Il futuro è un'ipotesi

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FATHERLAND (id., 1992), di Robert Harris [ Mondadori ed., 1992 ]

Romanzo non nuovo, ma bello e soprattutto significativo: non è mai superfluo rinfrescare la memoria riguardo a cosa può essere - o essere stato - un regime di tipo totalitario, anche se lo si fa attraverso una narrazione di fantapolitica, il cui punto di partenza risponde all'ipotesi "cosa sarebbe accaduto se... ?".
Nel caso specifico il quesito si concretizza nel "cosa sarebbe accaduto se la Germania Nazionalsocialista di Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale". Il romanzo in sè costituisce UNA delle risposte possibili, forse la più semplice, e la più inquietante: la descrizione di un mondo la cui apparente normalità si impone con peso inamovibile.
Persino lo stile narrativo, scorrevolissimo ma rinunciatario nei confronti di qualunque preziosismo, concorre a definire come molto credibile questa realtà alternativa che noi possiamo negare solo attraverso l'esperienza storica diretta.
Privilegio che, ovviamente, i personaggi del romanzo non possiedono affatto.

TRAMA
: Berlino, metà novembre del 1953: mancano pochi giorni al settantacinquesimo compleanno di Adolf Hitler, fervono i preparativi per i grandiosi festeggiamenti. L'aria risuona delle note de "La Vedova Allegra", l'operetta preferita dall'anziano Fürher.
La città è dominata dalle monumentali architetture di Albert Speer, ciclopiche creazioni che non hanno pari in Europa e che immancabilmente suscitano il rispettoso stupore dei numerosi turisti.
La Grande Germania si estende geograficamente dal Reno agli Urali; dopo la guerra la Polonia ha cessato di esistere assieme ad alcune delle Republiche ex sovietiche. Il Reich è circondato da Paesi satelliti, come la Francia e l'Italia; solo la Svizzera mantiene inalterate la propria autonomia e la propria neutralità.
L'Inghilterra è un Paese alleato che fornisce ottime cameriere; Winston Churchill si trova in esilio in Canada, e con lui c'è anche Elisabetta di Windsor, che non rinuncia comunque a rivendicare il trono, attualmente occupato dal cugino Edoardo VII e dalla sua regina, Wallis Simpson.
Persino l'America è ormai incline alla distensione; presidente degli Stati Uniti è un Kennedy: non il giovane John Fitzgerald però, bensì l'anziano Joseph P., fortemente conservatore e (così si dice) fieramente antisemita.
La Germania è forte in apparenza ma la sua stabilità inizia ad essere seriamente minata da fenomeni che ovviamente non vengono resi di dominio pubblico. Sul fronte orientale la guerra permanente voluta da Hitler per tenere vivo lo spirito bellico germanico sta andando piuttosto male; i coloni iniziano a rifiutare di trasferirsi ad Est e all'interno della Germania esistono comunque fronde giovanili (in parte eredi dirette della Rosa Bianca del ventennio precedente) che si configurano come potenzialmente ribelli: giovani meno inquadrati dei loro padri, giovani dai capelli troppo lunghi che ascoltano di nascosto la musica proibita (come quella di un gruppo di depravati inglesi che cantano "I wanna hold your hand"... )e si vestono con relativa libertà.
Tuttavia l'importanza e il peso del regime, con le sue rigide norme e le sue gerarchie, sono cose ancora presenti, determinanti.
L'atmosfera della storia è un po' orwelliana, ma in modo  moderatamente quotidiano: ed è questo il particolare più agghiacciante, l'assoluta normalità dell'insieme.
Altrettanto normale in apparenza è anche il protagonista della storia, il maggiore Xavier March, quarantaduenne investigatore della Polizia Criminale. Divorziato, con un figlio decenne che lo detesta, Xavier non è iscitto al Partito e risulta inquadrato nell'Esercito solo perchè secondo la legge un poliziotto deve esserlo: indossa la sua divisa nera ma odia la reazione di immancabile terrore e servilismo che essa suscita.
Durante la guerra ha servito in Marina sugli U-Boot, sino a raggiungere il grado di capitano, ma la sua fedeltà e la sua disciplina sono solo una necessaria facciata. Xavier in realtà ha più dubbi e domande che risposte o certezze; fa il suo lavoro perchè ci crede eppure si scontra continuamante con infinite forme di prevaricazione, di opportunismo e di negazione della verità.
Un giorno, subentrando fuori turno ad un collega in ritardo, gli viene affidata l'indagine su di un probabile suicidio: un uomo anziano trovato annegato nelle acque del lussuoso complesso residenziale suburbano nel quale abitava.
Nessuno può ancora saperlo, ma quello è il primo passo che cambierà la Storia: ed è una felice ironia - anche se non per Xavier, che pagherà personalmente un prezzo molto alto - il fatto che un mutamento così grande e travolgente prenda l'avvio da una piccola fortuita coincidenza: la disponibilità, al momento giusto, di qualcuno che indagherà sino in fondo.
Al primo suicidio ne segue ben presto un secondo, poi un uomo scompare e viene braccato dalla Gestapo: Xavier scopre che le morti non sono state volontarie e sono state precedute da altre altre morti. Qualcuno sta eliminando una serie di persone scomode e Martin Luther, l'uomo scomparso, è l'ultimo sopravvissuto.
La strada di Xavier nel frattempo ha incrociato quella di una giornalista americana che sta per essere espulsa dalla Germania; la ragazza, Charlotte Maguire detta Charlie, vorrebbe ripartire con uno scoop e offre (o meglio, impone... ) la propria collaborazione. In seguito si scoprirà che il coinvolgimento di Charlie - figlia di un diplomatico americano e di un'attrice tedesca - non è stato del tutto casuale, rimane comunque il fatto che la sua presenza al fianco di March, per quanto pericolosa per entrambi, riuscirà ad essere di grande utilità.
I due continuano ad indagare ostinatamente, sfruttando i pochi spazi a loro concessi. Raggiungono anche la Svizzera, dove gli uomini morti e quello scomparso avevano un deposito di sicurezza, e là trovano una cosa sorprendente ma di dubbia utilità: un quadro che si pensava perduto nella Polonia occupata e che loro non riescono immediatamente ad identificare (il lettore invece può farlo con la massima facilità).
Parrebbe dunque che a monte di tutto ci sia un traffico illegale di opere d'arte e l'illecito arricchimento di alcuni gerarchi durante la guerra: la cosa risponde al vero, ma non è ancora quello il nodo reale della questione.
Xavier March oltre ad essere un uomo che si sforza di comportarsi nel modo più giusto, è anche un ottimo investigatore: così, quando le sue deduzioni lo portano a mettere le mani su alcuni documenti nascosti dall'ormai defunto Martin Luther, scopre finalmente il vero motivo di tanta agitazione. E sarà una scoperta angosciosa, davvero epocale per il mondo al quale lui appartiene, anche se dal nostro punto di vista è piuttosto qulacosa che serve a rimettere la Storia sui propri binari.
Nel mondo post bellico ricreato da Robert Harris l'unico Olocausto che i personaggi conoscono è quello staliniano; il problema ebraico invece è stato tacitamente accantonato nelle coscienze, malgrado qualche sospetto: ciò che si sa è genericamente che gli ebrei sono stati deportati a Est. Nessuno invece sa con esattezza dove siano finiti e quale sia stata la loro sorte.
I documenti di cui Xavier entra in possesso, stilati da vari gerarchi come "assicurazione sulla vita" in caso di sconfitta della Germania, raccontano la verità e l'orrore: non solo le deportazioni, ma anche i campi di concentramento e il resto. La cancellazione assoluta, inutilmente crudele e indiscriminata di undici milioni di vite.
Se e quando quei documenti verranno resi pubblici, la Germania di Hitler - che non partecipò personalmente alla Conferenza di Wansee e che evitò accuratamente di apporre la propria firma in calce a qualunque tipo di documento sulla "soluzione finale" - diventerà oggetto dell'isolamento internazionale. Anche l'America dovrà recedere dalla propria buona disposizione. La Grande Germania insomma ha in vista la fine.
Ecco spiegato il perchè di tanto timore nelle alte sfere, di tanta ostinazione nell'ostacolare le indagini.
Ormai braccato, tradito persino dal proprio figlio e dal migliore amico, Xavier riesce a compiere soltanto un'ultima disperata impresa: depista gli inseguitori, tirandoseli dietro sino all'ex confine polacco, per permettere a Charlie di scappare e di portare in Patria i documenti.
Arrivato al luogo dove sorgeva Auschwitz, ormai demolito, Xavier trova però tra l'erba alcuni vecchi mattoni che gli fornisconoo un'ultriore conferma: i campi sono esistiti, tutto l'orrore è stato vero.
Mentre Charlie passa il confine con la Svizzera, a centinaia di chilometri di distanza Xavier pensa a lei per l'ultima volta.
L'epilogo del romanzo, pur senza renderlo esplicito, lascia intendere che Xavier si uccide per non essere di nuovo preso e torturato. Quando muore, Xavier March è un uomo libero nel senso più ampio del termine.

