
STIEG LARSSON NELLA TORRE DI BABELE
Da uno scambio epistolare con la mia amica spagnola Loly sono emersi alcuni particolari curiosi che riguardano i romanzi di Stieg Larsson. Anche nella Penisola Iberica l'autore svedese è diventato molto popolare, i suoi libri hanno fatto sfracelli nelle classifiche di vendita e - come accade anche in Italia - tuttora continuano ad essere richiestissimi.
I particolari a cui mi riferivo riguardano però i titoli della Trilogia, che come ho scoperto, in Spagna risultano leggermente diversi da quelli italiani: più poetici, se vogliamo, ma è anche questione di sfumature.
Il primo volume si intitola "Hombres que no amaban a las mujeres": qui la differenza è data da quello che per noi è "odio" puro e semplice, e che in castigliano si trasforma in "non amore". Quasi una litote, a sottolineare forse con maggior energia il fatto che gli uomini incapaci di amare le donne costituiscono una categoria a parte.
Il secondo volume ha il titolo migliore: "La chica que soñaba con una cerilla y un bidón de gasolina". E'
poco realistico, nel senso che Lisbeth i fiammiferi e la benzina non si è limitata a sognarli: da donna d'azione qual è, i materiali incendiari li ha usati, eccome! Il verbo "soñar" però è in sè molto lirico e in castigliano potrebbe addirittura richiamare l'opera di Calderón de la Barca ("La vida es sueño"), in particolare i versi famosi e malinconici nei quali si condensa il senso del poema: "En la vida en conclusión / todos sueñan lo que son".
In ogni caso, come ho già detto, se anche Lisbeth si è abbandonata al sogno, lo ha poi tradotto in maniera estremamente concreta.
Il titolo del terzo volume infine è quello (anche in relazione ad altre ricerche lingistiche di cui parlerò più sotto) che presenta maggiori problemi di traduzione e fedeltà; in castigliano è "La Reina en el palacio de las corrientes de aire".
Contiene un evidente riferimento a Lisbeth e ai problemi da lei affrontati, nonchè all'epilogo delle sue vicissitudini, implicitamente paragonato a correnti d'aria che si fanno strada in un palazzo e - presumibilmente - ne sconvolgono l'architettura.
L'asse linguistico italo-iberico, date le differenze, alla fine mi ha indotto a pormi una semplice domanda che sinora avevo colpevolmente trascurato: cosa significano esattamente i titoli dei romanzi originali?
Confesso che il mio svedese è piuttosto carente, ma con l'aiuto di un dizionario ho stabilito quanto segue: i titoli italiani riproducono fedelmente i primi due titoli originali: "Uomini che odiano le donne" e "La ragazza che giocava con il fuoco". Il terzo titolo significherebbe invece "Il castello mandato all'aria" ma in questo caso l'italiano ha accantonato la traduzione letterale a favore di un più suggestivo "La Regina dei castelli di carta", che dà comunque l'idea di una costruzione complessa, passibile però di essere spazzata via dal vento della verità, e che forse allude con discrezione anche al fatto che Lisbeth per anni è rimasta prigioniera di un labirinto burocratico: poi lei al peso della carta e dei documenti, è riuscita ad opporre - tra le altre cose - la forza della tecnologia.
Qualcosa di analogo, come si è visto, è stato realizzato anche dalla traduzione castigliana.
Non da meno si è poi rivelata la traduzione inglese, sulla quale alla fine la mia curiosità non ha potuto fare a meno di spostarsi: nel Regno Unito il terzo volume è diventato "The girl who kicked the hornets' nest", il che fa di Lisbeth la ragazza capace non solo di mandare metaforicamente all'aria i castelli di carta, ma addirittura (altrettanto metaforicamente) di prendere a calci i nidi di vespe.
Bellissimo, a mio parere. Ma bisogna ammettere che il traduttore inglese Reg Keeland aveva già dimostrato la propria creatività in relazione ad almeno uno dei volumi precedenti. Infatti se tra le sue mani il secondo volume è comunque rimasto "The girl who played with fire", il primo è invece diventato "The girl with the dragon tattoo", con evidente riferimento al drago tatuato che corre lungo la schiena di Lisbeth.
