NEVE AL CHIARO DI LUNA

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L'ULTIMA AVVENTURA DI PHILO VANCE  ("The winter murder case", 1939)
I gialli di Van Dine erano il risultato di un minuzioso lavoro preparatorio; l'autore stesso ci informa della sua abitudine di elaborare per ogni storia ben tre stesure: una sinopsi iniziale di circa 10.000 parole, una seconda stesura di circa 30.000 parole ed una versione finale, con dialoghi e personaggi perfettamente rimpolpati secondo il suo gusto.
A causa della morte di Wright, avvenuta improvvisamente nel '39, "The winter murder case" rimase alla seconda stesura: a mio parere, ciò costituisce in sè una gran bella  cosa.
La storia infatti è completa, i personaggi sono già ben delineati ed i dialoghi rivelano e comunicano in misura più che sufficiente: l'unica differenza rispetto ad altre storie è che questo romanzo semi-incompiuto risulta un po' più asciutto e concentrato, privo di fronzoli o digressioni, e di qualunque altro elemento capace di distrarre dalla trama principale.
Lo definirei più "onesto", insomma.
La storia inoltre è ambientata a Winewood anzichè a New York, e anche questo contribuisce a creare un'atmosfera diversa: c'è un castello, ci sono boschi, rupi e spazi aperti, e c'è la neve. La scena in cui Van Dine e Vance scoprono per caso Elisa che pattina sul lago ghiacciato alla luce della luna è magnifica: si carica di toni suggestivi e fiabeschi non molto consueti in questo tipo di romanzi.
Ma a parte tutto ciò, la grande autentica sorpresa del romanzo è Philo Vance in persona. Nel corso del tempo il personaggio smussa i suoi lati più irritanti e la sua affettazione, anche se non li elimina completamente: qui però risulta addirittura simpatico.
Sarà per il tono crepuscolare dell'insieme (il lettore sa che questa è "un'ultima avventura"), sarà perchè Vance è più maturo (i suoi capelli cominciano ad imbiancare), sarà per l'ambientazione campestre e festosa: sarà per tutti questi motivi. Ma nel romanzo in questione , più che la sua pretesa superiorità, trovano spazio le qualità umane di Philo Vance. Egli non rinuncia certo ad indagare - coadiuvato per una volta da uno sceriffo abile e tutt'altro che stupido - ma tra una pagina e l'altra trova il tempo di essere brillante, ironico, comprensivo, attento e persino gentile.
Forse tali qualità non gli mancavano nemmeno nel passato, ma la differenza è che qui riesce a manifestarle in modo infinitamente più spontaneo.
Insomma: vale la pena di leggere tutto Van Dine...se non altro proprio per approdare ad una cosa bella e interessante come "The winter murder case".
LadyJack || 10:45 || sabato, 16 giugno 2007
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S.S VAN DINE - 6 romanzi

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[raccolti nel volume Omnibus Mondadori "Le ultime avventure di Philo Vance", 1942, 1974]


TRAGEDIA IN CASA COE ("The Kennel murder case", 1932)
Un collezionista di arte orientale viene trovato morto nella propria stanza ermeticamente chiusa dall'interno. Il medico legale, Dottor Doremus, fa una magra figura: dichiara il suicidio quando già tutti gli altri nutrono più di un dubbio in proposito. E infatti si scopre che l'uomo è stato malmenato, pugnalato alla schiena e colpito alla tempia da un colpo di pistola: decisamente non si tratta di suicidio!
La questione si complica ulteriormente quando il fratello della vittima viene rinvenuto a sua volta cadavere dentro un armadio guardaroba al pianterreno della stessa casa.
Meno male che il collezionista era un conoscente di Vance, che dunque partecipa alle indagini: la polizia da sola starebbe ancora cercando l'assassino...
Concediamoglielo: storie romanzesche così labirintiche e complicate solo Van Dine era capace di costruirle. Peccato davvero che alcune delle sue trame non si svolgano in atmosfere meno risibili, con personaggi più simpatici.