Il romanzo regge bene innanzitutto comer thriller: l'impianto poliziesco della storia in sè è molto solido, ricco di colpi di scena, di linee investigative intelligenti e di soluzioni interessanti; però a differenza di altri autori di genere (ad esempio T.R.Smith) Richard Harris non fa mai prevalere il tono avventuroso su quello dei significati.
Il romanzo, io credo, risponde innanzitutto ad un impegno morale da parte dell'autore: la ricostruzione dell'Olocausto è interamente basata su documenti reali e non lascia certo spazio per gli alleggerimenti della fantasia.
Nel libro però ci sono molte altre cose che colpiscono favorevolmente il lettore: lo stile fluido e agevole di Robert Harris, innanzitutto, la cui scrittura sembra addirittura facile, anche se in realtà è l'esatto contrario.
Ottima poi la costruzione della storia, degli ambienti e dei personaggi, soprattutto quello splendido di Xavier.
Alcune pagine si segnalano particolarmente per la loro bellezza e intensità: la parte in cui Xavier e Charlie scoprono nel caveau svizzero il quadro misterioso (che altro non è se non "La Dama con l'Ermellino" di Leonardo: e nel divario di conoscenze tra i personaggi e il lettore sta tutto il senso di un mondo così alieno) ; i momenti brevi in cui i due scoprono e vivono la reciproca umanissima attrazione; la lettura e la decifrazione dei documenti ritrovati, il cui contenuto fa precipitare il passato come un'enorme cascata di sangue: l'orrore, il disgusto - anche per se stessi - la tristezza.


Su FATHERLAND - romanzo, film (che io non ho visto) e sfondo storico - la Wikipedia inglese contiene una scheda molto bella ed esauriente:
  en.wikipedia.org/wiki/Fatherland_(novel)
 

LadyJack || 17:16 || venerdì, 13 novembre 2009
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"Un po' di brivido è sempre gradito"

Il personaggio di Dexter Morgan mi piace da matti... ma non fatelo sapere alla mia amica Francesca, perchè potrebbe mettersi ad esternare con violenza contro di me e contro quelle che lei definisce "schifezze truculente piene di sangue e cadaveri". A dire il vero, è dubbio che Francesca sappia esattamente chi è Dexter Morgan perchè la serie TV che lo ha reso famoso anche in Italia certamente non rientra nell'ambito delle sue visioni, neanche per sbaglio. Io invece, che con il macabro ho un rapporto migliore, Dexter l'ho conosciuto proprio in TV ancor prima che nei romanzi originali; devo ammettere che si tratta di un personaggio borderline, immerso in vicende che letteralmente grondano sangue e che non girano certo attorno agli elementi macabri e crudeli, cercando di evitarli. Ciò che però salva il tutto dall'essere pura macelleria, oltre le motivazioni di senso compiuto, è il soave umorismo: già in TV ci si poteva stupire dell'equilibrio con il quale la serie era stata realizzata - a fronte di atmosfere e argomenti difficili da digerire - ma leggendo i romanzi si rimane semplicemente incantati dall'ironica leggerezza della narrazione. Dexter Morgan (è lui che racconta in prima persona) propina al lettore le storie più estreme, ma lo fa con uno stile impeccabile e molto divertente: lui stesso sa ed ammette di essere un mostro, tuttavia ambisce ad essere un mostro simpatico.
Ma chi è dunque Dexter Morgan? Formalmente è il protagonista di una serie di thrillers scritti da Jeff Lindsay; il vero nome dell'autore, che vive in Florida ed ha sposato la nipote di Hemingway, è però Jeffry P.Freundlich.
Nella serie TV Dexter ha il volto dolce, carinissimo e inquietante di Michael C.Hall e a mio parere (anche in considerazione dell'ottima prova di sè che l'attore ha dato in "Six Feet Under") la scelta è stata perfetta: in lui, che sembra un così bravo ragazzo, riescono a convivere senza stridori il lato oscuro e quello rassicurante. E Dexter li possiede entrambi.
Dexter Morgan è un giovane poliziotto del Dipartimento di Miami; più precisamente è un analista della Squadra Scientifica e la sua specializzazione riguarda le tracce ematiche.
Come molto "eroi" della Storia però possiede una doppia vita, un lato nascosto e in questo caso tutt'altro che politically correct: Dexter infatti è anche il killer dei killers, nel senso che la sua attività segreta consiste nell'eliminare - in modo elegante e pulito ma parecchio sanguinolento - altri assassini colpevoli di crimini efferati che difficilmente la legge riuscirebbe non solo a punire ma addirittura ad individuare.
Ciò non è bello, lo ammette lui stesso, tuttavia è inevitabile e per quanto incredibile possa sembare, corrisponde comunque ad un male minore.
Dexter infatti ha subito un trauma infantile di indescrivibile violenza: a soli tre anni assistè alla morte della madre, fatta a pezzi con una sega elettrica, e rimase per giorni abbandonato in un lago di sangue. Il trauma ne ha raggelato le emozioni e ne ha sbilanciato le inclinazioni verso l'omicidio: lui stesso non si considera più un normale essere umano, sa di non possedere una coscienza. E' vuoto, non prova niente, nemmeno paura, non ha un senso morale... però ha un sistema di regole, e sono queste che lo aiutano a tirare avanti.
La salvezza per Dexter è stata rappresentata da un poliziotto, ormai defunto da molti anni: Harry Morgan, colui che lo trovò sulla scena dell'omicidio materno e in seguito lo adottò legalmente. Harry aveva "visto" in Dexter tutto ciò che c'era da vedere, la sete di sangue e il buio dell'animo, ma anche l'innata incredibile positività: aveva insegnato al ragazzo il dominio di sè, la pazienza, la necessità di sembrare normale e infine aveva dirottato le sue doti verso un ambito - diciamo così - socialmente utile. Seguendo i moniti di Harry, Dexter non uccide nessuno della cui colpevolezza non sia assolutamente certo: prima di agire si procura le prove dei crimini (quasi come un bravo poliziotto... e lui è veramente molto bravo), ma quando poi agisce non c'è esitazione, non c'è dubbio o rimorso, e non c'è pietà. Come assassino può subire la tentazione e ancor più spesso la curiosità, qualunque altro sentimento gli è invece del tutto estraneo.
Dexter, che non è un essere umano, deve però fingere e cercare di sembrarlo: per non destare sospetti, per non essere scoperto, per poter continuare ad esercitare il suo singolarissimo hobby.
Ha un lavoro, una casa, abitudini di vita, una sorellastra - Deborah detta Debs - che è a sua volta poliziotta nella Squadra Omicidi, e per la quale nutre qualcosa di strano e indefinito che non riesce a chiamare affetto. Ha persino una ragazza, la dolce Rita, madre di due figli e reduce da un matrimonio disastroso, cosa che la rende poco esigente in fatto di sesso, soprattutto desiderosa di calma e tranquillità. E' lei il suo "travestimento" migliore, perchè accanto a Rita Dexter raggiunge il massimo livello di apparente normalità: cene e giochi con i bambini, jogging attorno all'isolato, serate sul divano davanti alla TV, il bacio della buonanotte sulla soglia di casa.
Rita è innamorata, mentre Dexter non riesce nemmeno a capire cosa ciò possa significare: però i due stanno bene insieme e la loro relazione fornisce a ciascuno quello di cui ha più bisogno.
Da un punto di vista puramente clinico Dexter ha una personalità anomala e leggermente dissociata, però non è davvero malato. Per sfortuna delle sue vittime è intelligente, tenace, molto paziente e - nei limiti concessi alla sua attività - abbastanza creativo. Non usa pistole, predilige le armi da taglio e nella sua mente "la Lama" va sempre scritta con l'iniziale maiuscola.
Dexter è soprattutto una sorta di grande attore, alle prese con le difficoltà di un ruolo singolare, ma assolutamente consapevole del divario tra realtà e simulazione: come dice lui stesso, "una perfetta imitazione di essere umano".

"Dopotutto, sarei potuto diventare qualcosa di molto peggio. Per
esempio un mostro pazzo e perverso che uccide e uccide
lasciando cumuli di carne marcescente sulla sua strada.
Invece, eccomi qua, dalla parte della verità, della giustizia
e dell'American way. Resto sempre un mostro, d'accordo,
ma quando ho finito pulisco tutto per bene".