Diciamo che reiterando l'espressione "the girl", Reg Keeland ha forse espresso una preferenza personale per Lisbeth, ma ha anche rispettato il larghissimo spazio concesso dall'autore al personaggio nell'ambito dell'intera Trilogia.
Ovviamente si potrebbe continuare a lungo su questa strada, andando a ripescare la traduzione dei titoli larssoniani in tutte le lingue del mondo: cosa che comunque io non ho intenzione di fare. Mi limiterò ad un altro paio di segnalazioni.
L'edizione francese - forse per colpa della sorellanza romanza - ricalca da vicino la soluzione castigliana (o magari è il castigliano che ha copiato dal francese... ). In Gallia abbiamo infatti "Les hommes qui n'aimaient pas les femmes", "La fille qui rêvait d'un bidon d'essence et d'une allumette" e "La Reine dans le palais des courants d'air".
Molto più originale la Germania, dove sotto l'egida della traduttrice Wibke Kuhn, i titoli sono diventati: "Verblendung" (vol.1), "Verdammnis" (vol.2) e "Vergebung" (vol.3), termini che si connettono a "inganno", "condanna" e "perdono", le tre tappe fondamentali della parabola esistenziale (e pseudo-criminale) di Lisbeth Salander.
La lingua olandese infine rientra nei ranghi con i titoli dei primi due romanzi, "Mannen die vrouwen haten" e "De vrouw die met vuur speelde", dove si ritrovano tanto l'odio virile per le donne quanto la ragazza che giocava con il fuoco. Esibisce però uno sprazzo di originalità con il titolo del terzo volume, che sinteticamente diventa "Gerechtigheid", cioè "giustizia".
Il che ribadisce le scelte delle traduzioni di area nordica che a differenza di quelle di area romanza hanno preferito bypassare le difficoltà inerenti a castelli sconvolti da arie fatali, concentrandosi invece su ciò che Lisbeth ottiene alla fine del suo calvario: l'appagamento di una vita giustamente tornata entro i confini di una quasi-normalità.
Attenzione: il post contiene particolari sul finale del romanzo.
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA ("Luftslatter som sprängdes", 2007), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2009; trad. di Carmen Gorgetti Cima ]
TRAMA: La storia del romanzo inizia laddove si era fermata quella del precedente: si estende dalle prime ore di venerdì 8 aprile 2005 sino al 18 dicembre dello stesso anno.
Nel podere di Gosseberga Mikael ha trovato Lisbeth ancora viva ma molto malridotta dopo lo scontro con il padre e il fratellastro. Sia Lisbeth che Zalachenko vengono ricoverati d'urgenza all'ospedale Sahlgrenska di Göteborg, mentre Ronald Niedermann - che Mikael era riuscito a fermare - fugge a causa della sottovalutazione che di lui fa la polizia. Niedermann è il vero assassino di Dag e Mia, e dell'avvocato Bjurman (gli omicidi che erano stati attribuiti a Lisbeth) ma le autorità ancora non lo sanno con certezza.
Le condizioni di Lisbeth sono critiche, soprattutto a causa della pallottola che ha ancora nel cervello: di lei però si prende cura un medico che per abilità e abnegazione meriterebbe un ruolo in "E.R" - il simpatico dottor Anders Jonasson - e la ragazza ce la fa. Anche il vecchio Zalachenko è alquanto malandato, tuttavia non è in pericolo di vita e lentamente inizia a sua volta la ripresa.
A questo punto si è creata una situazione che mette in fibrillazione molta gente: gli amici di Lisbeth sono ovviamente preoccupati per il suo stato di salute e non vedono l'ora di chiarire definitivemente la questione degli omicidi; i suoi nemici invece si trovano nella necessità di ricominciare tutta daccapo, come negli anni Settanta-Novanta: evitare che Zalachenko diventi oggetto di troppe attenzioni e screditare Lisbeth affinchè nessuno presti fede a ciò che lei potrebbe rivelare.
Rispetto agli anni precedenti però la situazione è peggiorata dal momento che contro Lisbeth Salander sono già state attuate numerose prevaricazioni del tutto illegali; inoltre di lei, del caso Zalachenko e di tutti i possibili agganci ha già iniziato ad occuparsi la stampa nella persona di Mikael Blomkvist, spalleggiato da quella macchina da guerra e di impegno civile che è la redazione di "Millennium".