IL MISTERO DEL DRAGO ("The dragon murder case", 1933)
E' notevole l'ostinazione con cui Van Dine continua ad immettere nei suoi romanzi atmosfere misteriosamente minacciose, apparentemente soprannaturali, legate come sono ad arcani miti ed antiche maledizioni. Qua e là spuntano poi un ambiguo cameriere, un maggiordomo untuoso o un cuoco straniero, che dovrebbero dar adito ai peggiori sospetti.
Dal momento però che tutto ciò contrasta almeno con le regole n°.8, 11 e 14 dettate dallo stesso Van Dine, il lettore è già certo in partenza di dover cercare una spiegazione razionale dei fatti. Lo stesso meccanismo in fondo si trova anche in Dickson Carr, benchè in modo assai più convincente.
Qui il mistero inizia quando durante una festa in cui tutti hanno bevuto parecchio, i convitati decidono di fare un bagno notturno nello stagno di casa. Il primo a tuffarsi, con stile impeccabilmente atletico, è Stephen Montague. Il giovane si tuffa...e letteralmente scompare.
Dato che tutti gli altri lo odiavano, c'è ampio spazio per indagare: e persino per ipotizzare che il cadavere sia stato portato via in volo da un mitico Drago...
Vale anche qui quanto detto più sopra a proposito delle mirabolanti trame di Van Dine.



SIGNORI, IL GIOCO E' FATTO ("The Casino murder case", 1934)
Vance riceve una lettera anonima che preannuncia "pericolo e tragedia" per la ricca famiglia Llewellyn; in seguito alla missiva egli inizia ad indagare, partendo da una famosa casa da gioco...
Van Dine in persona, all'interno del romanzo, definisce "comune" il caso che viene narrato: con ciò intende sottolineare la totale mancanza delle solite atmosfere arcane e misteriose. Tuttavia, proprio grazie a tale mancanza, l'autore può dedicarsi pienamente alla costruzione - poi alla demolizione - di un finissimo meccanismo psicologico messo in atto dal colpevole.
Ma come l'eccessiva sottigliezza dell'assassino indirizza Vance sulla buona strada per risolvere l'enigma, anche le particolari astuzie dell'autore finiscono per mettere in guardia il lettore.
Partendo dal sospetto che il colpevole sia il personaggio dotato dell'alibi migliore, non è per nulla difficile identificarlo.




IL MISTERO DELLA CASA GIARDINO ("The Garden murder case", 1933)
Vance riceve una bizzarra comunicazione anonima (un'altra! ) che una volta decifrata lo induce ad aggregarsi ad un vivace gruppo di scommettitori ippici, allo scopo di impedire le peggiori conseguenze di "una grave tensione".
Le riunioni per ascoltare la radiocronaca delle corse e scommettere sui cavalli si tengono nella casa del Professor Efraim Garden, scienziato di grande levatura. Lì Vance è testimone di un omicidio, che solo grazie alla sua presenza non viene registrato come suicidio; oltre a ciò - prima della cattura del colpevole - egli si rende protagonista di un altro paio di fatti notevoli: vince un sacco di soldi, viene creduto morto, inoltre (incredibile dictu) si innamora. Ma poi rinuncia virilmente, consapevole che il suo stile di vita non si addice alla felicità di una fanciulla.
Ad un certo punto della vicenda, una donna tremenda che si crede più o meno la reincarnazione di Eleonora Duse, viene seccamente apostrofata da Vance: "Signorina, non stiamo recitando un melodramma!".
A volte il lettore sarebbe tentato di muovere anche a Vance il medesimo rimprovero.



SEQUESTRO DI PERSONA ("The kidnap murder case", 1936)
Il giovane e scapestato Kaspar Kenting scompare da casa: si pensa ad un rapimento, ma rimane il dubbio che si tratti di una messinscena dello stesso Kenting allo scopo di procurarsi soldi facili per saldare i suoi debiti.
Solo Philo Vance, in base ad indizi che nessun altro sa cogliere, decide quasi subito che il poveretto deve essere già morto.
Per sfortuna di Kaspar Kenting, Vance ha proprio ragione; e i guai non finiscono lì: tra furti di gioielli, profumi esotici ed un'inedita sparatoria finale, i Nostri devono darsi da fare per salvare almeno la fresca vedova di Kenting, rapita a sua volta.
Come da tradizione quando si spara, i Buoni hanno una mira migliore: per cui il bilancio finale è di tre morti (i rapitori) contro un ferito lieve (il sergente Heath). Più il solito colpevole suicida.
Dopo qualche tempo, la vedova si risposa.




