
THE DOME ("Under the Dome", 2009), di Stephen King [ Sperling & Kupfer ed., 2009; trad. di Tullio Dobner ]
Romanzo strano e interessante, triste e non del tutto convincente, abbastanza differente dai romanzi kinghiani
che lo hanno preceduto. Sembra scritto da una persona diversa, e forse in parte è così: è stato scritto da uno Stephen King invecchiato e ormai maturo, incline alla solidità piuttosto che alla sperimentazione, un autore reso più cupo e pessimista dalla recente storia americana.
Stephen King dichiara che l'idea iniziale del romanzo risale al 1976 e può darsi allora che il personaggio di Dale Barbara - uno dei protagonisti - fosse in origine un reduce del Vietnam piuttosto che dell'Iraq: ma a parte questo, il racconto è intriso di attualità, e non proprio nel senso più positivo: ambientato in un'America in cui Obama è già Presidente, il romanzo mostra un presente che stenta ancora a distaccarsi dal passato, tanto in senso genericamente politico quanto in senso particolarmente umano.
Ha una storia abbastanza sgradevole piena di personaggi molto sgradevoli, e nemmeno l'Apocalisse finale, non esattamente inattesa nè per i personaggi stessi nè per il lettore, offre un vero senso di giustizia o di sollievo: riporta aria pulita in senso tanto letterale quanto metaforico, questo sì, però tutto rimane lo stesso un po' grigio e incerto.
Nella storia ci sono i buoni ed i cattivi, e ci sono anche figure più difficilmente collocabili in una delle due categorie: ma se il romanzo vuole essere un'allegoria, questa volta la lotta del Bene contro il Male c'entra sino ad un certo punto.
Questa volta basta essere umani (e prima ancora "americani") per mostrare immediatamente più limiti che pregi, e per assumere comunque contorni alquanto sfumati: religiosi che hanno perduto la Fede, drogati infelici che si credono Guerrieri di Dio, commercianti opportunisti che in fondo non sono cattivi, politici che con la scusa del pubblico bene coltivano alla grande il proprio orticello (questa non mi suona nuova... ).
E in mezzo a tutto ciò, una cosa strana e singolare: l'eroe della storia, o almeno il personaggio che più facilmente viene avvertito come tale, che per tutto il tempo non fa quasi nulla, tranne esserci.
Alla fin fine i personaggi più autentici, onesti e tutti d'un pezzo sono solo quelli dei tre cani: Horace (un corgi a cui piacciono i pop corn), Clover (un cane lupo dotato di un grande senso di lealtà) e Audrey (una golden retrievier immersa negli affetti famigliari). Ma anche fra loro, due su tre non ne escono vivi.
LA MASSA - Il romanzo è un tomo ponderoso di oltre mille pagine. La storia stessa finisce per essere così affollata e complessa, da aver richiesto alcuni "supporti". E' preceduta infatti da una piantina topografica dei luoghi dell'azione, nonchè da un elenco dei personaggi principali, che già in sè è lungo tre pagine.
I LUOGHI - La storia è ambientata nel Maine, in uno dei tanti borgi semifittizi inventati da Stephen King. Si tratta di Chester's Mill, una cittadina il cui territorio a forma di calzino (sic!) si estende a Nord-Est di Castle Rock. Confina anche con Motton e Harlow, altri luoghi tutt'altro che ignoti ai Fedeli Lettori.
I TEMPI - La cronologia è insieme precisa e fittizia. La storia si svolge esattamente tra la mattina di sabato 21 ottobre e la mattina di domenica 29 ottobre: un ottobre narrativo che però nella realtà non esiste. Infatti da numerosi accenni, nel libro Obama risulta Presidente USA al suo primo mandato, con tutta l'intenzione di ricandidarsi per il 2012 ("Yes, we can again"): ma nell'arco di tempo compreso tra il 2009 e gli anni immediatamente seguenti, il 21 ottobre non è mai caduto nè mai cadrà di sabato.
TRAMA: L'autunno è già inoltrato, ma il Maine occidentale gode ancora di un clima mite. Ci sono giornate di cielo terso e luminoso che si estende all'infinito sul verde dei campi e il rosseggiare dei boschi. E quel 21 ottobre, quando la storia inizia, è appunto una giornata così: normale e meravigliosa.
All'improvviso però gli abitanti di Chester's Mill, circa duemila anime, si trovano a fare i conti con un evento inquietante, la cui realtà sembra negare la bellezza e la stessa normalità del mondo: sulla cittadina, coincidendo esattamente con i confini del suo territorio, cala ciò che verrà poi chiamato "la Cupola". Una sorta di muro invisibile e invalicabile, appena permeabile all'aria e all'acqua; un campo di forza, forse, la cui origine e la cui natura sono totalmente ignote. La Cupola c'è, e basta.
La sua calata provoca incidenti e qualche vittima immediata, ma il peggio verrà nei giorni seguenti. Gradualmente sotto la Cupola il calore aumenta e il clima inizia a mutare; l'aria interna si inquina mentre la superficie esterna comincia a ricoprirsi di polveri e detriti che filtrano la luce, dando al cielo un colorito giallastro e alle stelle una sfumatura rosata: cielo e stelle viste da dentro, ovviamente, perchè al di fuori tutto è immutato.
Da parte di militari e scienziati vengono compiuti numerosi tentativi di infrangere la Cupola, alcuni dei quali molto energici (lancio di missili Cruise, uso di acidi sperimentali) ma nessuno è coronato dal successo: l'America intera - e forse il mondo - pregano per Chester's Mill, ma il fatto puro e semplice è che Chester's Mill ha cessato di appartenere all'America o al mondo.
Completamente tagliato fuori da ogni possibilità di intervento, anche se le comunicazioni rimangono attive, il piccolo borgo del Maine diventa un'isola alla quale non si può approdare e dalla quale non si può partire.
L'approvvigionamento non costituisce un problema immediato: i viveri promettono di durare per un po', quasi tutte le abitazioni hanno generatori autonomi e i pozzi artesiani sono numerosi. Esistono tuttavia problemi di altro genere: ci sono famiglie smembrate, se quel sabato mattina qualcuno era semplicemente andato a fare la spesa oltre confine; ci sono ignari turisti venuti ad ammirare le foglie e ritrovatisi in gabbia; ci sono persone che gradualmente perdono la speranza di uscire dalla situazione e che scelgono la "liberazione" del suicidio. Ci sono personaggi-chiave della vita comunitaria che vengono a mancare per incidenti e circostanze varie, comunque legate alla presenza della Cupola: Chester's Mill si ritrova così senza il proprio sceriffo, senza l'unico vero medico (entrambi morti nei primi giorni), con un Dipartimento di Polizia a ranghi ridotti e del tutto priva di autopompe: parte dei poliziotti e tutti i vigili del fuoco erano stati impegnati, quel sabato 21 ottobre, in esercitazioni a Castle Rock.