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DEXTER IL DEVOTO ("Dearly Devoted Dexter", 2005), di Jeff Lindsay [ Mondadori ed., 2009. Giallo Mondadori n°.2985, 13 / 08 / 2009; trad. di Cristiana Astori ]

Incipit: "C'è di nuovo quella luna, che galleggia bassa e paffuta nella notte tropicale. Il suo richiamo solca il cielo opaco fino alle orecchie frementi di quella cara vecchia presenza nell'ombra: il Passeggero Oscuro, rannicchiato comodo comodo sul sedile posteriore deella Dodge dell'ipotetica anima di Dexter".

Dexter è sulle tracce di Randy MacGregor, un pedofilo omicida già responsabile della scomparsa di numerosi bambini. Le prove, sotto forma di orribili foto, sono inequivocabili e MacGregor, che nella vita di tutti i giorni è un agente immobiliare, paga il suo tributo all'ignara giustizia. Dopo averlo eliminato secondo l'inconfondibile stile che lo contraddistingue, Dexter scopre che l'uomo aveva un complice; lo identifica con alta probabilità in Steve Reiker, un fotografo che guarda caso si occupa di bambini e che vive nei sobborghi. Prima di potersi assicurare della colpevolezza del sospetto Dexter è però costretto ad occuparsi di un altro grave problema che lo riguarda da vicino: uno dei poliziotti del Dipartimento, il sergente Doakes, ha iniziato a nutrire seri dubbi nei suoi confronti e ha deciso di tenerlo d'occhio. Senza curarsi di essere visto, assicurandosi anzi di essere quanto più minaccioso possibile, il sergente ha iniziato a controllarlo e a pedinarlo; ovunque vada, Dexter scorge parcheggiata da qualche parte la Taurus marrone di Doakes e il volto inespressivo del sergente dietro il finestrino.
In queste condizioni è assolutamente impossibile per Dexter muoversi come al solito. Dominando la frustrazione, non può far altro che aspettare, mostrando al suo persecutore un aspetto banale e innocuo che gli costa fatica, ma che tutto sommato viene curato con ottimismo e tranquillo buonumore.
A cambiare la situazione interviene poi ciò che a Miami non può mancare a lungo: un brutto caso da risolvere. In una fatiscente abitazione del quartiere cubano viene ritrovato un uomo (se lo si può ancora definire tale... ) il cui corpo è stato pesantemente mutilato; è vivo ma non è in grado di raccontare niente. Ancor prima che i poliziotti di Miami abbiano potuto superare lo shock dell'evento, il Dipartimento viene estromesso da caso: da Washington arriva un federale, Kyle Chutsky, che prende la faccenda nelle sue mani, scegliendo Deborah Morgan come agente di collegamento.
Dexter, che al seguito della sorella era presente al ritrovamenrto della vittima (unico a non scomporsi e a non mostrare debolezza di stomaco) ha notato in Doakes qualche strano comportamento: e poichè ciò che mette in difficoltà il sergente a lui può invece risultare molto utile, va a scavare in Rete e scopre alcuni interessanti particolari. Ricostruisce una possibile storia che verrà di lì a poco confermata dagli sviluppi della situazione a da qualche ammissione di Chutsky, che nel frattempo ha trovato il modo di iniziare una relazione sentimentale con Deborah.
In breve, Chutsky, Doakes ed altri erano stati un gruppo di agenti americani a supporto di una della tante fazioni che qualche anno prima avevano trasformato il Salvador in una piccola anticamera dell'Inferno. All'epoca si erano serviti (o almeno, non ne avevano ostacolato le attività) di un torturatore soprannominato dottor Danco, in seguito venduto ai cubani e dato per morto. E' lui che, evidentemente sin troppo vivo, è tornato per vendicarsi.
Dexter è ben poco interessato all'intera faccenda, al massimo è incuriosito e ammirato dalla tecnica di Danco, e pigramente prende in considerazione la possibilità di scovarlo ed eliminarlo per proprio conto. In breve però gli eventi precipitano e Dexter si trova molto più coinvolto di quanto avrebbe voluto: Kyle Chutsky scompare e Deborah impazzisce all'idea che sia finito nelle mani del dottor Danco. Chiede l'aiuto di Dexter e lui da bravo fratello non può tirarsi indietro... anche se implicitamente continua a tenere presenti e a non disprezzare alcuni possibili vantaggi personali.
Sullo sfondo del traffico omicida e caotico di Miami inizia così una caccia in cui Dexter assume lo strano ruolo di tuttofare altruista e magnanimo: sostiene Debs e le salva la vita, svolge brillanti ricerche, ha parecchie utili intuizioni, va a riprendere Chutsky (che per fortuna è ancora quasi intero) e infine convince Doakes ad accettare di fare da esca per catturare lo sfuggente Danco.
Tra una cosa e l'altra si ritrova pure ufficialmente fidanzato con Rita... ma questa è un'altra lunga storia.
Ad un certo punto lo stesso Dexter rischia di diventare una delle vittime di Danco; vanno però a salvarlo Chutsky (con le stampelle) e Deborah (in versione pistolera). Il tutto si svolge inoltre in modo tale da far sì che Doakes cessi di costituire un problema e una minaccia. Così alla fine, molto sollevato e giustamente gratificato, Dexter può tornare ad occuparsi di Reiker e della questione che aveva lasciato in sospeso.

- Il romanzo, il secondo della serie, va a sovrapporsi in piccolissima parte a quello che in TV è stato l'epilogo della Prima Stagione. Ci sono alcune differenze, relative a personaggi e situazioni, ma per valutarle pienamente bisognerà aspettare il seguito della storia.
Io intanto cercherò di procurarmi altri romanzi, dato che come al solito il riassunto fornisce soltanto una pallida idea delle qualità impagabili dell'originale: tanto la storia con i suoi personaggi (Deborah ad esempio è magnifica), quanto l'ameno e scorrevolissimo stile narrativo.
Guarda un po', ho trovato un altro autore interessante.

LadyJack || 11:19 || lunedì, 17 agosto 2009
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La Difesa in Difesa

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AVVOCATO DI DIFESA ("Lincoln Lawyer", 2005  ), di Michael Connelly [ Piemme ed., 2008; trad. di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso ]

Michael Connelly è un altro dei tanti autori di cui ho praticamente letto e riletto quasi ogni cosa. Il suo miglior romanzo rimane probabilmente "Il Poeta", però nel corso degli anni ho avuto modo di apprezzare soprattutto le storie dedicate al suo personaggio più famoso, il detective Hyeronimus Bosch (detto Harry) della polizia di Los Angeles.
Harry Bosch è un personaggio con il quele letteralmente si cresce: attraverso le sue avventure lo si può seguire nelle travagliate fasi del suo lavoro e della sua esistenza, lo si vede entrare e uscire dalla polizia, incontrare la donna della sua vita, sposarsi, divorziare, avere (inizialmente senza saperlo) una figlia... lo si vede invecchiare lentamente e rimanere ciò a cui ha sempre tenuto di più: un buon poliziotto.
Altrettanto importante in questi romanzi è l'ambientazione urbana: qui - come si dice - anche la città diventa protagonista, e la città in questione è Los Angeles.
Storia dopo storia il lettore sviluppa un'ottima conoscenza topografica dei luoghi: le strade del centro, gli edifici, i locali pubblici, via via sino alla periferia, alle colline e ai canyons che attorniano l'enorme agglomerato. Si imparano persino i diversi modi in cui i suoi abitanti, etnicamente variegati, pronunciano il nome di questa Los Angeles che rimane una delle città più belle, affascinanti, inquinate e criminalmente rilevanti degli interi Stati Uniti.
"Avvocato di Difesa" è uno dei rari romanzi di Michael Connelly senza Harry Bosch... ma non senza Los Angeles.
Ed è comunque una storia costruita attorno ad un punto che all'autore interessa particolarmente: l'impossibilità di definire in maniera assoluta il concetto di "Giustizia", e il dovere di continuare a provarci lo stesso.