L'ULTIMA AVVENTURA DI PHILO VANCE ("The winter murder case", 1939)
Come Van Dine spiega sin dall'inizio della sua attività di cronista, le investigazioni di Philo Vance si svolgono nel corso del mandato di Markham come Procuratore Distrettuale di New York. Mandato quadriennale poi non rinnovato, non certo per scarso rendimento (!!!) quanto piuttosto a causa di beghe politiche.
Al termine di tale periodo Vance, che finisce per trasferirsi a vivere in Italia, ritorna presumibilmente alle sue predilette attività artistiche; il romanzo in questione costituisce dunque il suo congedo.
Questo per ciò che riguarda l'ambito narrativo: in realtà fu la morte, avvenuta improvvisamente nel '39, a troncare l'attività di Wright-Van Dine come romanziere.
A causa della sua particolare natura di romanzo semi-incompiuto, non meno che per numerosi elementi interni che lo differenziano dalle storie precedenti, "The winter murder case" merita una trattazione a parte.
LadyJack || 14:58 || martedì, 12 giugno 2007
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CINQUE ROMANZI DI S.S. VAN DINE

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[raccolti nel vol. Omnibus Mondadori "Philo Vance", 1941, 1980]

LA STRANA MORTE DEL SIGNOR BENSON ("The Benson murder case", 1926)
Liberamente ispirato ad un fatto di cronaca realmente avvenuto ( l'uccisione di Joseph Elwell, esperto di bridge), il romanzo costituisce il debutto di Philo Vance.
Alvin Benson, finanziere non irreprensibile, viene ucciso nel salotto di casa con un unico colpo di pistola in fronte. Alcuni indizi sembrerebbero indicare come colpevole una giovane cantante con la quale egli aveva cenato nella sua ultima sera.
Ma date le premesse fornite dall'autore, è chiarissimo che l'assassino non può essere una donna (e non sarebbe necessario che Vance lo ribadisse tanto spesso...).
Altrettanto chiaro è CHI sia l'assassino, "cinque minuti dopo" aver visto il cadavere: in questo Vance non ha torto.


LA FINE DEI GREENE ("The Greene murder case", 1928)
I membri di un'antica famiglia che astruse norme ereditarie obbligano a vivere tutti insieme nella cadente magione avita, cominciano ad essere colpiti uno dopo l'altro. C'è chi riesce a cavarsela e chi ci resta secco: ma è chiaro che gli attentati rispondono ad un piano preciso ed unico.
Tra colpi di pistola e veleni, la lista dei possibili colpevoli si assottiglia sempre di più...sinchè Vance non inchioda drammaticamente il solo responsabile.
Benchè sia possibile anche qui identificare il colpevole, il romanzo in generale ha una sua positivissima dignità.


L'ENIGMA DELL'ALFIERE ("The bishop murder case", 1928)
Nella traduzione italiana c'è un po' di ambiguità a proposito di "bishop", che può significare tanto "vescovo" quanto "alfiere" (degli scacchi): ma in fondo la cosa è più fastidiosa che veramente importante.
Alcune persone che gravitano attorno al matematico Professor Dillard e a sua nipote Bella cominciano ad essere uccise, apparentemente seguendo i versi di popolari rime infantili.
Tra cadaveri prodotti da colpi di freccia, infarti e cadute dall'alto, Vance come al solito sbroglia la matassa, identificando il vero colpevole.
Rimango comunque dell'opinione che anche il "presunto" colpevole, quello su cui si voleva far ricadere la responsabilità dei delitti, sarebbe stato altrettanto credibile. Risulta così antipatico...è un vero peccato che non abbia fatto niente!