In realtà quasi nessuno, tanto meno il gruppuscolo di agenti deviati che agiscono in seno ai servizi segreti, ha una chiara idea di quanto avanzate siano le conoscenze di Mikael, e il suo possesso di prove certe: tutti quanti in fondo hanno interiorizzato l'errata convinzione che Lisbeth sia davvero una povera ragazza, forse non così tanto malata di mente quanto la si vorrebbe far passare, ma certo priva di mezzi e di utili appoggi.
Come i lettori sanno bene, invece, Lisbeth possiede risorse - anche materiali - impensate ed è una hacker geniale. Di quest'ultima caratteristica riesce a servirsi Mikael per rimanere in contatto con lei durante la lunga degenza in ospedale, prima che Lisbeth sia trasferita in carcere per rispondere almeno dell'aggressione a Zalachenko (che da gran faccia di bronzo qual è, l'ha accusata di tentato omicidio... ); in questo periodo vengono raccolte informazioni ed elaborate strategie che poi si riveleranno fondamentali.
In sostanza, mentre Lisbeth giace nel suo letto d'ospedale, attorno a lei si apre una grandiosa partita tra buoni e cattivi dove la posta è costituita dalla libertà, dalla riabilitazione e forse dalla sua stessa vita.
Da un lato Mikael e i suoi continuano ad indagare, si alleano con la parte sana dei servizi segreti, coinvolgono polizia e alte sfere governative, si circondano di una bella cortina fumogena, prendono tutte le precauzioni per difendersi e in generale si preparano in vista del processo a Lisbeth, che è comunque inevitabile.
La difesa viene affidata ad Annika Giannini, la sorella di Mikael, che non è un avvocato penalista ma possiede una vasta esperienza sugli abusi fisici e psicologici contro le donne. Ottima mossa, del resto molto in linea con gli interessi dell'autore, che infatti ad un certo punto mette in bocca a Mikael le seguenti parole: "A ben vedere, questa storia non tratta tanto di spie e gruppi deviati dei servizi segreti quanto di comune violenza contro le donne e di uomini che la rendono possibile". Ormai è piuttosto evidente l'identificazione tra l'autore ed il suo personaggio: ciò che scrive il primo riecheggia in ciò che scrive e dice il secondo, e viceversa.
Dall'altro lato gli interessati a togliere Lisbeth dalla circolazione riprendono il piano originario, volto a a farla internare, grazie soprattutto alle false perizie psichiatriche di nuovo redatte dal dottor Teleborian. Il gruppo deviato, denominato la Sezione, richiama addirittura in servizio un paio di anziani e moribondi agenti che già avevano curato la regia dei fatti dagli anni Settanta ai Novanta: Evert Gullberg e Fredrik Clinton. Il loro contributo si rende necessario non solo per la responsabilità maturata e la conosenza dei fatti, ma anche per l'esperienza: Gullberg e Clinton appartengono alla vecchia scuola, formatasi durante gli anni della Guerra Fredda e non hanno scrupoli a prendere decisioni radicali. I nuovi agenti invece sono poco più che amministratori e burocrati, abili ma troppo molli e indecisi (bisogna comunque dire che tutti insieme finiscono per sembrare un bel branco di inetti, laddove la parte avversa è invece sempre un passo, e magari anche due o tre, avanti... ).
In ogni caso le prime vittime della nuova strategia sono lo stssso Zalachenko e Gunnar Björck, l'ex agente che Mikael aveva usato come fonte originaria: entrambi vengono uccisi, il primo platealmente, il secondo mediante un falso suicidio.
Da lì la vicenda procede rotolando su lunghi binari: mosse e contromosse da entrambe le parti, sino a giungere al processo, durante il quale Annika Giannini riuscirà a mettere a frutto tutto il lavoro svolto, dimostrando l'innocenza di Lisbeth e le incredibili ingiustizie da lei subite.
In contemporanea si scatena la campagna mediatica guidata da "Millennium" (giornalisti e fotografi in gran numero vinceranno in seguito premi per il loro contributo all'informazione d'attualità), mentre le maglie della Giustizia vanno a stringersi attorno a tutti i responsabili grandi e piccoli dell'enorme e ormai storico casino.