Infine, quello che si rivelerà il problema più grave e pericoloso: la presenza a capo del municipio di "Big" Jim Rennie, titolare di una rivendita di auto usate, diacono della chiesa fondamentalista locale, secondo consigliere dietro l'inetto e succube Andy Sanders, e dunque vero ago della bilancia in una situazione politica che si è fatta improvvisamente spinosa.
Jim Rennie infatti è sempre stato un abile opportunista, un intrallazzatore capace di indirizzare i suoi sottoposti - presunti ed effettivi - tanto con le buone quanto con le cattive. Il defunto capo Howard Perkins stava lavorando alla sua incriminazione per corruzione, abuso di potere, distrazione di fondi pubblici nonchè per produzione e spaccio di stupefacenti: con la complicità di uno scelto gruppuscolo di collaboratori, Rennie aveva forse impiantato il più grosso laboratorio per la produzione di metanfetamine del Nord America... eppure la maggior parte degli abitanti del Mill aveva continuato a considerarlo un punto di riferimento, una autorità utile e imprescindibile, un uomo incapace di risparmiarsi, a dispetto del suo cuore malandato.
Per Jim Rennie la Cupola diventa una grande opportunità: non solo gli dà tempo per far sparire le tracce delle illegalità commesse, ma gli offre immediatamente l'occasione di consolidare il proprio potere. In pochi giorni, mentre le forze sane del luogo si rimboccano le maniche per mantenere in funzione i servizi essenziali, Jim Rennie trasforma Chester's Mill in una dittatura di fatto: ricrea un corpo di polizia che equivale ad un esercito personale, si prepara ad eliminare qualunque opposizione, fomenta addirittura sommosse ed incidenti allo scopo di essere considerato indispensabile, e in generale si circonda di persone deboli, stupide e ambiziose, che può manovrare a piacimento.
Lo asseconda alla grande il figlio Junior, i cui freni morali sono ormai totalmernte inibiti da un tumore al cervello; ben presto entrambi i Rennie (e poi anche qualcuno dei loro fiancheggiatori) passano all'omicidio come soluzione per i problemi più irritanti. Bastano un paio di giorni per avviare questa discesa infernale, e ad ogni ora che passa la situazione si fa peggiore: ma chi può fermare "Big" Jim? Non certo quelli di fuori, anche se sanno; quelli di dentro ci provano, ma la cosa è ardua.
E' praticamente impossibile ripercorrere qui tutte le fasi della vicenda, tutte le storie individuali che essa tocca e coinvolge, perchè sono veramente tante. Sarà comunque un devastante incendio interno alla Cupola a risolvere finalmente qualcosa, nel bene e nel male: un'Apocalisse di fuoco che offre a Stephen King l'occasione per cimentarsi in descrizioni di grande potenza e per inserire numerosi momenti di straziante ed intensa umanità.
Alla fine la Cupola (che in sostanza si rivela un manufatto alieno) scompare così come era comparsa e i pochissimi superstiti - meno di una ventina - possono tornare a vivere e a respirare liberamente.
Tra loro non c'è Jim Rennie, ad un certo punto rimasto vittima (in senso tanto metafisico quanto letterale) delle proprie vittime. Junior era già morto in precedenza.
- Data la complessità della trama, la storia si fa apprezzare soprattutto per la coerenza con la quale si sviluppa. Stephen King ne governa la costruzione, attraverso i fatti ed i personaggi, con la consueta ammirevole perizia.
Tuttavia ci sono cose che non mi sono piaciute: innanzitutto, come dicevo, la patina opaca di grigiore - e forse di stanchezza - che ricopre tutto e tutti, limitando fortemente il possibile legame empatico tra il lettore e i personaggi, anche quelli più positivi. E pensare che ce ne sarebbero parecchi: valga in generale l'esempio di Dale e Julia, la cui storia è essenzialmente una grande storia di amicizia.
E poi, soprattutto, non mi ha favorevolmente colpito la rivelazione relativa alla natura e alla funzione della Cupola, nonchè l'illustrazione della sua scomparsa: gli alieni in sè non mi turbano eccessivamente perchè con la fantascienza, persino in versione lievemente filosofica, ho ancora un discreto rapporto. Però c'è modo e modo di essere più o meno convincenti, e qui a mio parere Stephen King lo è poco.
Come appassionata di salda fede, ho visto anch'io l'episodio di STAR TREK intitolato "Il Cavaliere di Gothos" (il bambino alieno che gioca con gli "animaletti"... ): ma non è mai stato uno dei miei preferiti.
Far calare la Cupola così come avviene, per creare uno spazio unico e nuovo, separato, necessariamente governato da regole proprie, è cosa ottima e giustificata; poi però avrei trovato più opportuno farla scomparire senza dover ricorrere a fronzoli moraleggianti.
Anche l'etica è cosa ottima e giustificata, tanto per uno scrittore quanto per i suoi personaggi: ma il rischio in agguato è quello della retorica un po' noiosa.
LA BAMBINA CHA AMAVA TOM GORDON ("The Girl Who Loved Tom Gordon", 1999), di Stephen King [ Sperling & Kupfer ed., 1999; trad. di Tullio Dobner ]
Incipit: "Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina dei primi di giugno era sul sedile posteriore del Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta dei Red Sox (quella che ha 36 GORDON sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezza si era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzta, cercava di non pensare [ ... ]".
In queste poche righe iniziali è già condensato il nucleo principale del romanzo, che ho sempre apprezzato molto per la sua apparente semplicità: una bambina si perde nel fitto dei boschi al confine tra Maine e New Hampshire ed è quindi costretta ad affrontare - da sola - un terribile e lungo viaggio verso la salvezza.