LA CANARINA ASSASSINATA ("The Canary murder case", 1927)
Viene strangolata una stellina di Broadway, detta "la Canarina" per le sue doti artistiche, ma dedita anche ad attività collaterali quali la frequentazione di attempati riccastri ed il ricatto.
Per disdetta della polizia di New York, il delitto viene commesso in circostanze tali...da far in realtà dubitare che sia stato commesso!
Il cadavere viene infatti rinvenuto in una stanza a cui nessuno può aver avuto apparentemente accesso, inoltre ci sono molti particolari di contorno che contribuiscono ad intorbidire ulteriormente le acque.
La soluzione del mistero sta in un trucco meccanico, sommato ad un trucco acustico: l'uno e l'altro svelati da Vance, per quanto un po' fortunosamente.
Del resto la soluzione è così lambiccosa che - se ben ricordo - nello sceneggiato Rai tratto dal romanzo durante la mia infanzia, la vicenda venne totalmente cambiata proprio per modalità e circostanze.
In ogni caso, se è complicato capire il "COME" del delitto, non altrettanto si può dire a proposito del "CHI" lo abbia commesso.
La patetica citazione che alla fine il colpevole - in cerca di simpatia morale - fa del "De Profundis" di Oscar Wilde mi ha portato a pensare che se egli non si fosse sparato...gli avrei sparato io.


LA DEA DELLA VENDETTA ("The scarab murder case", 1929)
Un po' di mistero e di folklore esotico attorno alla sanguinosa uccisione di Beniamin Kyle, ricco finanziatore di spedizioni e scavi egizi.
Il cadavere viene rinvenuto all'interno di un Museo privato, circondato da antichi reperti: alcuni ufficialmente dichiarati, altri esportati illegalmente. Che egli sia stato eliminato da Sakhmet, Dea della Vendetta?!
Ma anche senza ipotizzare interventi soprannaturali, i possibili colpevoli pullulano: l'anziano direttore del Museo, la sua giovane moglie mezzosangue, gli spasimanti di lei, lo sgusciante servitore egiziano...
Naturalmente Vance ci mette poco più di due pagine per capire come sono andate le cose; poi ne impiega altre centocinquanta per dimostrarlo e per convincerne tutti quanti.
Molto tipico della saga vanciana l'inizio del romanzo: colui che per primo trova il cadavere, cosa fa? Chiede aiuto? Chiama la polizia? Sviene sul colpo? Manco per sogno: agitatissimo, si defila e corre dall'amico Vance, gli interrompe inopportunamente la colazione e - dopo essersi scolato il suo brandy - lo informa del fatto, coinvolgendolo dunque nelle susseguenti indagini.
Che sfortuna per il colpevole...molto peggio di un'arcana maledizione!

LadyJack || 16:15 || martedì, 05 giugno 2007
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S.S. VAN DINE e PHILO VANCE

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W.Huntington Wright (1888 - 1939) era un uomo di cultura americano: letterato, antropologo, estimatore d'arte, nonchè filologo abbastanza famoso.
Narra la leggenda che in seguito ad un grave collasso nervoso, il suo medico curante avesse consigliato a Wright riposo assoluto, magari allietato da attività intellettualmente poco impegnative, come ad es. la lettura di romanzi gialli (genere che evidentemente all'epoca godeva di scarsa considerazione...).
Wright, per cui la criminologia già costituiva una specie di hobby, invece di leggere romanzi gialli iniziò a scriverli, sotto lo pseudonimo di S.S.Van Dine: e passarono alcuni anni prima che il grande pubblico si rendesse conto che il famoso intellettuale e il nuovo scrittore erano la stessa persona.
Nacquero così le storie poliziesche ambientate a New York, i crimini sensazionali che avrebbero forse dato scacco all'amministrazione cittadina, se le indagini non fossero state occultamente guidate da un detective dilettante di grande talento, al quale - per ragioni di opportunità - l'autore attribuì il nome fittizio di Philo Vance.
Dato il suo amore di lunga data per il romanzo poliziesco, e la sua nuova attività di scrittore, Wright- Van Dine ebbe anche modo di teorizzare sul genere, dettandone in un certo senso le regole.
L'elenco, che vado qui a riassumere liberamente, presenta parecchi spunti interessanti.

