circonda e nel quale agiscono come indagatori.
E forse è proprio questo il punto della questione: chi investiga, cerca, è costretto a guardare, a farsi domande e quindi ad acquisire una maggiore consapevolezza nei confronti delle cose, delle persone e - naturalmente - dei crimini e dei lati oscuri che li determinano.
Ecco che allora non pare poi più tanto strano che un investigatore possa essere ombroso ed introverso: se il suo carattere o la sua epoca già lo dispongono alla malinconia, il suo lavoro non è certo in grado di distoglierlo da questa stessa dimensione.
Le donne-detective invece reagiscono in maniera differente; ma questo argomento lo accantoniamo perchè personaggi come la Pedra Delicado di Alicia Giménez-Bartlett o la Mrs Precious Ramotswe di Alexander McCall Smith richiederebbero una lunga trattazione.
Con "Roseanna", in ogni caso, siamo molto vicini alle atmosfere realistiche e sommesse di Simenon, anche se l'ambientazione si allontana dal Continente.
Probabilmente il romanzo non piacerà molto ai sostenitori del giallo spettacolare, pieno di trovate e sorprese; può piacere invece ai lettori amanti delle piccole cose, dei particolari, di quel tipo di narrazione solida e fluida in cui comunque tutto torna perfettamente.
C'è un'apparente semplicità persino nello svolgersi della trama, e ciò che conta è la paziente costruzione dell'indagine, alla quale, oltre Martin Beck, partecipano altri poliziotti: personaggi più accennati che descritti, ma in fondo pieni di vigore.
TRAMA: All'inizio di luglio nel 1964 (il romanzo è di quell'epoca), viene ripescato il cadavere di una ragazza in uno dei canali del lago di Vättern. La donna è stata strangolata ed è morta da pochi giorni, ma il corpo è nudo e non presenta tracce nè indizi di alcun tipo.
La morta rimane senza nome e l'indagine si impantana per qualche mese: malgrado il cocciuto impegno dei poliziotti il caso rischia di entrare nelle statistiche come irrisolto.
Saranno necessarie una segnalazione dagli Stati Uniti, una paziente raccolta di fotografie e molta fortuna per riuscire ad individuare e ad incastrare il colpevole.
Malinconico pure lui...
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"Roseanna" è il primo di una serie di dieci gialli imperniati su Martin Beck e la Squadra Omicidi di Stoccolma; gialli tutti recanti il sottotitolo ROMANZO SU UN CRIMINE, proprio per sottolinearne il carattere realistico ed anche politico, legato al mondo e alla società.
I romanzi furono scritti fra gli anni '60 e '70 da due coniugi svedesi, singolarmente già impegnati nell'editoria, ma che iniziarono la loro collaborazione quasi per caso.
Sin dall'inizio era stabilito che le avventure di Martin Beck fossero solo dieci, per evitare ripetizioni nelle storie e stanchezza nei lettori. Curiosamente il progetto fu rispettato per un pelo, perchè poco dopo la fine della stesura del decimo romanzo il marito, Per Wahlöö, si ammalò gravemente e morì nel 1975.
La pubblicazione italiana di alcuni romanzi dei due autori svedesi è molto recente, e pare sia stata promossa ad opera di Andrea Camilleri in persona.
LadyJack || 17:10 ||
martedì, 22 aprile 2008
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