La letteratura fiabesca è piena di bambini perduti nei boschi e l'idea di quanto sia pericoloso (ma in qualche modo anche interessante) lasciare il sentiero conosciuto deriva direttamente da "Lo Hobbit" di Tolkien, laddove Bilbo Baggins fa un passo di troppo in direzione ignota e viene catapultato nel gorgo di mille pericolose e affascinanti avventure. Il romanzo di Stephen King però può essere considerato anche come una sorta di metafora che descrive l'acquisizione della consapevolezza relativa al mondo, e quindi il passaggio dall'infanzia a quella che sarà un'età molto meno innocente. Oppure, più semplicemente, il romanzo va forse letto come una delle tante meravigliose storie che Stephen King ama scrivere e condividere con i suoi lettori, la storia di un personaggio che possiede un preciso passato e un ipotetico futuro, ma che viene essenzialmente colto in un momento significativo della sua vita.
Il passato alle spalle di Patricia McFarland detta Trisha è particolarmente corto, dato che la bambina non ha ancora compiuto i dieci anni, eppure Trisha sembra più grande della sua età: non solo fisicamente, ma soprattutto per gli interessi ed i pensieri che ha e per il modo in cui è capace di svilupparli. Anche Trisha insomma rientra nel novero dei "bambini straordinari" che affollano le pagine kinghiane, al pari di Mark Petrie in "Salem's Lot" o Jake Chambers ne "La Torre Nera", per non parlare poi della banda dei sette che combatte a Derry contro "It".
Sono tutti bambini che della loro età possiedono ancora la fantasia, la capacità di stupire e di stupirsi, gli ampi margini di progresso che caratterizzeranno gli anni a venire; però sono anche bambini che guardano bene il mondo degli adulti: sforzandosi di capirlo, lo giudicano e spesso lo censurano.
Trisha ad esempio è figlia di genitori separati e vive con la madre Quilla ed il fratello Peter; ovviamente è tutt'altro che soddisfatta della disgregazione subita dalla sua famiglia, perà la accetta. Come tutte le bambine più normali, possiede un legame speciale con il padre - Larry - e nutre una certa insofferenza nei confronti del fratello: eppure è perfettamente in grado di vedere come il divorzio sia stato causato tanto dal carattere intransigente di Quilla quanto dalla propensione al bere di Larry. E in quanto a Peter, nei suoi confronti nutre anche un riluttante sentimento di affetto venato di umorismo: sentimento ricambiato, del resto, tanto che quando Trisha scompare, Peter si impossessa della sua bambola e fa in mdo di tenersela vicina, in un angolo della propria stanza, in rappresentanza della sorella: come una specie di offerta votiva al destino e alla speranza di rivederla.
Intanto Trisha è là fuori in mezzo ai boschi, nel clima fortunatamente mite della quasi-estate, e sta per mettere alla prova se stessa, sperimentando i propri limiti: in sostanza riuscirà a verificare di possedere risorse interiori del tutto impensate.
Una tenace, intelligente e tostissima ragazzina: al momento attuale avrebbe circa vent'anni... e sarebbe davvero interessante ritrovarla da adulta!
TRAMA: Mezza mattina di un sabato di giugno del 1998. La divorziata Quilla McFarland porta in gita i figli Trisha e Peter: l'intenzione è quella di fare una lunga escursione percorrendo un sentiero di montagna nella zona boschiva del Maine a Nord di Castle Rock (è il TR 90, la stessa zona che poi comparirà anche in "Bag of Bones"). I tre sono adeguatamente equipaggiati, lasciano l'auto e si incamminano. Ad un certo punto Quilla e il figlio danno il via ad una delle loro eterne discussioni relative alla situazione famigliare e al desiderio di Peter di tornare a vivere con il padre. Quando di lì a poco Trisha inizia ad essere tormentata da un impellente bisogno fisico, non riesce ad attirare la loro attenzione; si inoltra così poco fuori dal sentiero senza che i due se ne accorgano. Dopo aver fatto pipì Trisha, che sente ancora le voci di mamma e Peter, prende la peggiore decisione della sua ancor breve vita: credendo di imboccare una scorciatoia verso il sentiero si inoltra in realtà in direzione opposta e da lì, passo dopo passo, inizia ad allontanarsi.
Prima di riuscire a tornare vivrà dieci giorni difficili, passando gradualmente dalla vita alla pura sopravvivenza; farà molte esperienze interessanti - alcune un po' imbarazzanti - e grazie al proprio coraggio riuscirà a sfuggire anche alla più oscura delle minacce, un'inquietante presenza che infesta i boschi e che ha deciso di prenderla di mira.
Paradossalmente i soccorsi non riescono a trovarla perchè Trisha, camminando, finisce per allontanarsi moltissimo dall'area ritenuta ragionevole: in quei dieci giorni varca addirittura il confine tra il Maine e il New Hampshire, dirigendosi idealmente verso il lontanissimo confine canadese.
Per tirare avanti la bambina consuma le proprie provviste, poi inizia a nutrirsi di ciò che offrono gli stessi boschi. Senza accorgersene esaurisce a poco a poco le energie e quando infine viene ritovata (da un bracconiere che invece di una multa si guadagnerà un encomio) è davvero al limite: tuttavia possiede ancora la forza - morale più che fisica - di opporsi alla presenza minacciosa che l'aveva tormentata, uscendone vincente.
Poi Trisha finisce in ospedale con una polmonite doppia... e il resto sarà tutta vita.
NOTE A MARGINE:
- Una delle cose che più aiutano e confortano Trisha durante la brutta eperienza è il suo amore per il baseball, e in particolare per i Red Sox ed il loro lanciatore di salvataggio, Tom Gordon.

Trisha ha una radio che, usata con saggia parsimonia, la tiene in contatto con il mondo e le permette di seguire le partite della sua squadra del cuore. Lo stesso Tom Gordon, già idolo molto amato, a metà fra necessità e delirio, finisce per diventare una sorta di guida spirituale per Trisha: la voce della coscienza, la calma delle considerazioni, il coraggio delle decisioni. E' un Tom Gordon ideale, e insieme per lei molto reale.
Alla base di questa parte della storia c'è un qualcosa di profondamente americano: non solo l'amore per lo sport nazionale, ma anche il valore sostanzialmente mistico e rituale di cui lo si riveste.
Non a caso Stephen King ha dedicato il romanzo al figlio Owen, che da piccolo ha giocato a lungo nella Little League; nelle trasferte, l'orgoglioso padre lo accompagnava sempre.
- L'orso e le api in versione surreale compaiono anche in altri romanzi. L'orso è uno dei guardiani sui sentieri dei Vettori ne "La Torre Nera" (e per sfortuna di Roland e dei suoi, è un guardiano impazzito). Le api come simbolo al confine tra malvagità e follia già comparivano in "Shining".