Regolati i conti anche con il malvagio Ronald Niedermann (che per tutto il romanzo rimane fuori scena) Lisbeth, ormai libera e reintegrata nei suoi diritti, può ricominciare a vivere. E' difficile e faticoso, tuttavia la ragazza si convince finalmente che Mikael può essere un buon amico e compie i primi esitanti passi verso il recupero della fiducia nel prossimo e nel normale contatto con il mondo.
- Un giorno qualcuno mi ha detto che il progetto originario di Stieg Larsson sarebbe stato quello di scrivere un totale di dieci volumi della serie "Millennium". Purtroppo la prematura morte dell'autore ha fermato il tutto alla sola Trilogia: già il secondo e il terzo volume hanno avuto una pubblicazione postuma, persino in Svezia.
Non so quanto attendibile possa essere l'informazione, ma mi pare che ci siano prove sia a favore che contro. Certo la Trilogia pare in sè abbasrtanza compiuta: l'autore ha creato un personaggio per certi versi straordinario come quello di Lisbeth Salander e ne ha ampliato al massimo la vicenda biografica, arrivando ad un epilogo. A parte questo però l'ultimo romanzo lascia in sospeso qualche filo, suscettibile di essere ripreso: le questioni sentimentali di Mikael e Monica, la localizzazione dell'ineffabile Camilla Salander, l'eventuale arrivo di altri collaboratori della rivista...
Inoltre non è difficile ipotizzare nuovi impegni di "Millennium", di Mikael e di Lisbet volti a smascherare altri intrighi ed ingiustizie nella torbida Svezia degli anni Duemila.
Personalmente però, dal punto di vista di chi non è una grande estimatrice dello stile dispersivo di Stieg Larsson e della sua estrema riluttanza a giungere al sodo, credo che tre romanzi siano sufficienti. Il pensiero di disporre di sette od ottomila pagine anzichè delle attuali duemila scarse, francamente è alquanto spaventoso.
Non voglio certo insinuare che i principi e lo zelo di Stieg Larsson non vadano apprezzati, nè che i suoi romanzi siano assolutamente privi di valore: dico solo che questi ultimi, da leggere, risultano discreti "mattoni".
Ci sono altri autori che hanno scelto di parlare di donne maltrattate e abusate, ma pur senza togliere nulla alla drammaticità o all'importanza dell'argomento, lo hanno fatto in maniera un po' più amena e leggera rispetto a Stieg Larsson, nel quale prevale invece uno spirito abbastanza granitico.
NOTE A MARGINE:
- Per quanto fossero malridotti Lisbeth e Zalachenko dopo Gosseberga, vogliamo discutere dell'opportunità di mettere due persone che hanno tentato di ammazzarsi a vicenda in stanze contigue all'ospedale, del tutto prive di qualunque sorveglianza? O i telefilm americani ci hanno abituati male, o la Svezia è un Paese molto fiducioso e ottimista.
Mentre iniziano a circolare sempre più abbondanti le notizie sul film che è stato tratto da "Uomini che Odiano le Donne", sono passata al secondo volume della "Millennium Trilogy".- Gli svedesi contemporanei arredano con l'Ikea e mangiano da McDonald's: sin qui le cose suonano famigliari. Poi però capita che uno dei buoni all'inseguimento dei cattivi sulle strade della Stoccolma by night si preoccupi che qualcuno possa segnarsi la sua targa, dato che sta decisamente infrangendo i limiti di velocità (ma si è pure fermato con il rosso!). E qui le cose si fanno invece molto nordiche... chiaramente distatccate tanto dalla mentalità mediterranea quanto dalla tradizione del poliziesco americano.
- Chissà se nel terzo volume ritroveremo quel poliziotto simpatico e liberal (seee...) che è Hans Faste, la cui frustrazione è rimasta qui molto in sospeso.
- L'autopsia non rivela se Mia Bergman fosse davvero incinta come aveva sospettato: cattivo l'autore ad averlo insinuato, ancor più cattivo per aver lasciato irrisolta la questione.
- Vivissimi complimenti a Mikael che sotto stress, in meno di 30", riesce a trovare la concentrazione necessaria per collegare l'idea delle lettere ai tasti del cellulare, al fine di identificare i quattro numeri di un codice che non conosce (pag.686-687). L'illuminazione celeste ha cessato di essere un mito!