1)Il lettore deve essere fornito degli stessi indizi e delle stesse tracce di cui è in possesso il detective
2) Gli unici inganni ammessi nei confronti del lettore sono quegli stessi messi in opera dal criminale di turno
3) Il romanzo poliziesco non deve mai contenere una storia d'amore troppo importante perchè non è quello il suo scopo
4) Il colpevole non può essere il detective o qualcuno dei poliziotti
5) Il colpevole deve poter essere scoperto con la logica, non per caso o perchè confessa direttamente
6) Il romanzo poliziesco presuppone la presenza di un investigatore, il cui compito è appunto investigare: riunire gli indizi ed analizzarli in modo da arrivare alla cattura del colpevole
7) In un romanzo poliziesco ci vuole almeno un delitto, possibilmente complicato e misterioso. Qualunque altro crimine non sarebbe sufficiente
8) Sono banditi i mezzi soprannaturali d'indagine: sedute spiritiche, lettura del pensiero e simili
9) Nel romanzo ci deve essere un unico investigatore: il confronto intellettuale con il lettore deve essere uno contro uno
10) Il colpevole deve essere un personaggio che nel corso della storia è divenuto famigliare al lettore
11) E' troppo facile - e quindi da escludere - identificare il colpevole in uno dei servitori
12) I crimini commessi possono essere molteplici, ma il colpevole deve essere uno solo
13) Bandite anche le associazioni segrete, gruppi criminali e simili
14) Il crimine e le indagini devono essere razionali e scientifici, non fantastici
15) La soluzione del giallo, per quanto complessa, deve sempre essere leale
16) E' da escludere tutto ciò che rallenta l'azione del poliziesco: le descrizioni, le atmosfere, i pezzi di bravura letteraria
17) Il colpevole deve essere un insospettabile, non un delinquente di professione
18) Il delitto al centro della vicenda deve essere conseguenza di una intenzione precisa, non di un caso accidentale
19) Le motivazioni del colpevole devono sempre essere personali
20) Vanno esclusi dal romanzo giallo espedienti triti e già troppo conosciuti. Ad es.: mozziconi rivelatori, impronte falsificate, alfabeti segreti, fantocci o gemelli, false sedute spiritiche che inducono il colpevole a rivelarsi.

Sulle sedute spiritiche, Agatha Christie e Poirot avrebbero forse qualcosa da ridire...su tutto il resto avrebbe da ridire una folla!
Del resto, si potrebbe anche dibattere a lungo cercando di verificare se lo stesso Van Dine abbia poi seguito o meno le proprie regole: e probabilmente si concluderebbe che anch'egli, come tanti, si è piuttosto attenuto alla regola aurea: FATE CIO' CHE DICO NON FATE CIO' CHE FACCIO.
In ogni caso, in riferimento alla regola n°.11 e con buona pace del vecchio Van Dine, io credo che se un maggiordomo ha buone ragioni per compiere un delitto, e lo mette in atto - fidando ovviamente di non essere scoperto - allora il colpevole è il maggiordomo.

BIBLIOGRAFIA

Romanzi

* 1926, La strana morte del signor Benson (The Benson Murder Case)
* 1927, La canarina assassinata (The Canary Murder Case)
* 1928, La fine dei Greene (The Greene Murder Case)
* 1928, L'enigma dell'Alfiere (The Bishop Murder Case)
* 1929, La dea della vendetta (The Scarab Murder Case)
* 1932, La tragedia in casa Coe (The Kennel Murder Case)
* 1933, Il mistero del drago (The Dragon Murder Case)
* 1934, Signori il gioco è fatto (The Casino Murder Case)
* 1935, Il mistero di casa Garden (The Garden Murder Case)
* 1936, Sequestro di persona (The Kidnap Murder Case)
* 1938, Philo Vance e il caso Allen (The Gracie Allen Murder Case)
* 1939, L'ultima avventura di Philo Vance (The Winter Murder Case) 

LadyJack || 15:18 || martedì, 05 giugno 2007
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Qualcuno ha rivisto le 20 regole di Van Dine

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Dal sito Giallografia.com:

Venti regole per scrivere un giallo
Una moderna riscrittura
di Rina Brundu Eustace