- Anche i "talismani" di cui i personaggi si servono per combattere le manifestazioni del Male rappresentano un elemento tipico: qui Trisha ha la sua radiolina, che diventa un'arma, allo stesso modo in cui Stan Uris aveva il libro degli uccelli in "It" o Mark Petrie a "Salem's Lot" aveva le miniatrure dei mostri.
L'essenziale non è tanto la natura del talismano, quanto piuttosto il grado di fiducia che si ripone in esso: lo sa bene Padre Callahan la cui fede vacillante toglie efficacia persino ad un crocefisso usato contro il vampiro Barlow in "Salem' Lot". Passeranno molti "dove" e molti "quando" prima che il Père abbia una seconda occasione di mettersi alla prova con fede del tutto rinnovata.
Forse l'ostacolo fondamentale consisteva proprio nel fatto che ai tempi di Salem, a differenza di Trisha, di Stan o di Mark, lui non era già più un bambino.
IL MIGLIO VERDE ("The Green Mile", 1996), di Stephen King
All'interno dell'oceanica produzione kinghiana "Il Miglio Verde" è uno dei miei romanzi preferiti: uno di quelli in cui non trovo difetti, uno di quelli che (lo confesso) a volte mi fanno piangere un po'. Lo considero talmente valevole che non mi sono mai nemmeno curata di vedere l'omonimo film che ne è stato tratto; dicono che sia piuttosto buono ma per me sarebbe superfluo: in questo caso è già certo a priori che niente potrebbe superare, migliorare o arricchire la storia originale.
Bellezza a parte, si tratta anche di un romanzo molto particolare: ora si trova tranquillamente in volume, come qualunque altra opera kinghiana, ma quando uscì per la prima volta, a metà degli anni Novanta, provocò alla maggioranza dei Fedeli Lettori (a ME certamente... ) un misto di gioia e dolore, euforia ed angoscia, in seguito rimasto assolutamente insuperato. All'epoca Stephen King, seguendo un singolare suggerimento del peraltro benemerito Ralph Vicinanza (suo agente storico ed amico), decise di credersi l'incarnazione moderna di Charles Dickens e ad imitazione del grande srittore inglese mise in cantiere un romanzo da pubblicare a dispense. Così "Il Miglio Verde", con il suo drammatico carico di eventi ed i suoi meravigliosi personaggi, venne pubblicato mese dopo mese in sei fascicoletti i cui titoli non si possono dimenticare: 1) LE DUE BAMBINE SCOMPARSE - 2) LA TANA DEL TOPO - 3) LE MANI DI COFFEY - 4) LA STRANA MORTE DI EDUARD DELACROIX - 5) VIAGGIO NELLA NOTTE - 6) L'ULTIMO VIAGGIO DI COFFEY.
[ Sia detto per inciso: quella che in italiano diventa la "strana" morte di Delacroix, in originale è qualcosa di più preciso: è bad, "brutta". ]
In Italia la pubblicazione si estese fra la primavera e la tarda estate del 1996 (aprile-settembre), praticamente in contemporanea con l'uscita americana.
Dubito che qualcuno che non sia veramente appassionato di Stephen King, abituato a calarsi nelle sue storie e a confrontarsi con i suoi mondi, possa capire a fondo la portata di una cosa del genere: iniziare a leggere un suo nuovo romanzo e dover aspettare sei mesi (ventiquattro settimane, più di centottanta giorni, la metà di un intero maledettissimo anno!) prima di poterne avere tra le mani la fine. Una sofferenza acutissima: io me la ricordo ancora tutte le volte che occhieggio verso gli scaffali della mia libreria e a metà altezza, sulla sinistra, ci vedo il monoblocco dei sei volumetti, con i loro numerini colorati... Sono contenta di averli, ma a volte giù per la schiena mi corre un brivido antico.
Più volte nel passato Stephen King ha affermato di voler curare un'edizione de "Il Miglio Verde" che somigli maggiormente ad un vero romanzo, ma ciò non è ancora stato fatto. Il volume esistente è dato semplicemente dall'assemblaggio delle sei parti originarie, con l'aggiunta di prefazioni e note che spiegano la genesi e le particolarità della storia. Così certi capitoli presentano ancora in apertura dei richiami a quanto già scritto, dei brevi "riassunti delle puntate precedenti"che in un romanzo non sarebbero necessari, e lo schema del libro è un po' più rigido del solito: ma non si tratta certo di particolari capaci di guastare la bellezza dell'insieme.
Incipit: "Gli avvenimenti risalgono al 1932, quando il penitenziario di stato si trovava ancora a Cold Mountain. E là naturalmente c'era anche la sedia elettrica. I detenuti scherzavano sulla sedia, come sempre si fa delle cose di cui si ha paura, ma a cui non ci si può sottrarre. La chiamavano Old Sparky [ ... ]".
A raccontare la storia, in gran parte ambientata nell'autunno-inverno del 1932 (l'America della Depressione), è Paul Edgecombe, che in quel periodo era stato sovrintendente al cosiddetto Blocco E: l'annesso con sei celle che nel penitenziario di Cold Mountain, nel Tenneesse, assumeva la funzione di Braccio della Morte. Lì finivano i detenuti in attesa di esecuzione, raramente graziati dal Governatore, più spesso costretti - prima o poi - a percorrere per l'ultima volta quel corridoio dal pavimento ricoperto di linoleum verde che dà il nome alla storia e che ancora tiene vivi i brutti ricordi di Paul.
Paul edgecombe infatti è ed è sempre stato un brav'uomo, un uomo che per alcuni anni della sua vita ha dovuto svolgere un lavoro schifoso (ma nel pieno della Depressione qualunque tipo di lavoro andava tenuto ben stretto). Non che da parte sua ci fosse la volontà reale di opporsi ad un sistema - quello della pena di morte - che negli anni Trenta non era certo argomento di discussione come adesso; Paul però ha sempre visto e soprattutto "sentito" nel suo cuore i limiti del sistema stesso: il fatto ad esempio che al Blocco E finissero molti (troppi) detenuti di colore e persone in qualche modo già emarginate dalla società; il fatto che a volte per quegli assassini, non più visibili nel momento che li aveva resi tali, si potesse provare pena e qualcosa di simile alla comprensione; il fatto che, comunque si voglia guardare alla questione, legare un uomo vivo alla sedia elettrica e farcelo morire sopra, equivale ad un omicidio di stato.