- Il cattivo della storia, Alexander Zalachenko detto Zala, pare un concentrato di elementi cine-letterari. Dall'Operazione Barbarossa del '40 all'orfanotrofio sovietico ha vissuto brutte esperienze analoghe a quelle del giovane Hannibal Lecter ("Hannibal Rising"). E' un criminale sfuggente e leggendario, crudele e intrallazzatore al livello di Kayser Soze ("The Usual Suspects") anche se di lui non ha la grandezza: con tutto il rispetto per le risorse dell'indistruttibile Lisbeth, il vero Kayser non si sarebbe mai fatto affettare con un'accetta ad opera di una revenant di 40 chili. Infine Zala, come il buon vecchi Darth in "Star Wars", avrebbe potuto pronunciare la celebre battuta: "Lisbeth, sono tuo padre!". Su quest'ultimo aspetto del problema l'accorto appassionato di gialli dovrebbe cominciare a nutrire qualche dubbio dal momento in cui risulta che la documentazione ufficiale di Lisbeth le assegna un "padre ignoto".
- In assoluto la cosa più bella del romanzo è la considerazione (pag.456) riguardante le differenze che intercorrono tra una sinagoga e una chiesa cattolica. La sinagoga è un luogo d'incontro e di frequentazione: storicamente gli ebrei hanno avuto modo di imparare che l'unione fa la forza. La chiesa cattolica è un luogo di isolamento: se vuoi startene davvero in santa pace, è meglio cercare Dio a preferenza di chiunque altro.
Attenzione: il post continene accenni al finale del romanzo.
UOMINI CHE ODIANO LE DONNE ("Män som hatar kvinnor", 2005), di Stieg Larsson [ Marsilio ed., 2007 ]
Un po' di tempo fa Stieg Larsson ha cominciato a "perseguitarmi": trovavo ovunque citazioni e recensioni entusiastiche dei suoi romanzi, l'autore (scomparso ancora giovane nel 2004) sembrava essere una delle pietre miliari della letteratura poliziesca moderna, la mia biblioteca si è comprata in blocco la sua famosa trilogia - che peraltro compariva regolarmente ai vertici delle classifiche - e subito si sono formate lunghissime liste di prenotazione. Svariate persone - fuori e dentro la biblioteca stessa - hanno iniziato a chiedermi cosa ne pensassi dei romanzi (guarda te... sono diventata un guru!). Insomma, per un po' ho avuto la sensazione di essere una delle poche creature dell'universo a non aver ancora letto niente di Stieg Larsson, e alla fine mi sono arresa: come appassionata di libri (e di gialli in particolare, compresi thrillers e noir) non potevo continuare a sentirmi esclusa; e del resto devo ammettere che nel recente passato la letteratura nordica, per quanto lievemente depressa, con Henning Mankell e altri mi aveva già fornito qualche bella soddisfazione.
Un pizzico di diffidenza era in ogni caso sottinteso perchè il passaparola, la popolarità e il consensum gentium possono in effetti riguardare veri capolavori dell'ingegno umano, ma a volte anche polpettine insipide benchè apparentemente ben condite (una citazione a caso: "Il Codice Da Vinci").
Non ho intenzione di offendere il compianto Stieg Larsson paragonandolo a Dan Brown, prima di tutto perchè scrivere volumi di seicento e passa pagine presuppone un certo grado di abilità e passione, e poi anche perchè ben pochi romanzi possono davvero riuscire ad essere brutti ed insulsi quanto "Il Codice Da Vinci"; tuttavia dirò subito la cosa peggiore: "Uomini che Odiano le Donne" mi è piaciuto poco e mi ha interessato ancora meno.
All'inizio l'ho trovato insopportabilmente noioso - cosa piuttosto inquietante, dato che il libro conta la bellezza di 676 pagine! - poi il romanzo migliora gradualmente, per ricadere un po' verso la fine. In sostanza, la parte più sopportabile risulta essere quella riguardante l'enigma centrale (la scomparsa di una ragazza negli anni Sessanta) che comunque ha già in sè molti alti e bassi; ma quando si scopre un colpevole, quando si riesce a capire cosa fosse accaduto e che fine avesse fatto la suddetta ragazza, alla conclusione del romanzo mancano ancora più di cento pagine.