TRAMA: Michael Haller non è un uomo cattivo: è però un avvocato difensore e questo - agli occhi dei colleghi, dell'opinione pubblica e degli stessi poliziotti - lo declassa più o meno al ruolo di creatura che per vivere si nutre di rifiuti.
Il sistema giuridico americano si basa sulla presunzione di innocenza, e ciò significa che l'onere della prova spetta all'accusa. E' quindi opinione comune, e in gran parte rispondente al vero, che un avvocato difensore non si curi della reale innocenza del proprio cliente, ma piuttosto delle sue disponibilità finanziarie. Un difensore non ha bisogno di sapere, anzi non vuole sapere se un cliente sia innocente o meno: il suo lavoro consiste nel presumerlo comunque e nel riuscire a dimostrarlo in tribunale, con ogni mezzo. O per essere più precisi: un buon avvocato deve fare in modo che il giudice e la giuria si convincano dell'innocenza del cliente accusato; in alternativa, male che vada, deve agire per limitare i danni.
Lavoro abbastanza sporco, malgrado il fatto che tutti abbiano diritto ad una difesa; lavoro che presuppone non solo un'ottima conoscenza delle legge e di tutte le sue scappatoie, ma anche l'assunzione di una mentalità cinica e bassamente realistica. Non la giustizia come alto ideale, bensì la legge come puro meccanismo.
Michael Haller è infatti un avvocato sufficientemente bravo e molto realista; figlio di un famoso avvocato morto quando lui era ancora piccolo, ha letto tutte le opere giuridiche del padre, ma in quanto a comportamento si affida solo a se stesso.
Anche la sua vita privata è complessa. Ha due ex mogli con le quali è rimasto in ottimi rapporti: una è la sua segretaria, l'altra un pm con cui non può scontrarsi in tribunale causa il conflitto d'interessi (... ed è un bene per lui, dato che la signora è nota come Maggie la Spietata!). C'è anche una figlia di otto anni, Haley, per la quale Michael si ripromette di voler essere un padre migliore.
Nel suo lavoro si avvale del'assistenza di un detective privato, Raul Levine, e di un autista - Edgar - che tra un'udienza e l'altra lo scarrozza a raggiungere i vari appuntamenti. In sostanza, per Michael la Lincoln è un prolungamento dell'ufficio (da cui il titolo originale del romanzo): è lì che consulta documenti, fa e riceve telefonate, pianifica strategie.
Professionalmente Michael ha ottenuto qualche sconfitta e parecchie vittorie; la fama di queste ultime è ciò che continua a procurargli clienti e introiti appena sufficienti a mantenere il suo alto tenore di vita. In ogni caso, seppur numerosi, tali clienti appartengono in genere a categorie "minori": una banda di motociclisti, ladri, drogati, spacciatori. C'è persino una prostituta tossicomane di nome Gloria di cui Michael si occupa regolarmente a titolo assolutamente gratuito: è il suo tributo morale alla solidarietà umana.
Micheal in sostanza è più che abile e disposto a vivere alla giornata. L'unico suo incubo è quello di imbattersi in un cliente veramente innocente e di non riuscire a rendersene conto; la sua speranza più grande è quella di imbattersi in un cliente ricco ed accusato di qualcosa di abbastanza grave da giustificare una parcella con tariffa oraria. Un giorno la speranza di Michael sembra avverarsi, con la comparsa all'orizzonte di Louis Roulet; il suo caso però richiamerà in campo anche l'incubo.
Louis Roulet, figlio di una ricca agente immobiliare e a sua volta impegnato nella stessa attività, è accusato di aggressione, stupro e tentato omicidio ai danni di una ballerina. La ragazza lo aveva adescato in un bar e invitato nel suo appartamento; malgrado il brutale pestaggio che ha subito è ancora viva, e riconosce in Louis il colpevole.
Michael mette in moto tutto il meccanismo della difesa, comprese alcune indagini sulla vittima e sulle circostanze, affidate al solito Raul Levin. Dato che Roulet è incensurato, si potrebbe tentare di ottenere una riduzione delle accuse; qualunque verdetto di colpevolezza però lascerebbe aperta la possibilità di un processo civile in cui la ragazza aggredita otterrebbe il pagamento di danni astronomici: dunque bisogna lavorare per una piena assoluzione.
Sfruttando tutto ciò di cui dispone, compresi alcuni punti deboli dell'accusa, Michael si mette sulla strada giusta. Senonchè un giorno, trovandosi tra le mani le foto della ragazza aggredita, viene assalito da una brutta sensazione: ha l'impressione di averla già vista, di averla già conosciuta. Dopo un po' si rende conto che la donna gli ricorda un'altra ragazza aggredita e uccisa: crimine di cui era stato accusato uno dei suoi vecchi clienti, Jesus Menendez, che aveva evitato la pena capitale solo dichiarandosi reo confesso. Dietro consiglio dello stesso Michael, naturalmente, che ora si chiede se in passato non ha commesso un imperdonabile errore.
In effetti è così: Louis Roulet non soltanto è colpevole del crimine di cui lo si accusa ora, ma anche di quello precedente, per il quale Menendez sta scontando l'ergastolo a San Quintino.
L'etica professionale impedisce a Michael di denunciare il proprio cliente e comunque Roulet, per evitare che l'avvocato abbandoni la causa, fa in modo che Raul Levin venga ucciso con una pistola di proprietà dello stesso Michael, così da poterlo ricattare.
A Michael non rimane dunque altra scelta che vincere il processo per liberarsi della duplice minaccia: lo scomodo cliente e la possibile accusa di omicidio, anche se rimane incerto cosa potrà accadere in seguito.
La strategia processuale di Michael in ogni caso è davvero brillante: servendosi di tutta la sua astuzia avvocatesca e di tutte le armi in suo possesso (compreso l'aiuto di Gloria, che con un piccolo ed apparentemente innocuo favore ripaga in parte l'assistenza ricevuta in tanti anni), Michael riesce incredibilmente a far assolvere Louis Roulet.
Poi però tra i due si apre una breve - e molto intensa - guerra personale per regolare i conti in sospeso. Quando Louis minaccia la piccola Haley e la ex moglie Maggie, Michael vive le ore peggiori della vita: tuttavia con un po' di fortuna e grazie al fatto che a sua insaputa un paio di poliziotti svegli lo hanno usato come esca, riesce ad arrivare in fondo alla vicenda.
Michael ne esce fisicamente malconcio, spiritualmente stremato eppure ricco di nuove certezze e di nuove energie. L'Ordine degli Avvocati non gliela farà passare liscia, ma in futuro Michael Haller sarà un professionista ed un uomo diverso.
Non necessariamente migliore, solo diverso.
E mentre i nuovi avvocati di Louis Roulet iniziano la battaglia per risparmiare al loro cliente l'iniezione letale, Michael inizia ad affrontare le conseguenze - umane e legali - di ciò che ha fatto. Poi, forse, riuscirà anche a ricostruire la sua famiglia.

Gran bella storia, con una trama molto complessa eppure interessante e ben governata.
Ottimi tutti i personaggi... persino quelli cattivi.
Io non sono una grande appassionata di legal thrillers, tuttavia - dopo aver venerato le sacre memorie di Perry Mason - nel recente passato mi sono sorbita la mia parte di John Grisham e Scott Turow. In ogni caso devo ammettere che in questo romanzo di Michael Connelly la parte migliore e più intrigante è proprio quella relativa al dibattimento giudiziario: in tribunale, fidando tanto sull'esperienza quanto sulla capacità di improvvisazione, Michael Haller riesce a dare il meglio di sè, e a sorprendere gli avversari così come i lettori.


Los Angeles (panorama)

LadyJack || 11:14 || sabato, 23 maggio 2009
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Delitti per Procura

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Attenzione: il post contiene accenni ai punti salienti della trama e al finale del romanzo

IL SUGGERITORE, di Donato Carrisi [ Longanesi ed., 2009 ]

TRAMA: Cinque bambine fra i sette e i tredici anni di età vengono rapite e uccise: di loro l'assassino fa ritrovare solo le braccia sinistre. Debby, Anneke, Sabine, Melissa, Caroline... la scomparsa delle bambine era nota e segnalata; ma c'è un problema: nel piccolo e macabro "cimitero" in mezzo ad una radura le braccia rinvenute alla fine sono sei. Chi è dunque l'ennesima vittima del serial killer e perchè di lei, malgrado l'attenzione e gli allarmi sollevati dal caso, non si sa nulla? Le indagini vengono affidate alla Squadra Speciale guidata dal criminologo Goran Gavila; in un secondo tempo agli agenti Klaus Boris, Stern e Sarah Rosa si unisce anche Mila Vasquez, investigatrice specializzata nel ritrovamento di persone scomparse. Cosa, ques'ultima, che si rivela particolarmente utile nel momento in cui si scopre che la sesta (e sempre ignota) bambina è stata sì mutilata ma non uccisa: per qualche motivo il rapitore ha deciso di tenerla in vita, forse proprio per sfidare gli agenti speciali a trovarla in tempo, per giocare con loro in maniera perversa e secondo regole tutte sue.
Ad un certo punto iniziano ad essere ritovati anche i cadaveri, e in circostanze tali che ciascuno di essi porta la Squadra alla scoperta di nuovi crimini: il primo corpo si trova nel bagagliaio dell'auto di un pedofilo, il secondo in un fatiscente orfanotrofio abbandonato che cela vecchi segreti, il terzo all'interno di un esclusivo complesso residenziale dove è stata seviziata e massacrata un'intera famiglia, il quarto nella proprietà di un ricchissimo cinquantenne che sta morendo di cancro e che per anni ha dato sfogo alle sue perversioni a danno di giovani uomini. Il quinto corpo infine viene ritrovato negli uffici della stessa Squadra Speciale e deve forse essere posto in relazione con un vecchio caso risolto ma finito male: e c'è la possibilità che questa volta il responsabile del crimine in oggetto (una morte all'epoca archiviata come suicidio) sia proprio uno degli agenti di Gavila.
All'interno della Squadra iniziano a serpeggiare il sospetto e lo sconforto; e mentre le pressioni "politiche" in seno al Dipartimento si intensificano in maniera spiacevole, il tempo a disposizione della sesta bambina va esaurendosi velocemente.
In un crescendo di eventi, di scoperte e di intuizioni il serial killer viene infine individuato. Anche l'identità della bambina cessa di essere un mistero, e la piccola può essere salvata. Tuttavia la soluzione "materiale" del caso - che nel frattempo ha comunque già travolto un paio di membri della Squadra Speciale - risulta definitiva solo per certi versi, per altri non fa che condurre ad un nuovo irrisolvibile enigma: quello riguardante il vero responsabile di tutto, il burattinaio che a lungo ha tirato i fili tanto dei criminali quanto dei poliziotti. Colui che ha costruito e distrutto, mormorando a distanza senza sporcarsi direttamente le mani: il Suggeritore.