Stephen King, attraverso le parole del suo personaggio, lo dice meglio: "Fragili come vetro soffiato, siamo noi, anche nelle condizioni migliori. Ammazzarci l'un l'altro con il gas e l'elettricità a sangue freddo? Che follia. Che orrore".
Non si pensi comunque che "Il Miglio Verde" voglia proporsi come pura e semplice propaganda liberal: certo, io credo che Stephen King abbia votato democratico sin dai tempi dell'asilo, ma il suo è innanzitutto un romanzo, e come tale vive per la storia che lo anima, per i personaggi che di quella storia fanno parte e per tutte le meravigliose invenzioni che si susseguono pagina dopo pagina. Se tra una riga e l'altra - come accade nei casi migliori - compare poi anche qualche significato di abissale profondità, tanto meglio: qui innegabilmente il significato principale ha a che fare con l'implicito rifiuto della pena di morte, un rifiuto che emerge dai terribili eventi narrati molto più di quanto potrebbe emergere da una discussione di tipo astratto. E poco importa che "Il Miglio Verde" sia una storia da fantasia: basta averla letta una volta per accorgersi di quanto possa risultare credibile e convincente.
Credibile e convincente proprio per il fatto che a raccontarla è un uomo che sa quel che dice: Paul Edgecombe, nella sua vita di agente carcerario, ha presenziato a ben settantotto esecuzioni... sino all'ultima, quella di John Coffey avvenuta poco prima della mezzanotte del 20 novembre 1932: l'esecuzione di un uomo innocente.
E la cosa più terribile è che ad un certo punto TUTTI sanno che è innocente, ma nessuno può farci niente. Il vecchio Paul Edgecombe (QUANTO vecchio lo si scopre solo alla fine), l'anziano malandato che ai giorni nostri ormai vive nell'ospizio di Georgia Pines, a stento confortato dall'amicizia di quella gran donna che è l'altrettanto anziana Elaine Connelly, inizia a scrivere la storia di quell'autunno lontano forse proprio per esorcizzare i fantasmi ed i sensi di colpa, per cercare di dare un significato a cose che sembrano rifuggirne. Paul però non trova tutto ciò che cercava, e al massimo riesce a costruire una storia che è metafora della vita, una storia in cui ad un certo momento qualunque essere umano si trova a dover imboccare un ultimo tratto di strada che lo porterà altrove. Alcuni lo faranno con paura, altri invece con stanchezza perchè, come dice lo stesso Paul: "Tutti noi dobbiamo morire, non ci sono eccezioni, lo so, ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo".
TRAMA: Inizio Giugno del 1932, Stati Uniti del Sud durante la Depressione. Nei pressi di Tefton, nella contea di Trapingus, vengono rapite due gemelline, Cora e Kathe Detterick, figlie di un coltivatore non eccessivamente benestante. Le bambine (la cui età non è sopecificata: ma sono piccole) vengono ritrovate poco dopo, eppure è già tardi: sono state violentate e uccise. Le circostanze stesse del ritrovamento sembrano indicare come colpevole John Coffey (anche se lo scafato giallista potrebbe iniziare a nutrire dubbi nel momento in cui i cani dell'inseguimento perdono le tracce... ); a parte le prove che paiono davvero schiaccianti, John è l'indiziato perfetto: nero, grande e grosso, poco sveglio, praticamente analfabeta, viene dal nulla, è un vagabondo ed è quasi stato colto sul fatto... al processo la giuria impiega soltanto quarantacinque minuti per condannarlo a morte.
John finisce così a Cold Mounatin, nel Blocco E, sotto la responsabilità di Paul Edgecombe e della sua squadra.
Paul non ha un carattere particolarmente tenero anche se è un uomo buono ed equilibrato, però nel Blocco E ha cercato di dar vita a qualcosa di sostenibile, di non eccessivamente crudele, soprattutto in considerazione del fatto che i suoi detenuti - i suoi "ragazzi difficili" - non hanno più nulla da perdere, dato che li possono mettere a seder su Old Sparky soltanto una volta.
In questo Paul è ben coadiuvato dalla sua squadra di agenti: l'occhialuto Dean Stanton, Harry Terwilliger e Brutus Howell, il suo migliore amico (e mio personaggio preferito): grande e grosso anche lui, ma di carattere mite,dotato di un'intelligenza maggiore di quanto si potrebbe pensare, pacato, sensibile ed ironico, sempre pronto a minimizzare tanto con i fatti quanto con le parole.
Purtroppo a fianco degli altri lavore anche l'agente Percy Wetmore, maligno e crudele, ambizioso ma stupido: in parte è lui la miccia e lo strumento di alcune delle brutte tragedie che accadono al Blocco E, però alla fine ne pagherà - e quanto duramente! - le conseguenze.
La storia è in gran parte costituita dai fatti che sono la vita del penitenziario: il lavoro di Paul e degli altri che va ad intersecarsi con le loro esistenze private, il rapporto con i detenuti: in quello stesso periodo oltre a John nel Blocco E ci sono anche Eduard Delacroix, l'ansioso cajun che in cella ospita un topo ammaestrato, e il giovanissimo William Warthon, un sociopatico che si crede la reincarnazione di Billy the Kid, uno a cui "non gliene frega niente di niente". Nei sui angosciati ricordi Paul lo identifica con il criminale pazzo e terrificante interpretato da Richard Widmark ne "Il Bacio della Morte".
E poi, naturalente, ci sono le esecuzioni.
Tra una cosa e l'altra comunque nel racconto si insinuano anche tanti elementi mistriosi ed evanescenti che gli conferiscono uno strano sapore fantastico, favolistico, quasi che l'autore avesse voluto bilanciare con esso le parti sin troppo orrendamente realistiche (se avete lo stomaco debole, sconsiglio vivamente la lettura del capitolo 4... ): il topolino di Delacroix ad esempio è uno dei "misteri di Dio", e un altro è lo stesso John Coffey, del quale Paul scopre qualità insospettate: John - senza sapere nè come nè perchè - possiede un tocco che risana e guarisce, e sembra essere in contatto con i livelli più insondabili della realtà, compresi i pensieri di chi lo circonda, le sensazioni e soprattutto il dolore.
Mettendo insieme tutta una serie di prove trascurate e di inedite considerazioni, non ultimo il fatto che il carattere di John somiglia ben poco a quello di un assassino vioelentatore di bambine, Paul arriva a convincersi e infine addirittura e provare che il colpevole è un altro: eppure al momento stabilito John andrà ugualmente alla sedia elettrica, e la cosa più triste è che in fondo non gli dispiacerà andare perchè il peso della sua vita, il peso stesso di quel dono che possiede ma che non capisce, ormai gli è diventato insostenibile.