Capisco e approvo l'intenzione dell'autore di inserire il problema poliziesco in un contesto storico, sociale e politico più ampio: ormai lo fanno in molti e qui si affrontano temi importanti come l'etica applicata, la vulnerabilità delle donne, proporzionale al loro peso sociale (se sei una nullità puoi persino scomparire e nessuno se ne accorgerà o se ne preoccuperà), o come il drammatico sfasamento tra economia reale e speculazione selvaggia (da questo punto di vista il romanzo ha persino qualcosa di profetico: basta guardare i TG mondiali degli ultimi dodici mesi). Tuttavia credo anche che un approccio meno effusivo e più asciutto avrebbe snellito la trama, rendendola migliore: così com'è risulta pesantissima, frutto tra l'altro di un "montaggio" non sempre riuscito tra le varie scene che compongono i fili convergenti della trama stessa.
Neanche lo stile aiuta, fatto com'è di lunghe descrizioni e di altrettanto lunghi discorsi indiretti.
LA STORIA è assolutamente contemporanea (le citazioni interne ne collocano lo sviluppo tra il novembre 2002 e il novembre 2003) ed è data tanto dall'accumulo di vicende passate che si allungano sino al presente, quanto dall'intreccio tra le vite dei due personaggi principali, Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander.
Mikael Blomkvist è un giornalista economico quarantenne, idealista e capace, fondatore assieme alla socia (ed amante estemporanea) Erika Berger della rivista mensile "Millennium": un giornale che gode giusta fama di onestà e intraprendenza. La sua più recente inchiesta - quella dedicata al faccendiere e imprenditore Hans-Erik Wennerström - lo ha messo nei guai e gli ha procurato una condanna per diffamazione, con tanto di salatissima multa da pagare e tre mesi di carcere da scontare (carcere light, ma è il principio che conta!). Si vedrà poi che Mikael era stato incastrato ed aveva agito in buona fede, tanto più che Wennerström è davvero una carogna senza scrupoli: resta però il fatto che il processo e la cattiva pubblicità che ne è derivata hanno messo in difficoltà tanto lui quanto il giornale, e gran parte del romanzo è in sostanza dedicato alla lenta risalita dell'uno e dell'altro.
Mikael preferisce allontanarsi per un po' dalla sua vita di un tempo, e l'occasione gli viene fornita dalla strana proposta di un ricco ed anziano industriale: Henrik Vanger, ormai in pensione, ex capo e amministratore delegato del Gruppo Vanger.
Henrik vive lo scorcio della propria vita così come ha vissuto gran parte dell'esistenza: ossessionato dalla scomparsa della sedicenne Harriet Vanger, avvenuta nel 1966. Harriet era soltanto la nipote di uno dei suoi fratelli, ma per Henrik era diventata una figlia; la ragazza tra l'altro, nel deprimente panorama costituito dai numerosi membri della stirpe, grazie al carattere e all'intelligenza prometteva di essere la più seria candidata alla guida futura dell'azienda. Però Harriet è scomparsa il 24 settembre del 1966 e per tre decnni abbondanti di lei non si è saputo più nulla... o quasi: ogni anno nel giorno del proprio compleanno Henrik continua a ricevere un fiore essicato in cornice, il regalo tipico che gli faceva Harriet. In sostanza non è nemmeno possibile stabilire se la ragazza sia stata uccisa (Henrik lo crede ma il corpo manca), forse però c'è un assassino che si sta ancora prendendo gioco dell'anziano e addolorato signore.
Le singolari circostanze della scomparsa di Harriet, avvenuta sull'isola di Hedeby dove ancora vive Henrik, fanno del mistero qualcosa di simile ad un "enigma della stanza chiusa": di un autore che in proposito è capace di citare solo Dorothy Sayers però non ci si può fidare, e infatti Stieg Larsson trova ben presto il modo di allargarsi fuori della "porta" di quella "stanza", affidando le ardue indagini del vecchio caso a Mikael, la cui integrità ha favorevolmente colpito il vecchio Vanger.