Il romanzo è uno di quelli di cui ultimamente si sente molto parlare: li vedi ovunque sugli scaffali delle librerie, mentre pubblicistica e mercato si raccolgono estasiati attorno all'ennesimo caso edotoriale; fra l'altro si tratta di un thriller scritto da un autore italiano e anche questo sconfinamento in un genere di solito patrimonio preferenziale degli americani fa notizia.
In biblioteca non ho raccolto pareri favorevoli da chi lo aveva letto prima di me; qualcuno si è addirittura spinto a definirlo "una vera schifezza"... tuttavia, fedele al proposito di mantenere libero il mio giudizio, ho cercato di non farmi influenzare nè dall'entusiasmo nè dalle critiche: l'ho letto e basta. E alla fine il mio giudizio personale si può forse collocare a metà fra i due precedenti: il romanzo ha qualche difetto e alcuni pregi, si lascia leggere senza eccessivi problemi e in definitiva è abbastanza buono, benchè non mi sia certo sembrato quel capolavoro dirompente che a detta delle più recenti notizie avrebbe già mandato in fibrillazione le case editrici di mezzo mondo.
Di positivo c'è il fatto che pur avendo costruito una storia stratificatissima e complessa, l'autore riesce a governare il gigantesco puzzle dall'inizio alla fine senza sbavature (be'... quasi senza sbavature, perchè quando entra in scena la suora sensitiva la cosa pare un po' eccessiva e risibile, anche se si tratta di un espediente narrativo per ricostruire una parte di passato altrimenti irrecuperabile).
Di meno positivo c'è il fatto che si rendono necessarie 458 densissime pagine per approdare ad un epilogo in cui l'unico significato è la (voluta) mancanza di significati: viene spontaneo chiedersi perchè l'autore, il suo serial killer ed il suo Suggeritore abbiano dovuto sobbarcarsi una così immane fatica organizzativa solo per dimostrare che il Male si espande lungo le linee del Caos, mentre i poveri esseri umani interessati a costruire e a ricordare anzichè a distruggere, devono barcamenarsi come possono, a volte con esito felice, a volte con esito fatale, troppo spesso in balia del puro caso.
La stessa scrittura è buona, ma senza nulla di veramente affascinante: più che altro è funzionale ad una storia molto complicata e a tratti faticosa, fatta di numerose vicende che si intrecciano tra loro dal passato e nel presente. In genere ciascuna vicenda viene presa piuttosto alla larga, e solo gradualmente si riesce a comprendere come sia possibile innestarla sul tronco principale; in ciò ha probabilmente un peso anche l'esperienza dell'autore come sceneggiatore perchè spesso le sue pagine sono costruite come immagini che vanno dal dettaglio all'insieme. Nè i dialoghi nè le descrizioni presentano qualità particolari ma le suggestioni sono numerose, e interessanti da cogliere. L'esempio più chiaro riguarda forse le pagine in cui viene narrata in prima persona l'esperienza traumatica della bambina rapita, il buio, i pensieri, il dolore: viene spontaneo credere che si tratti della sesta vittima del killer, invece ad un certo punto - con un rovesciamento a sorpresa che implica comunque identificazione - si scopre che quelle pagine riguardano l'esperienza personale di Mila Vasquez, che in passato era stata a sua volta una bambina rapita.
Allo stesso modo la vita di Goran Gavila, apparentemente non facile eppure alleggerita da un certo grado di serenità, ad un certo punto rivela di essere - letteralmente - soltanto una triste illusione.
E' come se l'autore continuasse a dire, in tanti modi diversi, che a volte le cose non sono come si pensava che fossero; ciò non riguarda comunque la classica "scoperta del colpevole" che al lettore è preclusa a priori per mancanza di indizi: il serial killer fa la sua vera e propria comparsa a pagina 402 e solo a pagina 413 è citato con nome e cognome. L'autore ha i suoi motivi, ma sostanzialmente lo fa comparire se non dal nulla assoluto, almeno dalla nebbia più fitta: viola così una delle regole del giallo classico, ma del resto non è certo quello il genere in cui ambisce collocarsi.
All'interno del romanzo nessuno dei personaggi mi ha suscitato una particolare empatia; inoltre, anche se l'assenza di dati cartteristici e un certo grado di "normalità" fanno volutamente parte delle intenzioni dell'autore, ho trovato deludente l'opacità nella figura del Suggeritore, la sua assoluta mancanza di un carisma che pure dovrebbe possedere, per aver rivestito il ruolo che ha rivestito.
Ancor più fastidioso il fatto che sia impossibile collocare geograficamente l'intera vicenda: probabilmente la storia è ambientata negli Stati Uniti (ci sono numerosi particolari che conducono a questa ipotesi... e molti altri che la mettono in dubbio), ma in certi momenti se nel paesaggio comparissero più mucche potremmo anche trovarci in Svizzera. In ciò non aiutano nemmeno i nomi dei personaggi, troppo ecumenici (anglosassoni, latini, slavi, greci) per essere veramente utili.
Qua e là si ha la sensazione che l'indeterminatezza nasconda l'incapacità, da parte dell'autore, di decidere da quale parte stare: non solo in quale Paese e in mezzo a quale gente, ma anche in quale atmosfera, perchè agli orrori della cronaca e a certi topoi del genere thriller si mescolano senza problemi tanto i dati dell'immaginazione quanto i frutti dell'iperrealtà.
In sintesi, "Il Suggeritore" mi è parso un romanzo onestamente laborioso e competente, ma un po' inutile.

LadyJack || 16:27 || giovedì, 16 aprile 2009
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Sole Nero

HANNIBAL LECTER - LE ORIGINI DEL MALE ("Hannibal Rising", 2006), di Thomas Harris [ A. Mondadori ed., 2007 ]