Con John però muoiono tante cose: la speranza di capire (se mai fosse stato possibile... ), e anche il desiderio di Paul Edgecombe e Brutus Howell di continuare a lavorare a Cold Mountain. Quella di John, infatti, sarà per entrambi l'ultima esecuzione.
-Come spesso accade, la trama pura e semplice (qui per di più ridotta veramente ai minimi termini e sfrondata di numerosi particolari importanti) non può rendere giustizia ad un romanzo, alle mille sfumature delle descrizioni e delle atmosfere: cosa tanto più vera in quanto "Il Miglio Verde" contiene alcuni dei migliori personaggi mai creati da Stephen King, nonchè alcune delle sue pagine più belle, dense e significative. Banale ma vero: per gustarselo e capirlo a fondo questo romanzo bisogna solo leggerlo.
Per quanto noto come "re del brivido" Stephen King ha spesso giocato con generi ben diversi dall'horror: poesia e gangster stories, tanto per citarne almeno due.
TRAMA: Sin da bambino Thad Beaumont ha amato scrivere e da adulto, dopo essere sopravvissuto ad un'operazione al cevello all'età di undici anni, è diventato scrittore.AL CREPUSCOLO ("Just after Sunset", 2008), di Stephen King [ Sperling & Kupfer, 2008 ]
La stavamo aspettando ed è arrivata, addirittura in anticipo rispetto all'uscita americana: è la più recente raccolta di racconti kinghiani, 13 storie per qualche centinaio di pagine.
Personalmente di Stephen King ho sempre preferito i romanzi; ammetto però che alcuni racconti del passato sono risultati belli, poetici, sorprendenti, a volte addirittura strazianti, dato che non sempre l'autorre avverte la necessità di introdurre in essi qualcosa di orrorifico, e anche se gli elementi soprannaturali non mancano quasi mai, sembrano spesso avere una dimensione più basilare e umana, forse favorita proprio dalla concentrazione narrativa.
Questa raccolta però, almeno all'inizio, non mi è parsa un granchè: freddina nelle atmosfere, cupa, luttuosa, pesante. Molto adatti in questo senso tanto il titolo quanto la copertina.
Poi, proseguendo nella lettura, mi sono accorta che più semplicemente il volume presenta gli stessi pregi e gli stessi difetti di altre antologie: i racconti sono disomogenei per argomento e lunghezza, sono stati scritti in epoche differenti e lontane, in certi casi addirittura in Paesi diversi. Alcuni sono belli o almeno interessanti, altri paiono un po' superflui (di tutti l'autore racconta qualcosa nelle "Note al Crepuscolo" che chiudono il volume).
Diciamo che la lettura del libro mi ha comunque piacevolmente impegnato per un paio di giorni... magari in attesa del prossimo romanzo.
- L'ALMANACCO DEI LIBRI in "Repubblica" di sabato 1 novembre 2008 riportava una bella, divertente ed equilibrata recensione critica del volume.
I RACCONTI
WILLA - Un gruppo di passeggeri reduci dal deragliamento del treno su cui viaggiavano si trova ad attendere un nuovo convoglio in una stazione della contea di Soublette, nel Wyoming.
Ma la giovane Willa e il suo ragazzo David fanno una strana, triste eppur veritiera scoperta.
TORNO A PRENDERTI - Uno dei racconti più lunghi e migliori.
Già recensito in forma estesa, si veda http://booksnotes.splinder.com/post/18019838/Racconto+d%27estate
IL SOGNO DI HARVEY - Harvey e Janet sono due coniugi di meza età per i quali vita e matrimonio stanno diventando cose grigie e polverose.
Poi una notte Harvey fa un sogno angosciante... e purtroppo quel sogno si avvera.
AREA DI SOSTA - John Dykstra, che sotto lo pseudonimo di Rick Hardin scrive durissimi romanzi d'azione, nel bel mezzo di un viaggio notturno sulla Florida Turnpike si ferma in una solitaria e desolata stazione di servizio. Per affrontare una brutta situazione, irritante e potenzialmente pericolosa, il molle John si "trasforma" brevemente nel suo tostissimo alter ego.
Il racconto prende spunto da un'esperienza di vita vissuta nella quale Stephen King pensò soltanto di potersi trasformare in Richard Bachman: poi però non ne ebbe bisogno.
CYCLETTE - Il trentottene Richard Syfkitz, sovrappeso e a rischio d'infarto, usa la sua cratività di grafico free-lance per rendere meno monotona l'attività fisica prescritta dal medico. Come il protagonista di "Duma Key" scoprirà che creare immagini può essere meraviglioso, ma anche inquietante.
LE COSE CHE HANNO LASCIATO INDIETRO - Scott Stanley, ex assicuratore scampato al Crollo delle Torri per un caso fortunato, comincia a trovare nel suo appartamento newyorkese oggetti appartenuti ai colleghi morti quel giorno. Dopo l'iniziale spaesamento, Scott capirà ciò che quegli oggetti gli stanno chiedendo di fare.
Tentativo kinghiano di riflettere sull' 11 Settembre. L'inizio del nuovo millennio non è stato facile per gli americani; immagino che ciascuno abbia cercato di trovare la propria strada, e Stepehen King non poteva trovarla se non scrivendo.
POMERIGGIO DEL DIPLOMA - La giovane Janice guarda New York dalle colline che attorno alla città ospitano ricche ville e tenute; riflette sul rapporto difficile con il suo ragazzo, Buddy: lei proletaria discendente di immigrati polacchi, lui rampollo dell'alta società.
Janice riflette senza astio e senza illusioni... poi però un orribile evento inatteso cancella per tutti quanti qualunque tipo di futuro, possibile o impossibile che fosse.
N. - E' il racconto più recente della raccolta e a mio giudizio è anche uno dei più convincenti; fortemente ispirato all'opera di Arthur Machen e di H.P.Lovecraft (fonti non ignote a Stephen King anche nel passato).
Il dottor Johnny Bonsaint, psichiatra newyorkese, scopre a proprie spese che dietro la sindrome ossessivo-compulsiva di uno dei suoi pazienti si cela qualcosa di peggio che una serie di allucinazioni.