Hanno ottanta anni ma non li dimostrano! Parlo delle
Venti regole per scrivere un giallo di S. S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright, 1888- 1939), il grande giallista americano dell’epoca d’oro.
Proprio così! Nel leggerle e nel rileggerle la domanda nasce spontanea: quale autore moderno non le sottoscriverebbe quasi tutte?  Dico quasi perché, in realtà, qualcosa  è  cambiato, non tanto dentro il testo, quanto nel contesto di produzione. Il va sans dire:
sono cambiati i tempi (non è una contraddizione)!
La concorrenza, soprattutto sotto forma di telefilm di avanguardia trattanti tematiche correlate (cito per tutte la mitica serie di CSI, quella originale con William Petersen nel ruolo di Gil Grissom
per intenderci!), è spietata, mentre le intasate strade dell’interweb non lesinano emozioni criminali ad ogni click anche solamente pensato.
Tuttavia, non si può negare che questo genere
letterario (chiamiamolo così, osiamo, che ci sarà di male?) abbia dimostrato un’insospettata capacità di resistenza ai reiterati attacchi. La sua forza è scaturita dall’essersi chiuso a riccio conservando intatte le peculiarità (forse anche grazie al lavoro di puntellatura fatto da Van Dine!). Questa ferma impostazione strutturale e stilistica sarà, per quanto mi riguarda, l’arma vincente che ne garantirà la sopravvivenza e il successo di pubblico per molto altro tempo ancora.
Ciò non vuol dire che alcune delle regole dettate ottanta anni fa dallo scrittore americano, non presentino una qualità obsoleta, mentre è inutile negare che altre sono state completamente superate dal naturale evolversi dell’umano sentire (e quindi dalle pratiche criminali messe in atto, e quindi dalle metodologie investigative adottate). Bisogna riconoscerlo! Non vi è nulla di male o di presuntuoso nel mantenere una simile posizione; soprattutto, nulla viene tolto alla grandezza dell’autore. Allo stesso modo, nulla vieta che i vecchi insegnamenti possano coesistere con regole nuove, destinate, nelle intenzioni, a tappare le falle, rispetto al segmento temporale mutato, laddove queste siano state riscontrate.
Quella che segue è appunto una libera riscrittura, (ex novo, in realtà!) delle 20 regole per scrivere un giallo
, secondo il mio modestissimo intendimento. Propone quindi una privata visione delle cose della narrativa poliziesca e non ha alcuna mira universale (neppure questa è una contraddizione in termini, caso mai qualcuno lo pensasse!). Per queste stesse ragioni e per il rispetto che si deve sempre a chi è di gran lunga più meritevole di noi, non mancherò, quando sarà necessario, di rimarcare qualunque forte presa di posizione rispetto alle indicazioni originali di Van Dine.

Un romanzo giallo sarà dunque tanto più valido quando l' autore non dimentica che:
1. Un giallo è un giallo; non è un libro d’avventure, né di spionaggio, né  un romanzo rosa, ma neppure un trattato filosofico o un’opera che cambierà la storia del mondo. Di più, la scrittura nel giallo, per forza del suo destino, è sempre una scrittura di partenza, MAI una scrittura d’arrivo (altra cosa sono le valide trame inserite in situazioni letterarie differenti, si veda, per esempio, il bellissimo plot criminale ne’ Il nome della rosa di Umberto Eco). Questo significa che se un giallista ritiene di essere scrittore a tutto tondo, sarà con altre prove che dovrà dimostrarlo. Allo stesso modo, i critici letterari illuminati, in possesso della verità sulle cose, dovrebbero evitare di sentirsi ingiuriati e di esortare il popolo degli addetti ai lavori a non prendere sul serio gli autori di romanzi gialli; ciò accade puntualmente ogni volta che c'è un risveglio d'interesse per la loro produzione! God forbid!!

2. Un buon romanzo giallo non ha significati altr
i; inutile quindi tessere le lodi dell’autore per avere posto in primo piano problematiche sociali pregnanti per i nostri tempi, o sottili qualità semantiche. Un buon romanzo giallo dovrebbe essere valutato, solo ed esclusivamente, per la qualità della trama criminale e per la fluidità con cui questa si fonde nella storia raccontata.

3. Se è vero che i romanzi gialli possono essere scritti da tutti, é  vero pure  che non tutti possono scrivere romanzi gialli. Optare per una simile scrittura, significa confessare di essere portatori sani di una perversione mentale (per guardare il bicchiere mezzo pieno, occorre dire che tale perversione si accompagna sempre con una indispensabile vena geniale) che si estrinseca con la stessa (con la scrittura per intenderci, non diventando un serial killer ricercato dall’Interpol!). Questa è una conditio sine qua non
; astenersi dunque letterati desiderosi di nobilitare il genere (spinti principalmente da esigenze di portafoglio!), autori dotati pronti a mettersi alla prova, giornalisti di cronaca nera che giustificano il malfatto con l’esperienza vissuta e simili!