Il mio rapporto con Thomas Harris è stato spesso fruttuoso, ma mai particolarmente stretto. Concordo con quanti hanno sempre considerato "Il Silenzio degli Innocenti" (libro e film) un piccolo gioiello; ho letto "Drago Rosso" che lo precede ed "Hannibal" che lo segue; ne ho apprezzato - anche se in maniere molto diverse - i relativi film, ed anzi in tempi lontani, ben prima che l'autore diventasse famoso, vidi persino "Manhunter" che è la versione povera ma bella di "Red Dragon", rifatto in tempi più recenti con tutt'altro stile... e tutt'altro budget.
"Drago Rosso" o "Red Dragon" che dir si voglia è tra l'altro il mio preferito, tanto per la storia e i personaggi, quanto per le citazioni da William Blake.
Tuttavia quando uscì "Hannibal Rising", il romanzo dedicato alla giovinezza di Hannibal Lecter, la storia in cui si spiegavano i come ed i perchè della sua dimensione mostruosa, non provai la benchè minima curiosità nè il desiderio di leggere il libro. Pensavo probabilmente che una figura formidabile come quella di Hannibal Lecter non avesse bisogno di essere illustrata e spiegata; a lui si addiceva un velo di mistero, di incertezza, piuttosto che un recupero biografico, il quale del resto era già in parte contenuto nel terzo romanzo della serie: quell' "Hannibal" così discusso - e forse discutibile - che mi aveva causato seri problemi di accettazione per il trattamento riservato al personaggio di Clarice Sterling e per l'insoddisfacente finale.
Insomma: lì per lì accantonai la faccenda, non sentii la mancanza dell'esperienza e non ci pensai più... almeno sino ad una decina di giorni fa, quando particolari circostanze che sarebbe troppo lungo specificare hanno riportato il romanzo alla mia attenzione. Spinta da quella curiosità che era mancata in precedenza, l'ho cercato in biblioteca, l'ho trovato senza difficoltà, l'ho letto in due notti: ed ora posso dire che mi è piaciuto più di quanto avessi creduto possibile. Ha certi limiti, è vero, ma possiede anche un suo grande fascino, dovuto - io credo - in larga misura al fatto che lì il mistero attorno al personaggio di Hannibal Lecter viene a tratti precisato ma non certo dissipato. Chi si aspettasse un chiarimento definitivo rimarrebbe deluso: nel romanzo persino uno psichiatra che lo ha avuto come paziente, riferendosi al Lecter "interiore", ammette di non essere mai riuscito a trovarlo.
Disseminate tra le pagine il lettore si imbatte in frasi come queste: "Hannibal sta crescendo e cambiando, o forse realizzandosi per quello che è sempre stato" (pag. 173); "Il piccolo Hannibal è morto nel 1945 là fuori nella neve [...] Che cos'è ora? Non c'è una parola per dirlo. In mancanza di meglio, possiamo chiamarlo mostro" (pag. 299); "Dormì profondamente e non fu visitato dai sogni come succede agli umani" (pag. 328).
Hannibal viene descritto come "la bestia che [...] lavorando per emergere, appare al mondo", ma anche come qualcuno che è capace di colpire duramente i prepotenti, mentre i piccoli e gli indifesi suscitano in lui ciò che in una persona più normale e meno controllata sarebbe pietà.
Negli occhi di Hannibal, inoltre, la luce si riflette sempre rossa, demoniaca: ma i dubbi riguardanti la sua natura, il suo essere profondo, rimangono irrisolti, e alla fine spetta dunque al lettore decidere se Hannibal Lecter sia un essere umano raggelato, perduto da un dolore indicibile, o piuttosto un'anomalia della realtà, unica ed inquietante. E mortale.
D'altra parte in questo tipo di romanzi sono molte le cose che finiscono per spettare all'immaginazione del lettore, e in ciò c'è del buono e del meno buono.
Malgrado gli argomenti sui quali esercita la propria creatività, Thomas Harris non è un grande scrittore, non possiede una potente capacità evocativa. La sua scittura è anzi abbastanza piatta, molto descrittiva ma priva della volontà di arricchirsi con i particolari o di profondersi in analisi e spiegazioni; l'autore è molto bravo a tessere le sue trame, poi però all'interno di esse i personaggi si limitano ad agire in maniera un po' meccanica. Scenografia e coreografie non mancano, ma spesso è il lettore che deve aggiustare il tono dei colori e la portata dei movimenti. Ciò che riesce meglio a Thomas Harris in genere sono le frasi conclusive dei capitoli: frasi ad effetto, dalle conseguenze sospese, che in sottofondo sembrano sempre avere un drammatico crescendo musicale.
Al di fuori di questo abbondano invece le allusioni, le elisioni, gli accenni: ed è compito di chi legge riempire gli spazi liberi. Forse è una scelta stilistica o forse si tratta di un limite caratteristico, in ogni caso dev'essere per questo che Thomas Harris e il cinema si aiutano volentieri a vicenda: il primo fornisce le storie, il secondo mette a fuoco le immagini.

TRAMA: La storia inizia sullo scorcio della Seconda Guerra Mondiale.
E' il secondo giorno dell'Operazione Barbarossa, il tentativo tedesco di invasione dell'URSS attraverso l'Europa Orientale; in Lituania la famiglia del conte Lecter è in procinto di abbandonare il castello avito per sfuggire all'avanzata dei nazisti: la Lituania si trova molto ad Ovest e il loro arrivo è imminente. La famiglia Lecter - il conte, sua moglie Simonetta (una Sforza-Visconti, nientemeno!), i figli Hannibal e Mischa, più il precettore Jakov - riesce a raggiungere il casino di caccia nascosto in un bosco difficilemte penetrabile; i Lecter non riescono invece a portare via gran parte dell loro patrimonio.
Nel casino di caccia vivono relativamente tranquilli per tre anni e mezzo, ma quando nel '44 crolla il fronte orientale e l'Armata Rossa dà inizio alla controffensiva, il Paese cade preda del caos, tra nazisti in fuga e truppe locali ex collaborazioniste (i cosiddetti Hiwis) ormai allo sbando.
Proprio un gruppo di Hiwis depreda il castello Lecter e infine raggiunge il casino di caccia. Un incidente uccide i coniugi Lecter e il signor Jakov, rimangono solo i bambini: il tredicenne Hannibal e la piccola Mischa, verso la quale il fratello è sempre stato molto affettuoso e protettivo.
Inizia qui quella fase della vita di Hannibal che per anni resterà confusamente nei suoi incubi, sino a farne - probabilmente - l'Hannibal Lecter poi conosciuto da Clarice Sterling e da milioni di lettori e cinefili nel mondo.
Gli Hiwis, guidati da quello che per Hannibal sarà sempre Occhiblu - al secolo Vladis Grutas - fanno ormai parte per se stessi e non hanno scrupoli per ciò che riguarda la loro sopravvivenza o la loro possibilità di arricchirsi. Un giorno, pressati dalla fame, uccidono la già morente Mischa e se la mangiano; Hannibal non può far niente per salvare la sorellina, su di lui scende un velo nero  e il gelo totale entra nel suo cuore.
Riuscito a fuggire e raccolto dai sovietici, sarà poi trasferito di nuovo al castello Lecter riconvertito in orfanotrofio (altra esperienza non priva di dolore). Dopo la guerra il fratello di suo padre - Robert Lecter, un famoso pittore - va alla ricerca della famiglia e trovato soltanto il nipote, lo prende con sè.
Il nuovo conte Lecter e la sua bellissima moglie giapponese, Lady Murasaky, offrono ad Hannibal tutto ciò che possono: un tetto (abitano in Francia), cure mediche, la scuola e soprattutto il loro amore più autentico. Hannibal non rifiuta di vivere così, però per lungo tempo è come se di lui esistesse e fosse presente nient'altro che il corpo fisico; non parla, urla nel sonno e solo molto gradualmente diventa - almeno esteriormente - una persona normale, un giovane colto, fine, educato e piuttosto attraente.
Sin da piccolo in reatà Hannibal aveva posseduto qualità intellettuali non comuni: intelligenza, logica, capacità di osservazione, memoria, immaginazione. Ora si scopre bravissimo anche a disegnare e a dipingere; dopo qualche anno, trasferitosi ormai a Parigi, diventa uno dei più abili e promettenti studenti della Scuola di Medicina.
Nel frattempo sono accadute molte altre cose: Robert Lecter è morto e la famiglia si è ridotta ai soli Hannibal e Lady Murasaky, che negli anni rafforzeranno il loro straordinario legame sino ad evolverlo in amore e - almeno sino ad un certo punto - in complicità.
Descrivendo la relazione fra Lady Murasaky e Hannibal la capacità allusiva di Thomas Harris raggiunge forse il suo apice: a dispetto di un paio di scene di delicato erotismo, in base a ciò che si trova scritto non è possibile affermare con certezza se i due siano effettivamente amanti oppure se il loro amore sia esclusivamente intellettuale e platonico. Il lettore potrebbe anche nutrire il dubbio che Hannibal arrivi intacta virtute ad incontrare Clarice Sterling, tanto più che il sesso puro e semplice non pare proprio essere in cima alle sue inclinazioni. Personalmente però ho il sospetto che Hannibal perda la verginità poco dopo il termine del capitolo 26...
Hannibal ha già anche compiuto il suo primo omicidio, con annesso episodio di cannibalismo: ha eliminato un bruto, sospetto criminale di guerra, che aveva pesantemente offeso e minacciato Lady Murasaky. Come il John Doe di "Seven", Hannibal non sopporta la volgarità e la stupidità... e vogliamo anche rilevare l'ironia del fatto che la sua prima vittima sia un macellaio?
In verità la storia del romanzo, seppur abbastanza cruda e violenta, non rinuncia a far apprezzare al lettore anche caratteristiche del tutto differenti: la bellezza, la grazia e l'eleganza, innanzitutto, che permeano e circondano i personaggi di Hannibal e di Lady Murasaky, e poi l'ironia, il sorriso un po' colpevole e fugace suscitato a sorpresa fra le righe. Come non apprezzare ad esempio l'umorismo implicito nel fatto che Hannibal, nei suoi silenziosi pensieri, sia capace di valutare ad occhio le dimensioni e il peso della testa dei suoi interlocutori?
In fondo, in ogni caso, c'è un tristissimo contrasto fra ciò che poteva esser e ciò che invece è: Hannibal, così pieno di potenzialità, così dotato, così straordinario, avrebbe dovuto avere una vita meravigliosa. Nessuno garantisce che in circostanze diverse l'avrebbe avuta - sta qui infatti il grande nodo misterioso della storia: quel che è certo però è che NON l'avrà. E si pensa con rabbiosa angoscia al tempo lunghissimo in cui, nel futuro, lui sarà rinchiuso nel Manicomio Criminale di Baltimora.
Hannibal è morto dentro, è freddo, non crede in niente e niente lo spaventa più; si propone degli obiettivi e li raggiunge: tutto il resto non conta, il calore, il mondo, gli esseri umani... è come se in realtà non esistesse più niente. Nemmeno Lady Murasaky, che pure lo ama moltissimo e che anche lui ama infinitamente, sarà in grado di riportarlo alla vita. Lo proteggerà al massimo delle sue forze e rischierà per lui la vita, la libertà e la posizione sociale: ma non potrà convincerlo a rinunciare alla sua vendetta, nè riportarlo a pieni titolo tra gli esseri umani. Alla fine, triste e sconfitta, lo lascerà per tornare in Giappone ad una vita diversa.
A Parigi, infatti, l'ormai diciottenne Hannibal finisce per avere un unico obiettivo: ricordare esattamente ciò che è accaduto nel suo passato, identificare i responsabili della orribile morte di Mischa (e dei suoi incubi dolorosi) e punirli. In una persona normale questa sarebbe un'intenzione forse condannabile ma comprensibile; in Hannibal invece, che esteriormente non manifesta nulla di ciò che lo uccide dentro, che è capace di mantenere inalterati i battiti del proprio cuore e che in effetti ha cessato di essere veramente umano, una tale fredda ossessione assume toni assolutamente spaventosi. Non si può fare a meno di parteggiare per lui, ma la mente urla ad ogni pagina.
A fianco dell'idea di vendetta c'è poi anche la questione del patrimonio dei Lecter: sul mercato parigino sono apparsi alcuni quadri provenienti dal castello e per Hannibal diventa possibile cercare di reclamarne la proprietà. In realtà per lui quei quadri non hanno valore, o meglio non hanno un valore materiale: li apprezza solo in quanto gli ricordano i suoi genitori, che li hanno guardati insieme a lui e li hanno avuti tra le mani, o perchè gli ricordano Mischa, che un giorno ha lasciato sul retro di una cornice le impronte delle sue dita di bambina. Li apprezza perchè sono belli. I quadri inoltre costituiscono una delle piste da seguire per ritrovare gli uomini a cui Hannibal ha aperto la caccia.
Il patrimonio dei Lecter avrà l'incerta sorte riservata al recupero dei beni delle vittime nel dopoguerra, e una buona parte dei quadri scompariranno per sempre, rinchiusi a marcire nella tomba svedese di un anziano ed inconsapevole signore; la vendetta di Hannibal, invece, sarà compiuta sino in fondo. Tra Lituania e Francia, con una breve coda in Canada, tutti gli ex Hiwis - che si sono sistemati e rifatti una vita - pagano in maniera alquanto sanguinosa il debito contratto con Hannibal nel passato. In parte gli facilitano addirittura il compito, andandolo a cercare.
Alla fine di tutto Hannibal viene arrestato, ma le prove contro di lui sono incerte e l'opinione pubblica - piuttosto incline a giustificare l'eliminazione di due o tre criminali di guerra - gli è favorevole. Quindi, a sorpresa, non viene incriminato: con grave frustrazione di un poliziotto francese, il commissario Pascal Popil, che ne seguiva le tracce sin dai tempi del suo primo omicidio, quello del macellaio. Popil è tenace, e in alcuni momenti della storia si fa pericoloso: ma non si renderà mai conto di esser stato probabilmente graziato dalla sorte (tanto più che nutre un debole per Lady Murasaky... ), dato che Hannibal ha ben altre cose da fare e possiede inoltre un forte senso di autoconservazione, per cui in quel momento l'eliminazione di un poliziotto non era certo la cosa migliore da prendere in considerazione. Nel futuro, a Firenze, il compianto commissario Pazzi non sarà altrettanto fortunato!
Uno dei suoi insegnanti alla Scuola di Medicina, un dottore che ne ha sempre ammirato le capacità, procura ad Hannibal una borsa di studio per la Johns Hopkins di Baltimora. Così Hannibal Lecter, ormai solo, si mette in viaggio e porta negli Stati Uniti la sua imperturbabilità, il suo raffinato senso estetico e la sua inclinazione per il cannibalismo: il resto è storia, e già la conosciamo.