In una tragica e forse inevitabile catena, gli eventi finiranno per coinvolgere e travolgere non solo Johnny, ma anche la sorella Sheila nonchè il loro amico d'infanzia Charlie Keen.
E nell'Akerman's Field presso Motton l'oscurità continuerà i suoi striscianti tentativi di irrompere nella realtà.
IL GATTO DEL DIAVOLO - Un killer senza scrupoli riceve l'incarico di eliminare... un gatto. La perfida bestiola sembra infatti animata dall'intenzione di vendicare antichi torti subiti dalla sua razza.
Haliston, il killer, non prende alla leggera l'incarico: ma non sarà sufficiente il suo rigore professionale per portarlo a termine.
E' il racconto più vecchio della raccolta, scritto circa trent'anni fa, tanto che Stephen King - distrattone smemorato! - pensava di averlo già incluso in qualche antologia.
IL "NEW YORK TIMES" IN OFFERTA SPECIALE - Annie ha perduto il marito James in un incidente aereo. Eppure il giorno del funerale James riesce ugualmente a telefonarle dall'aldilà - dovunque si trovi - per dirle addio e per comunicarle un'informazione che in un imprecisato futuro le salverà la vita.
Il racconto, che mi è piaciuto più di altri, coniuga due elementi ricorrenti nella raccolta: il fatto che la morte possa condurre ad una dimensione ignota, non priva di confuso spaesamento, e il fatto che ormai attentati ed incidenti sono entrati nella mentalità quotidiana degli americani.
MUTO - Un uomo di nome Monette racconta in confessione la più recente, strana parte della sua vita: in sostanza vuole capire se ha peccato o meno, e quale tipo di colpa sia la sua.
Tradito e gettato sul lastrico dall'ineffabile moglie - cinquantaduenne matrona che, travolta dalla passione per un sessantenne ha compiuto molte "belle" imprese - Monette un giorno si è sfogato raccontando tutto ad un autostoppista sordomuto caricato sull'autostrada. E quello, che forse poi tanto sordo non era, ha ricambiato il gentile strappo automobilistico risolvendo i problemi di Monette: ha fatto fuori la moglie e l'amante, permettendogli tra l'altro di rifarsi con l'assicurazione.
Ciò che vuole sapere Monette, al quale in fondo l'epilogo della vicenda non dispiace affatto, è se la responsabilità può considerarsi sua o meno... il prete - brav'uomo - sostanzialmente lo assolve.
Humour nero tra angoscia e divertimento, davvero degno della vecchia serie "Alfred Hitchcock presenta".
AYANA - Sull'onda dei ricordi che ruotano attorno alla malattia e all'inspiegabile guarigione del suo anziano padre, il protagonista del racconto illustra una "normale" piccola catena di miracoli che ha avuto inizio con una bambina nera e cieca di nome Ayana.
ALLE STRETTE - Bel racconto... se si riesce a tenere a bada il senso di nausea. Lo stesso Stephen King afferma: "Non posso [ non ] confessare con quanto infantile divertimento l'ho scritto. Sono persino riuscito a disgustare me stesso. Un pochino."... per cui, immaginate pure il peggio!
Curtis Johnson vive a Turtle Island, in Florida; questioni d'affari e questioni personali lo hanno portato a scontrarsi con il suo vicino Tim Grunwald, che tra le altre cose è responsabile della morte dell'anziana cagnetta Betsy, alla quale Curtis era molto affezionato.
La situazione degenera e prende una gran brutta piega quando Grunwald - ormai fuori di testa e per di più malato di cancro, senza nulla da perdere - attira Curtis in una trappola: finge di volersi riconciliare ed invece lo rinchiude in una toilette prefabbricata ancora presente in uno dei suoi cantieri abbandonati. L'intenzione di Grunwald sarebbe quella di lasciare lì Curtis a morire lentamente, ma l'aspirante assassino ha sottovalutato le risorse dell'umana voglia di vivere. Curtis tra l'altro, proprio attraverso l'infernale esperienza che gli viene imposta, ritrova non solo energia e determinazione, ma anche un più giusto equilibrio con se stesso.
Grunwald, alla fine, avrà motivo di dolersene...
"Date le circostanze giuste, chiunque
può ritovarsi dovunque a fare
qualunque cosa"
- John Dikstra -
Attenzione: il post contiene particolari sulla trama che potrebbero disturbare chi non avesse ancora letto il romanzo e volesse farlo in futuro.
DUMA KEY ("Duma Key", 2008), di Stephen King - [ Sperling & Kupfer, 2008 ]
E' una fortuna che Stephen King scriva romanzi interessanti, perchè 700 pagine e passa sarebbero tollerabili in ben pochi altri autori.
E a dire il vero, in questa storia non ci sono soltanto uccelli che volano a testa in giù, ma anche cavalli che sorridono, rane giganti dagli strani colori, mani-fantasma capaci di dipingere, e ammassi di conchiglie che - frullate dalla marea - bisbigliano come voci... o come ossa.
Ma cominciamo dall'inizio.
TRAMA: Edgar Freemantle è un cinquantenne sereno, che nel natio Minnesota si occupa con successo di costruzioni. Sino al terribile incidente avvenuto in uno dei suoi cantieri, quando una gru malfunzionante riduce la sua auto - e lui stesso - ad un mucchietto di rottami.
Edgar esce vivo dall'incidente, ma ha perduto il braccio destro (per "fortuna" è mancino... ) e gran parte della memoria; è afasico e collerico: per lui l'espressione "vedere rosso" comincia ad avere un senso letterale. Tutto ciò pone fine al suo matrimonio perchè la moglie Pam è troppo spaventata dagli inquietanti sviluppi della sua personalità: Edgar ha persino tentato di strangolarla... e non se lo ricorda.
Nella difficile riabilitazione Edgar è assistito da un'energica fisioterapista e dal voluminoso psicologo Kamen, simile ad un monumentale idolo africano: ma è in se stesso che deve trovare la forza per continuare, e per rinunciare al suicidio. In ciò lo aiuta anche l'idea del dolore che procurerebbe alle figlie: Melinda che ormai vive a Parigi, e l'amabile Ilse, la sua preferita.
La soluzione sta forse in un cambiamento totale di ambiente e di abitudini; Edgar affitta allora per un anno una casa che sorge sulla costa di un'isoletta della Florida, nel Golfo del Messico; è Salmon Point, ribattezzata da Edgar Big Pink: il primo passo verso la rinascita.