In verità Henrik ha fatto controllare a fondo la vita e le imprese di Bomkvist e in cambio del suo aiuto gli fornisce alcuni interessanti incentivi: uno stipendio principesco, un sostegno per "Millennium" e soprattutto (esca perfetta per Mikael) le prove per dimostrare la corruzione e le colpe di Wannerström. Resta comunque il fatto che impegnandosi a fondo e seriamente Mikael, coerente con se stesso e ormai affezionato al vecchio malandato signore, riesce laddove nessun altro era riuscito per trentasette anni: scopre i collegamenti della scomparsa di Harriet con altri inquietanti vicende che riguardano tanto la cronaca nera quanto la storia dei Vanger, e infine scopre anche cose ne è stato di Harriet.
Certo, viene soccorso dai prodigi della tecnica che si è parecchio sviluppata dopo gli anni Sessanta e non è nemmeno da sottovalutare l'aiuto che gli deriva da Lisbeth Salander, la hacker che lo aveva originariamente controllato per conto di Henrik Vanger: bisogna dire però che Mikael è anche molto fortunato... in alcuni momenti persino troppo. Deve ringraziare una "sensazione" che lo porta a scoprire come l'inizio del mistero sulla scomparsa di Harriet vada collocato fuori dai confini dell'isola, deve ringraziare una serie di coincidenze per il fatto di riuscire a verificare quella sensazione dopo un tempo così lungo, e infine deve ringraziare la "dritta" biblica ricevuta assolutamente per caso da sua figlia Pernilla: senza quaesti elementi il suo tentativo non avrebbe potuto reggersi, ciascuno di essi tuttavia si presta a qualche dubbio.
Nemmeno il finale offre una vera soddisfazione: i colpevoli di tanti omicidi vecchi e nuovi vengono identificati ma l'informazione rimarrà patrimonio di pochi intimi, e quando la tostissima e tutt'altro che defunta Harriet ricompare, si ha la sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato: questa tizia scompare per mezza vita e alla fine, passando su tutto e su tutti, riprende tranquillamente il proprio posto... le cose vanno così, ma non avrebbero dovuto.
Se la storia è insoddisfacente, altrettanto dicasi per I PERSONAGGI: non ne sopporto uno, e alcuni li trovo francamente irritanti.
Non chiedetemi ad esempio di trovare simpatica quella cucciola randagia e disturbata che è Lisbeth Salander; me la immagino come una sorta di Sinead O'Connor dei poveri ma i suoi problemi, il suo comportamento e il mistero stesso che si innesta nel suo passato (e che, non ne dubito, verrà ripreso nei volumi seguenti) sfidano ciò che persino come lettrice possiedo in grado minimo: la pazienza.
Mikael è interessante per certi versi, ma per altri mostra un'ingenuità degna di Paperino.
Erika per fortuna ha Mikael e "Millennium" perchè sennò morirebbe di noia.
Henrik Vanger sembrerebbe un anziano signore in grado di commuovere con la propria sofferente ossessione, ma alla fine sembra più che altro un normale essere umano snob e ipocrita. Ed è in buona compagnia: si può infatti capire - se non approvare - il desiderio di tacere moltii fatti passati per proteggere il presente ed il futuro di Harriet; mi chiedo però come se la caveranno i Vanger e il loro affranto avvocato nel momento in cui (secondo il patto preteso da Mikael) avranno almeno a che fare con le famiglie delle vittime più recenti.
L'unico personaggio in grado di dare una certa soddisfazione sarebbe quell'acida strega di Isabella Vanger: quando si fa venire un colpo si comporta finalmente in maniera credibile! La cosa però è alquanto vanificata dal fatto che di lei il lettore non conosce quasi niente, nemmeno la faccia... ma forse è meglio così.
In conclusione il romanzo, con il suo disomogeneo intreccio di storie, luoghi e livelli temporali, mi ha deluso e affaticato.
Inoltre, fra i capitoli 5 e 6, mi è rimasto un dubbio: perchè Plague a Wasp che gli chiede un appuntamento risponde"20", se poi i due si trovano alle sei? E non è che lui abbia inteso qualcosa come "ti concedo venti minuti" perchè l'incontro dura più di un'ora...
Direi che l'unico elemento veramente pregevole del libro è la traduzione di Carmen Giorgetti Cima: già conosciuta e lodata in relazione al romanzo di H. Nesser da me recensito la settimana scorsa. A volte i traduttori italiani sono come i doppiatori: i migliori del mondo.