- Trama a parte, la cosa migliore del romanzo è l'ambientazione. All'inizio compare un sapore quasi fiabesco, con le foreste innevate, il castello, i cigni neri dello stagno; poi, come spesso accade nelle fiabe, arrivano gli orchi, il sangue e l'orrore. Infine si passa alla relativa quiete del panorama europeo postbellico, dove in realtà i traumi, i rancori ed i brutti ricordi sono più vivi che mai: non solo Hannibal, ma quasi tutti i personaggi del libro sono tormentati da fantasmi e sensi di colpa, anche se alcuni riescono a conviverci meglio di altri.

"Ricordare non è sempre una benedizione"
- signor Jakov (1941) -



CURIOSITA'


- A stretto rigore di logica narrativa nè Anthony Hopkins nè Gaspard Ulliel avrebbero dovuto interpretare Hannibal Lecter, a causa dei loro occhi chiari. Secondo l'autore, infatti, il vero Hannibal ha gli occhi marroni (vedi conferma nell'illustrazione di copertina).


 





                                                                                                                  

- Il romanzo è pieno di elementi giapponesi, molto di moda nella Parigi della metà del secolo scorso. Sullo sfondo c'è il tragico ricordo di Hiroshima, però ci sono anche i significati simbolici delle piante, il valore dei profumi, un grillo suzumushi dal dolce canto, e più in generale quell'attenzione alle piccole cose tenui che è tipica tanto dell'arte quanto dello spirito nipponico.
La naturale eleganza interiore ed esteriore di Hannibal (che - non dimentichiamolo - è pur sempre un nobile della vecchia Europa descritto da un autore americano) va a fondersi in maniera perfetta con la straordinaria armonia della tradizione orientale.
In quanto a Lady Murasaky, il suo personaggio è un tributo a Murasaky Shikibu, la dama di corte che nel secolo XI compose il "Genji Monogatari", ovvero la "Storia di Genji il Principe Splendente": forse il primo romanzo della letteratura mondiale, nonchè mirabile trattato di arte, di storia e di vita. Appartenente ad un'epoca - quella Heian - nella quale la poesia era ancora strumento privilegiato di comunicazione. Io ho avuto la fortuna di conoscere il testo grazie ad un'amica che qualche anno fa vi dedicò la sua tesi di laurea in "Lingua e Letteratura Giapponese". Sino a non molto tempo fa il romanzo era al massimo disponibile in traduzione inglese, ma ora ne esiste anche la versione italiana per le edizioni Einaudi.


"Non ti turba stranamente il canto dell'uccello d'amore,
in questa notte in cui, come la neve che il vento
sospinge, i ricordi si accumulano sui ricordi?"
LadyJack || 11:03 || sabato, 14 marzo 2009
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Soviet Thriller

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BAMBINO 44 ("Child 44", 2008), di Tom Rob Smith
[ Sperling & Kupfer, 2008 ]