Ed è qui che inizia la vera storia, non solo perchè quanto precede corrisponde più o meno al racconto "Memory", ma anche perchè è a Duma Key - così si chiama l'isola - che Edgar inizia la sua seconda vita.
E non sarà una vita facile perchè se è vero che dal punto di vista fisico Edgar migliora decisamente, riprende a camminare e ritrova un certo gusto per le piccole cose, è anche vero che ben presto attorno a lui si scatena una tacita lotta di forze soprannaturali.
Edgar non comprende subito la portata degli eventi, anche perchè in realtà a Duma Key gli accade una cosa magnifica e inattesa: si scopre capace di dipingere quadri deliranti di ispirazione surrealista che affascinano e inquietano chiunque li veda, compreso il proprietario di una galleria d'arte di buon livello. Per dare un'idea del lavoro di Edgar: uno dei suoi dipinti più acclamati si intitola "Rose che nascono da Conchiglie", e c'è tutta una serie di quadri intitolati "Bambina e Nave", dove nei modi più fantasiosi è sempre rappresentato lo stesso soggetto: una barchetta con una bambina vista di spalle che si avvicina al rudere di un veliero.
Insomma, la fonte principale di ispirazione per Edgar pare essere essenzialmente ciò che vede dalla finestra panoramica del suo studio, la spiaggia e il Golfo con i suoi tramonti infuocati di giallo e di blu. Ma occasionalmente dai suoi dipinti emerge qualcosa di più misterioso e inquietante, finchè Edgar si accorge che la sua arte è capace di influenzare in certa misura la realtà. E sarà questa capacità, una sorta di "magia bianca" estrapolata dal più nero dei doni, ad aiutare parzialmente Edgar a tenere le cose sotto controllo. La battaglia finale contro la malvagia entità che si sta risvegliando a Duma Key andrà però combattuta nella parte più nascosta e dimenticata dell'isola, con l'aiuto prezioso e le indicazioni di alcuni amici che come Edgar non si tireranno indietro.
Sino alla sua morte dovuta all'Alzheimer e all'età avanzata, accanto ad Edgar ci sarà soprattutto Elizabeth Eastlake, l'ultraottantenne proprietaria di gran parte di Duma; in seguito gli resteranno il giovane Jack Cantori, suo assistente tuttofare, e Wireman, il robusto e gioviale cinquantenne che faceva da balia ad Elizabeth, ormai non più autosufficiente.
Con Wireman Stephen King ha creato uno dei suoi personaggi migliori e più credibili: l'imponenza fisica, la dolcezza di carattere e la pacata saggezza che si esprime in una miriade di azzeccate e divertenti citazioni, nascondono un uomo buono ma tormentato.
Wireman ha perduto moglie e figlia a causa di stupide fatalità e quando il dolore lo ha spinto a tentare il suicidio, è riuscito soltanto ad incastrarsi nel cervello un'inestraibile pallottola che gradualmente lo sta rendendo cieco.
Questa è una delle chiavi della "magia" in azione sull'isola, il fatto che a Duma le persone menomate possono diventare speciali: Edgar e Wireman a causa dei rispettivi incidenti, e così Elizabeth: l'altra chiave per comprendere gli eventi è infatti legata all'infanzia di lei, ai terribili eventi che ebbero luogo quando era bambina e già viveva a Duma con il padre vedovo, le sorelle e un'affezionata governante di colore.
Era il 1927, e l'isola divenne teatro di tragici fatti che per Edgar e per i suoi sarà vitale riportare alla luce.
"Il dono ha fame"
- Edgar -
Questa volta tra l'altro il romanzo mi è sembrato non solo bello, ma anche solido, maturo e crepuscolare ancor più di quanto già non fosse "Lisey's Story". Per il Fedele Lettore è evidente come Stephen King provi ancora gusto nel cercare le soluzioni più ingegnose e brillanti per far procedere al meglio la storia (si veda ad es. il perchè Edgar disegna il ponte, Wireman e Jack prima di partire per la vecchia casa degli Eastlake); questo però non va a scapito del resto. In "Duma Key", anzi, al di là della trama pura e semplice ci sono descrizioni paesaggistiche di indicibile bellezza e suggestione, e i personaggi sono tutti magnifici, tanto i protagonisti quanto i comprimari. Alcuni vengono certo delineati con maggior affetto, poi il lettore è libero di provare le proprie personali simpatie; ma credo che in ogni caso in ciascun personaggio non si possa evitare di apprezzare soprattutto il lato umano: Elizabeth, che è stata una donna straordinaria e una bambina assurdamente geniale, vive ora un declino che fa compassione e rabbia; Wireman, con tutti i suoi guai, in genere pensa ad Elizabeth e agli altri prima che a se stesso; Jack è giovane e ancora spensierato, ma quando viene a conoscenza di ciò che sta accadendo non prende nemmeno in considerazione l'idea di chiamarsi fuori.
La famiglia di Edgar, la moglie (che ad un certo punto anche il lettore vorrebbe strangolare... ) e le figlie, così diverse tra loro, sono fisicamente lontane da Duma, eppure diventano costantemente presenti e vive attraverso i ricordi di Edgar, il suo affetto, la sua esasperazione, i suoi rimpianti.
Edgar infine è in ogni pagina: è lui che narra la storia, quattro anni dopo la sua conclusione, ed è lui dunque che rievoca il modo in cui è passato dalla sua prima vita alla seconda, dall'incidente alla pace dopo aver attraversato l'inferno.
L'incidente di Edgar, con la descrizione del trauma, del dolore e della lenta ripresa tanto fisica quanto mentale, allude ovviamente all'altro incidente di cui fu vittima lo stesso Stephen King nel giugno del 1999. Si tratta di un evento che ha segnato indelebilmente la sua vita e che potrebbe davvero dividerla in a.i. e d.i. (avanti incidente, dopo incidente); qui però l'evento viene finalmente trattato senza vittimismi e senza retorica, e concorre dunque a dimostrare la raggiunta maturità dell'autore.
Già in passato infatti c'erano stati personaggi kinghiani rimasti vittime di terrificanti incidenti: ma se nell'ambito della saga de "La Torre Nera" gli eventi del '99 svolgono una fondamentale ed intrigante funzione narrativa, l'investimento di uno dei personaggi ne "L'Acchiappasogni" non risultava altrettanto sopportabile, nè altrettanto interessante.
Insomma, alla faccia di chi lo dava ormai per spacciato come scrittore, Stephen King mi sembra ancora abbastanza vivo e vegeto.