4. L’atmosfera è un elemento insostituibile nel romanzo giallo e si fa tuttuno con l’orizzonte d’attesa. In altre parole, il giallo, per essere tale, deve catturare il lettore fin dalle prime pagine, seducendolo e rassicurandolo sul suo essere a casa. Su questo punto dissento quindi dalle indicazioni date da Van Dine nella regola 16. A giustificazione del mio dire, cito alcune delle più grandi creazioni di genere di tutti i tempi: And then there were none, Mousetrap, The murder of Roger Ackroyd, The Murder on the Orient Express, ecc. In questi romanzi, l’atmosfera diventa elemento attivo del plot; non è un caso neppure che gli stessi siano stati scritti da Agata Christie
, maestra nell’utilizzo di simili tecnicismi (perché tali diventano nell’experienced writer). Per dirla tutta, nella produzione di questa grandissima autrice inglese, la capacità di creare atmosfera si è da tempo sublimata oltre la scrittura: ad un appassionato di gialli, basta tenere un suo libro in mano per sentirsi a casa!

5. Non esiste un romanzo giallo senza una geniale trama criminale
! Chiamatelo come volete, ma un giallista (non importa quanto famoso, non importa quanto venerato!) che riveli una cronica incapacità di ordire un  meccanismo criminale perfetto e ad hoc, non è degno di questo nome.

6. Lettore e investigatore devono avere entrambi le stesse possibilità di risolvere l'enigma. Tutti gli indizi devono essere (chiaramente) presentati e descritti. Questa regola è molto simile alla prima regola di Van Dine. A fare la differenza è l’avverbio plainly, chiaramente
appunto, che io metto tra parentesi. Ritengo, infatti, che proprio per proteggersi contro le invasioni di cui si è già detto (televisione, cinema, internet), il romanzo giallo debba potersi difendere con le sue stesse armi, nello specifico, la scrittura. La qualità scritturale nel giallo sta quindi nella sua capacità di farsi indizio (senza trasformarsi in arma ingannevole, s’intende!), dando così, al lettore attento, e solamente a questo, la possibilità di scoprire il colpevole con relativa facilità.

7. La soluzione del giallo deve essere univoca; ci DEVE essere solo e soltanto una verit
à sul come si sono svolti i fatti. Questa è anche condizione imprescindibile per valutare la qualità della trama.

8.
La soluzione del giallo deve essere sempre a disposizione del lettore capace.

9. Il colpevole può essere uno qualunque dei personaggi, non importa il suo ruolo. Ancora, ci possono essere più colpevoli in uno stesso romanzo. Qui mi trovo di nuovo in disaccordo con le regole 10,11, 12, 17 di Van Dine. A mio avviso, le necessità della storia e della trama criminale giustificano queste indicazioni; si potrebbero portare poi molti esempi di capolavori di genere che sono diventati tali proprio in virtù dell’utilizzo di simili strategie (cito per tutti, Murder on the Orient-Express
).

ArchieGoodwin || 01:02 || lunedì, 04 giugno 2007
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Un parere illuminato

Sempre prima della gragnuola di critiche che sta per abbattersi su S.S. Van Dine, appoggio anche qui l'intervista al famoso giallista italiano Andrea Camilleri, tratta dal suo fans club vigata.org. Egli loda l'autore di Philo Vance. LO LODA E LO PONE FRA I SUOI ISPIRATORI.