Spesso i libri di cui si sente tanto parlare, quelli troppo famosi e citati, quelli che scalano le classifiche di vendita in un amen, risultano poi solenni fregature e deludono fortemente. Non è esattamente questo il caso di "Bambino 44", però confesso che il romanzo mi è piaciuto molto meno di quanto avevo pensato mi dovesse piacere.
Il genere thriller mi è tutt'altro che estraneo, l'Unione Sovietica mi interessa dal punto di vista storico ed un nuovo autore è sempre pieno di promesse: c'erano dunque tutti i presupposti per un felice incontro tra me e la narrazione, ma così non è stato. E ci ho messo un po' per capire esattamente il motivo: il fatto è che il romanzo in sè è piuttosto buono, e racconta cose importanti... però non ci si dimentica mai di essere - appunto - dentro un romanzo.
L'ambientazione storica è molto bella e accurata, contemporaneamente però si sente che a scrivere è uno straniero a cui non è indifferente la denuncia del regime sovietico, con il peso del suo autoritarismo, della sua ipocrisia, della sua crudeltà e della sua burocrazia. Martin Cruz-Smith ha fatto lo stesso con maggior semplicità ed eleganza, e in quanto a George Orwell, ricordarlo qui con il suo "1984" per fare un paragone con "Bambino 44" mi pare persino troppo, e troppo sleale.
Anche i personaggi del romanzo, i buoni come i cattivi, sono interessanti ma il lettore stenta a trovare con loro un legame empatico; in quanto alla trama, malgrado le ambizioni narrative e di denuncia, ad un certo punto finisce per risolversi in un'incredibile sequela di iniziative prese dai protagonisti, con una graduale prevalenza dell'aspetto avventuroso della vicenda che a mio parere ne danneggia un po' la credibilità. E l'epilogo, che chiude circolarmente la storia rispetto al suo inizio, è così pregno di coincidenze convergenti da assumere un sapore favolistico più che storico, malgrado alla base del romanzo ci siano una vicenda realmente accaduta e una documentazione bibliografica che non stento a ritenere piuttosto seria.
Il romanzo infatti è dato dalla mescolanza di due filoni narrativi, comunque ben integrati fra loro: uno, derivante dalla cronaca, è ispirato alla vicenda di Andrej Chikatilo, il cosiddetto "mostro di Rostov", autore di un'incredibile serie di omicidi a scopo anche di cannibalismo (e sì, il titolo del romanzo ha proprio l'inquietante significato che si può sospettare: un bambino poi identificato come quarantaquattresima vittima, dal cui omicidio partono le indagini). Il secondo filone narrativo riguarda invece la storia pubblica e privata di Leo Stepanovic Demidov, investigatore dell'MGB (la  Polizia Politica sovietica di era stalinista, futuro KGB) che ad un certo punto si trova l'indagine tra le mani e decide di portarla a termine malgrado i veti ufficiali.
Per capire l'enorme gravità di questo punto della vicenda bisogna tenere conto della prospettiva storica: ufficialmente nell'Unione Sovietica del tempo che fu la criminalità non esisteva, così come non esisteva la prostituzione. Ammettere l'esistenza di comportamenti devianti in una società tendente alla perfezione ideale e quindi priva di quelle motivazioni che inducono ai comportamenti medesimi, equivaleva ad un tradimento e poteva comportare l'accusa di attività antisovietiche.
In realtà la gente si ammazzava per le ragioni più diverse, e si prostituiva per fame o per altro: ma ufficialmente questi attentati contro la società ideale non venivano ammessi. Se nel colpevole era possibile riscontrare un'anomalia (se cioè era un demente, uno straniero, una spia, un agitatore, un omosessuale, etc... ) ad essa veniva fatta risalire la responsabilità del crimine: quasi sempre il criminale veniva poi giustiziato o, nel caso delle prostitute, destinato al confino o accusato di reati diversi. In caso contrario il crimine venive semplicemente occultato e quindi, altrettanto semplicemente, non esisteva. 
Figuriamoci dunque se nel 1953 - piena era sovietica in transito nelle vicinanze della morte di Stalin - poteva essere portata all'attenzione del pubblico la strage perpetrata dal "mostro": più di quaranta fra bambini e adolescenti, uccisi e mutilati in varie zone del Paese, nel corso di un tempo piuttosto lungo.
Anche nella realtà gli esatti confini della strage risultarono noti solo successivamente; nel libro l'indagine arriva ad una soluzione a due facce, una vera e una rimaneggiata: ma per fortuna tanto nella realtà quanto nella narrazione romanzesca il mostro viene infine neutralizzato.
Come dicevo, il protagonista della vicenda è Leo Demidov, l'investigatore che per amore della verità (e forse anche per una ricerca della propria redenzione) mette a repentaglio vita e carriera, guadagnando però qualcosa in cambio: non solo l'eliminazione del mostro, ma una promozione, un'illuminazione sul proprio passato e soprattutto l'affetto della bella moglie Raisa che nel corso delle indagini, rischiando con lui la vita, si accorge di quanto Leo sia cambiato, diventando più umano e moralmente ammirevole rispetto all'uomo che era.
Dal libro è in preparazione un film con la regia di Ridley Scott, ignoro però che debbano essere gli interpreti.
E dato che alla fine del romanzo Leo non solo viene reintegrato, ma riceve addirittura l'incarico di fondare e guidare una Sezione Omicidi (ovviamnte con la prospettiva di arginare questo particolare tipo di attività antisovietiche), mi auguro che Tom Rob Smith non ceda alla tentazione di dar vita ad una serie di romanzi che banalizzerebbero quanto di buono c'è nel primo.
Speriamo insomma che "Bambino 44" rimanga unico.

LadyJack || 14:40 || mercoledì, 06 agosto 2008
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Afghanistan & dintorni

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Come credo di aver già annotato altrove, io come lettrice sono piuttosto eclettica: detto in breve, leggo di tutto. E in particolare la letteratura di spionaggio è una passione che condivido con il mio papà: Tom Clancy, Robert Ludlum, Ken Follett (quando ancora scriveva spy-stories decenti come "La Cruna dell'Ago" e non pallosissimi romanzi storici)...
John LeCarrè invece a mio padre non piace, mentre io penso che "La Casa Russia" sia uno dei più bei romanzi della letteratura universale.
Su di un nome però io e lui ci troviamo di nuovo perfettamente d'accordo: Frederick Forsyth è il nostro preferito in assoluto, per ciò che riguarda le spy-stories, e di lui abbiamo letto (e riletto...) praticamente tutto. Io amo moltissimo "L'Alternativa del Diavolo", e ancora di più "I Mastini della Guerra", su cui magari un giorno scriverò qualcosa.
Qualche anno fa Forsyth annunciò di voler cessare la sua attività di scrittore: brutto momento per noi...poi per fortuna ci ha ripensato, e da allora sono già usciti alcuni romanzi e racconti. Il suo libro più recente è anche uno tra i migliori.

L'AFGHANO di Frederick Forsyth ("The Afghan", 2006), A.Mondadori ed.
I romanzi di Forsyth, in maniera persino più brillante rispetto ad altri appartenenti allo stesso genere, sono caratterizzati da un piccolo miracoloso paradosso: pieni di particolari che riguardano strutture governative e paragovernative, armamenti e tecnologia, traboccanti di imprescindibili note storiche e geopolitiche, non risultano tuttavia nè pedanti nè noiosi ma solo interessanti e ben costruiti.
I personaggi diventano pedine di un grande gioco fatto tanto di incastri perfetti e voluti, quanto di coincidenze sperate o temute, secondo i casi: eppure per loro c'è spazio anche in profondità e in ampiezza quando l'autore - con lo stile episodico e frammentario che gli è proprio - ne ricostruisce la vita, la storia, quelle esperienze che li caratterizzano e che spiegano come, quando e soprattutto perchè essi siano entrati a far parte del romanzo.
In questo affascinante tipo di costruzione a mosaico, in cui ogni tessera ha il suo posto preciso e indispensabile, Forsyth è sempre stato, e continua ad essere, un maestro.
L'unica differenza rispetto al passato (e ciò vale per lui come per quasi tutti gli altri autori di spy-stories) è che dal termine della Guerra Fredda il centro delle questioni non è più la rivalità fra Stati Uniti e Unione Sovietica; il nuovo nemico è il terrorismo, dopo l'11 settembre incarnato soprattutto dai nomi (e dai metodi) resi tristemente famosi nei notiziari di tutto il mondo: Al-Qaeda, Osama Bin Laden, Ayman al-Zawahiri...
"L'Afghano" racconta esattamente una vicenda imperniata su ciò che per noi ormai è semplice cronaca; e grazie al cielo riesce a farlo evitando ogni tentazione manicheistica che ponga tutti i buoni da un lato e tutti i cattivi dal lato opposto: Islam e terrorismo non sono sinonimi, come il buon senso dovrebbe ricordare più spesso.
Tra una cosa e l'altra, inoltre, Forsyth riesce qui a rendere chiarissimo un argomento lungo e complesso come la storia dell'Afghanistan nel periodo tra l'invasione sovietica e le attuali ambizioni di nuova democrazia, passando attraverso la guerra civile in cui ebbero grave ruolo i talebani: già solo per questo il romanzo varrebbe la pena di essere letto.
LA TRAMA:  In maniera inattesa e fortunosa - come spesso accade - i Servizi Segreti pakistani entrano in possesso di informazioni che indicano come Al-Qaeda stia progettando un nuovo gravissimo attentato.
Le informazioni vengono condivise con i servizi inglesi e americani, ma rimangono ampi margini di incertezza: del progetto non si sa quasi nulla tranne il nome, Al Isra, espressione mistica tratta dal Corano la cui enorme importanza nella tradizione islamica lascia presagire il peggio.
Si tentano varie strade per avere accesso a maggiori particolari, alla fine però si è costretti a ricorrere ad un piano rischioso e disperato: infiltrare in Al-Qaeda qualcuno che assuma l'identità di uno dei pochi afghani detenuti a Guantánamo. Quel qualcuno sarà il colonnello delle Forze Speciali britanniche Mike Martin, ora in pensione ma in passato già impegnato su vari pericolosissimi fronti, dall'Oriente all'Africa ai Balcani.
Nato e cresciuto in Iraq da padre inglese e madre angloindiana, il colonnello parla come un arabo e ne ha l'aspetto.
Tutto ciò comunque lo aiuterà solo fino ad un certo punto: il resto sarà questione di abilità, di buona sorte, di coincidenze e - purtroppo- anche di inevitabilità.
Frederick Forsyth, ragionevolmente, non è uno di quegli autori che credono nel lieto fine a tutti i costi...
LadyJack || 10:57 || lunedì, 03 dicembre 2007
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