Uno sguardo anche rapido agli scaffali di casa Camilleri basta a suggerire i gusti letterari del capo famiglia.
Nella biblioteca del grande giallista di Porto Empedocle ci sono infatti centinaia, forse migliaia di polizieschi, di romanzi-enigma a incominciare dai classici del genere. Si va dai più famosi titoli di Conan Doyle, di Chesterton ai bestseller di Agatha Christie, di Edgar Wallace, di S.S. Van Dine.
«Ho raccolto anche i resti di una collezione nata in casa. Mio padre, ispettore della capitaneria di porto, era un lettore appassionato di gialli. Aveva tutti o quasi tutti i titoli pubblicati nella famosa collana popolare mondadoriana, intendo quei volumi di grande formato e stampati su pagine a due colonne che allora si vendevano a due lire e cinquanta centesimi! In casa nostra c’erano però anche altri libri: da bambino, fra un raffreddore e l’altro, ho letto Melville e Lucio D’Ambra, Zuccoli e Salvator Gotta...» .
Giochiamo a carte scoperte. Vedo fra i suoi libri Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie. Che cosa pensa di questa scrittrice e del suo celebre detective Hercule Poirot?
«Sarò sincero. La Christie non mi piace per un’infinità di ragioni, a incominciare dall’ambientazione dei suoi romanzi: una nave, la carrozza di un treno di lusso, un antico castello inglese... Sono sempre luoghi chiusi, prigioni dorate, che mi danno una sensazione di soffoco. Se dovessi proprio scegliere, ma preferirei non doverlo fare, direi che miss Marple è un personaggio più riuscito dell’improbabile Poirot. Miss Marple si adatta meglio alla scrittura da collegio per signorine, a volte un po' leziosa della Christie. Badi, però, la mia non vuol essere una stupida polemica antifemminista. Le basti che considero P.D. James una giallista di forza straordinaria, i suoi thriller sono fra i migliori di questi anni. Di Agatha Christie, lo ripeto, mi infastidiscono certi vezzi. I suoi finiscono con l’essere dei romanzi rosa truccati da gialli».
E di Edgar Wallace, per decenni seguitissimo dal grande pubblico, quale giudizio dà?
«E’ un autore meccanico, ripetitivo, in molti casi insopportabile. Scrive talmente male che non si riesce a leggerlo!».
Anche la letteratura poliziesca ha i suoi testi-culto. Fra gli intellettuali italiani, all’inizio degli anni quaranta, andava molto di moda un thriller intitolato La canarina assassinata, autore l’inglese S.S. Van Dine (pseudonimo di W.H. Wright). A questo giallista, che era anche un editore e un critico d’arte, si deve la creazione di Philo Vance, un detective dilettante dall’eterno sorriso ironico e sprezzante. C’è nella sua biblioteca La canarina assassinata?
«Certo che c’è, se vuole le mostro la prima edizione italiana di questo bellissimo romanzo. Leggendo Van Dine torno continuamente a ammirare l’eleganza del ragionamento con cui perviene alla soluzione dei suoi casi. Le dirò di più. In un libro su di me, che uscirà presto da Rizzoli, l’autrice Simona De Montis dimostra che i titoli dei miei romanzi hanno delle affinità con quelli di Van Dine. I veri amori, in letteratura, non sono mai del tutto innocenti."
 

ArchieGoodwin || 00:40 || lunedì, 04 giugno 2007
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Stout and the Van Dine School

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Prima che la mia amica LadyJack mi demolisca il mio mito giallistico, rappresentato dai romanzi che hanno come protagonista Philo Vance di S.S. Van Dine, riporto un testo che paragona il mio beniamino all'altro mio prediletto Rex Stout.
In inglese, direttamente dal sito
http://gadetection.pbwiki.com

Stout's basic paradigm is fairly similar to that of S. S. Van Dine's Philo Vance books. One difference is that Wolfe and Archie are private detectives, whereas most Van Dine school sleuths are either genius amateurs who work with the police as unofficial consultants, or genius amateurs who have gone to work for the police. Wolfe is certainly an eccentric genius, in the full Van Dine tradition, but he is not an amateur. And his relations with the police, while close and sometimes collaborative, are also much less friendly than most Van Dine school detectives.

Van Dine often included collectors and enthusiasts in his tales. Examples are the dog lovers in The Kennel Murder Case (1932), the tropical fish lovers of The Dragon Murder Case (1933), the Egyptologists of The Scarab Murder Case (1929). Ellery Queen followed suit with the rare book lovers of many of his tales, and the stamp collectors of The Chinese Orange Mystery (1934). Stuart Palmer had the museum setting of "The Riddle of the Dangling Pearl" (1933), and the dog show setting of "The Riddle of the Blueblood Murders" (1934). Rex Stout followed this Van Dine School tradition by using an orchid grower and/or flower show background for several of his works, including Some Buried Caesar (1938-1939), "Black Orchids" (1941), and "Easter Parade" (1957). There are also the expert chefs and gourmets of Too Many Cooks (1938) and "Poison à la Carte" (1958), and the fishing expedition of "Immune to Murder" (1955).
ArchieGoodwin || 19:24 || domenica, 03 giugno 2007
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